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La mia esperienza in un “albergue de seguridad” per migranti in Messico. Seconda parte
Seconda parte del racconto di Veronica, una giovane volontaria italiana,  sull’esperienza vissuta in un centro riservato a rifugiati e richiedenti asilo a Tapachula, nell’estremo sud-est dello Stato del Chiapas, in Messico, vicino al confine con il Guatemala. Link alla prima parte dell’articolo. Come arrivano le persone all’“albergue de seguridad”? Principalmente attraverso altre associazioni (Acnur, Jesuit Refugees Service, Oim, FrayMa). Quando qualcuno arriva spontaneamente alla porta, specialmente se centroamericano, viene valutata la situazione, verificato che abbia già iniziato un percorso di richiesta asilo e fatto un controllo dei documenti. Questa misura, che al primo impatto mi è sembrata troppo drastica, ha in realtà l’obiettivo di evitare che i persecutori possano entrare, mantenendo al primo posto la sicurezza degli ospiti. Qui le persone ricevono un posto sicuro per dormire, beni di prima necessità e prodotti basici di igiene, abbigliamento e tre pasti al giorno – purtroppo ad oggi, dati i tagli dei fondi, non sufficienti a un’alimentazione equilibrata. Recente il caso di una neonata portata d’emergenza in ospedale, il cui problema era proprio l’alimentazione non corretta della mamma. I dormitori sono suddivisi tra uomini, donne, famiglie (solo nel caso di padri con figlie e famiglie complete con bambini piccoli) e sezione dedicata alle diversità, di fatto l’unica in tutta la provincia. Oltre all’assistenza umanitaria, gestita da un’equipe composta da staff, volontari locali e volontari che come me vengono a passare qui un periodo (solitamente 6 mesi) e vivono all’interno del centro (a maggio eravamo in tutto oltre 15 persone tra staff e volontari nella sezione assistenza umanitaria), esiste un servizio di assistenza integrale. Supporto legale e aiuto nella ricerca di un lavoro, anche se irregolare; visite mediche, dentistiche e supporto psicologico in rete con altre associazioni (MSF, MdM, Save the Children…). Una scuola con ore dedicate a tutte le età. Uno spazio per le donne e un circolo di ascolto, confronto e attività che ha luogo ogni settimana. Una piccola biblioteca, una sala computer, uno spazio di gioco per i bambini, un campo per partite di calcio, basket, o pallavolo. Grazie ai volontari e ad altre associazioni, vengono costantemente promosse attività per adulti e bambini. La notte del cinema, la serata dei talenti, il corso di ballo, quello di spagnolo per la popolazione haitiana. In questi mesi, un’ospite sordomuta ha organizzato con il supporto di un volontario un corso di lingua dei segni, affinché volontari e utenti potessero comunicare con lei e imparare un nuovo linguaggio. Poi, quando è possibile, qualche uscita con i bambini, attività specifiche legate a feste o ricorrenze, laboratori per i più piccoli. Tutti gli utenti maggiorenni e senza problemi di salute o impedimenti fisici vengono suddivisi in squadre e ogni mattina, così come dopo ogni pasto, si occupano della pulizia delle aree comuni. Noi volontari controlliamo che tutto venga svolto correttamente e non è il migliore dei lavori. Qualcuno non si presenta, qualcuno si infastidisce perché fa sempre più di altri. Qualcuno torna stanco da 10 ore di lavoro. Ma in realtà sento che questo sistema crea comunità, senso di appartenenza degli spazi, e cosa più importante, evita di cadere nella tentazione dell’assistenzialismo. J., che per la sua età non è coinvolto nelle pulizie, ogni mattina alle 7 si propone come volontario per pulire l’area della spazzatura: mi piace lavorare, dice e almeno sento che anche io posso fare qualcosa. Il lavoro dei volontari consiste principalmente nell’aiutare nella preparazione e distribuzione dei tre pasti al giorno, supervisionare le pulizie e presidiare lo sportello nel quale viene distribuito tutto ciò che può servire: sapone, carta igienica, spazzolini da denti, crema, deodorante, assorbenti, pannolini, rasoi, abbigliamento in caso di bisogno, ma anche giochi per bambini e adulti in prestito, ago e filo, un rasoio o una piastra per i capelli, tagliaunghie, forbici, ecc. Parte del lavoro, svolte le mansioni ordinarie, è poi proprio quello che chiamano “socializzazione”: una partita a domino o a scacchi, una a volley con i ragazzi più grandi, un gioco con i bimbi, o semplicemente sedersi su una panchina e ascoltare. Più di una volta, in queste settimane, mi sono sentita ripetere: “Grazie per avermi ascoltato”. C’è chi vuole raccontare la sua storia, chi vuole solo parlarti del cibo nel suo Paese, chi ha bisogno di sfogare lo stress e il malessere di questi mesi rinchiusi con una partita a carte. Una ragazza mi parla della relazione con il figlio di otto anni che ha dovuto lasciare nel suo Paese. Qualcuno racconta il suo viaggio, qualcun altro mi chiede se, in caso di bisogno, sarei capace di uccidere. A volte è sufficiente un complimento per il nuovo colore di capelli o per un vestito. Una delle frasi che più mi hanno colpito mi è stata detta da E., 63 anni, dopo uno scambio di battute sul pessimo pasto appena mangiato (l’ennesimo piatto di “spaghetti” ai würstel): “Sono grato per tutto ciò che mi date qui. Prima di arrivare qua dormivo per strada, mi lavavo nel fiume, mangiavo quello che trovavo. Qui posso dormire al sicuro, fare la doccia e mi ascoltate. Mi avete fatto sentire di nuovo umano.” È proprio da questo episodio che è nata l’idea di organizzare un’uscita al mare, che si trova appena a mezz’ora, ma che raramente gli utenti visitano: per molti anche solo il biglietto dell’autobus è un costo insostenibile, soprattutto per le famiglie. E poi là, una merenda, o anche solo un posto all’ombra, diventano un ostacolo insuperabile. Ci sono andata nel mio primo giorno libero e al ritorno un signore orgoglioso di essere nato “davanti alla spiaggia più bella del mondo”, mi ha confessato di non vedere il mare da 25 anni. Da lì la decisione di organizzare una piccola raccolta fondi in Italia, tra amici e famigliari, per regalare una giornata diversa a chi per settimane o mesi resta chiuso qua dentro. Hanno risposto