Senza controllo delle infrastrutture, la scienza aperta è solo un’illusione
Per molti anni il dibattito sulla scienza aperta si è concentrato soprattutto su
una domanda: come rendere gli articoli accessibili gratuitamente ai lettori? La
nuova Scholarly Communication Policy del Centre for Science and Technology
Studies (CWTS) dell’Università di Leiden parte invece da una domanda più
radicale: chi controlla realmente la comunicazione scientifica?
La risposta non è scontata. Anche quando un articolo è disponibile in open
access, può continuare a essere ospitato, gestito e monetizzato da grandi
editori commerciali. Per questo motivo il CWTS propone di spostare l’attenzione
dall’accesso alla governance, sostenendo che il futuro della scienza dipende non
soltanto da ciò che viene pubblicato, ma anche dalle infrastrutture che rendono
possibile la pubblicazione stessa.
Il documento può essere letto come un vero e proprio manifesto politico per la
comunicazione scientifica. L’obiettivo dichiarato è costruire un sistema in cui
ricercatori, università, biblioteche e istituzioni pubbliche tornino a
esercitare un ruolo centrale nel governo della conoscenza, riducendo
progressivamente la dipendenza da soggetti guidati principalmente da logiche
commerciali.
Questa visione si traduce in un principio molto concreto: ogni scelta di
pubblicazione dovrebbe essere valutata non solo in base alla reputazione della
rivista o alla sua visibilità, ma anche considerando chi si vuole raggiungere,
quanto il canale scelto sia aperto e quali siano i costi economici e sociali
associati. In altre parole, pubblicare diventa una decisione che riguarda
l’interesse collettivo della ricerca, non soltanto la strategia individuale del
singolo autore.
Non sorprende quindi che la policy attribuisca un ruolo centrale ai preprint.
Secondo il CWTS, depositare un lavoro in un archivio aperto prima della
pubblicazione formale rappresenta oggi il metodo più rapido ed efficace per
condividere risultati scientifici senza attendere i lunghi tempi della revisione
tradizionale. La diffusione immediata della conoscenza viene considerata un
valore in sé, soprattutto in un sistema in cui i processi editoriali possono
richiedere mesi o persino anni.
Anche il tema della valutazione scientifica viene affrontato con notevole
chiarezza. La policy sostiene apertamente modelli di open peer review, nei quali
i commenti dei revisori sono pubblici e il processo di valutazione diventa
trasparente. L’idea è che una revisione aperta possa migliorare la qualità del
dibattito scientifico e rendere visibili contributi che oggi rimangono nascosti
dietro procedure opache e spesso poco comprensibili agli stessi autori.
Uno dei passaggi più interessanti riguarda il rapporto con i grandi editori. Il
documento evita toni polemici, ma non rinuncia a un’analisi critica. Il CWTS
osserva infatti che alcuni grandi gruppi editoriali continuano a limitare la
disponibilità dei metadati delle pubblicazioni, rendendo più difficile la
circolazione dell’informazione scientifica e ostacolando lo sviluppo di
infrastrutture aperte per l’analisi della ricerca. Per questo la policy richiama
esplicitamente i principi della Barcelona Declaration on Open Research
Information, che promuove l’apertura e condivisione dei dati bibliografici e
delle informazioni sulla ricerca.
La stessa logica viene applicata ai dati della ricerca e al software. Dataset,
codice e materiali di supporto non sono considerati semplici allegati degli
articoli, ma veri e propri prodotti della ricerca che meritano di essere
condivisi, documentati e preservati. Repository pubblici come Zenodo,
DataverseNL o le DANS Data Stations vengono indicati come infrastrutture
preferibili rispetto a servizi controllati da grandi aziende.
È interessante notare che la policy estende questa riflessione persino agli
strumenti di sviluppo software. GitHub viene riconosciuto come una piattaforma
ampiamente utilizzata, ma il documento ricorda che si tratta di un servizio
controllato da una società privata e che, per la conservazione a lungo termine
del software scientifico, infrastrutture pubbliche come Zenodo o Software
Heritage offrono maggiori garanzie.
Ancora più significativa è la posizione sui costi della pubblicazione. In un
momento in cui molte istituzioni investono milioni di euro negli accordi
trasformativi, il CWTS mantiene una posizione prudente. Pur riconoscendo
l’utilità (solo temporanea e limitata nel tempo) dei contratti Read & Publish,
il documento sottolinea che tali accordi rischiano di consolidare la dipendenza
dagli stessi attori che dominano il mercato editoriale da decenni, e andrebbero
considerati con molta attenzione soprattutto rispetto al valore scientifico di
ciò che si pubblica all’interno di questi contratti, per altro non più
sostenibili nel lungo termine. Per questo si dichiara esplicitamente che i fondi
interni dell’istituto non saranno utilizzati per pagare APC in riviste ibride.
La sensazione, leggendo il testo, è che il CWTS stia cercando di andare oltre
una concezione dell’open access come semplice tema di accesso ai contenuti. La
questione diventa quella della sovranità della conoscenza: chi possiede le
infrastrutture, chi controlla i dati, chi definisce le regole e chi beneficia
economicamente del lavoro della comunità scientifica.
È probabilmente questo l’aspetto più innovativo del documento. La policy afferma
infatti che scegliere dove pubblicare non è soltanto una scelta di carriera. È
una forma di azione collettiva. Ogni articolo, ogni dataset, ogni software
depositato in una determinata infrastruttura contribuisce a rafforzare un
modello di comunicazione scientifica piuttosto che un altro.
In un contesto in cui il dibattito sull’Open Science rischia talvolta di ridursi
a questioni tecniche o amministrative, il CWTS riporta al centro una domanda
fondamentale: che tipo di sistema della conoscenza vogliamo costruire? La
risposta proposta dal centro di Leiden è chiara: un sistema aperto, comunitario,
non profit e fondato sulla responsabilità collettiva di chi produce e condivide
la ricerca.