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L’Europa demolisce il diritto di asilo
-------------------------------------------------------------------------------- Una giornata all’aperto per la Scuola di italiano promossa da Ciac (Centro Immigrazione Asilo e Cooperazione Internazionale) di Parma, punto di riferimento storico per l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo -------------------------------------------------------------------------------- Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva le modifiche ai regolamenti sulle procedure dell’Ue per consentire un esame accelerato delle domande di asilo, ma si tratta di domande che dovranno essere processate in territorio europeo. In base al Considerando 65 del Regolamento procedure (UE) 2024/1348 quando applica la procedura di esame alla frontiera della domanda di protezione internazionale,“lo Stato membro dovrebbe provvedere alla predisposizione delle condizioni necessarie per accogliere il richiedente alla frontiera esterna o in prossimità della stessa ovvero in una zona di transito, come regola generale, conformemente alla direttiva (UE) 2024/1346. Lo Stato membro può esaminare la domanda in un punto della frontiera esterna diverso da quello in cui è fatta domanda d’asilo, trasferendo il richiedente in uno specifico luogo sito alla frontiera esterna ovvero in prossimità della frontiera dello Stato membro interessato, o in altri luoghi designati sul proprio territorio nei quali vi sono strutture adeguate”. Con 408 voti a favore, 184 contrari e 60 astensioni, il Parlamento UE ha modificato il precedente Regolamento procedure (UE) 2024/1348 con l’istituzione di un elenco UE dei paesi di origine sicuri. Saranno quindi imposte procedure accelerate, non solo in frontiera, per i richiedenti asilo provenienti da Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. Anche i paesi candidati all’adesione all’Ue (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Georgia, Macedonia del Nord, Moldavia, Montenegro, Serbia, Turchia) sono designati come paesi di origine sicuri a livello dell’Unione, a meno che nel paese non vi sia una situazione di conflitto armato internazionale o interno, siano state adottate misure restrittive che incidono sui diritti e sulle libertà fondamentali o la percentuale di decisioni positive prese dalle autorità degli Stati membri nei confronti dei richiedenti provenienti dal paese sia superiore al 20%. I paesi UE, come già ha fatto l’Italia, potranno designare ulteriori paesi di origine sicuri a livello nazionale, ad eccezione di quelli rimossi dall’elenco UE. E poco importa se questi paesi saranno caratterizzati da luoghi di totale violazione dei diritti umani, come l’inferno di Sfax o leprigioni egiziane nelle quali è stato torturato e ucciso Giulio Regeni. Per il governo italiano e per l’Ue, in nome del contrasto dell’immigrazione, anche paesi simili potranno essere definiti come “paesi di origine sicuri”. Gli eurodeputati hanno inoltre approvato il Regolamento relativo all’applicazione del concetto di paese terzo sicuro, che modifica il Regolamento (UE) sulle procedure di asilo 2024/1348, con 396 voti a favore, 226 contrari e 30 astensioni. I due Regolamenti costituiscono una modifica regressiva di Regolamenti sulle procedure di asilo non ancora entrati in vigore, varati nel 2024 in attuazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, che venivano ritenuti troppo “garantisti” dalla maggioranza che si è formata nel Parlamento europeo, con la saldatura tra i popolari e le destre populiste. Si svuota di fatto non solo la portata effettiva del diritto di asilo, ma si cancellano i diritti fondamentali delle persone che in caso di rimpatrio forzato nel paese di origine, dopo procedure sommarie e senza un esercizio effettivo dei diritti di difesa, perché i ricorsi contro i dinieghi non saranno sospensivi delle espulsioni verso paesi ritenuti sicuri, potranno subire la privazione di tutti i diritti di libertà e persino del diritto alla vita. Lontano dai confini UE, le operazioni di riconsegna operate dalle polizie europee lasceranno prive di qualsiasi tutela persone che, sottratte alla giurisdizione europea, scompariranno nel nulla, non solo in Egitto ed in Tunisia, ma anche negli altri paesi extra UE designati come “sicuri”. Il vigente diritto dell’Ue, nella interpretazione della Corte di giustizia UE “osta a che uno Stato membro designi come Paese di origine sicuro un Paese terzo che non soddisfi, per talune categorie di persone, le condizioni sostanziali di siffatta designazione”. La Corte di giustizia ha altresì confermato la possibilità che uno Stato membro dell’Ue stabilisca una lista di Paesi di origine sicuri mediante un atto avente forza di legge, precisando però che va garantito un “accesso sufficiente e adeguato alle fonti di informazione (…) sulle quali si fonda tale designazione” e che il giudice ha il potere di valutare se questa rispetti i criteri giuridici previsti dal diritto europeo; nell’effettuare tale valutazione può avvalersi di fonti plurime e diverse da quelle seguite dall’Amministrazione “a condizione, da un lato, di accertarsi dell’affidabilità di tali informazioni e, dall’altro, di garantire alle parti in causa il rispetto del principio del contraddittorio”. Per questa ragione occorre garantire l’esercizio effettivo dei diritti di difesa e fare emergere la condizione individuale non solo dei richiedenti asilo, ma di tutte le persone che, anche in base alla legislazione nazionale (in Italia ex art. 5.6 del T.U. immigrazione 286/98), dopo l’esecuzione dell’allontanamento forzato, saranno comunque vulnerabili a seguito del rimpatrio. Paesi sicuri Secondo l’art.61 del Regolamento procedure (UE) 2024/1348 un paese terzo può essere designato paese di origine sicuro “soltanto se, sulla base della situazione giuridica, dell’applicazione della legge all’interno di un sistema democratico e della situazione politica generale, si può dimostrare che non ci sono persecuzioni quali definite all’articolo 9 del regolamento (UE) 2024/1347, né alcun rischio reale di danno grave quale definito all’articolo 15 di tale regolamento”. La designazione dei paesi di origine sicuri a livello dell’Unione, ricorre quando questo paese garantisca una protezione effettiva e abbia ratificato e rispetti la convenzione di Ginevra nei limiti delle deroghe o limitazioni previste da tale paese, autorizzate a norma della convenzione. Dunque tale designazione, secondo quanto espressamente previsto, “non pregiudica la disposizione del regolamento (UE) 2024/1348 secondo la quale gli Stati membri possono applicare il concetto di paese di origine sicuro solo a condizione che i richiedenti non possano fornire elementi che giustifichino il motivo per cui il concetto di paese di origine sicuro non è applicabile nei loro confronti, nel quadro di una valutazione individuale. In tale contesto è opportuno prestare particolare attenzione ai richiedenti che si trovano in una situazione specifica in tali paesi, come le persone LGBTIQ, le vittime di violenza di genere, i difensori dei diritti umani, le minoranze religiose e i giornalisti”. In ogni casosi deve tenere conto della misura in cui, nel Paese designato come sicuro, è garantita protezione contro le persecuzioni ed i maltrattamenti con disposizioni legislative e regolamentari, il rispetto dei diritti e delle libertà stabiliti negli strumenti internazionali a tutela dei diritti umani, il rispetto del principio di non-refoulement (art. 33 della Convenzione di Ginevra), e un sistema di ricorsi effettivi contro le violazioni di tali diritti e libertà. Rimane comunque all’autorità giudiziaria nazionale il potere di controllo sul corretto inserimento di un Paese nella lista di Paesi sicuri, quando i criteri di tale valutazione non sono attendibili o esplicitati, o su base meramente personale, come è confermato anche dalla più recente giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea. La Corte ha infatti affermato che il diritto dell’Unione non osta a che uno Stato membro proceda alla designazione di un paese terzo quale paese di origine sicuro mediante un atto legislativo, a condizione che tale designazione possa essere oggetto di un controllo giurisdizionale effettivo. Sarà quindi importante garantire sempre una effettiva difesa legale e monitorare con team legali qualificati, operatori umanitari, medici e gruppi di rappresentanti parlamentari tutti i luoghi di arrivo e trattenimento dei richiedenti asilo bloccati alle frontiere europee e/o deportati verso paesi terzi. Centri rimpatrio in paesi terzi In base al Regolamento UE 2024/1349 “il cittadino di paese terzo o l’apolide la cui domanda è stata respinta nell’ambito della procedura di asilo alla frontiera non è autorizzato a entrare nel territorio dello Stato membro interessato”, e gli Stati membri possono imporre al richiedente asilo denegato il trattenimento per un periodo non superiore a 12 settimane “in un luogo sito alla frontiera esterna o in prossimità della stessa ovvero in una zona di transito. Qualora non sia in grado di accogliere la persona in uno di tali luoghi, lo Stato membro può ricorrere ad altri luoghi sul proprio territorio”. Se una decisione di rimpatrio non può essere eseguita entro questo termine massimo, “gli Stati membri continuano le procedure di rimpatrio a norma della direttiva 2008/115/CE”. In base a quanto previsto dal Consiglio Affari Interni dell’Unione Europea nel dicembre scorso, gli Stati membri avrebbero approvato un accordo politico che introduce la possibilità di creare “return hub” (o centri di rimpatrio) in Paesi terzi ritenuti sicuri. La creazione di centri di