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Epstein, la Procura di Roma indaga sulla rete italiana e chiede gli atti segreti agli USA
L’onda lunga del caso Epstein raggiunge finalmente anche l’Italia. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per l’ipotesi di violenza sessuale e inviato negli Stati Uniti una rogatoria per ottenere gli archivi pubblicati e gli atti ancora riservati. L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Arcuri, è per ora contro ignoti: nessun italiano risulta formalmente indagato. L’obiettivo è, però, potenzialmente dirompente: verificare se dietro la rete di contatti, viaggi e soggiorni italiani del finanziere statunitense si nascondano abusi e sfruttamento sessuale perseguibili dalla nostra magistratura. I nomi lasciati finora galleggiare nei file potrebbero diventare finalmente materia giudiziaria. Il procedimento non nasce dalle recenti dichiarazioni di Thomas Massie, che ha indicato quattordici persone come presunti «co-cospiratori» di Epstein – tra loro Eduardo Teodorani-Fabbri e Lapo Elkann – ma da un esposto depositato il 26 marzo dall’associazione Differenza Donna, presentato dalle avvocate Teresa Manente e Ilaria Boiano. L’atto chiedeva di verificare possibili reati transnazionali di tratta, violenza e sfruttamento sessuale di donne e minori, commessi da italiani o collegati al nostro territorio. La rogatoria è stata trasmessa agli Stati Uniti già diversi mesi fa. L’associazione ha allegato le ricorrenze estratte dal database del Dipartimento di Giustizia: Roma compare 3.593 volte, Capri 253, Amalfi 44, Ischia 12 e la Costa Smeralda tre. Una mail intitolata «Sardinia Trip!» documenta prenotazioni e spostamenti dell’entourage, mentre altri riferimenti riguardano Milano e possibili flussi finanziari. Presenze che, al momento, non dimostrano reati, ma tracciano una geografia che i magistrati dovranno tradurre in fatti: chi si trovava dove, con chi e, soprattutto, se vi fossero vittime. Gli italiani presenti negli Epstein Files pubblicati il 30 gennaio scorso compaiono a titolo e con gradi di prossimità molto diversi. Giuseppe Conte, Silvio Berlusconi, Mario Draghi, Beppe Grillo e Matteo Salvini sono menzionati in comunicazioni politiche nella fitta corrispondenza con Steve Bannon, senza collegamenti con gli abusi; Rula Jebreal figura soprattutto in liste di invitati a eventi culturali; Flavio Briatore appare nel «Little Black Book» ed è definito da Epstein «amico italiano», ma sostiene di averlo incontrato una sola volta. Ben più assiduo appare il rapporto con Eduardo Teodorani-Fabbri: le carte documentano una corrispondenza protratta, incontri, viaggi, messaggi nei quali chiama Epstein «master», riferimenti sessuali volgari e comunicazioni sull’AC Milan come possibile investimento. Lapo Elkann afferma, invece, di aver incrociato il finanziere soltanto due volte, in occasioni pubbliche, e nega scambi diretti. Nel 2014, Ugo Brachetti Peretti chiese a Epstein di cercare investitori per una quota di Api; nelle stesse conversazioni il finanziere domandò informazioni sulla modella Chiara Baschetti che aveva già chiesto a Teodorani Fabbri. Paolo Zampolli, fondatore della Id Models e oggi rappresentante speciale statunitense per le partnership globali, compare diciotto volte. L’esperto di cybersecurity Vincenzo Iozzo ricorre, invece, centinaia di volte ed è stato accostato, senza conferme, all’«hacker personale» italiano menzionato dall’FBI: Iozzo ha negato di aver svolto quel ruolo o assistito ad attività illegali. Il Nicola Caputo citato nei documenti sarebbe un omonimo dell’ex europarlamentare, mentre resta sconosciuta la donna che nel 2015 si firmava «la tua pazza ragazza italiana». Le carte mescolano semplici citazioni, rapporti professionali, frequentazioni mondane e relazioni più strette: non una lista di colpevoli, ma una mappa ancora da decifrare. Diversi Paesi europei – tra cui Francia, Polonia, Spagna, Germania e Norvegia – hanno già aperto indagini sui collegamenti con il finanziere statunitense. Ora, anche Roma segue la pista europea. Secondo Differenza Donna, l’Italia «non può restare inerte di fronte a elementi documentali pubblici che la riguardano direttamente»: la natura transnazionale del caso impone di verificare se il sistema di sfruttamento sessuale abbia attraversato più Paesi e quale ruolo abbia eventualmente avuto il nostro. Sul tema