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Sovranità satellitare
Immagine in evidenza rielaborata con AI Lo scorso 4 febbraio 2026, un report del Financial Times ha acceso i riflettori sulle attività di spionaggio da parte dei russi ai danni di alcuni satelliti europei. La denuncia, resa nel corso di un’intervista dal generale di divisione Luftwaffe della Bundeswehr tedesca Michael Traut, riguarda operazioni che hanno portato due satelliti russi di classe Luch-1 e Luch-2 a posizionarsi nelle vicinanze di quelli europei, con il possibile obiettivo di intercettare i dati trasmessi o, addirittura, di avviare attività che potrebbero portare al sabotaggio dei satelliti stessi. Stando a quanto riporta il quotidiano, attività di questo tipo non sono una novità. Nel nuovo contesto geopolitico, l’attenzione per la sicurezza delle infrastrutture di telecomunicazione satellitari è però cresciuta enormemente e a contribuirvi è stata sia la centralità di questi sistemi emersa nel conflitto russo-ucraino, sia le tensioni nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, che hanno messo in luce la pericolosa dipendenza del vecchio continente dalle infrastrutture USA.  NON È SOLO UNA QUESTIONE DI SICUREZZA La rinnovata attenzione per il ruolo delle costellazioni satellitari in orbita intorno al pianeta non ha soltanto motivazioni legate al settore militare, e il riferimento al concetto di “guerra ibrida” nel caso delle operazioni russe lo conferma. I satelliti interessati sono infatti di tipo “dual use”, hanno cioè funzioni sia legate alle comunicazioni militari, sia a quelle civili.  Le conseguenze di un’eventuale azione di spionaggio o sabotaggio avrebbe conseguenze su entrambi i piani e non è detto che quello militare sia necessariamente il più sensibile. Oltre alla gestione delle telecomunicazioni, i satelliti forniscono infatti servizi critici anche in altri settori. I satelliti dedicati alla geolocalizzazione, per esempio, rappresentano un’infrastruttura fondamentale per la gestione del traffico aereo civile, ma non solo. Gli orologi atomici – impiegati per calcolare la posizione esatta di velivoli, battelli e semplici dispositivi commerciali come navigatori e smartphone – vengono infatti utilizzati anche da molti istituti di credito per certificare la data e ora esatta delle transazioni finanziarie. Un eventuale black out dei sistemi di localizzazione satellitare provocherebbe, quindi, anche il blocco di una parte del sistema bancario. Lo stesso vale per le reti telefoniche mobili e numerosi altri servizi. Un discorso simile vale per le reti di comunicazione satellitari, che rappresentano il principale backup delle infrastrutture terrestri. È infatti sempre il caso della guerra russo-ucraina ad aver acceso i riflettori sull’importanza di poter contare su un sistema che sia in grado di garantire le comunicazioni in caso di conflitto.  LO STATO DELL’ARTE DEL SISTEMA DI GEOLOCALIZZAZIONE Per quanto riguarda la geolocalizzazione basata su satelliti (GNSS – Global Navigation Satellite System), l’Europa può fare affidamento sulla collaudata ed efficiente costellazione Galileo, composta da oltre 24 satelliti operativi e perfettamente sovrapponibile ai sistemi statunitense (GPS), russo (GLONASS) e cinese (BeiDou). Le quattro reti sono liberamente accessibili da chiunque per usi civili e forniscono anche servizi criptati per usi governativi e militari.  In termini di sovranità, l’Europa può quindi considerarsi “coperta”. Come le costellazioni concorrenti, Galileo è in costante aggiornamento (l’ultimo lancio di satelliti è stato effettuato lo scorso 17 dicembre 2025) e può contare sulla sinergia con EGNOS (European Geostationary Navigation Overlay Service). Quest’ultimo è un sistema basato su satelliti geostazionari che fornisce un servizio di correzione dei dati per sistemi come Galileo e GPS, assicurando una maggiore precisione.  A differenza delle controparti statunitensi, russe e cinesi, Galileo è gestito da un soggetto civile: l’Agenzia per il Programma Spaziale Europeo (EUSPA). Lo sviluppo e l’ingegnerizzazione dei satelliti è invece affidato all’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Sotto questo aspetto, i paesi europei possono quindi dormire sonni relativamente tranquilli. Anche nell’ipotesi di un’eventuale balcanizzazione dei servizi legata a conflitti o tensioni geopolitiche, il vecchio continente avrebbe comunque a disposizione un GNSS autonomo e affidabile. Ulteriore tassello è quello della sovranità tecnologica che caratterizza il progetto. Sotto l’aspetto della componentistica hardware, software e di integrazione, l’Europa riveste