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Stop Rearm Europe: a Livorno un’azione collettiva contro la guerra
1.347 livornesi dicono con forza “NO al riarmo” e lo fanno con una petizione popolare consegnata al Sindaco. Hanno contribuito a raccoglierle Attac Livorno, Arci, Anppia, Livorno Palestina e tante altre realtà collettive cittadine.  Sono firme raccolte nei banchetti tenuti … Leggi tutto L'articolo Stop Rearm Europe: a Livorno un’azione collettiva contro la guerra sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Pina Picierno, la destra neoliberale del PD
“La linea comunicativa del PD sul referendum è insultante e svilente, assimila chi vota Sì al fascismo. Io voterò Sì, e lo farò in compagnia di molti elettori e militante del PD” – queste sono le parole di Pina Picierno, Vicepresidente del Parlamento Europeo e membro del PD, che avallano di fatto la riforma costituzionale della giustizia del governo Meloni. Parole che risultano assurde, dal momento che il PD ha scelto una via molto blanda, nonostante il suo sostegno al NO al referendum. Forse Picierno vuole puntare il dito alla sinistra vera in Italia – a sinistra del PD – quella che oramai rimane solo nei movimenti sociali, sindacali e in gran parte del mondo associazionistico della sinistra: quel mondo che ha intrapreso un forte percorso di opposizione a questa riforma che, oltre a minare e togliere terreno alla magistratura indipendente, ha tutta l’aria di prevedere uno sbilanciamento dei poteri dello Stato in cui il potere giudiziario viene messo sotto controllo dal potere esecutivo. Si tratta di caratteristiche, compresa la separazione delle carriere, che erano già presenti nel Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli, “venerabile” della P2, – che si augurava un colpo di Stato fascista contro la Repubblica italiana negli anni Settanta – e nel programma elettorale di Forza Italia del 2001 (partito fondato dal piduista Silvio Berlusconi), del 2006 e del 2008 (sottoforma della coalizione Popolo della Libertà) e nella controriforma della giustizia Alfano del 2009. Quindi possiamo affermare che un po’ di “fascismo” in questa riforma c’è, nonostante l’illazione di Picierno. Ma perchè a Picierno piace questa riforma? Picierno, pur essendo un’europarlamentare del PD, è ben lontana dalla cultura politica di sinistra e dall’avere un percorso di sinistra. Oggi Picierno è tra gli esponenti di quella che viene chiamata “sinistra neoliberale”, ovvero la corrente liberal-progressista che ha trovato spazio “a sinistra” dopo gli anni del riflusso trovando un grande vuoto a sinistra. Si tratta di tutta quella amalgama politica che in Italia ha fatto di tutto per cancellare la cultura politica della sinistra in Italia, ma che ha trovato spazio d’azione a sinistra perchè nessuno in quegli anni era riuscito ad opporsi al berlusconismo. I neoliberali sono una corrente di destra che, pur mantenendosi progressisti sui temi dei diritti civili, sono fortemente conservatrice in ambito economico e per quanto riguarda i diritti sociali, rincorrendo i dettami del neoliberismo e della grande finanza internazionale, spesso trovando alleanze e dialoghi proprio con quella destra liberale a cui falsamente si oppongono. Per capire dunque l’avallo della Picierno alla riforma costituzionale del Ministro Nordio in materia di giustizia, bisogna indagare nella sua storia politica. Picierno nasce a Santa Maria Capua Vetere (Caserta), da una famiglia originaria di San Marco a Teano (Caserta), figlia di Pasquale Picierno, ingegnere di Sessa Aurunca e segretario cittadino de La Margherita, a sua volta fratello di Raffaele Achille Picierno (1949), esponente della Democrazia Cristiana prima e del Partito Democratico (PD) poi, consigliere comunale, assessore e sindaco di Teano. Cresciuta politicamente nel Partito Popolare Italiano (PPI), e nell’Irpinia di Ciriaco De Mita (1), a cui ha più volte dichiarato la propria vicinanza politica e che in passato ha definito “il mio mito“, nel 2002 aderisce alla confluenza del PPI, assieme a Rinnovamento Italiano di Lamberto Dini e I Democratici di Arturo Parisi, ne La Margherita di Francesco Rutelli, di cui a marzo 2005 divenne presidente federale della sua organizzazione giovanile, i Giovani della Margherita, eletta al congresso che si svolse a Napoli. Nel 2007 partecipa allo scioglimento de La Margherita e alla sua confluenza nel Partito Democratico (PD), partito coalizionalista ben distante dalla cultura politica della sinistra, che accoglie tra le sue fila – per la maggior parte – ex-democristiani storici, giovani del rinato Partito Popolare, membri de La Margherita e una risicata minoranza di DS e socialisti. A novembre 2007 Walter Veltroni (ex-comunista che ha sempre tentato di rinnegare il suo passato), eletto segretario alle elezioni primarie di quell’anno, nomina Picierno nella segreteria nazionale come responsabile con delega ai giovani. Nel 2012 ha sostenuto la mozione di Pier Luigi Bersani alle elezioni primarie di “Italia. Bene Comune”, per la scelta del leader della coalizione di centro-sinistra e candidato alla Presidenza del Consiglio, esprimendosi tramite Twitter contro la mozione dell’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi. Poi, però, nel partito, diventano sempre più preponderanti e pressanti le idee di giovanilismo, di “svecchiamento” e di “rottamazione” di Matteo Renzi, che in realtà non