rimpatrio (hub) al di fuori dell’UE non è dunque ancora contenuta in un atto legislativo immediatamente applicabile, ma dovrà essere oggetto di ulteriori decisioni che dovranno portare all’adozione del nuovo Regolamento sui rimpatri, presumibilmente entro il 2027. Solo allora l’Ue introdurrà un nuovo sistema comune per i rimpatri, abrogando la vigente Direttiva Rimpatri (dir. 2008/115/CE), e sostituendola con il nuovo Regolamento proposto dalla Commissione Europea all’inizio del 2025 (COM/2025/101 final). Dopo l’entrata in vigore di questo nuovo Regolamento sui rimpatri, con l’abrogazione della precedente Direttiva 2008/115/CE, si potranno inviare i richiedenti asilo denegati che hanno ricevuto una decisione definitiva di espulsione, anche contestuale al diniego, in un Paese terzo, sulla base di un accordo bilaterale o concluso a livello di Ue. Ma rimarranno ancora garanzie giurisdizionali e diritti di difesa che non possono essere cancellati e la stessa Unione europea dovrà esprimersi sui singoli accordi bilaterali, nel tentativo di raggiungere criteri uniformi di negoziazione con i paesi terzi, criteri concordati che oggi appaiono assai lontani, anche per ragioni meramente economiche. A breve termine non sembrano dunque previsti a livello europeo centri di detenzione ubicati all’esterno dell’Unione per il trattenimento di persone che hanno fatto richiesta di asilo ad uno Stato membro, alle frontiere esterne o nei luoghi assimilati, ma pur sempre sul territorio di questo Stato, dunque rientrante sotto la giurisdizione dell’Ue. Il modello Albania, dunque, non ha ancora “vinto” e rimane privo di copertura legale a livello europeo e lo stesso vale per i progetti di legge sul “blocco navale” che il governo Meloni cerca di legittimare con il richiamo alle norme europee. Non si deve confondere la categoria dei Paesi terzi sicuri con il modello dei centri di rimpatrio (return hubs), che l’Italia ha cercato di esternalizzare con il Protocollo Italia-Albania. Il “modello Albania”, oltre che ai pochissimi naufraghi richiedenti asilo soccorsi in acque internazionali da navi militari italiane, che costituiva la previsione originaria, dopo il Decreto Legge 37/2025, poi convertito in Legge 75/2025, si dovrebbe applicare anche ai migranti irregolari le cui domande sono già state respinte e ha come obiettivo il loro rimpatrio, verso un Paese diverso da quello in cui si trova il centro, che di fatto dovrebbe funzionare come una sorta di stazione di transito. Tanto che i pochi rimpatri di persone detenute nel centro di Gjader, lo scorso anno, si sono effettuati dall’Italia e non dall’Albania. La normativa europea sui Paesi terzi sicuri, invece, si applica ai richiedenti asilo e punta alla loro riammissione nel Paese terzo da cui sono transitati, o sulla base di specifici accordi bilaterali o a livello dell’Ue. Perché i centri in Albania restano al di fuori dello Stato di diritto Gli Stati membri potranno applicare il concetto di paese terzo sicuro a un richiedente asilo che non sia cittadino di quel determinato paese, e quindi dichiarare la sua domanda di protezione inammissibile nel corso di una procedura in frontiera. Per poterlo fare, deve ricorrere una delle tre seguenti condizioni: l’esistenza di un legame tra il richiedente e un paese terzo, come la presenza di familiari, una precedente permanenza nel paese o legami linguistici, culturali o simili; il fatto che il richiedente sia transitato da un paese terzo prima di arrivare nell’UE dove avrebbe potuto richiedere una protezione effettiva; l’esistenza di un accordo o intesa con un paese terzo, a livello bilaterale, multilaterale o dell’UE, per l’ammissione dei richiedenti asilo, ad eccezione dei minori non accompagnati. Gli accordi conclusi dall’UE o dai suoi Stati membri con un paese terzo per applicare il concetto di paese terzo sicuro devono includere una disposizione che obblighi il paese terzo a esaminare nel merito qualsiasi richiesta di protezione effettiva presentata dalle persone interessate. Questo non si verifica ancora nei rapporti tra Italia e Albania, che sotto questo profilo andrebbero rinegoziati. Fino ad allora i centri di detenzione in Albania resteranno al di fuori dello Stato di diritto, e la loro residua attività potrebbe anche essere fonte di ulteriore responsabilità contabile per tutte le autorità politiche e amministrative che ne imporranno il funzionamento. Gli Stati membri dovrebbero avere la possibilità di applicare il concetto di paese terzo sicuro come motivo di inammissibilità della domanda di protezione qualora esista la possibilità che il richiedente abbia accesso alla procedura di asilo e, se le condizioni sono soddisfatte, riceva una protezione effettiva in un paese terzo in cui non sussistono minacce alla sua vita o alla sua libertà per ragioni di razza, religione, nazionalità, opinioni politiche o appartenenza a un determinato gruppo sociale, in cui non è oggetto di persecuzione né esposto a un rischio effettivo di danno grave ai sensi del regolamento (UE) 2024/1347 a ed è protetto dal respingimento e dall’allontanamento in violazione del diritto alla protezione da torture e trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti sancito dal diritto internazionale. Eccezioni La designazione di un paese terzo come sicuro, sia a livello Ue che nazionale, potrà avvenire anche con eccezioni per specifiche parti del territorio o per categorie chiaramente identificabili di persone. Questa disposizione, e quelle relative alle procedure accelerate di frontiera potranno applicarsi prima dell’entrata in applicazione della legislazione UE sull’asilo, prevista per giugno 2026. In questo modo si ritiene di superare la giurisprudenza della Corte di Lussemburgo che nel 2024 aveva fornito una nozione di paese di origine sicuro senza la possibilità di eccezioni territoriali. Ma ancora oggi non si possono escludere le eccezioni personali, basate sulle condizioni dei singoli richiedenti asilo, come non si può escludere l’esercizio effettivo dei diritti di difesa, come stabilito dalla Corte di Giustizia con la sentenza del 1 agosto 2025, che non si può certo ritenere superata dai nuovi Regolamenti approvati adesso dal Parlamento europeo. In questa sentenza è stabilito a chiare lettere che fino a quando non entrerà in vigore un nuovo regolamento europeo sui rimpatri che disciplini gli “hub/return-hub”, non è legittimo considerare automaticamente “sicuro” un paese terzo. Secondo il Considerando 5 del nuovo Regolamento sui paesi terzi sicuri, “Data la necessità di rafforzare la cooperazione con i paesi terzi nella lotta alla migrazione irregolare verso l’Unione, gli Stati membri dovrebbero poter anche applicare il concetto di paese terzo sicuro sulla base di un accordo o di un’intesa, indipendentemente dalla sua designazione formale, conclusi dall’Unione o dagli Stati membri con il paese terzo interessato in modo da favorire la certezza del diritto e la trasparenza, a condizione che l’accordo o l’intesa in questione contenga disposizioni che richiedano di esaminare nel merito tutte le richieste di protezione effettiva presentate in tale paese terzo da richiedenti interessati dall’accordo o dall’intesa”. Nei nuovi Regolamenti Ue si prevede formalmente il pieno rispetto dei parametri fissati dalla giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Ue, anche se l’affermazione è ridimensionata dalla possibilità che “l’esame da parte delle autorità competenti del paese terzo con cui l’Unione o gli Stati membri hanno concluso un accordo o un’intesa potrebbe includere, esclusivamente al fine di concedere protezione effettiva, diversi tipi di procedure per il trattamento dei casi, quali procedure semplificate, di gruppo o prima facie”. Si tratta di procedure sommarie già ampiamente sperimentate, e negativamente, in territorio europeo, da Lesvos in Grecia, ai centri hotspot di detenzione in Sicilia, con una serie di sentenze di condanna da parte delle Corti internazionali, sentenze a seguito di ricorsi che non mancheranno certo dopo l’entrata in vigore della nuova normativa, in tutti i casi di detenzione informale o contraria alle norme europee ed internazionali. Secondo il nuovo Regolamento sui paesi terzi sicuri, “Al fine di garantire un più stretto coordinamento a livello dell’Unione e di accrescere le leve e la cooperazione nei dialoghi con i paesi terzi, gli Stati membri dovrebbero poter applicare il concetto di paese terzo sicuro ai richiedenti nell’ambito di accordi o intese in cui l’Unione, uno o più dei suoi Stati membri o uno o più Stati membri e paesi terzi, da un lato, e un paese terzo sicuro, dall’altro, costituiscono le parti. Per ragioni di efficacia e per evitare incompatibilità, dal momento che l’oggetto degli accordi che rientrano nell’ambito di applicazione del presente regolamento può rientrare nella competenza concorrente dell’Unione e degli Stati membri, la Commissione e gli Stati membri dovrebbero cooperare strettamente nel concludere simili accordi, allo scopo di garantire la rappresentanza internazionale unitaria dell’Unione e dei suoi Stati membri“. Se qualcuno ritiene che oggi il modello Albania esca rafforzato dai nuovi Regolamenti approvati dal Parlamento europeo, potrebbe scoprire presto una ulteriore difficoltà per il suo effettivo rilancio, a fronte dei poteri di controllo, e di iniziativa, che si riservano gli organi dell’Ue, in vista di un quadro omogeneo di accordi con i paesi terzi ritenuti “sicuri”. Nessun modello Albania I due nuovi Regolamenti dovranno essere adesso approvati dal Consiglio dell’Unione europea. Va chiarito subito che, a una considerazione dei loro testi integrali, non costituiscono una