Tag - dissenso

NO alla guerra e al governo Meloni, NO sociale al referendum, per un 8 marzo di dissenso!
8 marzo: ore 10:30 da Piazza Fabrizio De André (Magliana); ore 17:00 mobilitazione da Circo Massimo 9 marzo: sciopero e mobilitazione ore 9:30 Piazzale Ostiense Verso la manifestazione nazionale del 14 marzo per un NO sociale al referendum, alla guerra e al governo Meloni. Anche quest’anno per l’8 marzo, Giornata […] L'articolo NO alla guerra e al governo Meloni, NO sociale al referendum, per un 8 marzo di dissenso! su Contropiano.
March 7, 2026
Contropiano
Se la politica è una curva di ultrà
di Danilo Tosarelli Io ho scelto di ragionare la politica. E’ un grande allenamento ed è anche una grande scuola di vita. IN POLITICA PREVALE IL PREPOTENTE? Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è notevolmente trasformato. Posso dire che è peggiorato? Lo dico. Paradossalmente, le tecnologie digitali hanno democratizzato l’accesso all’arena pubblica. Non va bene? No. Lo so che può apparire un controsenso,
Studenti con i lavoratori. Dov’è il problema?
1. Haji è una studentessa del Liceo Machiavelli Capponi di Firenze. È stata segnalata ai Servizi Sociali per aver partecipato alla protesta degli operai de L’Alba davanti al negozio di Patrizia Pepe in piazza Duomo a Firenze. 2. Siamo di fronte a un atto intimidatorio. Prima la convocazione insieme ai […] L'articolo Studenti con i lavoratori. Dov’è il problema? su Contropiano.
February 25, 2026
Contropiano
Stupri: NO al ddl versione Bongiorno
– Da DinamoPress l’inquadramento di Giada Sarra sul DDL Consenso – il lancio del Laboratorio Permanente “Consenso-Scelta-Libertà” – Confederazione Cobas – Cesp – Cobas Scuola: adesione alla manifestazione del 28 -lettera della Casa Internazionale delle Donne sul 15, il 28 e le mobilitazioni 8 e 9 marzo   di Giada Sarra Ddl “Consenso”: quando il “dissenso” serve a proteggere lo
February 21, 2026
La Bottega del Barbieri
Il problema siamo noi
Tra repressione e autodeterminazione: una prospettiva decoloniale «Il problema non è Chomsky, siamo noi». Con questa frase, Raúl Zibechi evidenzia come spesso trasformiamo questioni strutturali in giudizi morali su individui, concentrandoci sul “guru” intoccabile o sul “traditore” colpevole, mentre restano sullo sfondo dinamiche sociali, economiche e culturali. La sua è una critica culturale alla personalizzazione della politica, più che un’accusa rivolta a persone specifiche. Può sembrare aggressivo, in realtà mette in discussione una forma mentis, non i protagonisti del dibattito. La tutela dei diritti umani e della proprietà privata¹ è stata una conquista importante, ma ricerche antropologiche, sociologiche e giuridiche evidenziano i limiti di un approccio che considera solo l’individuo. Da decenni, teorie come il pluralismo giuridico e gli studi decoloniali mettono in discussione l’idea che la persona sia l’unico soggetto del diritto, aprendo lo sguardo verso forme di tutela collettiva e del bene comune, in cui norme e pratiche nascono da relazioni comunitarie e sistemi culturali differenti. La Convenzione ILO 169 e la Dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni  riconoscono diritti collettivi su territorio, cultura e autodeterminazione. Teorie come Earth Jurisprudence e Wild Law spostano l’attenzione dal diritto individuale alle relazioni comunitarie, mentre studiosi italiani come Lenzerini e Pelizzon evidenziano la centralità delle responsabilità relazionali nei sistemi giuridici non occidentali. In questo quadro si colloca anche la critica di Slavoj Žižek. Nel breve saggio Against Human Rights avverte che i diritti umani rischiano di essere usati come strumenti ideologici per moralizzare o intervenire selettivamente, senza cambiare le condizioni materiali che generano ingiustizia. Non li nega, ma mette in guardia dal ridurli a tutela formale di individui astratti. Questo si collega alla prospettiva di Zibechi: entrambi evidenziano come il dibattito politico spesso si concentri su figure simboliche — “guru” o “traditori” — trascurando le dinamiche sociali, economiche e culturali reali che influenzano la vita delle persone. La domanda che ne emerge è semplice, ma profonda: cosa cambia se guardiamo ai problemi concreti della società invece di difendere o attaccare individui? CONTRADDIZIONI ETICHE E FINANZIAMENTI