è intervenuto anche l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Paolo Inselvini, del gruppo dei Conservatori e Riformisti europei, chiedendo alla Commissione UE se conosca possibili legami con persone o società operanti nell’Unione e quali strumenti possa mettere a disposizione delle autorità nazionali. L’Italia si aggiunge così ai Paesi che hanno deciso di approfondire una vicenda capace di coinvolgere personalità di primo piano e travolgere persino l’ex principe Andrea, fratello di re Carlo III. Differenza Donna definisce l’apertura del filone romano «un passaggio importante»: eventuali fatti avvenuti nel nostro Paese dovranno essere ricostruiti tutelando le donne e le ragazze coinvolte e facendo luce sul sistema di influenze che circondava Epstein. L’associazione introduce, però, una distinzione essenziale: comparire nei documenti o avere frequentato il finanziere non costituisce, di per sé, una prova di responsabilità penale. La rogatoria dovrà fornire ciò che manca: atti dell’FBI, testimonianze e documenti oscurati in grado di collegare persone, luoghi e condotte. Sarà poi necessario individuare eventuali vittime e verificare competenza, prescrizione, età all’epoca dei fatti e luogo dei presunti reati. Non è scontato che emergano contestazioni penali, ma è la prima volta che la pista italiana viene affrontata con strumenti giudiziari. L’inchiesta sarà utile soltanto se riuscirà a dissipare la nebbia senza trasformarsi né in una gogna dei nomi né nell’ennesimo fascicolo destinato a spegnersi. The post Epstein, la Procura di Roma indaga sulla rete italiana e chiede gli atti segreti agli USA appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 6, 2026
L'INDIPENDENTE
Caso Epstein, l’ex banchiere di JPMorgan ammette: «Gli passavo informazioni riservate»
Jeffrey Epstein non era soltanto il cliente facoltoso che le banche continuarono a servire nonostante una condanna per reati sessuali su minori. Era anche il confidente al quale uno dei più potenti banchieri di Wall Street affidava informazioni riservate e sensibili per i mercati. Jes Staley, ex dirigente di JPMorgan Chase e successivamente amministratore delegato di Barclays, ha ammesso davanti al Congresso americano di avere condiviso ripetutamente con Epstein comunicazioni interne di JPMorgan, dettagli su operazioni ancora in corso e, persino, conversazioni con la Federal Reserve durante la crisi finanziaria del 2008. La rivelazione emerge dalla trascrizione dell’audizione a porte chiuse svolta il 24 luglio e pubblicata dalla Commissione di Vigilanza della Camera. Staley scrisse a Epstein che in appena due settimane la banca privata di JPMorgan aveva raccolto 44 miliardi di dollari, lo informò sui contatti in corso con il Tesoro americano e gli anticipò dettagli su possibili acquisizioni. In un’e-mail dell’8 ottobre 2008, Staley scriveva a Epstein di stare lavorando con la Fed a «un’idea per risolvere la situazione» e di avere bisogno di «un amico intelligente» con cui ragionare. Epstein, in quel momento, si trovava già in carcere dopo essersi dichiarato colpevole di adescamento a fini di prostituzione e di avere procurato una minorenne per la prostituzione. Staley gli domandava se fosse possibile farlo uscire per un fine settimana e aggiungeva tra parentesi: «Ci stanno ascoltando?», una domanda che lascia trasparire la consapevolezza della delicatezza dello scambio. Interrogato sulla divulgazione di notizie confidenziali, l’ex banchiere ha sostenuto di ritenersi autorizzato a condividerle quando lo giudicava opportuno. Una giustificazione che non chiarisce per quale ragione un detenuto condannato per reati sessuali fosse considerato un interlocutore sufficientemente autorevole da essere coinvolto, sia pure informalmente, in questioni capaci di influenzare i mercati. Staley ha continuato a descrivere il legame come una stretta relazione professionale, ribadendo di non essere stato a conoscenza della prosecuzione degli abusi e della reale estensione della rete criminale di Epstein. La sua deposizione, però, mostra che i segnali d’allarme erano tutt’altro che invisibili. Staley ha riconosciuto di avere avvertito Epstein che JPMorgan lo considerava un cliente ad alto rischio e che la banca guardava con crescente preoccupazione ai suoi ingenti prelievi in contanti. Nel solo 2004 erano stati registrati 840 mila dollari di operazioni cash, saliti