ratifica del cosiddetto modello Albania, non prevedono lo sbarco in paesi terzi sicuri di persone soccorse in acque internazionali dalle Ong e neppure il loro eventuale trasferimento da paesi membri verso paesi terzi. I due Regolamenti non abrogano ancora la Direttiva 2008/115/CE che vieta di eseguire espulsioni e respingimenti al di fuori del territorio dell’Ue, con accompagnamento forzato da paesi terzi verso i paesi di origine, e vieta anche di eseguire espulsioni o respingimenti di richiedenti asilo denegati dal territorio di un paese membro come l’Italia verso un paese terzo, come nel caso dell’Albania. Rimangono dunque inammissibili le prassi di deportazione di immigrati irregolari dall’Italia in Albania, vietate dalla Direttiva rimpatri 2008/115 che rimane in vigore fino a quando Parlamento Ue e Consiglio non troveranno un accordo per la sua abrogazione, con la introduzione di una nuova normativa sui return hubs. Ma anche dopo, non verranno meno le garanzie stabilite dalla Costituzione italiana che all’art.10 prevede il diritto di asilo con una portata più ampia di quanto non si verifichi nella normativa europea. Qualunque trasferimento forzato, qualunque ipotesi di limitazione della libertà personale, in base all’art.13 della Costituzione, non potrà sottrarsi a un effettivo controllo degli organi giurisdizionali. Come afferma la Corte costituzionale, “Per quanto gli interessi pubblici incidenti sulla materia della immigrazione siano molteplici e per quanto possano essere percepiti come gravi i problemi di sicurezza e di ordine pubblico connessi a flussi migratori incontrollati, non può risultarne minimamente scalfito il carattere universale della libertà personale, che, al pari degli altri diritti che la Costituzione proclama inviolabili, spetta ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani (Corte cost., sentenza n. 105 del 2001). E i blocchi navali? Si tratta di prospettive legislative ancora tutte da verificare a livello europeo, e di valutazioni politiche che non potranno sfuggire ai controlli giurisdizionali, al punto da svuotare del tutto i diritti di difesa riconosciuti dalla Carta Ue dei diritti fondamentali e dalle Costituzioni nazionali. In questa prospettiva non si può affermare, come sostiene il ministro dell’interno Piantedosi, che i centri di detenzione in Albania costituiscano “il primo esempio di quegli hub per il rimpatrio che sono citati da uno dei regolamenti”, almeno fino a quando, come previsto dal vigente Protocollo tra Italia e Albania, resteranno sotto la giurisdizione concorrente italiana e albanese. Un “modello” di esternalizzazione che non è sostenibile, non solo sotto il profilo amministrativo ed economico, ma anche dal punto di vista della compatibilità con il diritto eurounitario e del rispetto dei diritti fondamentali delle persone. Che nei centri di detenzione albanesi non possono godere delle stesse tutele che spettano loro in territorio italiano, ed europeo, soprattutto nei casi in cui si richieda la protezione internazionale o sia necessario accertare l’effettiva età o le condizioni fisiche di chi si vorrebbe respingere, o espellere, da un paese all’altro. In nessun caso le proposte del governo italiano per un blocco navale in acque internazionali trovano copertura nei Regolamenti approvati dal Parlamento europeo. Né appare possibile a livello europeo modificare regole che sono imposte dalle Convenzioni internazionali di diritto del mare approvate a livello delle Nazioni Unite. Chi fa oggi propaganda in questa direzione, vantando la vittoria del “modello Albania” o la possibilità di un “blocco navale”, è smentito dalla lettura dei testi effettivamente votati e dal complessivo sistema normativo che darà attuazione al Patto sulla migrazione e l’asilo approvato nel 2024. In base alla Direttiva rimpatri (2008/115/CE) ancora vigente, che resterà in vigore fino all’approvazione definitiva nel 2027 del nuovo Regolamento sui rimpatri, i rimpatri possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri, si prevede infatti inequivocabilmente come “esecuzione dell’obbligo di rimpatrio”, ,,,, “il trasporto fisico fuori dallo Stato membro” (art 3 par. 5). Inoltre, “al fine di agevolare la procedura di rimpatrio si sottolinea la necessità di accordi comunitari e bilaterali di riammissione con i paesi terzi. La cooperazione internazionale con i paesi d’origine in tutte le fasi della procedura di rimpatrio è una condizione preliminare per un rimpatrio sostenibile”. I nuovi Regolamenti approvati dal Parlamento europeo non legittimano ancora nuove forme di detenzione amministrativa, né automatismi nei trasferimenti forzati dal territorio di un paese membro verso paesi terzi “sicuri”, o verso paesi di origine ritenuti tali. Il controllo giurisdizionale rimane un passaggio ineliminabile, come impongono l’art. 5 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo, e in Italia, gli articoli 3,13 e 24 della Costituzione italiana. Senza nuovi accordi di riammissione con i paesi terzi e con i paesi di origine, e senza la loro effettiva attuazione, che non è certo all’orizzonte, al di fuori dei rapporti bilaterali già esistenti, il numero delle persone in condizioni di irregolarità effettivamente allontanate dal territorio italiano, ed europeo, non sembra destinato ad aumentare.Magari il ministero dell’interno potrebbe anche smettere di diffondere dati non veritieri sui “successi” conseguiti nell’aumento del numero delle persone destinatarie di un provvedimento di respingimento o di espulsione ed effettivamente rimpatriate. Se si vorranno “anticipare” singoli aspetti normativi dei nuovi Regolamenti, prima che questi entrino in vigore, se si moltiplicheranno i casi di detenzione informale ed arbitraria in frontiera, e nei luoghi che, con una finzione giuridica, si assimilano alla frontiera (con la finzione di non ingresso nel nuovo Regolamento sullo screening), per i quali l’Italia è già stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo, saranno altri ricorsi e verranno altre condanne da parte dei Tribunali e delle Corti internazionali. Almeno fino a quando i governi non eserciteranno un totale controllo sulla magistratura, come alcuni oggi vorrebbero imporre in Italia, magari sul modello di quei paesi come la Tunisia o l’Egitto, con i quali si concludono tanto facilmente accordi di riammissione, ma potremmo anche richiamare l’Ungheria, in ambito europeo, in cui il “governo delle migrazioni” e la “difesa dei confini” hanno portato alla cancellazione del diritto di asilo ma anche all’abbattimento dei controlli giurisdizionali, con la negazione delle garanzie dello Stato democratico di diritto non solo per i migranti ma per tutti i cittadini. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su a-dif.org con il titolo L’Unione europea cancella i diritti umani, ma non è una vittoria del “modello Albania” -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’Europa demolisce il diritto di asilo proviene da Comune-info.
February 11, 2026
Comune-info
Il bambino di 5 anni, l’ICE e l’Europa
LA FOTO DEL BAMBINO ARRESTATO A MINNEAPOLIS, DALL’’ICE, L’AGENZIA FEDERALE STATUNITENSE CHE SI OCCUPA DEL CONTROLLO DELLE FRONTIERE E DELL’IMMIGRAZIONE, HA FATTO IL GIRO DEL MONDO. IN REALTÀ SAREBBERO ALMENO CINQUE I BAMBINI PORTATI NEGLI ULTIMI GIORNI NEI CENTRI DI DETENZIONE. NELLE ULTIME ORE STA RIMBALZANDO OVUNQUE ANCHE IL VIDEO SULL’INCREDIBILE MANIFESTAZIONE CONTRO L’ICE CHE, MALGRADO IL FREDDO, HA PARALIZZATO LA CITTÀ DEL SUD DEL MINNESOTA (NELLA FOTO UNA DELLE TANTE MANIFESTAZIONI PROMOSSE IN ALTRE CITTÀ STATUNITENSI, SAN FRANCISCO). QUALCUNO SI CHIEDE CON INDIGNAZIONE E STUPORE PERCHÉ L’EUROPA SI DIMOSTRI COSÌ PASSIVA DINANZI AGLI ABUSI DEGLI USA: LA SPLENDIDA RISPOSTA DI ALESSANDRO GHEBREIGZIABIHER Foto di Chris Calrsson -------------------------------------------------------------------------------- C’erano una volta Europa e Usa. Il vecchio mondo e il nuovo, di padre in figlio, già. Nel mentre, oggigiorno, la Storia si legge dalla fine, ovvero dalla puntata più recente della serie televisiva: I funzionari dell’immigrazione e le forze doganali degli Stati Uniti (ICE) martedì hanno arrestato un bambino del Minnesota di cinque anni mentre tornava a casa da scuola e hanno trasportato lui e suo padre in un centro di detenzione del Texas. La notizia fa scalpore, in prima istanza. Ovvero, fa rumore. Rumore che si guadagna le prime pagine dei giornali, o giù di lì. Per qualche istante, o poco più. Nel mentre, oggigiorno, la Storia andrebbe letta dall’inizio, ovvero dal capitolo primigenio della vita reale, più che di un mero intrattenimento serale. E senza retrocedere sino al Big Bang, ci vuol poco a elencare le pagine genitrici di questa vicenda, fatta di odio e discriminazione, di massacri e genocidi, di accanimento crudele, sistematico, istituzionalizzato e legalizzato nei confronti di specifiche categorie di esseri umani. Europa, ovvero coloro che ne fanno parte, quante ne hanno impartite di lezioni al figliolo… Nel Medioevo e lungo la prima età moderna con le Crociate, i massacri di musulmani, ebrei e cristiani orientali. E poi le persecuzioni degli ebrei in Europa, i Pogrom, le espulsioni e le stragi in Inghilterra, in Francia, Spagna, negli Stati tedeschi e anche in Europa orientale. Come non citare l’Inquisizione in Spagna, in Portogallo, in Italia e in Francia? Come dimenticare le torture, i roghi, e la repressione di minoranze religiose? Di seguito, sotto con la caccia alle streghe, con centinaia di migliaia di processi folli e mostruosi, e decine di migliaia di esecuzioni. E ancora, il Genocidio armeno e la morte di un milione e mezzo di innocenti, le pulizie