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Al Senato il prima via libera al Ddl antisemitismo. M5S e AVS votano contro, il Pd no
Con con 105 sì, 24 no e 21 astensioni è passato al senato il Ddl che non combatte l’antisemitismo ma lo strumentalizza. L’obiettivo reale è criminalizzare chi si batte contro il genocidio a Gaza, chi manifesta solidarietà con il popolo palestinese, chi critica il progetto sionista e le politiche di […] L'articolo Al Senato il prima via libera al Ddl antisemitismo. M5S e AVS votano contro, il Pd no su Contropiano.
March 5, 2026
Contropiano
L’onestà intellettuale di Anna Foa, perchè un’intellettuale sa fare autocritica
In un precedente articolo – pubblicato nell’aprile 2024 – che scrissi per Invictapalestina, criticai l’intervista che la grande storica, intellettuale, nonchè figlia del grande Vittorio, Anna Foa aveva rilasciato a La Stampa il 27 marzo 2024. La mia era una critica sofferta ad Anna Foa, perchè nutro una sincera e profonda stima quanto sincero e profondo rispetto per la professoressa per la sua estrema umiltà, per il suo modo di porsi e per il lavoro che lei ha condotto e continua a condurre in modo serio in nome della verità storica. Sono cresciuto ascoltando i suoi interventi su Rai Storia e Rai3 sul pensiero di Hannah Arendt, sul Processo Eichmann, sulla storia degli ebrei italiani ed europei, sulla storia dell’antisemitismo. Sono cresciuto con l’idea che Anna Foa – insieme a Luciano Canfora, Alessandro Barbero, Franco Cardini, Angelo D’Orsi, Silvia Insalvatici e molti altri – sia un’auctoritas incriticabile della cultura italiana contemporanea: una persona che, quando parla, serve solamente ascolto. Purtroppo quell’intervista aveva smosso in me un profondo senso di ingiustizia: i suoi contenuti si erano palesati come uno dei tanti esempi di quella dominante “retorica equidistante”, fatta propria da molti intellettuali europei e israeliani anche di sinistra, sulla questione palestinese. Un’intervista intrisa di indulgenza, che sembrava quasi volta a giustificare Israele non tanto parteggiando per esso, ma piuttosto per sfiorarlo con il cerchiobottismo: dando un colpo al cerchio e un colpo alla botte senza scomodare nessuno. In quell’intervista Anna Foa ha fatto ciò che facevano tutti, ovvero criticare il governo di Netanyahu, condannare strenuamente il movimento “terrorista” di Hamas e rifiutare di usare la parola “genocidio”: il classico modus operandi che ha esemplificato l’equidistanza sul tema in questi ultimi tre anni. Nell’intervista a La Stampa Anna Foa affermava che comunque non tutta la società israeliana è pro-Netanyahu e il mondo della cultura israeliana era “un antidoto all’occupazione coloniale” dei territori palestinesi da parte di Israele. Questa affermazione si presentava problematica perché, se è vero che molti intellettuali israeliani di sinistra sono anti-sionisti e critici del governo Netanyahu, è anche vero che molti intellettuali israeliani critici del governo Netanyahu sono sionisti liberali che per quanto critici delle politiche ventennali di premier israeliano sui territori palestinesi, continuano a sostenere il diritto di Israele a difendersi contro la “barbarie palestinese” e avrebbero la presunzione di moralizzare la popolazione palestinese, decidendo per loro quali siano le migliori modalità per esprimere la loro resistenza o il “democratico dissenso”. Presunzione abbastanza ardua poiché, prima di esercitare “democratico dissenso”, si deve vivere in una democrazia: cosa che Israele non è, essendo a tutti gli effetti un’aspirante etnocrazia. La Foa utilizzava l’espressione “reazione spropositata” per definire l’escalation militare israeliana come una risposta degli attacchi palestinesi, dimenticando che la repressione sionista sul popola palestinese è stata inaugurato prima della Nakba del 1948 ed è continuata fino ai giorni nostri.  Disse: “(…) bisogna capire cosa sta succedendo nei nostri atenei.” – rispondendosi – “C’entra sicuramente la reazione spropositata di Israele a Gaza, un tunnel dal quale pare non si riesca ad uscire”. Foa citava tra gli intellettuali “antidoto all’occupazione” anche David Grossman, tra i più importanti e interessanti scrittori israeliani di fama mondiale. Un esempio bizzarro perché Grossman è da sempre un personaggio controverso per quanto riguarda la questione palestinese e non è mai stato un grande critico della politica governativa nei confronti dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania come si continua a pensare. Le sue dichiarazioni in questi due anni non hanno mai rimbombato per importanza e presa di posizione ferrea contro il genocidio. Era il 3 aprile 2024 quando segnalavo questa situazione, che oggi sembra ribaltarsi, ma solo apparentemente. Grossman, ai primi d’agosto 2025, ha dichiarato ha dichiarato: “A Gaza è genocidio, mi si spezza il cuore ma adesso devo dirlo. (…) Per molti anni mi sono rifiutato di utilizzare questa parola. Ora però, dopo le immagini che ho visto, quello che ho letto e ciò che ho ascoltato da persone che sono state lì, non posso trattenermi dall’usarla”. Se uno personaggio controverso come Grossman iniziava ad utilizzare la parola “genocidio”, qualcosa stava cambiando. La “retorica dell’equidistanza” stava finalmente dimostrando la sa completa insostenibilità da parte degli intellettuali, dopo mesi di massacri, pulizie etniche e proseguimento del genocidio verso la popolazione gazawi avente come fine – come ha dichiarato recentemente Netanyahu – “l’occupazione totale di Gaza”. Non è un caso che la stessa Anna Foa, da grande storica oltre che persona colta e intelligente – già critica del governo Netanyahu e della situazione di oppressione dei palestinesi come si può ben leggere nel suo libro “Il suicidio di Israele” – abbia subito corretto tiro dichiarando ad agosto 2025 sia a La Repubblica sia a Radio