hanno l’obiettivo di svecchiare, ma bensì screditare la vecchia guardia del PD, soprattutto tutti coloro che avevano una storia politica di sinistra (D’Alema, Bersani, Cuperlo, Civati etc…), per inaugurare la svolta neoliberista del PD. Pina Picierno, nel frattempo infatti, si avvicina a Renzi e il 5 giugno 2013 viene nominata Responsabile legalità del Partito Democratico, nella nuova segreteria nazionale guidata dal “reggente” Guglielmo Epifani. Il 9 dicembre 2013 viene nominata da Renzi, divenuto segretario del PD, Responsabile Legalità e Sud nella sua segreteria nazionale del partito, rimanendo in carica fino a settembre 2014. In quel periodo, Picierno era eurodeputata e si concentrava su temi economici e la difesa dell’operato del governo Renzi, definendo l’Italia in ripresa. Durante gli anni del governo Renzi ha difeso strenuamente la Riforma del Lavoro del Ministro Poletti (il famoso Job Act), la misura del bonus 80 euro e attaccato la CGIL per le proteste sindacali. In vista del referendum sulla riforma costituzionale di Renzi del 4 dicembre 2016, Picierno – in quanto “renziana di ferro” – si schiera per il Sì alle riforme. La riforma proposta nel 2016 – fatta a tavolino con Berlusconi con il famoso Patto del Nazareno – mirava a superare il bicameralismo paritario, ridurre il numero dei senatori e riformare il Titolo V, elementi visti da alcuni critici come in linea con le richieste dei mercati finanziari per una maggiore stabilità di governo. Non dimentichiamoci che il colosso bancario statunitense JP Morgan, nel report “The Euro area adjustment: about halfway there” del 2013, aveva evidenziato la necessità di riforme strutturali nei Paesi europei della periferia, tra cui l’Italia, per superare la crisi, citando la necessità di ridurre l’influenza dei parlamenti e modificare in senso autoritario le Costituzioni che, a detta loro, erano di stampo “socialista”. I critici più attenti evidenziarono come i contenuti del report di JP Morgan del 2013 coincidessero quasi totalmente con le riforme di modifica costituzionale proposte da Renzi. Il netto rifiuto della riforma da parte degli elettori (vittoria del “No”) ha segnato una battuta d’arresto per l’agenda di riforme strutturali sostenuta da parte della finanza internazionale. Nonostante la riforma costituzionale di Renzi penalizzasse anche il diritto alla salute, Pina Picierno (PD) rispondendo a Renato Schifani sulla tutela della salute, disse: ‘La sanità è stata regionalizzata. Con la riforma oggetto del Referendum del 4 dicembre si interviene su questo tema. Il diritto alla salute dovrebbe essere universale’. Il diritto alla salute in Italia è già riconosciuto come “universale”, ma sono stati i continui tagli alla salute pubblica, la privatizzazione della sanità e le riforma regionali (vedasi Lombardia, in cui hanno messo in competizione la sanità privata con la sanità pubblica, penalizzando quest’ultima) a far sì che non fosse più un diritto “universale”. Dopo la sconfitta del Referendum, Renzi si dimette da premier e dalla segreteria del PD nel febbraio 2017. Rieletto segretario del PD nel maggio 2017, rassegnò una seconda volta le dimissioni dalla segreteria a seguito del risultato deludente ottenuto dal partito alle elezioni politiche del 2018, in cui fu eletto senatore nella XVIII legislatura. Nel settembre 2019, poco dopo aver promosso la nascita del governo Conte II (M5S-PD-LeU), ha annunciato la nascita del suo nuovo partito di stampo dichiaratamente liberale e centrista, Italia Viva, fuoriuscendo definitivamente dal PD assieme ai parlamentari della corrente da lui capeggiata. Pina Picierna, pur essendo una renziana della prima ora, non fuoriesce dal partito, ma rimane nella corrente neoliberale del PD che più dialoga con Renzi. Alle primarie del PD del 2019 sostiene la mozione del segretario uscente Maurizio Martina, ex ministro delle politiche agricole nei governi Renzi e Gentiloni e rappresentante l’area “filo-renziana” del partito, che risulterà perdente arrivando secondo con il 22% dei voti dietro a Nicola Zingaretti (66%). Alle primarie del PD del 2023, sostiene la mozione di Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia-Romagna e anch’egli membro dell’area “filo-renziana” del PD che la designa come candidata vicesegretaria del PD in caso di vittoria; tuttavia Bonaccini risulta sconfitto dalla deputata del PD Elly Schlein. Successivamente aderisce alla corrente interna del PD “Energia Popolare” di Bonaccini in ferrea opposizione a Schlein, come anche testimoniato dall’europarlamentare PD Pietro Bartolo, ora fuoriuscito dal Partito stesso. Durante la sessione plenaria del Parlamento Europeo –23 gennaio 2025 – è stata approvata una risoluzione che, al quattordicesimo paragrafo (1), metteva sullo stesso piano i simboli del nazismo e dei regimi comunisti sovietici. Questo passaggio è stato criticato da alcuni europarlamentari italiani, e in diversi hanno votato contro o si sono astenuti. Il PD ha votato in dissenso con il suo gruppo – i Socialisti e Democratici (S&D) – che è stato prevalentemente a favore anche sul testo generale. Una nota degli eurodeputati del PD ha detto che «non spetta al Parlamento riscrivere la storia dell’Europa e per questa ragione abbiamo deciso di non partecipare al voto su una iniziativa che è diventata strumentale». La vicepresidente del Parlamento Europeo, Pina Picierno, era assente per motivi di