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Almeno 40 giornalisti palestinesi detenuti nelle carceri israeliane
Palestina occupata. Un gruppo palestinese per i diritti dei prigionieri afferma
che almeno 40 giornalisti palestinesi, uomini e donne, sono stati rapiti dal
regime israeliano e sono attualmente detenuti nelle carceri israeliane,
evidenziando la dura repressione e le restrizioni imposte dal regime di Tel Aviv
ai professionisti dei media.
L’Asra Media Office ha dichiarato in un comunicato diffuso domenica che due
giornalisti, identificati come Nidal al-Wahidi e Haitham Abdul Wahid, della
Striscia di Gaza, continuano a essere vittime di sparizione forzata e che non
sono disponibili informazioni sul loro luogo di detenzione.
Ciò avviene mentre il Palestinian Journalists Syndicate, nel suo rapporto
mensile sullo stato delle libertà dei media nei territori palestinesi occupati,
pubblicato all’inizio di questo mese, ha rivelato che le forze israeliane hanno
compiuto 99 violazioni contro i giornalisti palestinesi nel dicembre 2025, tra
cui uccisioni, aggressioni fisiche, rapimenti e divieti di copertura mediatica.
L’organizzazione ha affermato che un giornalista ha perso la vita mentre
svolgeva mansioni sul campo, due giornalisti hanno riportato ferite gravi a
causa di bombardamenti e di attacchi diretti, e due parenti di giornalisti sono
stati uccisi – tutti gli episodi sono avvenuti nella Striscia di Gaza.
Nella Cisgiordania occupata, il sindacato ha registrato 48 casi di rapimenti e
di ostacoli alla copertura mediatica, insieme a 15 aggressioni che hanno
comportato l’uso di gas lacrimogeni e granate stordenti mentre i giornalisti
erano in servizio.
Inoltre, si sono verificati due tentativi deliberati di investimento con veicoli
contro i giornalisti, nove episodi di esibizione di armi con minacce rivolte ai
giornalisti e sei casi di minacce verbali dirette. All’inizio di dicembre,
l’Ufficio governativo per i media di Gaza ha dichiarato che 257 giornalisti
palestinesi erano stati uccisi dall’inizio della guerra genocida nell’ottobre
2023.
Siamo in una pericolosa spirale totalitaria
Di Angela Lano. Da alcuni anni siamo pienamente entrati in una pericolosa
spirale totalitaria: operazioni di guerre biologiche con annessa dittatura
sanitaria; guerra USA-NATO contro la Russia per interposta Ucraina – ancora in
corso e verso rapidi orizzonti di guerra mondiale, voluta dalle elite corrotte e
guerrafondaie europee, sempre più lontane e scollegate dai popoli che goverano e
da cui sono profodamente disprezzate. E, dal 2023 in poi, siamo spettatori
impotenti del genocidio gazawi e dell’espansione del colonialismo di
insediamento israeliano in tutta la Palestina storica, in Libano e in Siria…
Mentre il Sud globale si stacca dall’Occidente egemonico e strutturalmente
bellico e violento e non ne vuole più sapere di guerre, massacri, furti e
pirateria di risorse, il Sistema-mondo imperniato sui disvalori di 500 anni di
colonialismi brutali e genocidari volge gli artigli repressivi e totalitari
verso tutte le forme di dissidenza, di difesa dei popoli oppressi e di
informazione indipendente. E il passo verso la persecuzione politica è breve o
immediato.
Il Sistema-Italia, vassallo della più ampia struttura egemonica occidentale e
sionista in declino (il sionismo niente altro è che una emanazione del
colonialismo occidentale, e suo braccio armato nell’Asia occidentale e non
solo), scatena l’inferno, aiutato da un giornalismo disiformativo e sempre più
ridicolo e immorale, contro associazioni umanitarie e contro giornalisti engagé,
in senso gramsciano, nella denuncia delle atrocità israeliane a Gaza e in
Cisgiordania.
Per tappare la bocca all’informazione libera e alle pratiche di assistenza
umanitaria a quasi due milioni di sfollati gazawi, ha tirato fuori la collaudata
– da tutti i regimi totalitari passati e presenti – accusa di “terrorismo” e
minaccia alla democrazia – in una palese proiezione freudiana – contro chi non
si allinea o dissente.