Popolare: “Aspettavo le sentenze ma ora mi unisco a Grossman, a Gaza è un genocidio”; “Ha ragione Grossman, a Gaza è genocidio. Ora serve una resistenza morale”. Queste dichiarazioni di Anna Foa, sono state per me boccate di aria fresca. Innanzitutto, mi hanno permesso di non ricredermi minimamente sulla figura di Anna Foa, di ribadire l’infinita stima e non solo: di essere un esempio vero di intellettuale, di donna di cultura e di pensiero, dimostrando la sua onestà e umiltà. Il 19 gennaio 2026 dalle ore 16 alle ore 18, Anna Foa è intervenuta, insieme a Daniele Menozzi (storico) e a Piero Stefani (biblista), al webinar online «Antisemitismo, sionismo e antisionismo», promosso dalla rivista Il Regno, insieme alle associazioni Biblia e Abramo e pace. Tralasciando le molteplici implicazioni che sono molto divergenti dal modo di vedere il sionismo, l’antisionismo, l’antisemitismo, la storia di Israele e la resistenza palestinese – rispetto a molti altri storici ed intellettuali contemporanei -, Anna Foa ha dal minuto 31:45 parlato della parola “genocidio”: «Io fino all’anno scorso, praticamente fino al marzo del ’25, non ho usato volentieri il termine genocidio, perché pensavo che comunque non ce ne fosse in qualche modo bisogno, perché era troppo divisivo, perché mi sembrava che non fossero abbastanza provate le intenzionalità, anche se c’erano molte affermazioni di ministri che provavano l’intenzionalità di distruggere i palestinesi, restava che erano dichiarazioni, non organizzazioni fattuali. Quando c’è stata la fame e la carestia indotta, devo dire che ho cambiato opinione. Certo, non uso il termine nel suo senso giuridico, quello più importante, anche perché prevede una sua prevenzione e quindi si usa soprattutto per prevenire il genocidio, non per definire il genocidio che c’è stato. C’è stata una conferenza nel marzo a Tel Aviv, forse, in cui due organizzazioni importanti, ONG israelo- palestinesi, una di quelle è B’Tselem, hanno detto che a questo punto accettavano la definizione di genocidio. Quando ho visto le immagini delle manifestazioni in Israele l’anno scorso con il cartello portato dai manifestanti “Stop Genocide”, allora devo dire che ho pensato che un uso politico di questo termine poteva essere fatto, e ho cominciato anch’io ad usarlo. Certo il genocidio è un termine giuridico, certo il genocidio è un termine che richiede una definizione da parte della Corte internazionale, che non è ancora stata data, ma potrebbe essere data tra molti anni, perché i suoi tempi sono lunghi. Resta un’altra cosa – ne ha già parlato il professore Menozzi – cioè il discredito in cui la vicenda israeliana ha buttato il diritto internazionale. Non soltanto la vicenda israeliana; certamente Trump ci ha messo del suo, certamente gli Stati Uniti sotto Trump ci hanno messo del loro, però Israele ha fatto tutto quello che poteva per demolire il diritto internazionale. Il diritto internazionale, ricordiamolo, che era stato creato nel dopoguerra proprio riferendosi alla Shoah e pensando che eventi come quelli della Shoah non dovevano mai più succedere, le corti internazionali. Tutto questo è stato sistematicamente considerato antisemita dal governo israeliano. In questo momento, con le sanzioni che Trump riserva ai giudici dei tribunali internazionali, siamo arrivati a un discredito, una crisi profondissima di questa istituzione. Una delle cose più importanti che fosse stata realizzata nel secondo dopoguerra, quella di creare la possibilità di colpire i criminali di guerra, i criminali contro l’umanità ovunque si trovassero, quella di legare anche da un punto di vista giuridico le violenze e i genocidi che avvenivano nel mondo con la possibilità di giudicarli, questo ormai sta crollando». Non solo. Anna Foa è stata una delle esperte audite nelle ultime settimane di dicembre 2025 e nelle prime settimane di gennaio 2026 dalla commissione del Senato che stava trattando i disegni di legge contro l’antisemitismo, ovvero il Ddl  Gasparri e il Ddl Delrio (1). Insieme ad altri intellettuali, anche di origine ebraica, ha criticato il Ddl Delrio per il rischio di censura alle posizioni pro-Pal: “Una buona legge non dovrebbe basarsi sulla definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance), perchè c’è il rischio di additare come antisemita chi critica il governo di Israele. Quella definizione di fatto equipara l’antisionismo all’antisemitismo e, non a caso, è stata utilizzata da Trump per contestare e censurare le manifestazioni propal nelle università americane. Al punto numero 10 mette all’indice chiunque paragoni il comportamento di Israele verso i palestinesi con la Shoah.” – ha dichiarato a Il manfesto. Anna Foa, con la sua autocritica – nata da una rilettura più complessa di quello che sta accadendo in Palestina – ci ha dato un’altra lezione degna dei veri intellettuali: cambiare idea, spostando solo leggermente l’angolazione da cui si vede un fenomeno, non è segno di debolezza (come in molti purtroppo pensano). Nella nostra società dove “avere ragione” a tutti i costi – spesso negando l’evidenza – è quasi un motto di successo, di incrollabilità, di rivalsa personale e personalistica, di anacronistica coerenza e di prepotenza; Anna Foa ci insegna che in realtà il cambiare umilmente prospettiva da cui si guarda un fenomeno implica molta forza, determinazione, una grande dose di coraggio, ma soprattutto coerenza e intelligenza. Non si cambia modo di pensare, ma di vedere le cose e quindi, aprire la mente ad altre analisi che forse possono portare ad ampliare il proprio pensiero e non per forza restringerlo. Sicuramente, Anna Foa è figlia del suo tempo: un tempo dove la cultura politica e il dibattito politico e culturale erano centrali. Sicuramente, Anna Foa è così anche perchè è nata in una famiglia di grande livello culturale, dopo la politica, la cultura, la filosofia, il pensiero erano il pane quotidiano: è figlia del grande Vittorio Foa, che è stato senza alcun dubbio una delle figure di maggiore integrità e spessore intellettuale e morale della politica e del sindacalismo italiano del Novecento. Nelle nostre società dove l’impoverimento culturale fa da padrone, le culture war polarizzano la popolazione in modo insensato e le opinioni diventano prese di posizioni tout court incrollabili, Anna Foa ci insegna che tutto questo è un insulto al nostro cervello e all’arte di pensare e di riflettere. Ognuno può avere le proprie idee, ma ognuno di noi ha diritto a riflettere, confrontarsi, cambiare prospettiva da cui si guardano le cose non per invaghirsi di quella prospettiva (diventare incoerenti), ma solo per vestire i panni dell’altro aiutando se stessi a leggere lucidamente la realtà.   (1) Per maggiori informazioni: DDL Delrio https://osservatorioantisemitismo.b-cdn.net/wp-content/uploads/ 2025/11/DDL-Delrio-antisemitismo.pdf DDL Gasparri https://osservatorioantisemitismo.b-cdn.net/wp-content/uploads/ 2025/10/686faaee-e27b-4c7c-ba41-f7e7cedbf513.pdf Lorenzo Poli
February 21, 2026
Pressenza
Segnale importante dall’Università Statale di Milano contro equiparazione tra antisionismo e antisemitismo
Arriva in un momento cruciale il segnale di pochi giorni fa con cui il Senato Accademico dell’Università Statale di Milano apre uno squarcio nel soffitto di carta della narrazione governativa (e oramai bipartisan) sul tema dell’antisionismo. Un segnale che non arriva dal nulla, bensì dalla costante e preziosa attività svolta dalla componente studentesca. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ci eravamo già espressi qui sul tema in un articolo su ddl Gasparri, al quale rimandiamo in questo link.  Ebbene, nella seduta di martedì 10 febbraio del Senato Accademico di UniMi è stata discussa una mozione presentata dagli studenti e dalle studentesse che, pur se non approvata col testo originariamente proposto, fa passare un messaggio chiaro: una forte perplessità rispetto al contenuto normativo dei disegni di legge in discussione al Parlamento, soprattutto sul punto dell’equiparazione fra antisionismo e antisemitismo.  Per i dettagli rimandiamo al sito di Unimi, che fornisce dettagli sulla mozione approvata: https://lastatalenews.unimi.it/ddl-romeo-ddl-gasparri-effetti-sulluniversita-allattenzione-senato-accademico. Pur non entrando troppo nel merito, visto che l’iter legislativo è ancora in corso, si tratta di un segnale di dissenso che proviene da una prestigiosa istituzione universitaria dello Stato ed emerso nella vita democratica della comunità accademica. Adesso non resta che diffondere e replicare questa buona pratica anche in altri Atenei e far germogliare una discussione libera ed aperta sul tema in questione, che rischia di trasformarsi nell’ennesimo strumento di censura di guerra e di criminalizzazione del dissenso. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università non può che ringraziare e congratularsi con gli studenti e le studentesse che hanno dato vita a tutto ciò e naturalmente ci impegniamo a diffondere la notizia per agevolare la condivisione in altri contesti per rilanciare la lotta antisionista e denunciare il genocidio ancora in corso in Palestina. Di seguito il testo originario della mozione presentata dagli studenti ed il testo approvato nella sua versione finale. MOZIONE DDLDownload Giuseppe Curcio, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La Statale di Milano prende posizione contro i ddl che equiparano antisionismo e antisemitismo
VITTORIA: UNIMI PRENDE POSIZIONE CONTRO IL DDL BAVAGLIO! Antisionismo non è antisemitismo Ora facciamolo in tutte le università! A seguito della discussione di ieri in Senato Accademico, oggi l’Università Statale di Milano, sulla base di una mozione che abbiamo presentato, si è espressa pubblicamente contro il DdL 1004 e il […] L'articolo La Statale di Milano prende posizione contro i ddl che equiparano antisionismo e antisemitismo su Contropiano.
February 11, 2026
Contropiano
Allo studente non far sapere quanto è colpevole il potere
Liceo in provincia di Bergamo. Già partiamo male perché mi è stato chiesto di non farne il nome. “Sa, poi possono esserci ritorsioni, conseguenze, provvedimenti”. Questo la dice lunga sul clima di paura e intimidazione che aleggia sulla scuola italiana, denunciato anche nel recente opuscolo dell’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e Docenti per Gaza. Andiamo avanti. Devo parlare assieme ad altri due relatori nell’ambito di una serie di iniziative sulla Palestina. Il mio tema è il ruolo del diritto internazionale. Vengo escluso. Non mi giunge alcuna comunicazione. Lo apprendo da un relatore. Decido di protestare pubblicamente e di chiedere di comunicarmi le motivazioni. Mi rispondono: “Lascia perdere, almeno per ora, rischi di fare saltare tutto”. Acconsento per il superiore interesse che si svolga l’incontro con gli studenti, ma è significativo che una legittima richiesta possa far annullare l’iniziativa. Ora l’iniziativa si è svolta e posso riacquistare il diritto alla parola. Mi chiedo: dove sta andando la scuola di Valditara? Hanno ragione i ragazzotti di Fratelli d’Italia a dire “ La scuola è nostra”? Fanno bene a schedare gli insegnanti di sinistra? La motivazione della mia esclusione trapelata ufficiosamente consisterebbe nell’avere io sottoscritto (peraltro assieme a una cinquantina di giuristi ben più illustri di me) la denuncia attualmente pendente davanti alla Corte Penale Internazionale contro Meloni, Tajani, Crosetto e Cingolani per concorso in genocidio. Quindi non sono accusato di essere un propagandista del diritto alla resistenza anche armata contro l’occupazione sionista, magari con qualche vago sentore di antisemitismo che non si nega a nessuno, ma semplicemente di essere il