Simone Manetti, Giulio Regeni – Tutto il male del mondo #12SCIACALLAGGIO IN CORPORE FILMICO
Indigna tutto di questo caso cinematografico.
Innanzitutto ritorna il senso di nausea nel ricordo della terribile sorte di
Giulio Regeni, finito nella morsa di un potere spietato senza alcuna colpa; una
nausea accentuata dalle scelte in fase di montaggio dei tanti, spesso
insignificanti e sempre sfuocati, spezzoni d’archivio, che sono la cifra dei
lavori di Manetti, probabilmente scelto in quanto mestierante.
Ci siamo interessati a questa pellicola, seppur sospettosi, per poterne parlare
con cognizione, data la polemica politica scatenata pretestuosamente dal mancato
contributo del Ministero della Cultura di Giuli, che ha fatto il pesce in
barile, dicendo che non aveva visto il film, ma la vicenda era tale che avrebbe
assegnato prebende a priori; e già questo urlerebbe vendetta per il criterio di
sottocommissioni da abolire. Bisogna a questo punto tenere conto che ha dovuto
scegliere lui stesso i membri della sottocommissione e quindi le loro selezioni
ricadono sotto la sua responsabilità; e Mollicone, presidente della
sottocommissione, è un fascista ideologicamente propenso a evitare di premiare
una (presunta) inchiesta sulle torture e omicidio inferte a un ricercatore che
scriveva articoli per “il manifesto”.
Peraltro fa indignare anche Cuperlo al question time con Giuli che non trova di
meglio da dire che il governo di Fratelli d’Italia ha piegato i lavori delle
commissioni per premiare gli amichetti e camerati: tutto vero, ma il copyright
in questo caso è proprio del PD; ed era già stato collaudato in chiave littoria
con Giulio Base, senza suscitare la giusta indignazione.
In particolare muove allo sconcerto però la visione del film.
Venduto come «operazione avanzatissima di immersione nel vuoto della
post-verità» (“Sentieri Selvaggi”) è in effetti costituito dai vuoti non colmati
tra i ritagli di archivio, rappresentati da lunghe sequenze sfocate di movimenti
di telefonino impazzito, estenuanti (probabilmente con l’ambizione di
trasmettere smarrimento, quello di Giulio e quello dello spettatore), senza
aggiungere nulla alla cronaca che uno spettatore mediamente informato già non
conosca, ricostruendo le torture e l’assassinio, le false piste, gli
insabbiamenti, i racconti televisivi… ma si assiste soltanto ai misfatti di
parte egiziana. Le brevi apparizioni di Renzi, primo ministro all’epoca,
Descalzi, da sempre presidente dell’Eni, li scagionano in pochi secondi.
Si assiste senza guizzi a lunghe sequenze del processo: anche queste immagini
conosciute, passaggi giudiziari risaputi, che s’intervallano al registro della
ricostruzione e delle dichiarazioni di autorità. L’unica nota emozionante in
quelle sabbie mobili stagnanti sono le parole, lo stupore dei genitori di Giulio
che infatti danno il titolo al film, perché il resto è vuoto.
Indigna soprattutto il banchetto sul corpo martoriato del giovane studioso,
organizzato nel decennale del suo supplizio. E quel che è peggio è che questa
pellicola impedirà la realizzazione di un vero film che metta sul piatto le
reali questioni investite dalla morte di Giulio Regeni e dall’indifferenza dei
governi di vario colore che hanno nascosto la verità costituita dalla feroce
paranoia del potere, perché è comune a tutti i regimi. E questo il film non lo
fa trapelare nel suo gioco di immagini illeggibili.