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“Se la solidarietà è un crimine, siamo incriminabili”: documento aperto alla condivisione
«È una dichiarazione di solidarietà e corresponsabilità nell’impegno civile al fianco del martoriato popolo palestinese e della sua resistenza – spiegano i suoi estensori, Ugo Giannangeli e Giuseppe Natale – È inoltre una lettera aperta rivolta ai responsabili del genocidio palestinese e a tutti quei governanti e forze economiche e tecnologiche, etnico-religiose e razziste, complici, che sostengono lo Stato d’Israele. È anche un atto di autodenuncia sottoposto all’attenzione della magistratura». > “SE LA SOLIDARIETÀ È UN CRIMINE… SIAMO INCRIMINABILI” > > Noi cittadine e cittadini, noi persone impegnate nel denunciare e nel > contrastare, per fermarlo, il genocidio del popolo palestinese, siamo > profondamente colpite nella nostra umanità e inorridite di fronte alla lucida > e spietata determinazione genocidaria del governo e dell’esercito israeliani. > > Siamo altresì colpiti nella nostra personale dignità quando vengono messe in > prigione persone che operano in soccorso delle vittime palestinesi con aiuti > materiali ed economici, in particolare rivolti ai bambini e alle bambine. > > Siamo allarmati e fortemente preoccupati quando si criminalizzano, anche da > parte della magistratura italiana, associazioni di beneficenza della diaspora > palestinese e si mettono sotto accusa i loro rappresentanti in quanto > sarebbero responsabili di destinare i fondi raccolti ad Hamas, ritenuta > organizzazione terroristica. > > — > > Essendo cittadine/i informati e consapevoli, sentiamo il dovere di precisare: > > 1 . Secondo la Convenzione internazionale per la soppressione delle attività > di finanziamento al terrorismo del 1999 è terroristico “ogni atto finalizzato > a causare la morte o lesioni personali gravi a un civile o ad ogni altra > persona che non prende attivamente parte alle ostilità in una situazione di > conflitto armato quando lo scopo di questo atto […] è quello di intimidire una > popolazione oppure di costringere un governo o un’organizzazione > internazionale a compiere o ad astenersi dal compiere un determinato atto”. > > 2 . Alla luce di questa definizione si può affermare che Israele ha sempre > praticato il terrorismo, alle origini con Irgun e Banda Stern, successivamente > con esercito e coloni. > > Basti pensare, per esempio, al cecchinaggio durante la Grande marcia del > ritorno nel 2018-2019 e agli ordigni esplosivi usati indiscriminatamente in > Libano contro la popolazione civile nel settembre 2024, con centinaia di morti > e migliaia di feriti, tutti disarmati e inermi, che manifestavano, nel primo > caso, per il diritto al ritorno (Risoluzione ONU 194/48); nel secondo caso > tutti civili che si recavano al lavoro o a scuola, passeggiavano o guidavano > taxi. > > 3 . Con la Legge fondamentale del 19 luglio 2018, Israele si definisce “Stato > nazionale del popolo ebraico”, cioè a sovranità etnico-religiosa, e, > dichiarando “lo sviluppo dell’insediamento ebraico come un valore nazionale”, > ha proclamato di intendere agire “per incoraggiarne e promuoverne la creazione > e il consolidamento”. > > “Insediamento ebraico” sta per colonizzazione, cioè un crimine che con questa > legge assurge a valore nazionale. Israele quindi è uno Stato occupante che > promuove il colonialismo di insediamento. > > Per il diritto internazionale la resistenza contro l’occupazione, anche > armata, è legittima e anche secondo il protocollo aggiuntivo, adottato nel > 1977, alle Convenzioni di Ginevra del 1949 relative alla protezione delle > vittime dei conflitti armati internazionali, la popolazione di un Paese > occupato da una potenza straniera ha il pieno diritto di lottare per la > propria liberazione. > > Tali norme sono applicabili “nei conflitti armati in cui i popoli lottano > contro la dominazione coloniale e l’occupazione straniera e contro i regimi > razzisti nell’esercizio del