Tag - documentari

Giulio Regeni – Tutto il male del mondo – Simone Manetti
(visto da Francesco Masala) il regista ricostruisce la vicenda di Giulio Regeni, a dieci anni dalle orribili torture per una settimana fino alla morte, e dà voce ai genitori di Giulio e al loro avvocato, Alessandra Ballerini, che non si fanno convincere da imbroglioni e assassini. questo è un film dell’orrore, mostrare le orribili facce dei governanti italiani, ma non solo, fa davvero paura (e
Di Cuba e Fidel ci parlano ancora i documentari di Gianni Minà
La Fondazione Gianni Minà ha deciso di non postare nulla su Cuba, perchè al suo posto ha parlato e continua a parlare approfonditamente Gianni Minà attraverso tutti i suoi documentari, i suoi libri e i suoi articoli su questo tema che sono presenti nel suo archivio digitale. Qualche anno fa, […] L'articolo Di Cuba e Fidel ci parlano ancora i documentari di Gianni Minà su Contropiano.
March 21, 2026
Contropiano
La Solidarietà Deportata
di Maurizio Giacobbe – Micropolis Intervista a Meri Calvelli – ACS ONG e Centro Culturale Vik In questo momento siamo esiliati. Io sono in Giordania, ad Amman, e opero da qua per continuare a seguire i progetti che abbiamo avviato. In questo momento siamo esiliati. Io sono in Giordania, ad Amman, e opero da qua per continuare a seguire i progetti che abbiamo avviato. Questo dipende dal blocco dei permessi alle Ong che non intendono sottostare alle richieste di Israele? Sì, certo, noi avevamo le registrazioni che ci per- mettevano di operare in Israele e nei territori palestinesi, le avevamo da decenni con il Ministero degli Affari Sociali israeliano. Lo scorso anno quel ministero è stato cancellato e sostituito con il Ministero della Diaspora e dell’Antisemitismo e quindi ci hanno chiesto una nuova registrazio- ne che prevedeva la cessione dei dati dello staff locale e dei loro familiari. Una profilazione completa del personale? Era richiesta una serie di dati sensibili che ci sia- mo rifiutati di cedere; stiamo facendo pressioni sugli avvocati, però per il momento la situazio- ne è questa ed è così per tutte le organizzazioni internazionali, a partire dalla Caritas, da Medici senza frontiere, che in questo momento su Gaza è l’organizzazione più attiva ed è riuscita a por- tare nella Striscia medici per coprire la grande necessità di cure. Ora però stanno cominciando a vietarne l’entrata. E così è per noi. Questo ren- de tutto più difficile: al posto nostro operano i palestinesi, riescono a farlo perché sono a casa loro, provano a tenere insieme tutto e noi li so- steniamo da fuori. Quali sono i progetti che ACS ha portato avanti negli anni? ACS opera dal 1999 e su tutti e due i territori; io personalmente vivo e lavoro nella striscia di Gaza e in Cisgiordania da 25 anni. A Gaza si poteva entrare soltanto con permessi militari già da allora, ma quando è arrivata l’autorità di Ha- mas, quindi dal 2006, hanno proprio sigillato tutto; noi entravamo perché c’era un accordo, un visto di lavoro che ce lo permetteva. Abbiamo cominciato con l’agricoltura – abbia- mo ancora adesso progetti sull’agricoltura con le varie associazioni di base di contadini, sia in Cisgiordania che a Gaza – e poi abbiamo nel tempo allargato anche ad altro, in particolare attività educative, socio educative, psicosociali, di sviluppo, sui rifiuti. I settori da coprire a Gaza non mancavano sicuramente. Avevamo anche allargato gli scambi culturali con le università, con gli Erasmus, avevamo tantissime attività sportive, soprattutto rivolte ai giovani, per i quali in genere non c’era molta attenzione. Ne è un esempio il progetto Gaza Freestyle. Quando ancora era possibile far entrare a Gaza ragazzi e ragazze per fare attività con i giovani, abbia- mo costruito impianti sportivi, rampe di skate, il tendone del circo per le scuole circensi, che ancora esistono e vogliono lavorare. Il tendone era stato molto difficile portarlo dentro, però è stato bombardato, così come le rampe di skate e il parco. Erano progetti che avevano una vera funzione sociale e che purtroppo oggi non ci sono più, anche se i ragazzi continuano a fare attività fuori da quegli