Scrivere di Palestina, di genocidio a Gaza, raccontare di morti e feriti, di
bambini fatti a pezzi, di donne e uomini stuprati nelle prigioni israeliane vale
l’accusa di terrorismo, a quanto pare. Per renderla più credibile, nominano
Hamas – il movimento di resistenza islamica palestinese che lotta, secondo
quanto garatito dall’ONU, per la liberazione dal colonialismo israeliano in
terra nativa palestinese -, e mi redono, nientepopodimeno, la portavoce o
l’addetta alla propaganda ufficiale. Tutto ciò, su informative di Israele,
entità genocida e coloniale, che, come consueto, proietta e attribuisce agli
altri gli strumenti e le azioni che lei utilizza: in questo caso la hasbara,
ricca e potente propaganda.
Chiariamo, dunque, alcune cose: 1) non sono, non siamo, la propaganda o il
megafono di Hamas, ma del popolo palestinese oppresso e schiacchiato, e
informiamo sugli effetti, ben visibili a tutti, ma occultati da Israele e dai
media ad esso connessi, che il colonialismo di insediamento ha prodotto in oltre
100 anni nella Palestina storica, e negli ultimi tre nella Striscia di Gaza e in
Cisgiordania – stiamo parlando di qualcosa come 300-400 mila morti e dispersi da
ottobre 2023, oltre a un numero spaventoso di feriti e mutilati, tra cui decine
di migliaia di bambini e donne.
Stiamo svolgendo un ottimo e seguito lavoro di controinformazione, contrastando,
per come possiamo, la milionaria hasbara israeliana e i suoi valvassini in
Italia: per questa ragione, Israele ci ha inseriti nella sua mappa del
“terrorismo” – di nuovo, una proiezione freudiana del crimine di cui si macchia
e che è condannato dal mondo intero.
2) L’agenzia InfoPal è edita dall’omonima associazione, che provvede a
sostenerla materialmente: non sono soldi di Hamas o da Hamas, ma dei musulmai
italiani, che, come tradizione islamica, si tassano periodicamente per la zakat
e altre forme di offerte. A me spetta il compito di gestire il lavoro di
informazione, come qualsiasi altro giornalista di testate piccole o grandi,
mainstream o indipendenti.
Inoltre, come giornalista, storica e antropologa del Nord Africa e del Medio
Oriente, ho viaggiato, studiato, ricercato, incontrato, intervistato chi mi
pareva più interessate e utile, raccogliendo materiale, fotografie,
registrazioni, badge, cartoline, spillette, collane, bracciali, gadget, di
popoli, organizzazioni e fazioni politiche, culture, religioni e tradizioni, o
ricordi associati a interviste e incontri professionali. E’ un mio diritto, fa
parte della mia libertà di ricerca e lavoro, e non deve essere oggetto di
speculazioni o accuse, o di attacco della macchina del fango.
Sono una giornalista professionista, umanamente coinvolta nel mio lavoro, ma
anche una ricercatrice, una storica e un’antropologa, con titoli accademici e
pubblicazioni da far invidia alla media del gioralismo italico, poco preparato,
per non dire di peggio.
Sono anche un’intellettuale politicamente e socialmente impegnata, non organica
al Sistema, cosa di cui vado assolutamete fiera. Pertanto, lo squallido
sbertuggiamento di articoli, uno clone dell’altro, in stile gossip, contro di
me, rappresenta una palese manifestazione di un giornalismo degno della scadente
posizione in cui si trova nelle classifiche interazionali: la più recente, sulla
libertà di stampa nel 2025, lo colloca al 49° posto globale, secondo Reporters
Without Borders (RSF), la peggiore dell’Europa occidentale, indicando una salute
precaria dell’informazione nel nostro Paese… Un Paese che sta precipitando
rapidamente in forme totalitarie di oscura memoria, insieme alla sempre più
devastante situazione economica, e che ha bisogno di politici etici e dediti al
bene della Nazione e non a prendere ordini dall’estero, concorrendo, oltre
tutto, all’accusa di genocidio.