diritto dei popoli di disporre di sé stessi > consacrato nella Carta (Statuto) delle Nazioni Unite”. > > In specifico per il popolo palestinese la risoluzione ONU 37/43 del 1982 > afferma: “Considerando che la negazione dei diritti inalienabili del popolo > palestinese all’autodeterminazione, alla sovranità, all’indipendenza e al > ritorno in Palestina e i ripetuti atti di aggressione da parte di Israele > contro i popoli della Regione costituiscono una grave minaccia alla pace e > alla sicurezza internazionale riafferma la legittimità della lotta dei popoli > per l’indipendenza, l’integrità territoriale, l’unità nazionale e la > liberazione dalla dominazione coloniale e straniera e dall’occupazione > straniera con tutti i mezzi disponibili, compresa la lotta armata”. > > 4 . Nel corso del 2024 i massimi organi giudiziari internazionali e l’ONU > hanno emesso decisioni fondamentali contro Israele. > > La Corte Internazionale di Giustizia a gennaio ha ritenuto che quello in corso > a Gaza fosse un “plausibile genocidio” e a luglio ha emesso un parere > consultivo che ha ribadito l’illegalità dell’occupazione, ha condannato > l’apartheid e ordinata la rimozione delle colonie; a marzo il Consiglio di > sicurezza dell’ONU ha ordinato un immediato cessate il fuoco, come sempre > disatteso; a settembre l’Assemblea Generale dell’ONU ha recepito il parere, > dato un termine di 12 mesi per il ritiro dei coloni e ha ordinato agli Stati > di interrompere ogni rapporto con Israele pena la complicità nel genocidio; a > novembre la Corte Penale Internazionale ha emanato gli ordini di arresto di > Netanyahu e Gallant. > > 5 . Il 23 giugno 2026 la Commissione indipendente internazionale del Consiglio > dei diritti umani ha depositato un rapporto, il secondo, ancora più analitico > del precedente. > > Vi si legge che sono stati uccisi 20.179 bambini e ne sono stati feriti 44.143 > e queste sono solo le vittime note, poi ci sono gli scomparsi sotto le macerie > ma anche nelle carceri. Inoltre che “è compromessa la salute riproduttiva e > neonatale” e che “è in atto una strategia per distruggere la continuità > biologica”. E che, come dimostra anche un rapporto dell’organizzazione per i > diritti umani B’Tselem, in Cisgiordania è da tempo in corso una feroce > offensiva tendente a espropriare e a cacciare i palestinesi, e a ripetere la > “soluzione finale” colpendo deliberatamente i bambini, come a Gaza. > > 6 . In questa situazione drammatica, che disumanizza il mondo e lo porta sul > bordo del baratro della terza guerra mondiale e nucleare, che scuote > profondamente le coscienze, cosa fa il governo italiano nonostante l’articolo > 11 della Costituzione italiana? > > Introduce il DDL che di fatto assimila antisionismo e antisemitismo; promulga > i decreti sicurezza volti alla repressione del diritto di espressione e di > manifestazione; non firma, con l’Ungheria, un documento di 79 Paesi in difesa > della Corte penale internazionale sotto sanzioni; blocca, con la Germania, la > sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele nonostante la palese > violazione della clausola del rispetto dei diritti umani; rinnova il > memorandum di intesa Italia- Israele. > > Una scelta di campo ben precisa che si traduce in una complicità nel genocidio > tanto che pende avanti alla Corte penale internazionale una denuncia di 51 > giuristi perché sia accertata la responsabilità del governo italiano. > > — > > In questo contesto di diffusa complicità anche il singolo individuo – a > maggior ragione se palestinese – ha il diritto/dovere di chiamarsi fuori, > solidarizzando e sostenendo il popolo palestinese nella sua sofferta > resistenza quotidiana, contribuendo concretamente a ridurre le conseguenze del > genocidio in corso. > > Per queste inoppugnabili ragioni, siamo inoltre a denunciare le condizioni > disumane in cui sono tenuti nelle carceri israeliane decine di migliaia di > prigionieri e detenuti palestinesi, sottoposti a torture e a stupri e