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Perché ri-studiare la storia oggi, dentro e oltre la scuola
Connessioni fra ricerca storica e pace nel mondo In Italia, lo studio della storia è parte integrante di tutti i programmi scolastici delle scuole di ogni ordine e grado. Eppure, molto spesso questa materia viene considerata non così importante, in quanto non strettamente connessa con l’attualità che viviamo. Ovviamente, questo è un pensiero radicato nelle persone comuni o in molte di esse, non da addetti ai lavori: gli storici e le storiche, che con grande fatica fanno costantemente ricerca in questo campo, inorridiscono rispetto a tale sentire. Una delle motivazioni alla base di questa convinzione invalsa sta nel fatto che, oggi, a causa della mancanza di tempo, i programmi scolastici non riescono ad essere svolti per intero e, conseguentemente, gli studenti e le studentesse non arrivano ad approfondire, nel loro corso di studi – mi riferisco chiaramente alla platea della scuola ordinaria di secondo grado – gli accadimenti più recenti. In pratica, molte persone pensano che si dovrebbe studiare la storia del ’900 per comprendere meglio la nostra realtà e “sorvolare” su quella della età arcaica e classica, con particolare riguardo alla storia greca. Ce l’abbiamo molto con i Micenei: ma che studiamo a fare eventi accaduti nel II millennio avanti Cristo se poi non sappiamo cosa ha provocato la guerra fredda dal 1947 al 1990? E ancora, cosa c’era dietro l’attentato alle Torri Gemelle? Quest’ultimo è un argomento molto delicato e sentito fortemente dai nati nel terzo millennio ma che a scuola non si arriva nemmeno lontanamente ad affrontare. Ebbene, i Micenei non sono poi così inutili: ci consegnano un incipit della storia dell’uomo, il momento in cui si è creata una ininterrotta continuità culturale tra l’età del bronzo e l’età classica, attraverso l’uso di una lingua per redigere documenti amministrativi e la creazione di un sistema palaziale, embrionale sistema di Stato. Sapere come si sono creati gli Stati ha una grande importanza: ci serve per comprendere come viviamo oggi e, soprattutto, da cosa nascono le guerre. Senza l’esistenza degli Stati, infatti, le guerre non diventano fenomeno che riguarda intere popolazioni ma restano a livello di conflittualità locale tra gruppi di potere. In Italia, nella nostra quotidianità, le guerre, pur essendo costantemente presenti nei fatti di cronaca, sembrano ancora appartenere ad altri mondi. Eppure intorno a noi sono aperti vari fronti di guerra nel mondo, oltre cinquanta. Da notare la terminologia utilizzata dagli inviati speciali e dagli stessi studiosi: oggi, non si parla più di guerra globale ma di guerra “a pezzi”. Paradossalmente, quindi, anche se in tantissimi luoghi del pianeta c’è gente che muore a causa di un conflitto bellico, a noi sembra di vivere in un’epoca di pace perenne. Questa percezione è leggermente cambiata da quando, purtroppo, c’è stata l’invasione della Russia in Ucraina, essendo questo territorio molto vicino a noi, con tutte le implicazioni che questo comporta, anche per i legami che, dalla fine della seconda guerra mondiale, il nostro paese ha con la NATO, nonché della presenza in Italia di tante persone di nazionalità sia ucraina che russa. Il riflesso di queste dinamiche sulla vita di tutti i giorni è stato comunque estremamente residuale, se not per il fatto che esse sono confluite nel dibattito sull’approvazione, da parte dell’Unione Europea, del piano ReArm Europe. Tante sono le voci che si sono levate contro l’adozione di questa misura di intervento; ma, al di là di questo, l’impatto visibile sulla nostra vita non c’è stato. Il che costituisce sicuramente un problema, in quanto stiamo assistendo, più o meno consapevolmente, a uno spostamento delle risorse pubbliche sul rafforzamento dei sistemi di difesa e sugli armamenti. Questa, però, è un’altra questione che merita appositi approfondimenti. Torniamo ai Micenei e alla storia della civiltà