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Return On Academic Research and School

Publish or vanish
Il sistema delle pubblicazioni scientifiche sta attraversando una fase di profonda trasformazione, segnata da incentivi che spesso privilegiano quantità e rapidità della pubblicazione rispetto alla qualità e al rigore della ricerca. Nel seminario Publish or Vanish Paolo Crosetto ha discusso queste dinamiche proponendo un’analisi delle pressioni strutturali che stanno ridefinendo il sistema editoriale scientifico. Dalla crescita esponenziale degli articoli pubblicati alla diffusione dei modelli author-pays e delle special issue, emergono segnali di un ecosistema sempre più orientato alla produzione di volumi e metriche. Il risultato è un sistema in cui gli incentivi rischiano di distorcere le pratiche della ricerca e di indebolire i meccanismi di controllo della qualità. Riflettere su queste dinamiche è oggi essenziale per comprendere la sostenibilità e la credibilità della comunicazione scientifica. Riprendiamo qui un post apparso su openscience.unimi.it Il sistema della comunicazione scientifica è sottoposto ad incentivi spesso perversi: si premia la quantità e la velocità della disseminazione rispetto alla qualità e al rigore delle verifiche. Grazie all’AI, i costi di produzione di un lavoro scientifico si sono drammaticamente abbassati, incentivando la proliferazione di paper, mentre le case editrici, spesso trainate da motivazioni legate a profitti e dividendi per gli azionisti, sono spinte a massimizzare volumi, flussi e metriche, scaricando i costi su autori e istituzioni accademiche. La sensazione è spesso quella di una perdita di controllo da parte della comunità accademica sui driver che caratterizzano il sistema delle pubblicazioni. La logica del publish or vanish, rafforzata da sistemi di valutazione rigidamente performance-based, ha prodotto un ecosistema in cui la quantità conta più della qualità, la velocità più della riflessione, la conformità più del dissenso. L’open access, nato come promessa di democratizzazione del sapere, è stato progressivamente catturato e riconfigurato come modello di business: non più accesso aperto alla conoscenza, ma accesso a pagamento alla pubblicazione. Un sistema che trasferisce i costi sugli autori (o le istituzioni solitamente pubbliche) e i benefici su pochi grandi intermediari. In questo contesto, la proliferazione delle special issue, spesso alimentata da pratiche predatorie, non è un’anomalia, ma un sintomo. Presentati come spazi tematici di approfondimento, diventano spesso strumenti di accelerazione della produzione, moltiplicatori di articoli, metriche e APC. Non servono a far avanzare il dibattito scientifico, ma a far aumentare la quantità di pubblicazioni, aggirando i vincoli della peer review e delle vecchie pratiche di responsabilità editoriale. E più l’ingranaggio accelera, meno tempo resta per la valutazione critica e il controllo reciproco dei risultati  – che pure sono parte integrante del metodo scientifico. Le evidenze di queste distorsioni sistemiche sono ormai innegabili: inflazione della produzione, revisione affrettata, risultati ridondanti o fragili, perdita di fiducia nei meccanismi di certificazione scientifica. Se la credibilità della scienza si basa su un ‘contratto sociale’ che deve costruire e mantenere istituzioni, pratiche e standard finalizzati a produrre evidenze scientifiche rilevanti e innovative di cui il pubblico e i decisori possano fidarsi, diventa sempre più urgente alimentare una discussione critica su strutture e dinamiche di quel bene pubblico che chiamiamo conoscenza scientifica e sulla sua sostenibilità. Nel corso del seminario Publish or Vanish, tenutosi a Milano il 27 febbraio scorso, Paolo Crosetto, dialogando con Flaminio Squazzoni, ha proposto un’analisi articolata delle trasformazioni che hanno interessato il sistema delle pubblicazioni scientifiche negli ultimi anni, soffermandosi sulle pressioni strutturali che ne stanno ridefinendo equilibri, incentivi e meccanismi di funzionamento. Crosetto ha ripercorso questo tema seguendo il filo conduttore di tre pubblicazioni di cui è stato recentemente coautore: The Strain on scientific publishing (QSS 2024) The Drain of scientific publishing (Arxiv 2025) The issue with special issues:when Guest Editors Publish in Support of Self (Arxiv 2026) Uno dei punti centrali della sua presentazione ha riguardato la crescita esponenziale del numero di articoli scientifici pubblicati a livello globale, a fronte di una sostanziale stagnazione del numero complessivo di ricercatori Questo squilibrio suggerisce che l’aumento della produzione non sia riconducibile a un ampliamento della comunità scientifica, bensì a una crescente pressione sui singoli studiosi, spinti a pubblicare più frequentemente per rispondere agli incentivi. Il relatore ha evidenziato come tale pressione abbia favorito una progressiva monetizzazione del sistema editoriale. Molti editori hanno adottato modelli di business basati sul pagamento da parte degli autori (APC =article processing charges), accelerato i tempi di revisione e ampliato l’offerta di sedi di pubblicazione. Queste strategie si accompagnano a margini di profitto tra i più elevati nel panorama industriale, generando interrogativi sulla sostenibilità e sull’equità del sistema. Un ulteriore elemento critico discusso riguarda la manipolabilità degli indicatori bibliometrici, in particolare dell’Impact Factor, tradizionalmente (ed erroneamente ndr) considerati come proxy di qualità scientifica. Pratiche come autocitazioni strategiche, coercive citations e reti di citazioni incrociate hanno contribuito a un’inflazione generalizzata degli indici, alterando il significato originario di tali metriche e riducendone ulteriormente (se possibile ndr)  l’affidabilità. Nel corso del seminario è stato inoltre sottolineato come il significato stesso di termini quali “rivista”, “pubblicazione” e “numero speciale” abbia subito una sorta di slittamento semantico. L’emergere di mega-riviste con volumi di pubblicazione virtualmente illimitati, alti tassi di accettazione e un ricorso massiccio a numeri speciali ha contribuito a un processo di industrializzazione della produzione scientifica. Questo fenomeno si inserisce in un quadro di crescente concentrazione del mercato editoriale, in cui pochi grandi attori esercitano un controllo significativo sull’offerta, con il rischio di una progressiva perdita di controllo sulla qualità e sulla selettività dei contenuti pubblicati. In merito agli effetti degli incentivi è stata giustamente richiamata la legge di Goodhart: quando una misura quantitativa diventa un obiettivo, tende a perdere il proprio valore informativo. L’adozione sistematica di metriche come criteri di valutazione primaria rischia così di incentivare comportamenti opportunistici e di nascondere la qualità della ricerca in un “mare di quantità”, contribuendo a una perdita di fiducia complessiva nel sistema. Un’ampia parte dell’intervento di Crosetto è stata dedicata all’analisi degli incentivi quantitativi promossi da università e finanziatori. Sistemi di valutazione che premiano principalmente il numero di pubblicazioni hanno intensificato la competizione tra ricercatori e tra paesi, spingendo verso una produzione più rapida e abbondante. L’offerta editoriale si è progressivamente adattata a questa domanda, proponendo modelli open access con tempi di revisione ridotti, numeri speciali tematici spesso gestiti dagli stessi autori e tassi di rigetto inferiori rispetto al passato. Ne deriva una relazione di interdipendenza: gli autori cercano visibilità e avanzamento di carriera, mentre gli editori intercettano tale esigenza trasformandola in fonte di ricavo. Fra le pratiche adattative in risposta agli incentivi è stata citata l’endogenia, nello specifico la pubblicazione di articoli da parte degli editor degli special issues nei numeri speciali che coordinano. Sebbene esistano regole che limitano la percentuale di contributi “interni”, tali limiti non sempre risultano effettivamente rispettati. Il fenomeno appare concentrato in un numero relativamente ristretto di riviste, ma produce effetti sistemici rilevanti in termini di percezione e integrità. Il seminario ha evidenziato come le dinamiche descritte non siano distribuite in modo uniforme a livello internazionale. Alcuni paesi, tra cui l’Italia, risultano ai vertici per numero di articoli pubblicati pro capite su riviste dell’editore MDPI. Tale dato è stato interpretato come indicativo dell’influenza esercitata dalle politiche nazionali di valutazione e finanziamento, che possono incentivare in misura maggiore strategie orientate alla quantità. Un ulteriore nodo critico riguarda la progressiva perdita di controllo da parte della comunità scientifica. I grandi editori privati esercitano oggi un’influenza significativa non solo sulle riviste, ma anche sugli indici, sugli indicatori bibliometrici e sui meccanismi reputazionali. In assenza di un’istanza pubblica di regolamentazione, il mercato tende ad autoregolarsi attraverso associazioni di editori, con evidenti conflitti di interesse. I profitti elevati e i costi di pubblicazione in crescita alimentano una dipendenza strutturale che ricade su ricercatori, istituzioni e finanziatori pubblici, senza che vi sia un effettivo controllo collettivo sulle regole del sistema. Quali sono le possibili alternative/vie di uscita da questa situazione? Vari punti sono emersi dalla discussione con relatore e moderatore. Le soluzioni sono a diversi livelli (regolatorio e implementativo), dal basso ma anche dall’alto. Certamente la spinta della Commissione Europea verso modelli di infrastrutture aperte governate dalle comunità scientifiche (diamond open access o modello Publish review curate) necessita di finanziamenti a livello di singoli paesi e un ripensamento dei modelli di valutazione implementati. Le pratiche di open science possono aiutare se le comunità saranno disposte a gestirle responsabilmente. Il video dell’evento è disponibile su Garr TV Le slide sono disponibili su Zenodo
March 5, 2026
ROARS
L’Università della diseguaglianza
Il 6 gennaio del 2025 sul “Foglio”, è uscito un articolo di Andrea Graziosi sull’università[1], passato non inosservato perché il docente, ex presidente dell’ANVUR, è anche membro di un gruppo di lavoro incaricato dal Ministro Bernini di porre le basi per alcune modifiche al sistema. Per Graziosi gli studi superiori non hanno il fine  di sviluppare il senso critico e favorire la coesione sociale, bensì quello di elevare il livello delle competenze e determinare la stratificazione sociale, ossia collocare i soggetti in differenti livelli di status. Il tema è specificatamente il livello dei redditi, definito in relazione ai voti ottenuti e alla difficoltà delle discipline affrontate con profitto. Non quindi una università che stimola il senso critico e contribuisce a ridurre le diseguaglianze, secondo la visione, ad esempio, sostenuta da Tomaso Montanari nel suo ultimo libro[2], bensì un’accademia votata a selezionare e classificare le persone. Utilizzando un’idea limitrofa a quella del Trikle down, Graziosi sostiene che selezionando e classificando, elevando le competenze di un’élite, di conseguenza vengono aiutati anche i bisognosi che ne ricevono di riflesso i benefici. È quasi un mantra dell’articolo: aiutare i forti per favorire i deboli. Un po’ come Giovanni Gentile: la selezione della classe dirigente era, per il filosofo siciliano, un’operazione democratica perché andava a vantaggio di tutti, che avrebbero beneficiato dell’acquisizione di guide d’eccellenza[3]. Allo stesso modo Graziosi rilancia tale elitismo ma con un linguaggio più neo-darwinista che idealista. La spiegazione è facile. L’università, per Graziosi, è direttamente funzionale all’interesse nazionale e alla competitività produttivistica del paese. Ma quando la strategia è modellata sulla competitività e produttività, allora si entra nella logica selezionista e classificatrice, basata sul merito e sull’eccellenza, come aveva rilevato Michael Young nel suo L’avvento della meritocrazia[4]. Lo stesso Montanari denuncia l’enfasi diffusa sul ruolo professionalizzante dell’Università, che dovrebbe al contrario rimane un luogo di formazione disinteressata[5]. Graziosi sostiene anche che bisogna finirla con l’ossessione di far laureare tutti. È necessario per lui, cioè, far prevalere la qualità sulla quantità. Ovvero gli agili manipoli di Ateniesi e Spartani al posto degli sterminati eserciti di Serse, come sentenziò alla camera dei deputati il ministro dell’istruzione Benedetto Croce il 6 luglio del 1920, anticipando lo spirito della riforma Gentile[6]. Peccato che l’Italia abbia una media di laureati del trenta per certo sul totale della popolazione, a fronte di una media europea del 43 per cento. Anche in una logica graziosiana, incrementare quantitativamente i percorsi di laurea dovrebbe essere un obiettivo primario. La logica di Graziosi a quale ideologia corrisponde? A quella tipica meritocrazia del vertice, affermatasi con la Restaurazione e ritornata in auge con la globalizzazione, enucleata da Pierre Rosanvallon nella Società dell’uguaglianza, in cui l’accesso ai piani alti della società è riservato ad un’esigua minoranza di talentuosi soggetti della base sociale[7]. Il ruolo della scuola e dell’università, dunque, non è quello di elevare il livello culturale e cognitivo dell’intero corpo della nazione, bensì  di garantire l’ascensore sociale a minoranze capaci di accedere all’élite. Graziosi, del resto, risolve facilmente il problema di quanto i “forti” – cioè coloro che escono ben posizionati e classificati dal percorso universitario oppure i migliori dipartimenti e atenei – siano tali per via di determinate condizioni sociali.  Il suo articolo fa infatti solo un fugace riferimento  anche  a coloro che l’ “Università stratifica indirettamente, cioè i tanti che non riescono a entrarvi e cioè e non solo per motivi «sociali», ma anche per difficoltà psicologiche o psichiche o più semplicemente perché non gli va e non gli piace studiare e intendono far altro”. Dunque Graziosi naturalizza l’esistente e considera l’Università come funzionale a una società che impedisce ad alcuni soggetti, per motivi “sociali”, di non accedere ai massimi gradi dell’istruzione, in contrasto con il secondo comma dell’articolo tre della nostra costituzione. Queste idee, dunque, promettono di far inoltrare ulteriormente la nostra università per la via funzionalistica e selettiva in cui si è incamminata progressivamente dalla riforma Berlinguer in poi, passando per l’istituzione dell’ANVUR e per la legge Gelmini.   