lasciati > morire semplicemente perché hanno fatto il loro dovere, come il medico > pediatra Hussam Abu Safiya, ridotto in fin di vita, o come il leader Marwan > Barghouti. > > Per queste inoppugnabili ragioni, esprimiamo la nostra piena solidarietà ai > detenuti palestinesi in Italia, incriminati per la loro attività di aiuto e > sostegno alle famiglie palestinesi a Gaza e Cisgiordania, cui hanno concorso > organizzazioni di volontariato e persone singole, tra le quali molte che > firmano questa lettera. > > Per queste inoppugnabili ragioni, esprimiamo la nostra vicinanza fraterna e la > nostra solidarietà ai rappresentanti dell’Associazione dei Palestinesi in > Italia (A.P.I.) e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo > Palestinese (A.B.S.P.P.): Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Yaser Elasaly (di > quest’ultimo in condizioni di salute precaria non si hanno più notizie nel > trasferimento dalla Calabria in un carcere della Sardegna), Ryiad Albustanji, > nonché Anan Yaeesh e Ahmad Salem. > > Benemeriti quali sono, non possono e non debbono essere incriminati e sbattuti > in carcere. > > È come vivere in un mondo alla rovescia: sono trattate da criminali le persone > solidali col proprio popolo, le persone che si battono per la difesa, il > rispetto e l’attuazione dei diritti umani e del diritto internazionale, > sistematicamente violati da Israele e dagli Stati suoi alleati e sostenitori. > > Noi, questo mondo alla rovescia lo ripudiamo e affermiamo che se la > solidarietà e la resistenza per l’autodeterminazione e la libertà dei popoli, > e del popolo palestinese in particolare, diventano un crimine anche noi siamo > incriminabili e ci sottoponiamo al giudizio, per la verità e la giustizia. Le firme alla dichiarazione vengono raccolte da oggi, 15 luglio 2026. «Chi firma la dichiarazione – precisano i promotori dell’iniziativa – può integrarla con un suo pensiero, una sua opinione e una sua proposta finalizzate a rafforzare, nel nostro Paese e nel mondo, le resistenze di “restare umani”, per il disarmo e la pace, per i diritti umani e il diritto internazionale, per la giustizia sociale e ambientale». Si sono già aggiunte quelle di centinaia persone e, in risposta alla sollecitazione di Ugo Giannangeli e Giuseppe Natale, è stata presentata la richiesta di integrare il documento con la denuncia dell’ingiusto trattamento inflitto a 5 giovani tra i 16 e i 18 anni partecipanti a una manifestazione svolta nell’ambito della mobilitazione nazionale in solidarietà con il popolo palestinese. A settembre il documento e le osservazioni, le analisi e le proposte nel frattempo pervenute verranno presentati in iniziative che saranno coordinate insieme ai promotori. Le adesioni (nome, cognome, comune di residenza e/o domicilio) vanno inviate a: 80moliberazpropalestinapropace@gmail.com Redazione Italia
July 15, 2026
Pressenza
Stato di diritto e solidarietà: il punto a Pescara sui processi agli attivisti palestinesi
Il 9 luglio si è tenuto a Pescara un incontro di stringente attualità giuridica e politica incentrato su procedimenti penali contro attivisti palestinesi privati della libertà personale nel nostro Paese. Promossa da Docenti per Gaza Abruzzo, l’iniziativa ha analizzato i risvolti di una vicenda che solleva interrogativi sulla tenuta dello Stato di diritto in Italia e sulla criminalizzazione del dissenso e della solidarietà. Dawod Ahmed, medico e membro dei Giovani Palestinesi Bologna, ha aperto il dibattito presentando i casi di Anan Yaeesh e Ahmad Salem. Un rifugiato politico e militante della Brigata di Tulkarem, Anan Yaeesh è al centro di un nodo di diritto internazionale: le convenzioni configurano le azioni contro una potenza occupante come legittima resistenza, salvo attacchi deliberati ai civili. L’insediamento di Avney Hefetz, oggetto del contendere, è un presidio civile strettamente commisto a infrastrutture militari, dove i coloni sono spesso riservisti armati. Il processo a L’Aquila è iniziato