sottoscrittore di un’azione giudiziaria, quanto di più pacifico e legittimo si possa immaginare. Si ha così scarsa considerazione della capacità critica degli studenti? Li si ritiene incapaci di distinguere da che parte stare tra la difesa dei diritti umani e il razzismo e il suprematismo? O si ha paura proprio di questo, che sappiano schierarsi e si schierino dalla parte giusta? Non è tutto. In serata era previsto nello stesso liceo un incontro con la cittadinanza sugli stessi temi con gli stessi relatori. L’incontro è stato annullato per non meglio precisati problemi organizzativi. Si è forse voluto anticipare l’applicazione del DDL Romeo, approvato dalla Commissione Affari Costituzionali del Senato come testo base per la legge sull’antisemitismo? L’art.3 consente di vietare riunioni pubbliche per grave rischio potenziale (sic!) che si diffondano messaggi antisemiti. L’art. 1, con l’adozione della definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA, in pratica equipara antisionismo e antisemitismo, consentendo così di qualificare come antisemita ogni critica allo Stato di Israele.   Redazione Italia
February 4, 2026
Pressenza
[2026-02-08] Sabotiamo la Guerra e la Repressione @ Auditorium Spazio Eventi, Viterbo
SABOTIAMO LA GUERRA E LA REPRESSIONE Auditorium Spazio Eventi, Viterbo - Via Treviso, 44/50, 01100 Viterbo VT, Italia (domenica, 8 febbraio 10:30) Sabotiamo la guerra e la repressione Manifestazione e convegno a Viterbo il 7 e 8 febbraio 2026 Da almeno quattro anni la guerra è prepotentemente il marchio del nostro tempo. Non che essa se ne fosse mai andata, anzi si può dire che il secolo nato sotto il segno della cosiddetta “Guerra infinita” – a partire dall’11 settembre 2001 – sta mantenendo tutte le sue promesse. Una strategia, quella lanciata all’epoca dall’amministrazione Bush, che si è manifestata in un quarto di secolo di aggressioni imperialiste da parte del blocco NATO-sionista, in Afganistan, in Iraq, in Palestina. Il genocidio tuttora in corso a Gaza ne è l’ultima e più drammatica espressione. Con l’esplosione del conflitto su larga scala tra NATO e Federazione Russia in Ucraina a partire dal febbraio del 2022, la dinamica si allarga e cambia natura, diventando in quella regione un confronto diretto fra blocchi di Paesi capitalisti e altamente industrializzati, di dimensioni continentali e dotati di migliaia di armi nucleari. Il tutto avviene sullo sfondo dell’attrito tra gli USA e il loro principale concorrente, la Cina. In questo senso la guerra da allora è diventata non solo un fatto esotico, relegato nell’immaginario alle popolazioni che l’Occidente in questi anni ha massacrato e provato a sottomettere, ma una lugubre incombenza anche a quelle latitudini, come le nostre, dove non la si credeva immaginabile. Centrale come sempre nella guerra è il ruolo della propaganda. Sfacciata, inqualificabile l’operazione mediatica di chi, dopo aver per un quarto di secolo mostrificato chi si oppone alle truppe occidentali come un terrorista, dopo aver giustificato Guantanamo, i rapimenti extragiudiziali, le torture e le esecuzioni, dopo aver incensato le invasioni statunitensi ed europee come campagne di liberazione, ora, nel conflitto ucraino, dove si combatte effettivamente una guerra simmetrica, una guerra altamente tecnologica con droni, missili e satelliti e al contempo una guerra di carri armati e di trincee, lì ci si inventa l’operazione della “resistenza” ucraina e si cantano le ballate della legittima lotta contro l’invasore. Il tema della propaganda di guerra è evidentemente connesso con quello della censura. Ce lo testimonia da ultimo una serie di misure liberticide che anche in Italia uniscono destra e sinistra del campo borghese; dal ddl Gasparri (Forza Italia) a quello Del Rio (PD) parliamo di progetti di legge tesi all’equiparazione, dalle scuole alle aule di tribunale, dell’antisionismo con l’antisemitismo. Il Pacchetto-Sicurezza (ex ddl 1660) già approvato introduce il cosiddetto “terrorismo della parola”, insieme a un vasto pacchetto di norme dal sapore esplicitamente classista tese a schiacciare con anni di galera le rivolte nelle carceri, le manifestazioni di piazza, i picchetti operai e i blocchi stradali che da sempre sono espressione della lotta di classe, persino in un ambito sindacalistico e contrattualistico. Quindi, più in generale, è il tema della guerra a essere connesso con quello della repressione. Innanzitutto in termini generali, come repressione sociale. Quando lo Stato si prepara alla guerra, quella che prepara è soprattutto la guerra della borghesia contro il proletariato. La guerra permette al capitalismo internazionale di travasare immense ricchezze dal welfare al warfare nel fronte interno, avviando una gigantesca corsa al riamo finanziata attraverso politiche di macelleria sociale e manovre economiche di “lacrime e sangue”, tese esclusivamente a ingrassare le oligarchie padronali, moltiplicandone i profitti. E l’ex ddl 1660 mira esattamente a questo ambito del fronte interno: nel momento in cui si profila un’enorme espropriazione delle ricchezze dai salariati alla macchina militare (sintetizzabili nell’obiettivo del 5% del PIL da investire in armamenti), bisogna preventivare la necessità di reprimere le possibili opposizioni sociali a questo salasso, tappare la bocca a chi potrebbe sobillarne la dinamica in termini di radicalità, quindi preventivare di dover schiacciare sommosse in prigioni che ovviamente saranno sempre più piene. Contemporaneamente alla repressione sociale che riguarda tutta la classe sfruttata, si delinea una repressione specifica contro i rivoluzionari affinando degli appositi strumenti di annientamento. In particolare contro il movimento anarchico gli ultimi quattro anni sono stati caratterizzati da uno stillicidio di operazioni repressive, spesso incentrate proprio sul tema della