Mette qui conto di rilevare che, parallelamente al funzionalismo aziendalistico che serpeggia nella visione sul tipo di quella di Graziosi, si è sviluppato in Italia, negli ultimi anni, un ordine del discorso che approda agli stessi esiti disegualitari, ma attraverso la critica della neo-università aziendalistica. Si tratta di un filone che si esercita anche sul tema della scuola e che critica lo sfarinamento dell’architrave disciplinare, nei vari gradi di istruzione, fino al più alto, in nome, appunto, della progettistica e dei processi di qualità puramente quantitativi e prestazionali, in cui il risultato prevale sul percorso formativo. Tuttavia questa filiera di autori, di cui un capofila è sicuramente Ernesto Galli della Loggia (non a caso anch’egli in un gruppo di lavoro istituito dal Ministro Bernini), tende ad attribuire la responsabilità di questi processi involutivi alla cultura di sinistra e in particolare al sessantottismo. Si tratta di un punto di vista neo-umanistico o addirittura neo-idealistico, di marca talvolta dichiaratamente gentiliana, che attribuisce la deriva aziendalistico-produttivistica all’economicismo di estrazione socialista e all’anticlassicismo dei movimenti libertari, confermato dalla paternità politica luigiberlingueriana del 3+2. Ho già avuto modo di notare come questo filone non veda come la cultura progressista, dopo l’89, sia stata sussunta dal neo-liberalismo, a cui più correttamente va fatto risalire il naufragio di cui si parla[8]. La rimozione del tema del turbo-capitalismo contemporaneo, fa si che questa pubblicistica invochi, come soluzione, il ripristino del primato delle humanities in una scuola e un’università pubbliche alleggerite dall’aziendalismo ma anche dalle sue caratteristiche di massa. Paradossalmente, quindi, l’esito è lo stesso di quello auspicato dall’aziendalismo produttivistico criticato, e cioè un’università antidemocratica e della diseguaglianza. E non potrebbe essere altrimenti, dato che viene perso di vista il fattore principale dei processi denunciati: il neo-capitalismo. Un esempio di quanto diciamo è anche la recente raccolta di saggi Università addio, a cura di Giovanni Belardelli, Ernesto Galli della Loggia, Loredana Perla. Fra i contributi raccolti, fanno eccezione i due ultimi. Concetta Cavallini mostra infatti come la subordinazione neoliberista della ricerca al mercato, ne limiti anche la libertà, in teoria tutelata dal costituzionalismo democratico; e Federico Poggianti approfondisce la questione, mostrando come la logica dei progetti europei penalizzi il settore umanistico attraverso una progettistica di impianto sostanzialmente tecnocratico. Gli altri saggi, invece, denunciando aziendalismo e tecnocrazia, finiscono sempre per ignorare il contesto in cui esse si sono affermate, se non quando, a volte in modo davvero paradossale, lo identificano con la cultura di sinistra e con l’aspirazione democratica. Adolfo Scotto di Luzio, ad esempio, nel suo contributo, parla del compito dell’Università, con accenti che ricordano quelli di Graziosi, come “legittimazione della stratificazione per mezzo dell’accesso disuguale degli individui al sistema delle credenziali educative, e dunque alla struttura degli impieghi”[9]. E Loredana Perla, sempre pensando alla riforma Berlinguer: “forse dovremmo  cominciare a guardare  con più disincanto al mito della laurea per tutti, anch’esso figlio di quella stagione di riforme sbagliate. Pur riconoscendo il valore dell’higher education come volano di emancipazione collettiva, forse è arrivato il tempo di cominciare a ragionare sull’ipotesi che a university degree for everyone can’t be the gial, senza essere tacciati di ideologia dell’esclusione”[10]. Stigmatizzando giustamente l’impatto delle università telematiche sullo scadimento della qualità della formazione superiore, Perla non conclude, però, denunciando la mancanza di limiti posti al mercato, bensì sostenendo che  l’antidoto all’ e-learning, è “una società con meno laureati e regole nuove (forse anche  una legge nuova) che garantisca una formazione universitaria che torni ad essere di qualità”[11]. Perla, come Cavallini, a un certo punto imputa al neo-liberismo la paternità di un ingranaggio che toglie ai docenti (in questo caso della scuola) la possibilità di una valutazione che non tenga conto del consenso dei genitori-clienti, ma poi prende il ministro Valditara[12] a paladino delle ragioni del ripristino del principio di autorità (sostituzione delle griglie con i giudizi), senza considerare che il suo governo è del tutto interno alle logiche neoliberiste e anzi volto a implementarle con più convinto produttivismo  rispetto ai gemelli diversi liberal-progressisti. Per Walter Lapini, inoltre, il pensiero progressista degli anni sessanta-settanta avrebbe avuto il torto di rompere con la scuola di allora, “luogo delle élites, spietato con i figli del popolo ma meno spietato del mondo circostante (l’ascensore sociale, come è stato chiamato, passava di rado, ma la sua unica fermata era lì)”. Ciò che non è chiaro è cosa quel pensiero progressista avrebbe a che fare con il principio della competizione, giustamente denunciato da Lapini, ma riportato alla stessa genealogia attraverso i vari Ruberti, Bassanini e ancora Berlinguer. O meglio: avrebbe a che fare con esso, senza che queste pagine ne diano conto, nel senso di aver disancorato le sue istanze libertarie da quelle sociali, trasformando la critica all’istruzione autoritaria in una critica neoliberale ad una cultura non piegata ai processi produttivi. Ma saremmo lontani da non solo da Gramsci ma anche da Don Milani. Altra cosa, del resto, era in origine l’autonomia, promossa nel ciclo delle lotte in alternativa al burocratismo gerarchico dell’epoca fordista e introdotta in Italia con la legge del 1989. Essa ha infatti finito per diventare soltanto un varco al dominio della logica mercatistica, anziché costituire la base per un’autogestione volta a incarnare l’interesse pubblico in modo orizzontale e mutualistico[13]. L’impressione è che il filone pubblicistico neo-umanistico, senza affrontare i nodi del contesto ideologico e materiale che ha prodotto l’attuale situazione, di cui il sessantottismo è solo un fantasma sfigurato, finisca non solo per non poter fornire strumenti per arginare la deriva aziendalista, ma anzi per integrarla con un’infusione di antico elitarismo e autoritarismo. È l’onda lunga del thatcherismo. Già Stuart Hall aveva precocemente rilevato, nel 1980, come una componente fondamentale della nuova ideologia “populista-autoritaria”, fosse la rivendicazione di un’educazione più severa, invocata dai genitori preoccupati dalla scarsa competitività fornita agli studenti da professori troppo permissivi e venati di cultura radical[14]. I “neo-umanisti” peraltro, nel difendere giustamente il ruolo delle humanities, non le vedono insidiate dai valori e dagli interessi dell’impresa e dei processi di soggettivazione da essa prodotti, bensì da ciò che integra i valori classici (in realtà senza cancellarli) aprendoli all’altro: postcolonialismo, femminismo o ambientalismo, a cui si vorrebbe contrapporre la rivalorizzazione dell’identità italiana, oppure di quella occidentale[15]. Anche in Università addio ci sono alcuni spunti in questo senso[16], ma l’esempio più eclatante – come si sa – sono le linee guide sulla storia stilate da Galli della Loggia per il Ministro Valditara, in cui si attribuisce al solo Occidente il senso della storia. Un assunto sconcertante nella sua fallacia, debole orpello ideologico di un aziendalismo produttivista che può ormai legittimarsi soltanto con grandi narrazioni di tipo neo-populista, nazionalista o, presso le stesse élite liberal-progressiste egemonizzate dal neoconservatorismo, occidentalistiche. In questi anni la voce degli studenti si è invece innalzata in senso decisamente contrario a queste visioni diversamente anticostituzionali. In occasione dell’inaugurazione degli anni accademici o in manifestazioni affini, è fiorita un’oratoria tutta incentrata sulla denuncia dell’Università della diseguaglianza e del merito. Sarebbe utile raccogliere questa produzione in un’antologia, a testimonianza di come lo spirito della costituzione repubblicana e antifascista ferva ancora sotto la cenere dello scenario politico in cui recitano soltanto fascisti e pseudo-antifascisti. Da questi interventi emerge chiaro come la retorica dell’eccellenza e il discorso meritocratico abbiano funzionato da copertura ideologica dei tagli al sistema dell’Università e della ricerca: a partire da quelli draconiani di Gelmini[17] fino alla recente scure austeritaria di epoca berniniana. Anche dalle parole di Graziosi emerge come il rilancio dell’università, non venga demandato a un aumento della spesa pubblica, bensì a una selettività funzionale a politiche di disinvestimento o comunque di non rifinanziamento.   I rappresentanti degli studenti, in questi anni, hanno invece denunciato le difficoltà di colleghi che non riescono a tenere il passo degli altri, schiacciati da sperequazioni reddituali e patrimoniali e da una logica sempre più competitiva e produttivistico-performativa del percorso di studio, che caratterizza anche il rapporto fra gli atenei, penalizzando i territori più deboli. Con parole di fuoco i ragazzi hanno lamentato una ricerca piegata alle esigenze del mercato e quindi del profitto, valutata in modo quantitativo e standardizzato. Vorremmo poter credere che possano essere loro a curare i fenomeni morbosi che stanno attraversando l’interregno in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere[18]. *Questo saggio ripropone, con lievi modifiche, un testo uscito sul “Ponte”, n.1, 2026, pp.79-84. [1] Su questo articolo cfr. anche la lucida analisi di Z.Gigli: https://www.lafionda.org/2025/03/21/universita-in-crisi-tra-neoliberismo-elitismo-e-perdita-del-pensiero-critico/ [2] Libera università, Torino, Einaudi, 2025. [3] G.Gentile, Il problema scolastico del dopoguerra, Napoli, ricciardi, 1919, pp.13-14, 75-82. [4] M.Young, L’avvento della meritocrazia, Edizioni di comunità, Roma/Ivrea, 2014 (ediz. originale, The rise of meritocracy, Thames and Hudson, London, 1958). [5] Op.cit. [6] B.Croce, Discorsi parlamentari, Bologna, Il mulino, 2002, p.75. [7] P. Rosanvallon, La società dell’eguaglianza, Castelvecchi,Roma, 2013 pp.111-118 (Edizione originale: La société des egaux, Le Seuil, Paris, 2011). [8] S.Cingari, La meritocrazia, Ediesse-Futura, Roma, 2020, pp.188-189. [9] A.Scotto di Luzio, Un sistema perverso: il 3+2, in G.Belardelli, E.Galli della Loggia, L.Perla, Università addio. La crisi del sapere umanistico in Italia, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2024, P.26. [10] L.Perla, La qualità (perduta) della formazione dello studente universitario, ivi, p.61.   [11] Ivi, pp.64-66. [12] Ivi, p..53. [13] T.Montanari, op.cit., pp.47-51 [14] S.Hall, La politica del thatcherismo: il populismo autoritario, in D.Boothman, F.Giasi e G.Vacca, Gramsci in Gran Bretagna, Bologna, Il mulino, 2015, pp.134-135. Edizione originale: Popular-democratic vs Authoritarian Populism: two ways of taking democracy Seriously, in A.Hunt (a cura di), Marxism and democracy, London, Lawrence and Wishart, 1980, pp.157-185. [15] Cfr.ad esempio A.Graziosi, Occidente e modernità. Vedere un mondo nuovo, Bologna, Il Mulino, 2023. [16] Ad esempio, A.Scotto di Luzio, op.cit., p.30. [17] Sul tema dell’eccellenza rimando al mio seguente articolo: https://www.roars.it/il-mito-delleccellenza-nelluniversita-italiana/ [18] Alludiamo qui al celebre brano dai Quaderni del carcere di Gramsci: Q.3, §34, p.311 (Einaudi, 1975).
March 2, 2026
ROARS
Cosa sta facendo l’America alla sua scienza
Le decisioni dell’amministrazione Trump hanno avuto un impatto significativo sulle università e sulla scienza americane. Tuttavia, il relativo declino dell’influenza scientifica statunitense rientra in una tendenza di più lunga data. -------------------------------------------------------------------------------- Restrizioni sui visti per ricercatori e studenti stranieri, attacchi politici contro alcune delle principali università di ricerca al mondo e improvvise sospensioni dei finanziamenti pubblici, in particolare nei settori del clima e dell’ambiente: dalla rielezione di Donald Trump nel novembre 2024, queste decisioni hanno suscitato notevole sorpresa mediatica. Vengono spesso presentate come una rottura radicale con il modello americano di sostegno alla scienza. Titoli allarmistici sulla stampa internazionale parlano di una “guerra aperta alle università “, di un “accelerato prosciugamento dei finanziamenti scientifici” o addirittura di “scienza sotto assedio “ . Tuttavia, sebbene la loro forma e rapidità siano sorprendenti, la loro logica è molto meno innovativa. Queste misure si inseriscono in tendenze di fondo e ormai strutturali. Accelerano debolezze da tempo identificate: un disimpegno relativo e discontinuo degli investimenti pubblici, una crescente dipendenza dai finanziamenti privati, una concentrazione delle risorse in pochi settori e istituzioni e, soprattutto, una dipendenza duratura da dottorandi e ricercatori stranieri per il progresso di molte frontiere scientifiche. La leadership scientifica americana è il prodotto di una specifica traiettoria storica. A partire dagli anni ’50, nel contesto della Guerra Fredda, il governo federale ha investito massicciamente nella ricerca e nell’istruzione superiore, affiancato dagli sforzi di numerose fondazioni filantropiche private. Finanziamenti pubblici, autonomia accademica e apertura internazionale hanno poi formato un insieme coerente, al servizio del soft power americano. Per diversi decenni, gli indicatori hanno convertito  : predominio della produzione scientifica, capacità di innovazione, eccezionale appeal internazionale e un’accumulazione di premi Nobel. FINANZIAMENTI PUBBLICI PIÙ IRREGOLARI Questo equilibrio, tuttavia, ha iniziato a indebolirsi negli anni ’90. In termini assoluti, gli Stati Uniti rimangono il principale finanziatore mondiale della ricerca, con una spesa interna in R&S che rappresentava circa il 3,4% del PIL all’inizio degli anni ’20. Ma la distribuzione di questo sforzo è cambiata radicalmente: quasi il 70% della R&S americana è ora finanziato dal settore privato , mentre la spesa federale per la ricerca è stagnante intorno allo 0,7% del PIL. Questa dinamica contrasta nettamente con quella di diversi paesi asiatici, in particolare la Cina, dove la spesa pubblica in R&S è aumentata significativamente dagli anni 2000 nell’ambito delle strategie nazionali in corso. I finanziamenti pubblici stanno diventando sempre più irregolari: le università fanno sempre più affidamento sulle tasse universitarie e sulle partnership private, mentre i programmi di studio a lungo termine e le carriere scientifiche stanno diventando meno accessibili per alcuni studenti americani. L’ultima riforma, avviata nel 2026 dall’amministrazione Trump, che impone un tetto significativo ai prestiti federali per master e dottorati – prestiti che in precedenza coprivano l’intero costo degli studi – ridurrà ulteriormente la capacità delle università di fornire formazione a lungo termine, in particolare nelle discipline scientifiche e tecnologiche che richiedono diversi anni di studio. Il film “Ivory Tower” , diretto nel 2014 dal regista Andrew Rossi e basato sulle analisi del sociologo Andrew Delbanco, aveva già messo in guardia dai segnali di esaurimento del modello universitario americano. È in questo contesto che la dipendenza da studenti e dottorandi stranieri sta aumentando notevolmente, in particolare in matematica, tecnologia e data science. UNA DIPENDENZA DAGLI STUDENTI STRANIERI I rapporti annuali della National Science Foundation mostrano che, già a metà degli anni 2010, i titolari di visti temporanei costituivano una parte significativa, spesso la maggioranza, dei dottorandi in diverse discipline chiave: quasi due terzi dei dottorati in informatica e più della metà in ingegneria e matematica. La stragrande maggioranza di loro (80%) rimane poi negli Stati Uniti, se le politiche sull’immigrazione lo consentono. Questa dipendenza, che non ha fatto che aumentare , non è marginale: costituisce ormai un pilastro del funzionamento quotidiano della ricerca americana. Le restrizioni all’immigrazione attuate sotto la prima amministrazione Trump, e poi inasprite nel 2025, non fanno che mettere a nudo una vulnerabilità strategica per il futuro del Paese . Gli sviluppi della scienza americana si sono verificati in un contesto globale profondamente trasformato a partire dagli anni Novanta. La spesa per ricerca e sviluppo sta aumentando rapidamente in Asia, mentre la quota relativa di Stati Uniti ed Europa tende a stabilizzarsi o addirittura a diminuire in molti paesi dell’OCSE. La traiettoria della