tutti con grande generosità, permettendo non solo di portare i minori e gli anziani, ma tutte le persone che ne avevano la voglia e la possibilità. Le difficoltà logistiche, organizzative e il tema della sicurezza non sono state poche, ma la giornata, per quanto semplice, per molti è stata davvero speciale. Dimenticare per un attimo la pressione, l’isolamento, la solitudine. Restituire normalità e dignità. Poi quando si fanno queste cose è sempre bellissimo vedere ciò che si genera: qualcuno quel giorno ha trovato un lavoro dignitoso. Si sono generati nuovi contatti e opportunità per tutti gli utenti e per l’albergue (come una visita gratuita all’acquario) e si è rafforzata la rete territoriale. A volte, solo uscire dalla routine genera opportunità. Sarebbe bello che un luogo così avesse la possibilità economica e i finanziamenti per garantire questo tipo di esperienze con continuità. Sarebbe ingenuo dire che sono quelle che fanno la differenza, quando le persone rischiano la vita o non hanno un luogo in cui dormire, ma sappiamo che sono quelle che ci rendono umani, che ci emozionano e che ricordano la voglia di andare avanti. Con alcune persone si sono creati legami più personali e una delle difficoltà è stata senz’altro mantenere un trattamento egualitario con tutti. Il che non è sempre facile, soprattutto considerando la barriera linguistica con alcune persone e i bisogni e le situazioni profondamente diversi. Per me la difficoltà più grande è stata abituarmi alla rigidità del posto. Il regolamento vieta, ad esempio, di fumare all’interno del centro, stabilisce orari specifici di uscita e proibisce di rientrare dopo le 18 se non per motivi di lavoro (comunque da concordare). Sono proibite anche liti, discussioni, insulti, ma anche relazioni sesso-affettive. Anche per una videochiamata è necessario richiedere una stanza chiusa. Durante la mia permanenza, sono state “espulse” diverse persone per varie ragioni: dai casi di molestia, a una lite con insulti tra due donne, entrambe fatte uscire la mattina seguente. Un caso che mi ha colpito particolarmente è stato quello di una madre con un figlio adolescente, che durante la prima notte avrebbe fumato sulle scale e assunto delle droghe, oltre ad aver scattato foto agli altri ragazzi senza il loro consenso. La mattina seguente, tornando dall’Ufficio Immigrazione, hanno trovato le loro cose fuori dal cancello e si sono ritrovati di nuovo per strada. In quel momento ho avuto forti dubbi sul restare in un luogo che non è in grado di dare supporto anziché voltare le spalle in una situazione del genere. È difficile, soprattutto provenendo dal contesto milanese, ricordare che ci sono dinamiche di rischio e sicurezza diverse e che le problematiche che attraversano le persone sono profondamente differenti. È difficile ricordare che questo è un luogo che non si occupa di integrazione, ma di assistenza umanitaria e protezione. Però qui M., a cui hanno ucciso il primo figlio in Honduras, può andare tutti i giorni a lavorare lasciando l’unico figlio che gli rimane, adolescente, senza doversi preoccupare per la sua incolumità, o per il fatto che possa finire nei giri sbagliati. T., papà solo di 4 figlie, fuggito dal suo Paese quando le pandillas (organizzazioni criminali dette anche maras) hanno accerchiato casa sua per dargli fuoco, mi racconta che aveva insegnato alle ragazze, nel caso sentissero degli spari, a salire sul tetto e a scappare da li, anziché scendere a cercarlo o aspettarlo). Quasi non esce perché è sicuro di essere stato seguito fino in Messico e mi dice con le lacrime agli occhi: “Qui, almeno, capiscono subito se possono fare entrare qualcuno. Ti ricordi quel delinquente che è arrivato con la sua mamma? Lo hanno cacciato il giorno dopo e ora sono più tranquillo.” Non sappiamo se quel ragazzino fosse davvero un delinquente, ma è certo che qui a volte è sufficiente una foto pubblicata, una conoscenza di una conoscenza, una parola di troppo o un nome detto alla leggera sul trasporto pubblico per mettere a serio rischio la vita di una famiglia. È difficile stare in un luogo che non è in grado di accompagnare anche chi è più problematico, ma è certo che qui i bambini giocano sereni, i ragazzi socializzano e si divertono e le madri e i padri finalmente respirano tranquilli perché sanno che i figli strappati dalla violenza, dal pericolo e dalla paura sono al sicuro.   Anna Polo
July 20, 2026
Pressenza
La mia esperienza in un “albergue de seguridad” per migranti in Messico. Prima parte
Veronica, una giovane volontaria italiana, ci racconta l’esperienza vissuta in un centro riservato a rifugiati e richiedenti asilo a Tapachula, nell’estremo sud-est dello Stato del Chiapas, in Messico, vicino al confine con il Guatemala. Sono arrivata qui un po’ per caso, come sempre nella mia vita. Mentre cercavo un volontariato da fare in Colombia, dove pianificavo di passare i prossimi mesi, un amico mi ha parlato di questo posto in Messico, un Paese che da tanti anni sogno di conoscere. Quando mi ha detto che si trattava di un centro per rifugiati, dentro di me si sono mosse tante cose. Prima di tutto, la possibilità di dare il mio contributo per il diritto alla mobilità delle persone, nell’ambito di un fenomeno come quello delle migrazioni che da sempre ho creduto prioritario, ma che negli ultimi anni purtroppo mi ha coinvolta personalmente e violentemente. La curiosità di conoscere un sistema diverso di accoglienza, in un Paese così peculiare come il Messico, luogo di partenza, transito e destinazione, la porta di ingresso agli Stati Uniti e il punto di incontro tra nord e sud del mondo. La paura di non saperne gestire il peso emotivo e la speranza di poter conoscere un luogo di accoglienza che funziona. Li ho contattati e sono partita. Dalla città di Tapachula, un pullman stracolmo di persone mi ha portata fino alla cancellata. Mentre portavo le mie cose al dormitorio, un bimbo piccolo mi ha salutato. Come ti chiami? Veronica e tu? Io sono E. e lui e è J, e tu da dove vieni? Noi dal Guatemala. L’ultimo giorno, prima di partire, quando sono andata a salutare la famiglia e ho detto che sarei andata proprio in Guatemala, si sono emozionati. Il