etniche nei Balcani e le relative guerre con l’uccisione di centinaia di migliaia di civili. Quindi l’Olocausto, ovviamente, con lo sterminio dei ben noti 6 milioni di ebrei e di altrettanti disgraziati rei di essere diversi e sbagliati, come i Rom, le persone con disabilità, gli omosessuali e altre categorie ancora oggi stigmatizzate. Cronologicamente a seguire, rammentiamo anche le deportazioni staliniane delle popolazioni baltiche, i polacchi, gli ucraini e tatari, il popolo turco indigeno della Crimea, con quasi tre milioni di decessi. Un capitolo a parte, invece, lo dobbiamo dedicare ai crimini coloniali da parte di Spagna, Portogallo, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e anche la nostra Italia, guarda un po’. La distruzione di civiltà indigene come gli Aztechi e gli Inca. Un vero genocidio, quello dei nativi, con le malattie e la violenza (Armi, acciaio e malattie, da leggere assolutamente). Per poi passare, con fatica mi rendo conto, alla tratta atlantica degli schiavi e la deportazione forzata di circa 15 milioni di africani. Ancora oggi non si riesce a quantificare quanti ne siano effettivamente morti lungo tale infernale viaggio verso la schiavitù. Ma senza tralasciare le violenze coloniali nella terra d’origine, in Africa. I milioni di morti in Congo con il sangue sulle mani del Belgio. I massacri e le deportazioni in Algeria dei francesi. Il genocidio degli Herero e dei Namaqua da parte dei tedeschi all’inizio del Novecento. Assieme alle violenze, la schiavitù e lo sfruttamento del lavoro forzato imposti dal Regno Unito ai danni delle popolazioni del Kenya e del Sudafrica. Le repressioni e le carestie indotte in India sempre da parte degli inglesi. E di nuovo massacri e lavoro forzato in Indocina da parte dei francesi, in Indonesia per mano degli olandesi e nelle Filippine per opera degli spagnoli, a ciascuno il suo. Quali tragiche conseguenze di un odio fattosi carne, ancor più che istituzione, ecco le diaspore forzate e le deportazioni degli africani, e ancora le espulsioni degli ebrei, i trasferimenti forzati di popolazioni ai danni di polacchi, greci, turchi e slavi, le deportazioni sovietiche e le migrazioni forzate post-imperiali. Potrei andare avanti, lo so. Potremmo approfondire nel dettaglio e non basterebbe un giorno, un mese, un anno, per stilare la biografia del padre. Del vecchio. In pratica, del maestro. Ma tutto ciò credo che basti per riconoscere la clamorosa logicità nell’apprendimento dell’allievo, il figlio prediletto, gli Usa, capace di superare il docente genitore fin dal primo giorno, ovvero ancora prima di farsi Stato, genocidio dopo genocidio, sterminio dopo sterminio. E poi ci si domanda con indignazione e stupore perché l’Europa si dimostri così passiva dinanzi agli abusi degli Usa… -------------------------------------------------------------------------------- Per ricevere la Newsletter di Alessandro Ghebreigziabiher -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il bambino di 5 anni, l’ICE e l’Europa proviene da Comune-info.
January 24, 2026
Comune-info
«Board»: il mondo che Trump creò
articoli di Franco Astengo e di Mario Sommella «Board»: l’Onu personale di Trump di Franco Astengo Forse in maniera inopportuna ma mi permetto egualmente di sollevare un tema che mi pare fortemente sottovalutato. Si tratta di questo: nella crisi degli organismi sovranazionali e in particolare dell’ONU, in una fase di scontro frontale all’insegna della “logica dei blocchi” il presidente USA
January 23, 2026
La Bottega del Barbieri
Ma da che parte sta l’Italia?
-------------------------------------------------------------------------------- Napoli, 22 settembre 2025, manifestazione per la Palestina. Foto di Ferdinando Kaiser -------------------------------------------------------------------------------- Ci si chiede: ma da che parte sta l’Italia? Sta dalla parte dell’Unione europea o dalla parte del Fuhrer biondo che abita oltre Oceano? Ci batteremo per l’onore d’Europa o spezzeremo le reni alla Groenlandia? Domande legittime, ma inutili, poiché la risposta è irrilevante. L’Italia, governata dai successori di Mussolini, correrà come al solito in soccorso di chi vince. Per poi scoprire strada facendo che chi stava vincendo alla fine ha perduto. La questione groenlandese sta accelerando il processo di disintegrazione dell’Occidente, come ha mostrato in un discorso imprevedibilmente coraggioso il premier canadese Mark Carney: l’ordine internazionale è sempre stato una finzione, ma rendeva almeno formalmente possibile contenere l’aggressività dei più forti. Quell’ordine è finito perché mantenere la finzione significherebbe solo accettare la subordinazione al dispotismo degli Stati Uniti d’America. Gli internazionalisti salutano la disintegrazione del blocco colonialista occidentale come un fatto positivo, ma sanno benissimo che è assai pericoloso, perché il gigante ferito userà tutti gli strumenti di cui dispone per imporre la sua egemonia. Tra quegli strumenti c’è la devastazione finale del pianeta. Delle nazioni non si può dire niente, perché non esistono, ma il patriottismo dà vita al loro fantasma: culto idiota della violenza, desideri di uccidere e morire per futili motivi. Per capire l’ambiguità e i tentennamenti del governo Meloni nell’attuale fase di disintegrazione accelerata dell’ordine internazionale è opportuno ricordare qualcosa della storia italiana e anche, un po’, della storia culturale di questo paese. Potremmo cominciare ricordando che Italia è un’entità che i poeti hanno immaginato femminile, ma che a un certo punto della storia moderna ha dovuto convertirsi brutalmente all’ordine maschile del progresso industriale e della forza militare senza riuscire benissimo nella transizione di genere. Come tutti sanno il segretario fiorentino nel suo libro più celebrato definisce il potere politico proprio in base al primato del maschile. “Io iudico bene questo: che sia meglio essere impetuoso che rispettivo (rispettoso); perché la fortuna è donna, ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla. E si vede che si lascia più vincere da questi, che da quelli che freddamente procedano; e però sempre, come donna, amica dei giovani, perché meno respectivi, e più feroci e con più audacia la comandano” (Niccolò Machiavelli: Il principe, paragrafo XXV). Il principe è colui che con la forza possiede e soggioga ai suoi voleri la Fortuna, imprevedibilità degli eventi mondani, ché la Fortuna è femmina e volentieri si sottomette a chi la brutalizza. Naturalmente il primo ministro Meloni questo lo sa benissimo. Occorre dunque farsi maschi, se si vuole machiavellicamente gareggiare nella contesa del combattere e dell’accumulare, anche se la bellezza delle città d’Italia sta proprio nella loro femminile irregolare sensualità. Nel Novecento la questione si fece drammatica, ecco allora che il Futurismo mostra i muscoli e i bicipiti, promette avventure strabilianti, adora la macchina e disprezza la donna e l’Italietta. In generale la storia delle nazioni ha qualcosa di ridicolo, ma la storia nazionale italiana è ridicola al massimo grado, anche se disgraziatamente rotola nel tragico ogni qual volta i proclami e le pose devono misurarsi con la realtà delle guerre nazionali o della competizione economica. Diciamo che l’Italia è un tentativo maldestro e mal riuscito di transizione o forse di travestimento. Ecco allora l’esibizione di una virilità esagerata, le caricature come Roberto Vannacci e Matteo Salvini, ecco allora le défaillance, i momenti di sbandamento e incertezza al momento di compiere scelte che i veri maschi compiono senza tentennamenti ma l’incerta matria che si vuole patria non riesce a compiere senza pentimenti, voltagabbanismi e susseguenti inevitabili disfatte. Potremmo parlare dell’azzardo del 1915, quando folle di esagitati studentelli e piccolo borghesi pretendevano l’intervento nella guerra europea. Poco importa dove, e poco importa a fianco di chi, e soprattutto poco importa perché. Dovevamo batterci per cancellare il ricordo dell’Italietta, la svergognata femminella crepuscolare. Alla fine si decise di farla comunque, quella guerra. Era del tutto inutile, dal momento che gli austriaci avevano promesso la restituzione dei territori irredenti (e anche un poco irridenti). Si voleva combattere, accidenti. E si combatté. Naturalmente fu una catastrofe. “O Gorizia tu sia maledetta per ogni cuore che sente coscienza – cantavano gli alpini mandati a morire a plotoni – Dolorosa ci fu la partenza e il ritorno per molti non fu…”. Finita la guerra con la vittoria delle potenze dell’Intesa cui l’Italia si era accodata in extremis per far bella figura, il presuntuoso presidente Wilson chiamò tutti a Versailles. Gli italiani furono trattati, come meritavano, da voltagabbana inaffidabili e inetti. L’Italia aveva tradito i suoi alleati (che erano Austria e Germania), aveva dato prove militari disastrose, aveva vinto la guerra perché stava dalla parte dei vincitori. Emanuele Orlando, primo ministro del Regno d’Italia, dichiarò che in quella guerra l’Italia aveva sofferto cinquecentomila perdite più novecentomila feriti. Mezzo milione di persone morte per niente, perché quell’intervento fu comp letamente inutile, insensato, autolesionista. Tragico, ma la conclusione a Versailles nel 1919 fu comica. Orlando e Sonnino rappresentavano l’Italia al Congresso che doveva decidere (e decise, purtroppo) le sorti del mondo. I due tentarono disperatamente di dare un’immagine maschia del loro paese, ma non ci riuscirono tanto bene. Umiliati i rappresentanti italiani abbandonarono il Congresso. Da quel momento Mussolini iniziò la sua ascesa verso il