infatti un ruolo di primo piano con una partecipazione al mercato GNSS del 25%, seconda solo a quella degli Stati Uniti (30%). Nella progettazione e produzione dei satelliti della costellazione Galileo, ESA si allinea al concetto di European first, ricorrendo cioè a tecnologie per quanto possibile “nostrane”. IL TASTO DOLENTE DELLE COMUNICAZIONI STRATEGICHE Dove l’Europa sconta un ritardo importante è nel settore delle comunicazioni satellitari. Parlare di un vero e proprio “sistema satellitare europeo” in senso stretto, a oggi, rischia addirittura di essere fuorviante. Le costellazioni che fanno riferimento all’Agenzia Spaziale Europea (ESA) sono solo il già citato Galileo e Copernicus, dedicato all’osservazione del pianeta con obiettivi scientifici. Per il settore delle comunicazioni, i governi europei fanno invece affidamento su progetti nazionali o cooperazioni che coinvolgono altre nazioni del vecchio continente, ma non tutta l’Unione Europea. Soprattutto nel settore della difesa, per il momento vige una forma di “autarchia” con satelliti prodotti e gestiti dai singoli paesi e che vede tra i più attivi Francia, Germania, Italia e Spagna. Le cose, però, potrebbero cambiare rapidamente. L’iniziativa che mira a unificare questo quadro frammentato è GOVSATCOM, un progetto avviato nel 2026 e che ha l’obiettivo di “mettere in rete” i satelliti esistenti, aprendo l’accesso ai servizi di comunicazione a tutti i paesi europei. L’operazione dovrebbe coinvolgere la rete Syracuse francese, l’italiana SICRAL e la spagnola Spainsat NG. Si tratta però di satelliti in orbita geostazionaria a quota elevata (GEO), che permettono di ottenere una grande copertura ma scontano limiti a livello di banda e di latenza.  Insomma: questo tipo di reti può permettere di sostenere comunicazioni governative e in situazioni di emergenza come guerre o calamità naturali, ma non può rappresentare un’alternativa credibile come backup delle strutture terrestri. Anche il prossimo lancio dei due satelliti SICRAL 3, affidato a una partnership italo-francese, non cambierà di molto la situazione.  La nuova frontiera è infatti quella delle costellazioni satellitari Low Earth Orbit (LEO) sul modello di Starlink, che detiene un’indiscussa supremazia nel settore con 9.800 satelliti. L’unica considerabile come “europea” è OneWeb, rete controllata dalla francese Eutelsat, che conta circa 600 satelliti a bassa orbita. Non è un caso che, come ha riportato l’Espresso nel gennaio 2025, l’ambasciata italiana a Teheran abbia utilizzato Starlink per garantirsi l’accesso a Internet aggirando le restrizioni messe in atto dal governo iraniano alla vigilia dell’attacco israeliano-statunitense.  Il cambio di passo per l’Europa nel settore dovrebbe avvenire con Iris2, la rete satellitare la cui operatività era stata originariamente programmata per il 2030 e alla quale l’Unione ha recentemente impresso un’accelerazione.  COME L’UE STA PREPARANDO IL TERRENO PER IRIS2 Nonostante il ritardo rispetto ad altri progetti del genere, Iris2 promette di offrire una rete di comunicazione indipendente e, soprattutto, tecnologicamente avanzata. Il progetto, nella sua ultima evoluzione, ha imboccato con decisione la via della sovranità tecnologica. Prevede infatti l’utilizzo di tecnologie e componenti di produzione esclusivamente europea, con investimenti a bilancio di 2,4 miliardi di euro. Altri capitali, nelle intenzioni della Commissione, dovrebbero arrivare dalle partnership con soggetti privati. Dal punto di vista tecnologico, prevede l’implementazione di crittografia di nuova generazione e, in particolare, l’integrazione con una rete di comunicazione a uso governativo denominata Euro QCI, che sfrutta sistemi basati sulla fisica quantistica. La tecnologia alla base del sistema è la Quantum Key Distribution (QKD), sviluppata attraverso il progetto OPENQKD.  I 290 satelliti che comporranno Iris2 non avranno però un uso solo a scopo governativo o militare. Il progetto prevede infatti di fornire anche la connettività necessaria in ambiti commerciali come i trasporti, l’energia, il settore bancario, le attività industriali offshore, l’erogazione di servizi sanitari a distanza e la connettività rurale. La copertura prevista comprende l’Europa, la regione artica e l’Africa. In sostanza, Iris2 rappresenterebbe un’infrastruttura in grado di garantire l’indipendenza di tutte quelle attività “critiche” per i membri dell’Unione e non solo. Ai membri UE si aggiungerà infatti probabilmente anche la Norvegia, già coinvolta in altri programmi dell’ESA come Galileo e Copernicus. L'articolo Sovranità satellitare proviene da Guerre di Rete.