Cina è centrale in questo senso . Per oltre trent’anni, la Cina ha perseguito una strategia continua, combinando ingenti investimenti, pianificazione a lungo termine, sviluppo di “laboratori chiave”, ridefinizione delle regole del gioco per le classifiche internazionali, potenziamento dei programmi di dottorato e politiche attive per promuovere la pubblicazione e il rientro dei ricercatori espatriati. Questa traiettoria non è semplicemente una questione di recupero tecnologico, ma piuttosto un’appropriazione selettiva di modelli di formazione, organizzazione e governance scientifica, in parte ispirati all’esperienza americana. LA CINA, UN ATTORE IMPORTANTE NELLA PRODUZIONE SCIENTIFICA I risultati sono tangibili oggi: rapida crescita delle pubblicazioni scientifiche – nel 2024 la Cina è diventata il primo Paese al mondo per volume di articoli indicizzati nel database Web of Science , con quasi 880.000 pubblicazioni annue, rispetto alle circa 26.000 dei primi anni 2000 – e soprattutto una crescente presenza nei depositi di brevetti: quasi 1,8 milioni di domande in un solo anno, più di tre volte il volume americano, secondo l’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale ( OMPI ). Inoltre, si stanno attuando politiche mirate per attrarre o riportare in patria ricercatori cinesi formati all’estero, riducendo gradualmente la storica asimmetria con gli Stati Uniti. Lungi dal produrre apertura politica, questa circolazione controllata di modelli contribuisce alla modernizzazione dello Stato, rafforzando al contempo la capacità del potere di controllare e legittimare le élite scientifiche e amministrative . Il recente articolo del New York Times che evidenziava il relativo declino di Harvard e di altre università americane in alcune classifiche globali è stato interpretato come un campanello d’allarme, un segnale di un declino improvviso. In realtà, queste classifiche rivelano principalmente cambiamenti graduali nelle posizioni relative, indicativi di una ristrutturazione di lunga data. Le università americane rimangono prestigiose e selettive, ma non sono più sole ai vertici in un panorama scientifico ormai multipolare. Gli indicatori internazionali di innovazione confermano questa osservazione: in termini assoluti, gli Stati Uniti rimangono uno dei principali investitori mondiali in ricerca e sviluppo. Tuttavia, il loro vantaggio relativo si sta erodendo: dall’inizio degli anni 2000, la crescita dei loro investimenti in R&S è stata significativamente più lenta rispetto a quella di molti paesi concorrenti. Global Innovation Index (2013-2025) – confronto internazionale. Fonte: TheGlobalEconomy.com (Global Innovation Index, WIPO). Al di là delle decisioni dell’amministrazione Trump, le cause sono strutturali: continuità e livello di investimenti pubblici, capacità di formare e trattenere i talenti, coerenza delle priorità scientifiche e enfasi posta sulla ricerca fondamentale. Mentre la Cina e diversi paesi asiatici hanno integrato la scienza nelle strategie nazionali a lungo termine, gli Stati Uniti hanno permesso che incoerenze e squilibri si accumulassero, facendo affidamento sui guadagni della loro passata attrattività. Ciononostante, mantengono università di eccezionale prestigio, significative capacità di finanziamento e innovazione e un potere di attrazione ancora ampiamente dominante. Nel breve termine, non si intravedono segnali di un declino improvviso. Tuttavia, la sostenibilità di questa leadership non può più essere data per scontata. Essa è ora direttamente influenzata da sfide esplicite all’autonomia accademica e alle normali condizioni operative delle università. Questa leadership dipenderà dalla capacità delle università di reclutare liberamente i propri docenti e ricercatori a livello globale; di mantenere politiche e programmi di formazione e ricerca immuni ai cicli politici; di proteggere i propri leader dalle pressioni partitiche; e di garantire a studenti e ricercatori condizioni di lavoro intellettuali stabili e prospettive di carriera. Sono proprio queste le condizioni che le recenti decisioni di Donald Trump hanno reso permanentemente incerte. (Pubblicato su The Coversation)
February 25, 2026
ROARS
I precari delle università portoghesi
Il sistema di ricerca e istruzione superiore portoghese è fondato su un paradosso: nonostante produca scienza di qualità e formi migliaia di dottori di ricerca, oltre il 95% dei ricercatori lavora in condizioni di precarietà strutturale. Questo articolo ricostruisce la storia di come si è arrivati a questo punto, a partire dalle riforme degli anni ’80 e ’90 che, spinte dall’autonomia universitaria e dall’integrazione europea, hanno creato i presupposti per un sistema a due velocità. Da un lato un nucleo ristretto e inamovibile di professori ordinari con grande potere, dall’altro un esercito di “bolseiros” (assegnisti di ricerca) senza diritti, intrappolati in contratti a termine e bandi competitivi perpetui. Attraverso l’analisi di leggi chiave come l’EBIC e il RJIES, e del ruolo ambiguo di figure come Mariano Gago, si svela un meccanismo che usa la precarietà non come eccezione, ma come strumento di controllo e governo, trasformando di fatto le università in feudi autocratici finanziati con denaro pubblico. Il post è tradotto (da una macchina LLM) dall’originale pubblicato sul blog ForBetterScience curato da Leonid Schneider. L’autore/autrice del post è Orthopyxis integra che con questo pseudonimo segnala articoli controversi su PubPeer. In Portogallo, più del 95% di tutte le attività di ricerca sono svolte in condizioni di lavoro precario, da ricercatori laureandi e dottorandi impiegati con una varietà di contratti temporanei, spesso con benefits limitati o assenti, e senza accesso a una carriera. Vengono utilizzati diversi meccanismi per mantenere questa situazione, tra cui “bandi nazionali altamente competitivi” senza fine per posizioni di ricerca temporanee, la creazione di fondazioni pubbliche affiliate alle università ma gestite con diritto privato e centri di ricerca ombrello che assumono ricercatori ai margini del settore pubblico. Per quanto riguarda il personale docente nell’istruzione superiore, oltre il 40% dei professori ha contratti non permanenti. Coloro che hanno posizioni permanenti sono spesso bloccati al rango di professore assistente, con poche o nessuna prospettiva di promozione, mentre i professori ordinari, che rappresentano meno del 10% delle posizioni permanenti, detengono la maggior parte del potere istituzionale. A ciò si aggiunge il fatto che gli istituti di istruzione superiore sono cronicamente sottofinanziati e con carenza di personale, e ci si aspetta o si costringe i ricercatori a insegnare sotto la minaccia di risoluzione o mancato rinnovo del contratto. Questa è la storia di come ci siamo arrivati. LA CREAZIONE DEL SISTEMA L’inizio di questa storia può essere collocato tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Nel decennio precedente, il sistema pubblico di istruzione superiore portoghese aveva subito una massiccia espansione parallelamente alla democratizzazione del paese. Un sistema che era stato limitato alle università di Coimbra, Lisbona e Porto (da quattro a cinque nel tempo) si è rapidamente espanso a circa quaranta istituti pubblici di istruzione superiore (IES, Instituições de Ensino Superior), incluse università e politecnici, sparsi in tutto il paese. Questa espansione è stata accompagnata da una forte spinta a democratizzare il mondo accademico. Sotto la dittatura rovesciata, il governo esercitava uno stretto controllo sulle questioni pedagogiche e amministrative, inclusa la nomina e la destituzione dei rettori, e c’era un ampio consenso nel primo periodo democratico sul fatto che ciò dovesse cambiare. La Legge sull’Autonomia Universitaria del 1988 (Lei da Autonomia das Universidades, LAU) ha istituzionalizzato la governance partecipativa creando assemblee e senati e concedendo agli IES autonomia amministrativa, finanziaria, pedagogica e scientifica, stabilendo al contempo una responsabilità interna. Il rettore rimaneva la massima autorità, ma ora era eletto dall’Assemblea Universitaria, che includeva studenti e personale non docente, sebbene dominata dai professori, mentre il Senato Universitario manteneva poteri decisionali chiave. Il Portogallo è entrato a far parte della Comunità Economica Europea nel 1986, accelerando la sua integrazione nei quadri politici, economici ed educativi europei e rendendo l’allineamento con gli standard scientifici europei una priorità. All’epoca, la R&S era in gran parte confinata a una dozzina di Laboratori di Stato (Laboratórios do Estado, LEs), focalizzati sulla ricerca applicata per le esigenze nazionali, con investimenti limitati nella ricerca di base. Questo doveva cambiare. Anche le carriere accademiche necessitavano di ammodernamento. Il sistema seguiva un modello gerarchico di cattedra in cui gli accademici iniziavano tipicamente come Monitori (assistenti didattici), spesso ancora studenti, poi progredivano ad Assistenti dopo la laurea, quindi a Professore Assistente, Professore Associato e infine Professore Catedratico (Professore Ordinario), di solito all’interno della stessa istituzione. L’avanzamento dipendeva da esami pubblici formali (provas): attitudine all’insegnamento (PAP), dottorato e abilitazione (agregação). Poiché i posti vacanti erano strettamente controllati, la maggior parte degli accademici rimaneva nei ranghi inferiori per tutta la carriera, mentre i Catedratici esercitavano un potere sproporzionato. Le riforme proposte includevano l’abolizione delle fasi di Monitor e Assistente, la sostituzione del PAP con lauree magistrali, la ridefinizione del dottorato come una vera qualifica accademica e la richiesta del completamento del dottorato e dell’indipendenza di ricerca dimostrata per l’ingresso nella carriera accademica. Gli anni ’80 furono anche un periodo di crescente neoliberismo, e queste riforme si svilupparono proprio mentre lo Stato iniziava a ritirarsi dagli impegni a lungo termine per il finanziamento e la stabilità dell’occupazione nell’istruzione superiore. In questo contesto, la LAU del 1988, pur consolidando la democratizzazione e l’apertura, funzionò anche come una sorta di “dono avvelenato”. Alle università fu data l’autonomia finanziaria in un periodo di riduzione dei finanziamenti pubblici. I trasferimenti statali divennero presto insufficienti persino a coprire gli stipendi, costringendo le istituzioni a cavarsela da sole. I tentativi di trasferire i costi sugli studenti attraverso le tasse universitarie all’inizio degli anni ’90 non andarono bene, scatenando massicce proteste a livello nazionale. Di conseguenza, sebbene l’istruzione superiore pubblica in Portogallo non sia gratuita, le tasse universitarie rimangono ben lungi dall’essere sufficienti a coprire i costi reali dell’istruzione. Fu in questo contesto che nel 1989 venne approvato lo Statuto della Borsa di Ricerca Scientifica (Estatuto do Bolseiro de Investigação Científica, EBIC; Legge 40/89). L’EBIC formalizzò le borse di ricerca che esistevano da tempo come sussidi di mantenimento per studenti e laureati ma che mancavano di un quadro giuridico. Fu presentato come un modo per tutelare gli interessi dei borsisti, ma fin dall’inizio funzionò come un meccanismo per aggirare le leggi sul lavoro del paese. Con l’espansione della ricerca finanziata a livello nazionale ed europeo, i progetti richiedevano manodopera e lo status giuridico di “bolseiro” forniva lavoratori essenziali senza diritti lavorativi. Poiché le borse erano legalmente definite come “formazione scientifica” e non come lavoro, le istituzioni ospitanti non erano considerate datori di lavoro e non avevano nessuno degli obblighi del diritto del lavoro. I borsisti erano coperti solo da un regime di sicurezza sociale volontario e di basso livello, calcolato sul salario minimo, non ricevevano indennità di disoccupazione, ferie retribuite, tredicesima o quattordicesima, e avevano diritti di malattia e parentali molto limitati. Tuttavia, i contratti richiedevano l’esclusività, creando servi della gleba vincolati per il nascente sistema nazionale di R&S. Dall’inizio degli anni ’90 in poi, gli IES e persino i vecchi LEs furono sempre più popolati da “bolseiros” che lavoravano a progetti di ricerca con diversi tipi di borse. In questo periodo furono introdotti bandi annuali regolari per borse di master e dottorato. La paga non era male, abbastanza per coprire l’affitto, vivere ragionevolmente bene e spesso finanziare soggiorni di ricerca all’estero. La mobilità, principalmente in Europa, fu fortemente incoraggiata e molte borse sostennero pienamente il completamento di lauree post-laurea fuori dal Portogallo. Queste opportunità di internazionalizzazione e di partecipazione a reti di ricerca erano entusiasmanti per molti giovani che avevano la possibilità di portare avanti ricerche di cui erano appassionati, spesso in istituzioni leader all’estero. A vent’anni non ci si preoccupa molto della malattia o della pensione, e ai borsisti veniva fatto credere che se fossero stati abbastanza bravi, ne sarebbe seguita una carriera accademica. Bastone e carota: la borsa era il bastone, e la carota era la promessa di sicurezza futura e una carriera dignitosa. Durante gli anni ’90, la scienza acquisì tale importanza in Portogallo che le fu assegnato un ministero dedicato, con il Catedratico José Mariano Gago [si veda anche qui] come primo ministro, il genio del male considerato l’architetto del moderno sistema di R&S portoghese. Gago avrebbe poi servito un totale di 13 anni nel governo (1995–2002 e 2005–2011), più a lungo di qualsiasi altro ministro nel Portogallo democratico, passando direttamente dai vertici del mondo accademico al governo, e poi di nuovo al mondo accademico. Una nuova agenzia di finanziamento – la Fundação para a Ciência e a Tecnologia (FCT) – fu creata in linea con la politica di ricerca dell’UE, enfatizzando il finanziamento competitivo. Per accedere a questi fondi, agli IES fu richiesto di organizzare Unità di Ricerca (Unidades de I&D, UIDs), che sarebbero poi state sottoposte a valutazione e classificazione esterna. La FCT divenne anche l’unica gestrice dei bandi nazionali competitivi per borse di dottorato, che furono potenziati per aumentare il numero di dottori di ricerca nel paese, in linea con gli obiettivi dell’UE. Nel frattempo, molti dei primi “bolseiros” stavano finendo il dottorato e gli IES e i LEs non aprivano posizioni permanenti. Per mantenere la festa in corso, la soluzione della FCT fu quella di avviare un programma di borse post-dottorato – borse, non contratti. Dopotutto, se in altri paesi i ricercatori intraprendevano posizioni post-doc dopo il dottorato, si presumeva che il Portogallo dovesse replicare questo modello. E dopo aver finito un post-doc di tre anni? Un altro post-doc di tre anni, e poi un altro ancora… Verso la metà degli anni 2000, diverse ondate di dottori di ricerca si erano accumulate nel sistema come post-doc. Le borse non erano più attraenti come una volta. Le opportunità di soggiorni di ricerca all’estero stavano diventando più difficili e gli stipendi avevano perso gran parte del loro valore dopo anni senza aggiornamenti, inflazione e aggiustamenti economici successivi all’ingresso del Portogallo nella zona euro. Cominciarono a emergere proteste, insieme a una crescente consapevolezza pubblica della situazione precaria affrontata da questi ricercatori. Nel 2003, i “bolseiros” crearono persino una propria associazione – l’Associação dos Bolseiros de Investigação Científica (ABIC) – per far sentire la propria voce. La FCT rispose secondo il suo modus operandi: aprì un nuovo bando competitivo per posizioni di ricerca temporanee. Il