greca. Abbiamo già detto delle novità che essi hanno portato sulla terra. Un altro aspetto rilevante, che avvalora la tesi dell’importanza di effettuare studi storici sull’antichità, è dato dal fatto che, proprio in relazione alla storia greca – e anche romana – è cambiato il modo di acquisizione delle informazioni: se, fino alla seconda metà del Novecento, si attingeva prevalentemente dalle fonti letterarie – le guerre persiane immortalate da Erodoto, la guerra in Peloponneso da Tucidide, solo per fare degli esempi – oggi si ritiene fondamentale lo studio dell’archeologia, che diventa essenziale documentazione storica. Per citare Marco Bettalli: “Un conto è avere una forma mentis che stabilisce comunque una graduatoria… (tra fonti), altra cosa è servirsi dell’archeologia per fare storia nel senso più completo del termine; un tipo di storia senza avvenimenti, ma con l’ambizione di ricostruire modelli e strutture in cui operavano date comunità in un dato periodo”. In pratica, questa corrente storiografica ritiene che sia centrale acquisire le informazioni attraverso l’analisi delle stratificazioni fisiche che l’uomo ha prodotto nei luoghi. Quindi, sul campo. Però, affinché gli scavi siano effettivamente realizzabili, oltre ad avere disponibilità di risorse finanziarie da dedicarvi, è necessario che vi sia la possibilità di effettuarli: in particolare, che vi sia una cooperazione internazionale tra i governi in cui i siti sono presenti. A sua volta, la cooperazione internazionale può avvenire solo dove c’è la pace. In alcuni luoghi, ciò non solo è impossibile ma, addirittura, l’archeologia viene usata come arma: è il caso dello Stato di Israele, dove lo studio dell’archeologia viene effettuato secondo un metodo che viene definito “archeologia biblica”, in base al quale “l’archeologia è stata, cioè, chiamata a rinforzare le connessioni tra il moderno Stato e l’Israele antico che esiste nelle Scritture. Era questo il suo ruolo principale. Per ottenere questo obiettivo si è concentrata sui siti menzionati nella narrazione biblica, per poter fornire quei simboli nazionali e per creare una nuova narrazione che legasse gli israeliani di oggi all’antico popolo biblico. Questa si è rivelata, col tempo, un’operazione problematica. A segnalare l’esistenza di incongruenze non siamo stati solo noi archeologi palestinesi. Oggi ci sono anche archeologi israeliani, soprattutto giovani, che riscontrano problemi… Ecco, per un palestinese studiare archeologia in un’università ebraica rappresenta decisamente una sfida, perché bisogna continuamente scendere a patti con la propaganda sionista.” (Intervista a Mahmoud Hawari, 2011). È evidente che, in questo caso, si va in controtendenza rispetto a quanto affermato da Bettalli: la produzione storica non viene effettuata a partire dall’analisi dei reperti con metodo scientifico; a priori, è orientata a confermare tesi presenti in fonti letterarie (in questo caso specifico, testi religiosi) e funzionali all’affermazione di un tipo di politica o di ideologia. Ed allora: ri-studiare la storia è necessario. La storia, in questo senso, rappresenta un vero e proprio anticorpo contro i disastri della geopolitica. Non serve solo a farci sapere come siamo arrivati fino a qui, ma soprattutto a renderci consapevoli che il modo in cui vengono ricostruiti gli avvenimenti del passato – è nota l’affermazione secondo cui la storia la scrivono i vincitori – influenza il modo in cui interpretiamo i fatti di oggi. Per questo motivo, la storia arcaica è tanto importante quanto quella contemporanea e dovrebbero essere soprattutto le persone giovani a essere messe in condizione di desiderare di studiarla. https://www.corriere.it/opinioni/23_aprile_28/importanza-studiare-storia-vite-altri-memoria-fd2de200-e5db-11ed-b98e-227d9ceb5d4e.shtml https://youtu.be/_UdWqR5WPYk?si=ZuZBsw0DJ1Qqw4bm https://www.geopop.it/panoramica-dei-56-conflitti-in-corso-nel-mondo-e-davvero-la-terza-guerra-mondiale-a-pezzi/ https://www.consilium.europa.eu/it/policies/european-defence-readiness/ https://www.agendadigitale.eu/sicurezza/rearm-europe-la-svolta-storica-nella-difesa-ue-e-il-ruolo-chiave-dellitalia/ https://altreconomia.it/rearm-europe-muove-il-primo-passo-ecco-come-si-costruisce-uneconomia-di-guerra/ https://www.youtube.com/live/DyELm603Bao?si=sfJWuW_N7g81Cc8g https://www.unacitta.it/it/intervista/2168- Nives Monda