potere. Ricapitoliamo gli eventi precedenti per chi non li ricorda bene. Quando, nel 1914, l’attentato di Sarajevo diede avvio al conflitto, l’Italia doveva decidere se starsene in pace o partecipare a una guerra che non la riguardava. Gli italiani erano alleati degli imperi centrali, Austria e Germania, ma nel trattato d’alleanza c’era una clausola che li esautorava dall’intervenire. L’alleanza aveva carattere difensivo, e poiché l’Austria aveva attaccato la Serbia per vendicare la morte del povero Francesco Ferdinando, l’Italia poteva dire ce ne stiamo fuori. Ma no. Bisognava cancellare la neghittosa femminuccia e affermare un’immagine virile, dunque in guerra bisognava entrarci anche se non era chiaro né come né perché. Nella primavera del 1915 gli italiani Orlando e Sonnino andarono a Londra dove venne firmato un Trattato nel quale agli ingenui italiani, Lloyd George e Clemenceau promisero mare e monti in cambio dell’entrata italiana nella guerra. “Vi diamo la Dalmazia e l’Istria, vi diamo l’Albania vi diamo un po’ di Grecia e magari anche un po’ di Turchia”, promisero l’inglese e il francese, così gli italiani entrarono in guerra e presero un sacco di inutili legnate. Ma quando, dopo la fine della guerra Orlando e Sonnino si recarono a Versailles per regolare le cose del mondo, credevano di essere trattati come vincitori. Invece francesi e inglesi li trattarono come i parenti poveri che hanno troppe pretese sull’eredità. I fetenti avevano dimenticato tutte le promesse del Trattato di Londra. Se ne fottevano insomma di quei due italiani, che come Totò e Peppino stavano sulla soglia col cappello in mano, mentre Mussolini e D’Annunzio agitavano le folle nelle città italiane. A Caporetto erano morti centomila giovani arrivati da ogni paese della penisola, che non sapevano neanche che andavano a fare. Come dare forma sensata tutto questo? Il nazionalismo è troppo idiota perché si possa parlarne in modo sensato. Ma adesso è tornato di moda. E allora pensiamo anche all’altra entrata in guerra, quella del 1940. Anche in quell’occasione il comico non manca, anche se il cinico prevale decisamente, e il tragico emerge dall’impasto ributtante di cinico e di comico. Nel 1939 maturano gli effetti del Congresso di Versailles. John Maynard Keynes, che aveva partecipato al Congresso in qualità di diplomatico, scrisse un libro dal titolo Le conseguenze della pace per mettere in guardia dall’umiliazione della Germania (e dell’Italia). Ma chi se ne frega di Keynes e dei suoi consigli. L’umiliazione genera mostri, e l’umiliazione che francesi e inglesi inflissero alla Germania generò il mostro più spaventoso di tutti, il nazismo. L’umiliazione inflitta a Sonnino ed Orlando generò un mostriciattolo appena un po’ meno ripugnante, il fascismo italiano. Nel 1939 i nodi dell’umiliazione vennero al pettine e presero la forma della vendetta. Hitler violò tutti gli accordi senza pensarci due volte, e nel settembre di quell’anno invase la Polonia, stipulò un patto di non aggressione con l’Unione sovietica, poi si precipitò verso occidente e in pochi mesi occupò il territorio francese. Ancora una volta per il governo italiano si poneva il problema se intervenire o no. Ancora una volta, come già nel ’14, la nazione italiana era impreparata allo scontro. Mussolini fu allora costretto, contrariamente alla sua vocazione e al suo sentimento, a dichiarare una condizione di non belligeranza. L’interventismo era l’origine del suo successo politico, perciò fu assai doloroso per lui assistere alle vittorie di Hitler senza potervi partecipare. Il gruppo dirigente fascista, a cominciare da Galeazzo Ciano, conosceva le incertezze del Duce, e i grandi gerarchi temevano il coinvolgimento nel conflitto: la guerra africana del 1936 e l’intervento in Spagna per appoggiare gli assassini franchisti avevano debilitato l’esercito italiano che non era preparato a entrare in una guerra di proporzioni continentali e ben presto mondiali. Poi l’avanzata della Wehrmacht si fece trionfale e nella primavera del 1940 le difese francesi furono sbaragliate e i tedeschi giunsero a Parigi e la occuparono. Insomma con ogni evidenza Hitler stava vincendo la guerra. Poteva il Duce rimanere a guardare? Non era forse il momento di correre in soccorso del vincitore? Mussolini ruppe gli indugi a giugno. Nell’azzardo del 1915 la nazione italiana aveva brillato per tradimento e per idiozia. Nell’azzardo del 1939 quel che brilla è il cinismo, ma l’idiozia naturalmente non manca. Nei suoi libri Curzio Malaparte ha descritto dall’interno l’insensatezza, la mala fede e l’idiozia del nazionalismo. Fascista della prima ora (ma non dell’ultima, perché ci ripensò) Malaparte è un grande scrittore, e al tempo stesso è un cretino in senso proprio, cioè uno che si prende la libertà di rovinare la vita agli altri solo perché a lui piace l’avventura senza ragione e senza speranza. Per spiegare il significato storico del fascismo, in un libro del 1925 (L’Europa vivente) Malaparte rivendica il Barocco come alternativa allo spirito protestante dell’Europa moderna, e questo forse ci aiuta a capire qualcosa dello specifico italiano da Benito Mussolini a Silvio Berlusconi, fino agli attuali fratelli d’Italia, con la vittoria che porta la chioma che schiava di Roma Iddio la creò. Dopo un lungo periodo di incertezza e di mal di pancia (pare che Mussolini soffrisse di atroci dolori al ventre nei mesi in cui doveva decidere se seguire Hitler o farsi di nebbia), Mussolini trascinò il paese nel macello della guerra mondiale per non perdersi lo spettacolo, per non perdere la gloria vittoriosa eccetera eccetera. Che volete, i fascisti sono così, quelli di ieri come quelli di oggi, con la differenza che quelli di oggi non hanno più la fremente passione giovanile futurista, ma sono geronto-futuristi incartapecoriti che agitano il rosario come l’osceno ex comunista padano che si delizia della morte per acqua di decine di migliaia di naufraghi bambini, e donne, e giovani uomini alla ricerca di salvezza in un continente di vecchi agonizzanti determinati a non concedere vita, e incapaci di provare pietà. Quello dei nostri giorni, anche se lo chiamiamo fascismo per mancanza di parole migliori (cioè peggiori) ha il carattere di un’utopia bio-tanato-politica, se possiamo chiamarla così. Il discorso neo-reazionario del governo Meloni ha due pilastri: incrementare la natalità di bambini dalla pelle bianca e sterminare tutti coloro che vogliono invadere il territorio che appartiene ai bianchi. È un programma irrealizzabile (dunque un’utopia) che non mancherà però di provocare, e già sta provocando, mostruose conseguenze (dunque è una distopia). Utopia è il ringiovanimento forzoso di un organismo che si sta ineluttabilmente esaurendo e quindi distopicamente marcisce. È difficile dare forma alla valanga di merda che accompagna il ritorno del nazionalismo. Idiota e assassino come fu nel secolo passato, ma ancora più triste, più sordido, perché invecchiato male, irrancidito e demente. Mi rendo conto di non avere una risposta intelligente da dare alla domanda: cosa farà il governo Italiano mentre l’Occidente sprofonda nella disintegrazione? Non è facile perché dell’idiozia non si può dire niente di intelligente. Ma purtroppo bisogna sforzarsi perché ci sono momenti (e questo è uno di quelli) in cui l’idiozia è incontrastata signora del mondo. -------------------------------------------------------------------------------- Una parte di questo articolo è stata pubblicata nel 2023 su Thomas project, con il titolo Cinico, comico, tragico -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ma da che parte sta l’Italia? proviene da Comune-info.
January 21, 2026
Comune-info
Tra le macerie del neoliberismo urbano
-------------------------------------------------------------------------------- Atene. Foto Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Per Natale, un amico mi ha regalato un libro che invito tutti a leggere: Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano, di Antonio Di Siena. Parla di quello che sta succedendo nella dimenticatissima Grecia, per poi parlare di tutto il Sud Europa – Portogallo, Spagna e Italia compresi. Tutti ricordano la grande crisi greca attorno al 2010, con un referendum che respinge le condizioni capestro imposte dall’Unione europea per un prestito, referendum poi respinto a sua volta dal governo: si è passati poi a permettere i licenziamenti senza motivazioni, a tagliare le pensioni e a sospendere le contrattazioni collettive. In particolare, si è imposto di far pagare la crisi delle banche ai debitori, i milioni di greci che prima della crisi avevano fatto un mutuo per la casa o per far studiare i figli: da qui centinaia di migliaia di case private messe all’asta online. Con le banche che facevano di tutto quindi per impedire la restituzione dei debiti. Case poi riciclate nell’industria internazionale degli affitti brevi. Ad Atene oggi “gli host mono annuncio, il piccolo proprietario che affitta la casa della nonna, generano appena il 15-20 per cento del mercato short term rental. Tutto il resto è appannaggio di società immobiliari, gestori multipli e property manager”. Per inciso, a Firenze il 69,7 per cento degli annunci è attualmente gestito da host imprenditoriali con tante proprietà. Il libro racconta tante storie di questi giorni ad Atene. Che sono le storie di tutta l’Europa meridionale, in cui tutti noi ci riconosciamo (Antonio Di Siena presenta anche una tesi fondamentale, quello del welfare surrogato, che però merita un approfondimento a parte.). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Tra le macerie del neoliberismo urbano proviene da Comune-info.