programma Ciência 2007 offriva poco più di mille contratti a tempo determinato con pieni benefici lavorativi. Fu pubblicizzato come un’opportunità per i “migliori e più brillanti” di gestire progetti indipendenti in istituzioni portoghesi, con stipendi all’incirca a livello di professore assistente. Migliaia di post-doc fecero domanda, alcuni ottennero un contratto, la maggior parte no. Il programma attrasse anche dottori di ricerca portoghesi che vivevano all’estero e persino alcuni ricercatori stranieri. A questi assegnatari fu fatto credere che i contratti avrebbero aperto la porta a posizioni permanenti. E cosa successe quando i contratti finirono? Esatto! Non successe nulla. Tuttavia, l’iniziativa fu così efficace nel manipolare il precariato accademico che la FCT la istituzionalizzò, lanciando nel 2012 il programma Investigador FCT. Questi bandi offrivano 300-400 contratti a tempo determinato all’anno su tre livelli – Ausiliare, Principale e Coordinatore – in base all’esperienza del candidato. La FCT spinse anche per un quadro giuridico (Legge 28/2013), formalizzando una struttura di carriera nella ricerca precaria e basata sulla competizione. Ciò creò un rituale annuale in cui migliaia di post-doc gareggiavano per poche centinaia di contratti. La stragrande maggioranza rimaneva dipendente dalle borse, ma ora la colpa era loro per non essere “abbastanza bravi” da ottenere un contratto. La FCT era diventata di fatto un’agenzia interinale, collocando sia “bolseiros” che ricercatori a tempo determinato negli IES e nei LEs per coprire le lacune che le istituzioni non potevano colmare con assunzioni regolari. A questo punto è chiaro che due sistemi coesistevano da tempo all’interno degli IES e dei LEs portoghesi. Uno consisteva in un nucleo ristretto di personale permanente, che non aveva mai sperimentato l’insicurezza lavorativa. Tipicamente entravano come assistenti o ricercatori junior, completavano un dottorato e ottenevano una promozione automatica a professore assistente, ma un’ulteriore progressione di carriera era in gran parte bloccata a causa dei tagli di bilancio. L’altro sistema consisteva in un precariato in continua crescita, che sopravviveva con successivi borse, contratti temporanei e incarichi di insegnamento a breve termine, spesso intervallati da disoccupazione non protetta. Questo precariato conduceva non solo la ricerca, ma spesso anche lavoro informale di insegnamento e amministrativo, e le istituzioni non potevano funzionare senza di loro. Si sviluppò una relazione perversa tra i due gruppi. Il personale permanente faceva affidamento sul precariato per mantenere la produzione scientifica e migliorare i propri CV, temendo al contempo che i lavoratori temporanei altamente qualificati potessero eventualmente ottenere posizioni permanenti, minacciando le loro decrescenti prospettive di progressione di carriera. I ricercatori precari, a loro volta, dovevano rimanere in buoni rapporti con il personale permanente, perché non avevano realmente alcun potere o autonomia all’interno delle istituzioni, svolgendo lavoro informale nella speranza di entrare un giorno nei ranghi accademici ufficiali. In questa folle e disfunzionale organizzazione, un piccolo numero di Professori Associati, e specialmente Catedratici, accumulava molteplici posizioni dirigenziali di vertice e concentrava il proprio potere, richiedendo frequentemente crediti di paternità nelle pubblicazioni e affermando il dominio sulla produzione scientifica. Alcuni diventarono di fatto veri e propri despoti dei loro centri di ricerca e dipartimenti IES. Nel frattempo, Mariano Gago (sì, di nuovo lui), nella sua instancabile ricerca di un’autocrazia scientifica neoliberale, spinse silenziosamente per un quadro giuridico che pose fine a ciò che rimaneva della governance democratica negli IES. Con il RJIES (Regime Jurídico das Instituições de Ensino Superior – Quadro Giuridico per gli Istituti di Istruzione Superiore, approvato nel 2007), rettori e presidenti di facoltà non furono più eletti direttamente dalle assemblee scolastiche, ma scelti da Consigli Generali (Conselhos Gerais, CGs) di nuova creazione. Circa due terzi dei membri del CG sono rappresentanti eletti di professori, ricercatori, personale e studenti (in proporzioni diseguali); il restante terzo è costituito da “personalità esterne di riconosciuto merito”, qualunque cosa significhi. Questi illustri esterni sono selezionati dai membri eletti internamente, in processi a lungo criticati per la loro opacità e dipendenza da clientele personali e politiche. I CGs eleggono poi il rettore (o il presidente di facoltà), che nominerà il team esecutivo: pro-rettori, vice-presidenti e il consiglio di gestione. Successivamente, ai CGs rimangono ruoli di supervisione e consulenza, il che significa che l’unico controllo formale sul potere esecutivo è l’organo che lo ha eletto. Senati e assemblee furono declassati a ruoli consultivi, o completamente aboliti. Il governo portoghese continuò a invocare l'”autonomia” accademica per giustificare il non intervento, eliminando di fatto la regolamentazione democratica interna. Il RJIES spinse anche gli IES ad adottare piani strategici, indicatori di performance, obiettivi di efficienza e sistemi di valutazione manageriale. Permise agli IES di diventare fondazioni pubbliche con diritto privato (fundações públicas com direito privado), creare istituti privati o stabilire unità ibride semiprivate, mosse ampiamente viste come una privatizzazione strisciante dell’istruzione superiore. È un eufemismo dire che il RJIES è stato ampiamente odiato e contestato sin dalla sua approvazione. Tuttavia, tutti i tentativi di rivederlo o revocarlo finora non hanno avuto successo. Ciononostante, l’opera della vita di Mariano Gago fu considerata così straordinaria che dopo la sua morte nel 2015 il governo dichiarò il suo compleanno, il 16 maggio, Giornata Nazionale degli Scienziati. Non scherzo, l’uomo è ancora considerato quasi come un santo. **IL TRACOLLO E LA DISCESA NELLA FOLLIA** Poiché gli schemi concepiti per aggirare le leggi sul lavoro tendono sempre a essere abusati, gli IES e i LEs, perennemente a corto di personale e budget, iniziarono a usare l’EBIC per coprire posizioni non accademiche con “bolseiros”. Dato che l’EBIC copriva un’ampia varietà di tipi di borse, richiedendo diversi livelli di istruzione, dal diploma di scuola superiore alle lauree universitarie, il cielo era il limite. Se si poteva redigere un piano di ricerca, nominare un supervisore e allocare fondi in qualche “progetto di ricerca”, lavoratori amministrativi, tecnici e ogni tipo di personale di supporto, dai muratori ai giardinieri, potevano essere assunti come “bolseiros”. Presto, la pratica si espanse oltre il mondo accademico. Diversi dipartimenti governativi, sfruttando scappatoie simili, iniziarono anch’essi ad assumere “bolseiros” e, alla fine, persino aziende private si unirono. Il paese divenne così entusiasta della scienza che tutti potevano finire per essere ricercatori. Questo andò avanti per anni finché non causò uno scandalo a livello nazionale dopo che un’inchiesta dell’emittente pubblica RTP fu trasmessa nel 2016, costringendo il governo ad affrontare la questione. Il PREVPAP (“Programa de Regularização Extraordinária dos Vínculos Precários na Administração Pública” o “Programa Straordinario per la Regolarizzazione dell’Impiego Precario nella Pubblica Amministrazione”, Legge 112/2017) fu approvato per convertire l’impiego precario nel settore pubblico, inclusi i “bolseiros”, in contratti stabili in linea con le leggi nazionali sul lavoro. Nella maggior parte delle aree del settore pubblico, inclusi i LEs, dove il personale non veniva rinnovato da anni, l’iniziativa fu accolta favorevolmente perché questi lavoratori erano chiaramente necessari. Il programma alla fine regolarizzò più di 17.000 posizioni in diversi settori. Tuttavia, quando si trattò degli IES, la storia fu totalmente diversa. A quel punto, a dieci anni dall’entrata in vigore del RJIES, il consiglio dei rettori (CRUP), che si erano praticamente trasformati in signori totalitari dei loro feudi accademici, erano assolutamente indignati per l’imposizione del PREVPAP. Secondo queste creature intitolate, il PREVPAP non salvaguardava il “reclutamento basato sul merito”, che a loro dire era essenziale per le carriere accademiche e di ricerca. Continuavano a insistere sul fatto che i ricercatori e i professori precari non rientravano nella definizione di “bisogni permanenti dell’istituzione” richiesta per la regolarizzazione, perché nelle loro menti questi lavoratori dovevano comunque essere precari. Un alto turnover, sostenevano, è necessario per mantenere il sistema in funzione. Tutto ciò sarebbe ridicolo se non fosse così esasperante, considerando che la maggior parte di questi grandi successi era entrata nel mondo accademico con il vecchio sistema e non aveva mai avuto un solo giorno di insicurezza lavorativa in vita loro, mentre la maggior parte del precariato aveva passato decenni a saltare da un bando competitivo all’altro. Il governo assecondò questo circo, in gran parte grazie al loro ministro della scienza intrigante, il catedratico Manuel Heitor, sempre pronto a eseguire gli ordini dei suoi amici rettori. Di conseguenza, nel settore della scienza e dell’istruzione superiore, delle circa seimila domande PREVPAP presentate, solo circa il 22 percento fu approvato. Per il personale docente e i ricercatori, le cose andarono anche peggio, con solo circa il 13 percento che ottenne contratti stabili attraverso il programma. Queste esclusioni portarono a un’ondata di sfide legali, con molti candidati che intentarono cause legali denunciando violazioni del PREVPAP e delle leggi nazionali sul lavoro. Le cifre nazionali precise per queste azioni legali sono difficili da ottenere, ma i notiziari menzionano spesso dozzine o addirittura centinaia per istituzione. I tribunali si pronunciarono per lo più a favore dei lavoratori, costringendo le istituzioni a integrare molti candidati PREVPAP che avevano precedentemente rifiutato, inclusi ricercatori e professori, e in alcuni casi a ripristinare l’intero stipendio e i diritti di anzianità. Ciò probabilmente costò milioni agli IES e dimostrò che, sebbene i rettori potessero manovrare il governo, non potevano prevalere sui tribunali indipendenti della Repubblica Portoghese. La FCT reagì a questo pasticcio nel suo solito modo, mettendo immediamente in atto un quadro per mantenere agganciato il precariato. Spinse per l’approvazione della Legge 57/2016 (comunemente nota come DL57), che collocava tutti i post-doc attivi con più di tre anni di finanziamento FCT – la massa del precariato con dottorato in Portogallo – sotto contratti temporanei, invece di concedere loro posizioni permanenti nelle istituzioni, come aveva richiesto il PREVPAP. La maggior parte dei ricercatori che avevano precedentemente avuto contratti attraverso i programmi Ciência 2007 e Investigador FCT furono eventualmente integrati nelle loro istituzioni ospitanti, spesso dopo lunghe battaglie legali. Sulla carta, la DL57 affermava che questi nuovi contratti avrebbero dovuto convertirsi in posizioni permanenti dopo sei anni, dando speranza ai ricercatori e scoraggiando il contenzioso. In pratica, tuttavia, gli IES interpretarono la DL57 come meglio credettero, impiegando una serie di strategie per evitare di creare le posizioni permanenti richieste, incluse valutazioni delle performance dubbie programmate per terminare i contratti in anticipo e lo sfruttamento di scappatoie legislative. Con l’inizio della scadenza della prima ondata di contratti DL57, la pressione dei ricercatori e di diversi sindacati sul governo per far rispettare la legge aumentò. La nuova ministra della scienza succeduta a Manuel Heitor, Elvira Fortunato – un’altra catedratica e celebrità scientifica in Portogallo, apparentemente prerequisiti perfetti per un lavoro governativo – dichiarò notoriamente: “Se integriamo tutti nei ruoli permanenti, uccidiamo la scienza”. Questa osservazione oltraggiosa divenne presto un simbolo della lotta contro la precarietà scientifica e fu ripresa nelle proteste con lo slogan “è la precarietà che uccide la scienza”. Fortunato rispose alle pressioni – indovinate come – con un altro bando competitivo, FCT Tenure, che offriva 1.000 posizioni a più di 5.000 ricercatori in procinto di perdere il lavoro. Naturalmente, il bando non era specificamente per questi ricercatori prossimi alla disoccupazione che erano stati nel sistema per anni. Invece, fu aperto a livello internazionale per “assumere i migliori e i più brillanti”, con un modello di finanziamento volutamente complicato, lasciando poco chiaro a quale percorso di carriera corrispondano questi contratti o se siano posizioni veramente permanenti, o solo un’altra reincarnazione di precarietà prolungata. Questo dramma si sta svolgendo attualmente. Alcuni IES sembrano aver imparato la lezione dai precedenti contenziosi e scelgono di aprire posizioni permanenti per i ricercatori DL57. Molti altri, tuttavia, continuano a resistere, e una nuova ondata di cause legali è in corso in questo momento con il sostegno di diversi sindacati. Questa volta, le rivendicazioni vanno oltre le violazioni del diritto del lavoro: i ricercatori denunciano discriminazioni e violazioni dei loro diritti civili a causa della negazione dell’accesso all’impiego pubblico, un diritto esplicitamente protetto dalla Costituzione portoghese. Questi casi stanno ora procedendo nei tribunali di grado inferiore e cominciano a raggiungere la Corte Suprema. Con gli scandali che circondavano l’uso improprio dell’EBIC, la pressione aumentò per revocare questo terribile pezzo di legislazione. Anche questo, naturalmente, finora non ha avuto successo. Nel 2019, il musone e petulante Manuel Heitor sostenne in diverse occasioni che “i borsisti di ricerca non dovrebbero avere contratti di lavoro” e che le borse erano lo strumento migliore per garantire la “libertà intellettuale”, a differenza dei contratti di lavoro come quelli detenuti dai docenti. In risposta, l’ABIC realizzò un video divertente in cui chiedeva che Manuel Heitor fosse liberato dalla sua sicura e comoda cattedra e messo con una borsa, così anche lui avrebbe potuto sperimentare tali illuminate libertà. La FCT alla fine terminò il suo programma di borse post-dottorato, ma i dottorandi hanno continuato a essere finanziati con l’EBIC. I “bolseiros” esistono ancora, inclusi i borsisti post-dottorato, sebbene in numero minore e per lo più legati al finanziamento di progetti di ricerca. Nel frattempo, la FCT ha aumentato il numero di borse di dottorato, che ora superano le 7.000, con gli IES che spingono forte per aumentarle ulteriormente. È stato segnalato un numero crescente di casi in cui gli IES utilizzano questi dottorandi per coprire carenze didattiche. Per sostituire le sue ormai defunte borse post-dottorato, la FCT ha introdotto una nuova categoria di “Ricercatore Junior” con stipendio inferiore all’interno del suo bando per ricercatori, ora ribattezzato CEEC — Concurso Estímulo ao Emprego Científico, che può essere tradotto come “Concorso/Incentivo all’Impiego Scientifico Individuale”. Sì, non forniscono esattamente un impiego scientifico; lo “stimolano”. Il bando viene pubblicato annualmente come competizione internazionale, con i candidati che fanno domanda individualmente per contratti di sei anni, proprio come i vecchi schemi FCT. Assegna circa 300-400 contratti all’anno a circa 5.000 candidati, trasformandolo più in una lotteria che in un processo di assunzione selettivo. Poiché gli assegnatari potrebbero tecnicamente rivendicare diritti lavorativi dopo il contratto di sei anni, molti IES iniziarono a imporre limitazioni