Zibechi da decenni critica Chomsky per i legami accademici con istituzioni finanziate dal Pentagono² negli anni ’50‑’60, evidenzia contraddizioni tra valori dichiarati e contesto istituzionale, un tema comune in molti movimenti sociali. Da queste tensioni etiche nascono pratiche come il BDS, iniziative di consumo critico e reti orizzontali come l’EZLN o Wu Ming 1, dove il volto del leader cede spazio al “noi” e ai processi condivisi. Pur dando l’impressione di frammentazione, queste reti possono dimostrare pluralità, diversità di approcci e cooperazione orizzontale in caso di emergenze³. Movimenti come RAM (Argentina) e CAM (Cile) sono stati criminalizzati come “terroristi”, mentre difensori dei diritti umani contestano l’uso repressivo di questa etichetta. Anche in Europa, la criminalizzazione del dissenso colpisce chi pratica forme di protesta non violenta ma destabilizza la cornice culturale dominante. Nessuno è privo di contraddizioni: persone come Madre Teresa, anche Gandhi e Mujica hanno affrontato critiche documentate⁴ : la reazione scandalizzata spesso riflette identificazione individualista, quando il guru coincide con la propria identità etica o politica, ogni messa in discussione appare come un’aggressione. RESISTENZE STORICHE E ATTUALITÀ DEI CONFLITTI Movimenti storici come quello di Mandela contro l’apartheid o le suffragette nel Regno Unito mostrarono resistenze nate da violazioni profonde dei diritti umani, talvolta ricorrendo ad azioni considerate “aggressive”. L’asimmetria del conflitto – tecnologica, militare o giuridica – è centrale per interpretarne la legittimità. Questo quadro storico complesso non si può ridurre a categorie semplicistiche di “buoni” vs “cattivi” o di “pacifisti” vs “violenti”. Il nodo centrale è spesso quello dell’asimmetria del conflitto. Quando esiste uno squilibrio tecnologico, militare, giuridico, l’analisi morale della risposta come gesto isolato rischia di oscurare la struttura che lo produce. Le discussioni sulla legittimità delle forme di resistenza non possono prescindere da questo. Interrogarsi sull’asimmetria non significa giustificare ogni risposta, ma riconoscere che la violenza non è mai un fenomeno astratto: emerge dentro relazioni di potere diseguali. Questo quadro storico globale aiuta a comprendere le attuali fasi di criminalizzazione del dissenso in Europa, un dibattito che, rispetto a paesi del Sud globale o in via di sviluppo senza sistemi di welfare consolidati, è ancora agli inizi. Movimenti che colpiscono proprietà, sabotano infrastrutture ritenute oppressive o inquinanti, o boicottano centri strategici per il riarmo, rivendicano una distinzione etica tra danno alla proprietà privata e danno alla Vita: persone, alberi, biodiversità. Studiare, comprendere e scrivere di queste pratiche non significa condividerle o praticarle, ma evitare di censurare una realtà “altra” che destabilizza la nostra cornice culturale. Nel continente americano, manifestanti pacifici affrontano arresti, repressione e procedimenti giudiziari — anche giornalisti, osservatori e mediatori — sollevando gravi preoccupazioni per i diritti civili. La repressione proviene da forze statali, guardie private e mafie locali, come evidenziano le azioni dell’ICE negli USA e le sparizioni forzate di persone indigene che denunciano crimini ambientali. La violazione dei diritti umani è documentata e dimostra come nessuna forma di mobilitazione, pacifica o conflittuale, sia risparmiata. Questa distinzione etica resta centrale per comprendere il senso delle azioni dei movimenti sociali extra europei. In Europa, attivisti e movimenti definiti altrove “violenti” o “terroristi” da governi repressivi e privi di stampa libera e indipendente, suscitano disagio, così come accade quando voci afrodiscendenti italiane denunciano il razzismo strutturale anche in ambienti progressisti e di sinistra. Scrittrici e attiviste come Espérance Hakuzwimana Ripanti e Oiza Obasuyi mostrano che la critica non riguarda solo i “razzisti dichiarati”, ma anche i meccanismi inconsapevoli presenti in spazi che si percepiscono inclusivi. Il disagio in chi le ascolta non nasce tanto dal sentirsi accusati individualmente, quanto dal riconoscere di appartenere a un costrutto più ampio. Accettarlo significa spostare lo sguardo dall’“altro” a “noi” e mettere in discussione la