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Palazzo San Gervasio, la morte di Lassoued Dhoui e la rivolta nel CPR
Il 10 agosto un uomo tunisino di 30 anni è morto nel centro per il rimpatrio lucano. Era stato trasferito lì nonostante un documento medico ne attestasse la vulnerabilità. Dopo la sua morte, la protesta delle persone trattenute è stata repressa con idranti e arresti. L’Assemblea Lucana No CPR: «Una morte annunciata. Prevedibile, prevista, denunciata». Lassoued Dhoui è morto nel pomeriggio del 10 agosto 2026 nel CPR di Palazzo San Gervasio. Aveva trent’anni, era cittadino tunisino e si trovava nel centro da circa due settimane. Interviste/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI LASSOUED DHOUI A PALAZZO SAN GERVASIO: IL SISTEMA CPR CONTINUA AD UCCIDERE La testimonianza di Yasmine Accardo e Francesca Viviani dell’Assemblea Lucana No CPR Redazione 12 Agosto 2026 La Procura della Repubblica di Potenza ha parlato di un «gesto estremo», riconducendo la morte a un suicidio avvenuto dopo la notizia della convalida del trattenimento. Una ricostruzione respinta dall’Assemblea Lucana No CPR, che nel comunicato diffuso il 14 agosto parla invece di «una morte annunciata. Prevedibile, prevista, denunciata». > «Noi diciamo che è stata una morte annunciata», scrive l’Assemblea. «Noi > diciamo che è stato un omicidio di Stato». Parole che arrivano dopo settimane di tensione all’interno del CPR lucano e a pochi giorni dal secondo anniversario della morte di Oussama Darkaoui, deceduto nella stessa struttura il 5 agosto 2024. Il 5 agosto scorso l’Assemblea era tornata davanti ai cancelli di Palazzo San Gervasio proprio per ricordarlo e chiedere verità sulla sua morte. Per la rete, quanto accaduto a Lassoued non può essere letto come un episodio isolato. «Non è una coincidenza, non è una tragica fatalità», si legge nel comunicato. «È il funzionamento fisiologico di un dispositivo di detenzione amministrativa che porta strutturalmente sofferenza e morte». Notizie/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI L.D. NON È UN “EVENTO CRITICO”. È UNA MORTE DI CPR 67 episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio in sette mesi: il CPR di Palazzo San Gervasio va chiuso Avv. Arturo Raffaele Covella 11 Agosto 2026 LE PROTESTE PRIMA DELLA MORTE Nelle settimane precedenti la morte di Lassoued, all’interno del CPR erano già in corso proteste. Le persone trattenute denunciavano il caldo, le condizioni del centro, l’assenza di cibo adeguato e la mancanza di assistenza sanitaria. Secondo l’Assemblea, venivano segnalate anche «la difficoltà di accesso delle ambulanze, la somministrazione massiccia e incontrollata di psicofarmaci al posto delle cure, l’assenza di assistenza dell’infermeria interna, l’abbandono». Le proteste, continuavano a partire da una richiesta fondamentale: la libertà. > «Per la libertà, una parola che arriva forte e senza tregua dall’altra parte > del muro», scrive l’Assemblea. È dentro questo contesto che viene collocata la vicenda di Lassoued. Secondo quanto riferito nel comunicato, il trentenne era stato trasferito a Palazzo San Gervasio circa due settimane prima della morte con un documento medico che attestava condizioni di vulnerabilità incompatibili con la permanenza nel centro. «Lassoued era stato trasferito nel CPR di Palazzo San Gervasio circa due settimane prima della sua morte con un documento medico che attestava le sue condizioni di vulnerabilità: non idonee alla permanenza nel centro», denuncia l’Assemblea. La mattina del 10 agosto il giudice di pace di Melfi aveva convalidato il trattenimento per novanta giorni. Nel pomeriggio Lassoued è morto. «Aveva le carte in mano per essere liberato. Lo chiedeva, lo rivendicava da giorni», si legge nel comunicato. > «Non voleva morire: voleva uscire vivo da lì, voleva essere libero». LA RIVOLTA DOPO LA MORTE La morte di Lassoued ha fatto esplodere la protesta delle persone trattenute. Secondo la ricostruzione dell’Assemblea, il corpo dell’uomo è rimasto per ore a terra mentre attorno a lui si sviluppava una protesta collettiva. «Lassoued è rimasto ore sul terreno. Attorno a lui il dolore collettivo, la protesta di autodeterminazione e la rabbia dei compagni solidali». La risposta delle forze dell’ordine, denuncia la rete, è stata caratterizzata da una massiccia operazione repressiva: «Lo Stato ha risposto con gli idranti, l’irruzione massiccia e feroce dentro i moduli, le botte e gli arresti». Nella