all’ospitalità dei candidati. In risposta, la FCT creò nuovi schemi in cui le istituzioni, non i singoli candidati, fanno domanda per quote di assunzione. Una volta assegnate le quote, le istituzioni aprono bandi internazionali, selezionano i candidati e gestiscono i contratti. Per impedire a questi assunti di rivendicare posizioni permanenti negli IES, questi contratti sono per lo più incanalati attraverso fondazioni “ombrello”, associazioni o istituti legalmente separati, che operano con regole di diritto privato, ai margini del settore pubblico. Questi enti più o meno privati sono stati una caratteristica dell’ecosistema IES per qualche tempo, ancor più da quando il RJIES è entrato in vigore, ma il loro numero è assolutamente esploso dal 2017, con l’entusiastica benedizione della FCT. Attualmente, oltre a 8 LEs e 40 IES, il sistema di R&S portoghese include 313 UIDs, e in un mix intricato di UIDs, ci sono 41 Laboratori Associati (LAs), 41 Laboratori Collaborativi (CoLabs), e 26 Centri di Interfaccia Tecnologica, e vari altri tipi di imprese pubblico-private e istituzioni private senza scopo di lucro, tutti presumibilmente partecipanti alla ricerca, allo sviluppo tecnologico o alla comunicazione scientifica. È un sistema così complesso e contorto che fa venire il mal di testa. Questi enti non corrispondono quasi mai a nuove infrastrutture fisiche; sono fondamentalmente fusioni amministrative di unità preesistenti. Ad esempio, i LAs di solito combinano 2, 3 o 4 UIDs, ospitate nei rispettivi vecchi dipartimenti universitari. Quando viene creato un LA, include automaticamente tutti i dottori di ricerca di quelle UIDs, con contratto permanente o meno, con consenso o meno, capitalizzando sui loro CV per la valutazione FCT. A questi membri viene quindi richiesto di aggiungere l’LA alla loro affiliazione e di riconoscerne il finanziamento, che spesso non li avvantaggia mai direttamente. Non viene creato nulla di nuovo; tutto viene semplicemente rinominato e riciclato. Perché? Per attingere ai finanziamenti FCT, aumentare i parametri per le domande di progetto e servire come progetti vanitosi per i docenti di alto rango, il tutto privando molti ricercatori e personale docente di una carriera. I ricercatori assunti in queste entità fantastiche con i finanziamenti FCT lavoreranno presso l’IES, svolgendo sia ricerca che insegnamento. A quale percorso di carriera corrispondano queste assunzioni è incerto, così come la loro stabilità a lungo termine. I bandi per le domande sono così oscuri e fuorvianti che alcuni ricercatori credono di essere stati assunti per posizioni permanenti presso l’IES, solo per scoprire, dopo la firma, che i loro contratti sono legati a un LA o CoLab, che a sua volta ha una data di scadenza dipendente dal rinnovo governativo/FCT. Quando questo intero castello di carte crollerà, e inevitabilmente accadrà, possiamo aspettarci una nuova era di caos e contenziosi nella scienza portoghese. **EPILOGO** Perché c’è un tale ossessione nel mantenere la maggior parte dei lavoratori scientifici e degli educatori nel sistema di R&S e istruzione superiore portoghese in una precarietà permanente? Perché così tante migliaia sono state spinte in un sistema spietato e di sfruttamento, condannate a una vita di precarietà, saltando da un bando competitivo all’altro, solo per essere trattate come usa e getta e sostituibili, senza considerazione per le loro competenze o per i milioni che il paese ha investito nella loro formazione? A mio parere (un’opinione condivisa da molti), tutto si riduce a potere e controllo: mantenere il potere nelle mani di chi già lo detiene. Il mondo accademico portoghese è radicato in una tradizione profondamente gerarchica in cui i catedratici storicamente detenevano un’autorità di livello quasi feudale. Nonostante gli sforzi di democratizzazione degli anni ’70 e ’80, questa struttura non è mai realmente cambiata. C’è anche una cultura profondamente radicata di deferenza verso i catedratici e una tradizione di lunga data di relazioni accoglienti tra mondo accademico e potere politico. L’ex dittatore del Portogallo, António Salazar, era un catedratico; il nostro attuale Presidente, Marcelo Rebelo de Sousa, è anch’egli un catedratico. Il paese ha una lunga storia di estrazione di politici e despoti dai ranghi superiori del mondo accademico. È comune che i migliori accademici entrino e escano dal governo, passando da ruoli ministeriali e tornando comodamente alle loro posizioni accademiche senior. Questa porta girevole è particolarmente visibile nei ministeri e nelle agenzie responsabili della politica per l’istruzione superiore e la scienza, i cui leader provengono quasi sempre direttamente dalle posizioni di vertice di università o politecnici. Ex rettori, presidi, presidenti di politecnico e direttori di unità di ricerca entrano regolarmente in posizioni in cui ci si aspetta che regolino le stesse istituzioni e colleghi con cui lavoravano la settimana prima. Nel frattempo, il governo democraticamente eletto del Portogallo ha un controllo diretto molto limitato sulla governance interna degli IES, che sono diventati piccoli feudi autocratici, il tutto costando miliardi di euro ai contribuenti ogni anno. E siamo chiari, nonostante tutti i discorsi sulla “governance privata” o sul “finanziamento competitivo”, l’istruzione superiore e la R&S portoghese crollerebbero senza un finanziamento pubblico sostenuto. La precarietà assicura che la maggior parte dei ricercatori e professori rimanga dipendente, sostituibile e politicamente debole, e questo, a sua volta, permette a un piccolo gruppo di accademici senior, che in pratica operano in una rete in stile mafioso, di mantenere il controllo sui finanziamenti, le carriere, la governance e l’intera direzione del sistema. E non pensiate che questo stia accadendo senza proteste. Il precariato inizialmente ha impiegato un po’ di tempo a mobilitarsi, convinto che lavorando di più avrebbe potuto eventualmente raggiungere una posizione permanente. Ma col tempo, si è organizzato e la lotta negli ultimi dieci anni è stata incessante. Ogni volta che c’è un evento pensato per mostrare le meraviglie della scienza portoghese, spesso con la presenza di ministri e altri funzionari governativi, gruppi di ricercatori e rappresentanti sindacali si riuniscono fuori per protestare contro le condizioni di lavoro precarie. Queste manifestazioni spesso attirano più attenzione mediatica delle presunte “meraviglie” della scienza celebrate all’interno. Ci sono state alcune proteste su larga scala che hanno coinvolto migliaia di ricercatori. I sindacati hanno dipartimenti dedicati e persino team di avvocati per sostenere i ricercatori precari attraverso molteplici ondate di contenziosi. Alcuni ricercatori precari sono persino diventati loro stessi leader sindacali. Ci sono state vittorie: alcuni ricercatori hanno ottenuto posizioni permanenti o almeno contratti più stabili. Tuttavia, l’essenza del sistema stesso rimane in gran parte non riformata. Ogni successo viene rapidamente compensato dal sistema che trova nuovi modi per mantenere lo status quo.
February 23, 2026
ROARS
Troppo lunghi i tempi di laurea
L’introduzione di un ampio principio di autonomia degli atenei e una nuova struttura dell’ordinamento didattico hanno aperto la strada circa tre decenni fa a profonde modifiche degli assetti universitari, coinvolgenti in ultima analisi le due funzioni cardine dell’università, la ricerca e l’alta formazione. Il processo di innovazioni e correzioni, assieme al dibattito che lo accompagna, rimane ben attivo e rilevanti questioni sono oggi oggetto di normative in itinere. C’è tuttavia un aspetto della nostra alta formazione sulla cui problematicità vi è una assoluta consapevolezza, che non appare però aver sollecitato analisi e dibattiti per affrontare il problema: una particolare, anomala lunghezza dei tempi di laurea. Nonostante la consapevolezza, è opportuno sottolineare ancora la dimensione del problema. Vale assumere come riferimento i completi dati MUR sui laureati e le relative serie storiche 2010-2024, dati che includono i «Laureati per anno di nascita», e dunque informano sull’età di laurea. L’arco degli anni di età al momento della laurea è esteso per ciascun livello di laurea da 22 anni (e meno) a 40 anni (e più). Guardando alla laurea triennale, solo il 30% dei laureati nel 2024 ha 22 anni (o meno), un’età esattamente corrispondente alla durata formale del corso di laurea, data l’età «canonica» di iscrizione di 19 anni. Entro 24 anni di età acquisisce la laurea triennale il 64,9% dei laureati, entro 27 anni l’80%, ed entro 30 anni l’86%. Una limitatissima regolarità dei tempi di laurea e l’estensione temporale dei ritardi caratterizzano le lauree triennali 2024. Passando alla laurea magistrale, solo il 19% di queste lauree si colloca entro i 24 anni, dunque entro la durata formale del 3+2. I ritardi del triennio hanno ovviamente un peso, ed entro i 27 anni vi è il 66% dei laureati magistrali ed entro 30 anni l’80,2%. Dati analoghi si registrano per i laureati magistrali a ciclo unico. Qualche diversità si osserva poi tra gli anni. I dati 2024 mostrano un lieve peggioramento rispetto al 2020 per più lunghi ritardi di laurea sia nelle lauree triennali che in quelle magistrali. Guardando ad anni precedenti, si osserva ad esempio nel 2015-2013 una più bassa quota di lauree nei tempi formali e un più largo recupero negli anni successivi, dunque un impatto iniziale più faticoso e un recupero meno fragile. Le piccole diversità tra gli anni, pur interessanti, lasciano intatta la gravità del problema. È utile infine ricordare che l’età di laurea dipende anche da ritardi di iscrizione e riconoscere però che questi non possono che avere una incidenza minima sulla ampiezza del problema tempi di laurea. Quali fattori possono sottendere i lunghi tempi di laurea? Giungere al livello universitario metodologicamente poco attrezzati certo rallenta un proficuo inserimento. Un primo quesito, molto aperto e rilevante, è appunto la incidenza di un tale fattore. Un secondo riferimento è proprio la struttura dell’ordinamento didattico universitario, il 3+2. Il 3+2 è stato il prodotto italiano del processo di Bologna, un ampio accordo europeo siglato nel 1999 per armonizzare i sistemi di istruzione superiore su tre livelli: Bachelor, Master, Dottorato. L’applicazione italiana è stata piuttosto particolare. Si è infatti focalizzata su due livelli di laurea, i quali a loro volta sono seguiti da master di primo e secondo livello. Nel corso degli anni molti sono stati gli appunti critici e le perplessità su questa applicazione, e suggerimenti di correzioni in un’ottica più generale sono assolutamente attuali. La relazione tra il nostro ordinamento didattico e i nostri tempi di laurea si caratterizza meglio attraverso i dati su status lavorativo e livello di istruzione e la relativa comparazione internazionale. Nella fascia di età 20-24 anni, il 67,4% dei giovani italiani con un già acquisito livello di istruzione universitaria è ancora in education contro una media dei Paesi OECD del 45,8%. Ciò che colpisce di più è la composizione di questa percentuale. Prescindendo dai limitati livelli di disoccupazione, il 58,2% dei nostri giovani laureati in education è fuori la forza lavoro e solo l’8,5% ha un’occupazione contro livelli medi OECD rispettivamente pari a 22.5% e 21%. Molto significativo è poi il confronto con Paesi in cui si mantiene alta la permanenza in education. In Germania, ad esempio, il 52% dei laureati 20-24enni è ancora in education, ma il 34,4% ha un’occupazione e solo il 15,5% è fuori la forza lavoro. Una grande lontananza dalle medie OECD si registra anche nella fascia di età 25-29 anni. Il 30,8% dei nostri laureati 25-29enni è ancora in education contro la media OECD del 18%. Non sorprendentemente, particolare rimane ancora la composizione della nostra percentuale, con un 9,5% di occupati e addirittura un 20,5% dei laureati 25-29enni fuori dal mercato del lavoro. Nella media OECD il 12,1% dei 25-29enni in education ha un’occupazione e il 5,5% è fuori la forza lavoro. Complessivamente, la nostra lunga permanenza in education e l’ampia assenza dal mercato del lavoro indicano una connessione, certamente da approfondire, con la struttura dei due livelli di laurea dell’ordinamento didattico. Un terzo fattore è un ulteriore riferimento per il tema tempi di laurea. Un quesito può chiarirlo meglio: il concreto disegno delle facoltà dei singoli corsi di laurea potrebbe alleviare il problema dei tempi di laurea? Il quesito in termini generali è ovviamente aperto, e dovrebbe esserlo in particolare per gli organi di governo dei corsi di studio. La crescita dei corsi di studio con la istituzione delle due lauree si associa necessariamente a differenti specificità di aree e obiettivi. Una particolare e collegiale attenzione in ciascun corso di laurea a calibrare gli insegnamenti in relazione ad obiettivi diversi delle tipologie di laurea può e dovrebbe dar luogo a preziose costanti verifiche all’interno di ciascun corso di laurea. L’azione dei tanti attori impegnati in modalità diversissime nell’area università è cruciale in un problema le cui conseguenze sono gravissime. Un particolare ritardo d’ingresso nel mercato del lavoro, una maggiore costosità degli studi universitari, la possibile incidenza sugli abbandoni, e infine la indiretta incidenza sulla numerosità delle lauree sono le gravissime conseguenze dei lunghi tempi di laurea. Ai tanti possibili diversi livelli, azioni e interventi per contenerli aiuteranno a contrastare la comparativa limitatezza delle nostre lauree, oggi un vincolo cruciale per la crescita della nostra economia. Pubblicato su Il Corriere della Sera 
February 19, 2026
ROARS
La cattiva scienza e la sua diffusione
Quali sono i motivi per cui gli scienziati adottano comportamenti scorretti? Perché commettono frodi nel loro lavoro scientifico? Cosa è il doping accademico? La valutazione amministrativa della ricerca funziona da incentivo o da freno alle malefatte? Quale è la diffusione della cattiva scienza? E la ricerca italiana soffre di questi problemi? Sono le domande cui si è tentato di rispondere in questo intervento all’Open Science Café organizzato dal Italian Education & Research Network (IRDN)/ ICDI / GARR svoltosi il 12 febbraio 2026. Le slide sono disponibili qua sotto e scaricabili da qua: https://zenodo.org/records/18629005 Open_science_café
February 17, 2026
ROARS
Risultati INVALSI nel curriculum dello studente
Il famoso termometro #INVALSI è arrivato nel curriculum dello studente. Ce lo ricorda Il Sole24Ore oggi. I risultati numerici INVALSI entreranno nel documento digitale personale degli studenti,  obbligati per legge a svolgere i test per poter svolgere gli esami. Per adesso entrano dopo la “Maturità”. Ma cosa significano quei risultati? E chi lo sa. Se si chiede accesso alle prove, questo viene negato. I risultati INVALSI godono di uno strano stato di eccezione. A quanto pare anche presso l’Autorità per la protezione dei dati personali.  Restano ancora senza risposta i due reclami che associazioni e cittadini hanno inviato al Garante proprio sull’eccezionalità dei dati INVALSI. Ma, di questo, parleremo dettagliatamente più avanti. Nessuna sorpresa: i test INVALSI “in pagella” sono un vecchio sogno bipartisan. Non sorprende quindi che i test arrivino là dove si era pensato di farli arrivare. Continua a sorprendere invece il fatto che quando si parla di valutazione raramente (mai?) si parli di valutazione standardizzata. Lo si fa ogni tanto, en passant, dopo ampia premessa sull’utilità (??) dei dati, per pagare un piccolo pegno alla propria coscienza. Ma in fondo sappiamo che per costruire il senso comune serve anche questo.