piccolo mi ha detto: “Anch’io ci voglio andare, vengo con te e dopo torno qua. Possiamo cercare la mia scuola.” La sua sorellina di otto anni mi ha detto di stare attenta: “Lì a volte sparano.” Alla fine del primo giorno avevo già capito che sarebbe stato più facile del previsto. Nonostante tante criticità che sono emerse poco a poco, lo spazio è umano, le condizioni sono dignitose e anche se molte persone stanno in dormitori da 20 posti con un unico ventilatore in un prefabbricato con temperature medie di 30-35 gradi, la priorità è la relazione umana e ogni persona accolta trova uno spazio sicuro e di ascolto. Tapachula è la città di riferimento di varie frontiere formali, ma anche il punto di arrivo dei cammini di chi entra irregolarmente, attraversando il fiume che in questa regione fa da confine naturale tra Guatemala e Messico. Camminando per il centro, ristoranti cinesi e giapponesi sono testimoni di una migrazione di operai asiatici arrivati a fine XIX secolo (per la costruzione delle rotaie, così mi raccontano, ma non trovo informazioni al riguardo), che si sono poi installati nella regione. Vedo anche venditori ambulanti centroamericani e haitiani, bancarelle di prodotti per i capelli afro e una popolazione africana. La storia delle migrazioni a Tapachula meriterebbe un piccolo approfondimento; io purtroppo non ne conosco i dettagli, ma si percepisce come sia stato punto di transito e meta di diversi gruppi durante gli anni. Più del 60% dei richiedenti asilo in Messico presenta la propria richiesta a Tapachula. Qui li chiamano “albergues”: sono centri di accoglienza temporanea per migranti e a Tapachula ce ne sono una decina, gestiti principalmente da associazioni civili e religiose. Creato nel 2018 a seguito dell’emergenza della “carovana migrante” grazie a un finanziamento di UNCHR-ACNUR e ancora oggi sostenuto principalmente da associazioni e agenzie, quello dove mi trovo è un “albergue de seguridad”, rivolto nello specifico a rifugiati e richiedenti asilo. A causa delle recenti politiche USA, gli ultimi mesi hanno visto un taglio importante dei finanziamenti, che si nota nella quotidianità: i pasti sono sempre più basici (generalmente spaghetti ai würstel, pasta al tonno, soia con verdure e riso, zuppa di fagioli e poco altro) e sono state sospese tutte le attività extra organizzate internamente. Gli ospiti sono principalmente persone che scappano da persecuzioni e violenze; i casi di migranti economici sono rari. Un nuovo fenomeno è invece quello delle persone deportate dagli Stati Uniti. Si tratta principalmente di persone over 60, originarie di Cuba, ma non solo (ad esempio una mamma centroamericana con i suoi due bimbi, la prima nata proprio negli Stati Uniti). Questa nuova utenza presenta bisogni specifici, come cure mediche, letti bassi e dormitori al piano terra (purtroppo nella sezione maschile ne è presente solo uno). Durante la mia permanenza, gli utenti erano tra i 70 e i 77, inclusi minori e neonati. Lo spazio è stato creato per circa 250-300 posti letto, ma ad oggi il numero di ospiti è fortemente ridotto. Da un lato il calo della richiesta è dovuto alla diminuzione delle carovane, al fatto che oggi le persone restano per un tempo molto più lungo – fino a un anno e mezzo- a causa dei ritardi nelle procedure di richiesta di protezione e quindi la popolazione accolta è tendenzialmente più stabile, ma anche la chiusura delle frontiere. Dall’altro la mancanza di fondi rende impossibile abilitare tutti i dormitori (alcuni dei quali avrebbero necessità di manutenzione, i letti andrebbero cambiati ecc) e non permette di offrire un servizio adeguato a un numero così alto di persone, in termini di staff, gestione, alimentazione e distribuzione di beni di prima necessità e servizi. La popolazione si divide, indicativamente, in un 60% di uomini e un 40% di donne, con al momento due utenti che si identificano in “differenze”. Una ventina quasi i minori, che includono adolescenti e giovani, bambini e neonati (l’ultimo è nato nel centro il giorno prima che io arrivassi). Foto di Ale Cárdenas Olguín I principali Paesi di provenienza sono Haiti (33%), Honduras (20%) e Cuba (12%). La maggior parte dei cubani sono in realtà persone migrate molti anni fa negli Stati Uniti (alcuni hanno vissuto là per oltre 25 anni, qualcuno è arrivato che era minorenne e là ha costruito la sua vita), che per mancanza di accordi con Cuba vengono deportati in Messico, proprio nel punto più a sud, per “scoraggiare” un nuovo tentativo di ingresso negli Stati Uniti. Il resto proviene da altri Paesi del centro America e Caraibi (Guatemala, El Salvador, Repubblica Dominicana), da Colombia e Venezuela, ma anche da Benin, Iran e Russia. Alcuni minori sono nati negli USA o in Messico. Tapachula è una regione povera e con un grande problema di criminalità (dai cartelli alla delinquenza), di cui i migranti come sempre sono le prime vittime. Attraversare il Messico non è facile: continui posti di blocco, militari, narcos, rapimenti, aggressioni, tratta di persone. Dal momento della richiesta di protezione fino alla risposta che, se positiva, concede la residenza, le persone ricevono una specie di permesso provvisorio, che non permette loro né di lavorare formalmente, né di spostarsi liberamente nel Paese. Durante questo tempo, che può arrivare a due anni a causa della corruzione, i richiedenti asilo devono presentarsi e firmare all’ufficio COMAR ogni due settimane e non possono uscire dallo Stato nel quale hanno fatto richiesta (per questo le deportazioni avvengono qui) Alcuni vengono per restare. Altri volevano raggiungere gli Stati Uniti, ma con la chiusura delle frontiere decidono di stabilirsi in Messico. Qualcuno aspetta solo la prima occasione per andare oltre confine, o per tornarci. La maggioranza aspetta la residenza per spostarsi al centro o al nord del Paese, dove le opportunità lavorative sono buone e gli stipendi dignitosi. E., ad esempio, mi dice: “Ho lasciato Cuba a 16 anni. Non ho niente là. La mia famiglia, i miei amici, tutti sono negli Stati Uniti. Li ci sono i miei figli. Prima o poi riapriranno la frontiera, aspetto solo il momento giusto, per me qui non c’è niente”. Qualcuno invece sogna di aprire un ristorante in Messico. Per altre persone, l’unica meta è allontanarsi il più possibile dai propri persecutori: si fermeranno dove non riusciranno a trovarli. Anna Polo