stessa notte, secondo il comunicato, diverse persone trattenute avrebbero tentato gesti autolesivi o ingerito oggetti e sostanze per attirare l’attenzione degli operatori. «Chi aveva ingerito detersivo, chi vetro, chi in crisi respiratoria», racconta l’Assemblea. E denuncia ancora una volta uno squilibrio tra repressione e assistenza: «Il rapporto tra repressione e cura dentro i lager CPR non è nuovo». Per le attiviste, la conseguenza è stata anche giudiziaria: «Chi ha reagito è stato picchiato. Chi ha alzato la voce è stato arrestato. Chi si ribella, ancora una volta, diventa imputato». LE DENUNCE SULL’ASSISTENZA A LASSOUED Il 12 agosto il Tribunale di Potenza ha convalidato l’arresto di tre persone trattenute, indicate nel comunicato con le iniziali B., D. e A. Tra le accuse figura anche quella di promozione di rivolte nei centri per il rimpatrio, introdotta dal decreto-legge del marzo 2025. Il pubblico ministero aveva chiesto il carcere. La giudice ha disposto invece il divieto di dimora in Basilicata, riconoscendo che i tre sono incensurati e che la loro condotta è maturata «in uno specifico contesto ambientale e relazionale», individuato nel CPR. Nell’ordinanza vengono riportate anche le dichiarazioni dei tre arrestati sulle condizioni di Lassoued nei giorni precedenti la morte. Secondo quanto riferito dall’Assemblea, i tre hanno raccontato che il trentenne «era in condizioni di grave sofferenza da tempo» e «aveva chiesto ripetutamente cure mai ricevute». Uno degli arrestati, inoltre, avrebbe cercato di segnalare agli operatori che Lassoued poteva essere in pericolo. L’ordinanza, riferisce il comunicato, parla in questo caso di mancato «adeguato intervento». Per l’Assemblea, la rivolta deve essere letta alla luce di queste circostanze. «La rivolta che ha portato agli arresti di B., D. e A. non è stata un atto criminale», sostiene la rete. «È stata la conseguenza diretta e inevitabile della rabbia di chi ha visto morire un compagno che chiedeva aiuto da giorni e non era stato ascoltato». E ancora: «Chi, in quelle condizioni, sarebbe rimasto in silenzio? Chi, dopo giorni di grida inutili conclusi con un cadavere davanti agli occhi, non avrebbe reagito?». Il divieto di dimora in Basilicata comporta il trasferimento dei tre arrestati in altri CPR. Una decisione che l’Assemblea contesta perché riguarda persone che conoscevano Lassoued e che hanno assistito direttamente agli ultimi momenti della sua vita. «Testimoni diretti della morte di Lassoued, sradicati dal luogo dei fatti, separati dai loro compagni, spostati altrove», scrivono. Per l’Assemblea, il rischio è quello di disperdere le testimonianze: «Ogni testimone trasferito è una voce in meno per raccontare cosa è successo quel pomeriggio». «Non siamo giornaliste. Non siamo investigatrici», si legge nel comunicato. «Non è compito nostro accertare la dinamica esatta della morte di Lassoued». Ma aggiunge: «Comunque vadano quelle indagini, nessuna ricostruzione minuto per minuto cancellerà che Lassoued è stato ucciso dal sistema CPR». LA MORTE DI LASSOUED E QUELLA DI OUSSAMA Nel comunicato, l’Assemblea collega la morte di Lassoued a una sequenza più ampia di morti legate alle politiche di frontiera e alla detenzione amministrativa. «Il 10 agosto 2026 muore Lassoued Dhoui nel CPR di Palazzo San Gervasio. Il 5 agosto 2024, esattamente due anni prima, moriva Oussama Darkaoui nello stesso posto. Il 19 luglio 2026, a Bologna, moriva Abderrahim Fakir». «Non sono coincidenze», sostiene la rete. «Sono le persone che si portano addosso la violenza securitaria e strumentale della fortezza Europa, dei confini e del razzismo strutturale, dello sfruttamento, dell’impero, della propaganda sulla reimigrazione». L’Assemblea definisce quella di Lassoued «l’ennesima storia di un omicidio di Stato»: «Una persona in grave affanno ha provato a fare sentire la sua voce e non è stata ascoltata. Nessuna voce della rivolta è stata ascoltata». Infine si annuncia che si continuerà a mantenere la propria presenza davanti al CPR di Palazzo San Gervasio e a rispondere al telefono SOS per le persone trattenute. «Continueremo a portare fuori le voci di chi dentro non può parlare», scrive l’Assemblea Lucana No CPR. Le richieste restano quelle che accompagnano da sempre la sua attività: «Libertà di movimento. Chiusura definitiva del CPR di Palazzo San Gervasio. Chiusura di tutti i CPR. Fine della detenzione amministrativa». > «Nessuno deve stare chiuso ostaggio lì dentro. Nessuno».