spazi. So che ci sono anche gruppi di giovani che praticano il parkour, disciplina sportiva che mette alla prova l’abilità di compiere un per- corso superando qualsiasi genere di ostacolo in modo rapido, efficace, spettacolare. Nel documentario One more jump queste squa- dre si allenano sulle macerie della Gaza bom- bardata. Quel documentario lo abbiamo promosso noi; abbiamo cercato di stare dietro a queste cose e diffonderle il più possibile, perché pensiamo che sia una delle dinamiche necessarie. La diploma- zia culturale, piuttosto che altri tipi di diploma- zia che non danno risposte, può essere una delle modalità più giuste per connettersi con quel mondo. Domanda: Con quali fondi avete realizzato quei pro- getti? I fondi che utilizzavamo venivano da bandi pub- blici gestiti dalla Cooperazione internazionale italiana, quindi dal nostro Ministero degli Este- ri, che ha sede a Gerusalemme, oppure dall’U- nione Europea o da fondazioni private. Negli ultimi due anni la Cooperazione italiana, come altre, ha tolto o tagliato i fondi, quindi abbiamo Gli olivi e tutto il resto li hanno piantati e curati i palestinesi. Chiaramente a Gaza la situazione è più disperata, hanno distrutto tutto e non c’è più la possibilità di usare i terreni, perché in questo momento gli abitanti stanno nelle ten- de sul mare, sulla spiaggia. Man mano che gli toglievano i terreni, ripiegavamo sugli orti do- mestici, costruivamo serre; quando si trovava un pezzettino di terra si continuava a piantare quel che era possibile. Gli aiuti alimentari, invece, da sempre andavano ai profughi. Poi chiaramente sono cresciuti bisogni differenti, questa non è stata la prima guerra, questa è la più lunga, la soluzione finale che Israele vuole dare alla questione palestinese, quindi ci sono bisogni che riguardano la condizione psicologica della popolazione, gli interventi educativi, socio educativi, psicosociali, per tutto quello che cominciato a sostenere i progetti attraverso dei crowdfunding e stiamo andando avanti così. Prima del 7 ottobre avevamo avviato un altro progetto, che è stato immediatamente bloccato, era un progetto finanziato dalla Cooperazione italiana sulla gestione dei rifiuti, la chiusura di una discarica e la riabilitazione dei terreni e dei parchi pubblici. Avevamo già costruito i desalinizzatori ma ci hanno bloccato i fondi e ci stanno chiedendo di spostare il progetto in Cisgiordania perché il nostro governo non ha nessuna intenzione di finanziare alcunché su Gaza, ma Gaza è un po’ diversa dalla Cisgiordania e chia- ramente dovremo cambiare diverse cose. Torniamo per un momento all’agricoltura: nei primi anni 2000; prima della chiusura to- tale della striscia, che peso aveva l’agricoltura a Gaza? Era possibile fare conto sui prodotti locali per l’autonomia alimentare? A Gaza c’era tantissima terra molto fertile; l’a- gricoltura, insieme alla pesca, era una delle atti- vità remunerative con le quali i gazawi si sostenevano. Esportavano fragole, anche Israele se le comprava e poi le rivendeva come produzione propria, ma erano le fragole di Gaza, così come tutti gli altri alimenti. Gaza era un’oasi. Negli anni, un po’ per volta, gli hanno tagliato gli alberi da frutto: aranci, limoni… Come fanno in Cisgiordania con gli olivi… Anche in Cisgiordania l’agricoltura era molto avanzata e la terra fertile. I giardini fioriti non li hanno costruiti gli israeliani, ma i palestinesi. le guerre scaricano sulla popolazione civile. In questa situazione di emergenza di camion per le distribuzioni di beni primari, cibo, coperte ecc. ne abbiamo potuti mandare pochi perché Israele ha da subito bloccato tutto l’aiuto materiale. Solo i camion commerciali entrano. Quello che riusciamo a mandare sono i soldi che poi vengono ridistribuiti tra le famiglie bisognose, le più vulnerabili, per comprare il cibo al mercato nero. La popolazione di Gaza però non abbandona l’idea di restare su quella terra. Oggi abbiamo molti progetti, che sono quelli che loro ci propongono, le attività che permettano loro di sopravvivere, tra cui appunto le scuole tenda. Le scuole non ci sono più, però ci sono gli studenti. A partire dalle