March 27, 2026
Guerre di Rete
Supremazia Usa nel settore militar-tecnologico: antidoto al declino della dell’egemonia unipolare americana o canto del cigno? – di Andrea Fumagalli e Roberto Romano
Nel corso del tempo, la guerra ha cambiato natura. E non può essere altrimenti, perché la guerra è sempre stata dipendente dall’evoluzione del progresso tecnologico. E, oggi, in un ambito in cui lo spirito capitalistico di mercificazione e di accumulazione si è esteso sino a innervare le nostre stesse vite e non solo il [...]
March 26, 2026
Effimera
Nasce Rumore Popolare! Il canale d’informazione dalla parte di chi lotta!
Compagn*, mentre il mainstream ci vomita propaganda di guerra e austerity, dai nostri territori nasce Rumore Popolare: informazione senza padroni, dalla parte di chi occupa piazze, blocca strade e costruisce l’alternativa dal basso. Niente filtri, niente compromessi. Li troviamo nelle strade, non nei palazzi. Seguiteli ovunque e fate rumore con loro! Dal CSOA Corto Circuito vi abbracciamo e sosteniamo. Nasce Rumore Popolare! Il canale d’informazione dalla parte di chi lotta! Abbiamo deciso che era il momento di smettere di farlo per altri e cominciare a farlo per noi stessi: l’informazione non può avere compromessi. Almeno non in tempo di guerra. Quindi, per non morire di mainstream, nasce Rumore Popolare, uno spazio libero dove politica, attualità e informazione si incontrano per dare spazio a chi da sempre si impegna nelle piazze e nei cortei, nell’organizzare un’alternativa alla deriva del nostro paese. Ci troverete nelle piazze e fuori dai palazzi della politica, alle assemblee pubbliche in periferia e ai grandi cortei nei centri città. Cosa troverete sui nostri canali? Contenuti brevi e diretti per chi vuole capire quel che accade senza lunghi giri di parole. Video di approfondimento per chi ama scavare a fondo e farsi trovare sempre preparato. Trasmissioni dal vivo con il pubblico in sala, perché l’informazione può anche essere intrattenimento. Dove ci trovate? Su Telegram, Facebook, Youtube, Spotify, Instagram e X. Seguici sui tuoi social preferiti e attiva le notifiche per non perdere i prossimi annunci. #RumorePopolare #informazione #Politica #Attualità #news The post Nasce Rumore Popolare! Il canale d’informazione dalla parte di chi lotta! first appeared on CSOA CORTO CIRCUITO.