a oltre 900 mila l’anno successivo; un rapporto interno del 2006 segnalava prelievi ricorrenti compresi tra 40 e 80 mila dollari e richiamava espressamente le accuse per avere adescato minorenni a fini di prostituzione. Eppure, dopo la condanna del 2008, Staley intervenne perché Epstein conservasse almeno i conti correnti e chiese al responsabile legale della banca di riesaminarne la posizione, ricordando al Congresso che il finanziere aveva procurato all’istituto clienti importanti. Anni dopo, nel 2014, il banchiere firmò inoltre i documenti che lo indicavano come trustee di un fondo fiduciario istituito da Epstein e, nel 2015, ne sottoscrisse una modifica. Staley ha dichiarato di avere poi rinunciato all’incarico, senza ricevere compensi, perché non voleva essere associato al patrimonio del finanziere. Nel frattempo, tuttavia, Epstein era rimasto cliente di JPMorgan fino al 2013. Secondo un memorandum dello staff democratico della Commissione Finanze del Senato, mentre Epstein era ancora vivo JPMorgan segnalò alle autorità poco più di 4,3 milioni di dollari di operazioni sospette; soltanto dopo la sua morte presentò segnalazioni retroattive relative a quasi 1,3 miliardi, distribuiti in migliaia di transazioni risalenti fino al 2003. JPMorgan non rappresenta un’eccezione isolata, ma il nodo principale di un sistema finanziario che per anni continuò a trasferire denaro e ad amministrare patrimoni mentre attorno a Epstein si accumulavano procedimenti e indicatori di rischio. Nel 2023, la banca ha accettato di versare 290 milioni di dollari alle vittime e altri 75 milioni alle Isole Vergini americane per chiudere le cause, senza ammettere responsabilità. Deutsche Bank, che accolse il finanziere nel 2013 dopo l’uscita da JPMorgan, ha pagato 75 milioni alle sopravvissute e nel 2020 è stata multata per 150 milioni di dollari dal regolatore dello Stato di New York: l’istituto aveva eseguito pagamenti a presunte complici, modelle russe e numerose donne dell’Europa orientale, oltre a prelievi sospetti superiori a 800 mila dollari. Nel marzo scorso, anche Bank of America ha raggiunto un accordo da 72,5 milioni, continuando a respingere le accuse di avere agevolato la rete. Altri documenti hanno fatto emergere rapporti con Morgan Stanley, Goldman Sachs e HSBC, mentre accertamenti hanno lambito Edmond de Rothschild e l’ex filiale americana di Banco Sabadell. Ridurre tutto all’imprudenza di un singolo dirigente significa ignorare il ruolo dell’infrastruttura bancaria che ha sostenuto per decenni la rete di Epstein: gli istituti hanno pagato multe e accordi civili, ma nessuno dei loro vertici ne ha risposto penalmente. 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August 28, 2026
L'INDIPENDENTE
Quando Hugh Hefner provò a denunciare Epstein, tre anni prima del suo arresto
Nel gennaio 2005, Hugh Hefner telefonò più volte all’FBI per denunciare Jeffrey Epstein. Accanto a lui, nella Playboy Mansion, c’era Audra Lynn Christiansen, playmate e Miss ottobre 2003, che sosteneva di essere stata abusata e di essere stata vittima del traffico sessuale del finanziere di Brooklyn. I federali assicurarono che avrebbero indagato, ma non accadde nulla. La donna sarebbe stata contattata dagli inquirenti soltanto 15 anni dopo, nell’ottobre 2020, quando Epstein e lo stesso Hefner erano ormai morti. La storia emerge dalla quarta versione della denuncia Jane Doe et al. v. United States of America depositata il 21 maggio 2026 presso il tribunale federale del distretto meridionale della Florida. Il documento raccoglie le accuse di decine di donne contro il governo statunitense, l’FBI e il Dipartimento di Giustizia, ritenuti responsabili di avere ignorato segnalazioni circostanziate e violato le proprie procedure investigative. Audra Christiansen, nota ai lettori di Playboy come Audra Lynn, aveva 23 anni quando si rivolse a Hefner. Secondo quanto riferito nella causa, Epstein l’avrebbe abusata e resa vittima del suo traffico sessuale, anche consegnandola. La giovane viveva allora nella Playboy Mansion e temeva di poter finire nuovamente nelle mani del finanziere. Hefner le consigliò di contattare l’FBI, ma lei gli chiese di farlo al suo posto: era convinta che il nome e le relazioni del celebre editore di Playboy avrebbero costretto i federali a prenderla sul serio. Hefner chiamò più volte l’FBI. Durante una telefonata del gennaio 