censura: dall’operazione Sibilla contro il giornale anarchico “Vetriolo” all’operazione Scripta Scelera contro il giornale anarchico internazionalista “Bezmotivny”, passando per l’operazione “Diana”, incentrata in larga parte su iniziative editoriali (il giornale anarchico “Beznachalie”, la rivista “i giorni e le notti”, l’opuscolo “Nel vortice della guerra”, il sito ilrovescio.info), che vedrà l’udienza preliminare a Trento il prossimo 26 gennaio. L’apice di questo tipo di attacchi al movimento anarchico è stato raggiunto con la decisione sciagurata di trasferire l’anarchico Alfredo Cospito in 41 bis, dopo 10 anni di prigione in alta sicurezza, espressamente motivata con l’esigenza di impedire al compagno di continuare a leggere e a scrivere contributi dal carcere. Se l’obiettivo dichiarato del trasferimento del compagno in 41 bis risiede nella necessità per lo Stato di tappargli la bocca, ci sembra un bel gesto quello di rilanciare alcune sue parole, tratte dall’ultima occasione nella quale ha potuto parlare (durante l’udienza preliminare dell’operazione Sibilla, il 15 gennaio 2024 collegato in videoconferenza dal lager di Sassari al tribunale di Perugia): «Se la guerra imperialista dell’Occidente tracimerà per reazione dai confini dell’Ucraina irrompendo nelle nostre case, se i conflitti sociali supereranno il limite sostenibile di un meccanismo traballante, o anche solo se la transizione morbida e graduale in regime non sarà praticabile, il 41-bis grazie proprio alla sua patina di legalità sarà lo strumento repressivo ideale per un’anestetizzazione sociale forzata, una sorta di olio di ricino per rimettere in riga i recalcitranti, un golpe graduale e a norma di legge». Parole che in qualche modo delineano i contorni di quello che stiamo trattando, dalla geografia dei vari fronti alla dinamica guerra repressione sul fronte interno. D’altro canto non possiamo e non vogliamo dimenticare come in 41 bis resistono da quasi vent’anni tre prigionieri comunisti della BR-PCC, e una quarta si è suicidata dopo anni di tortura in questo terribile regime di annientamento. Il 41 bis si delinea quindi come un moderno lager controinsurrezionale, espressione topica di quello che è un carcere di guerra. Un’altra vicenda giudiziaria, fra le innumerevoli che potremmo citare, ci parla in particolar modo del legame tra gli apparati repressivi dello Stato italiano e Israele: si tratta del processo in corso all’Aquila contro Anan, Alì, Mansour. Un vero e proprio processo alla resistenza palestinese, laddove, in particolare contro Anan, si tenta di criminalizzare il suo contributo alla lotta per la liberazione della propria terra. Un processo nel quale non sono sotto accusa eventuali crimini commessi in Italia, ma episodi che sarebbero stati programmati nella Palestina occupata. Se pensiamo che persino per l’odioso diritto internazionale la resistenza armata palestinese è da considerarsi legittima, ci rendiamo conto del grado di collaborazione degli apparati dello Stato italiano col regime sionista. Un processo che è a tutti gli effetti un’espressione della complicità italiana nel genocidio dei palestinesi. E non lo diciamo in senso retorico e figurato: letteralmente il materiale acquisito dalla Digos dell’Aquila nel corso dell’indagine è stato utilizzato in Israele per sterminare tutti i contatti sospetti individuati. Viceversa, da Israele sono giunti elementi di indagine a supporto dell’inchiesta italiana, prove ottenute il più delle volte attraverso l’uso della tortura e in assenza di avvocati. Come se questo non bastasse, in Italia si moltiplicano le detenzioni o i tentativi d’espulsione di palestinesi o, più in generale, di immigrati che non si piegano. Per “reati d’opinione” (come nei casi di Mohamed Shahin e Ahmed Salem) o per la loro partecipazione a moti di piazza (come nella vicenda di Tarek Dridi, condannato a 4 anni e 8 mesi per la manifestazione del 5 ottobre 2024 a Roma). Il messaggio è chiaro: l’unica libertà che lo Stato concede ai rifugiati è tacere, sotto la perenne minaccia di essere riconsegnati ai vari torturatori che infestano i loro Paesi, al soldo o in combutta con l’imperialismo occidentale. Indagini e procedimenti diversi, quelli di cui abbiamo fatto cenno e i molti che per ragioni di spazio siamo costretti a tralasciare, tutti coordinati da quel dispositivo repressivo strategico che è la DNAA (Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo), in barba alla favola tanto cara a quel mondo della sinistra giustizialista cresciuto per reazione al berlusconismo, che da trent’anni ci propina il ruolo della magistratura come forza di bilanciamento rispetto al potere politico delle destre e che vede in particolare nell’Antimafia l’impero del bene. Un merito della mobilitazione a fianco di Alfredo Cospito di cui si è fatto cenno, è stato proprio di aver incrinato il mito dell’Antimafia e il suo principale strumento inquisitoriale (il 41 bis) a un livello di decibel che non era stato mai osato in precedenza. Va quindi ribadito che è lo Stato borghese come sistema nella sua interezza – al di là delle beghe tra le sue fazioni – che è mobilitato in una riconfigurazione bellica generale, tanto verso l’esterno quanto verso il nemico interno. Sabato 7 febbraio saremo in piazza a Viterbo contro la guerra e la repressione, siamo compagne e compagni che si uniscono in corteo a partire da una chiara posizione internazionalista: - A quattro anni dall’esplosione su vasta scala della guerra in Ucraina, torniamo in piazza a sostegno del disfattismo rivoluzionario, della fraternizzazione fra i proletari coscritti e mandati al fronte con la forza, all’insubordinazione nei confronti dei superiori. Supportiamo tutti i disertori delle guerre dei padroni. Denunciamo la natura anti-proletaria dei governi europei che nel sostenere questa guerra impoveriscono la nostra classe drenando