March 24, 2026
CSOA CORTO CIRCUITO
La guerra nel Golfo e il prezzo globale: energia, inflazione e il fallimento della politica di potenza
Energia, inflazione e geopolitica: perché questa guerra la stiamo già pagando tutti Quando il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’operazione militare congiunta contro l’Iran, il mondo non ha assistito soltanto all’ennesima escalation in Medio Oriente. Ha assistito all’accensione di una miccia energetica globale, i cui effetti stanno ricadendo adesso sulle bollette di famiglie a Milano, Berlino, Tokyo e Seoul — su chiunque, in sostanza, abbia bisogno di riscaldare casa, fare benzina o acquistare un prodotto industriale. La guerra, come sempre, non è mai solo di chi la combatte. A quasi un mese dall’inizio del conflitto, il bilancio economico è già pesante e rischia di aggravarsi in modo drammatico. L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha definito quello che si sta consumando nel Golfo Persico come la più grande interruzione dell’offerta petrolifera nella storia del mercato globale — un primato sinistro che supera gli shock del 1973 e del 1979. Non sono parole di pacifisti: vengono dall’istituzione internazionale deputata a monitorare i mercati energetici per conto dei paesi consumatori. Il messaggio è inequivocabile: questa guerra sta costando a tutti, e il conto non è ancora chiuso. Il collo di bottiglia del mondo Per capire la portata dello shock, bisogna partire da un dato geografico che la maggior parte delle persone ignora fino a quando non diventa un’emergenza. Lo Stretto di Hormuz, largo appena 34 chilometri nel punto più stretto, tra le coste dell’Iran e dell’Oman, è il corridoio attraverso cui transita circa il 20% di tutto il petrolio e il gas naturale liquefatto consumato nel pianeta. Ogni giorno, prima del conflitto, vi transitavano circa 20 milioni di barili di greggio. Attorno a quel corridoio si affacciano otto tra i maggiori produttori mondiali: Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar. Quando le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato il “controllo totale” dello stretto e minacciato di colpire qualsiasi nave in transito, si è fermato quasi tutto. Le circa 150 petroliere ancorate in acque aperte nel Golfo Persico sono diventate il simbolo visivo di una crisi che i numeri astratti faticano a restituire nella sua concretezza quotidiana. Il risultato immediato è stato brutale: il petrolio è schizzato da circa 70 dollari al barile a oltre 100-110 dollari, toccando in alcune fasi i 120 dollari — aumenti del 50% in poche settimane, il livello più alto degli ultimi quattro anni. Il gas europeo TTF, il prezzo di riferimento per il continente, ha superato i 60 euro per megawattora con rialzi del 40-60%. Alla pompa di benzina, i consumatori europei hanno già visto aumenti del 22% per la benzina e del 32% per il diesel. La situazione è quella di uno shock energetico che si trasmette rapidamente ai prezzi al consumo, all’inflazione e al potere d’acquisto delle famiglie. Questi non sono scenari: sono già realtà vissuta. L’Europa più esposta di quanto pensasse L’Europa credeva di aver imparato la lezione della crisi energetica del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva già mostrato la fragilità di un continente troppo dipendente da un singolo fornitore. Aveva diversificato, costruito rigassificatori, firmato contratti con il Qatar, con gli Stati Uniti, con l’Africa occidentale. Aveva smesso di comprare gas russo via pipeline e aveva imparato a comprare GNL via mare. Ma questa strategia conteneva in sé un’ironia tragica: sostituendo le pipeline con le navi metaniere, l’Europa ha finito per dipendere dallo stesso Stretto di Hormuz oggi bloccato. Aveva semplicemente spostato la vulnerabilità da un punto geografico a un altro. Il Qatar copre circa il 15% delle importazioni europee di GNL ed è il secondo fornitore del continente dopo gli Stati Uniti. Il GNL qatariota deve necessariamente attraversare Hormuz per raggiungere i terminali europei. Gli attacchi iraniani hanno colpito anche l’impianto di Ras Laffan, il più grande terminal GNL del mondo, che produce un quinto dell’offerta globale. Secondo QatarEnergy, due dei quattordici treni di liquefazione sono stati danneggiati, con una perdita di capacità stimata in 12,8 milioni di tonnellate annue per un periodo compreso tra tre e cinque anni. QatarEnergy ha già dichiarato la forza maggiore sui contratti a lungo termine con Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina. La situazione degli stoccaggi europei aggrava ulteriormente il quadro. A fine febbraio 2026 le riserve di gas erano intorno a 46 miliardi di metri cubi, contro i 60 dell’anno precedente e