2005, ascoltata dalla stessa Christiansen, spiegò all’interlocutore che Epstein aveva abusato della donna e l’aveva coinvolta in un circuito di sfruttamento sessuale. Dall’altra parte arrivò la rassicurazione che le accuse sarebbero prese sul serio ed esaminate. Fidandosi di quella promessa, Christiansen non si rivolse ad altri organismi di polizia. Per quindici anni, sostiene il ricorso, l’FBI non approfondì la segnalazione né interrogò la presunta vittima. Soltanto nell’ottobre 2020, oltre un anno dopo la morte di Epstein in carcere e tre anni dopo quella di Hefner, gli investigatori cercarono Christiansen per chiederle informazioni su quanto aveva denunciato nel 2005. La telefonata di Hefner aveva preceduto di pochi mesi l’indagine della polizia di Palm Beach, avviata dopo la denuncia relativa a una quattordicenne reclutata per un “massaggio” nella villa di Epstein. I detective locali raccolsero testimonianze e materiali, arrivando a identificare numerose ragazze. L’FBI aprì formalmente un fascicolo soltanto nel luglio 2006. Nel 2007, però, il procuratore federale Alexander Acosta stipulò con Epstein il famigerato accordo a porte chiuse di non perseguibilità che lo sottrasse alle accuse federali e protesse anche eventuali complici. Nel 2008, il finanziere si dichiarò colpevole in Florida di reati statali legati alla prostituzione, anche minorile, scontando una pena insolitamente favorevole e beneficiando del regime di semilibertà. Il caso Christiansen è ancora più significativo se inserito nella lunga sequenza delle segnalazioni ignorate. Già nel 1996 Maria Farmer aveva segnalato all’FBI Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell. Il rapporto federale reso pubblico nel 2025 registrava una denuncia relativa a materiale pedopornografico e alle minacce di Epstein; Farmer sostiene di avere riferito agli agenti anche gli abusi sessuali e l’esistenza di un sistema di sfruttamento di ragazze minorenni. Anni dopo, uno scambio interno all’FBI avrebbe confermato che la segnalazione era finita in uno «zero file», cioè, in un fascicolo al quale non era seguita alcuna azione investigativa. Nel marzo 2005, la polizia di Palm Beach aprì una nuova indagine dopo la denuncia riguardante una quattordicenne. Negli anni successivi emersero ulteriori testimonianze e anomalie finanziarie, senza che il complesso degli elementi raccolti conducesse a un’effettiva incriminazione federale di Epstein. Nel caso di Audra Christiansen non si trattò, dunque, di un singolo errore né della mancanza di una fonte autorevole. Hugh Hefner era uno degli editori più famosi e influenti degli Stati Uniti, padrone di un impero mediatico e uomo abituato a frequentare celebrità, politici e uomini d’affari. La sua figura resta controversa, soprattutto dopo le accuse postume di violenze sessuali, controllo psicologico, uso di droghe e comportamenti coercitivi all’interno della Playboy Mansion, ma nel 2005 mise il proprio nome al servizio della denuncia della playmate. È qui che la vicenda assume un peso politico. Per anni l’impunità di Epstein è stata attribuita al denaro, alle amicizie altolocate e all’efficienza dei suoi avvocati, ma la cronologia restituisce un quadro più grave: omissioni ripetute, segnalazioni ignorate, indagini arenate e promesse d’intervento rimaste senza seguito, troppo numerose e prolungate per essere liquidate come semplice “negligenza”. Se neppure il peso di Hugh Hefner riuscì a scalfire la protezione di cui Epstein sembrava godere, il problema non era la debolezza delle vittime né l’assenza di interlocutori influenti. Era la solidità di un sistema che, per oltre trent’anni, gli consentì di continuare ad agire nonostante le denunce e gli avvertimenti giunti alle autorità. The post Quando Hugh Hefner provò a denunciare Epstein, tre anni prima del suo arresto appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Epstein Files: la rete israeliana che controlla i minerali congolesi
Non è un mistero che Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo morto suicida in una cella di Manhattan nel 2019, fosse molto più di un semplice miliardario con un’isola privata e un giro di prostituzione minorile. Da tempo, su InsideOver, abbiamo raccontato i suoi profondi legami con l’intelligence israeliana, con l’ex premier Ehud […] L'articolo Epstein Files: la rete israeliana che controlla i minerali congolesi su Contropiano.