Siamo sotto Regime Totalitario: perquisita la casa della nostra Direttrice
Ieri, con un mandato di perquisizione della procura di Genova, gli agenti della
Digos hanno sequestrato i computer e i cellulari dalla direttrice di InfoPal…
La libertà di informazione sulla Palestina e sui crimini di Israele è ormai
proibita in Italia…le vittime sono perseguite e i carnefici dettano legge.
Tuttavia, abbiamo piena fiducia nella magistratura italiana.
Vi terremo aggiornati.
s
Genocidio nella Striscia di Gaza, giorno 788: 3 palestinesi uccisi, tra cui un giornalista, negli attacchi israeliani, in un’altra violazione del cessate il fuoco. Famiglie assediate e bombardate
Gaza-InfoPal. Israele continua a violare il cessate il fuoco per il 52° giorno
consecutivo, bombardando la Striscia di Gaza, uccidendo quotidianamente e
distruggendo quel poco di edifici ancora in piedi. Il “piano di pace Trump” è
uno specchietto per le allodole per distrarre l’attenzione globale sul genocidio
israelo-statunitense a Gaza e per continuare senza troppe interferenze il
progetto di occupazione e trasformazione della regione costiera, svuotandola
quanto più possibile degli abitanti e convertendola in una impresa commerciale,
come più volte annunciato dal presidente USA e dai suoi collaboratori. Il piano
reale è portare avanti, come sta accadendo in questi due ultimi mesi, una guerra
genocida/olocaustica di bassa intensità, con uso di droni e di artiglieria, meno
impattante per i soldati di occupazione, e molto meno visibile mediaticamente.
Il resto del meccanismo genocida rimane inalterato, con la prosecuzione del
blocco su tutti i lati, dell’ingegneria della fame (creata artificialmente
attraverso ingressi minimi di aiuti alimentari), della distruzione di ciò che
resta degli edifici, degli ostacoli paralizzanti alle cure mediche e così via.
La pulizia etnica genocida, dunque, prosegue, ma l’opinione pubblica mondiale,
manipolata dai media egemonici, è anestetizzata e resa cieca dalla propaganda
israelo-occidentale che racconta la menzogna del cessate il fuoco. I lettori dei
siti di notizie sulla Palestina e sul genocidio sono diminuiti drasticamente,
nell’illusione di una “pace” che è solo una farsa.
Martedì tre palestinesi sono stati uccisi in attacchi israeliani nella Striscia
di Gaza, segnando un’altra violazione del cessate il fuoco entrato in vigore
all’inizio di ottobre. Tra le vittime c’era anche un giornalista, ucciso in un
attacco con un drone israeliano.
Fonti mediche hanno confermato che le forze israeliane hanno ucciso due
palestinesi nel campo di Al-Bureij, nel centro di Gaza, e nel quartiere di
az-Zeitoun, nella città di Gaza.
Anche il fotoreporter Mahmoud Wadi è stato ucciso in un attacco con un drone a
Khan Younis, nel sud di Gaza.
> Photojournalist Mahmoud Wadi was killed this afternoon in an Israeli drone
> strike which hit the central area of Khan Younis in the southern Gaza Strip.
> pic.twitter.com/fn8VwQbK4q
>
> — Quds News Network (@QudsNen) December 2, 2025
La Difesa Civile Palestinese a Gaza ha anche dichiarato che ieri sera, nella
zona di Sannafour, nel quartiere di at-Tuffah, le forze israeliane hanno
assediato decine di famiglie palestinesi nelle loro case e in un edificio che
ospitava sfollati, sotto pesanti attacchi di artiglieria e di droni, ferendo
cinque civili, tra cui due bambini e una donna.
La squadra è riuscita a evacuare le famiglie in collaborazione con l’Ufficio
delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA).
L’esercito ha, inoltre, fatto detonare un robot trappola esplosiva nella zona di
al-Shaaf, a est della città di Gaza, ha condotto operazioni di demolizione di
edifici nella parte settentrionale della Striscia, ha effettuato attacchi aerei
contro Jabalia e ha lanciato bombardamenti di artiglieria sul campo di Bureij,
nella Striscia centrale.
Gli attacchi violano l’accordo di cessate il fuoco entrato in vigore il 10
ottobre, che stabiliva che “tutte le operazioni militari, compresi i
bombardamenti aerei e di artiglieria, saranno sospese”.