i 77 del 2024. Un cuscino assai più sottile, proprio nel momento in cui arriva uno shock di questa portata. Per l’Italia il conto è particolarmente salato: circa il 25% del GNL consumato nel 2025 proveniva dal Qatar, e ENI ha contratti a lungo termine con Doha per 1,5 miliardi di metri cubi annui, a partire proprio dal 2026. Se il blocco dovesse persistere, i rigassificatori italiani perderebbero una quota fondamentale del mix energetico nazionale senza alternative immediate. Secondo le stime di Assium, l’associazione degli Utility manager, un aumento del 30% sul gas e del 25% sull’elettricità si tradurrebbe in circa 585 euro di aggravio annuo per famiglia. Chi paga di più, chi si salva L’impatto della crisi non è distribuito in modo uniforme, e capire la geografia del dolore economico aiuta a leggere anche le mosse politiche delle settimane successive. Gli Stati Uniti, diventati il primo produttore mondiale di petrolio e un grande esportatore di GNL, sono relativamente meno esposti alle importazioni dirette dal Golfo. Ma non immuni: un aumento prolungato dei prezzi del greggio si traduce comunque in benzina più cara ai distributori americani, uno degli spettri politici più temuti dalla Casa Bianca in un anno di elezioni di midterm. Non stupisce che Trump abbia oscillato tra dichiarazioni di “fine imminente” della guerra — sufficienti a calmare temporaneamente i mercati — e annunci di revoca parziale di sanzioni sul petrolio. Un balletto comunicativo che rivela l’assenza di una strategia chiara. La Cina si trova in una posizione paradossale. È il principale importatore mondiale di petrolio e il primo acquirente del greggio iraniano — circa 3,3 milioni di barili al giorno, aggirando in parte le sanzioni statunitensi. Ma ha costruito negli anni una rete di protezione più robusta: riserve strategiche più ampie, investimenti massicci nelle rinnovabili, una solida base carbonifera interna. Questa resilienza le consente di assorbire meglio gli shock di breve periodo. La guerra mette però Pechino in una contraddizione strutturale: l’Iran è un partner dei BRICS e la Cina appare incapace di proteggerlo, esponendo la contraddizione tra le ambizioni multipolari e la reale capacità di intervento. Un attore di primo piano ridotto a spettatore della crisi che colpisce i propri partner. C’è poi un attore che osserva la crisi con soddisfazione malcelata: la Russia. Esclusa dai mercati europei dopo le sanzioni del 2022, vede ora riaprirsi spiragli che nessuno avrebbe previsto pochi mesi fa. Con il gas del Golfo bloccato, il gas russo potrebbe tornare appetibile per quei paesi europei con le scorte basse e i prezzi alle stelle. Non per caso Trump ha annunciato la revoca di alcune sanzioni energetiche dopo un colloquio con Putin, e ha già permesso all’India di acquistare temporaneamente petrolio russo — una mossa che interrompe una fonte di pressione economica su Mosca. La coerenza strategica non è evidentemente il punto di forza di questa amministrazione. I due scenari e la posta in gioco Gli economisti delineano due possibili traiettorie. La prima, nel caso in cui il conflitto si esaurisca in tempi brevi, prevede una normalizzazione dei prezzi di petrolio e gas entro l’estate, limitando l’impatto su crescita e inflazione. La seconda, più critica, ipotizza un conflitto prolungato capace di interrompere stabilmente le forniture energetiche: in questo scenario, secondo il WTO, la crescita globale si ridurrebbe di circa mezzo punto percentuale e l’inflazione aumenterebbe di quasi un punto percentuale a livello mondiale. Oxford Economics stima che la crisi aumenterà l’inflazione dell’area euro di 0,3-0,5 punti percentuali nel solo 2026. Goldman Sachs ha calcolato che un blocco di Hormuz prolungato un mese potrebbe far salire i prezzi del gas europeo fino al 130%. La BCE si trova in una posizione scomoda: dopo aver avviato un ciclo di allentamento monetario, potrebbe essere costretta a invertire la rotta se l’inflazione energetica si trasmette ai prezzi di fondo. Per famiglie e imprese europee già alle prese con anni di crescita stagnante, si tratterebbe di un ulteriore colpo ai redditi reali. La lezione che non vogliamo imparare Questa crisi ha una radice militare e politica, non tecnica. Non è stata causata da un terremoto o da un’epidemia: è il risultato di scelte precise — l’attacco statunitense e israeliano all’Iran del 28 febbraio, la risposta di Teheran, l’escalation che ha progressivamente coinvolto le infrastrutture energetiche del Golfo in quella che gli analisti chiamano “deterrenza per punizione su base infrastrutturale”. Ogni attore ha cercato di ampliare il perimetro del dolore strategico dell’avversario, e il risultato è che il dolore