Sono gli interessi dell’industria militare a spingere la corsa al riarmo
Riceviamo e pubblichiamo da Gianni Alioti, attivista di ‘Weapon Watch’ ed uno dei maggiori esperti italiani di produzioni militari Nel 1988, il punto più alto raggiunto durante la Guerra Fredda, le spese militari nel mondo, a valori costanti, avevano raggiunto i 1.750 miliardi di dollari, nel 2024 le stesse hanno raggiunto ii massimo storico di 2.718 miliardi di dollari (+55% in termini reali).(Fonte SIPRI) L’andamento delle spese militari – a valori costanti- dal 1988 al 2024 dimostra quanto non sia vero che abbiamo goduto di un “dividendo della pace”. Ciò è vero solo nella prima metà degli anni ‘90 per effetto degli accordi di disarmo tra Urss e Usa e tra la Nato e il Patto di Varsavia, che sancirono la fine della ‘Guerra fredda’. Poi le spese militari hanno ripreso a crescere (specie dal 1999), con una flessione negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008-2009, per poi impennarsi negli ultimi dieci anni. Sul piano ReArm Europe, l’ingente trasferimento di risorse pubbliche verso le spese militari (+800 miliardi entro i prossimi quattro anni e l’obiettivo del 5% del Pil entro il 2035) e la preparazione alla guerra con la Russia, si innesta su un decennio (2014-2024) di crescita delle spese militari nei paesi Ue (+ 121%) e della voce armamenti (+325%)- dati depurati dall’inflazione – (Fonte Consiglio Europeo). L’ultimo rapporto della Agenzia europea della difesa ha confermato che l’anno scorso, le spese militari nei 27 paesi Ue hanno raggiunto 343 miliardi di euro e quest’anno raggiungeranno i 392 miliardi di euro (+11% in termini reali). E’ grave che il piano di riarmo europeo sia stato imposto dalla Comunità Europea senza un vero dibattito pubblico e una approvazione parlamentare, sia per le ragioni etiche e politiche che per le conseguenze sulla tenuta del welfare e sulle politiche di contrasto alla crisi climatica. Rispetto al coordinamento del piano ReArm Europe, ai fini di una difesa comune europea e del rafforzamento dell’industria europea della difesa, all’orizzonte di questa Ue non c’è in agenda alcun percorso per una difesa comune europea. Per la prima volta, invece, la Comunità Europea ha un commissario all’industria della difesa e dello spazio. Rispetto al passato, il budget europeo destinato a spese militari sarà tale da poter favorire politiche di coordinamento e integrazione dell’industria europea. Sono gli interessi dell’industria militare pertanto, a condurre le danze con la politica in Europa, a pieno servizio del complesso militare-industriale e finanziario. Ad esempio, la tedesca Rheinmetall è il più importante hub europeo sia per l’espansione a Est delle produzioni militari,compresa l’Ucraina, sia nel potenziamento del settore del munizionamento e dei veicoli corazzati a livello globale (a partire dalla joint venture con Leonardo). Nei fatti, le scelte strategiche di Rheinmetall confermano come, prescindendo dalla retorica sul recupero di autonomia dell’industria europea verso quella americana nel campo della difesa, non emerga in realtà una strategia coerente in ambito Ue. Un’industria militare europea in competizione con quella nord-americana non esiste, mentre c’è una compenetrazione e interdipendenza produttiva e tecnologica tra le due sponde dell’Atlantico. Insieme a un’integrazione dei mercati, con una presenza diretta reciproca delle aziende Usa nel mercato europeo e delle aziende europee nel mercato americano, è presente, soprattutto, una integrazione finanziaria. Gli azionisti che controllano le cinque maggiori aziende al mondo per fatturato militare sono anche i principali azionisti delle più importanti aziende europee: Airbus, BAE Systems, Rolls Royce, Leonardo, Hensoldt, Rheinmetall, JSC Ukrainian Defense Industry ecc. E’ questa la vera dinamica che ci spinge al riarmo ! Redazione Italia
