
Dafne. Un racconto
Comune-info - Saturday, July 11, 2026
Foto di Elena Giuliani
“Dafne. Un racconto di fantasia molto reale” è un testo di Alessandro Meo “Sante” apparso in Genova 2001-2021. Cerchi della memoria (Edizione Elementi Kairos), un libro curato da Ilaria Bracaglia, Gabriele Salvatori e Maddalena Tiburzio. Raccontare non è solo fare memoria ma connetterci agli altri. Siamo fatti di atomi, ma anche di storie, ricordava Eduardo Galeano.
Mi chiamo Dafne, ho ventisette anni e vivo a Genova praticamente da sempre. Seguo con attenzione i movimenti della città da quando ho più o meno 17 anni, dalla scuola ai collettivi dei centri sociali e ora, da qualche anno, frequento le assemblee di Non una di meno che è lo spazio nel quale mi sento veramente a casa. Ma questa è una storia a parte.
Questo racconto invece ha a che fare con l’esperienza di una bimba in quelle giornate di luglio di 20 anni fa. Un bimba di soli 7 anni, è vero, ma che ne conserva un ricordo importante, a volte confuso, a volte lucido. Sicuramente un ricordo che per la mia famiglia ha significato tanto.
In quegli anni vivevamo in un piccolo appartamento in affitto nel centro storico di Genova. Diciamo, per chi non lo conosce, che abitavamo in una parallela di via del Campo, luogo storico che il grande Faber ha fatto conoscere ai più. Mia mamma e mio papà, lei zeneize doc, lui genovese di adozione e romano di origine, lavoravano nella scuola. Mio padre insegnava italiano alle medie, mia mamma matematica in un liceo scientifico di Quarto, poco fuori della città.
L’aria di Genova in quei giorni me la ricordo bene: le inferriate, le barriere metalliche, i controlli dei documenti, e mio padre che sbuffava. Non capivo praticamente nulla e poco mi veniva raccontato, tanta forse era l’incertezza o l’incredulità di fronte a quella situazione.
Il primo ricordo nitido è mia nonna che si presenta a casa il martedì di quella settimana, valigia alla mano. Avrebbe passato un po’ di giorni a casa con noi, in vacanza, percepivo io. E sinceramente mi faceva piacere, la nonna mi riempiva di attenzioni e di regali, insomma un po’ come tutte le nonne.
Mi ricordo un gran caldo, come sempre a luglio. E il giorno dopo il suo arrivo una serata magica, una gran festa vicino al mare. I miei mi avevano portato con loro, anche se mamma non era poi così d’accordo. Comunque io mi ero divertita un sacco e mamma mi ha confessato anni dopo che quella sera era ubriaca da far schifo. Anni dopo mi sono resa conto da sola che quel folletto che saltava e faceva ballare tutti, e lo fa tutt’ora, era Manu Chao. Ha un grande successo. A me sinceramente non ha mai convinto, grande idolo dei frikkettoni, mentre insomma io ho sempre prediletto il punk, magari anche grezzo da garage. Ma anche questa è un’altra storia.
Ero felice. Mia nonna in quei giorni stava infrangendo tutte le regole educative della casa. I miei erano genitori erano super-progressisti, ma insomma le regole non mancavano soprattutto per quel riguardava tv e affini. E in quei giorni, in barba alle regole venne spostata la televisione che stava in salotto nella mia stanzetta e nonna si portò una piccola tv, apposta per lei, da mettere in cucina. Insomma un paradiso, incredibile. Cartoni come se non ci fosse un domani e io di certo non facevo domande per paura che quel sogno potesse finire.
Il giorno dopo la grande festa i miei uscirono presto di casa, che ancora dormivo. Da anni frequentavano i movimenti della città. Tante volte mi avevano portato a visitare la comunità di San Benedetto al Porto. Erano amici di Don Gallo, l’unico prete che ha mai messo piede nella nostra piccola casa e di certo non per benedirla. Entrambi facevano parte del sindacato di base della scuola.
Quel giorno era un altro giorno di musica e di balli. O almeno così avevo intuito per quelle volte che mia nonna mi aveva permesso di uscire sul balcone. Avevo passato tutta la giornata a vedere i cartoni animati ma quando il corteo dei migranti stava passando nelle vicinanze del centro, mia nonna mi aveva preso in braccio per farmi vedere quell’enorme massa di gente che saltava e ballava, un’altra grande festa dopo quella col folletto spagnolo della sera prima.
A quel punto, questo me lo ricordo benissimo, avevo chiesto a mia nonna per la prima volta cosa stesse succedendo in città. La sua risposta era stata che in città c’era una grande riunione fra i presidenti del mondo e si stava organizzando una grande festa di accoglienza. Ma poi aveva concluso: ”Non dire che te l’ho detto, che è una sorpresa e i tuoi poi mi sgridano!” Ti credo. Pensa se mia madre avesse saputo di questa spiegazione a dir poco fantasiosa quanto si sarebbe incazzata, mio padre nemmeno a dirlo che la sopportava a stento, la nonna, che poi era la suocera.
Mi ero tenuta il segreto ovviamente, forse per paura che sparisse il televisore che era magicamente piazzato davanti al mio letto.
Quella sera i miei sono tornati a casa tardi, inebriati da quell’aria di festa, raccontavano alla nonna, ridendo, della bellezza di quella giornata, delle migliaia di persone, dei sans papier. Hanno giocato con me fino alle ore piccole, mi hanno strapazzato con allegria, insomma c’era un’aria che non si respirava da tempo in casa. E se ne sono andati a dormire prendendosi per mano, bellissimi, come se si fossero conosciuti quella sera stessa.