scuole dell’infanzia per fi- nire con le università, gli studenti vogliono studiare, aspirano ancora a un futuro di studi che non hanno mai voluto abbandonare, oggi con- sentito dagli operatori che ancora ci sono e che fanno scuola dentro queste tende. Da qui partono anche i gemellaggi con le scuole italiane, per un verso simbolici, però importanti per gli studenti, per far loro sapere che c’è chi è attento alla loro condizione; per l’altro, un sostegno economico per pagare gli insegnanti e comprare i materiali didattici. Gli educatori si danno un gran da fare e molti hanno iniziato anche come volontari perché nessuno li ha più pagati. Avete esteso questo progetto ad aree della Cisgiordania oppure è attivo soltanto su Gaza? In Cisgiordania l’attività delle scuole tenda è limitata ad alcune zone dove vivono i beduini: le scuole UNRWA sono state svuotate e adibite ad altro perciò vengono allestite le tende, che peral- tro rispecchiano la loro cultura. È difficile dire quanti sono oggi gli studenti che riescono a proseguire gli studi, ma penso nell’ordine delle centinaia di migliaia. Ogni ten- da scuola ospita 40-50 alunni; nelle zone degli sfollati, dove gli studenti sono più numerosi, la frequenza è organizzata in turni. Sul fronte universitario, dal 2015 avevamo atti- vato un Erasmus, sia a Gaza che in Cisgiordania, con l’Università di Siena. Gli studenti italiani erano accolti nelle università palestinesi e i palestinesi a Siena. In questi ultimi anni di guerra gli atenei erano chiusi, talvolta distrutti, ma la richiesta degli studenti era di continuare a dare gli esami; hanno avuto la possibilità di farlo online supportati da un altro nostro progetto, quello degli Alberi della Rete, grazie al quale si dava la possibilità di avere la connessione in alcune aree che ne era- no sprovviste. Gli Alberi della Rete, che stiamo continuando a realizzare, li abbiamo ulteriormente ampliati con degli Hub Center, centri di connessione che in alcuni casi, dove ci sono ancora strutture agibili, sono forniti di tavolini e connessione wifi, in atri sono realizzati in tende. Ci sono difficoltà per procurarsi il materiale per una didattica tradizionale? E per le metodologie basate sulle nuove tecnologie? Di diversi libri, in partenariato con alcuni editori, abbiamo supportato la stampa, di altri testi scolastici abbiamo fornito la versione digitale. I materiali didattici per bambini ora si riescono a trovare anche dentro la Striscia, comprandoli sempre al mercato nero. La questione digitale, la connessione, l’elettricità, sono cose che si stanno risolvendo pian piano perché per l’elettricità siamo riusciti ad attivare un po’ di pannelli solari e c’è un sistema che fa uso di un gruppo elettrogeno, dal momento che la benzina costa un po’ di meno, però non è una cosa stabile. È stata anche riattivata parzialmente la connessione wifi attraverso la rete Jawal, che è la compagnia mobile palestinese, e Paltel che è la compagnia di telecomunicazione palestinese. Durante le azioni militari o quando circolano droni, però, la connessione è disturbata. Che la tregua a Gaza non sia mai davvero ini- ziata è noto ai più, ed è comprensibile che un rallentamento delle operazioni militari abbia lasciato spazio alla speranza, ma pochi giorni dopo l’intervista è circolata la notizia che l’esercito israeliano sta preparando i piani per una ripresa massiccia delle ostilità. Il pretesto è che Hamas non ha deposto le armi e questo non permette di avviare la fase due del “piano di pace”. Le migliaia di violazioni della tregua da parte di Israele, i 600 palestinesi uccisi e i 1500 feriti nella ‘fase uno’ non sono neppure presi in considerazione, così come il perdurare dell’occupazione militare di gran parte del territorio della striscia. Con ogni probabilità i problemi che a Meri parevano lentamente avviati a soluzione si acutizzeranno e noi torneremo a parlare degli Alberi della rete, cui abbiamo solo accennato, sperando che riescano, come prima, a connettere Gaza col resto del mondo, mantenendo vivi i legami affettivi e non permettendo lo sradicamento delle relazioni umane, obiettivo non secondario della guerra.