July 19, 2026
Pressenza
Dispositivi della frontiera diffusa
I NUOVI CENTRI PER EFFETTUARE LE PROCEDURE DI FRONTIERA DELLE RICHIESTE D’ASILO SARANNO LA BASE LOGISTICA DEL MODELLO DI SFRUTTAMENTO SPERIMENTATO A PARTIRE DAGLI ANNI NOVANTA NEL SUD ITALIA PER L’AGRICOLTURA -------------------------------------------------------------------------------- Trieste, migranti della Rotta Balcanica. Foto di Lorena Fornasir -------------------------------------------------------------------------------- In maggio il Dipartimento Libertà civili e immigrazione del ministero dell’Interno ha pubblicato una circolare che illustra in maniera estremamente chiara gli orientamenti politici del Governo Meloni in merito alla gestione delle frontiere, a seguito dell’applicazione del Patto Europeo su migrazione e asilo. Questo documento, passato in sordina rispetto al dibattito pubblico sul tema, ridefinisce in maniera radicale il ruolo delle frontiere, stravolgendo le prassi e le garanzie democratiche effettive per l’esercizio del diritto d’asilo. In realtà, la circolare non è altro che l’esposizione degli orientamenti decisi dal Governo per recepire il nuovo regolamento procedure n° 1348 del 2024[1], in particolare l’art. 54, che definisce i criteri generali dei luoghi per l’espletamento delle procedure di frontiera per le richieste d’asilo. Dunque, il radicamento normativo espresso dalla circolare è il nuovo regolamento procedure, che consente di creare questi nuovi criteri che portano a un modello di frontiera diffusa. Tuttavia, è il Governo a decidere quali luoghi utilizzare per le procedure di frontiera, il profilo che devono assumere e la loro ubicazione. Proviamo a formulare delle ipotesi di lettura e interpretazione politica di questi documenti: in ragione di una presunta e non meglio specificata “particolare connotazione geografica nazionale”, non si esclude alcun sito in cui effettuare le procedure di frontiera e si introduce la possibilità di utilizzare unità operative itineranti; tutti i luoghi classificati come “frontiera” fanno parte di una “rete nazionale a supporto della frontiera esterna dell’Unione”. Questa definizione chiarisce l’obiettivo politico, ma non spiega le procedure da applicare per evitare il rischio di una compressione o addirittura di una sospensione del diritto d’asilo e della mancata applicazione della Convenzione di Ginevra. In pratica, si assiste a uno spostamento verso l’interno del concetto di frontiera, trasformando ogni luogo in un valico di frontiera. Per rendere concreta questa bizzarra interpretazione del concetto di frontiera, imposta dal Regolamento procedure, il Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione ha redatto un elenco dei valichi di frontiera, suddividendoli in 52 zone aeree e 111 zone marittime, e ha assegnato a ciascuna di queste zone un’area di competenza. Naturalmente, le frontiere terrestri non sono contemplate nell’elenco, in quanto l’Italia non ha frontiere terrestri con paesi esterni all’Unione Europea e le procedure di frontiera si applicano alle frontiere esterne, ovvero quelle che dividono un paese membro dell’UE da un paese non membro. Fa eccezione solo la Svizzera, che non è membro dell’UE, ma applica le norme del Patto di Schengen, tra cui l’applicazione del nuovo regolamento RAM che sostituisce il regolamento di Dublino. Le zone di terra di pertinenza della Rotta Balcanica, uno dei canali di ingresso più importanti del Paese, ad esempio, non dovrebbero avere luoghi dedicati alla gestione delle procedure di frontiera terrestri. I posti individuati per la zona di frontiera orientale, il Friuli Venezia Giulia, dovrebbero infatti essere dedicati esclusivamente  agli ingressi nella zona del porto di Trieste e dell’aeroporto di Ronchi dei Legionari, dove potrebbero avvenire gli arrivi  dalla frontiera esterna. Sappiamo già che le fantasie del governo non vanno in questa direzione. Quando queste ridicole procedure verranno applicate, sarà necessario monitorare molto bene cosa accadrà in quell’area del Paese, già tristemente nota per i respingimenti illegali avvenuti durante il periodo della pandemia[2]. La circolare, pur affermando in modo assertivo che sono già stati individuati i luoghi in cui in via prioritaria verranno svolte le procedure di frontiera,  quelli attivati dalla cosiddetta Legge Puglia (563/95) prodotta dal Governo Dini e mai più smantellati per un totale di 3132 posti, ci fa sapere anche che verrà recuperato l’utilizzo degli hotspot attivi e non[3], per un totale di 3519 posti, che attiverà 3804 nuovi posti[4] e che in caso di necessità si potranno utilizzare anche i posti disponibili nel sistema dei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), che in questi anni hanno sopperito all’inadeguato allargamento del Sistema SAI, dunque una funzione completamente diversa rispetto a quella che si vuole attribuire con l’indirizzo ministeriale introdotto dalla circolare. Inoltre sono stati individuati 489 posti dedicati al trattenimento per le procedure di frontiera[5]. Tutti questi posti sono attivati per concorrere a raggiungere la “capacità adeguata” stabilita dagli accordi europei e tuttavia si precisa che nonostante l’avvio dei posti è contemplata l’ipotesi di non vincolare le procedure di frontiera a luoghi deputati solo a questa mansione. Questo comporta che i luoghi attivi potranno essere utilizzati in modo flessibile in base alle esigenze procedurali. È del tutto evidente che tale promiscuità produrrà una riduzione e una compressione delle attività dedicate alla tutela dei richiedenti, come già avviene nei luoghi promiscui allestiti negli anni, vedi i casi di Brindisi Restinco e Gradisca D’Isonzo (Gorizia) dove nella stessa area sono attivi spazi dedicati ai richiedenti asilo e spazi dedicati alle persone trattenute nel CPR e dove l’accesso ad enti di tutela è ridotto e ampiamente osteggiato. Questi stessi centri dedicati ai richiedenti asilo oggi diventano anche luoghi dove possono