I portuali non lavorano per la guerra: da Genova si rilancia la lotta contro genocidio in Palestina e riarmo europeo
Si è conclusa con l’assemblea pubblica di sabato 27 al CAP di Genova la due giorni del meeting internazionale “I portuali non lavorano per la guerra”. È stato illustrato il risultato dell’incontro del giorno precedente alla presenza di delegazioni provenienti da Francia, Grecia, Paesi Baschi, Cipro, Slovenia, Amburgo e di altri osservatori. È stato condiviso un documento imperniato su una piattaforma di 4 punti: – Stop al genocidio del popolo palestinese e l’occupazione israeliana – Apertura immediata di corridoi umanitari – Porti chiusi per le armi e aperti per la pace – Stop a Rearm EU, che sottrae enormi risorse a servizi pubblici essenziali. Il documento impegna le organizzazioni e lancia una giornata comune di lotte coordinate nei porti europei e mediterranei. Nei prossimi giorni il documento sarà sottoposto al vaglio del rispettive organizzazioni, dopo di che diventerà pubblico ed effettivo. Un grande risultato fino a poco tempo fa insperato, ma che può segnare un grande cambio di passo nella solidarietà e nella lotta internazionale. Alla due giorni ha partecipato anche Jamal Jaffreh del sindacato palestinese PNFTU, che ha portato una grande testimonianza e incitato alle lotte.   Unione Sindacale di Base
Stop Rearm Europe: l’11 settembre presidio davanti alla sede di Leonardo
Stop Rearm Europe: l’11 settembre presidio davanti alla sede di Leonardo Appuntamento alle 17:00 presso i giardini di Viale Mazzini Il cosiddetto “Defence Summit” previsto a Roma è stato rinviato a data da destinarsi. Una vittoria importante, ma non basta: Continua a leggere L'articolo Stop Rearm Europe: l’11 settembre presidio davanti alla sede di Leonardo proviene da ATTAC Italia.
L’industria armiera in Europa diffonde fake news
Pubblichiamo la prima parte di una intervista a Gianni Alioti,uno dei maggiori esperti italiani sul mercato delle armi L’industria delle armi in Europa e il suo impatto sul lavoro Il governo italiano ha trasferito 4,9 miliardi di euro dal fondo per la transizione ecologica e sociale dell’automotive all’aumento delle spese militari. Non è semplice far digerire gli investimenti al comparto bellico a un’opinione pubblica, cosciente dei corrispettivi tagli a sanità, istruzione, welfare. Intorno a ReArm Europe e all’euforia dei mercati finanziari, impegnati a investire una montagna di soldi nei titoli di borsa delle principali industrie militari europee, è molto forte il rischio di un “abbaglio” sulle aspettative in termini di ricadute occupazionali. Il Ministro dell’imprese e del made in Italy, Adolfo Urso è arrivato a prospettare per le aziende della filiera dell’automotive incentivi per riconvertirsi verso il settore aerospaziale e della difesa, mentre il suo Governo – con la Legge di Bilancio 2025 – trasferiva 4,9 miliardi di euro dal fondo per la transizione ecologica e sociale dell’automotive all’aumento delle spese militari. Spettro della guerra Non è semplice per qualsiasi governo far digerire l’aumento delle spese militari a un’opinione pubblica, cosciente dei corrispettivi tagli a sanità, istruzione, welfare. Evocare lo spettro della guerra con la Russia, evidentemente non basta. In questo caso è meglio giocarsi la carta delle ricadute industriali e occupazionali. Non è la prima volta che succede. Ricordate, ad esempio, i diecimila nuovi posti di lavoro “messi sul piatto” nel 2006 dal Capo di stato maggiore dell’Aeronautica Militare, Leonardo Tricarico e dal sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri (Governo Prodi) se avessimo acquistato i caccia-bombardieri F-35 della Lockeed Martin ? A distanza di 20 anni possiamo verificare