Israele ha violato il cessate il fuoco a Gaza almeno 591 volte in 50 giorni,
uccidendo centinaia di palestinesi dal 10 ottobre, secondo quanto riportato
domenica dall’Ufficio Stampa del Governo di Gaza.
L’Ufficio ha dichiarato che circa 357 civili sono stati uccisi e altri 903 sono
rimasti feriti nelle violazioni, con bambini, donne e anziani che rappresentano
la maggior parte delle vittime.
L’Ufficio ha aggiunto che Israele ha sparato contro i civili 164 volte, ha fatto
irruzione in aree residenziali oltre la “linea gialla” 25 volte, ha bombardato e
cannoneggiato Gaza 280 volte e ha demolito proprietà private in 118 occasioni.
Ha aggiunto che Israele ha anche rapito 38 palestinesi da Gaza durante i 50
giorni.
(Nelle foto: 1) un bambino di Gaza è costretto a dormire sulla nuda terra,
proteggendosi il viso con un sacchetto di plastica, nel disperato tentativo di
sopravvivere al freddo gelido della catastrofe umanitaria in corso. Israele
continua a rifiutare di far entrare roulotte e rifugi per le famiglie sfollate
nella Striscia assediata. 2) Il foto-giornalista Mahmoud Wadi, ucciso in un
attacco con un drone a Khan Younis).
(Fonti: Quds Press, Quds News, PressTv, PIC, Al-Mayadeen; ministero della Salute
di Gaza; Euro-Med monitor, Telegram; credits foto e video: Quds News network,
PIC, Wafa, ministero della Salute di Gaza, Telegram e singoli autori).
Per i precedenti aggiornamenti:
https://www.infopal.it/category/genocidio-e-pulizia-etnica-a-gaza
Il bilancio delle vittime tra i giornalisti nella guerra di Gaza sale a 256
Gaza – PIC. L’Ufficio Stampa del Governo di Gaza (GMO) ha annunciato mercoledì
che il numero di giornalisti palestinesi martirizzati dall’inizio della guerra
genocida israeliana contro Gaza è salito a 256, in seguito al martirio di
Mohammad al-Munirawi, che lavorava per il quotidiano Palestine.
In una dichiarazione, l’GMO ha condannato fermamente il sistematico attacco e
assassinio di giornalisti palestinesi da parte delle forze di occupazione
israeliane (IOF), definendolo un tentativo deliberato di mettere a tacere la
verità e cancellare le prove delle atrocità commesse a Gaza.
Il GMO ha esortato la Federazione Internazionale dei Giornalisti, la Federazione
dei Giornalisti Arabi e i sindacati della stampa di tutto il mondo a denunciare
questi “crimini premeditati” contro la stampa, sottolineando che il silenzio
incoraggia ulteriori attacchi ai professionisti dei media.
Ha ritenuto Israele, l’amministrazione statunitense e i partner europei
coinvolti in quella che ha definito “la campagna genocida”, tra cui Regno Unito,
Germania e Francia, pienamente responsabili delle continue uccisioni e
violazioni.
Ha invitato la comunità internazionale e le organizzazioni competenti ad
adottare misure concrete per perseguire i criminali di guerra israeliani, porre
fine al genocidio in corso e proteggere giornalisti e operatori dei media a Gaza
da continui attacchi e assassinii.
Traduzione per InfoPal di F.L.
Gaza è diventata il cimitero del giornalismo
Gaza – Presstv. Nessuna guerra nella storia moderna ha causato così tanti morti
nella stampa, né la Seconda Guerra Mondiale, né il Vietnam, né l’Iraq o
l’Afghanistan. Gaza è diventata il luogo più letale al mondo per praticare il
giornalismo.
A Gaza oggi, dire la verità può costare la vita.
Quasi 300 giornalisti e operatori dei media sono stati uccisi dall’inizio della
campagna genocida israeliana a Gaza, iniziata due anni fa.
Secondo l’osservatorio “Shireen Abu Akleh”, la stragrande maggioranza erano
palestinesi.