è caduto su chi non aveva voce in capitolo: i consumatori di tutto il mondo, le famiglie che pagano le bollette, le piccole imprese che rischiano la chiusura. La narrazione dominante continua a presentare questo conflitto come inevitabile o necessario, l’ennesima operazione di sicurezza che produrrà, prima o poi, stabilità. I dati dicono altro. Dicono che la cosiddetta capacità di riserva globale del petrolio è scesa sotto il 3%, considerato il livello minimo di sicurezza, e che la maggior parte di quella capacità è concentrata nei paesi del Golfo — che per esportarla devono passare proprio da Hormuz. Finché lo Stretto è bloccato, quella riserva è inaccessibile. Il mercato non può salvarsi da solo. La lezione strategica che emerge è quella che pensatori come Simone Tagliapietra dell’Istituto Bruegel ripetono da anni: la sicurezza energetica non si costruisce con le portaerei, ma con le rinnovabili, le reti di interconnessione, l’efficienza energetica, la diversificazione reale delle fonti. Ogni euro speso in rigassificatori per il GNL del Golfo è un euro che crea nuove dipendenze da checkpoint geografici vulnerabili. Ogni anno perso nella transizione energetica è un anno in più di esposizione agli shock geopolitici. La guerra nel Golfo dimostra che non esiste sicurezza energetica senza sovranità energetica. E la sovranità energetica si chiama transizione: solare, eolico, efficienza, stoccaggio, interconnessioni europee. Non è un’utopia verde — è l’unica risposta concreta a un mondo in cui le guerre del petrolio possono ancora spegnere i riscaldamenti di Milano in pieno marzo. Chi oggi parla di difesa degli interessi nazionali continuando a finanziare la dipendenza fossile sta semplicemente posticipando la prossima crisi. E la prossima crisi arriverà, magari da un’altra Hormuz, magari da un altro golfo, magari da un’altra guerra che qualcuno, da qualche parte, avrà deciso di considerare necessaria. ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale https://www.ispionline.it IEA – Oil Market Report (marzo 2026) https://www.iea.org/reports/oil-market-report-march-2026 Oxford Economics https://www.oxfordeconomics.com Goldman Sachs – Global Investment Research https://www.goldmansachs.com/insights Euronews – sezione economia ed energia https://www.euronews.com/business Il Sole 24 Ore – sezione energia https://www.ilsole24ore.com/sez/energia Renewable Matter https://www.renewablematter.eu QatarEnergy https://www.qatarenergy.qa I-Com – Istituto per la Competitività https://www.i-com.it Redazione Napoli
March 23, 2026
Pressenza
Le ragioni economico-politiche dell’attacco Usa-Israele contro l’Iran: una possibile interpretazione – di Andrea Fumagalli
L'attacco congiunto Usa-Israele contro l'Iran apre un nuovo scenario che va al di là dello scontro sul futuro dell'Iran e della sua democrazia. L'ipocrisia del pensiero mainstream plaude all'iniziativa di Trump e Netanyahu come espressione del ripristino di elementi di democrazia e della "libertà delle donne". Perché parlo di ipocrisia? Per vari motivi, come [...]
March 4, 2026
Effimera
Rizomatica 26-02-2026
Questa uscita di Rizomatica è dedicata al tema della guerra. Questa forma di relazione è antica e probabilmente nasce con la civiltà umana. Identificare un nemico e combatterlo è un modo per costruire una soggettività collettiva, non l'unico ma certamente uno dei più sperimentati. L'invito è di rivolgere il conflitto e la violenza, ineliminabili dalla natura umana, verso i ricchi e i potenti da cui siamo dominati, e non verso degli stranieri presentati come nemici. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
No, la geopolitica non mi ha convinto
La geopolitica ha spesso ignorato le trasformazioni economiche e tecnologiche che modificano radicalmente le condizioni del potere internazionale. La rivoluzione industriale, l'emergere delle multinazionali, il ruolo della finanza globale e la digitalizzazione sono fattori che sfuggono alla tradizionale analisi geopolitica, troppo ancorata a una visione statocentrica e territoriale delle relazioni di potere. Questo limite è particolarmente evidente nel mondo contemporaneo in cui le reti globali, le interdipendenze economiche e i flussi di informazione hanno ridotto l'importanza del controllo territoriale come unico criterio di potenza. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
Venezuela, il cortile di casa in fiamme