June 30, 2026
Contropiano
Abusi e Chiesa: il tragico gioco di nascondere…
… le denunce e i processi sta continuando in Italia e altrove. Nuova puntata di «Preferisco i giorni feriali» curata da Federica Tourn. A seguire 7 link ripresi dalla «Rete L’abuso» (*). Oltre 140 nuove vittime del Sodalitium in soli dieci giorni Monsignor Jordi Bertomeu, commissario pontificio per il caso Solidatium, ha rivelato che durante i dieci giorni che ha
Alla Casa Bianca saltano teste. Trump “frustrato”
La frustrazione di Trump sia sul piano internazionale che sul piano interno sta cominciando a far saltare le teste nell’amministrazione della Casa Bianca. La prima, quella più clamorosa, è la destituzione di Pam Bondi da attorney generale (il nostro ministro di Giustizia, ndr), ma le orecchie stanno fischiando anche al Segretario al […] L'articolo Alla Casa Bianca saltano teste. Trump “frustrato” su Contropiano.
April 4, 2026
Contropiano
…l’antiscienza del clima…
di Stella Levantesi La crisi climatica è praticamente scomparsa dal dibattito pubblico globale, e non è un caso: è una precisa strategia della seconda amministrazione Trump. Se nel primo mandato era il negazionismo a farla da padrone, ora il manuale del nuovo ostruzionismo climatico si è fatto più subdolo, insidioso e spietato. Ne parla in questa puntata – per il
Porto di Fiumicino: gli Epstein Files e la governance di Royal Caribbean
La privatizzazione di una porzione strategica della costa di Fiumicino e la scelta di affidare la concessione a una multinazionale straniera, legata a Israele tramite il gruppo Ofer, mette sotto la lente la governance della società americana. Il governo Meloni, a dispetto del suo presunto sovranismo, sta compromettendo il sistema portuale nazionale con una cessione senza precedenti. Ma cosa si nasconde dietro questa operazione? Chi sono veramente quelli della Royal Caribbean? Tra i nomi che emergono dal passato della compagnia, uno spicca per notorietà e controversie: Thomas Pritzker, membro del board di Royal Caribbean per oltre vent’anni. Pritzker è stato menzionato molte volte nei cosiddetti Epstein Files, documentando una duratura relazione personale con inviti a bordo di Jeffrey Epstein su navi della compagnia. Pur non essendo coinvolto nella gestione operativa di Fiumicino Waterfront, il suo ruolo di independent director e la sua lunga permanenza nel board pongono domande sulle scelte etiche e culturali della governance della multinazionale. THOMAS PRITZKER: VENT’ANNI NEL BOARD DI ROYAL CARIBBEAN Thomas Pritzker appartiene alla potente famiglia Pritzker, dinastia imprenditoriale americana tra le più ricche al mondo e storicamente legata al gruppo alberghiero Hyatt Hotels Corporation. Suo padre, Jay Pritzker, ha acquisito una partecipazione in Royal Caribbean verso la fine degli anni ’80. Quando Jay Pritzker morì nel gennaio 1999, Thomas ereditò il posto di suo padre nel Consiglio di amministrazione di Royal Caribbean e il suo ruolo in Cruise Associates. Cruise Associates è stata una partnership tra la famiglia Pritzker e la famiglia Ofer, magnati della navigazione israeliana. In base a un accordo con la famiglia Wilhelmsen, che ha co-fondato Royal Caribbean nel 1968, Cruise Associates e la famiglia Wilhelmsen hanno ciascuno nominato quattro direttori e hanno accettato di votare a favore dei rispettivi candidati. Questo accordo ha dato alle tre famiglie una supermaggioranza sul consiglio di amministrazione di Royal Caribbean. > Per oltre due decenni – dal 1999 al 2020 – Pritzker ha ricoperto il ruolo di > independent director nel consiglio di amministrazione di Royal Caribbean, > partecipando ai principali comitati di governance della compagnia. Il suo > ruolo era strategico: supervisionare management, governance e indirizzo > aziendale. Un incarico che lo collocava nel cuore delle decisioni di una > multinazionale che oggi opera in tutto il mondo e che ora intende gestire > direttamente l’infrastruttura portuale di Fiumicino. Le