quanto fosse una fakenews, per condizionare il dibattito pubblico. Ma penso sia sbagliato liquidare con una semplice battuta i risvolti che l’economia di guerra ha sul sistema industriale europeo e sul lavoro. Meglio procedere secondo un rigore logico. È vero, come sostengono alcuni, che la corsa agli armamenti può salvare l’economia europea? E rilanciare l’occupazione industriale? Analisi della realtà A queste domande cercherò di rispondere non in base alle mie convinzioni etiche e politiche, ma attraverso l’analisi della realtà e dei dati (a consuntivo) inerenti sia l’andamento delle spese militari, sia la dimensione dell’industria aerospaziale e della difesa in Europa. I dati ufficiali del Consiglio Europeo (https://www.consilium.europa.eu/en/policies/defence-numbers/) ci dicono che dal 2014 al 2024 nei paesi UE le spese militari sono più che raddoppiate a prezzi costanti (+121%). Sono passate da 147 a 326 miliardi di euro. All’interno delle spese militari, quelle specifiche per armamenti e ricerca-sviluppo sono addirittura quadruplicate (+325%). Se consideriamo non i Paesi UE, ma i Paesi europei della NATO le spese militari nel 2024 sono state di più: 440 invece di 326 miliardi di euro. La crescita negli ultimi dieci anni registra una tendenza simile. Tendenze del settore Secondo il rapporto pubblicato a novembre 2024 da ASD, European Aerospace, Security and Defence Industries[3] che riguarda i 27 Paesi UE + Norvegia, Regno Unito e Turchia, a fine 2023 gli occupati totali diretti nell’industria aerospaziale e della difesa in Europa risultano, un milione e 27 mila, di cui 518 mila relativi al militare . Il fatturato complessivo nel 2023 è stato di 290,4 miliardi di euro, di cui il 55 per cento nel militare. Partire dai dati forniti da ASD ha il vantaggio dell’attendibilità e della continuità nel tempo, consentendo analisi e valutazioni di natura strutturale sulle tendenze del settore. Possiamo, infatti, analizzare cosa è successo in termini di fatturato e occupazione nello stesso arco di tempo di dieci anni (2014-2023) nel quale le spese militari sono cresciute del 90 per cento. Crescita del 65 per cento I ricavi nel militare nell’intera industria del settore in Europa sono cresciuti del 65 per cento, mentre l’occupazione è aumentata del 26 per cento da 407 mila e 800 a 518 mila addetti. Redazione Italia
Riarmo europeo e 4 novembre in Italia
Riceviamo e pubblichiamo dall’Osservatorio NOMS Il Consiglio dell’Unione Europea ha avviato un programma di investimenti militari, il Security Action for Europe (SAFE), che permetterà agli Stati di accedere a un fondo di 150 miliardi di euro per piani di spesa, investimenti nella difesa e nella sicurezza, acquisto di armi e munizioni. E, senza entrare nel dettaglio, è bene ricordare che dal marzo scorso, quando venne approvato il Riarmo Europeo, ad oggi sono state aggiunte varie parti di quel composito puzzle che potremmo definire il processo di riarmo europeo, di militarizzazione del corpo sociale, di riconversione a fini di guerra di settori dell’economia in crisi. Il cosiddetto Riarmo Europeo, risultato di un lungo processo di riordinamento economico-politico militare mondiale e quindi anche europeo, avrà presto ripercussioni dirette sulle spese sociali, sul welfare, sull’istruzione, sulla sanità e sul potere di acquisto dei salari perché, quando andremo a rivendicare aumenti contrattuali, le priorità potrebbero essere ben altre. Parliamo di almeno 800 miliardi di euro da passare alle industrie di armamenti come incremento di profitti che la crisi di capitale non consente di raggiungere in altri settori produttivi con i mercati ormai saturati o in crescente difficoltà. Il 24/25 giugno il Summit ha deliberato l’aumento del budget militare per ogni Paese, da portare al 3% o al 5%, e tutto ciò dissanguerà ulteriormente salari e spesa pubblica (sanità, pensioni, scuola, trasporti, ecc.). L’egemonia USA in crisi economica, politica e sociale tende ora a farsi pagare l’enorme debito