La morte di Lassoued Dhoui a Palazzo San Gervasio: il sistema CPR continua ad uccidere
Yasmine e Francesca, dell’Assemblea Lucana No CPR, raccontano le ore successive alla morte del giovane tunisino di trent’anni nel CPR di Palazzo San Gervasio: le condizioni della struttura, le richieste di aiuto dall’interno, gli interventi delle forze dell’ordine e le proteste dei trattenuti. L’Assemblea è rimasta sul posto per circa dodici ore, mantenendo attraverso il telefono SOS un contatto continuo con le persone all’interno e garantendo, per quanto possibile, il diritto di difesa. «I CPR vanno chiusi». DA ANNI DENUNCIATE LE CONDIZIONI DEL CPR DI PALAZZO SAN GERVASIO. COSA È ACCADUTO IERI? Da molto tempo, come attivisti e attiviste dell’Assemblea Lucana No CPR, denunciamo la mancanza di assistenza sanitaria, la presenza di persone in condizioni di grave fragilità che non dovrebbero essere trattenute e le carenze igienico-sanitarie della struttura. Denunciamo anche le condizioni dei moduli e il caldo (gestito da “Officine sociali” con solo 4 litri di acqua potabile al giorno) che in questo ultimo periodo ha ulteriormente esasperato una situazione già critica. Ieri è morto all’interno del CPR un cittadino tunisino di trent’anni, una persona che, secondo le certificazioni mediche, non era idonea al trattenimento. Per noi è un morto di Stato, ancora una volta nelle mani di un sistema che uccide, umilia e devasta le persone che vi vengono rinchiuse. Da anni chiediamo la definitiva chiusura di questi luoghi di umiliazione, devastazione e patogeni. COSA SAPETE DELLE CIRCOSTANZE DELLA MORTE? Il giovane non era idoneo alla vita in comunità ristretta per gravi problemi psichiatrici. La sua insofferenza al trattenimento era motivo di scherno da parte delle forze dell’ordine. I detenuti con cui siamo in contatto ce lo hanno segnalato come persona costantemente bisognosa di aiuto e attenzioni e che male aveva accolto la notizia della convalida del trattenimento di 90 giorni, conseguenza dell’udienza innanzi al giudice di pace di Melfi della mattina della morte. Molti dei detenuti hanno assistito alla morte di Lassoued e ci dicono che “hanno ancora il suo sangue negli occhi” e che hanno deciso di ribellarsi alla violenza del CPR. Notizie/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI L.D. NON È UN “EVENTO CRITICO”. È UNA MORTE DI CPR 67 episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio in sette mesi: il CPR di Palazzo San Gervasio va chiuso Avv. Arturo Raffaele Covella 11 Agosto 2026 Per noi, è il “sistema CPR” che ha portato alla morte di questa persona che, tra l’altro, sappiamo non sopportasse di vivere in una gabbia, di stare in un modulo di cemento. Dormiva su un materasso nell’unico spazio comune del centro: una lastra di cemento circondata da alte sbarre d’acciaio. Anche questo racconta le condizioni in cui si trovano le persone trattenute. in una giornata di forti tensioni, di confusione e difficoltà nella gestione del centro tra le forze dell’ordine (adibite alla tutela dell’ordine pubblico all’interno del CPR) e l’Ente Gestore, Lassoued, probabilmente durante un tentativo di contenzione del suo giusto malessere, chiuso in una gabbia, pur di sottrarsi ad un ulteriore limitazione della sua libertà, non ha potuto fare altro che cercare scampo arrampicandosi sul tetto della gabbia, da dove è precipitato. non si voleva uccidere: ci sentiamo di dirlo perchè lo abbiamo guardato negli occhi poche ore prima che morisse. Aveva le “carte in mano” per essere liberato, lo voleva. Lo gridava, lo reclamava: chiedeva di essere liberato. Voleva uscire, vivo, non nel carro funebre: perchè così si esce dal CPR di Palazzo san Gervasio con la gestione di Officine Sociali”!  