essere svolte le procedure di frontiera. Insomma, la chiarezza di questa circolare è data dalla esplicitazione politica della volontà di rendere flessibile e discrezionali i diritti e creare sovrapposizione procedurale allo scopo di tenere in un limbo giuridico ed esistenziale le persone che arrivano per chiedere protezione internazionale. All’interno delle modifiche legislative realizzate dall’introduzione del Patto migrazione e asilo UE, tra le quali la finta revisione del vituperato Regolamento Dublino, che prende il nome di RAM e lascia inalterato il principio che a valutare la procedura d’asilo sia il primo paese Ue nel quale avviene l’ingresso del richiedente asilo, l’Italia sta riproponendo la funzione che ha tenuto negli ultimi trenta anni: precarizza  gli ingressi, costruisce o allestisce grandi strutture per contenere le persone in procedura di asilo, non agevola percorsi di accoglienza e integrazione tali da consentire una vita degna e incanala i richiedenti dentro i circuiti del lavoro, creando un filo diretto fra il regime di frontiera e i canali dello sfruttamento[6]. Abbiamo verificato negli anni che le procedure di frontiera accelerate, quelle che il regolamento procedure sistematizza, comprimono i diritti delle persone perché rispondono ad esigenze di propaganda di emergenza e non alla effettiva verifica delle condizioni delle persone. Inoltre i tempi annunciati dalle norme quasi mai vengono realmente mantenuti. Le procedure di frontiera, sistematizzate dal regolamento procedure già citato, prevedono anche una estensione da 60 a 90 giorni per accedere al mercato del lavoro. Come illustrato altrove, questa modifica, questa modifica legislativa non incide sui processi reali, anzi contribuisce a precarizzare e a modellare il mercato del lavoro dove sorgeranno i centri. Questa scelta politica si rende palese oggi, perché rompe una prassi consolidata negli anni di allestire grandi centri nelle aree del Sud e della Sicilia con alta capacità di assorbimento lavorativo, di manodopera poco qualificata, per ampliare anche al nord le zone di utilizzo dei grandi centri  così da coprire la domanda di manodopera inevasa derivante dalla caotica e volutamente inefficiente procedura del decreto flussi. A questo proposito, è sufficiente comparare i dati relativi al numero di richieste pervenute nel decreto flussi dalle varie regioni italiane e ai tassi di successo delle procedure di rilascio dei permessi di soggiorno per comprendere che il mondo produttivo spinge a richiedere manodopera a basso costo anche per effetto della crisi del manifatturiero del nord, in particolare quello che dipende dalle relazioni economiche con la Germania. I dati prodotti dalla campagna “Ero straniero”[7]  ci offrono un’opportunità per approfondire questa analisi. Si evidenzia che le domande pervenute presso le prefetture sono 720.467, su una disponibilità di quote di 119.836. Solo 24.858, il 20,7%, sono le pratiche concluse con successo. In termini numerici assoluti, la classifica delle cinque regioni con il maggior numero di domande presentate è la seguente: Campania (40.116), Lombardia (36.222), Lazio (24.120), Veneto (23.596), Emilia-Romagna (15.489). Analizzando i dati, emerge una corrispondenza geografica tra l’apertura dei nuovi centri governativi per le procedure di frontiera menzionati e le richieste di nulla osta lavorativo del decreto flussi. I numeri attribuiti ai singoli centri non sono essenziali, sebbene non siano metodologicamente privi di connessione. Come dimostrato dalla nostra analisi nel tempo, i grandi centri si rivelano strumenti logistici ad alta rotazione, fungendo da collettore per la creazione di zone franche destinate a fungere da bacini di manodopera just in time. Dunque, ciò che intravediamo sul piano politico è che il Patto Ue su migrazione e asilo si sta assestando come un grande strumento di propaganda liberista e sta attuando un cedimento dall’interno di un complesso quadro normativo che ha come scopo la garanzia di diritti soggettivi inalienabili. Il composito pacchetto legislativo e culturale sul quale il Patto Ue  sta agendo avrà effetti sul quadro generale delle politiche continentali in termini di divisione internazionale del lavoro sia rispetto al bacino del mediterraneo sia rispetto ai singoli stati nella articolata gerarchia interna alla UE. La linea del Governo Meloni  ancora l’Italia a un settore manifatturiero che tiene i suoi equilibri sulla manodopera non qualificata e su settori produttivi a basso contenuto tecnologico. In ragione di ciò lo sfruttamento della manodopera straniera è in linea con il modello produttivo ricercato dal Governo e le scelte logistiche in tema di procedura di frontiera si legano in maniera stretta con le esigenze del mercato del lavoro che abbiamo adottato. Queste procedure, in sintesi, operano simultaneamente a decostruire il diritto d’asilo e cercano di superare anche i pochi e irrealistici vincoli imposti dallo strumento giuridico del Decreto Flussi. Un tentativo maldestro. -------------------------------------------------------------------------------- [Gianluca Nigro, Associazione Finis Terrae] -------------------------------------------------------------------------------- [1] https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=OJ:L_202401348 [2] https://altreconomia.it/la-feroce-normalita-dei-respingimenti-illegali-ai-confini-dellunione-europea/ https://altreconomia.it/i-respingimenti-italiani-in-slovenia-sono-illegittimi-condannato-il-ministero-dellinterno/; [3] Isola Capo Rizzuto, Roccella Jonica, Reggio Calabria, Vibo Valentia, Taranto, Lampedusa, Porto Empedocle, Catania, Messina, Pozzallo, Augusta, Pantelleria [4] In Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Piemonte Sardegna, Sicilia, Toscana, Veneto [5] Modica (Ragusa), Porto Empedocle (Agrigento) Gjader (Albania) [6] https://www.osservatoriorepressione.info/patto-per-chi-il-regime-di-frontiera-e-lo-sfruttamento/ [7]https://erostraniero.it/territori/ -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Osservatorio repressione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dispositivi della frontiera diffusa proviene da Comune-info.