salute, ma ha detto che lei invece avrebbe votato come i suoi colleghi di S&D. Un fatto di coerenza per una parlamentare come la Picierno che più volte ha espresso il suo anti-comunismo e che, con il suo partito nel 2019, è stata sostenitrice proprio in Europa di una risoluzione revisionista volta a falsificare/manipolare la storia ed equiparare nazismo e comunismo contro ogni verità storica. A marzo 2025 è stato rivelato che quattro mesi prima la Picierno ha partecipato a un incontro con l’Israel Defense and Security Forum (IDSF), un think tank israeliano di estrema destra che sostiene l’occupazione israeliana illegale in Cisgiordania. Con la guerra di Gaza in corso, questa partecipazione è stata criticata tanto all’interno del suo proprio partito che da altri partiti politici. I suoi colleghi PD Andrea Orlando, Susanna Camusso, Laura Boldrini, Arturo Scotto e Nico Stumpo hanno dichiarato che gli estremisti dell’IDSF sono incompatibili con i valori del PD ed hanno richiesto la loro rimozione dai registri del Parlamento europeo. Pina Picierno, dichiaratamente filo-sionista, ha sostenuto che “boicottare o isolare Israele significa condannare tutta la regione ad un eterno sovranismo di destra”, dimenticandosi che Israele è da trent’anni che è governato dall’estrema destra etnonazionalista di Netanyahu e che la storia d’Israele, dal 1948 in poi, è attraversata maggiormente dai governi di estrema destra che hanno coltivato profondamente un grande odio anti-palestinese. Picierno ha sempre dimostrato di disinteressarsi completamente al genocidio in atto a Gaza da parte di Israele. Sempre a marzo 2025, in seguito ad una inchiesta di Report, risulta che Pina Picierno è membro del Transatlantic Friends of Israel (TFI) (2), di cui fanno parte 230 europarlamentari, parlamentari nazionali europei e membri del Congresso Americano: una lobby che è riuscita ad inglobare al suo interno i singoli parlamentari. Particolarmente folta è la delegazione italiana aderente al TFI: fanno parte 33 europarlamentari italiani, di ogni schieramento politico:  oltre a Picierno, vi è presente Piero Fassino (membro anche di “Sinistra per Israele”) per il PD; Ettore Rosato ed Elena Bonetti per Azione; Simonetta Matone per la Lega; Deborah Bergamini per Forza Italia; e una nutrita schiera di parlamentari di Fratelli d’Italia guidata da Marco Scuria, presidente della sezione italiana del TFI. Anche la vicedirettrice del TFI è italiana: Benedetta Buttiglione, figlia dell’ex-Ministro d’estrazione democristiana Rocco Buttiglione. Il 15 marzo 2025, in seguito ad un appello federalista ed europeista in sostegno al ReArm Europe (3) del giornalista Michele Serra, si è svolta una manifestazione a Roma in cui il “partito unico europeista della guerra”, amante delle bandiere blu dell’Unione Europea, manifestava con esse dicendo di far tesoro dei “valori fondativi dell’Europa”. In sostegno alla manifestazione, oltre a Roberto Vecchioni, a Corrado Augias e a Carlo Calenda, si era aggiunta ovviamente anche la neoliberale Pina Picierno facendo un appello “Per un’Europa Libera e Forte”. Fu proprio lei ad essere tra i dieci eurodeputati del Pd che sono a favore del piano ReArm Europe, un piano che comporta il netto aumento delle spese militari e un conseguenziale taglio delle spese sociali, se non si vuole aumentare l’indebitamento dell’Italia. Al referendum abrogativo sui temi del lavoro del 2025 si schiera contro i primi tre quesiti e a favore degli ultimi due, in dissidenza con la linea ufficiale del PD schierato a favore di tutti e 5 i quesiti. In un’intervista di Pietro Guastamacchia a Il Foglio ha affermato, commentando il risultato del referendum: “Il Pd di Schlein è incastrato nel passato mentre il fronte progressista, per vincere, deve parlare di futuro”. A frenare l’affluenza sarebbe stata dunque una sinistra che si è presentata agli elettori “in preda a polarizzazioni identitarie, intrappolata in una bolla di tifoserie avversarie”, uno spettacolo che alla fine “ha fatto guadagnare qualcosa solo alla destra, facendo un regalo a Giorgia Meloni”. Parole che risultano assurde, dal momento che il PD – oltre ad essere stato molto blando in quella campagna referendaria – non rappresenta la sinistra in Italia, ma un centro-centro-sinistra molto allargato nato in Italia con lo scioglimento del PDS (Partito Democratico della Sinistra), la creazione de La Margherita di Rutelli e in seguito l’Unione di Prode e la grande coalizione de L’Ulivo. Quella coalizione politica in cui ha trovato casa anche una profonda corrente di destra, forse qualcosa di più di destra, di cui Pina Picierno è parte integrante. Per ultimo, ma non per importanza è stato il contributo alla censura che Pina Picierno ha agito contro Angelo D’Orsi – tra i più importanti – il quale il 12 novembre 2025  avrebbe dovuto tenere una conferenza dal titolo “Russofobia, russofilia, verità” presso il Polo del 900 a Torino. L’evento è stato annullato a seguito di un post di Carlo Calenda, che ha chiesto al sindaco di Torino Stefano Lo Russo di intervenire per fermare l’iniziativa definendola “propaganda putiniana”, richiesta che è stata rilanciata da Europa Radicale e da Pina Picierno, vicepresidente PD del Parlamento Europeo. A stretto giro è poi arrivata una presa di posizione ufficiale dell’Anppia nazionale, che ha preso le distanze dall’adesione della sua sezione torinese alla conferenza. Tutto questo basta per descrivere chi è veramente Pina Picierno e in che cosa consista la sua volontà di annientare tutte le micro-dosi omeopatiche “di sinistra” presenti nel PD. Ecco dunque che, in nome del governismo (4), non dovrebbe far scalpore che Picierno avalli la riforma costituzionale del Ministro Nordio e del governo Meloni che, dopo i tentativi passati di addomesticare il potere giudiziario, è forse un dei più gravi attacchi alla nostra Costituzione a “colpi di maggioranza” dai tempi del governo Renzi.     (1) A De Mita si deve la nomina di Romano Prodi prima come suo consigliere economico e poi come presidente dell’IRI. Sempre a De Mita si deve l’impegno in politica di Sergio Mattarella nelle file di quella che viene chiamata “sinistra democristiana”. (2) Transatlantic Friends of Israel (TFI) è strettamente legato alla Transatlantic Institute, lobby di riferimento israeliana in Europa, costola della statunitense American Jewish Committee, e formalmente inserito nell’elenco delle lobby di Bruxelles. Le lobby filo israeliane organizzano copiose missioni in Israele per europarlamentari e parlamentari italiani: tutto spesato al fine di promuovere il sostegno all’entità coloniale israeliana. (3) ReArm Europe è programma di riarmo europeo voluto dalla Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, donna della destra europea e membro del Partito Popolare Europeo. (4) governismo. s. m. Sostegno e appoggio nei confronti del governo in carica. https://www.treccani.it/vocabolario/governismo_(Neologismi)/ Lorenzo Poli
February 6, 2026
Pressenza
6 febbraio 2026: prima storica mobilitazione internazionale dei portuali del Mediterraneo contro la guerra
Dall’assemblea di venerdì 23 gennaio a Genova, organizzata dal sindacato USB, riparte la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici portuali contro la guerra ed il traffico di armi: venerdì 6 febbraio saranno almeno 20 i porti che parteciperanno ad … Leggi tutto L'articolo 6 febbraio 2026: prima storica mobilitazione internazionale dei portuali del Mediterraneo contro la guerra sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Perché ri-studiare la storia oggi, dentro e oltre la scuola
Connessioni fra ricerca storica e pace nel mondo In Italia, lo studio della storia è parte integrante di tutti i programmi scolastici delle scuole di ogni ordine e grado. Eppure, molto spesso questa materia viene considerata non così importante, in quanto non strettamente connessa con l’attualità che viviamo. Ovviamente, questo è un pensiero radicato nelle persone comuni o in molte di esse, non da addetti ai lavori: gli storici e le storiche, che con grande fatica fanno costantemente ricerca in questo campo, inorridiscono rispetto a tale sentire. Una delle motivazioni alla base di questa convinzione invalsa sta nel fatto che, oggi, a causa della mancanza di tempo, i programmi scolastici non riescono ad essere svolti per intero e, conseguentemente, gli studenti e le studentesse non arrivano ad approfondire, nel loro corso di studi – mi riferisco chiaramente alla platea della scuola ordinaria di secondo grado – gli accadimenti più recenti. In pratica, molte persone pensano che si dovrebbe studiare la storia del ’900 per comprendere meglio la nostra realtà e “sorvolare” su quella della età arcaica e classica, con particolare riguardo alla storia greca. Ce l’abbiamo molto con i Micenei: ma che studiamo a fare eventi accaduti nel II millennio avanti Cristo se poi non sappiamo cosa ha provocato la guerra fredda dal 1947 al 1990? E ancora, cosa c’era dietro l’attentato alle Torri Gemelle? Quest’ultimo è un argomento molto delicato e sentito fortemente dai nati nel terzo millennio ma che a scuola non si arriva nemmeno lontanamente ad affrontare. Ebbene, i Micenei non sono poi così inutili: ci consegnano un incipit della storia dell’uomo, il momento in cui si è creata una ininterrotta continuità culturale tra l’età del bronzo e l’età classica, attraverso l’uso di una lingua per redigere documenti amministrativi e la creazione di un sistema palaziale, embrionale sistema di Stato. Sapere come si sono creati gli Stati ha una grande importanza: ci serve per comprendere come viviamo oggi e, soprattutto, da cosa nascono le guerre. Senza l’esistenza degli Stati, infatti, le guerre non diventano fenomeno che riguarda intere popolazioni ma restano a livello di conflittualità locale tra gruppi di potere. In Italia, nella nostra quotidianità, le guerre, pur essendo costantemente presenti nei fatti di cronaca, sembrano ancora appartenere ad altri mondi. Eppure intorno a noi sono aperti vari fronti di guerra nel mondo, oltre cinquanta. Da notare la terminologia utilizzata dagli inviati speciali e dagli stessi studiosi: oggi, non si parla più di guerra globale ma di guerra “a pezzi”. Paradossalmente, quindi, anche se in tantissimi luoghi del pianeta c’è gente che muore a causa di un conflitto bellico, a noi sembra di vivere in un’epoca di pace perenne. Questa percezione è leggermente cambiata da quando, purtroppo, c’è stata l’invasione della Russia in Ucraina, essendo questo territorio molto vicino a noi, con tutte le implicazioni che questo comporta, anche per i legami che, dalla fine della seconda guerra mondiale, il nostro paese ha con la NATO, nonché della presenza in Italia di tante persone di nazionalità sia ucraina che russa. Il riflesso di queste dinamiche sulla vita di tutti i