estero di 23 mila miliardi di dollari dai Paesi europei, i quali non traggono alcun insegnamento dalla guerra in Ucraina, responsabile della recessione delle economie del vecchio continente. Il riarmo prosegue a ritmi serrati e in questa fase iniziale (dal marzo scorso in poi) sono stati messi a punto i primi progetti comunitari per offrire impulso alla ricerca e produzione di sistemi di arma. Presto ci diranno che alcune aziende fuori mercato, per scongiurare la chiusura e i licenziamenti, dovranno riconvertirsi alla produzione bellica, come sta già avvenendo in Germania, militarizzando di fatto le aziende e sottoponendo le maestranze a controlli asfissianti. Sotto i nostri occhi sta crescendo l’assuefazione alla idea della guerra, ce la presentano come necessaria per difendere l’occupazione, per far riprendere la crescita economica, per difenderci da ipotetici nemici, ovviamente creati ad arte per giustificare il Riarmo. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università, nella sua assemblea annuale, ha discusso a lungo della necessità di rilanciare una mobilitazione contro la guerra e contro il Riarmo per non essere complici, per non cedere scuole, università e settori sociali alla propaganda di guerra, alla mera giustificazione dei processi in atto. Per costruire una mobilitazione diffusa bisogna andare direttamente nelle scuole e nel mondo della conoscenza, per questo chiediamo a tutte le associazioni aderenti all’osservatorio e a quelle realtà associative, comitati territoriali locali e nazionali, studenti e coloro che in questi anni hanno collaborato con l’Osservatorio e si sono opposti alla guerra e in particolare al genocidio in atto a Gaza, di partecipare ad un’assemblea online il 27 agosto alle ore 18 al link https://meet.jit.si/osservatorionomili per costruire insieme uno sciopero in occasione della Giornata del lutto, il 4 novembre. Redazione Italia
Defence Summit a Roma, NO! di Stop Rearm Europe
“Cultura della difesa“ sempre più martellante in Italia, sul tema interviene con un comunicato Rearm Europe Roma critica nei confronti del prossimo “Defence Summit” annunciato per settembre nella capitale. “Diciamo NO allo show dei mercanti di morte!! Il prossimo 11 settembre si terrà presso l’Auditorium di Roma la prima edizione del DEFENCE SUMMIT, un’iniziativa promossa dal Sole 24ore che vede come partner tutte le maggiori industrie militari italiane. Il Summit viene presentato con le parole del Ministro Crosetto “La cultura della Difesa incarna il principio fondamentale della cultura democratica” e vedrà sfilare i Capi di Stato Maggiore dei diversi corpi dell’Esercito Italiano assieme ai Ceo delle industrie degli armamenti. Dentro un contesto nel quale la dimensione della guerra assume un ruolo sempre più rilevante a livello globale, mentre si abbandona qualunque ruolo diplomatico per porre fine alla guerra in Ucraina e ci si rende complici del genocidio in atto in Palestina, si tiene a Roma in uno spazio pubblico un convegno fra i soggetti che questi scenari alimentano e i soggetti che su questi scenari fanno profitti. Riteniamo totalmente inaccettabile che la Fondazione Musica per Roma, dentro il quale il Comune di Roma è ente fondamentale, abbia concesso uno spazio per un’iniziativa che è in diretto contrasto con le finalità statutarie della fondazione stessa. Chiediamo pertanto al Comune di Roma il ritiro della concessione dell’Auditorium per un’iniziativa che propaganda la guerra. Chiamiamo la città a promuovere l’11 settembre un SOCIAL SUMMIT nel piazzale esterno dell’Auditoriun per dire con determinazione e creatività il nostro collettivo NO alla guerra, al riarmo, al genocidio, all’autoritarismo. Fermiamo la guerra, riprendiamoci il futuro. STOP REARM EUROPE ROMA“
Francia, Germania, aumento delle spese militari