origini della famiglia Pritzker risalgono a immigrati ebrei, provenienti da Kiev, che si stabilirono negli Stati Uniti all’inizio del Novecento. Nel corso dei decenni la famiglia ha costruito una vasta rete di aziende e fondazioni filantropiche. Attraverso diverse iniziative, i Pritzker hanno sostenuto numerosi progetti culturali, educativi e comunitari, inclusi programmi legati alla vita culturale e religiosa ebraica negli Stati Uniti. Con il John Pritzker Family Fund, la famiglia Pritzker sostiene esplicitamente «un futuro ebraico vibrante negli Stati Uniti, in Israele e nel mondo», finanziando tra l’altro la Jewish Community Relations Council (JCRC) e il suo programma di viaggi di studio in Israele per leader civici. I RAPPORTI CON JEFFREY EPSTEIN La relazione di Jeffrey Epstein con Thomas Pritzker è documentata in modo chiaro: nel famigerato “libro nero” di Epstein, Pritzker è apparso con più di una dozzina di numeri di telefono ed è stato annotato come “numero uno”. La ricerca della parola “Pritzker” nei file del Dipartimento di Giustizia, rilasciati a gennaio 2026, genera più di 7.000 risultati. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, Epstein avrebbe mantenuto rapporti con Thomas Pritzker anche dopo la sua prima condanna nel 2008 per reati sessuali li avrebbe proseguiti nel 2019, pochi mesi prima dell’arresto di Epstein e della fine del rapporto ventennale tra Pritzker e Royal Caribbean, nel maggio 2020. > Tra i riferimenti presenti nei documenti ci sarebbero anche inviti e incontri > organizzati su navi della Royal Caribbean, circostanza che ha attirato > l’attenzione degli osservatori sulla rete di relazioni tra ambienti finanziari > globali e il settore del turismo di lusso. Una delle accusatrici più note di > Epstein, Virginia Giuffrè, in una deposizione civile del 2016 ha citato Thomas > Pritzker tra gli uomini con cui avrebbe avuto rapporti sessuali dopo essere > stata trafficata da Epstein. Pritzker ha sempre respinto con forza queste > accuse e non è mai stato incriminato o indagato penalmente per tali fatti. > Virginia Giuffrè si è suicidata nell’aprile 2025. I documenti rilasciati dal Congresso degli Stati Uniti mostrano che Thomas Pritzker ha scambiato almeno venti email con Epstein, in cui i due commentavano eventi attuali e pianificavano di incontrarsi. Pritzker ha annunciato le sue dimissioni da presidente esecutivo di Hyatt Hotels dopo che la portata dei suoi legami con Epstein e Ghislaine Maxwell è emersa dalla documentazione rilasciata dal DOJ. Nel farlo, ha dichiarato di aver «esercitato un giudizio pessimo nel mantenere i contatti con loro» e che non ci sono scuse per non essersi allontanato prima. Nel dicembre 2011, Pritzker invitò Epstein a visitare una delle mega navi di Royal Caribbean mentre era ormeggiata a St. Thomas, nelle Isole Vergini Americane. Lo scambio di email mostra che Epstein accettò di visitare la nave il 29 dicembre 2011. Un dipendente di Little St. James – l’isola privata di Epstein – inviò poi una email con oggetto “Allure“, richiedendo documenti d’identità e una lista degli ospiti che intendevano salire a bordo. I registri marittimi confermano che l’Allure of the Seas di Royal Caribbean era effettivamente ormeggiata al terminal crociere di Crown Bay, St. Thomas, il 29 dicembre 2011. Crown Bay si trova a pochi chilometri da Little St. James, l’isola privata dove Epstein commise molti dei suoi crimini. Le email rilasciate mostrano che nel 2018 Pritzker aiutò la partner di Epstein, Karyna Shuliak, a pianificare un viaggio nel Sud-Est asiatico: lei aveva come obiettivo di trovare donne per Epstein. Infine, non va dimenticato che già nel 2001 Pritzker aveva invitato Ghislaine Maxwell a bordo dell’Adventure of the Seas durante la cerimonia di varo della nave a New York. L’invito, insieme ad altre email, mostra che Pritzker ha avuto una relazione diretta con Maxwell, che è stata condannata nel 2021 per accuse di traffico sessuale federale per crimini