La Federazione Internazionale dei Giornalisti conferma che almeno 246
giornalisti sono morti in tutta la regione, 223 dei quali nella sola Gaza.
Non si tratta di morti accidentali o sfortunate coincidenze. Sono il risultato,
affermano molti osservatori dei diritti umani, di una campagna deliberata per
mettere a tacere i testimoni.
La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla Libertà di Espressione, Irene
Khan, l’ha definito “un tentativo di uccidere la storia. Israele prima
delegittima i giornalisti, etichettandoli come simpatizzanti del terrorismo, e
poi li elimina. Non si tratta solo di uccidere i giornalisti; si tratta di
uccidere la verità”.
Il 10 agosto 2025, un attacco aereo israeliano ha colpito una tenda che ospitava
i giornalisti fuori dall’ospedale al-Shifa della città di Gaza. Cinque
dipendenti di Al Jazeera sono stati uccisi. Tra loro, il noto corrispondente
dell’emittente, Anas Al Sharif.
Solo poche settimane prima, un portavoce dell’esercito israeliano aveva accusato
Al Sharif di essere un membro dell’ala militare di Hamas. La sua morte, come
tante altre, rientra in uno schema ormai familiare: un’accusa pubblica seguita
da un attacco.
Israele nega di aver preso deliberatamente di mira i giornalisti, ma gruppi per
i diritti umani, le Nazioni Unite e le organizzazioni per la libertà di stampa
hanno raccolto prove che suggeriscono il contrario.
Reporter Senza Frontiere ha presentato cinque denunce separate alla Corte Penale
Internazionale, accusando di crimini di guerra e attacchi deliberati ai danni di
giornalisti a Gaza.
La loro denuncia più recente, risalente all’agosto 2025, documenta i casi di 30
giornalisti attaccati dalle forze israeliane, 25 dei quali uccisi.
Ai giornalisti stranieri è stato impedito l’ingresso a Gaza per gran parte della
guerra. Le uniche eccezioni sono un piccolo numero a cui è stato permesso di
accompagnare le truppe israeliane sotto una rigida censura militare.
Ciò significa che la comprensione mondiale di questo conflitto, le immagini, i
resoconti dei testimoni oculari, la documentazione della distruzione, dipendono
quasi interamente dai giornalisti palestinesi che lavorano all’interno
dell’enclave.
Si tratta di giornalisti che hanno sopportato sfollamenti, fame, sfinimento e
paura costante, eppure continuano a documentare la devastazione. Con la
corrispondenza internazionale tenuta fuori, sono diventati gli ultimi testimoni
rimasti al mondo.
Per Israele, questo controllo della narrazione non è casuale. I critici
affermano che la campagna del regime per gestire ciò che il mondo vede è
strategica quanto le sue operazioni militari; il controllo delle informazioni,
sostengono, fa parte del controllo del territorio.
Dall’ottobre 2023, Israele ha bloccato l’accesso ai media stranieri, censurato
la copertura mediatica nazionale e messo al bando le testate giornalistiche
ritenute ostili ai suoi obiettivi di guerra.
L’entità delle perdite tra i giornalisti è sconcertante. Secondo il Costs of War
Project della Brown University, a Gaza sono morti più giornalisti che in tutte
le principali guerre americane che hanno coinvolto giornalisti, dalla Guerra
Civile Americana al conflitto in Afghanistan dopo l’11 settembre.
La Federazione Internazionale dei Giornalisti, che l’anno prossimo festeggerà il
suo centenario, afferma di non aver mai registrato un simile massacro tra le sue
fila.
Gaza, avvertono, è diventata il cimitero del giornalismo.
Ma dietro ogni statistica c’è un essere umano, un giovane operatore che corre
verso il fumo invece che allontanarsene, un corrispondente radiofonico che
compila un ultimo reportage prima che salti la corrente, una madre che manda un
messaggio ai figli prima di uscire a filmare un altro bombardamento.
Le famiglie aspettano invano il ritorno dei propri cari dal campo. Spesso ciò
che torna indietro è una borsa fotografica o un gilet da stampa coperto di
polvere o sangue. Per molti, la sopravvivenza è diventata secondaria rispetto
alla testimonianza.