giorni è stato comunque estremamente residuale, se not per il fatto che esse sono confluite nel dibattito sull’approvazione, da parte dell’Unione Europea, del piano ReArm Europe. Tante sono le voci che si sono levate contro l’adozione di questa misura di intervento; ma, al di là di questo, l’impatto visibile sulla nostra vita non c’è stato. Il che costituisce sicuramente un problema, in quanto stiamo assistendo, più o meno consapevolmente, a uno spostamento delle risorse pubbliche sul rafforzamento dei sistemi di difesa e sugli armamenti. Questa, però, è un’altra questione che merita appositi approfondimenti. Torniamo ai Micenei e alla storia della civiltà greca. Abbiamo già detto delle novità che essi hanno portato sulla terra. Un altro aspetto rilevante, che avvalora la tesi dell’importanza di effettuare studi storici sull’antichità, è dato dal fatto che, proprio in relazione alla storia greca – e anche romana – è cambiato il modo di acquisizione delle informazioni: se, fino alla seconda metà del Novecento, si attingeva prevalentemente dalle fonti letterarie – le guerre persiane immortalate da Erodoto, la guerra in Peloponneso da Tucidide, solo per fare degli esempi – oggi si ritiene fondamentale lo studio dell’archeologia, che diventa essenziale documentazione storica. Per citare Marco Bettalli: “Un conto è avere una forma mentis che stabilisce comunque una graduatoria… (tra fonti), altra cosa è servirsi dell’archeologia per fare storia nel senso più completo del termine; un tipo di storia senza avvenimenti, ma con l’ambizione di ricostruire modelli e strutture in cui operavano date comunità in un dato periodo”. In pratica, questa corrente storiografica ritiene che sia centrale acquisire le informazioni attraverso l’analisi delle stratificazioni fisiche che l’uomo ha prodotto nei luoghi. Quindi, sul campo. Però, affinché gli scavi siano effettivamente realizzabili, oltre ad avere disponibilità di risorse finanziarie da dedicarvi, è necessario che vi sia la possibilità di effettuarli: in particolare, che vi sia una cooperazione internazionale tra i governi in cui i siti sono presenti. A sua volta, la cooperazione internazionale può avvenire solo dove c’è la pace. In alcuni luoghi, ciò non solo è impossibile ma, addirittura, l’archeologia viene usata come arma: è il caso dello Stato di Israele, dove lo studio dell’archeologia viene effettuato secondo un metodo che viene definito “archeologia biblica”, in base al quale “l’archeologia è stata, cioè, chiamata a rinforzare le connessioni tra il moderno Stato e l’Israele antico che esiste nelle Scritture. Era questo il suo ruolo principale. Per ottenere questo obiettivo si è concentrata sui siti menzionati nella narrazione biblica, per poter fornire quei simboli nazionali e per creare una nuova narrazione che legasse gli israeliani di oggi all’antico popolo biblico. Questa si è rivelata, col tempo, un’operazione problematica. A segnalare l’esistenza di incongruenze non siamo stati solo noi archeologi palestinesi. Oggi ci sono anche archeologi israeliani, soprattutto giovani, che riscontrano problemi… Ecco, per un palestinese studiare archeologia in un’università ebraica rappresenta decisamente una sfida, perché bisogna continuamente scendere a patti con la propaganda sionista.” (Intervista a Mahmoud Hawari, 2011). È evidente che, in questo caso, si va in controtendenza rispetto a quanto affermato da Bettalli: la produzione storica non viene effettuata a partire dall’analisi dei reperti con metodo scientifico; a priori, è orientata a confermare tesi presenti in fonti letterarie (in questo caso specifico, testi religiosi) e funzionali all’affermazione di un tipo di politica o di ideologia. Ed allora: ri-studiare la storia è necessario. La storia, in questo senso, rappresenta un vero e proprio anticorpo contro i disastri della geopolitica. Non serve solo a farci sapere come siamo arrivati fino a qui, ma soprattutto a renderci consapevoli che il modo in cui vengono ricostruiti gli avvenimenti del passato – è nota l’affermazione secondo cui la storia la scrivono i vincitori – influenza il modo in cui interpretiamo i fatti di oggi. Per questo motivo, la storia arcaica è tanto importante quanto quella contemporanea e dovrebbero essere soprattutto le persone giovani a essere messe in condizione di desiderare di studiarla. https://www.corriere.it/opinioni/23_aprile_28/importanza-studiare-storia-vite-altri-memoria-fd2de200-e5db-11ed-b98e-227d9ceb5d4e.shtml https://youtu.be/_UdWqR5WPYk?si=ZuZBsw0DJ1Qqw4bm https://www.geopop.it/panoramica-dei-56-conflitti-in-corso-nel-mondo-e-davvero-la-terza-guerra-mondiale-a-pezzi/ https://www.consilium.europa.eu/it/policies/european-defence-readiness/ https://www.agendadigitale.eu/sicurezza/rearm-europe-la-svolta-storica-nella-difesa-ue-e-il-ruolo-chiave-dellitalia/ https://altreconomia.it/rearm-europe-muove-il-primo-passo-ecco-come-si-costruisce-uneconomia-di-guerra/ https://www.youtube.com/live/DyELm603Bao?si=sfJWuW_N7g81Cc8g https://www.unacitta.it/it/intervista/2168- Nives Monda
December 8, 2025
Pressenza
Sono gli interessi dell’industria militare a spingere la corsa al riarmo