December 26, 2025
Comune-info
Il tempo è ora
-------------------------------------------------------------------------------- Marcia della pace Perugia-Assisi 2025. Foti di La Carovana dei pacifici -------------------------------------------------------------------------------- Il vecchio continente… deve reagire, a cominciare da una vera Unione della Difesa, costruendo un’Unione federale e difendendo l’Ucraina. Lo ha detto, in un’intervista raccolta da Repubblica, Daniel Cohn Bendit, che così ha concluso: “Spero che gli storici futuri potranno dire: ‘l’Europa ha vinto contro il mondo del male, ossia gli Usa, la Russia e la Cina’” (Cohn-Bendit: “Tra Trump e Putin è un nuovo patto Molotov-Ribbentrop, il continente deve reagire”). Cioè, “buoni”, l’Europa; e “malvagi”, tutti gli altri. È il punto di approdo di una deriva che ha portato molto lontane tra loro vite che più di mezzo secolo fa si erano trovate accomunate nelle lotte del ’68 e dei primi anni Settanta. Una distanza cresciuta nel corso degli anni ma resa ancor più profonda con l’esplosione della guerra in Ucraina: un percorso analogo a quello di Adriano Sofri, di cui sono stato e sono amico ed estimatore della sua intelligenza e della sua onestà intellettuale; come lo ero e sono di Daniel Cohn Bendit. L’esito obbligato di quelle derive è la militarizzazione della società in vista della guerra: calda, fredda o ibrida, locale o globale, convenzionale o nucleare; chi può dirlo? Ma affidare la ricostituzione di un’identità libealdemocratica europea alle armi, alla sua militarizzazione, là dove hanno fallito la politica istituzionale, il mercato, la finanza, l’euro, il vantato primato ambientale e quel simulacro di transizione che è stato il Green Deal significa consegnare il destino dei popoli europei agli Stati maggiori delle forze armate e all’industria delle armi. Scompare così dall’orizzonte di chi ha percorso quella deriva qualsiasi preoccupazione per il futuro del pianeta e di ogni suo territorio, minacciati dalla crisi climatica: ha un bel dire, Cohn Bendit, che Trump ha cancellato il problema; chi opta per il riarmo come priorità compie la stessa scelta, ma senza dichiararlo. E non è poco. Ma scompare con essa anche il frutto più ricco e promettente della presa di coscienza di mezzo secolo fa: la lotta al patriarcato, portata “in prima linea” dal femminismo. Che non è solo lotta alla violenza sulle donne – residuo di un passato che resiste o emergenza di una difficile transizione – ma è denuncia e decostruzione di ogni forma di dominio: lo sviluppo di quello che era stato – soprattutto per Cohn Bendit – il programma del ’68 e delle lotte di fabbrica e sociali degli anni successivi: la destituzione del potere degli oppressori sugli oppressi (Fraire), di chi comanda su chi è condannato ad obbedire, del prepotente sui diritti degli altri e – come ci mostra l’attualità degli “effetti collaterali” della guerra – dell’ipocrisia sulla verità, della corruzione sull’onestà e del cinismo sulla fraternità e sulla sorellanza. Vi contribuisce una visione del mondo ridotta a una giocata a Risiko, dove ci sono solo guerre, armamenti, confini, conquiste, vittorie o rese: una visione innescata dal sostegno a oltranza dell’Ucraina aggredita – con armi altrui e sacrificio di soldati locali – senza alcuna prospettiva di sbocco se non il crollo della Federazione Russa o una ecatombe nucleare, senza mai prospettare un negoziato sensato o anche solo una tregua vera. Come scrive l’appello firmato Scienza Medicina Istruzione Politica Società (www.smips.org), “Si tratta dell’ultimo stadio della forma economico-sociale dominante, consistente in un capitalismo militarizzato, che per presidiare il dominio del denaro e di una finanza incondizionata, procede alla militarizzazione non solo di tutto ciò che attiene alla cosiddetta sicurezza, ma della intera, cioè della mente, del cuore, della cultura, dell’informazione, dell’Accademia, della scuola”. Ma quella corsa alla militarizzazione della società si rivela, giorno dopo giorno, diretta non solo verso l’esterno, “il nemico”, ma anche e soprattutto verso l’interno: il migrante (in un’epoca in cui milioni di abitanti del pianeta saranno costretti ad abbandonare le loro terre, rese invivibili da guerre e crisi climatica), l’escluso, il dissidente, il povero; la guidano in questa direzione i governi dell’Unione Europea (rientrati, dopo la Brexit,… nel Regno Unito) ma, in ultima analisi, ancora gli Stati Uniti; e non solo quelli di Trump: “Fuck the EU!” diceva una portavoce di Obama innescando la vicenda che ha portato all’invasione dell’Ucraina da parte di Putin: e i governi dell’Ue allora come fino a ieri, non hanno fatto che adeguarsi. Oggi tutto l’establishment occidentale – non solo governi e partiti, ma anche media, Università e associazioni professionali impegnati a convincerci che non c’è alternativa alla guerra – va contrastato in nome della diffusa volontà di pace che persino i sondaggi riconoscono maggioritaria ovunque e che le manifestazioni per la Palestina in corso in tutto il mondo mettono in evidenza con il loro rinnovato attivismo. Stiamo assistendo o siamo attori, in diversa misura e con diversa intensità, di una mobilitazione mondiale che ai temi della pace e del contrasto al riarmo accomuna in misura crescente difesa dell’ambiente, dei salari, dell’occupazione, della salute, dell’istruzione: tutte vittime designate della corsa alle armi. Ma nei popoli, tra la “gente”, il desiderio di pace è ben più esteso dell’arco delle associazioni e dei movimenti che si riconoscono in questa convergenza di temi. Per questo è urgente che le organizzazioni coinvolte nelle attuali mobilitazioni si facciano promotrici, a livello per lo meno europeo, di un appello rivolto anche a tutte le forze contrarie a guerre e militarizzazione – quali che siano le loro posizioni sulle altre questioni di ordine sciale e ambientale – affinché si impegnino, nei rispettivi ambiti, a portare contraddizioni e disgregazione dentro il furore bellico dei propri rappresentanti. Il tempo è ora! -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FRANCO BERARDI BIFO: > Organizzare dovunque la diserzione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il tempo è ora proviene da Comune-info.
December 8, 2025
Comune-info
La riconversione bellica del lavoro
LA STORIA DICE CHE SONO SEMPRE MINORANZE A PREPARARE E FARE AFFARI CON LE GUERRE. OGGI ACCADE CHE MENTRE IL GOVERNO PUNTA A FAR SALIRE LA SPESA MILITARE ADDIRITTURA AL 5% DEL PIL, LA CISL ORGANIZZI UNA “MARATONA DELLA PACE” PER LASCIARE DIRE TRANQUILLAMENTE A KAJA KALLAS, ALTO RAPPRESENTANTE DELL’UE PER GLI AFFARI ESTERI, CHE “SE VOGLIAMO LA PACE DOBBIAMO PREPARARCI ALLA GUERRA”… Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Il videomessaggio sul grande schermo di Kaja Kallas alla “Maratona per la Pace” della CISL, nel quale dice che “se vogliamo la pace dobbiamo prepararci alla guerra” sembra tratto da una pagina di 1984 di George Orwell, dai cui schermi il Grande Fratello ribadiva le formule “la pace è guerra, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”. La proposta di Kallas, ripetuta ossessivamente dall’establishment della UE e dai vertici della Nato, non è proprio innovativa e tantomeno ragionevole: deriva dalla massima latina si vis pacem para bellum, ampiamente superata dal moderno pensiero razionale europeo, laico e religioso, che ne rivela la sperimentata controproduttività. Che pure l’Alta rappresentante per gli affari esteri e vicepresidente della Commissione europea, che non perde occasione di citare i “valori” europei, dovrebbe conoscere. Da Erasmo da Rotterdam, “La guerra piace a chi non la conosce” (Adagia), ad Immanuel Kant, “Gli eserciti permanenti devono col tempo scomparire del tutto. Infatti pronti come sono a mostrarsi sempre armati a questo scopo minacciano costantemente gli altri Stati e spingono questi a superarsi a vicenda nella quantità degli armati…“ (Per la pace perpetua); da Bertrand Russell, “La preparazione alla guerra, lungi dall’essere un mezzo per prevenire la guerra, è in realtà la causa principale delle guerre. (…) Gli armamenti e le alleanze militari creano un clima di sospetto e paura che porta inevitabilmente al conflitto” (Common Sense and Nuclear Warfare), a papa Giovanni XXIII, “La guerra è aliena alla ragione” (Pacem in terris), la deterrenza militare è disvelata nella sua infondatezza e logica perversa che alimenta la minaccia che dichiara di voler prevenire. E’ il il dilemma, o paradosso, della deterrenza, come abbiamo spiegato più volte. Del resto, già nella lettera che Albert Einstein inviò a Sigmund Freud nel luglio del 1932, quattordici anni dopo “l’inutile strage” della Grande guerra e sette anni prima della Seconda guerra mondiale, ponendo al padre della psicoanalisi la domanda cruciale su come liberare l’umanità dalla guerra – già consapevole che la risposta a questa domanda “è una questione di vita o di morte per la civiltà da noi conosciuta” – attribuisce la causa principale delle guerre “al piccolo ma deciso gruppo di coloro che attivi in ogni Stato e incuranti di ogni considerazione e restrizione sociale, vedono nella guerra, cioè nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto un’occasione per promuovere i loro interessi personali e ampliare la loro personale autorità”. È quel gruppo di potere, sia interno ad ogni Stato che trasversale ad essi, che il presidente (ed ex generale) USA Dwight D. Eishenhower, nel discorso di addio alla presidenza del 1961 avrebbe definito “complesso militare-industriale”, che dal riarmo globale per la preparazione della guerra ha tutto da guadagnare, tanto quanto dal disarmo per la preparazione della pace ha tutto da perdere. Ma, si chiedeva Einstein scrivendo a Freud, com’è possibile che questa minoranza che fa affari con le guerre “riesca ad asservire alle proprie cupidigie la massa del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e perdere?” Anche su questo lo scienziato delinea nella lettera a Freud una risposta che ha pienamente valore – o addirittura maggiore – anche per il nostro presente: “La minoranza di quelli che di volta in volta sono al potere ha in mano prima di tutto la scuola e la stampa, e perlopiù anche le organizzazioni religiose. Ciò consente di organizzare e sviare i sentimenti delle masse rendendoli strumenti della propria politica”. Salvo che per la chiesa cattolica, che man mano si è posizionata dalla parte del pacifismo anziché della “guerra giusta”, per il resto la lettera di Einstein mette a fuoco i dispositivi formativi e informativi che ancora sovraintendono alla riconversione bellicista delle menti, necessaria alla riconversione bellica dell’economia e del lavoro al servizio della guerra. Alimentando la costruzione di un nemico minaccioso che, intanto, disarma i paesi di fronte alle minacce reali. Mentre per preparare la guerra la spesa militare italiana ha superato nel 2025 la cifra dei 35 miliardi di euro – puntando progressivamente a quel 5% del PIL che significherà 140 miliardi di euro all’anno, sottratti agli investimenti sociali e civili – ancora nel 2020 le organizzazioni per la pace e il disarmo denunciavano che per un caccia F-35 si spende la stessa cifra che serve per allestire 3.244 posti in terapia intensiva (vedi ricerca Greenpeace): proprio quell’anno l’Italia fu “attaccata” dalla pandemia da Covid e si trovò negli hangar decine di caccia F35 – dentro un programma pluriennale di spesa che ne prevede l’acquisto di 125 – e gli ospedali senza sufficienti posti di terapia intensiva, costringendo i medici a dover scegliere tra chi curare e chi no. Ne avevo parlato nel libro che proponeva di Disarmare il virus della violenza. Annotazioni per una fuoriuscita nonviolenta dall’epoca delle pandemie (GoWare), pubblicato nel 2021, ma sono stato ampiamente smentito dai fatti. Peccato che oggi anche la CISL, ospitando la narrazione obsoleta, irrazionale e pericolosa di Kaja Kallas, abbia iniziato a preparare, di fatto, i lavoratori all’accelerazione della riconversione al militare dell’industria civile e della riconversione alla guerra dell’economia sociale. Anziché a lottare per il disarmo e la pace. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su un blog del fattoquotidiano.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La riconversione bellica del lavoro proviene da Comune-info.