July 10, 2026
Comune-info
L’accordo Italo-Albanese sulla pelle dei migranti
1. L’accordo migratorio tra Italia e Albania rappresenta un attacco ai principi universali di giustizia e allo stato di diritto. I primi richiedenti asilo arrivano in un centro di detenzione gestito dall’Italia a Shengjin, in Albania, il 16 ottobre 2024.Foto: IMAGO / ZUMA Press Wire   Nel 2023 è stato raggiunto un accordo sulla migrazione tra l’Italia, membro dell’UE, e l’Albania, paese extra-UE. Firmato dal Primo Ministro italiano Giorgia Meloni e dal suo omologo albanese, Edi Rama, e approvato dal Parlamento albanese il 22 febbraio 2024 con 77 voti favorevoli su 140, l’accordo avrà una durata di cinque anni. Esso prevede la creazione di due tipologie di strutture per la gestione dei migranti sul territorio albanese: un “hotspot” (punto di ingresso) e un cosiddetto “Centro per il Soggiorno e il Rimpatrio” (CPR). I migranti, compresi i richiedenti asilo , che arrivano in Italia o vengono intercettati in mare dalla Guardia Costiera italiana transiteranno inizialmente attraverso queste due strutture, dove verrà presa una decisione in merito al loro rimpatrio o alla concessione dell’asilo in Italia. Alfred Bushi è redattore presso l’Istituto per la critica sociale e l’emancipazione e lavora anche come traduttore. Il campo del CPR si trova a Gjadër, un piccolo villaggio nel nord-ovest dell’Albania, in un’ex installazione militare non operativa. Gjadër e l’area circostante sono state per molti anni sotto l’influenza della Chiesa cattolica e dell’Ordine francescano. Il campo opererà interamente sotto la giurisdizione italiana e sarà gestito da istituzioni e aziende italiane; pertanto, l’intero processo sarà gestito dalla parte italiana. L’Albania collaborerà per la sorveglianza e la sicurezza al di fuori dei centri. I migranti non saranno liberi di lasciare questi centri, ma saranno costretti a rimanervi fino a quando non verrà presa una decisione sul loro rimpatrio. Una volta completato, il centro, attualmente in costruzione, avrà una capacità di 3.000 persone e costerà 600 milioni di euro in cinque anni, interamente a carico dell’Italia. Secondo Potere al Popolo , partito di sinistra italiano, “il costo stimato della traversata dall’Italia all’Albania si aggira tra i 250.000 e i 290.000 euro, circa 18.000 euro a migrante. Una spesa ingente per chi da anni si lamenta che l’Italia ‘spreca’ troppi soldi per il soccorso e l’accoglienza dei migranti”. RIFUGIO O DETENZIONE? Al centro di questo accordo bilaterale c’è la creazione di una zona extraterritoriale in Albania, dove i migranti provenienti dall’Italia saranno accolti e trattenuti. Questo “accordo”, come viene tecnicamente definito, mira a frenare i flussi migratori esternalizzando il processo di valutazione dello status dei migranti e indebolendo il diritto d’asilo. Secondo gli esperti , questo accordo è unico, in quanto si basa sul concetto di “spostamento degli oneri” , ovvero il trasferimento della responsabilità per l’accoglienza e il rimpatrio dei migranti ad altri Paesi. In merito alla creazione di un campo per migranti e richiedenti asilo in Albania, sono emersi due atteggiamenti contrapposti: uno è fondamentalmente politico, radicato in idee populiste di estrema destra, mentre l’altro si concentra sul diritto internazionale, sulla giustizia e sulla democrazia in senso più ampio. L’approccio politico si concentra esclusivamente sulla gestione dei flussi migratori verso l’Italia e l’Europa nel suo complesso. Questo approccio, associato all’estrema destra, non cerca una vera soluzione, ma mira piuttosto a spostare il problema oltre i confini italiani. Ad esempio, Giorgia Meloni ha definito questa politica un accordo “liberatorio”, apparentemente inteso ad alleviare la pressione migratoria sull’Europa. Affermando che il problema principale dell’Italia è l’immigrazione e che la soluzione risiede nel rimpatrio dei migranti in Albania, si limita a spostare la questione al di fuori dei confini italiani e dell’UE, una soluzione che sembra convenire a tutte le parti coinvolte. La questione dovrebbe quindi essere esaminata nel quadro delle politiche anti-immigrazione promosse da partiti populisti come la Lega Nord di Salvini e Fratelli d’Italia di Meloni, di cui quest’ultimo è ampiamente considerato un partito neofascista. [1] Tuttavia, un sondaggio di Sky TG24 mostra che oltre il 55% degli italiani si oppone alla creazione di campi per richiedenti asilo e migranti in Albania, mentre il 57% è insoddisfatto delle politiche migratorie del governo italiano. I principali partiti di opposizione italiani, così come diversi collettivi di sinistra, si oppongono all’accordo . Anche la Caritas e altri gruppi della società civile italiana hanno espresso preoccupazione per l’accordo: “Il denaro sarebbe stato meglio investito nei processi di integrazione, allontanandosi così dalla logica punitiva del migrante che arriva irregolarmente sul suolo italiano e non ha diritto a nulla”. Dal punto di vista del governo albanese, l’approccio populista a questa questione pone delle sfide, poiché considera l’accordo come il pagamento di un vecchio debito – un aspetto che approfondiremo in seguito. Senza contare che questo approccio tratta i migranti come strumenti anziché come esseri umani con dignità e diritti universali inalienabili. Durante la sua visita in Albania, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha espresso il suo sostegno alla politica, affermando che l’UE non si oppone all’accordo bilaterale per il trasferimento dei migranti nei campi in Albania, ma si limiterà a monitorarne l’attuazione. Da un lato, abbiamo quindi i politici europei e i tecnocrati dell’UE che sostengono l’accordo, concentrandosi unicamente sui suoi processi e risultati, trascurando le conseguenze e le modalità di attuazione del progetto nel suo complesso. Dall’altro lato, una recente sentenza di un tribunale di Roma, basata su una decisione della Corte di giustizia europea, ha imposto il rimpatrio in Italia dei primi 16 migranti inviati al campo di Gjadër, in quanto non provenienti da paesi considerati “sicuri”. L’accordo prevede che possano essere rimpatriati solo i migranti provenienti da paesi ritenuti “sicuri”, ovvero dove i diritti civili sono rispettati e vige un ordine democratico. Tuttavia, la Corte di giustizia europea afferma che, affinché un paese possa essere classificato come “sicuro”, non solo deve essere soggetto all’articolo 15 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ma deve anche garantire la sicurezza su tutto il suo territorio. Tale sentenza riconosce l’autorità della Corte di stabilire, sulla base delle circostanze e delle prove, se un paese