La guerra ha anche messo in luce le faglie degli stessi media occidentali: anche
se i giornalisti palestinesi rischiano tutto per documentare le atrocità, il
loro lavoro spesso fatica a penetrare i filtri dell’informazione globale.
In molti media mainstream, la copertura mediatica si è basata pesantemente sulle
dichiarazioni ufficiali e sulle inquadrature israeliane.
Il linguaggio stesso è diventato un campo di battaglia.
Nonostante una Commissione delle Nazioni Unite abbia stabilito che le azioni di
Israele equivalgono a genocidio, la maggior parte dei principali media
occidentali si è rifiutata di usare il termine. Le parole vengono addolcite, le
atrocità edulcorate e, nel frattempo, la verità che i giornalisti palestinesi
muoiono per rivelare viene spesso diluita fino a renderla irriconoscibile.
Come ha osservato uno studioso dei media, quando le immagini raggiungono le
redazioni occidentali, vengono filtrate dalla necessità di apparire equilibrate,
e questo equilibrio spesso va a discapito dell’accuratezza.
Ciò che rende Gaza così devastante per il giornalismo non è solo il numero di
vite perse, ma il significato di queste morti.
Quando i governi apprendono che uccidere i giornalisti non ha conseguenze reali,
creano un precedente. Dicono al mondo che mettere a tacere la stampa può essere
un legittimo strumento di guerra, e il mondo finora lo ha permesso.
Né le Nazioni Unite né le grandi potenze sono intervenute per proteggere i
giornalisti sul campo.
Gli Stati Uniti, il principale sostenitore militare di Israele, continuano a
fornire armi, nonostante le prove di attacchi sistematici continuino a crescere;
il silenzio è assordante.
La massima insegnata in ogni scuola di giornalismo, “nessuna storia vale una
vita umana”, era intesa come regola di sicurezza, non come una resa. A Gaza,
questo principio è stato messo a dura prova. I giornalisti rimasti conoscono i
rischi.
Filmano dai tetti, sapendo che i droni israeliani riconoscono i gilet della
stampa; montano i servizi con la luce delle torce, sapendo che un attacco
potrebbe porre fine alle loro vite in qualsiasi momento, eppure persistono,
perché fermarsi significherebbe silenzio e il silenzio significherebbe
cancellazione.
Anas Al-Sharif, il corrispondente di Al Jazeera ucciso nell’agosto del 2025, una
volta disse in un’intervista: “Non vogliamo essere eroi, vogliamo solo essere
ascoltati”.
Le sue parole ora risuonano come un epitaffio collettivo per i 223 giornalisti
palestinesi morti dall’inizio della guerra. La loro morte non è solo una
tragedia per le loro famiglie o la loro professione; è una tragedia per la
verità stessa.
Se il giornalismo è la prima bozza della storia, allora la storia viene scritta
a Gaza, nel sangue e nella polvere. Ogni giornalista caduto è una pagina
strappata da quella storia.
La domanda per il mondo è se permetteremo che quelle pagine scompaiano o se
finalmente affronteremo cosa significa vivere in un’epoca in cui uccidere i
giornalisti è diventata routine, perché quando i testimoni se ne vanno, le bugie
rimangono, e senza testimoni non c’è storia, solo propaganda.
Traduzione per InfoPal di F.L.
RSF presenta una nuova denuncia alla CPI contro Israele per gli attacchi ai giornalisti di Gaza
Gaza – MEMO. Reporter Senza Frontiere (RSF) ha presentato una nuova denuncia
alla Corte Penale Internazionale (CPI), depositando nuove prove di crimini di
guerra commessi dall’esercito israeliano contro i giornalisti nella Striscia di
Gaza.
La denuncia, annunciata martedì, è la quinta di RSF dall’inizio della guerra
israeliana a Gaza. Documenta gli attacchi a 30 giornalisti tra maggio 2024 e
agosto 2025, di cui 25 uccisi e cinque feriti. Secondo RSF, la maggior parte è
stata deliberatamente attaccata a causa del proprio lavoro giornalistico o
durante lo svolgimento delle proprie mansioni.