February 16, 2026
ROARS
L’era della “sbobba accademica” è arrivata
Segnaliamo questo articolo di Seva Gunitsky pubblicato su https://hegemon.substack.com/p/the-age-of-academic-slop-is-upon?utm_medium=web e tradotto dalla redazione  L’era della “sbobba accademica” è arrivata che cosa succede quando l’IA automatizza la “scienza normale”? Seva Gunitsky Lo scorso mese ho concluso un mandato triennale come associate editor di Security Studies, una rivista di relazioni internazionali. Ho iniziato all’inizio del 2023, all’alba dell’era dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM), e ho terminato nel pieno di essa. Una cosa che è cambiata in quel periodo relativamente breve è il volume stesso dei manoscritti. L’estate scorsa il direttore responsabile ci ha scritto per avvertirci che le sottomissioni erano raddoppiate o triplicate rispetto alle medie abituali. Molte avevano ben poco a che fare con il tema della rivista e si concentravano invece su informatica o sicurezza di Internet. Sembra che alcune persone stessero usando l’IA per generare pessimi manoscritti e poi li stessero sparando a raffica in tutto il mondo accademico, senza grande riguardo per la qualità o per l’aderenza alla rivista. Di conseguenza, il nostro tasso di desk reject è salito al 75%. Il desk reject è il primo filtro delle riviste accademiche, in cui il direttore decide quali manoscritti inviare alla peer review. In questo caso ha funzionato come un efficace filtro anti‑sbobba, perché la sbobba era facilmente riconoscibile. Il nostro carico di lavoro è comunque aumentato, ma solo leggermente. Ma che cosa succede quando politologi competenti iniziano a usare gli LLM per generare manoscritti pubblicabili? Articoli che superano non solo il vaglio iniziale dell’editor, ma anche la revisione tra pari? Il politologo Andy Hall ha scritto di recente: > Claude Code e simili stanno arrivando nello studio della politica come un > treno merci. Un singolo accademico sarà in grado di scrivere migliaia di > articoli empirici all’anno (specialmente esperimenti su sondaggi o esperimenti > con LLM)… Dovremo trovare nuovi modi di organizzare e diffondere la ricerca in > scienza politica nel futuro molto prossimo per far fronte a questa ondata. “Migliaia” sembra ottimistico, a meno di adottare uno stile di vita monastico; ma centinaia è assolutamente plausibile. E questi articoli non saranno brutti. Saranno utili in modo circoscritto, metodologicamente corretti e, per lo più, poco interessanti. Il giorno dopo, Hall ha pubblicato una prova di concetto, producendo un articolo scritto quasi interamente con Claude Code: > Oggi ho fatto replicare e ampliare completamente a Claude Code un mio vecchio > articolo che stimava l’effetto del voto universale per posta sull’affluenza e > sugli esiti elettorali… praticamente in un colpo solo. Il tutto ha richiesto > circa un’ora. È un cambiamento di paradigma folle nel modo in cui si fa lavoro > empirico. [enfasi aggiunta] Ho guardato l’articolo creato dall’IA e, pur non essendo qualificato per giudicarne il rigore metodologico, mi è sembrato il tipico articolo quantitativo che potrei trovare in una rivista con peer review. Io non lo leggerei mai, ma qualcuno interessato all’argomento potrebbe farlo. Che cosa ne facciamo di tutto questo? La prima cosa, probabilmente, è smettere di chiamarla “sbobba”. Come osserva Max Read, slop “suggerisce un insieme di qualità — dimenticabilità, prevedibilità, mancanza di originalità, assenza di vita — più che una particolare origine”. I prossimi articoli generati dall’IA possono essere poco originali, ma non sono privi di vita in quel senso. Sono tecnicamente competenti. Rispettano la forma. Sono adeguati. Sono facili da produrre e richiedono poca creatività, ma costituiscono anche quel tipo di lavoro incrementale legittimo che Thomas Kuhn chiamava “scienza normale”. Come chiamarla allora? Slop‑Plus? Sbobbа premium? Forse è troppo duro. Il termine tedesco per la scienza normale di Kuhn è Normalwissenschaft, quindi magari Automatenwissenschaft? Comunque la si chiami, che cosa significa la sua comparsa per il mondo accademico? Sospetto che il valore della teoria originale o elegante diventerà più importante. Il buon lavoro quantitativo sta diventando economico e abbondante; la buona teoria resta difficile. Forse anche il lavoro etnografico acquisterà maggiore valore, così come la raccolta originale di dati che l’IA ancora non è in grado di fare. Ma l’effetto più rilevante è che la peer review diventa sempre più una questione di discernimento o di gusto. Se chiunque può produrre un articolo empirico competente su qualsiasi tema, il collo di bottiglia si sposta sull’individuazione delle domande che vale la pena porre in primo luogo. Questo faceva già parte del mio lavoro di editor: dati due referee report, talvolta contraddittori e occasionalmente sconcertanti, come applicare il mio giudizio e la mia conoscenza del campo per decidere se l’articolo debba andare avanti. In quel mondo, la domanda per revisori ed editor è meno “è corretto?” e più “perché è importante?”. È una domanda inevitabilmente soggettiva, ma non del tutto, perché richiede una solida conoscenza dei dibattiti in corso. Implica ancora conoscere le tensioni e le lacune produttive, gli enigmi interessanti e il senso comune apparentemente consolidato. Questo concetto ha in realtà un nome: phronesis. È il termine con cui Aristotele indicava la saggezza pratica, cioè la capacità di discernere l’azione giusta in circostanze particolari. A differenza dell’episteme (conoscenza scientifica) o della techne (abilità tecnica), la phronesis non può essere ridotta a regole o algoritmi. Richiede esperienza, giudizio e ciò che Aristotele chiamava “percezione”. Non significa semplicemente intelligenza, ma la capacità intellettuale di cogliere gli elementi salienti di una situazione specifica. Michael Polanyi ha fatto una distinzione simile con il concetto di “conoscenza tacita”. Sappiamo più di quanto possiamo dire. Un artigiano esperto non riesce a spiegare completamente perché un lavoro sia eccellente e un altro soltanto competente. Questa conoscenza è incarnata, contestuale e resistente alla formalizzazione. Ed è proprio questo che la rende difficile da automatizzare, almeno per ora. Resterà una qualità umana? Forse sono antropocentrico. I sistemi di IA sono addestrati sui giudizi umani, dopotutto. Ma apprendono comunque una sorta di gusto medio, derivato. Di conseguenza, possono riconoscere ciò che è stato valorizzato, ma sospetto che faticheranno ad anticipare ciò che dovrebbe essere valorizzato. La questione di lungo periodo è se il gusto riguardi fondamentalmente un riconoscimento di pattern a livello profondo (facilmente automatizzabile) o qualcos’altro: contesto, posta in gioco, quel je ne sais quoi della ricerca accademica. Isaiah Berlin chiamava questa qualità “senso della realtà” nel giudizio politico: la capacità di percepire ciò che è possibile e ciò che conta in un determinato momento storico. Non è affatto chiaro che gli LLM possiedano questo senso. Ciò non significa che gli LLM siano solo marginalmente utili per le scienze sociali. Probabilmente si riveleranno davvero importanti per la replicazione, e in particolare per la replicazione pre‑pubblicazione, un lavoro cruciale ma anche ingrato e noioso, tanto che pochi se ne occupano. Se l’IA può rieseguire abitualmente le analisi e segnalare discrepanze, è già un contributo enorme all’integrità scientifica. Li ho trovati utili anche per riassumere testi brevi e, nel mio uso più frequente e frivolo, per produrre immagini per le mie lezioni (come quella in cima a questo pezzo). Non sono quindi un luddista dell’IA, quanto piuttosto qualcuno per cui la tecnologia non è ancora trasformativa. Pubblica e scompari Se il discernimento diventa l’arbitro ultimo della qualità, ci stiamo muovendo ancora di più verso un sistema a due livelli nella pubblicazione accademica. Le riviste di punta si concentreranno su articoli straordinariamente originali o su importanti svolte teoriche o empiriche, mentre tutti gli altri pubblicheranno articoli prodotti dall’IA che avanzano incrementalmente la nostra comprensione di aspetti ristretti. E forse la teoria acquisirà un prestigio crescente rispetto ai metodi sofisticati di analisi dei dati. Si può sognare. Teoria ed empiria sono ovviamente entrambe parti fondamentali della scienza, ma il pericolo è che il diluvio di Automatenwissenschaft diventi una sorta di materia oscura accademica, che serve a gonfiare i CV e a soddisfare metriche burocratiche, ma che nessuno legge davvero o utilizza. In parte è già così, ma l’IA accelera enormemente il processo. Per molti studiosi questo comporta il passaggio da un modello “Publish or Perish” a uno “Publish and Vanish”. E, nel consumare la letteratura, questa biforcazione costringe gli studiosi ad affidarsi ancora di più alle gerarchie di prestigio come euristica di importanza. Paradossalmente, l’effetto livellante dell’IA potrebbe rendere l’accademia più elitaria. I professori sono stati in prima linea nel consumo di sbobba. Nuotavamo in temi prodotti dall’IA ben prima che la maggior parte delle persone sapesse cosa fosse ChatGPT. È ancora la principale lamentela dei miei colleghi. Abbiamo visto quanto fosse fastidiosamente efficace, quindi non sorprende che ci rivolgiamo agli stessi strumenti per la nostra ricerca, soprattutto per il coding o il lavoro quantitativo. La tecnologia che ci ha sommersi di elaborati studenteschi ora sommergerà noi con il nostro stesso lavoro, e avremo bisogno di ancora più di quel discernimento di cui ci siamo sempre lamentati che i nostri studenti non possedessero. Fonte originale 
February 12, 2026
ROARS
Insegnare a scrivere prompt: è questo il futuro della scuola?
Guardare nella cartella dello spam o delle promozioni della propria e-mail è sempre un’operazione produttiva e, per fare un gioco di parole, predittiva: nella prima si possono scoprire siti internet bloccati, newsletters che si sono indicate come “spazzatura”, ma è la cartella “promozioni”, specie se si insegna, quella davvero indicativa per capire come si muove la scuola italiana e quale direzione stia prendendo.   -------------------------------------------------------------------------------- Guardare nella cartella dello spam o delle promozioni della propria e-mail è sempre un’operazione produttiva e, per fare un gioco di parole, predittiva: nella prima si possono scoprire siti internet bloccati, newsletters che si sono indicate come “spazzatura”, ma è la cartella “promozioni”, specie se si insegna, quella davvero indicativa per capire come si muove la scuola italiana e quale direzione stia prendendo. Gennaio è un mese interlocutorio, prima dell’inizio della “guerra delle adozioni”, ma le case editrici stanno “preparando il terreno” con webinar appositi per fidelizzare i docenti. Negli anni passati ne ho frequentati di memorabili, come quello di Corrado Bologna sul tema del doppio nella letteratura del Novecento, di Riccardo Bruscagli sul Principe di Machiavelli; molti docenti di lettere, poi, si sono formati sulla didattica della scrittura attraverso le iniziative di professionisti esemplari come Paola Rocchi e Angelo Roncoroni. Ora, invece, dopo l’esplosione dell’AI (o IA), sembra che nessuna attività didattica possa essere svolta a scuola senza l’apporto e l’intermediazione delle intelligenze artificiali. E quindi siamo inondati di webinar su come stimolare la creatività digitale con l’AI, sull’applicazione dell’AI alle lingue classiche o alle discipline STEM, in classi, badate bene, in cui dopo la Circolare Ministeriale n. 3392 del 16 giugno 2025, è vietato l’uso degli smartphone e, se si consente il BYOD, discrimina tra studenti che hanno accesso alla rete wifi d’Istituto e altri che vivono le ore offline: il classico pasticcio all’italiana, insomma. Anche le proposte di formazione dei vari Uffici Scolastici Provinciali sono tutte improntate all’utilizzo dell’AI, con un ventaglio di corsi di formazione per docenti su piattaforma FUTURA sempre legati alle varie intelligenze artificiali. Si tratta, mi è stato spiegato dagli addetti ai lavori, di corsi legati a vincoli del PNRR: nel concreto, si possono pagare, per esempio, dei formatori per condurre un corso di 20 ore sull’AI integrata in Canva o in Drive, ma attivare un corso su “Insegnare il secondo Novecento”, di cui ci sarebbe un gran bisogno, risulta impossibile da organizzare coi fondi europei. La bolla social Anche la bolla social contribuisce a creare questo interesse, quasi morboso, verso l’AI, con storie postate sulle varie piattaforme che magnificano le magnifiche sorti e progressive di applicazioni come la recentissima Google Notebook LM, in grado di creare infografiche e riassunti “dandole in pasto” testi scelti dai docenti in formato .pdf, .doc o scansioni. Sul blog Geniusuite (l’articolo è reperibile qui), si scrive infatti che «a differenza di chatbot generici come Gemini o ChatGPT, Notebook LM si basa esclusivamente sulle fonti caricate dall’utente, garantendo risposte affidabili e contestualizzate. Questo lo rende uno strumento ideale per docenti e studenti che vogliono approfondire argomenti specifici, generare riassunti e creare materiali personalizzati per la scuola». Sempre il blog sopracitato ci informa che con Notebook LM si possono analizzare contenuti multimediali come video di YouTube e siti web, porre domande e ottenere risposte basate esclusivamente sulle fonti caricate, estrarre e organizzare informazioni chiave con note e riepiloghi automatici, creare mappe concettuali e timeline per una visione d’insieme degli argomenti trattati. Insomma, a differenza di altre AI, che lavorano su grandi database generali e possono anche “pescare” informazioni non precise, basate su dati statistici, con questa AI gli studenti, caricando loro appunti e materiali di varia tipologia, possono generare strumenti per lo studio come infografiche, mappe, file audio e altro ancora. Allontanarsi dal testo L’obiettivo quindi di tutte queste AI sembrerebbe lo stesso: evitare il contatto diretto con un testo complesso e porgere agli studenti materiale già vivisezionato, riassunto, mappato, trasformato in infografica, linea del tempo oppure in un file audio MP3. Non siamo luddisti: questa operazione è sicuramente proficua per gli studenti con BES e DSA, soprattutto per coloro il cui apprendimento passa attraverso il canale iconico oppure uditivo. Ottenere in pochi minuti un’infografica o una mappa concettuale che riassuma i concetti-chiave di un intero capitolo è un grande vantaggio per una scuola più inclusiva. Gli stessi docenti possono, per esempio, semplificare un testo adattandolo, per esempio, a NAI con competenze di italiano A2. Mi sorgono però due dubbi: il primo rimanda ai corsi sulla dislessia che ho frequentato in passato, in cui si diceva esplicitamente che le mappe e gli schemi andrebbero prodotti dagli studenti stessi, in base al loro stile di apprendimento; il secondo è relativo al bypassare qualsiasi contatto con le fonti dirette e studiare direttamente su compendi o mappe create dalle AI. In memoria di Serianni Il Prof. Serianni aveva fatto del riassunto uno dei suoi cavalli di battaglia, tanto che esso rimane, saldamente, nelle richieste tanto della Tipologia A, quanto della Tipologia B dell’Esame di Maturità; già in tempi sospetti, però, aveva posto l’attenzione sui riassunti generati automaticamente da software, sottolineando la necessità di continuare in questo esercizio. In un’intervista su «Repubblica», del 2017, il compianto linguista sosteneva la necessità di stendere più riassunti in classe, «Per “allenare i ragazzi a strutturare un testo”. E dare loro più parole a disposizione per “aumentare il loro lessico” ora compresso in un tweet e nel linguaggio abbreviato dei social e degli smartphone» (I. Venturi, La svolta di Mister italiano: “Dalle medie alla maturità meno temi e più riassunti”, «La Repubblica», 18.09.2017). In tutta onestà, proporre nel 2026 riassunti come pratica domestica o come esercitazione mi sembra un’operazione un po’ stucchevole e obsoleta: l’AI riesce a creare riassunti spesso migliori di quelli degli umani, gli studenti ne fanno largo uso e quindi, mi sembra tempo perso per noi e per loro. Tuttavia è innegabile che avere già tutto riassunto, sintetizzato, mappato, schematizzato, oltre ad allontanare sempre più dal testo originale, sia esso letterario o funzionale, depotenzi le competenze di comprensione di concetti complessi e, a mio avviso, darà un’ulteriore spinta alla semplificazione lessicale a cui si sta assistendo, tanto che si parla di Generazione 20 parole. Alzi la mano chi non ha notato, in questi ultimi anni, un impoverimento lessicale degli studenti, a cui corrisponde un impoverimento del loro pensiero? Termini che dieci anni fa erano perfettamente intellegibili, ora non lo sono più: tanto per fare qualche esempio, si pensi a “ostico”, “pedante”, “fazioso”, “celere” parole ormai, per continuare con termini incomprensibili agli adolescenti, “desuete”. Dispersione implicita? Abdicare quindi a riassumere, creare infografiche in autonomia, stendere testi per tappe significa, implicitamente, porre una pietra tombale sulla promozione di competenze da