March 9, 2026
ACS italia
Di mattina scrivo – Valérie Donzelli
(visti da Francesco Masala) la storia tormentata di uno scrittore, in un film di Valérie Donzelli, un film su Franco Battiato, di Renato De Maria, su Raiplay, la recensione di un film dimenticabile, di Federico Greco, un bel film di Bruno Corbucci, con Renato Pozzetto, visibile un line, e infine ancora una punizione per chi osa parlare di Gaza e
Sab 14 e dom 15 Marzo – Cinetracts: Proiezioni di documentari resistenti
Sab 14 e dom 15 Marzo – Cinetracts: Proiezioni di documentari resistenti terza edizione Ingresso gratuito Programma provvisorio: SABATO 14 h 18.00 Selezione corti >> Imillaskate, A city fight back, The climbing cholitas h 18.30 Rino Della Negra, calciatore partigiano – regia D. Ceccarini, M. Molinari h 19.30 In the belly of AI – regia H. Poulain h 21.00 Cena benefit h 22.00 The encampments – regia M. Pritsker, K. Workman DOMENICA 15 h 18.00 Un pueblo que canta no muere (La marsigliese degli ubriaconi) – regia P. Gil Rituerto h 19.30 43 cassette – regia G. Villa h 21.00 Cena benefit h 22.00 All eyes on the Amazon – regia M. Marinelli h 23.00 Macchina continua – regia R. Gagliardini Cene benefit a sostegno di: Nazra Palestine Short Film Festival info Nazra qui https://nazrafilmfestival.com/ —————————————————————————————————- Perchè Cinetracts Nel maggio 1968 un gruppo di cineasti francesi forma un collettivo per effettuare riprese di iniziative, manifestazioni, assemblee che caratterizzano le lotte che avvengono in Francia. I componenti intendono rimanere rigorosamente anonimi proprio asottolineare l’importanza del collettivo rispetto alle individualità, scendono in strada e cominciano a produrre minimetraggi in bianco e nero di non più di due/tre minuti ma che testimoniano l’effervescenza delle iniziative di operai e studenti. Il collettivo e gli stessi filmati hanno un nome: Cinetracts Girati in 16 mm nel maggio e giugno 1968 a cadenza periodica e negli anni immediatamente successivi in maniera molto irregolare, vengono immediatamente proiettati al di fuori del circuito commerciale in fabbriche e università occupate, nelle piazze e in alcuni edifici utilizzati por l’occasione. Non c’è un catalogo esaustivo ma generalmente si ritiene che il numero totale sia di 41 che successivamente vengono montati insieme per farne un lungometraggio con lo stesso titolo In anni ulteriormente successivi, in seguito ad un’intervista a Jean-Luc Godard si viene a sapere che Cinetracts nacque da una proposta di Chris Marker e che vi hanno partecipato, lo stesso Godard,Jean-Denis Bonan, Gérard Fromanger, Philippe Garrel, Jean-Pierre Gorin, Jacques Loiseleux, Chris Marker, Jackie Raynal e Alain Resnais. Quando abbiamo iniziato a preparare questa rassegna nel 2024 abbiamo trovato notizie e materiali su Cinetracts. A noi questa cosa del collettivo cinematografico e il nome stesso è piaciuta e quando abbiamo pensato di come intitolare la rassegna abbiamo deciso di chiamarla Cinetracts. Questa è la terza edizione e continuiamo a chiamarla Cinetracts
March 3, 2026
NextEmerson
Da Rebibbia alla campagna tedesca
(visti da Francesco Masala) due film su ragazze e ragazzi, e non solo, e un documentare sulle sale dove andiamo a vedere i film Domani interrogo – Umberto Carteni Anna Ferzetti è la professoressa di una classe nell’anno della maturità, una classe di ragazzi e ragazze in un mondo difficile, come sempre a quell’età. la professoressa d’inglese è una donna
“L’infanzia nel mirino”: dal Festival dei Diritti Umani la memoria di Sarajevo
Dal docufilm “Sniper Alley – To My Brother” la testimonianza viva del dolore, della resilienza e della memoria collettiva dell’assedio di Sarajevo “Un cecchino ha ucciso mio fratello. Ha ucciso anche la mia infanzia” è la frase di Dzemil Hodzic, segnato in modo indelebile dal momento in cui ha visto un proiettile attraversare il petto del fratello maggiore a soli 12 anni, che meglio riesce a condensare il dolore conosciuto da lui e da milioni di altri bambini che hanno vissuto e vivono storie simili alle sue. Il teatro degli orrori allestito durante la guerra civile in Bosnia ed Erzegovina nella prima metà degli anni ‘90, di cui Dzemil è uno dei sopravvissuti, è magistralmente raccontato dal docufilm Sniper Alley – To My Brother (2024), presentato per la prima volta a livello nazionale nella serata di sabato 29 novembre presso lo Spazio Comunale Piazza Forcella a Napoli, in occasione del XVII Festival del Cinema dei Diritti Umani partenopeo. Il lungometraggio, insignito del prestigioso premio per il miglior documentario al Glocal DOC 2025 di Varese, nasce proprio dal