Riceviamo e pubblichiamo da Gianni Alioti, attivista di ‘Weapon Watch’ ed uno dei maggiori esperti italiani di produzioni militari Nel 1988, il punto più alto raggiunto durante la Guerra Fredda, le spese militari nel mondo, a valori costanti, avevano raggiunto i 1.750 miliardi di dollari, nel 2024 le stesse hanno raggiunto ii massimo storico di 2.718 miliardi di dollari (+55% in termini reali).(Fonte SIPRI) L’andamento delle spese militari – a valori costanti- dal 1988 al 2024 dimostra quanto non sia vero che abbiamo goduto di un “dividendo della pace”. Ciò è vero solo nella prima metà degli anni ‘90 per effetto degli accordi di disarmo tra Urss e Usa e tra la Nato e il Patto di Varsavia, che sancirono la fine della ‘Guerra fredda’. Poi le spese militari hanno ripreso a crescere (specie dal 1999), con una flessione negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008-2009, per poi impennarsi negli ultimi dieci anni. Sul piano ReArm Europe, l’ingente trasferimento di risorse pubbliche verso le spese militari (+800 miliardi entro i prossimi quattro anni e l’obiettivo del 5% del Pil entro il 2035) e la preparazione alla guerra con la Russia, si innesta su un decennio (2014-2024) di crescita delle spese militari nei paesi Ue (+ 121%) e della voce armamenti (+325%)- dati depurati dall’inflazione – (Fonte Consiglio Europeo). L’ultimo rapporto della Agenzia europea della difesa ha confermato che l’anno scorso, le spese militari nei 27 paesi Ue hanno raggiunto 343 miliardi di euro e quest’anno raggiungeranno i 392 miliardi di euro (+11% in termini reali). E’ grave che il piano di riarmo europeo sia stato imposto dalla Comunità Europea senza un vero dibattito pubblico e una approvazione parlamentare, sia per le ragioni etiche e politiche che per le conseguenze sulla tenuta del welfare e sulle politiche di contrasto alla crisi climatica. Rispetto al coordinamento del piano ReArm Europe, ai fini di una difesa comune europea e del rafforzamento dell’industria europea della difesa, all’orizzonte di questa Ue non c’è in agenda alcun percorso per una difesa comune europea. Per la prima volta, invece, la Comunità Europea ha un commissario all’industria della difesa e dello spazio. Rispetto al passato, il budget europeo destinato a spese militari sarà tale da poter favorire politiche di coordinamento e integrazione dell’industria europea. Sono gli interessi dell’industria militare pertanto, a condurre le danze con la politica in Europa, a pieno servizio del complesso militare-industriale e finanziario. Ad esempio, la tedesca Rheinmetall è il più importante hub europeo sia per l’espansione a Est delle produzioni militari,compresa l’Ucraina, sia nel potenziamento del settore del munizionamento e dei veicoli corazzati a livello globale (a partire dalla joint venture con Leonardo). Nei fatti, le scelte strategiche di Rheinmetall confermano come, prescindendo dalla retorica sul recupero di autonomia dell’industria europea verso quella americana nel campo della difesa, non emerga in realtà una strategia coerente in ambito Ue. Un’industria militare europea in competizione con quella nord-americana non esiste, mentre c’è una compenetrazione e interdipendenza produttiva e tecnologica tra le due sponde dell’Atlantico. Insieme a un’integrazione dei mercati, con una presenza diretta reciproca delle aziende Usa nel mercato europeo e delle aziende europee nel mercato americano, è presente, soprattutto, una integrazione finanziaria. Gli azionisti che controllano le cinque maggiori aziende al mondo per fatturato militare sono anche i principali azionisti delle più importanti aziende europee: Airbus, BAE Systems, Rolls Royce, Leonardo, Hensoldt, Rheinmetall, JSC Ukrainian Defense Industry ecc. E’ questa la vera dinamica che ci spinge al riarmo ! Redazione Italia
November 25, 2025
Pressenza
I portuali non lavorano per la guerra: da Genova si rilancia la lotta contro genocidio in Palestina e riarmo europeo
Si è conclusa con l’assemblea pubblica di sabato 27 al CAP di Genova la due giorni del meeting internazionale “I portuali non lavorano per la guerra”. È stato illustrato il risultato dell’incontro del giorno precedente alla presenza di delegazioni provenienti da Francia, Grecia, Paesi Baschi, Cipro, Slovenia, Amburgo e di altri osservatori. È stato condiviso un documento imperniato su una piattaforma di 4 punti: – Stop al genocidio del popolo palestinese e l’occupazione israeliana – Apertura immediata di corridoi umanitari – Porti chiusi per le armi e aperti per la pace – Stop a Rearm EU, che sottrae enormi risorse a servizi pubblici essenziali. Il documento impegna le organizzazioni e lancia una giornata comune di lotte coordinate nei porti europei e mediterranei. Nei prossimi giorni il documento sarà sottoposto al vaglio del rispettive organizzazioni, dopo di che diventerà pubblico ed effettivo. Un grande risultato fino a poco tempo fa insperato, ma che può segnare un grande cambio di passo nella solidarietà e nella lotta internazionale. Alla due giorni ha partecipato anche Jamal Jaffreh del sindacato palestinese PNFTU, che ha portato una grande testimonianza e incitato alle lotte.   Unione Sindacale di Base
September 27, 2025
Pressenza
Stop Rearm Europe: l’11 settembre presidio davanti alla sede di Leonardo
Stop Rearm Europe: l’11 settembre presidio davanti alla sede di Leonardo Appuntamento alle 17:00 presso i giardini di Viale Mazzini Il cosiddetto “Defence Summit” previsto a Roma è stato rinviato a data da destinarsi. Una vittoria importante, ma non basta: Continua a leggere L'articolo Stop Rearm Europe: l’11 settembre presidio davanti alla sede di Leonardo proviene da ATTAC Italia.