risorse dalle tasche dei salariati a quelle degli industriali. Mettiamo i bastoni tra le ruote al “nostro” imperialismo occidentale e alle sue manovre guerrafondaie, alle “nostre” classi dirigenti e sfruttatrici, al “nostro” Stato! - A sostegno della resistenza palestinese contro il colonialismo di insediamento sionista. Riaffermiamo contro ogni tentativo di ammutolirci la natura rivoluzionaria degli eventi del 7 ottobre 2023. Quando gli Stati si combattono o si accordano fra loro, siamo contro la loro guerra e contro la loro pace. Quando un’entità coloniale artificiale stermina un popolo senza Stato e senza amici fra le grandi potenze, noi stiamo dalla parte della resistenza di quel popolo contro i piani genocidari dell’imperialismo. Il 7 ottobre non solo rappresenta una legittima risposta al piano secolare di insediamento coloniale sionista, ma anche una variabile sovversiva nella pace fra borghesie mediorientali sintetizzabile nella fase degli “Accordi di Abramo”. - Siamo contro la menzogna insanguinata dei “due popoli, due Stati”; non solo perché il sionismo non ha lasciato alcuno spazio realistico di istituzione di uno Stato palestinese, ma perché uno Stato di colonizzati al fianco di uno Stato di colonizzatori sarebbe soltanto un amministratore delegato dell’oppressione, con l’elezione dei collaborazionisti a nuova classe dirigente. La parabola dell’ANP ne è davvero una triste e infame dimostrazione. - Contro la repressione, quale manifestazione della guerra sul fronte interno. Contro le politiche economiche di macelleria sociale e il loro legame con la guerra. Contro le leggi liberticide, anti-sociali e finanche tese alla soppressione delle opinioni rivoluzionarie, necessarie a supportare quelle politiche. Contro le operazioni repressive anti-anarchiche e contro la repressione dei movimenti sociali. - Ricordando che nel maggio del 2026 scadranno i primi quattro anni di 41 bis nei confronti del compagno anarchico Alfredo Cospito, a seguito dei quali il ministro della “giustizia” dovrà decidere sul rinnovo o meno della misura, torniamo in piazza con uno spezzone che gridi “Fuori Alfredo dal 41 bis”, inserendoci anche con questa manifestazione nella mobilitazione a sostegno del compagno. Domenica 8 febbraio terremo sempre a Viterbo un convegno internazionalista, nel quale tenteremo di dare la parola alla resistenza palestinese e ai disertori ucraini, ma anche ai protagonisti delle lotte qui in Italia sul posto di lavoro, approfondiremo alcune vicende giudiziarie come quella del processo all’Aquila contro la resistenza palestinese, delineeremo la dimensione del 41 bis come carcere di guerra e altri argomenti inerenti il connubio guerra-repressione. Un convegno che vogliamo sia a carattere militante, non intellettuale o professorale, dove a parlare saranno innanzitutto i protagonisti delle lotte. Assemblea “sabotiamo la guerra” Rete dei Comitati e Collettivi di Lotta
February 4, 2026
Gancio de Roma
[2026-02-07] Sabotiamo la Guerra e la Repressione @ Via Cattaneo, Viterbo
SABOTIAMO LA GUERRA E LA REPRESSIONE Via Cattaneo, Viterbo - Via Carlo Cattaneo, 01100 Viterbo VT, Italia (sabato, 7 febbraio 15:00) Sabotiamo la guerra e la repressione Manifestazione e convegno a Viterbo il 7 e 8 febbraio 2026 Da almeno quattro anni la guerra è prepotentemente il marchio del nostro tempo. Non che essa se ne fosse mai andata, anzi si può dire che il secolo nato sotto il segno della cosiddetta “Guerra infinita” – a partire dall’11 settembre 2001 – sta mantenendo tutte le sue promesse. Una strategia, quella lanciata all’epoca dall’amministrazione Bush, che si è manifestata in un quarto di secolo di aggressioni imperialiste da parte del blocco NATO-sionista, in Afganistan, in Iraq, in Palestina. Il genocidio tuttora in corso a Gaza ne è l’ultima e più drammatica espressione. Con l’esplosione del conflitto su larga scala tra NATO e Federazione Russia in Ucraina a partire dal febbraio del 2022, la dinamica si allarga e cambia natura, diventando in quella regione un confronto diretto fra blocchi di Paesi capitalisti e altamente industrializzati, di dimensioni continentali e dotati di migliaia di armi nucleari. Il tutto avviene sullo sfondo dell’attrito tra gli USA e il loro principale concorrente, la Cina. In questo senso la guerra da allora è diventata non solo un fatto esotico, relegato nell’immaginario alle popolazioni che l’Occidente in questi anni ha massacrato e provato a sottomettere, ma una lugubre incombenza anche a quelle latitudini, come le nostre, dove non la si credeva immaginabile. Centrale come sempre nella guerra è il ruolo della propaganda. Sfacciata, inqualificabile l’operazione mediatica di chi, dopo aver per un quarto di secolo mostrificato chi si oppone alle truppe occidentali come un terrorista, dopo aver giustificato Guantanamo, i rapimenti extragiudiziali, le torture e le esecuzioni, dopo aver incensato le invasioni statunitensi ed europee come campagne di liberazione, ora, nel conflitto ucraino, dove si combatte effettivamente una guerra simmetrica, una guerra altamente tecnologica con droni, missili e satelliti e al contempo una guerra di carri armati e di trincee, lì ci si inventa l’operazione della “resistenza” ucraina e si cantano le ballate della legittima lotta contro l’invasore. Il tema della propaganda di guerra è evidentemente connesso con quello della censura. Ce lo testimonia da ultimo una serie di misure liberticide che anche in Italia uniscono destra e sinistra del campo borghese; dal ddl Gasparri (Forza Italia) a quello Del Rio (PD) parliamo di progetti di legge tesi all’equiparazione, dalle scuole alle aule di tribunale, dell’antisionismo con l’antisemitismo. Il Pacchetto-Sicurezza (ex ddl 1660) già approvato introduce il cosiddetto “terrorismo della parola”, insieme a un vasto pacchetto di norme dal sapore esplicitamente classista tese a