COSA È SUCCESSO DOPO LA MORTE? La morte è avvenuta davanti agli occhi delle altre persone trattenute che nell’immediato hanno iniziato a protestare contro tutto il sistema, tra l’altro preoccupati che potessero morire anche loro.  Il fumo degli incendi, la contenzione delle forze dell’ordine, la rabbia, il caldo estremo hanno causato malori tra i trattenuti che ci chiedevano di chiamare le ambulanze. A., trattenuto nonostante una resezione epatica e che quindi non dovrebbe essere trattenuto in quella struttura, ha avuto una crisi respiratoria.  Un’altra persona è stata portata in ospedale dopo aver ingerito dei detersivi. Un’altra aveva ingerito vetro. > «Non è un episodio critico, non è un’eccezione, è un morto conseguenza di un > sistema» Nel mentre, entravano forze dell’ordine, sono stati utilizzati gli idranti per spegnere gli incendi; la Guardia di Finanza è entrata nei moduli per arrestare chi protestava. Quello che abbiamo visto è una violenza sistemica che diventa violenza concreta sui corpi delle persone, soprattutto dopo una morte che, per noi, è il prodotto delle condizioni patogene di quel luogo. VOI SIETE RIMASTI FUORI DAL CPR PER MOLTE ORE. COSA AVETE VISTO? Siamo rimasti sul posto per circa dodici ore, tra ambulanze, Guardia di Finanza e Polizia.  Siamo rimasti in contatto continuo con le persone trattenute attraverso il telefono SOS, anche per garantire il diritto di difesa, che non sempre viene adeguatamente assicurato. Nei giorni precedenti, per esempio, ad alcuni avvocati che dovevano svolgere colloqui difensivi non era stato consentito di accedere, con la motivazione di dover garantire l’ordine pubblico. Abbiamo avvisato parlamentari e la Garante provinciale, che è arrivata sul posto ma non è entrata nel CPR. Ha raccolto soltanto le dichiarazioni del prefetto vicario. La Garante, quindi, non ha verificato le condizioni delle persone trattenute. QUAL È LA SITUAZIONE IN QUESTE ORE? Le persone che abbiamo sentito avevano ancora negli occhi il sangue del giovane morto. C’è la sensazione costante di trovarsi dentro qualcosa che uccide, se non fisicamente, almeno dentro. Continuiamo a ricevere richieste di aiuto e notizie di persone devastate. Gli atti di autolesionismo all’interno del CPR sono all’ordine del giorno. Parliamo di persone a cui vengono continuamente somministrati psicofarmaci e che non dovrebbero essere lì. Per questo chiediamo anche attenzione per le persone che, oltre a subire queste violenze quotidiane, hanno assistito alla morte, e supporto per la famiglia del ragazzo. COSA CHIEDETE ADESSO? Chiediamo che questa ennesima vicenda non cada nel vuoto. Nei prossimi giorni, insieme alle altre realtà locali, torneremo a presidiare e batterci accanto alle persone trattenute. Abbiamo chiesto la presenza di parlamentari, soprattutto per garantire alle persone la possibilità di essere ascoltate e per portare fuori da quelle mura ciò che sta accadendo, per non far cadere questa ennesima vicenda nell’oblio. La morte di questo giovane tunisino non arriva per caso. È il frutto di un sistema di repressione e di annichilimento delle persone che vengono rinchiuse nei CPR. Per questo, insieme all’Assemblea Lucana No CPR, chiediamo Verità per Oussama, Lassoued e tutti i morti di CPR e delle necropolitiche di frontiera e continueremo a chiedere una cosa sola: la chiusura definitiva dei CPR.