Gianni Alioti è uno dei maggiori esperti italiani delle produzioni di armamenti, e di lui su Pressenza abbiamo pubblicato varie documentate riflessioni. Nei giorni scorsi è stato pubblicato un suo approfondimento di cui vi segnaliamo alcuni passaggi. Il testo completo è leggibile sul sito dell’associazione ‘La porta di vetro’: https://www.laportadivetro.com/post/l-editoriale-della-domenica-da-uno-scoperto-militarismo-agli-interessi-delle-multinazionali “Il presidente francese Emmanuel Macron nel tradizionale discorso alle Forze armate alla vigilia della festa nazionale del 14 luglio ha confermato (nonostante il debito vertiginoso) che il livello delle spese militari sarà elevato nel 2027 a 64 miliardi di euro, il doppio del bilancio di cui le forze armate francesi disponevano nel 2017, al suo arrivo all’Eliseo. Le spese militari in Francia previste per il 2025 superano già i 50 miliardi di euro. Non è da meno il Cancelliere tedesco Friedrich Merz. Nel giorno del suo insediamento ha affermato che la massima priorità del suo Governo era quella di costruire l’esercito più potente d’Europa. Promessa non inedita per la Germania… È stato di parola. A giugno di quest’anno il Governo tedesco ha approvato sia il bilancio 2025, portando le spese militari a 94 miliardi di euro pari al 2,4% del PIL, sia il piano finanziario a medio termine per circa 500 miliardi di euro, prevedendo un forte aumento del debito netto tra 2025 e 2029, allo scopo di sostenere il potenziamento militare della Germania. In soldoni un incremento della spesa militare del 70% entro il 2029, per portarla a 162 miliardi di euro l’anno (3,5% del PIL rispetto a 1,6% del 2024). Non semplice da far digerire a un’opinione pubblica, cosciente dei corrispettivi tagli a sanità, istruzione, welfare. Che il Cancelliere Merz si muova, al netto della retorica, fuori da una reale prospettiva di difesa comune europea (come del resto fanno anche gli altri leader dei principali paesi), lo dimostra il fatto che ha firmato a Londra un trattato bilaterale con il premier britannico Keir Starmer. Trattato che prevede una clausola di assistenza reciproca in caso di minaccia. Inoltre, va detto che il programma di riarmo tedesco, alla guida di quello europeo, è sostenuto da un allineamento politico particolarmente inquietante. Coinvolge, oltre al Cancelliere, anche la massima carica dello Stato tedesco e la presidente (tedesca) della Commissione europea. E, aggiungo non senza malizia, anche l’amministratore delegato della multinazionale tedesca Rheinmetall, cioè l’azienda più dinamica, sia nella riorganizzazione del complesso militare-industriale in Europa (Ucraina compresa), sia nell’accaparrarsi le più grandi commesse di armamenti, come quella di 23 miliardi di euro dell’Esercito Italiano per la produzione, in joint venture con Leonardo, di 280 carri armati e 1.050 veicoli corazzati. In effetti, non solo le ingenti risorse dei singoli Stati spese in nuovi armamenti hanno moltiplicato il portafoglio ordini e i ricavi dell’azienda, ma hanno “garantito” la sua capitalizzazione finanziaria in Borsa. Con la guerra ad alta intensità in Ucraina, il valore di un’azione Rheinmetall è schizzato dai 90 euro del gennaio 2022 ai 1.871 euro del 14 luglio 2025. Un incremento che sfiora il 2.000%. Un’evidente certificazione di quanto scritto da Maurizio Boni sulla rivista Analisi Difesa: “[…] c’è anche il sospetto che il nuovo militarismo del Ventunesimo secolo sia alimentato, oltre che da indubbie radici culturali, anche da un fattore molto più potente dell’ideologia: gli interessi delle multinazionali che vedono nel militarismo, e del conseguente riarmo, non solo della Germania, un’occasione irripetibile per accrescere i propri profitti. Il fatto che il Cancelliere Merz sia stato il Presidente del Consiglio di Sorveglianza di BlackRock Deutschland, la filiale tedesca del colosso statunitense, una delle più grandi società di gestione patrimoniale del mondo, non ci incoraggia affatto”. E BlackRock non è solo una grande società di investimento con sede a New York, con un patrimonio totale di 10 mila miliardi di dollari (al 31 dicembre 2023), di cui un terzo in Europa. Ma è tra i principali