forma mentis dominante. È qui che la prospettiva decoloniale diventa centrale: non solo come difesa dei diritti umani, ma come pratica di trasformazione culturale e crescita collettiva. PROSPETTIVA DECOLONIALE In questo senso, l’articolo di Zibechi non è un attacco, ma un invito all’autocritica collettiva. In Italia ed Europa la criminalizzazione del dissenso cresce, con leggi e prassi che restringono gli spazi di protesta e mettono a rischio diritti fondamentali⁵. La difesa dei diritti umani e dei beni comuni non è mai neutra e non è sempre legale: richiede attenzione critica, consapevolezza delle relazioni di potere e delle contraddizioni interne a ogni movimento e società. Le riflessioni indigeniste e decoloniali, consolidate da decenni, non propongono una negazione dell’individuo, bensì un suo riposizionamento dentro il noi. In questa prospettiva, ripensare il “collettivo” significa guardare oltre la figura del leader. Una massa di individui che segue un modello piramidale tende all’omologazione e alla semplificazione (democrazia rappresentativa). Una rete autentica di responsabilità condivise, invece, è orizzontale: custodisce le differenze e rende possibile la coesistenza di molti “mundos verdaderos con verdades” (democrazia partecipata o diretta). Le strutture che governano i nostri territori, i nostri rapporti lavorativi e familiari, rispondono a questa logica o o restano gerarchiche? Il concetto di asimmetria del conflitto aiuta a leggere gli scenari di oppressione contemporanei, comprese le reazioni etichettate come “aggressive” o le provocazioni di Noam Chomsky. Quando pluralità e dissenso vengono trasformati in “nemico interno” e “terrorismo”, la domanda diventa inevitabile: qual è la differenza tra democrazia e dittatura? NOTE A PIÈ DI PAGINA ¹ In Cile la legge antiterrorismo, eredità della dittatura di Pinochet, è stata criticata per violazioni del giusto processo, come detenzione preventiva prolungata, uso di testimoni a volto coperto, e per aver etichettato come “terroristi” i manifestanti. La Corte Interamericana dei Diritti Umani ha più volte annullato condanne basate su questi procedimenti, riconoscendo discriminazione e violazioni dei diritti. Nel 2011 Patricia Troncoso Robles, prigioniera politica Mapuche condannata con questa legge, ricevette a Bologna il Premio Internazionale Daniele per i diritti umani. Nel video della consegna emerge un concetto chiave: per molte comunità Mapuche la terra non è proprietà privata, ma spazio sacro e collettivo, luogo di relazioni ancestrali, in netto contrasto con il paradigma proprietario individualista. ² L’RLE fu sostenuto dal DoD tramite JSEP, che univa fondi di Esercito, Marina e Aeronautica, consentendo ricerca fondamentale a lungo termine. Negli anni ’50‑’60 l’RLE sviluppò radar, comunicazioni digitali, teoria dell’informazione (Shannon), circuiti e semiconduttori, influenzando strumenti moderni di sorveglianza. ³ Studi antropologici e sociologici sui movimenti sociali e su comunità indigene — tra cui quelle mapuche — evidenziano che reti orizzontali di solidarietà consentono cooperazione in situazioni eccezionali senza consolidarsi in strutture gerarchiche rigide e piramidali. Tali reti si attivano in risposta a crisi (difesa territoriale, autodeterminazione) e successivamente ritornano a modalità autonome di azione collettiva. ⁴ Madre Teresa di Calcutta è stata messa in discussione per le condizioni igienico‑sanitarie nelle sue case di cura e per l’accettazione di finanziamenti discutibili (Christopher Hitchens, The Missionary Position, 1995); in almeno un’occasione ricevette cure mediche all’estero per problemi cardiaci e respiratori, in contrasto con l’approccio riservato ai pazienti nelle sue strutture, dove la sofferenza era considerata spiritualmente significativa e gli analgesici spesso assenti. Mahatma Gandhi è stato criticato per aspetti controversi della vita privata e per il suo rapporto con il sistema delle caste (Arundhati Roy, The Doctor and the Saint, 2014); José Mujica è stato contestato da alcune comunità indigene per politiche giudicate insufficienti nella tutela dei territori. Ricordare queste valutazioni non sminuisce il valore storico delle figure, ma ne evita la sacralizzazione: la reazione scandalizzata riflette spesso l’identificazione individualista dell’osservatore. ⁵ Negli ultimi anni in Italia si è assistito a un progressivo inasprimento delle sanzioni per manifestazioni, blocchi stradali e occupazioni, inasprimento accentuato negli ultimi mesi con proposte come i ddl antisemitismo e il ddl sicurezza o le manifestazioni in Emilia Romagna (“La cura non è un reato”) contro le recenti incursioni in ospedale e persecuzione di medici sotto indagine per le non idoneità ai CPR. Organizzazioni per i diritti umani segnalano che misure preventive e penali colpiscono anche proteste non violente. Valentina Fabbri Valenzuela