Antoine Bernard, direttore dell’advocacy di RSF, ha accusato Israele di mettere
a tacere sistematicamente i giornalisti. “Israele non solo uccide i giornalisti,
ma continua a formulare false accuse e affermazioni diffamatorie per legittimare
i loro attacchi”, ha dichiarato. “Siamo profondamente scioccati dalla continua
impunità di cui godono gli autori di questi crimini a causa dell’assenza delle
necessarie misure giudiziarie e politiche”.
Bernard ha esortato la CPI a resistere alle pressioni e alle minacce politiche e
a “esercitare tutti i suoi poteri per punire i responsabili dei crimini contro i
giornalisti”.
Fotografo palestinese ucciso in un attacco israeliano dopo aver lasciato la città di Gaza
Gaza-InfoPal. Il fotografo palestinese specializzato in neonati, Yahia Barzaq, è
stato ucciso martedì sera in un attacco aereo israeliano nella Striscia di Gaza
centrale, pochi giorni dopo essere stato costretto a fuggire dalla città di Gaza
a causa delle minacce israeliane e dei pesanti bombardamenti.
Barzaq è stato ucciso insieme ad altre cinque persone, tra cui un bambino, in un
attacco aereo israeliano che ha colpito una falegnameria a Deir al-Balah, nella
Striscia di Gaza centrale.
In un post e in alcune storie condivise sul suo account Instagram, Barzaq ha
scritto di essere stato costretto a fuggire dalla città di Gaza verso sud a
causa delle minacce israeliane di sfollamento forzato e dei bombardamenti
incessanti.
“Il mio corpo è stato spostato a sud, ma il mio cuore è ancora nella città di
Gaza”, aveva detto.
Prima del genocidio israeliano a Gaza, la pagina Instagram di Barzaq era
adornata da fotografie di splendidi neonati, attentamente costruite e di grande
stile. Possedeva uno studio privato per la fotografia di neonati nella città di
Gaza.
(Fonti: Quds News, Telegram).
Altri tre giornalisti palestinesi martirizzati, il bilancio delle vittime sale a 251
Gaza. Lunedì, le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno ucciso tre
giornalisti palestinesi, portando a 251 il numero totale degli operatori dei
media assassinati dall’inizio del genocidio in corso a Gaza, secondo quanto
riportato dall’Ufficio Governativo dei Media di Gaza (GMO).
Tra le vittime c’è il giornalista Mohammed Al-Kwaifi, morto dopo che un attacco
aereo israeliano ha colpito una tenda improvvisata che la sua famiglia aveva
montato sul tetto della loro casa nel quartiere Al-Nasr nella città di Gaza.
Al-Kwaifi aveva già perso la moglie e i figli in un precedente bombardamento
israeliano che aveva colpito il suo appartamento durante lo stesso genocidio,
eppure aveva continuato il suo lavoro di cronista, documentando le atrocità e le
sofferenze dei civili di Gaza fino al suo ultimo giorno.
Gli altri due giornalisti martirizzati sono Ayman Haneyya, cameraman e tecnico
di trasmissione dell’agenzia Al-Manara Media, e Iman Al-Zamli, reporter di
Palestine News Network.
Il GMO ha condannato quella che ha definito una campagna sistematica
dell’occupazione israeliana per assassinare i giornalisti palestinesi e
smantellare l’infrastruttura mediatica locale. Ha invitato la Federazione
Internazionale dei Giornalisti, l’Unione dei Giornalisti Arabi e le
organizzazioni della stampa di tutto il mondo a denunciare questi crimini e a
ritenere Israele responsabile.
“Israele, sostenuto da Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Francia, porta la
piena responsabilità di questi crimini atroci”, ha sottolineato la
dichiarazione, esortando la comunità internazionale ad agire per fermare il
genocidio, proteggere i giornalisti palestinesi e perseguire i dirigenti
israeliani davanti ai tribunali internazionali.
Dal 7 ottobre 2023, la guerra genocida israeliana contro Gaza, sostenuta
militarmente e politicamente dagli Stati Uniti, ha ucciso decine di migliaia di
palestinesi, la maggior parte dei quali donne e bambini. Con 251 giornalisti ora
uccisi, i gruppi per i diritti umani avvertono che Israele sta deliberatamente
prendendo di mira la stampa per mettere a tacere le notizie sui suoi crimini.
(Fonti: PIC, Quds News).