azionisti sia delle 5 big al mondo per fatturato militare (Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman, Boeing e General Dynamics), sia della tedesca Rheinmetall, delle britanniche BAE Systems e Rolls-Royce, dell’italiana Leonardo, della trans-europea Airbus, della ucraina JSC e di altre aziende europee che operano in campo militare. Sulla corsa al riarmo in Europa e la correlazione tra il programma ReArm Europe e obiettivo deciso in ambito NATO di spendere in spese militari + “sicurezza allargata”, ho rilasciato un’intervista a Settimana News, ( di cui alcuni passaggi su https://www.pressenza.com/it/2025/04/il-riarmo-delleuropa-una-intervista-a-gianni-alioti-the-weapon-watch/ . Concludo questo mio punto di vista critico sul riarmo europeo, tra retorica militarista e interessi delle multinazionali del settore, ricordando (per dovere di cronaca), che la politica di riarmo nei paesi UE e in quelli europei della NATO è ripresa nel 2014 (dopo la flessione causata dalla crisi finanziaria globale del 2008-2009). In dieci anni le spese militari sono più che raddoppiate, crescendo esattamente del 121% tra 2014-2024 (fonte Consiglio Europeo). Ciò che cambia, quindi, non è tanto il trend, quanto la narrativa pubblica. Siamo passati, come sostiene Carlo Tombola di The Weapon Watch, dal lungo silenzio mediatico sulla corsa al riarmo iniziata da oltre un decennio alla distorsione del linguaggio durante la pandemia. Fino alla situazione attuale in cui tutto è in funzione della guerra inevitabile. Una narrazione bellicista che pare più funzionale a spostare ingenti risorse pubbliche a interessi privati, piuttosto che alla difesa reale. Redazione Italia
“800 miliardi di motivi per dire NO alla Fortezza Europea”, a cura di Osservatorio Repressione
Segnaliamo l’uscita di un volume interessante per il lavoro che conduce l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e al quale hanno partecipato promotori, aderenti e attivisti dello stesso, cioè Antonio Mazzeo e Giovanni Russo Spena. Il volume, dal titolo 800 miliardi di motivi per dire NO alla Fortezza Europa, è curato da Ludovico Basili, Italo Di Sabato e Giovanni Russo Spena e pubblicato da Osservatorio Repressione con Left edizioni – Editorialenovanta S.r.l. Introduzione di Italo Di Sabato, Interventi di: Livio Pepino, Giovanni Russo Spena, Antonio Mazzeo, Angela Cianfagna Bracone, Andrea Ventura, Franco Russo, Saverio Ferrari, Gianfranco Schiavone, Emilio Drudi, Dana Lauriola, Ilaria Salis, Salvatore Palidda, Victor Serri, Nicola Carella, Comitato free Gino, Marco Sommariva, Roberta Cospito, Paola Bevere, Patrizio Gonnella. «Con il ReArm Europe, la Fortezza Europa compie un passo verso un nuovo scenario. Oggi, di quale Europa stiamo parlando? Europa di pace o Europa di guerra? Europa che investe in armi tagliando il welfare? O Europa che investe in cooperazione tagliando le spese militari? Legislazioni d’emergenza, esternalizzazione delle frontiere e respingimenti di migranti, torsione autoritaria interna, riconversione industriale verso una produzione militare, sorveglianza digitale, tagli alla spesa sociale, impoverimento per qualcuno, arricchimento per qualcun altro, crescita dei movimenti fascisti e dei nazionalismi, crisi ecologica. Il libro curato da Osservatorio Repressione – 800 miliardi di motivi per dire no alla Fortezza Europa – pubblicato come Supplemento al numero 5 di Left – 2 maggio 2025, prova a darci delle risposte» (fonte nientedimenomedia.com). Ascolta qui anche l’intervista ad Antonio Mazzeo per la presentazione del volume.
21 giugno: in piazza per fermare la guerra, in piazza per riprendersi il futuro
  di Marco Bersani 18 Giugno 2025 Tutti e tutte a Roma a Porta San Paolo alle 14.00, per la pace, per il disarmo, per la giustizia sociale e climatica, in adesione alla campagna Stop ReArm Europe, che ha lanciato la Continua a leggere L'articolo 21 giugno: in piazza per fermare la guerra, in piazza per riprendersi il futuro proviene da ATTAC Italia.