February 18, 2026
Pressenza
la rete del dissenso
Sabato ci siamo visti a Roma su invito di Ginevra Bompiani in un convegno per creare la rete del dissenso. Emerge dai monologhi di Moni Ovadia, Ugo Mattei e tanti altri una visione frammentata. Non sarà facile la convergenza per tanti gruppi, ognuno con la sua specifica identità. Come mai? Il 70% dei cittadini non conta un cazzo nelle scelte della politica. Il 50%dei cittadini ha capito che il proprio voto non conta un cazzo, perché sono 30 anni che ci fottono. E non va a votare. Quindi oggi si vincono le elezioni con il 25% del consenso reale di tutti i cittadini maggiorenni, anche il 24% con questa legge elettorale. E infatti il 25% dei cittadini apprezza il lavoro del governo Meloni su tasse, salari e pensioni. Questa è ingegneria del consenso. La borghesia domina, gli altri soffrono, ma non importa, perché la destra vince con il consenso dei suoi protetti, i borghesi. Non dimenticate basta il 24% dei cittadini per vincere. Esiste anche l’ingegneria del dissenso. Lo ha svelato un saggista tedesco. Dopo il crollo del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica la CIA ha usato il vecchio motto dell’antica Roma, divide et impera. Le lotte di mille sigle diverse non sono un caso. La balcanizzazione sociale e politica è il risultato di decenni di lavoro dei servizi segreti per incentivare e promuovere l’auto ghettizzazione di mille lotte giustissime ma divise in mille gruppi, mentre prima del 1991 ne esisteva una sola: il Partito Comunista, che riusciva a raccogliere tutte le istanze sociali sotto un’unica bandiera. Oggi abbiamo per ogni battaglia una bandiera, nessuno è più riuscito a fare convergere tutte le istanze sotto una sola bandiera. E la sinistra in parlamento ha perso gran parte della sua credibilità. Quindi partiamo dalla consapevolezza che siamo inconciliabili, partiamo dalla consapevolezza che da soli non contiamo nulla. Partiamo da qui per iniziare un percorso in cui ogni realtà abbraccia tutte le altre realtà, con la propria peculiare identità, rinunciando al fanatismo per guardare insieme verso un orizzonte Comune di sogno, di utopia, di speranza e di nonviolenza, con la concretezza pragmatica che solo un’ autentica e forte volontà di mescolarsi accettando le diversità potrebbe creare una vera rete capace di pescare nell’impossibile, nell’inaudito, nel territorio non esplorato, dove si può costruire l’orizzonte Comune. Ray Man
February 11, 2026
Pressenza
Disobbedienza, sabotaggio, resistenza
Torino, Askatasuna, pacchetto sicurezza: non cronaca, ma prova generale. Una riflessione per uscire dalla contabilità morale sugli scontri e guardare la macchina sicuritaria: legge, repressione, nemico interno. Tre parole chiave …
February 9, 2026
Osservatorio Repressione
Il fermo preventivo che nega i diritti costituzionali
In occasione delle manifestazioni in luogo pubblico e persino aperto al pubblico, le persone ritenute pericolose potranno essere preventivamente trattenute fino a 12 ore dalle forze dell’ordine, senza autorizzazione di un magistrato. Leggendo la nuova misura contenuta nell’ennesimo decreto legge sulla sicurezza, mi è tornata alla mente la storia del […] L'articolo Il fermo preventivo che nega i diritti costituzionali su Contropiano.
February 9, 2026
Contropiano
Il decreto sicurezza è un attacco al dissenso politico
Alcuni primi commenti al decreto sicurezza approvato ieri dal governo e che trasforma il nostro paese in uno stato di polizia. I rilievi del Quirinale erano risibili, la sostanza del provvedimento è gravissima. Prima lo si capisce meglio è. ***** II decreto sicurezza a Palazzo Chigi, insieme allo stato di […] L'articolo Il decreto sicurezza è un attacco al dissenso politico su Contropiano.
February 8, 2026
Contropiano