Non serve alcuna fantasia per vedere la continuità. Guatemala 1954: riforma agraria e interessi economici; colpo di Stato e restaurazione. Cile 1973: socialismo elettorale spazzato via e sostituito dal laboratorio del terrore e del neoliberismo. Panama 1989: l’ex alleato Noriega trasformato in “narco-dittatore” nel momento in cui non serve più, e poi catturato e processato negli Stati Uniti. Quel passaggio non è un ricordo marginale: è la prova che il “prelievo” del leader e la sua trasformazione in imputato in un tribunale statunitense è già stato usato come dispositivo politico. Caracas 2026 ne è l’evoluzione, più brutale e più simbolica. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
Il tema del riarmo sul fronte interno
Quando parliamo di riarmo raramente riflettiamo su questo dato: non si tratta di una scelta arbitraria, di una volontà politica e culturale ma di un’esigenza strutturale delle classi dominanti – in particolare dell’oligarchia finanziaria che non riesce a trovare alcuna soluzione alla crisi. Da questo punto di vista non condivido affatto l’idea dell’Europa che agisce contro i propri interessi: si tratta di una visione che non tiene conto del punto di vista delle classi dirigenti e che si fissa su un dato reale – la subalternità politica, economica, militare dell’Unione Europea agli USA – ma secondario. Il problema del riarmo in Europa ed in Italia è in primo luogo un tentativo di uscire dalla gravissima crisi di sovrapproduzione attraverso la riconversione dell’apparato produttivo in apparato bellico. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
Il passato del mondo e l’ordine globale post-occidentale, geopoliticamente plurale
Nel libro intitolato Storia e futuro dell’ordine mondiale l’autore dipinge un affresco delle vicende che si sono succedute in 5˙000 anni e sostiene che la crisi dell’Occidente non sia una catastrofe, bensì un’opportunità: «L’ordine mondiale non è monopolio dell’Occidente, ma opera condivisa di più civiltà… La storia sta ora avanzando in una direzione del tutto nuova: post-occidentale, multiciviltà e geopoliticamente plurale». Uno dei maggiori esperti mondiali di relazioni internazionali, professore emerito all’American University di Washington – DC, dove è titolare della cattedra UNESCO in sfide transnazionali e governance, ex-presidente della International Studies Association e collaboratore di The Washington Post, Financial Times, Foreign Af- fairs, CNN, BBC e Al Jazeera, Amitav Acharya è promotore di un approccio alla disciplina che mette in discussione le narrazioni eurocentriche. Nella prefazione al suo libro pubblicato in inglese nell’aprile 2025 e nella traduzione in italiano a febbraio 2026 da Fazi Editore, Franco Cardini evidenzia: «La splendida, lucidissima ricerca di Acharya costituisce un prezioso viatico per chiunque intenda fondare su una forte autocoscienza la consapevolezza della progressiva complementarità e della parentela profonda fra tutte le civiltà che si sono avvicendate nella plurimillenaria presenza del genere umano sul nostro pianeta». > Oltre le interpretazioni geopolitiche convenzionali, Storia e futuro > dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino > dell’Occidente offre la prospettiva storica necessaria per comprendere il > presente e orientarsi nel mondo che viene. > > Dall’alba del XXI secolo l’Occidente appare in declino. Guerre, crisi > economiche ricorrenti, instabilità politica e l’ascesa di nuove grandi potenze > – in particolare la Cina, accanto ad altri attori sempre più assertivi – > mettono in discussione l’ordine mondiale a guida occidentale. Molti temono il > caos globale. Ma è un’illusione ritenere che l’Occidente detenga il monopolio > dell’architettura politica che rende possibili cooperazione e pace tra le > nazioni. > > Ripercorrendo cinquemila anni di vicende umane, Amitav Acharya mostra che un > ordine mondiale esisteva ben prima dell’ascesa occidentale. Dall’antica Sumer > e dall’Egitto all’India e alla Grecia, fino alla Mesoamerica, passando per i > califfati medievali, gli imperi eurasiatici e l’Africa, emergono valori > umanitari, interdipendenze economiche e norme di condotta tra Stati > affermatisi in diverse aree del pianeta. > > La storia rivela che l’ordine non coincide con il dominio di un solo polo: è > una tessitura plurale che si ricompone, integra nuovi attori e rinegozia > gerarchie. Di qui la tesi centrale del libro: anche se l’Occidente arretra, > l’ordine perdura. Il suo declino non preannuncia la fine della civiltà > globale, ma apre la strada a più centri di potere e a un assetto più equo, in > cui il “resto del mondo” abbia maggiore voce e responsabilità. > > Invece di cedere alla paura, Acharya invita l’Occidente a imparare dal passato > e a cooperare con le nuove potenze per forgiare un ordine condiviso, capace di > affrontare sfide comuni – guerre, sicurezza energetica, disuguaglianze – senza > ricadere nelle contrapposizioni tra blocchi. Redazione Italia
February 17, 2026
Pressenza