schiacciare con anni di galera le rivolte nelle carceri, le manifestazioni di piazza, i picchetti operai e i blocchi stradali che da sempre sono espressione della lotta di classe, persino in un ambito sindacalistico e contrattualistico. Quindi, più in generale, è il tema della guerra a essere connesso con quello della repressione. Innanzitutto in termini generali, come repressione sociale. Quando lo Stato si prepara alla guerra, quella che prepara è soprattutto la guerra della borghesia contro il proletariato. La guerra permette al capitalismo internazionale di travasare immense ricchezze dal welfare al warfare nel fronte interno, avviando una gigantesca corsa al riamo finanziata attraverso politiche di macelleria sociale e manovre economiche di “lacrime e sangue”, tese esclusivamente a ingrassare le oligarchie padronali, moltiplicandone i profitti. E l’ex ddl 1660 mira esattamente a questo ambito del fronte interno: nel momento in cui si profila un’enorme espropriazione delle ricchezze dai salariati alla macchina militare (sintetizzabili nell’obiettivo del 5% del PIL da investire in armamenti), bisogna preventivare la necessità di reprimere le possibili opposizioni sociali a questo salasso, tappare la bocca a chi potrebbe sobillarne la dinamica in termini di radicalità, quindi preventivare di dover schiacciare sommosse in prigioni che ovviamente saranno sempre più piene. Contemporaneamente alla repressione sociale che riguarda tutta la classe sfruttata, si delinea una repressione specifica contro i rivoluzionari affinando degli appositi strumenti di annientamento. In particolare contro il movimento anarchico gli ultimi quattro anni sono stati caratterizzati da uno stillicidio di operazioni repressive, spesso incentrate proprio sul tema della censura: dall’operazione Sibilla contro il giornale anarchico “Vetriolo” all’operazione Scripta Scelera contro il giornale anarchico internazionalista “Bezmotivny”, passando per l’operazione “Diana”, incentrata in larga parte su iniziative editoriali (il giornale anarchico “Beznachalie”, la rivista “i giorni e le notti”, l’opuscolo “Nel vortice della guerra”, il sito ilrovescio.info), che vedrà l’udienza preliminare a Trento il prossimo 26 gennaio. L’apice di questo tipo di attacchi al movimento anarchico è stato raggiunto con la decisione sciagurata di trasferire l’anarchico Alfredo Cospito in 41 bis, dopo 10 anni di prigione in alta sicurezza, espressamente motivata con l’esigenza di impedire al compagno di continuare a leggere e a scrivere contributi dal carcere. Se l’obiettivo dichiarato del trasferimento del compagno in 41 bis risiede nella necessità per lo Stato di tappargli la bocca, ci sembra un bel gesto quello di rilanciare alcune sue parole, tratte dall’ultima occasione nella quale ha potuto parlare (durante l’udienza preliminare dell’operazione Sibilla, il 15 gennaio 2024 collegato in videoconferenza dal lager di Sassari al tribunale di Perugia): «Se la guerra imperialista dell’Occidente tracimerà per reazione dai confini dell’Ucraina irrompendo nelle nostre case, se i conflitti sociali supereranno il limite sostenibile di un meccanismo traballante, o anche solo se la transizione morbida e graduale in regime non sarà praticabile, il 41-bis grazie proprio alla sua patina di legalità sarà lo strumento repressivo ideale per un’anestetizzazione sociale forzata, una sorta di olio di ricino per rimettere in riga i recalcitranti, un golpe graduale e a norma di legge». Parole che in qualche modo delineano i contorni di quello che stiamo trattando, dalla geografia dei vari fronti alla dinamica guerra repressione sul fronte interno. D’altro canto non possiamo e non vogliamo dimenticare come in 41 bis resistono da quasi vent’anni tre prigionieri comunisti della BR-PCC, e una quarta si è suicidata dopo anni di tortura in questo terribile regime di annientamento. Il 41 bis si delinea quindi come un moderno lager controinsurrezionale, espressione topica di quello che è un carcere di guerra. Un’altra vicenda giudiziaria, fra le innumerevoli che potremmo citare, ci parla in particolar modo del legame tra gli apparati repressivi dello Stato italiano e Israele: si tratta del processo in corso all’Aquila contro Anan, Alì, Mansour. Un vero e proprio processo alla resistenza palestinese, laddove, in particolare contro Anan, si tenta di criminalizzare il suo contributo alla lotta per la liberazione della propria terra. Un processo nel quale non sono sotto accusa eventuali crimini commessi in Italia, ma episodi che sarebbero stati programmati nella Palestina occupata. Se pensiamo che persino per l’odioso diritto internazionale la resistenza armata palestinese è da considerarsi legittima, ci rendiamo conto del grado di collaborazione degli apparati dello Stato italiano col regime sionista. Un processo che è a tutti gli effetti un’espressione della complicità italiana nel genocidio dei palestinesi. E non lo diciamo in senso retorico e figurato: letteralmente il materiale acquisito dalla Digos dell’Aquila nel corso dell’indagine è stato utilizzato in Israele per sterminare tutti i contatti sospetti individuati. Viceversa, da Israele sono giunti elementi di indagine a supporto dell’inchiesta italiana, prove ottenute il più delle volte attraverso l’uso della tortura e in assenza di avvocati. Come se questo non bastasse, in Italia si moltiplicano le detenzioni o i tentativi d’espulsione di palestinesi o, più in generale, di immigrati che non si piegano. Per “reati d’opinione” (come nei casi di Mohamed Shahin e Ahmed Salem) o per la loro partecipazione a moti di piazza (come nella vicenda di Tarek Dridi, condannato a 4 anni e 8 mesi per la manifestazione del 5 ottobre 2024 a Roma). Il messaggio è chiaro: l’unica libertà che lo Stato concede ai rifugiati è tacere, sotto la perenne minaccia di essere riconsegnati ai vari torturatori che