November 18, 2025
Comune-info
La duplice rotta della Flottila
LA GLOBAL SUMUD FLOTILLA PERSEGUE UNA DUPLICE ROTTA: QUELLA MARINA VERSO GAZA PER PORTARE SOCCORSI UMANITARI, E QUELLA POLITICA VERSO L’EUROPA PER INVITARE I GOVERNI EUROPEI A SMETTERE DI ESSERE COMPLICI DELLO STATO DI ISRAELE TRAMITE LA FORNITURA DI ARMI E STRETTI RAPPORTI COMMERCIALI. GIÀ, I RAPPORTI ECONOMICI: NEL 1994 L’ISOLAMENTO ECONOMICO FU DETERMINANTE PER DARE LA SPALLATA FINALE AL REGIME DELL’APARTHEID IN SUDAFRICA… Napoli. Foto di Chi rom e chi no -------------------------------------------------------------------------------- Mai come negli ultimi anni, siamo stati inondati da appelli che ci esortano a scrollarci di dosso l’indifferenza. Un’infaticabile voce in questa direzione è stata quella di papa Francesco, a cui si è aggiunta quella di altre personalità, fra cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della senatrice Liliana Segre che in un discorso tenuto il 27 gennaio 2020 al Memoriale della Shoah di Milano, ha detto: «L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò disprezzo, temo e odio gli indifferenti. Le parole di un grande intellettuale e uomo politico, Antonio Gramsci, rendono bene il senso di una malattia morale che può essere anche una malattia mortale. L’indifferenza racchiude la chiave per comprendere la ragione del male, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice. Complice dei misfatti peggiori. L’alternativa, diceva Don Milani, è “I care“, me ne importa, mi sta a cuore». Difronte all’orrore che si sta consumando a Gaza, alcune centinaia di attivisti di tutta Europa hanno deciso di reagire all’indifferenza recandosi sulle coste di Gaza con le proprie imbarcazioni, non solo per portare cibo e medicinali a una popolazione stremata, ma anche per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sulla necessità di fare tutto il possibile per fermare la mano di chi sta uccidendo in maniera indiscriminata migliaia di civili, inclusi vecchi, donne e bambini. In altre parole, la Global Sumud Flotilla persegue una duplice rotta: quella marina verso Gaza per portare soccorsi umanitari, e quella politica verso l’Europa per invitare i governi europei a smettere di ficcare la testa sotto la sabbia. Peggio ancora di continuare ad avere un rapporto di complicità con lo stato di Israele tramite la fornitura di armi e stretti rapporti di collaborazione industriale, commerciale, finanziario. Al contrario sono invitati a interrompere qualsiasi rapporto col governo di Natanyahu, ricordandoci che nel 1994 l’isolamento economico fu determinante per dare la spallata finale al regime dell’apartheid in Sudafrica. Se oggi venisse usata la stessa determinazione verso Israele, potremmo mettere la parola fine a un’altra vergogna che pesa sull’intera umanità. In Italia l’invito a reagire lanciato dalla Global Sumud Flotilla sta trovando accoglienza in una larga fascia della popolazione, ma non nel governo che parandosi dietro a superiori ragioni di stato esorta i naviganti a rinunciare ai loro propositi, avvertendoli che in caso di attacco da parte dell’esercito israeliano saranno lasciati soli. Ma così facendo il nostro governo rende un pessimo servizio non solo al popolo palestinese, ma alla stessa democrazia che già si trova in crisi profonda anche a causa della perdita di fiducia verso la classe politica. Il continuo riempirsi la bocca di principi altisonanti da parte dei nostri rappresentanti a cui, però, fanno seguito scelte che vanno in direzione opposta, provoca nei cittadini disorientamento culturale e morale, ma anche una paralizzante chiusura in sé stessi che spalanca la strada a ogni forma di sopruso e di orrore. Il doppio standard verbale, morale e politico che da un paio di anni si è affermato in Europa, per cui lo stesso tipo di gesto è ora condannato, ora approvato, a seconda se a commetterlo è uno stato amico come Israele o nemico come la Russia, genera un tale sconcerto nell’opinione pubblica, da indurla a bollare come ipocrita l’intera classe politica e a convincerla che l’unica cosa da fare sia voltarle le spalle rinunciando a qualsiasi forma di partecipazione. Una deriva forse gradita a quei politici interessati solo al potere, ma che risulta disastrosa per la soddisfazione dei cittadini e una serena convivenza sociale. La messa in discussione di questa impostazione è un altro servizio reso dalla Global Sumud Flotilla di cui dobbiamo esserle grati. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La duplice rotta della Flottila proviene da Comune-info.