dopo il diniego italiano all’estradizione di Yaeesh in Israele per rischio tortura. Le strategie transnazionali contro la lotta palestinese si riflettono in Italia anche nei casi dell’imam di Torino, nel ddl Romeo e nell’arresto di Ahmad Salem. Quest’ultimo, profugo dal Libano, è stato arrestato a Campobasso con accuse di terrorismo e istigazione dopo il sequestro del telefono, in cui vi erano video di cronaca sulla resistenza a Gaza e critiche ai governi arabi. Condannato in primo grado a quattro anni, per il suo legale Rossi Albertini si tratta di “terrorismo della parola”. Il quadro si amplia con il filone principale dell’inchiesta, sviscerato dall’avvocata Marina Prosperi. L’impostazione della procura di Genova si fonda sulla tesi secondo cui gli indagati avrebbero costituito una cellula di Hamas dedita al finanziamento di attività terroristiche a Gaza attraverso la raccolta di fondi per beneficenza umanitaria. Prosperi ha illustrato la natura di questo impianto accusatorio, che nasce interamente sulla base di un rapporto informativo inviato in Italia direttamente dallo Stato di Israele. Si tratta di atti originati da dati grezzi forniti dalle forze di difesa israeliane (IDF) e dalle agenzie dei relativi servizi segreti. Tali documenti risultano radicalmente privi di qualsiasi validazione o legittimazione da parte delle autorità italiane, privi di firme, totalmente anonimi e depositati presso la procura di Genova. Il nostro ordinamento non ammette l’utilizzo giudiziario di atti anonimi, eppure proprio su questi fragili presupposti sono stati disposti ed eseguiti i provvedimenti d’arresto. Proprio su questo specifico punto il collegio difensivo ha ottenuto una piena vittoria dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione. L’avvocata ha inoltre rimarcato la gravità del contesto in cui tali presunte prove sono state originariamente raccolte dalle autorità militari israeliane, ovvero scenari di occupazione bellica in cui si registra un uso esteso e sistematico della tortura. Per contrastare la ricostruzione fortemente unilaterale offerta dalle autorità israeliane e recepita dalla magistratura italiana, la difesa si è avvalsa della consulenza tecnica della dottoressa Paola Caridi, storica ed esperta di Hamas. Il Tribunale ligure ha tuttavia dichiarato inammissibile tale apporto scientifico, liquidandolo come un giudizio su una situazione storica. Nella sua relazione, Caridi evidenziava come la ricostruzione operata dalla procura e formulata dal GIP fosse totalmente priva di serie fonti bibliografiche o scientifiche sul movimento Hamas, e presentasse vistosi salti storici capaci di privare l’atto d’accusa di qualunque reale valore conoscitivo. L’impostazione accusatoria sposa la tesi geopolitica israeliana secondo la quale, negando il diritto di Israele a occupare la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, Hamas negherebbe l’esistenza stessa dello Stato ebraico, ponendosi in contrasto con il diritto internazionale identificato nella Risoluzione ONU 181 del 1947. Vale la pena di ricordare che per il mondo arabo e palestinese la risoluzione 181 violava lo Statuto stesso delle Nazioni Unite, poiché l’ONU non possedeva il diritto legale di spartire un territorio contro la dichiarata volontà della maggioranza dei suoi residenti storici. L’impianto repressivo della procura genovese sconta inoltre una profonda cecità storica, poiché tende a cristallizzarsi esclusivamente sullo Statuto fondativo di Hamas del 1988 che rifiutava la soluzione a due Stati. In questo modo la magistratura sorvola pienamente sulle successive ed evidenti evoluzioni politiche del movimento, strettamente legate all’espansione degli insediamenti, al blocco degli aiuti umanitari e alle limitazioni della libera circolazione. La magistratura italiana non prende in esame il percorso politico che ha condotto progressivamente Hamas a riconoscere lo Stato d’Israele e ad abbandonare l’ipotesi unicamente terroristica per mutarsi in un attore