La morte di L.D. non è un “evento critico”. È una morte di CPR
Nel linguaggio burocratico dei CPR, quanto accaduto ieri pomeriggio a Palazzo San Gervasio viene definito un “evento critico”. Nella realtà, è morto un ragazzo di trent’anni, nato in Tunisia nel 1996, probabilmente entrato nel Centro della provincia di Potenza nonostante una storia di fragilità alle spalle. La sua morte, nel gergo del CPR, rischia così di diventare soltanto un altro “evento critico”. Ma il passato e il presente del CPR di Palazzo San Gervasio sono pieni di eventi critici che sembrano essere ormai una costante drammatica di questa struttura. Solamente tra gennaio 2026 e luglio 2026 i c.d. eventi critici registrati dall’ente gestore della struttura sono stati 67 (atti di autolesionismo, tentativi di suicidio, ecc). Numeri impressionanti che danno il senso della drammaticità della condizione del CPR di Palazzo San Gervasio e che rappresentano una condizione di criticità cronica nella gestione del Centro da parte di tutti i soggetti coinvolti (pubblici e privati). Purtroppo, nonostante le numerose segnalazioni, le denunce, i procedimenti in corso, i pronunciamenti del Consiglio di Stato e della Corte costituzionale, il sistema CPR in Basilicata continua a funzionare così. Certificazioni di idoneità superficiali e rilasciate sotto pressioni delle Questure di turno. Verifiche in sede di udienza di convalida sulla documentazione medica inesistenti. Screening sanitari nelle strutture del tutto assenti e perdurante stato di abbandono di soggetti fragili all’interno di una struttura che non è in grado di assicurare i minimi standard di assistenza sanitaria richiesti dalla legge. D’altra parte è la stessa Prefettura di Potenza a confermare che “… ad oggi non sono stati sottoscritti protocolli di prevenzione del rischio suicidario e autolesionismo, né convenzioni con il Ser.D territorialmente competente, e non risultano intervenute modifiche al contratto di gestione del CPR in essere per adeguamenti a sentenze della giustizia amministrativa o in attuazione della Circolare del Ministero dell’Interno n. 14100/166” (riscontro del 29.07.2026). In questo quadro si inserisce quanto accaduto ieri pomeriggio nel CPR di Palazzo San Gervasio. PH: Assemblea lucana NO CPR Non un semplice evento critico ma il decesso di un trentenne per cause che sono tutte da accertare. Sbrigativamente si è parlato di incidente e di suicidio ma il quadro che emerge dalle testimonianze raccolte dalla viva voce di chi era presente al momento dei fatti è più complesso e merita i dovuti approfondimenti. Le indagini dovranno fare il loro corso e siamo sicuri che verranno eseguite a 360 gradi per verificare tutto quanto accaduto prima, durante e dopo il tragico evento. Il quadro generale rappresentato dai numeri sopra citati e dalle mancanze gestionali e organizzative del CPR di Palazzo San Gervasio non può portare a rubricare quanto accaduto come un semplice incidente e speriamo che la Procura della Repubblica tenga in debita considerazione tutti questi dati, tutti questi elementi e anche molti altri. Infatti, la morte del giovane L.D. non è un accadimento isolato ma si inserisce in un clima di forte tensione presente da settimane e nel contesto più generale di un sistema di detenzione amministrativa che determina solamente sofferenza e morte. Tensioni e sofferenze che sono sfociate, dopo la morte di L.D., in una comprensibile protesta da parte degli altri trattenuti. Proteste che sono durante per diverse ore e che sono state vissute in diretta da chi fuori dal cancello del CPR portava solidarietà ai trattenuti. Proteste che hanno portato all’arresto di diversi ragazzi, le vittime che diventano i colpevoli. Nel ricordare quanto accaduto ieri non possiamo non evidenziare un dato importante. L.D. è morto il 10 agosto del 2026, esattamente due anni fa, nella stessa struttura moriva Oussama Darkaoui. Non sono soltanto coincidenze, non si tratta di tragiche fatalità. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA PER NON DIMENTICARE OUSSAMA DARKAOUI, MORTO DI CPR Quanto accaduto al giovane svela tutta l’ipocrisia del mondo occidentale Avv. Arturo Raffaele Covella 5 Agosto 2026 Purtroppo il sistema CPR è questo e produce questo. Non si può continuare a far finta di niente, a guardare dall’altra parte. Il Cpr di Palazzo San Gervasio va immediatamente chiuso. Che cosa deve accadere ancora prima che le istituzioni di questo Paese prendano coraggio e dimostrino di avere un volto umano? Cosa deve accadere ancora prima che si arrivi a rispettare la legge da parte di chi pretende dagli altri il rispetto delle leggi? Quanti ragazzi ancora devono morire prima che la politica locale assuma la responsabilità di chiedere a gran voce la chiusura del CPR di Palazzo San Gervasio e lo faccia con atti ufficiali? In attesa di risposte che non arriveranno, continuiamo questa drammatica conta.