commessi al fianco di Epstein tra il 1994 e il 2004. Pritzker è anche incluso nella lista dei passeggeri di un volo del 7 dicembre 2000 da Londra alla base aerea di Marham Royal a Norfolk insieme a Epstein, Maxwell, una persona di nome Kelly Spamm e un’altra passeggera identificata solo come «1 femmina». Quello stesso fine settimana, Andrew Mountbatten-Windsor (sotto indagine nel febbraio 2026 per abuso di ufficio) – ex-principe Andrea, duca di York – ha ospitato Epstein, Maxwell e Pritzker nella vicina Sandringham House per quello che ha descritto come «solo… un semplice weekend». Vale la pena sottolineare quanto emerso sulla sua importanza in Royal Caribbean: Pritzker era tra il ristretto gruppo di uomini il cui consenso era necessario per le decisioni più significative della compagnia. EPSTEIN, PHILIP LEVINE E LA VITTIMA TRASPORTATA SU UNA NAVE DI ROYAL CARIBBEAN Nel 2011 la struttura proprietaria di Royal Caribbean ha subito importanti cambiamenti e mentre accadevano, Epstein era in contatto con le figure chiave della compagnia. Quel giugno, Sammy Ofer, la cui famiglia controllava metà di Cruise Associates insieme a Thomas Pritzker, morì all’età di 89 anni. Due mesi dopo, il 24 agosto, l’accordo con gli azionisti tra Cruise Associates e la famiglia Wilhelmsen è terminato, ponendo fine a quasi due decenni di controllo unificato di Royal Caribbean. Lo stesso anno, Philip Levine ha fondato Royal Media Partners, che ha ottenuto un’esclusiva partnership mediatica a bordo con Royal Caribbean. Il nome di Levine appare più di 600 volte nei file Epstein e nel suo libro nero conteneva tredici numeri di telefono associati a Levine, inclusi i numeri del suo autista, le governanti e gli uffici commerciali. Le email mostrano che Levine ha mantenuto una relazione con Epstein dal 2001 al 2018. In una email del 2003, Levine l’ha definito: «il mio amico Jeffrey Epstein». Nel 2010, due anni dopo la condanna di Epstein, Levine scrisse a Epstein: «Sei un grande ragazzo e so che tutte le cose buone ti arriveranno in futuro». Il legame più vicino di Levine nella rete di Epstein era con Ghislaine Maxwell. Le email dei primi anni Duemila rivelano una relazione sessualmente esplicita e apparentemente romantica tra loro. Interrogato su queste email dal “Miami New Time, Levine ha negato qualsiasi relazione sentimentale. Le email mostrano che Epstein ha incontrato Pritzker e ha comunicato con Levine più volte prima, durante e dopo il 2011. Nel dicembre 2011, quattro mesi dopo lo scioglimento del contratto con gli azionisti, Pritzker invitò Epstein a bordo dell‘Allure of the Seas. I file di Epstein includono una vittima che afferma di aver viaggiato su una nave della Royal Caribbean nelle Isole Vergini Americane e di essere stata trasportata verso l’isola privata di Epstein. Scesa dalla nave fu violentata quando aveva 17 anni. La stessa vittima sostiene di essere stata vittima di tratta a scopo di sfruttamento sessuale e che è stata violentata da Epstein in Florida quando aveva 5 anni. L’identità della vittima è sconosciuta e ulteriori informazioni non sono disponibili, in quanto le informazioni identificative nei file sono censurate. I documenti esaminati non contengono accuse di illeciti penali da parte di Royal Caribbean o prove che la compagnia di crociera fosse a conoscenza delle attività di Epstein. IL PRIMO PORTO PRIVATO NEL SISTEMA PORTUALE ITALIANO Il caso Pritzker e Levine diventa rilevante nel contesto del porto di Fiumicino per una ragione più ampia: il modello economico che si sta affermando nel settore delle crociere. Le grandi compagnie crocieristiche stanno investendo sempre più spesso nella costruzione o gestione diretta di infrastrutture portuali, trasformando i porti in terminal integrati delle proprie attività turistiche. Questo modello consente alle compagnie di controllare l’intera filiera del turismo crocieristico, dalla nave al porto fino ai servizi a terra. Nel caso di Fiumicino, il progetto promosso da