istituzionale legalizzato, anche tramite la partecipazione a elezioni politiche regolari nel 2006, la cui correttezza fu monitorata e certificata nei report europei da osservatori internazionali. L’evoluzione più recente della vicenda si è consumata nel secondo procedimento dinanzi al Riesame, svoltosi il 18 giugno. In quella sede, la Corte di Genova ha considerato sostanzialmente chiusa la questione dell’eventuale finanziamento di Hamas attraverso le associazioni di beneficenza, preferendo spostare radicalmente il focus dell’accusa verso i meri rapporti personali e politici tra gli inquisiti e il governo di Hamas. Per dimostrare questo collegamento e sostenere il teorema di un contatto vero e diretto inserito all’interno della rete organizzativa, sono state prodotte ulteriori prove sussidiarie che non provengono più da fonti israeliane, bensì da materiale informatico sequestrato durante il primo procedimento penale. Si tratta di alcune fotografie risalenti al 2012, rinvenute all’interno di computer sequestrati. Tali immagini ritraggono Hannoun e gli altri indagati insieme a esponenti del governo di Hamas in uno dei rarissimi e storici momenti di apertura del valico di Rafah, una circostanza eccezionale in cui chiunque si trovasse a transitare finiva inevitabilmente per incontrare le autorità locali. Questo mutamento di prospettiva accusatoria costringerà le parti a celebrare un secondo e rarissimo giudizio dinanzi alla Corte di Cassazione. Nel frattempo, il costo umano ed esistenziale pagato dagli indagati è altissimo ed evidenzia una gravissima limitazione dei diritti umani più elementari. Queste persone restano recluse in regime di massima durezza all’interno della sezione di alta sicurezza 2, ristrette in carceri speciali e in una condizione di totale isolamento che impedisce loro persino di parlare regolarmente, al punto che Mohammad Hannoun, al momento dell’udienza, aveva completamente perso l’uso della voce. L’assistito dell’avvocata Prosperi, un uomo di 62 anni, convive con importanti problematiche di salute. Nella vita civile è un’autorità religiosa, un predicatore che si occupa di raccogliere lo zakad – la carità legale islamica – al solo fine di incrementare i canali della sussistenza nei confronti della popolazione di Gaza. Essendo un prigioniero affetto da diabete grave, l’uomo avrebbe l’assoluta e vitale necessità di monitorare giornalmente i propri livelli di glicemia, ma gli è impedito. I cinque indagati sono attualmente privati di assistenza medica strutturata e con il solo permesso di effettuare un’unica conversazione telefonica di dieci minuti a settimana con i propri familiari. Gli organismi costituzionali dello Stato non possono rendersi parte attiva di una strategia di guerra volta a interrompere il sostegno vitale a una popolazione civile decimata e profondamente prostrata dal genocidio. Ciò che viene drammaticamente processato in queste aule non è il terrorismo, ma il principio stesso della solidarietà umana e dell’assistenza internazionale. Redazione Abruzzo
July 10, 2026
Pressenza
L’eloquente significato della 1246ª ora in silenzio per la pace a Genova
Il gruppo che a Genova dal 1983 pratica un’ora di silenzio per la pace ogni mercoledì pomeriggio, il 15 aprile scorso dalle 18 alle 19 ha svolto l’iniziativa ricordando Paola De Ferrari, una fondatrice dell’Associazione per un Archivio dei Movimenti, mancata pochi giorni prima, l’8 aprile. All’iniziativa ha partecipato anche Mauro Armanino. Con i cartelli esposti nell’occasione gli attivisti genovesi hanno richiamato l’attenzione su alcune questioni, in particolare sulla legge che impone ai tribunali israeliani di condannare i palestinesi alla pena di morte, e con questo messaggio hanno precisato: > … e adesso libertà per Mohammad Hannoun e i suoi fratelli.  > Dal mercoledì successivo all’arresto del nostro compagno di strada Mohammad > Hannoun non c’è stata una sola ora in cui non abbiamo esposto il cartello che > ne rivendica la liberazione. > Siamo sempre stati convinti della sua innocenza e del fatto che le accuse > contro di lui fossero pretestuose. Chi di noi ha esperienza di intervento > civile e umanitario in luoghi di guerra sa perfettamente che non è possibile > operare senza avere contatti con le autorità del luogo. E se queste vengono > considerate nemiche o con classificazioni peggiori questo può creare problemi > con l’apparato giudiziario ed esporre a campagne diffamatorie su giornali, > televisioni e reti sociali, come quella che è stata orchestrata per mesi nei > confronti di Mohammad Hannoun. > Chi abbia operato nel settore nell’intervento civile e umanitario in Iraq ha > dovuto entrare in rapporto con il governo del partito Baath quando questo > veniva considerato dittatura nemica da parte del governo italiano e dai mezzi > di (dis)informazione. > Durante le guerre nei Balcani su 8 camion di aiuti che partivano dall’Italia > ne venivano lasciati consegnare al massimo un paio, in certe occasioni sono > stati presi tutti dalle formazioni in guerra che controllavano il territorio. > Se i beni di prima necessità non venivano scambiati con armi alimentavano la > speculazione venendo immessi sul “mercato nero”. Il dilemma era se accettare > quella “legge” così barbara o lasciare le popolazioni assediate a se stesse > nella totale miseria e soprattutto nella sensazione di isolamento che la rende > ancora più insopportabile. > E’ importante che la Suprema Corte di Cassazione abbia stabilito che dei > documenti di uno stato estero, presentati in forma non ufficiale, al di fuori > di ogni procedura che abbia un valore giuridico, non possano essere utilizzati > per togliere la libertà a una persona. Tuttavia i magistrati non hanno ancora > messo in discussione l’impostazione dell’accusa. > Questo processo è un modello di gestione dei conflitti, soprattutto fra > cittadini e istituzioni, e del dissenso nei confronti dei governi, che va > oltre la dimensione del piccolo stato ebraico. Un altro colpo inflitto al > diritto internazionale da parte dello stato di Israele che non ha mai definito > ufficialmente i propri confini ma che pretende di estenderli dal Nilo > all’Eufrate, dal Mare Mediterraneo al Mar Rosso… > > Apprendiamo la notizia della sospensione della procedura di rinnovo automatico > dell’accordo di cooperazione fra Italia e Israele. Ma abbiamo bisogno di > capire meglio se questo è un trucco per rinnovarlo di fatto rinviando la > discussione parlamentare fra 5 anni o per sospenderlo concretamente. In ogni > caso vigileremo sui fatti. Siamo troppo abituati ad annunci di sospensione di > forniture che di fatto non si sono mai interrotte, come hanno constatato le e > i lavoratori dei porti e del settore dei che abbiamo sempre sostenuto nelle > loro lotte. Ci aspettiamo adesso che anche l’Unione Europea decida di > sospendere realmente il suo accordo di cooperazione e per questo invitiamo a > sottoscrivere l’iniziativa delle e dei cittadini europei al sito > https://www.justiceforpalestine.eu/ > > Ricordiamo Paola De Ferrari, fondatrice e animatrice dell’Archivio dei > Movimenti, che ha sempre avuto attenzione nei nostri confronti e ha inserito > la nostra iniziativa nel libro No war. > > https://www.facebook.com/events/972775805086508 No War. Storie e documenti del movimento pacifista – Dalla prima marcia Perugia-Assisi al G8 di Genova, dalla protesta contro la Mostra navale bellica ai progetti di riconversione industriale al boicottaggio dei portuali genovesi contro le navi delle armi, dai missili di Comiso alle Donne in Nero, dall’obiezione di coscienza agli interventi umanitari nei territori in guerra. A partire dai documenti d’archivio, attraverso le analisi storiche e, soprattutto, le testimonianze degli attivisti, questo libro ripercorre oltre sessant’anni di lotte pacifiste e nonviolente. Ne emerge il ritratto di un movimento, complesso e variegato nelle sue diverse anime – cristiana, laica e radicale, femminista, comunista – che nonostante sempre nuove