progetto di Hodzic “Sniper Alley Photo”, il quale si propone, grazie alle fotografie scattate da importanti reporter di guerra, di tenere viva la memoria della crudeltà quotidiana sperimentata dai cittadini di Sarajevo durante l’Assedio perpetuato dalle forze armate serbo-bosniache tra il 1992 e il 1996. Un quadriennio di sofferenza atroce per il popolo bosniaco musulmano, il cui bilancio è di oltre 11mila vittime, di cui 1.601 bambini. Era uno di questi ultimi Amel Hodzic, fratello maggiore di Dzemil, assassinato all’età di 16 anni da un cecchino la mattina del 3 maggio 1995. Il progetto del lungometraggio è dedicato a lui e a tutto il popolo bosniaco, di cui vuole essere celebrato lo spirito indomito dimostrato nel superare i traumi lasciati da quella ferita che rappresenta la guerra civile, come spiegato dai registi della pellicola Cristiana Lucia Grilli e Francesco Toscani, presenti alla prima insieme a Dzemil. A completare la cornice anche volti autorevoli come Mario Boccia, fotoreporter e autore delle immagini originali inserite nel film, e Nicole Corritore, giornalista di Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, introdotti alla platea da Maurizio del Bufalo, coordinatore del Festival del Cinema dei Diritti Umani. Per ospitare l’evento non esisteva luogo migliore dello Spazio Comunale di Piazza Forcella, la cui sala principale è intitolata ad Annalisa Durante come fortemente desiderato dal padre Giannino. Le vite di Amel e di Annalisa, uccisa nel marzo 2004 da un proiettile ballerino esploso durante un agguato a un boss locale, trovano il loro epilogo per lo stesso motivo, se ce n’è uno: essere lì, trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Le loro morti amaramente contingenti ci ricordano che il dolore, che esso sia prodotto da una faida criminale o da una guerra civile, non possiede etnia, religione o bandiere. Annalisa e Amel sovrappongono le coordinate di Napoli e Sarajevo, avvicinando spiritualmente due luoghi geograficamente distanti ma accomunati da una storia gloriosa avvelenata dai loro uomini, ambiguità difficile da tollerare persino da coloro che hanno ricevuto i natali da queste città. Un sentimento evocato nella pellicola dallo stesso Dzemil, il quale, come racconta, spesso è tornato a visitare la collina su cui era appostato il cecchino che ha sparato al fratello, non riuscendo quindi a godere della bellezza, ora macchiata, della vista della città. Parole che certamente risuoneranno condivisibili da ogni cittadino partenopeo. “Sniper Alley – To My Brother” fa le veci di tutti quei bambini che hanno imparato a temere uno sparo d’arma da fuoco prima dello scoppio di un palloncino e parla a coloro che, persino da adulti, non hanno mai conosciuto e probabilmente conosceranno un fardello tale. Le immagini dell’Assedio di Sarajevo offrono la possibilità di essere maggiormente consapevoli della crudeltà scritta in una pagina estremamente buia della storia europea, rimossa con fin troppa facilità dalla nostra memoria collettiva. Le voci dei protagonisti mantengono fervido il ricordo dell’accaduto per i posteri e si inseriscono in un messaggio di speranza, unico strumento per costruire un futuro in cui la vita prevale sulla morte, rivolto a chiunque abbia visto l’orrore della guerra con i propri occhi. A tal proposito è fondamentale sottolineare l’aderenza ai tempi correnti delle tematiche trattate nel docufilm, come spiega Maurizio Del Bufalo. “Il richiamo esercitato dal massacro dei bambini di Gaza non può non richiamare alla mente la crudeltà di Srebrenica o il disumano impegno dei cecchini di Sarajevo a cui, oggi lo sappiamo con certezza, si accompagnò la caccia all’uomo alimentata anche da gruppi di assassini italiani. Sono storie di crimini che dimostrano quanto i genocidi siano la strategia preferita di tutte le guerre moderne e che nasconderne l’esistenza o rifiutarne le definizioni serve solo ad alimentare orribili complicità”. Le più che mai attuali parole del direttore Del Bufalo, che cita con prontezza non solo il parallelismo tra l’Assedio di Sarajevo e il disastro a Gaza ma anche la follia dei cosiddetti “cecchini del weekend” (vedasi la recente indagine della Procura di Milano riguardo il famigerato Safari di Sarajevo), accendono un faro sulla banalità del male che si palesa nella cornice bellica e sulla crudeltà dell’operato di quelli che si potrebbe troppo facilmente definire mostri, quando si tratta in realtà uomini normali che, tanto in guerra quanto nel quotidiano, si macchiano di gesta mostruose. Redazione Napoli
December 1, 2025
Pressenza
Sostieni il cinema palestinese, supporta Nazra!