September 4, 2025
ATTAC Italia
L’industria armiera in Europa diffonde fake news
Pubblichiamo la prima parte di una intervista a Gianni Alioti,uno dei maggiori esperti italiani sul mercato delle armi L’industria delle armi in Europa e il suo impatto sul lavoro Il governo italiano ha trasferito 4,9 miliardi di euro dal fondo per la transizione ecologica e sociale dell’automotive all’aumento delle spese militari. Non è semplice far digerire gli investimenti al comparto bellico a un’opinione pubblica, cosciente dei corrispettivi tagli a sanità, istruzione, welfare. Intorno a ReArm Europe e all’euforia dei mercati finanziari, impegnati a investire una montagna di soldi nei titoli di borsa delle principali industrie militari europee, è molto forte il rischio di un “abbaglio” sulle aspettative in termini di ricadute occupazionali. Il Ministro dell’imprese e del made in Italy, Adolfo Urso è arrivato a prospettare per le aziende della filiera dell’automotive incentivi per riconvertirsi verso il settore aerospaziale e della difesa, mentre il suo Governo – con la Legge di Bilancio 2025 – trasferiva 4,9 miliardi di euro dal fondo per la transizione ecologica e sociale dell’automotive all’aumento delle spese militari. Spettro della guerra Non è semplice per qualsiasi governo far digerire l’aumento delle spese militari a un’opinione pubblica, cosciente dei corrispettivi tagli a sanità, istruzione, welfare. Evocare lo spettro della guerra con la Russia, evidentemente non basta. In questo caso è meglio giocarsi la carta delle ricadute industriali e occupazionali. Non è la prima volta che succede. Ricordate, ad esempio, i diecimila nuovi posti di lavoro “messi sul piatto” nel 2006 dal Capo di stato maggiore dell’Aeronautica Militare, Leonardo Tricarico e dal sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri (Governo Prodi) se avessimo acquistato i caccia-bombardieri F-35 della Lockeed Martin ? A distanza di 20 anni possiamo verificare quanto fosse una fakenews, per condizionare il dibattito pubblico. Ma penso sia sbagliato liquidare con una semplice battuta i risvolti che l’economia di guerra ha sul sistema industriale europeo e sul lavoro. Meglio procedere secondo un rigore logico. È vero, come sostengono alcuni, che la corsa agli armamenti può salvare l’economia europea? E rilanciare l’occupazione industriale? Analisi della realtà A queste domande cercherò di rispondere non in base alle mie convinzioni etiche e politiche, ma attraverso l’analisi della realtà e dei dati (a consuntivo) inerenti sia l’andamento delle spese militari, sia la dimensione dell’industria aerospaziale e della difesa in Europa. I dati ufficiali del Consiglio Europeo (https://www.consilium.europa.eu/en/policies/defence-numbers/) ci dicono che dal 2014 al 2024 nei paesi UE le spese militari sono più che raddoppiate a prezzi costanti (+121%). Sono passate da 147 a 326 miliardi di euro. All’interno delle spese militari, quelle specifiche per armamenti e ricerca-sviluppo sono addirittura quadruplicate (+325%). Se consideriamo non i Paesi UE, ma i Paesi europei della NATO le spese militari nel 2024 sono state di più: 440 invece di 326 miliardi di euro. La crescita negli ultimi dieci anni registra una tendenza simile. Tendenze del settore Secondo il rapporto pubblicato a novembre 2024 da ASD, European Aerospace, Security and Defence Industries[3] che riguarda i 27 Paesi UE + Norvegia, Regno Unito e Turchia, a fine 2023 gli occupati totali diretti nell’industria aerospaziale e della difesa in Europa risultano, un milione e 27 mila, di cui 518 mila relativi al militare . Il fatturato complessivo nel 2023 è stato di 290,4 miliardi di euro, di cui il 55 per cento nel militare. Partire dai dati forniti da ASD ha il vantaggio dell’attendibilità e della continuità nel tempo, consentendo analisi e valutazioni di natura strutturale sulle tendenze del settore. Possiamo, infatti, analizzare cosa è successo in termini di fatturato e occupazione nello stesso arco di tempo di dieci anni (2014-2023) nel quale le spese militari sono cresciute del 90 per cento. Crescita del 65 per cento I ricavi nel militare nell’intera industria del settore in Europa sono cresciuti del 65 per cento, mentre l’occupazione è aumentata del 26 per cento da 407 mila e 800 a 518 mila addetti. Redazione Italia
August 25, 2025
Pressenza
Riarmo europeo e 4 novembre in Italia