difficoltà non ha mai smarrito la strada del suo impegno. Saggi, testimonianze e contributi di Gianni Alioti, Franco Barchi, Norma Bertullacelli, Antonio Bruno, Andrea Chiappori (Comunità di Sant’Egidio), Peppino Coscione, Francesca Dagnino, Paola De Ferrari, Riccardo Degl’Innocenti, Bruno Gabrielli (Chiesa valdese), Greenpeace Genova, Monica Lanfranco, Pietro Lazagna, Fabrizio Lertora (Laborpace Caritas), Riccardo Marconcini, Cirilla-Augusta Mazza (Caschi Bianchi), Silvia Neonato, Vittorio Pallotti (Centro di Documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale), Alfredo Remedi, Carla Sanguineti, Piero Tubino, Mao Valpiana. [Centro di Documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale APS / 1 aprile 2021] Maddalena Brunasti
April 16, 2026
Pressenza
La Cassazione annulla gli arresti di Hannoun e di altri tre palestinesi
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio le ordinanze del Riesame che confermavano gli arresti del gip del Tribunale di Genova nei confronti del presidente dei palestinesi in Italia Mohammad Hannoun, Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji, in carcere dal 27 dicembre per aver fatto delle opere di bene a favore di famiglie disagiate palestinesi. A Roma è stato tenuto un presidio sotto la Corte di Cassazione, in attesa della decisione dei giudici. La Suprema Corte ha inoltre respinto come inammissibili i due ricorsi della Procura di Genova contro la scarcerazione di Raed Al Salahat, decisa dal tribunale del Riesame. Per quanto riguarda l’annullamento delle ordinanze di arresto, il Riesame avrà adesso dieci giorni per riesaminare il caso. Approfondimento.     ANBAMED
April 9, 2026
Pressenza
PALESTINA: LA CASSAZIONE ANNULLA L’ARRESTO DI MOHAMMAD HANNOUN. ENNESIMO COLPO AL CASTELLO ACCUSATORIO
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l’arresto di Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi d’Italia (API), detenuto da fine 2025 con l’accusa di presunti finanziamenti alla Resistenza palestinese. La decisione riguarda anche altri tre indagati e dispone una nuova valutazione delle misure cautelari da parte del Tribunale del Riesame di Genova. In attesa della pronuncia però, Hannoun, che vive in Italia da otre dieci anni, resta detenuto a Terni. La Cassazione ha inoltre escluso come fonte indiziaria i documenti dei servizi segreti israeliani e respinto il ricorso della procura, aprendo a una nuova rivalutazione complessiva delle accuse. Si tratta di un ultreriore indebolimento dell’impianto accusatorio: già a gennaio 2026, infatti, tre delle sette misure carcerarie erano state annullate. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuto Vincenzio Miliucci, storico compagno romano che ha seguito la vicenda. Ascolta o scarica
April 9, 2026
Radio Onda d`Urto
ROMA: CASSAZIONE CHIAMATA A DECIDERE SUI RICORSI IN DIFESA DI MOHAMMED HANNOUN. PRESIDIO SOLIDALE ALL’ESTERNO
A Roma è in corso un presidio sotto la Corte di Cassazione, oggi, mercoledì 8 aprile, in attesa della decisione dei giudici sui ricorsi presentati dalle difese nell’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas che coinvolge Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia (Api), detenuto da fine 2025, ora nel carcere di massima sicurezza di Terni. La Suprema Corte deve esprimersi anche sull’utilizzabilità dei file israeliani, esclusi dagli atti perché acquisiti tramite fonte anonima, cioè con veline – non verificabili – dello Shin Bet (l’intelligence interna israeliana). Sul piatto anche il ricorso della Procura di Genova contro la decisione del tribunale del Riesame che nei mesi scorsi ha disposto la scarcerazione di altri 2 palestinesi indagati. Il pronunciamento dei giudici è atteso in serata o, addirittura, nella giornata di domani. Nel frattempo prosegue la manifestazione dei e delle solidali all’esterno della Corte. Dal presidio è intervenuto su Radio Onda d’Urto Vincenzo Miliucci, compagno della Confederazione Cobas. Ascolta o scarica.
April 8, 2026
Radio Onda d`Urto