October 1, 2025
Comune-info
Comico e straziante
VEDERE UNA RAGAZZA CHE PIANGE PER LA MORTE DEL SUO COMPAGNO, UN GIOVANE SOLDATO UCRAINO, È STRAZIANTE. COMICO INVECE, SCRIVE BIFO, È STATO IL SUMMIT DI WASHINGTON, DOVE TRUMP HA RICEVUTO GLI SCONFITTI CON UN SORRISETTO SARDONICO. COMICO È ZELENSKYY CHE PER L’OCCASIONE HA COMPRATO UN COMPLETO SCURO ABBANDONANDO LA SUA MAGLIETTA GRIGIO VERDE DA FINTO COMBATTENTE. PER GLI USA LA GUERRA RUSSIA-UCRAINA SERVIVA A DISTRUGGERE L’EUROPA E A INDEBOLIRE LA RUSSIA: IL PRIMO OBIETTIVO È STATO RAGGIUNTO, IL SECONDO NO. ALMENO MEZZO MILIONE DI UCRAINI SONO MORTI PER DIFENDERE LE SACRE FRONTIERE DELLA PATRIA E FARSI FREGARE DAL NAZIONALISMO DEI PAGLIACCI pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- CNN mostra le immagini del funerale di un giovane soldato ucraino. La sua compagna piange davanti alla bara e depone dei fiori. Bandiere rosso-nere, una grande A cerchiata in primo piano. Ricordo che fin dai primi giorni di questa guerra Vasyl, un amico ucraino che si definisce anarco-socialista mi scrisse: Se vince Putin il fascismo vince in tutto il mondo. Aveva ragione e oggi lo vediamo. Il problema è che il fascismo avrebbe vinto in tutto il mondo anche se la guerra l’avesse vinta Zelenskyy. Ma vedere le immagini di un ragazzo anarchico che avrebbe potuto essere un mio studente se avessi insegnato a Kiev, è straziante, vedere il pianto di quella ragazza che era la sua compagna è straziante. Comico invece è il summit di Washington, dove Trump ha ricevuto gli sconfitti con un sorrisetto sardonico sulle labbra. Comico è Zelenskyy che per l’occasione ha comprato un completo scuro abbandonando la sua maglietta grigio verde da finto combattente. Seduto sulla stessa poltrona su cui sedeva a febbraio quando Vance lo insultò e Trump lo umiliò davanti a un miliardo di spettatori, il perdente ringrazia ringrazia e ringrazia. Per cosa ringrazia non s’è capito. Il Mammasantissima ringraziatissimo è appena tornato da un incontro con il criminale ricercato Putin, in Alaska dove si sono accordati su questioni relative alla spartizione dell’Artico, e anche, marginalmente, sulla resa incondizionata dell’Ucraina. Perché di questo si tratta, anche se i comici d’Europa (zio Macron, zia Meloni, nonna Ursula e gli altri parenti dell’ucraino bastonato) fingono di parlare delle garanzie da fornire al nipotino. Nessuno cita la parola: “Donbas”, né la parola “Crimea”: sarebbe di cattivo gusto. Quella che passerà alla storia (se ci saranno storici nel futuro, cosa di cui dubito) come la guerra “ucraina” cominciò come un colpo di genio dell’amministrazione Biden. Provocare una carneficina alla frontiera orientale d’Europa serviva contemporaneamente a distruggere l’Europa e a indebolire la Russia. Il primo obiettivo è stato centrato perfettamente. Per capire quanto oggi conti l’Europa basta osservare Macron seduto accanto a Trump, che lo ha recentemente trattato pubblicamente come un idiota che parla di cose di cui non sa niente, e farebbe meglio a stare zitto. Eppure Macron fa finta di niente, e con un’espressione piuttosto tirata dice qualcosa di irrilevante mentre il Mammasantissima assente con uno sprezzante sorrisino. Il primo obiettivo è stato perfettamente centrato: sono state rotte le relazioni economiche tra Russia e Germania, interrotto il North Stream 2. L’Unione declassata da Vance: prima eravate sudditi, ora siete nemici – disse a Monaco il numero 2. Mazziati con i dazi che presto affonderanno l’economia europea, i sudditi diventati nemici devono ora investire i loro capitali nel paese che li umilia e acquistare armi da chi li ha traditi per rifornire l’Ucraina dimezzata. La guerra inter-bianca si avvia verso una (provvisoria) conclusione col seguente risultato: la civiltà bianca è dominata dalle potenze nucleari artiche (Usa e Russia), l’Unione Europea è un morto che cammina, l’Ucraina è un paese distrutto, impoverito, spopolato, costretto a consegnare le sue risorse a chi l’ha prima spinta in guerra, poi ingannata infine tradita. Quanto al secondo obiettivo, indebolire la Russia, non è stato centrato per niente, perché gli statunitensi, si sa, sono volubili. Iniziano guerre in luoghi lontani come l’Afghanistan per poi dimenticare per quale ragione l’hanno fatto, e lasciano i loro protetti (e soprattutto le loro protette) in mano ai tagliagole. Ecco allora che al posto di Biden, nemico dei russi, è arrivato l’amico del cuore di Vladimir Putin, e mezzo milione di ucraini (di più? Di meno? Non lo sapremo mai) sono morti per niente. Ossia per difendere le sacre frontiere della patria e farsi fregare dal nazionalismo dei pagliacci. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > La guerra organizza l’accumulazione del capitale -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Comico e straziante proviene da Comune-info.
August 21, 2025
Comune-info
Per l’Ue ogni passo verso la pace minaccia l’industria bellica
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Donne in nero Bologna -------------------------------------------------------------------------------- L’incontro tra Trump e Putin in Alaska ha coinciso con il quarto anniversario della precipitosa fuga dell’esercito Usa da Kabul dopo vent’anni di occupazione: un quarto di secolo di guerre, iniziato nell’ottobre del 2001, come vendetta e punizione collettiva – modello futuro per Netanyahu – per l’attacco terroristico subìto l’11 settembre. L’invasione dell’Ucraina ne è stata anche l’estremo effetto, un effetto farfalla nel tempo e nello spazio secondo l’intuizione di Edward Lorenz, che impregna di sé anche le complesse relazioni internazionali: il battito d’ali di una farfalla in una parte del mondo genera un uragano dall’altra. Ossia il diritto internazionale vale per tutti ovunque – dall’Afghanistan all’Iraq, dall’Ucraina alla Palestina – oppure è impossibile farlo valere solo per qualcuno. L’Europa si è stracciata le vesti per la sua esclusione dall’incontro di Anchorage, insieme a quella di Zelensky, ma la sua assenza – recuperata solo quattro giorni dopo con l’anticamera dei “volenterosi” alla Casa Bianca, nell’incontro tra Trump e il presidente ucraino – è frutto della rinuncia sdegnosa ad essere, fin dall’inizio, terzo rispetto alla guerra russo-ucraina. L’Ue, scegliendo la cobelligeranza con una parte “fino alla vittoria”, attraverso la reiterata fornitura di armi all’Ucraina “per tutto il tempo che sarà necessario”, e imponendo 18 ondate di sanzioni economiche all’altra (ma zero ad Israele), anziché essere attivamente neutrale come chiedevano i movimenti pacifisti, è esattamente il Terzo assente secondo la formula usata da Norberto Bobbio nel 1989: il terzo mancante nel conflitto. Un Terzo imparziale e credibile per entrambe le parti, capace di svolgere, se presente, il ruolo di mediatore. Ruolo che, in assenza dell’Europa, aveva provato ad assumersi, già nell’aprile 2022, la Turchia di Erdogan in una mediazione sabotata dagli Usa di Biden e dalla Gran Bretagna di Johnson. E che oggi si assume Donald Trump. Oltre tre anni di guerra dopo, un milione e quattrocentomila vittime dopo tra i soldati russi e ucraini (stime del Center for Strategic and International Studies di Washington), in una condizione sul terreno molto peggiorata per l’Ucraina, gli ucraini sono ormai stremati da questa strage infinita. Lo certifica la società di analisi Gallup: nell’ultimo sondaggio in Ucraina il 69% si dichiara favorevole a una fine negoziata della guerra il prima possibile, rispetto al 24% che sostiene di continuare a combattere ancora. “Un’inversione di tendenza quasi totale rispetto all’opinione pubblica del 2022 – scrive Gallup – quando il 73% era favorevole a che l’Ucraina combattesse fino alla vittoria e il 22% preferiva che l’Ucraina cercasse una conclusione negoziata il prima possibile”. Un crollo del consenso bellico al governo, dimostrato anche dai disertori sempre più numerosi e perseguitati, come monitora la Campagna di Obiezione alla guerra del Movimento Nonviolento. Ma la guerra russo-ucraina rappresenta la gallina dalle uova d’oro per l’industria bellica europea, che sta ampliando enormemente le proprie aziende: “Le fabbriche di armi europee si stanno espandendo a un ritmo tre volte superiore a quello dei tempi di pace”, rivela il Financial Time (12 agosto), per prepararsi alla guerra duratura. “Un circolo vizioso che si autoalimenta – commenta Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Italiana Pace e Disarmo (il manifesto, 14 agosto) – le tensioni geopolitiche spingono i governi ad aumentare le spese militari, questi flussi di denaro rafforzano i bilanci delle industrie belliche aumentandone il valore azionario, per cui ogni passo verso la pace viene vissuto come una minaccia economica”. Infatti, la sola ipotesi di una prospettiva di pace ha messo “sotto pressione il comparto della difesa europeo”, scrive il Sole 24 Ore (11 agosto), con caduta dei titoli in borsa: “Un rallentamento del flusso di ordini, nel pieno del boom del comparto della difesa, che molti analisti sottolineano potrebbe essere aggravato dall’impatto di una possibile tregua in Ucraina…”. “Poiché per fare la guerra ci vuole un nemico con cui guerreggiare – spiegava Umberto Eco – la ineluttabilità della guerra corrisponde alla ineluttabilità dell’individuazione e della costruzione del nemico” (Costruire il nemico, 2011). Se l’incontro tra Trump e Putin e il successivo con Zelensky saranno preludio allo “scoppio della pace” in Ucraina e ciò facesse venire meno il nemico assoluto per l’Europa, contro il quale è stato costruito l’obbligo del riarmo, i governi come convinceranno le rispettive opinioni pubbliche che bisogna ancora trasferire enormi risorse dagli investimenti per la salute, l’istruzione, la sicurezza sociale alle casse delle industrie belliche? Finché c’è guerra c’è speranza s’intitolava un celebre film di Alberto Sordi del 1974, nel quale interpretava il ruolo di un mercante di armi: ma se essa finisse, come si alimenterebbe la loro speranza? Niente paura, ci sarà da costruire il “porcospino d’acciaio”, secondo la metafora utilizzata da Ursula Von der Leyen, come “garanzia di sicurezza” iper-armata dell’Ucraina, per significare i rapporti futuri tra Ucraina, Europa, Nato e la Russia. Invece, la presidente della Commissione europea dovrebbe ripassare la metafora dei porcospini di Arthur Schopenhauer. “Una compagnia di porcospini – scriveva il filosofo nei Parerga e Paralipomena – in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione”. La metafora di Von der Leyen riafferma il riarmo, acuisce le tensioni e prepara la prossima guerra. Quella di Schopenhauer evoca la rimozione delle cause del conflitto, promuove il disarmo e la costruzione di soluzioni nonviolente. Due modi opposti per lavorare ad una pace “giusta e duratura” in Europa, ma solo uno coerente con il fine. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su un blog del fattoquotidiano.it e qui con l’autorizzazione dell’autore -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per l’Ue ogni passo verso la pace minaccia l’industria bellica proviene da Comune-info.
August 20, 2025
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