Riceviamo e pubblichiamo dall’Osservatorio NOMS Il Consiglio dell’Unione Europea ha avviato un programma di investimenti militari, il Security Action for Europe (SAFE), che permetterà agli Stati di accedere a un fondo di 150 miliardi di euro per piani di spesa, investimenti nella difesa e nella sicurezza, acquisto di armi e munizioni. E, senza entrare nel dettaglio, è bene ricordare che dal marzo scorso, quando venne approvato il Riarmo Europeo, ad oggi sono state aggiunte varie parti di quel composito puzzle che potremmo definire il processo di riarmo europeo, di militarizzazione del corpo sociale, di riconversione a fini di guerra di settori dell’economia in crisi. Il cosiddetto Riarmo Europeo, risultato di un lungo processo di riordinamento economico-politico militare mondiale e quindi anche europeo, avrà presto ripercussioni dirette sulle spese sociali, sul welfare, sull’istruzione, sulla sanità e sul potere di acquisto dei salari perché, quando andremo a rivendicare aumenti contrattuali, le priorità potrebbero essere ben altre. Parliamo di almeno 800 miliardi di euro da passare alle industrie di armamenti come incremento di profitti che la crisi di capitale non consente di raggiungere in altri settori produttivi con i mercati ormai saturati o in crescente difficoltà. Il 24/25 giugno il Summit ha deliberato l’aumento del budget militare per ogni Paese, da portare al 3% o al 5%, e tutto ciò dissanguerà ulteriormente salari e spesa pubblica (sanità, pensioni, scuola, trasporti, ecc.). L’egemonia USA in crisi economica, politica e sociale tende ora a farsi pagare l’enorme debito estero di 23 mila miliardi di dollari dai Paesi europei, i quali non traggono alcun insegnamento dalla guerra in Ucraina, responsabile della recessione delle economie del vecchio continente. Il riarmo prosegue a ritmi serrati e in questa fase iniziale (dal marzo scorso in poi) sono stati messi a punto i primi progetti comunitari per offrire impulso alla ricerca e produzione di sistemi di arma. Presto ci diranno che alcune aziende fuori mercato, per scongiurare la chiusura e i licenziamenti, dovranno riconvertirsi alla produzione bellica, come sta già avvenendo in Germania, militarizzando di fatto le aziende e sottoponendo le maestranze a controlli asfissianti. Sotto i nostri occhi sta crescendo l’assuefazione alla idea della guerra, ce la presentano come necessaria per difendere l’occupazione, per far riprendere la crescita economica, per difenderci da ipotetici nemici, ovviamente creati ad arte per giustificare il Riarmo. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università, nella sua assemblea annuale, ha discusso a lungo della necessità di rilanciare una mobilitazione contro la guerra e contro il Riarmo per non essere complici, per non cedere scuole, università e settori sociali alla propaganda di guerra, alla mera giustificazione dei processi in atto. Per costruire una mobilitazione diffusa bisogna andare direttamente nelle scuole e nel mondo della conoscenza, per questo chiediamo a tutte le associazioni aderenti all’osservatorio e a quelle realtà associative, comitati territoriali locali e nazionali, studenti e coloro che in questi anni hanno collaborato con l’Osservatorio e si sono opposti alla guerra e in particolare al genocidio in atto a Gaza, di partecipare ad un’assemblea online il 27 agosto alle ore 18 al link https://meet.jit.si/osservatorionomili per costruire insieme uno sciopero in occasione della Giornata del lutto, il 4 novembre. Redazione Italia
August 25, 2025
Pressenza
Defence Summit a Roma, NO! di Stop Rearm Europe
“Cultura della difesa“ sempre più martellante in Italia, sul tema interviene con un comunicato Rearm Europe Roma critica nei confronti del prossimo “Defence Summit” annunciato per settembre nella capitale. “Diciamo NO allo show dei mercanti di morte!! Il prossimo 11 settembre si terrà presso l’Auditorium di Roma la prima edizione del DEFENCE SUMMIT, un’iniziativa promossa dal Sole 24ore che vede come partner tutte le maggiori industrie militari italiane. Il Summit viene presentato con le parole del Ministro Crosetto “La cultura della Difesa incarna il principio fondamentale della cultura democratica” e vedrà sfilare i Capi di Stato Maggiore dei diversi corpi dell’Esercito Italiano assieme ai Ceo delle industrie degli armamenti. Dentro un contesto nel quale la dimensione della guerra assume un ruolo sempre più rilevante a livello globale, mentre si abbandona qualunque ruolo diplomatico per porre fine alla guerra in Ucraina e ci si rende complici del genocidio in atto in Palestina, si tiene a Roma in uno spazio pubblico un convegno fra i soggetti che questi scenari alimentano e i soggetti che su questi scenari fanno profitti. Riteniamo totalmente inaccettabile che la Fondazione Musica per Roma, dentro il quale il Comune di Roma è ente fondamentale, abbia concesso uno spazio per un’iniziativa che è in diretto contrasto con le finalità statutarie della fondazione stessa. Chiediamo pertanto al Comune di Roma il ritiro della concessione dell’Auditorium per un’iniziativa che propaganda la guerra. Chiamiamo la città a promuovere l’11 settembre un SOCIAL SUMMIT nel piazzale esterno dell’Auditoriun per dire con determinazione e creatività il nostro collettivo NO alla guerra, al riarmo, al genocidio, all’autoritarismo. Fermiamo la guerra, riprendiamoci il futuro. STOP REARM EUROPE ROMA“