infestano i loro Paesi, al soldo o in combutta con l’imperialismo occidentale. Indagini e procedimenti diversi, quelli di cui abbiamo fatto cenno e i molti che per ragioni di spazio siamo costretti a tralasciare, tutti coordinati da quel dispositivo repressivo strategico che è la DNAA (Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo), in barba alla favola tanto cara a quel mondo della sinistra giustizialista cresciuto per reazione al berlusconismo, che da trent’anni ci propina il ruolo della magistratura come forza di bilanciamento rispetto al potere politico delle destre e che vede in particolare nell’Antimafia l’impero del bene. Un merito della mobilitazione a fianco di Alfredo Cospito di cui si è fatto cenno, è stato proprio di aver incrinato il mito dell’Antimafia e il suo principale strumento inquisitoriale (il 41 bis) a un livello di decibel che non era stato mai osato in precedenza. Va quindi ribadito che è lo Stato borghese come sistema nella sua interezza – al di là delle beghe tra le sue fazioni – che è mobilitato in una riconfigurazione bellica generale, tanto verso l’esterno quanto verso il nemico interno. Sabato 7 febbraio saremo in piazza a Viterbo contro la guerra e la repressione, siamo compagne e compagni che si uniscono in corteo a partire da una chiara posizione internazionalista: - A quattro anni dall’esplosione su vasta scala della guerra in Ucraina, torniamo in piazza a sostegno del disfattismo rivoluzionario, della fraternizzazione fra i proletari coscritti e mandati al fronte con la forza, all’insubordinazione nei confronti dei superiori. Supportiamo tutti i disertori delle guerre dei padroni. Denunciamo la natura anti-proletaria dei governi europei che nel sostenere questa guerra impoveriscono la nostra classe drenando risorse dalle tasche dei salariati a quelle degli industriali. Mettiamo i bastoni tra le ruote al “nostro” imperialismo occidentale e alle sue manovre guerrafondaie, alle “nostre” classi dirigenti e sfruttatrici, al “nostro” Stato! - A sostegno della resistenza palestinese contro il colonialismo di insediamento sionista. Riaffermiamo contro ogni tentativo di ammutolirci la natura rivoluzionaria degli eventi del 7 ottobre 2023. Quando gli Stati si combattono o si accordano fra loro, siamo contro la loro guerra e contro la loro pace. Quando un’entità coloniale artificiale stermina un popolo senza Stato e senza amici fra le grandi potenze, noi stiamo dalla parte della resistenza di quel popolo contro i piani genocidari dell’imperialismo. Il 7 ottobre non solo rappresenta una legittima risposta al piano secolare di insediamento coloniale sionista, ma anche una variabile sovversiva nella pace fra borghesie mediorientali sintetizzabile nella fase degli “Accordi di Abramo”. - Siamo contro la menzogna insanguinata dei “due popoli, due Stati”; non solo perché il sionismo non ha lasciato alcuno spazio realistico di istituzione di uno Stato palestinese, ma perché uno Stato di colonizzati al fianco di uno Stato di colonizzatori sarebbe soltanto un amministratore delegato dell’oppressione, con l’elezione dei collaborazionisti a nuova classe dirigente. La parabola dell’ANP ne è davvero una triste e infame dimostrazione. - Contro la repressione, quale manifestazione della guerra sul fronte interno. Contro le politiche economiche di macelleria sociale e il loro legame con la guerra. Contro le leggi liberticide, anti-sociali e finanche tese alla soppressione delle opinioni rivoluzionarie, necessarie a supportare quelle politiche. Contro le operazioni repressive anti-anarchiche e contro la repressione dei movimenti sociali. - Ricordando che nel maggio del 2026 scadranno i primi quattro anni di 41 bis nei confronti del compagno anarchico Alfredo Cospito, a seguito dei quali il ministro della “giustizia” dovrà decidere sul rinnovo o meno della misura, torniamo in piazza con uno spezzone che gridi “Fuori Alfredo dal 41 bis”, inserendoci anche con questa manifestazione nella mobilitazione a sostegno del compagno. Domenica 8 febbraio terremo sempre a Viterbo un convegno internazionalista, nel quale tenteremo di dare la parola alla resistenza palestinese e ai disertori ucraini, ma anche ai protagonisti delle lotte qui in Italia sul posto di lavoro, approfondiremo alcune vicende giudiziarie come quella del processo all’Aquila contro la resistenza palestinese, delineeremo la dimensione del 41 bis come carcere di guerra e altri argomenti inerenti il connubio guerra-repressione. Un convegno che vogliamo sia a carattere militante, non intellettuale o professorale, dove a parlare saranno innanzitutto i protagonisti delle lotte. Assemblea “sabotiamo la guerra” Rete dei Comitati e Collettivi di Lotta
February 4, 2026
Gancio de Roma
[2026-02-07] La devastazione ambientale è un'arma del sionismo: voci da un viaggio in Palestina contro l'ecocidio di Israele @ CSA Intifada
LA DEVASTAZIONE AMBIENTALE È UN'ARMA DEL SIONISMO: VOCI DA UN VIAGGIO IN PALESTINA CONTRO L'ECOCIDIO DI ISRAELE CSA Intifada - Via di Casal Bruciato, 15, 00159 Roma RM (sabato, 7 febbraio 17:00) La prima pubblicazione di Ecoresistenze è online  Reportage: "La devastazione ambientale è un'arma del sionismo: voci da un viaggio in Palestina contro l'ecocidio di Israele" Con i contributi di: • Associazione Rurale Italiana – membro de La Via Campesina • Jamal Talab Al Amleh – Land Research Center • Jamal Juma – Stop the Wall Coalition • Mazin Qumsiyeh – Palestine Institute for Biodiversity and Sustainability ️ scarica l'opuscolo in pdf su noo-sfera.org  https://noo-sfera.org/2026/01/29/voci-da-un-viaggio-in-palestina-contro-lecocidio-di-israele/  partecipa alle iniziative di racconto e dibattito - prime tappe:  Roma - sab 07/02 H17, CSA Intifada  Bologna  Torino  organizzane uno nella tua città, quartiere, spazio sociale  scrivici a ecoresistenze@gmail.com
February 1, 2026
Gancio de Roma