Royal Caribbean prevede la realizzazione di un porto crocieristico di grandi dimensioni che opererebbe accanto al sistema portuale esistente. Ed è proprio qui che nasce il nodo politico e strategico. Il sistema portuale italiano è regolato da una normativa che affida la pianificazione e la gestione dei porti alle Autorità di Sistema Portuale, enti pubblici che coordinano sviluppo, traffici e infrastrutture. L’ipotesi di un porto gestito direttamente da una compagnia privata internazionale solleva quindi interrogativi su equilibri economici, pianificazione pubblica e controllo delle infrastrutture strategiche. Ricordiamo inoltre che il gruppo Ofer, presente attualmente nel board di Royal Caribbean nella figura di Eyal M.Ofer, è legato anche alla multinazionale Zodiac Maritime, compagnia citata in numerosi report riguardanti attacchi e sequestri di navi “israel-affiliated” nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso, con implicazioni geopolitiche dirette. Chi può garantire che il futuro porto di Fiumicino privato non venga utilizzato per scopi diversi dal crocierismo? Come sottolineato dai sindacati, in particolare dai portuali USB di Civitavecchia, un terminal crocieristico controllato da una multinazionale straniera potrebbe ridisegnare gli equilibri del traffico crocieristico, entrando in concorrenza con porti pubblici già esistenti. Il rischio è che il modello di gestione delle infrastrutture portuali possa progressivamente spostarsi verso forme di controllo sempre più privatizzate, in cui le compagnie di navigazione diventano anche proprietarie o gestori dei terminal. Uno scenario che potrebbe trasformare il sistema portuale nazionale in un mosaico di infrastrutture gestite direttamente da grandi gruppi economici globali, implicati direttamente o indirettamente con le politiche di guerra degli stati a cui fanno riferimento. I RISCHI AMBIENTALI E GEOPOLITICI DEL PORTO DI FIUMICINO Il caso Pritzker, la presenza del suo nome nei documenti legati al caso Epstein e il ruolo storico che ha ricoperto nel board di Royal Caribbean non implicano responsabilità dirette nel progetto italiano. Ma riportano al centro una questione più ampia: chi controlla davvero le grandi infrastrutture che stanno ridisegnando le coste europee? > Affidare la gestione di nuovi terminal crocieristici a multinazionali globali > significa anche accettare che una parte crescente delle infrastrutture > portuali venga gestita secondo logiche aziendali internazionali. Il porto di > Fiumicino, in questo senso, non è solo un progetto locale. È un tassello di un > cambiamento molto più grande che riguarda il futuro della portualità > nazionale, del turismo e del controllo pubblico delle infrastrutture > strategiche. Il Collettivo No Porto, i Tavoli del Porto e la cittadinanza attiva hanno lanciato un grido di allarme che è sfociato in una prima grande manifestazione il 9 novembre 2025 e hanno successivamente risposto al VIA del Ministero dell’Ambiente con un ricorso al TAR per fermare il progetto. Secondo le realtà locali dietro la parola sviluppo si nasconde un progetto che porterà a Fiumicino solo inquinamento e lavoro precario, mentre porterà per l’Italia dei rischi geopolitici ben peggiori. Il porto di Fiumicino rappresenta quindi molto più di un semplice progetto infrastrutturale locale. È un esempio di un cambiamento più ampio che riguarda il rapporto tra grandi multinazionali del turismo, infrastrutture strategiche e governance economica globale. E proprio la storia della governance di queste multinazionali – con figure come Pritzker e Levine, emerse anche nei documenti legati al caso Epstein – contribuisce ad alimentare il dibattito su trasparenza, responsabilità e controllo pubblico delle infrastrutture strategiche. La copertina è di Marianna Gatta SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Porto di Fiumicino: gli Epstein Files e la governance di Royal Caribbean proviene da DINAMOpress.
March 27, 2026
DINAMOpress