sia effettivamente sicuro. Anche la Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović, ha espresso preoccupazione per il fatto che le misure proposte nell’accordo aumentino significativamente il rischio di esporre rifugiati, richiedenti asilo e immigrati a violazioni dei diritti umani. La Corte costituzionale albanese ha approvato l’accordo, ma ha limitato la sua valutazione a considerazioni di sovranità e territorialità, senza affrontare le potenziali violazioni dei diritti umani, a differenza di quanto fatto dalla Corte europea . Nel novembre 2023, dopo la firma del protocollo, un gruppo di organizzazioni della società civile e attivisti per i diritti umani ha chiesto all’Albania di ritirarsi dall’accordo perché “potrebbe comportare una privazione ingiusta della libertà di movimento per i richiedenti asilo, violando il principio internazionale di ‘non respingimento dei richiedenti asilo’, con potenziali conseguenze legali per lo Stato albanese”. > Ancora oggi, i neofascisti continuano ad attaccare le istituzioni > democratiche, la separazione dei poteri e le organizzazioni che soccorrono i > migranti in mare.   Il partito politico di sinistra Lëvizja Bashkë ha espresso la sua opposizione alla costruzione di quelli che definisce “campi di internamento”. Diversi attivisti albanesi e residenti della zona circostante il campo hanno protestato e denunciato l’accordo, sostenendo che l’Albania ha il più alto numero di emigranti e richiedenti asilo nella regione (l’Istituto di Studi Economici Internazionali di Vienna stima che dal 2010 al 2019 quasi 500.000 persone siano emigrate dall’Albania) eppure si sta impegnando per risolvere il problema migratorio europeo. Un’altra protesta si è tenuta il 16 ottobre, quando la prima nave con a bordo migranti è arrivata in Albania al porto di Shengjin. “Il sogno europeo finisce qui”, recitava lo striscione principale della protesta, mentre un altro striscione raffigurava Edi Rama e Giorgia Meloni vestiti da guardie carcerarie. “La crisi migratoria non è una crisi che si può risolvere a spese di altri popoli”, hanno spiegato gli attivisti alla stampa. Il vincitore di questo scontro – che sia la politica populista dell’estrema destra o i principi di diritto, giustizia e dignità umana – determinerà il futuro della democrazia nell’UE. L’attacco di Meloni e dei membri del partito Fratelli d’Italia all’ordine democratico italiano, in particolare alla separazione dei poteri, nonché al diritto internazionale e alla Corte di giustizia europea, a seguito della decisione del Tribunale di Roma di rimpatriare i primi migranti inviati in Albania, dimostra la grave minaccia che la politica di estrema destra rappresenta per le istituzioni democratiche. Come ha osservato Eric Hobsbawm in ” L’era degli estremi” , gli attacchi dell’estrema destra si concentrano sulle istituzioni democratiche e sui diritti e le libertà individuali: una realtà confermata dalla storia degli inizi del Novecento, segnata dall’ascesa del fascismo e del nazismo. Oggi, i neofascisti continuano ad attaccare le istituzioni democratiche, la separazione dei poteri e le organizzazioni che soccorrono i migranti in mare, tra le altre cose. L’indipendenza delle istituzioni statali democratiche, come la magistratura, insieme alle istituzioni culturali in generale, funge da garante delle libertà politiche e sociali, nonché da spazio in cui gli individui prendono coscienza del proprio ruolo nella società e delle sue sfide. Questo è sempre stato inaccettabile per i fascisti del passato, ed è inaccettabile per i neofascisti di oggi. Questi ultimi non affrontano le disuguaglianze e le ingiustizie sistemiche prodotte dal potere sempre crescente delle oligarchie locali e internazionali che dominano progressivamente l’Europa. Tuttavia, attaccando le istituzioni e i diritti umani, mirano a mettere a tacere qualsiasi critica e dissenso interno, mettendo così in pericolo le fondamenta stesse della democrazia. Parte prima Redazione Roma
June 27, 2026
Pressenza
L’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori migranti chiede la regolarizzazione di tutti coloro che vivono in Italia
Si sono riuniti online ieri sera rappresentanti di diverse sedi e città per proseguire la discussione su un percorso che metta al centro la battaglia concreta: la REGOLARIZZAZIONE dei lavoratori migranti presenti in Italia. Una battaglia che non è uno slogan, ma che viaggia sulla pelle, sul destino e sugli interessi reali di centinaia di migliaia di persone. Documenti per tutti: questa è la rivendicazione che ci unisce e attorno a cui vogliamo costruire un fronte comune di lotta e di mobilitazione sociale. Sul resto va detto con chiarezza: la cosiddetta “remigrazione” è uno slogan strampalato, un’invenzione propagandistica dei rigurgiti fascisti e razzisti. Non vale la pena rincorrerla né schiacciarsi in una contrapposizione sterile che fa solo piacere a chi l’ha lanciata e che vive di quella polarizzazione. Il pericolo concreto, quello che ricade davvero sulla vita delle persone, è il nuovo patto europeo su migrazioni e asilo appena approvato. Su questo hanno insistito diversi interventi, tra cui quello di Stefano Galieni di Rifondazione Comunista, sottolineando le ricadute pesantissime per tutti i lavoratori in attesa di asilo politico o di risposte sulla propria condizione. Da Yacuba è venuta la proposta di preparare una petizione che chieda con forza la regolarizzazione dei lavoratori presenti in Italia. Da Ragusa e Vittoria la richiesta di intervenire sulla condizione della residenza e sulle difficoltà che si incontrano nei vari comuni, dove la diffidenza nell’affittare le case ai lavoratori stranieri si traduce in un ostacolo materiale ai diritti. Dai delegati sindacali della logistica è stata rilanciata l’idea di costruire uno sciopero dei lavoratori migranti da realizzarsi entro dicembre, coinvolgendo non solo i lavoratori regolarmente inseriti nel mondo del lavoro, ma soprattutto tutte quelle categorie non contrattualizzate che svolgono attività che, se fermate, danneggerebbero realmente parte dell’economia del paese: braccianti, rider, badanti, lavoratori della ristorazione, della logistica, dell’edilizia. Da Torretta Antonacci è arrivata la comunicazione di una prossima iniziativa da realizzare a Bari in concomitanza con il 4 luglio, festa nazionale statunitense, che il Papa ha deciso di celebrare a Lampedusa in netta contrapposizione con le politiche trumpiane. Da Torretta si intende denunciare non solo le condizioni di vita in quella baraccopoli ma anche l’inerzia del governo nazionale e regionale sulle condizioni di vita e di lavoro del bracciantanto migrante. Si è ricordata infine