Per non dimenticare Oussama Darkaoui, morto di CPR
Il 5 agosto di due anni fa, nel Centro di Permanenza per i Rimpatri di Palazzo San Gervasio, moriva Oussama Darkaoui. Non si è trattato di una tragica fatalità, non può essere considerato neppure un fatto isolato ed eccezionale, quanto piuttosto un dramma maturato in un contesto di enorme sofferenza, abbandono e degrado. A due anni di distanza ricordiamo Oussama, un ragazzo di appena 22 anni con tanti sogni da realizzare e una intera vita da vivere. Ricordiamo la sua morte per rammentare a tutti quanto sia ingiusto e disumano il sistema della detenzione amministrativa e quanta sofferenza venga riservata a migliaia di stranieri nel nostro Paese. Oussama è il simbolo di una lotta che non deve arrestarsi, una lotta di civiltà e per la nostra civiltà. Perché, a differenza di quanto si vada affermando da alcune parti, la nostra civiltà non è quella dei respingimenti, della chiusura (mentale, prima ancora che fisica), della paura, della violenza e dell’odio. Così, quanto accaduto al giovane Oussama ci interroga su quanto sta accadendo in questi anni in Italia, in Europa e nel Mondo. Viviamo un tempo caratterizzato da paura e violenza. Paura di tutto ciò che è altro da noi, violenza (non solo fisica) contro la diversità. Tutto ciò si traduce sul piano politico in una legislatura difensiva e di chiusura. Si adottano così sempre nuovi provvedimenti emergenziali e urgenti, sempre più restrittivi, sempre più figli dell’allarmismo sociale creato ad arte. Tutto questo genera una cecità morale dei governanti e dei governati che si scrollano di dosso ogni responsabilità rispetto ai fenomeni sociali, da un lato, e agli accadimenti nazionali ed internazionali, come se tutto fosse normale e naturale. Abbiamo intrapreso così, passo dopo passo, un cammino pericoloso, in direzione della demonizzazione dello straniero e della chiusura totale a tutto ciò che è “altro” da noi. Questa strada, rappresenta il percorso più semplice e sicuro per una politica superficiale e irresponsabile, ma, lungi dal risolvere i problemi sociali che pur esistono, rappresenta uno strumento per colpire soltanto i soggetti più fragili e meno tutelati. Lo straniero è diventato così la causa di tutti i mali italiani e il solo nemico da combattere per vivere meglio. Così, quanto accaduto ad Oussama svela tutta l’ipocrisia del mondo occidentale. L’ipocrisia di chi dichiara di essere il difensore di tradizioni, di principi, di una cultura “superiore”, ma dimentica la vera essenza di quella cultura. Dal famoso motto della Rivoluzione francese “Liberté, Égalité, Fraternité”, trasfuso nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, passando per le Costituzioni dei moderni Stati europei, per la Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo, la cultura occidentale è stata protesa alla difesa della sacralità dell’uomo, di tutti gli uomini. Il maggiore insegnamento della nostra cultura sta proprio nell’umanesimo, inteso non come un convenzionale periodo storico da studiare a scuola, ma come cultura della vita e della difesa dell’uomo e dei suoi diritti. Una tradizione che abbiamo rinnegato anche da ultimo con l’approvazione a livello europeo con le nuove normative in materia di migrazione. Come Europa e come Italia dovremmo allora ricordare la nostra storia, la nostra cultura, le nostre tradizioni. L’Italia nasce per sublimare le tante culture che caratterizzavano quella terra a forma di stivale. Una terra che è stata per lunghissimo tempo punto di incontro e di fusione di diverse culture. Dai tempi delle colonie della Magna Grecia, l’Italia è stata terra di approdo, di incontro, di fusione di culture, lingue, tradizioni. La terra delle tante realtà comunali, delle province, dei dialetti e anche dei tanti culti religiosi, dei tanti santi venerati, delle tante storie. Non vi è Paese più ricco di diversità del nostro. Da Nord a Sud e da Sud a Nord, l’Italia è una terra di mille differenze, quelle differenze che la rendono unica e meravigliosa. Questa terra che ha accolto per secoli uomini e donne provenienti da ogni angolo del mondo, oggi, non è più in grado di essere accogliente. > Spaventati da chi parla di una invasione in