ACS lavora insieme a Nazra dal 2017, nella convinzione che la 𝙘𝙪𝙡𝙩𝙪𝙧𝙖 𝙙𝙞𝙛𝙛𝙪𝙨𝙖 𝙚 𝙡𝙖 𝙥𝙡𝙪𝙧𝙖𝙡𝙞𝙩à 𝙙𝙞 𝙨𝙜𝙪𝙖𝙧𝙙𝙞, 𝙫𝙤𝙘𝙞 𝙚 𝙨𝙩𝙤𝙧𝙞𝙚, siano la via da percorrere per praticare, educarci e resistere. 𝗢𝗴𝗻𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗶𝗯𝘂𝘁𝗼 è 𝗶𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗻𝘁𝗲, perché per costruire un progetto così complesso c’è bisogno di risorse. 𝙈𝙖 𝙣𝙤𝙣 𝙙𝙞 𝙩𝙪𝙩𝙩𝙚 𝙡𝙚 𝙧𝙞𝙨𝙤𝙧𝙨𝙚. Nazra vive del lavoro di un piccolo collettivo, che mette a disposizione energie e competenze per continuare a preservare la libertà e l’indipendenza degli spazi della cultura. È per questo che 𝙥𝙪ò 𝙘𝙧𝙚𝙨𝙘𝙚𝙧𝙚 𝙨𝙤𝙡𝙤 𝙞𝙣𝙨𝙞𝙚𝙢𝙚 𝙖 𝙘𝙝𝙞 𝙘𝙞 𝙘𝙧𝙚𝙙𝙚 𝙙𝙖𝙫𝙫𝙚𝙧𝙤, a chi riconosce il valore di una rete fatta di pluralità di voci, non mediate. Noi ci crediamo e facciamo nostro questo progetto per stare insieme nella resistenza. E per diffonderla. Se anche tu credi nel valore di questo progetto sostienilo e diffondilo. Ecco il link al Crowdfunding Nazra 2025
July 25, 2025
ACS italia
[2025-05-08] WAITING 4 HIP HOP CINEFEST 2025 @ CSOA Forte Prenestino
WAITING 4 HIP HOP CINEFEST 2025 CSOA Forte Prenestino - via Federico delpino, Roma, Italy (giovedì, 8 maggio 21:00) CSOA Forte Prenestino giovedì 8 maggio 2025 CinemaForte & Hip Hop Cine Fest presentano WAITING 4 HIP HOP CINEFEST 2025 doppia proiezione dalle ore 21.00 • "CUANDO TE TRAZAS UNA META" Il documentario racconta l’esperienza di Free Convict, un collettivo di artisti e musicisti Hip Hop incarcerati nel Penitenziario Generale del Venezuela, una prigione completamente controllata dai detenuti. In un ambiente di caos, violenza e disperazione durante uno dei periodi più difficili e complessi della crisi venezuelana, questo gruppo di giovani decide di sviluppare un piano autonomo e puramente empirico alla ricerca del cambiamento e del miglioramento personale e collettivo. • "VENEZUELA SUBTERRANEA" Storico documentario che traccia la storia della cultura hip hop in Venezuela attraverso interviste e preziosissimo materiale d’archivio ••• https://forteprenestino.net/attivita/cinema/3354-hip-hop-cine-fest https://hiphopcinefest.org/side-events Hip Hop Cine Fest 9-10 maggio 2025 Casa della Cultura di Torpignattara via Casilina 665 - Roma www.hiphopcinefest.org ••• Sostieni il cinema autogestito! Vieni e fai venire!!! ••• csoa forte prenestino via federico delpino 187 100Celle, Roma
May 6, 2025
Gancio de Roma