Il giorno seguente il clima era cambiato…
I suoni della festa erano scomparsi nella mia percezione, dalla mia cameretta non si udivano più la musica e i balli delle grandi adunate dei giorni precedenti.
Faceva un gran caldo e nonostante questo nonna aveva deciso di tenere chiusa la finestra del balcone e di accendere il ventilatore mentre passava quella giornata lunghissima incollata al suo piccolo televisore in cucina. Non parlava e il suo volto preoccupato mi inibiva dal farle domande.
Perché se è una festa non posso partecipare? Perché quell’espressione triste sul suo viso? A 7 anni è difficile dare risposte a domande così.
Sentivo sirene in lontananza e non capivo, ricordo che il perenne rumore dell’elicottero sopra le nostre teste iniziava a spaventarmi.
Ero rinchiusa nel mio piccolo mondo protetto, attendendo con trepidazione il rumore delle due mandate della porta di casa che significava il ritorno dei miei genitori a casa, finalmente.
Questo sarebbe avvenuto più tardi, molto più tardi. Era già ora di dormire per me, quando li avevo sentiti entrare, vociare, discutere, litigare fra di loro. Era terribile e quando li ho sentiti piangere non sono riuscita più a trattenermi in quella veglia nel letto e sono scappata fuori. Mi sono gettata d’istinto fra le braccia di mia mamma, e loro due sforzandosi di sorridere, ma ancora singhiozzando, sono riusciti all’unisono, in coro, a pronunciare solo una parola: “Amore!”. C’è voluto parecchio tempo prima che capissi che quel giorno i carabinieri avevano ammazzato un ragazzo. All’inizio pensavo fosse un loro amico, perché in genere si piange la morte di qualcuno che si conosce, pensavo allora. Invece non si erano mai conosciuti ma molti anni dopo, ancora nelle loro parole
e nei loro racconti, sono riuscita a percepire il sentimento che univa mia mamma e mio papà a quel ragazzo, diventato poi un simbolo. Comunque sia, in quel momento, ovviamente credendo ancora alle bugie di
mia nonna, continuavo solo a chiedermi quale diamine di festa fosse quella
dove si finisce piangendo. Mi avevano riportato coccolandomi nel mio letto, impegnandosi goffamente a farmi sorridere e finalmente mi ero addormentata, anche un po’ cullata dalla loro voci che continuavo ad ascoltare.
Il giorno seguente, lo stesso copione: avevo sentito il rumore della porta aprirsi e chiudersi e i passi allontanarsi, ma con mio grande stupore avevo trovato mio papà a preparare la colazione. Solo mia mamma mancava all’appello, l’avrei riabbracciata a sera. La tavola era imbandita come fosse festa. Succo d’arancia, merendine, cioccolata. E mio papà che con una dolcezza infinita si sforzava, nervoso, a scherzare. Era un grande bluff chiaramente, una commedia amorosa, ma a 7 anni non lo potevo comprendere, ero solo felice di quel risveglio. Abbiamo passato una giornata meravigliosa, giocato assieme, guardato i cartoni, mentre nell’altra stanza andava senza sosta la diretta sul piccolo televisore della nonna. E ovviamente l’attenzione di mio padre andava e veniva. Quando a sera si è aperta la porta ed è entrata mia mamma siamo corsi ad abbracciarla tutti e due, e mio padre probabilmente aveva un espressione ancora più infantile della mia nell’accoglierla a casa.
L’ultima cosa che vi posso raccontare rappresenta uno dei ricordi più forti che ho della mia infanzia. Uno di quei ricordi che una si porta appresso per tutta la vita e che di certo ha segnato una svolta nella vita dei miei genitori. La mattina dopo, la domenica, ultimo giorno di quella assurda settimana, svegliandomi avevo trovato i miei imbambolati, in silenzio di fronte al televisore spento. Non dicevano una parola, guardavano il vuoto, sembravano totalmente assenti dalla realtà. Prosciugati, probabilmente, da un dolore che ovviamente io non potevo comprendere in quel momento. Nemmeno io ebbi la forza di fiatare, e da lì iniziò una settimana di silenzi che terminò solo quando decisero di portami a casa della nonna, a Sestri. Era estate, avevo voglia di spiaggia, di bagni e con la nonna ci stavo bene. Mi ricordo che però provavo tristezza per loro. Non capivo gli avvenimenti e probabilmente avevo paura che non si volessero più bene come una volta.
Sette anni dopo sono andata per la prima volta con loro, il 20 luglio, a piazza Alimonda. Mi hanno fatto conoscere Haidi, la mamma di Carlo Giuliani e mi hanno raccontato per bene la storia della scuola Diaz. Quella storia un po’ già la conoscevo, ma ascoltarla da loro mi ha aperto la porta di quel ricordo indelebile. Per la prima volta ho capito cosa era successo quella domenica mattina di fine luglio.
I miei genitori erano – ora sono in pensione – insegnanti per passione. Ci anno sempre creduto. Quell’ultima notte, il luogo più importante delle loro vite era stato trasformato in una “macelleria messicana”, nello stadio di Santiago del Cile.
Avevano trasformato il futuro in un inferno. Le macchie di sangue su quei banchi se le portano ancora appresso, ne sono sicura. Era una scuola. Praticamente un tempio, un luogo sacro per loro. Ma badate bene, non il sacro dei bigotti. Il sacro che era amore per un altro mondo possibile. Sacro che era Giusto. Quel sacro che avevano imparato da quel prete con il sorriso dolce che avevo visto nella nostra piccola casa accanto a via del Campo.
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