corso rischiamo di perdere il > senso della realtà. Così ci aggrappiamo ad una pseudo cultura che dovremmo difendere ma in cui non crediamo. Le nostre tradizioni distrutte da tempo dal consumismo e dal capitalismo, sono da tempo radici secche. Rimaniamo così ancorati ad una cultura che non esiste più, se non nella versione riveduta e corretta dall’imperialismo americano. Ecco allora che chi parla di attacco alla nostra cultura, sta difendendo un simulacro, un cadavere in putrefazione. Mentre la vera cultura è viva e dinamica nel momento in cui è in divenire e in relazione con il diverso da sé. La storia dei popoli è storia di contaminazione e non di chiusura. È storia di incontro e non di solitudine. I popoli che si sono aperti al mare, che hanno favorito i contatti economici e culturali, sono i popoli che hanno favorito la loro ricchezza e la loro crescita. I popoli che si sono chiusi, ritirandosi in sé stessi, hanno sancito la loro fine. Ricordare Oussama Darkaoui nel giorno dell’anniversario della sua morte significa ricordare tutto questo e molto di più. Ricordare oggi Oussama vuol dire anche pensare ai tanti stranieri che continuano ad essere rinchiusi nei CPR italiani in condizioni di degrado, di abbandono e di sofferenza estrema. Oussama ci ricorda che i CPR continuano la loro drammatica funzione e, soprattutto, dispensano ancora oggi gratuita sofferenza. Le immagini che vengono quotidianamente diffuse dall’interno di queste strutture, mostrano tutta la drammaticità della situazione che si vive all’interno dei CPR. Strutture collocate in zone diverse d’Italia sono accomunate da degrado e abbandono. Sono accomunate dall’essere luoghi di estremo disagio e di sofferenza. Commemorare Oussama Darkaoui significa oggi ricordare che vi sono luoghi infernali che devono essere cancellati per restituire dignità e onore alla cultura occidentale e al nostro Paese. -------------------------------------------------------------------------------- Oggi, 5 agosto, alle ore 17 si terrà un presidio promosso dall’Assemblea Lucana No CPR davanti al CPR di Palazzo San Gervasio (PZ). > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da NO CPR Assemblea Lucana (@assemblealucananocpr)
Il trattenimento “offshore” non regge: la Corte d’Appello di Roma disapplica il Protocollo Italia-Albania
AVV. FRANCESCA VIVIANI Il decreto della Corte di Appello di Roma del 20 maggio 2026 rappresenta un tassello fondamentale nella definizione dei confini tra la giurisdizione italiana, il diritto dell’Unione Europea e le procedure “offshore” stabilite dal Protocollo Italia-Albania. La vicenda del mio assistito, cittadino marocchino, inoltre, offre l’occasione per analizzare i nodi critici della detenzione amministrativa e della tutela della salute dei soggetti vulnerabili in regime di extraterritorialità. L’iter processuale ha inizio il 6 aprile 2026, quando R. viene trattenuto presso il CPR “Palazzo San Gervasio” (Potenza) in forza di un decreto di espulsione del Prefetto di Pistoia risalente al 2020. Nonostante avesse immediatamente eccepito l’esistenza di legami familiari in Italia (un cognato regolarmente soggiornante in Sardegna pronto a offrirgli ospitalità) e la mancanza di un concreto pericolo di fuga, il Giudice di Pace di Melfi convalidava il trattenimento il 10 aprile. In data 22 aprile 2026, l’interessato veniva trasferito presso il centro di Gjader (Albania). In tale sede, la strategia difensiva si è articolata su due binari paralleli: la tutela della salute (è stata presentata un’istanza di rivalutazione sanitaria urgente, evidenziando una grave vulnerabilità legata a un disturbo da uso di sostanze (DUS) e una sindrome ansioso-depressiva, ritenuti incompatibili con l’ambiente detentivo isolato di Gjader) e l’accesso alla protezione internazionale (il 18 maggio 2026, R. ha formalizzato domanda di protezione internazionale). L’attivazione di questa procedura ha determinato un mutamento del titolo del trattenimento, passato ex art. 14 TUI a trattenimento ex art. 6 co. 3 d.lgs. 142/2015, finalizzato a impedire l’elusione dell’espulsione. Il fulcro del provvedimento di rilascio emesso dalla Corte di Appello di Roma risiede nel contrasto tra la normativa