parte degli studenti (e dei futuri docenti). Il problema infatti non si pone nel caso di professionisti che hanno trascorso gli anni universitari a riassumere Copisti e filologi di Wilson e Reynolds o a creare presentazioni per le spiegazioni in classe, ma per chi potrà svolgere queste operazioni attraverso, per esempio, Notebook LM o altre AI. È come se il fine della scuola superiore fosse percorrere una maratona, ma per 5 anni ci si allenasse solo sugli 800 metri: via via diventerà impossibile soddisfare delle richieste che sono rimaste all’epoca pre AI. Se penso agli studenti in uscita dai futuri percorsi di scuola superiore, mi vengo i brividi nel pensarli alle prese, per esempio, con la prosa di Gianfranco Contini o di un saggio di filosofia del linguaggio: mancano degli strumenti concettuali, ma, prendendo un’espressione cara alla neuroscienziata cognitivista Maryanne Wolf, soprattutto la pazienza cognitiva, per soffermarsi su un testo, analizzarne l’argomentazione e cercare di far sedimentare i concetti nella propria mente. Creare consapevolezza sull’AI Nel corrente anno scolastico, nel Liceo Economico Sociale in cui insegno italiano, abbiamo cercato di sensibilizzare gli studenti sui rischi di affidarsi ciecamente all’AI. Diciamolo senza mezzi termini: anche se si magnifica l’implementazione dello spirito critico grazie all’AI, questa viene usata per lo più come assistente personale e ripetitore a basso costo (per non parlare nello sconfinamento a psicologo gratuito). Quando, durante un compito domestico, si manifestano delle difficoltà, ecco che si apre CHAT GPT o Gemini e si inizia una conversazione. In un bell’articolo analizzato in classe, uscito su Wired (recuperalo qui), si parla appunto di un’epistemia che si è sostituita all’episteme dell’antica Grecia. Secondo l’autore, Luca Zorloni, infatti, epistemia «identifica questa nuova stagione della nostra società dominata dalla costruzione di una impressione di conoscenza che sta in piedi perché non si sa, perché non si sa delegare all’AI e perché non si sa controllare e verificare il risultato. Ci si bea, in compenso, di una risposta cucita talmente bene da illuderci di non poter essere che vera». Zorloni continua sostenendo che «L’AI ci renderà più stupidi se vorremo cullarci nella stupidità indotta. Se ci accontenteremo della prima risposta del chatbot, senza considerare i meccanismi probabilistici che governano il funzionamento dei grandi modelli linguistici». Quale didattica? Mi capita spesso di confrontarmi, nelle pause caffè, con diversi colleghi e, al mio catastrofismo, molti ribattono con pacatezza: «Matteo, è inutile che chiedi le costanti letterarie di Svevo, le trovano tutte su CHATGPT, devi spingere su altre richieste, come per esempio una particolare interpretazione del finale della Coscienza di Zeno, un’attualizzazione del contenuto del libro». Altri, invece, vanno sostenendo di non chiedere più contenuti, ma solo interpretazioni e approfondimenti. Non so, questa ultima deriva mi pare un po’ pericolosa, specie perché, in primo luogo, le competenze (di interpretazione, analisi, problematizzazione) non si possono generare senza un sostrato di conoscenze e abilità. Mi sembra poi che se una metodologia simile avvantaggia una categoria di studenti (quelli con spirito critico e capacità di interiorizzazione dei contenuti), vada a detrimento di una larga fetta di studenti che raggiungono livelli sufficienti o buoni e tendono a riprodurre i contenuti del docente, più che a farli propri. Perdonatemi il paragone culinario, ma è come se durante una sfida di Masterchef, venga richiesto a cuochi amatoriali più o meno bravi, di cucinare un’anatra all’arancia con riduzione di frutti rossi…il rischio è che metà della classe presenti qualcosa di immangiabile. AI e impatto ecologico: paradossi ridicoli intorno all’Educazione Civica Luca Maria Mercurio, nell’articolo Quanto inquina l’AI e perché? L’impatto ambientale sul consumo di acqua, energia e CO2, ci informa (se ancora non lo sapessimo) che «una mail di 100 parole scritta da ChatGPT-4 può “consumare” più di mezzo litro d’acqua; se un americano su 10 attualmente impiegati mandasse una mail con ChatGPT-4 alla settimana, i server utilizzerebbero 435 milioni di litri d’acqua all’anno, il fabbisogno idrico di un giorno e mezzo dell’area di Rhode Island (circa 1 milione di abitanti)». Ci vantiamo della nostra coscienza ecologica, di essere una generazione attenta all’impatto ambientale di ogni nostra azione, progettiamo (al I e II grado) moduli di Educazione Civica sugli Obiettivi di Agenda 2030, intorno magari al Goal 12 “Consumo e produzione responsabili”, ma poi prevediamo attività in cui gli studenti smanettano per ore sulle AI scrivendo prompt su prompt per creare immagini e infografiche, con un consumo di acqua abnorme. Mi sembra francamente un paradosso imbarazzante per dei professionisti dell’educazione. Stabilire priorità, per la democrazia Come sostengo sempre, se il digitale è buono e può migliorare l’apprendimento, va sicuramente integrato, ma spesso mi sembra solo una moda, e soprattutto uno strumento per rendere le lezioni accattivanti quando, sotto sotto, di profondo non c’è nulla. Ma una bella infografica generata con Notebook LM ora non si nega a nessuno: peccato che siano quasi tutte uguali e di una banalità sconcertante. Il rischio, per riprendere il titolo, è che in futuro, invece di insegnare ad argomentare, a scrivere e a risolvere problemi, ci ridurremo a insegnare come scrivere adeguatamente un prompt per le AI del futuro. In ciò sta una sconfitta della scuola come palestra di libertà, di critica, ma soprattutto come ambiente in cui gli studenti si dotano degli strumenti necessari a comprendere il mondo. Venendo alle materie umanistiche, su cui posso esprimere un giudizio motivato, sono preoccupanti le già riscontrate lacune lessicali, ma anche l’incapacità degli studenti nello strutturare un discorso che non si riduca a membri giustapposti. I recenti dati Invalsi del 2025 dimostrano poi un calo del 7,5% rispetto ai livelli pre-pandemia nella comprensione del testo e nella riflessione grammaticale e lessicale: mi sembrano queste le vere emergenze da affrontare in classe, non la rincorsa all’ultima applicazione in grado di allontanare gli studenti dalla lingua e dai testi complessi, che, andando avanti così, non riusciranno più a comprendere. Con un colpo enorme inflitto alla democrazia. Questo articolo è ripreso dal blog personale dell’autore (https://profmatteozenoni.com/), uno spazio di riflessione aperto su letteratura, scuola e didattica.
February 11, 2026
ROARS
Contro la scuola neoliberale
Il 30 gennaio è uscito per nottetempo Contro la scuola neoliberale, a cura di Mimmo Cangiano, con contributi di Daniele Lo Vetere, Marco Maurizi, Marina Polacco, Rossella Latempa, Attilio Scuderi, Emanuela Bandini, Emanuele Zinato, Roberto Contu. Pubblichiamo un estratto del sesto capitolo: Piuttosto che niente è meglio piuttosto? Riflessioni intorno al PNRR Scuola di Emanuela Bandini. --------------------------------------------------------------------------------  UN PIANO NAZIONALE DI RIPRESA O DI RIFORMA? Quando sulla scuola italiana si è abbattuta la pioggia di miliardi del pnrr, la maggior parte di chi a scuola ci lavora (docenti, dirigenti, personale amministrativo e collaboratori scolastici) ha sperato che tutti quei soldi sarebbero stati utilizzati, finalmente, per mettere mano, in modo diffuso e definitivo, all’edilizia scolastica sistemando aule, ristrutturando servizi igienici, migliorando l’accessibilità per le persone disabili, mettendo finalmente a norma gli oltre ventimila edifici che mancano del certificato di agibilità o di quello di prevenzione incendi – per non parlare delle otto scuole (e mezza) su dieci non progettate secondo le norme antisismiche [1]. Invece, i finanziamenti europei della Missione 4 del Piano nazionale di ripresa e resilienza sono diventati l’occasione per un tentativo di riforma generale della scuola, che investe anche, fra gli altri, gli ambiti della formazione iniziale e del reclutamento dei docenti (questi, come al solito, a costo quasi zero), quello dei percorsi d’istruzione (con il potenziamento degli istituti tecnici superiori e la riforma dell’istruzione tecnica e professionale) e quello del monitoraggio del sistema attraverso l’estensione dei test PISA e INVALSI. Non si affronteranno, qui, le questioni generali legate all’insieme di tutte queste iniziative, che sollevano anche una serie di interrogativi di tipo più strettamente politico (per esempio, sugli effetti generali dell’adozione del sistema di governance europea anche nella scuola) e di visione complessiva del sistema d’istruzione (il dibattito sul concetto di competenza; il peso enorme ormai assegnato alla digitalizzazione e alle STEM, le discipline scientifico-tecnologiche; il rapporto tra scuola e mondo del lavoro [2], quanto le criticità e le incongruenze della realizzazione concreta del PNRR con cui le scuole e i docenti si sono dovuti confrontare da un paio d’anni a questa parte. La struttura generale della Missione 4 del PNRR Innanzitutto, il cosiddetto PNRR Scuola, che ammonta a 17,59 miliardi di euro, è diviso in tre blocchi: il primo relativo alle Riforme generali, che, come si diceva, sono quasi a costo zero (il che significa, come gli insegnanti ben sanno dalla “Riforma” Gelmini [3] in poi, un aggravio della funzione docente o un taglio delle cattedre, e comunque che a pagare le riforme generali saranno, in qualche modo, insegnanti e studenti), a parte una trentina di milioni di euro per la creazione di Scuole di Alta formazione per docenti; il secondo dedicato alle Infrastrutture (12,66 miliardi di euro) e il terzo alle Competenze (4,9 miliardi di euro) [4]. Degli oltre 12 miliardi di euro messi a bilancio sotto la voce Infrastrutture, solo 4 (scarsi) sono stati riservati in modo specifico alla messa in sicurezza e riqualificazione delle scuole (oltre a 800 milioni per la costruzione di nuovi edifici e 300 milioni per le strutture sportive): se li dividiamo per i più di quarantamila istituti italiani, significano un po’ meno di 40.000 euro per ciascuno. Spiccioli, come sa chiunque abbia ristrutturato anche solo il bagno di casa. In realtà, come si vedrà, la somma non è stata ripartita in modo uguale fra le scuole ma, con il sistema dei bandi, alcune hanno ricevuto parecchie decine di migliaia di euro, altre quasi nulla – nonostante gli interventi edili e infrastrutturali (si tratti di impianti di riscaldamento vecchi, scale antincendio assenti o soffitti ammalorati…) siano una delle necessità più diffuse e urgenti per quasi tutti gli istituti scolastici della penisola, dal momento che quasi il 90% degli edifici è stato costruito prima del 2000. Invece, una parte non indifferente di questo capitolo di spesa relativo alle infrastrutture, di oltre 2 miliardi di euro, è stata riservata ad accompagnare la scuola italiana verso la definitiva informatizzazione non solo delle procedure burocratiche, ma soprattutto della didattica: si tratta di denaro destinato alla realizzazione di aule, laboratori e segreterie con dotazioni informatiche d’avanguardia. I restanti 5 miliardi scarsi dei 17 totali rientrano sotto la voce Competenze e, anche di questi, quasi 2 sono dedicati, in modi e percentuali diverse, alla “digitalizzazione” di docenti, studenti e personale scolastico attraverso appositi corsi di formazione che hanno al centro le STEM e la didattica digitale. Si comincino a notare due elementi: il primo è il fortissimo accento sull’innovazione digitale, a cui è riservato, tra interventi strutturali e di formazione, quasi un terzo dell’intero pacchetto di fondi (secondo il recente paradigma per cui “innovazione”, “digitalizzazione” e “miglioramento” sono ormai praticamente sinonimi), senza alcuna attenzione non solo alle voci critiche sull’uso del digitale nella didattica, ma neppure al problema della rapidissima obsolescenza delle tecnologie: chi oggi acquisterebbe un modello di laptop o di smartphone o di stampante 3d vecchio anche solo di cinque anni? Che fine faranno, tra cinque anni, gli “ambienti smart” con schermi o pareti touch e i visori per la realtà virtuale di cui stiamo riempiendo le scuole? Non sarebbe stato meglio investire quei fondi in realizzazioni a più lunga scadenza come la messa a norma degli impianti elettrici, l’isolamento termico delle aule (forse, così, si potrebbe davvero discutere di tenere le scuole aperte d’estate), le bonifiche da amianto (sono oltre duemila gli edifici scolastici in cui è ancora presente), la creazione e l’ampliamento delle biblioteche scolastiche (che non esistono ancora nel 22% degli istituti, e quando esistono sono piccole, poco fornite e aperte solo qualche ora a settimana)? Il secondo elemento è che (a esclusione dei fondi dedicati alla realizzazione di asili nido e scuole dell’infanzia e al potenziamento dei servizi mensa nel i ciclo) sembra mancare una progettazione preliminare e complessiva che stabilisca le priorità di investimento e le aree territoriali su cui operare: vanno bene i laboratori STEM e di lingue, vanno bene i corsi sull’uso didattico dell’AI, ma in quale ordine? Che cosa è necessario o accessorio, al di là delle roboanti dichiarazioni d’intenti sul “rafforzare le condizioni per lo sviluppo di una economia ad alta intensità di conoscenza, di competitività e di resilienza, partendo dal riconoscimento delle criticità del nostro sistema di istruzione, formazione e ricerca”? Da dove cominciare, insomma, e secondo quali tappe procedere? Invece, come si è accennato, i fondi non vengono distribuiti dai Ministeri competenti secondo una progettualità chiara, condivisa e trasparente, magari indirizzata da studi preventivi e corredata di una road map che individui un risultato finale auspicato, ma sono i singoli istituti scolastici a dover partecipare ai bandi per ottenerli (con una modalità operativa molto simile a quella del PON, il Programma operativo nazionale, finanziato anch’esso, tra il 2014 e il 2020, con fondi europei), e ogni bando è indipendente dagli altri. Infatti, non solo è vincolata la ripartizione generale dei fondi nei tre macro-capitoli di spesa di cui si è già parlato, ma ciascuno di essi è ulteriormente suddiviso in comparti, ognuno dei quali è reso operativo da decreti ministeriali attuativi che i docenti hanno imparato a riconoscere dalla sigla: DM 64 STEM e multilinguismo, DM 65 Nuove competenze e nuovi linguaggi, DM 66 Didattica digitale integrata e formazione alla transizione digitale per il personale scolastico, DM19 Riduzione dei divari e contrasto alla dispersione ecc… Questo sistema non tiene conto delle reali ed effettive necessità delle scuole (che non sono state consultate prima di mettere in piedi la macchina dei finanziamenti, né, soprattutto, prima di deciderne la ripartizione), che quindi non possono richiederli e utilizzarli per una concreta e determinata esigenza espressa dal collegio docenti o dalla comunità studentesca – come rifare i bagni del terzo piano o l’impianto di riscaldamento, oppure organizzare un corso di teatro o di lingua cinese. Inoltre, poiché non è assolutamente permesso spendere i fondi ricevuti in modo autonomo e flessibile (alla faccia della legge sull’autonomia), adattandoli alle specifiche caratteristiche e necessità dell’istituto, si possono generare paradossi come quello di scuole che devono usarli per allestire laboratori avveniristici in strutture che restano ai limiti della fatiscenza, o per erogare corsi stem senza avere a disposizione tutta la strumentazione tecnologica necessaria. Sarebbe importante, invece, di fronte a finanziamenti così cospicui come tutti quelli che arrivano e arriveranno in futuro dall’Unione Europea, dare alle scuole la possibilità di spenderli in modo più elastico, magari anche consorziandosi in reti su base territoriale, così da poter progettare soluzioni che rispondano sia alle urgenze che a bisogni di lunga durata: per esempio, in aree a forte presenza di studenti con background migratorio, un laboratorio di italiano l2 con meno ore settimanali ma spalmato su un triennio o un quinquennio potrebbe essere più efficace, e i suoi risultati più durevoli, di una full immersion di poche settimane seguita dal vuoto spinto. Ma, si sa, le regole della governance aziendalistica applicata alla scuola italiana del xxi secolo lasciano pochi spazi di manovra, anche al buonsenso. -------------------------------------------------------------------------------- [1] Dati del xxii Rapporto sulla sicurezza delle scuole di Cittadinanzattiva. [2] Per una panoramica generale sulle questioni legate alla scuola capitalista, cfr. Rossella Latempa, Davide Borrelli, “Leggere ‘La nuova scuola capitalista’ oggi”, 10/03/2025, https://www.leparoleelecose.it/ leggere-la-nuova-scuola-capitalista-oggi/ [3] Tra virgolette poiché non si è trattato di un progetto di riforma vero e proprio, con una serie di norme a sé stanti, ma di una serie di provvedimenti conseguenti alla legge finanziaria 133/2008. [4] Tutti i dati numerici presenti in questo articolo sono desunti dalla brochure https://pnrr.istruzione.it/wp-content/uploads/2023/12/PNRR_ Istruzione_presentazione.pdf, a cui si rimanda anche per i dettagli.