l’importante iniziativa svolta a Napoli il 20 giugno, che ha visto la partecipazione di migliaia di lavoratori migranti. Il punto nodale emerso dalla discussione si concentra attorno all’impegno per le prossime settimane di lanciare una campagna per la REGOLARIZZAZIONE — documenti per tutti — come rivendicazione centrale, concreta e unificante di tutte le realtà coinvolte, attraverso la predisposizione di una bozza di piattaforma da far circolare, vivere e costruire collettivamente in queste settimane, capace di tenere insieme la battaglia per i documenti, per la residenza, per la dignità del lavoro migrante e l’opposizione al nuovo regolamento europeo. Per tutti noi l’obbligo di continuare in questo percorso e di riconvocarci nelle prossime settimane per dare forma e gambe a questa piattaforma rivendicativa anche attraverso la realizzazione di assemblee informative sul patto UE e incontri pubblici per entrare in contatto con le diverse comunità presenti nelle città e costruire con loro i momenti assembleari necessari per costruire questo percorso di lotta. Redazione Roma
June 27, 2026
Pressenza
I segni della lotta
di Mauro Armanino Dalle mani dei partigiani ai migranti del Sahel, dalle fabbriche agli sfollati delle guerre, le cicatrici lasciate dall’impegno per la dignità umana raccontano una storia che attraversa …
Il mondo di Muhammad
-------------------------------------------------------------------------------- Se un giorno il mondo smettesse improvvisamente di essere raccontato da giornalisti dei grandi media, esperti di geopolitica o storici delle guerre, potremmo affidarci ai rifugiati. Le loro storie, i loro saperi sulla storia e sulla geografia, i loro sogni offrirebbero uno sguardo sul mondo inedito e straordinariamente ricco di senso. Nella poesia Profugo, Maḥmūd Darwīsh scrive: «La terra mi riconosce come le sue spighe, e il cielo sa che sono un figlio della pioggia». Chi opera nei percorsi di accoglienza cerca spesso di mettere al centro proprio le storie dei rifugiati. Unouno è uno spettacolo nato dalla collaborazione tra alcuni progetti di accoglienza dell’ong GUS in Salento e Ippolito Chiarello, attore e regista noto per alcuni spettacoli portati strada o in spazi non convenzionali (“barbonaggio teatrale”). Le vicende raccontate in scena si ispirano alla storia di Muhammad, un ragazzo partito dal Sudan a 13 anni e arrivato in Italia a 23, dopo un lungo viaggio segnato da violenze e torture che lo hanno reso cieco. Il 20 giugno, presso NASCA Teatri di Terra, a Lecce, Unouno è andato in scena in occasione della Giornata mondiale del rifugiato. Qui un’intervista a Ippolito Chiarello. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mondo di Muhammad proviene da Comune-info.
June 20, 2026
Comune-info
Le ragioni del nostro rifiuto
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Oltremani Italia -------------------------------------------------------------------------------- Il nuovo Patto UE su migrazione e asilo non gestisce la migrazione. La respinge, la filtra, la rende invisibile e ricattabile. Oltremani Italia si oppone al nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, che rappresenta una scelta politica precisa e non una “riforma tecnica”: rendere strutturale la detenzione amministrativa e impedire alle persone di esercitare il diritto d’asilo. Queste le ragioni del nostro rifiuto. Detenzione come strumento ordinario Gli “hub” e i centri di trattenimento, inclusi i CPR, già oggi luoghi di compressione sistematica dei diritti e della libertà personale, diventano la norma. Si legittima la detenzione di persone per il solo fatto di essere entrate irregolarmente nel territorio europeo o di chiedere asilo al confine. Questo rappresenta un attacco diretto allo stato di diritto e alle libertà fondamentali. Esternalizzazione e violenza di confine L’Unione Europea paga altri Paesi perché blocchino le persone prima che arrivino. Questo significa spostare la violenza fuori dai propri confini per non assumerne la responsabilità. Le cosiddette “frontiere esterne” sono già oggi luoghi di abuso sistematico. Il Patto le rafforza. Smantellamento del diritto d’asilo Procedure accelerate, “Paesi terzi sicuri”, esclusioni preventive: il diritto d’asilo viene svuotato. Non viene negato formalmente, ma reso sempre più difficile da esercitare. Produzione di sfruttamento Queste politiche creano irregolarità. L’irregolarità produce ricatto. Il ricatto produce sfruttamento. Non è un effetto collaterale: è un meccanismo strutturale e funzionale a un’economia che utilizza lavoro senza diritti. Le politiche migratorie contribuiscono così a costruire una fascia di forza lavoro priva di tutele, funzionale a un sistema economico che si regge anche sulla precarietà. Per Oltremani Italia, opporsi a questo impianto non è una presa di posizione astratta. È una pratica quotidiana e una scelta politica. Ospitare persone, condividere spazi, costruire percorsi di autonomia significa entrare in contraddizione diretta con queste politiche. Significa rifiutare nei fatti un sistema che produce esclusione e affermare pubblicamente un’alternativa. Per questo oggi, più che mai, è necessario rafforzare la base della comunità di Oltremani Italia. Non si tratta di “fare di più”, ma di essere di più. Più case aperte, più persone coinvolte, più legami reali. Non solo come gesto solidale, ma come presa di posizione politica collettiva. Ampliare questa comunità significa aumentare la capacità di resistenza e di costruzione di pratiche diverse, concrete e replicabili. In un contesto in cui i diritti vengono limitati per legge, costruire spazi che li rendono effettivi è già un atto politico. Da che parte stiamo? Contro i muri, contro i confini che escludono, contro le leggi che producono marginalità. Oltremani continuerà a stare da questa parte contro la normalizzazione della detenzione, contro l’esternalizzazione delle frontiere, contro l’uso dell’irregolarità come strumento di governo. E per una società in cui casa, diritti e dignità non siano subordinati allo status giuridico delle persone. E scegliamo di dirlo pubblicamente. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le ragioni del nostro rifiuto proviene da Comune-info.
June 16, 2026
Comune-info
Io sono la guerra. Parola di rifugiata
di Mauro Armanino (ripreso da versiinvolo.blogspot.com) A Niamey, capitale del Niger, l’avevamo battezzato ‘ Gruppo del 20 giugno’. Data e nome non erano casuali. Ricordavano ai rifugiati e ai governanti che il 20 giugno era l’anniversario della Convenzione sui rifugiati adottata dall’ONU nel 1951. Si tratta di un accordo destinato a proteggere i diritti delle persone rifugiate e di coloro