interna (Protocollo Italia-Albania, come modificato dalla L. 75/2025) e il diritto unionale, con particolare riferimento all’Art. 9 della Direttiva Procedure (2013/32/UE). La Corte ha ribadito che il richiedente asilo ha il diritto fondamentale di rimanere nello Stato membro (territorio nazionale) fino all’adozione della decisione sulla domanda. Poiché R. aveva già avuto un contatto con il territorio italiano (essendo stato trattenuto a Potenza), la sua conduzione e permanenza forzata in aree esterne all’Unione Europea durante l’esame della domanda di asilo è stata ritenuta illegittima. Riconoscendo all’Art. 9 della Direttiva 2013/32/UE un effetto diretto nell’ordinamento italiano – in quanto norma incondizionata e sufficientemente precisa – la Corte ha proceduto alla disapplicazione della norma interna confliggente. Di conseguenza, il trattenimento “offshore” non è stato convalidato, in quanto non può esservi deroga al diritto di restare sul territorio se non nei casi tassativi previsti dall’UE (es. domande reiterate), fattispecie non ricorrente nel caso di specie. La disapplicazione della norma interna confliggente consiste nell’obbligo del giudice nazionale di non applicare una legge dello Stato quando questa contrasti con una norma del diritto dell’Unione Europea dotata di effetto diretto. Nella vicenda di R., questo meccanismo giuridico si è articolato nei seguenti punti: * Il contrasto normativo. La norma interna (la legge di ratifica del Protocollo Italia-Albania, modificata dalla L. 75/2025) consentiva il trattenimento “offshore” del richiedente asilo in territorio albanese durante l’esame della sua domanda. Al contrario, l’Art. 9 della Direttiva Procedure (2013/32/UE) stabilisce il diritto fondamentale del richiedente di rimanere nello Stato membro (territorio nazionale) fino alla decisione sulla domanda. * L’effetto diretto. La Corte di Appello di Roma ha stabilito che l’Art. 9 della Direttiva ha un effetto diretto nell’ordinamento italiano, poiché impone un obbligo «incondizionato e sufficientemente preciso». * Il primato del diritto UE. In virtù del principio di primazia del diritto dell’Unione, il giudice nazionale ha il dovere di garantire la piena efficacia delle norme UE. Se una norma interna è incompatibile, il giudice deve disapplicarla immediatamente di propria iniziativa, senza dover attendere l’intervento del legislatore o della Corte Costituzionale. La conseguenza pratica è che, poiché R. aveva già avuto contatti con il territorio italiano (essendo stato trattenuto a Palazzo San Gervasio), il suo trasferimento forzato in Albania violava il suo diritto a rimanere nel territorio dello Stato. Di conseguenza, la Corte ha disapplicato la norma italiana che permetteva la permanenza a Gjader e non ha convalidato il trattenimento, disponendone la liberazione. In sintesi, la disapplicazione ha permesso di neutralizzare la norma nazionale che autorizzava la detenzione extra-territoriale in Albania, facendo prevalere il diritto del richiedente asilo di soggiornare in Italia durante la procedura di protezione internazionale. Sebbene la Corte abbia ritenuto assorbente il motivo legato al diritto al territorio, la difesa ha sollevato con vigore il tema dell’incompatibilità sanitaria. Il fascicolo sanitario di Gjadër documentava “ideazione suicidaria” e una polidipendenza attiva. La difesa ha sostenuto che il regime detentivo in Albania violasse l’Art. 32 della Costituzione e l’Art. 3 CEDU, a causa della distanza da presidi ospedalieri specializzati e dell’assenza di protocolli di monitoraggio adeguati per le crisi astinenziali. In conclusione, il decreto della dott.ssa Cavaceppi conferma che l’implementazione del Protocollo Italia-Albania non può avvenire a scapito del primato del diritto dell’Unione Europea. La liberazione di R. segna un punto di arresto alla prassi del trattenimento extra-territoriale per quei richiedenti che abbiano già radicato il proprio diritto a una procedura di asilo entro i confini dello Stato italiano, garantendo il rispetto delle garanzie procedurali e della dignità umana. Corte di Appello di Roma, decreto del 20 maggio 2026 Si ringrazia l’Avv. Francesca Viviani per la segnalazione e il commento.