February 9, 2026
ROARS
Addio alla finzione: il governo ha il controllo totale di ANVUR
Entrerà in vigore il prossimo 19 febbraio il nuovo regolamento di ANVUR, firmato dal presidente Mattarella il 7 gennaio 2026. Malgrado il durissimo parere del Consiglio di Stato, il testo finale introduce solo modifiche cosmetiche al testo predisposto dal governo. Il risultato finale è la consegna definitiva di ANVUR nelle mani del ministro di turno. Il nuovo regolamento di ANVUR è in Gazzetta Ufficiale ed entrerà in vigore il 19 febbraio prossimo. ANVUR avrà un consiglio direttivo ridotto a 5 membri dai 7 attuali. La durata del mandato continuerà ad essere per tutti di 4 anni; il presidente non potrà essere “rinnovato”, mentre potranno esserlo i membri del direttivo. (Notiamo, tra parentesi, che la possibilità di vedersi “rinnovati”, con il relativo stipendio dirigenziale, sarà un ottimo strumento nelle mani del ministro per orientare, in corso d’opera, le decisioni del direttivo). Il Presidente sarà nominato direttamente dal ministro, anziché, come avviene attualmente, essere eletto all’interno del direttivo. Sia il presidente che i quattro membri saranno scelti dal ministro ciascuno all’interno di una terna di nomi. Queste terne saranno predisposte da un “comitato di selezione appositamente costituito con decreto del Ministro”. Il ministro sceglierà direttamente tre dei cinque membri del comitato di selezione, cioè la maggioranza del comitato. Gli altri due membri saranno invece indicati da Accademia dei Lincei e ERC. Fino ad oggi il comitato di selezione era composta di 5 membri di cui solo uno nominato dal ministro. Come abbiamo scritto a suo tempo, questo mancato controllo capillare della procedura di selezione è quello che, per così dire, ha fatto saltare il banco. La procedura di selezione che avrebbe dovuto individuare i nuovi membri del direttivo, conclusasi oltre un anno fa, ha dato luogo a risultati così sgraditi al Ministero – lo ricordiamo, il prof. Marco Mancini è stato bocciato – che il lavoro di quella commissione è stato buttato nel cestino e si è preferito ridisegnare ANVUR daccapo. Mettendo saldamente nelle mani del ministro il controllo del comitato di selezione. Dal ministero chiedevano di più, come ricorderete. Nella proposta originale del governo, il presidente di ANVUR avrebbe dovuto durare in carica 5 anni e tutti i membri del comitato di selezione avrebbero dovuto essere scelti dal ministro. Qui, diranno i lettori, è entrato in campo il Presidente della Repubblica. In realtà non era difficile prevedere che la questione della durata di 5 anni del presidente di ANVUR sarebbe caduta: come ricordato pedagogicamente dal Consiglio di Stato all’estensore della norma, un regolamento non può modificare la legge istitutiva di ANVUR che prevede (art. 2, comma 140, del d.l. 262/2006) una durata quadriennale per tutti i componenti del Consiglio direttivo. Se interlocuzione con il colle c’è stata, questa non è andata oltre una soluzione cosmetica: il ministro non nominerà la totalità del comitato di selezione, ma solo la maggioranza dei membri. Come ricorderanno i nostri lettori, nel suo parere il Consiglio di Stato metteva in evidenza una contraddizione: la proposta di riforma attribuiva al Ministro il potere esclusivo di avviare alcune delle attività più importanti dell’ANVUR. Tuttavia, la legge (art. 2, comma 138, del decreto-legge 262/2006) assegna queste competenze direttamente all’ANVUR. In altre parole, la riforma aveva l’obiettivo di togliere all’Agenzia, attribuendoli al ministro, poteri che la norma primaria le riconosce espressamente. Su questo l’intervento cosmetico è ancora più evidente: ogni volta che nel testo originario del governo c’era scritto “su richiesta del ministro”, nel testo definitivo si legge “anche su richiesta del Ministro”. In sintesi, il provvedimento allarga le prerogative di ANVUR e la consegna definitivamente nelle mani del ministro di turno. Cade così la finzione cui tutti hanno voluto credere nei15 anni che ci separano dalla legge 240/2010: che ANVUR sia una agenzia indipendente. ANVUR era stata pensata da Prodi-Mussi-Modica come strumento di modernizzazione forzata dell’università. Attraverso VQR e soglie della ASN, ANVUR ha governato il sistema della ricerca italiana, schermando in qualche modo il controllo ministeriale. Con i pochi ritocchi di questo regolamento, il controllo ministeriale autoritario diventa palese. E tra poco, grazie alle nuove norme sul reclutamento, l’ANVUR “riformata” avrà il compito di controllare direttamente e individualmente i risultati scientifici dei nuovi assunti nei concorsi locali banditi dagli atenei.                
February 5, 2026
ROARS
Non tutti gli abilitati diventeranno ordinari e per i ricercatori PNRR basta il piano straordinario
Gli associati che hanno ottenuto l’abilitazione non potranno diventare tutti ordinari. Per i ricercatori RTDA PNRR c’è un piano di reclutamento straordinario che basta e avanza. A sostenerlo non è un ordinario qualsiasi, ma Stefano Paleari, nei fatti promosso a “portavoce” o addetto alla comunicazione della commissione Zauli-Mancini per la riforma dell’università. Secondo Paleari l’abilitazione scientifica nazionale ha permesso a tutti di conseguire l’abilitazione (“todos caballeros”) tanto che siamo al massimo storico del numero di ordinari e associati. Il piano straordinario di reclutamento di ricercatori “ottenuto dalla ministra Bernini in legge di Bilancio” è volto ad offrire continuità ai “neo-assunti durante il PNRR”, promuovendo i migliori e “disincentivando il reclutamento di bassa qualità”. ———————– Come avevamo scritto la settimana scorsa è in atto uno scontro tra le due commissioni nominate dalla ministra per la riforma a pezzi dell’università. La prima è quella coordinata da Ernesto Galli della Loggia, la seconda pare sia coordinata da Zauli e Marco Mancini. Niente di questo è ufficiale perché le commissioni lavorano nella più completa opacità. E come ai tempi dell’Unione Sovietica per capire che succede si deve leggere tra le righe di quanto i membri delle commissioni fanno filtrare o scrivono direttamente per i giornali. Da questo punto di vista Stefano Paleari, membro della commissione Zauli-Mancini, deve aver assunto il ruolo di portavoce ufficiale della commissione per la sua capacità di piazzare articoli sui “giornali che contano” in cui loda l’attivismo del governo e l’operato della ministra Bernini. È a lui che la commissione Zauli-Mancini ha affidato il compito di rispondere all’articolo di Galli della Loggia, che abbiamo decrittato la settimana scorsa. Lo ha fatto con una lettera al direttore del Corriere della sera cui ha controreplicato Galli della Loggia. Partiamo proprio da quest’ultimo. Come avevamo spiegato, Galli della Loggia ha scritto il suo articolo perché il lavoro della sua commissione è finito nel cestino della carta straccia del ministero. Adesso lo dice esplicitamente: > “Grazie alla cortesia del ministro Bernini ho presieduto un gruppo di lavoro > consultivo sulla riforma dell’Università. Ma è proprio constatando che fine > esso ha fatto, e proprio dopo aver potuto grazie a esso gettare un’occhiata > all’ambiente, che ho scritto quello che ho scritto.” Quindi la commissione della Loggia è morta e tutto quello che accadrà lo suggerirà la commissione Zauli-Mancini. Diventa così interessante tentare di capire che succede in quest’ultima. La lettera di Paleari al direttore del Corriere non è particolarmente utile perché si limita, in modo anche piuttosto imbarazzante, a cantare le lodi degli interventi del governo: > “Sarebbe lungo l’elenco dei cambiamenti introdotti in questa legislatura; > basti pensare al reclutamento (per renderlo più coerente con gli standard > internazionali), all’implementazione del Pnrr, agli ultimi interventi nella > Legge Finanziaria per quest’anno, come il Fondo per la Programmazione della > Ricerca, salutato anche dai più scettici come una svolta da anni attesa dai > ricercatori”. È invece più interessante un articolo che Paleari ha pubblicato insieme a Michele Meoli nelle pagine del Sole24ore lo scorso 29 dicembre. Vi si cantano anche lì le lodi degli interventi governativi con una retorica degna dei migliori cinegiornali Luce: > “La fine dell’anno è tempo di bilanci, e mai come ora l’attività del ministero > dell’Università è intensa”. Ma se si lascia da parte la retorica, l’articolo racconta definisce la rotta adottata dalla commissione Zauli-Mancini e verosimilmente dalla ministra. Il punto dell’articolo è la numerosità dell’organico delle università, che Paleari (e Meoli) quantificano massaggiando opportunamente i dati sugli organici disponibili sul sito del MUR. Secondo Paleari (e Meoli) il numero di professori ordinari e associati è ai massimi di sempre. Questo rappresenterebbe “la prova empirica” che “il meccanismo dell’abilitazione scientifica nazionale (ASN) ha spinto al “todos caballeros”. Gli abilitati faranno pressione sugli atenei per diventare ordinari “ma è difficile che essa possa avere successo”. La priorità per il sistema universitario non è promuovere gli abilitati, molti dei quali evidentemente immeritevoli. La priorità è “disincentivare il reclutamento di bassa qualità”, “promuovendo l’attrattività dei miglior” [sic!]. E secondo Paleari (e Meoli) va in questa direzione > “il risultato ottenuto dalla ministra Bernini in legge di Bilancio con > l’emendamento che, implementando un piano straordinario di reclutamento di > ricercatori, è volto a offrire continuità anche ai neo-assunti durante il > Pnrr”. Quindi, in modo più esplicito, l’orientamento espresso da Paleari può essere tradotto così: la ASN ha illuso troppi che si sono visti consegnare una medaglietta immeritata, alimentando “aspettative” che non potranno essere soddisfatte. Il Pnrr ha assunto personale a tempo determinato raschiando il fondo del barile. Ci sono già abbastanza professori. I pochi posti disponibili per gli avanzamenti di carriera serviranno a rimpiazzare chi va in pensione; e sono più che sufficienti. Così come è sufficiente il piano straordinario per i ricercatori Pnrr. La scarsa disponibilità di posti permetterà di mettere in atto filtri che selezionino in base alla “qualità”. Il disegno è chiaro ed esplicito. I dati su cui poggia sono invece traballanti, come anticipato. Quali sono questi dati? Li vedete nella illustrazione qua sotto. Il trucco adottato da Paleari (e Meoli) consiste nel sommare insieme i ricercatori a tempo indeterminato, che la legge Gelmini mise ad esaurimento, con i ricercatori a tempo determinato post-Gelmini. Questo crea l’illusione ottica che l’università italiana sia al suo picco di professori grazie anche all’azione del governo in carica. Marcello Chiodi e Antonio Irpino in un articolo successivo hanno svelato il trucco: “Senza soffermarsi sui grafici a corredo dell’articolo, abbiamo dubbi sulla univocità del criterio di aggregazione adottato”. Hanno così prodotto una figura non così efficace, ma che ha però il pregio di aggregare (quasi) correttamente le varie tipologie di contratto. In realtà se si introduce la distinzione tra personale a tempo indeterminato e personale a tempo determinato, il quadro dell’andamento del personale docente e ricercatore cambia radicalmente. Tanto più se vengono considerati come personale a tempo determinato le ricercatrici e i ricercatori titolari di assegno di ricerca. Due dati sono però sufficienti a capire come sono andate le cose. Nel 2008, l’anno di picco gli organici universitari vedevano un totale di 62.768 professori e ricercatori a tempo indeterminato, affiancati da 12.090 assegnisti. Nel 2024 professori e ricercatori a tempo indeterminato ammontano a 50.673, cioè oltre 12.000 in meno. Se a questi sommiamo RTT e RTDB arriviamo comunque a 58.194 unità di personale, circa 4,500 unità di personale in meno. Questi ‘fortunati’ sono affiancati adesso da un esercito di circa 31,000 unità di personale precario (23.958 assegnisti e 7.521 RTDA). Ci piace ricordare che nel 2013 il prof. Paleari, allora presidente della CRUI, indicava tra le “criticità ed emergenze” che investivano il sistema universitario proprio la “Riduzione degli organici”, in particolare la riduzione del personale accademico di ruolo.   Ma Paleari come calcolava il personale di ruolo a quel tempo? Aggregando correttamente ordinari, associati e ricercatori a tempo indeterminato. Secondo Paleari nel 2013, 52.458 unità di personale di ruolo costituivano un’emergenza. Adesso che il personale a tempo indeterminato (comprensivo di RTT e RTDB) è sceso, stando ai suoi dati, a 51.111 unità, l’emergenza del personale è superata. PAROLA D’ORDINE: PRECARIZZARE La figura sotto riporta la serie storica che mostra la vera storia dell’università italiana nel corso degli ultimi 15 anni, con la progressiva sostituzione di personale a tempo indeterminato con personale a tempo determinato. Il personale a tempo determinato, con varietà di contratti crescente, ha svolto   la funzione di carne da laboratorio e da pubblicazioni che, insieme al diffuso doping citazionale, ha generato il miracolo della ricerca italiana celebrato dall’ANVUR nei suoi rapporti. Adesso si scopre che non ci sono abbastanza posti per tutti, e d’altra parte non tutti si meritano un posto: l’università, dice Paleari, ha un problema di qualità. Saranno i più bravi a occupare i posti generosamente elargiti dall’attivismo della ministra che ha strappato al governo il piano straordinario. Gli immeritevoli usciranno meritatamente dal mondo della ricerca, lasciando il posto ad altro personale ricattabile e a basso costo destinato ad alimentare un nuovo ciclo di sfruttamento del lavoro precario di ricerca da parte dei boss dei laboratori e delle pubblicazioni. Esagerazioni? Dove si trova altro personale a basso costo? Provate a leggere cosa proponeva dalle pagine de Il Foglio l’inedito duo Paleari-Andrea Graziosi, entrambi membri della commissione Zauli-Mancini, un anno fa. A fronte della messe di dottori di ricerca sfornati (o in via di sfornamento) con i fondi Pnrr, occorre: > “prevedere da subito borse post doc per i migliori neodottori di ricerca che, > in linea con le migliori prassi internazionali, permettano ai soggetti > interessati di portare avanti un loro progetto personale (i nuovi contratti di > ricerca non lo fanno) in condizioni favorevoli sotto il profilo economico e > normativo, acquisendo altresì esperienza di insegnamento avanzato a livello > post-laurea (cosa che i contratti di ricerca vietano)”. L’inedito duo proponeva cioè di affossare, come è stato puntualmente fatto, la legge 79/2022 sul contratto di ricerca e creare un nuovo esercito di ricercatori di riserva per alimentare a basso costo laboratori e pubblicazioni dei principal investigators. D’altra parte, premetteva il duo, “la nostra opinione è che il confondere il tempo determinato con il precariato, il richiedere che ogni contratto a termine diventi per legge a tempo indeterminato non sia corretto e fruttuoso neanche socialmente, anche perché eliminerebbe la selezione indispensabile a mantenere la qualità dei nostri atenei, una selezione che nel caso degli alti studi è normale avvenga su un periodo più esteso di quello coperto dalla formazione dottorale”. E questa selezione deve > “premiare “i più dotati e i più devoti agli studi”. Si, scrivono proprio così: “i più devoti”, non ce lo siamo inventato.
February 4, 2026
ROARS