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Restare umani: il documento del Liceo Selvatico di Padova
Riceviamo e volentieri pubblichiamo il documento dei docenti del Liceo Artistico Statale “Selvatico” di Padova, che segnalano pubblicamente le iniziative realizzate dalla loro scuola su e per Gaza.   -------------------------------------------------------------------------------- Noi docenti del Liceo Artistico Statale P. Selvatico, alla luce delle iniziative realizzate e degli ultimi eventi – soprattutto alla luce delle ispezioni richieste per gli istituti Cattaneo Dall’Aglio di Castenovo e Mattei di San Lazzaro e di quanto accaduto al liceo Fogazzaro di Vicenza – vogliamo segnalare pubblicamente quanto abbiamo realizzato e chiediamo che anche la nostra scuola sia oggetto di ispezione ministeriale. Sollecitiamo inoltre tutte le scuole italiane, di ogni ordine e grado, a fare lo stesso: condividere pubblicamente una breve rassegna di tutte le iniziative realizzate ad oggi su e per Gaza e richiedere un’ispezione ministeriale. Noi docenti siamo fieri delle iniziative che abbiamo realizzato con e per i nostri studenti e anche per noi stessi: siamo consapevoli di lavorare a Scuola in un tempo che ci mette al muro e che ci costringe a guardarlo dritto in faccia. Come potremmo, di fronte alle domande e agli sguardi smarriti degli studenti, non fare tutto quanto è in nostro potere per restare umani? Come potremmo, conoscendo quanto è accaduto nel Novecento e quanto sta accadendo sotto agli occhi del mondo intero, non reagire? Ernst Bloch insegnava che una sola patria esiste, quella in cui “nessuno di noi è mai stato”; non la patria della terra e del sangue, delle razze e del fanatismo nazionalista, ma la patria dell’uomo. Dichiariamo, allora, le nostre scelte, il nostro operato, il nostro impegno; lo dichiariamo a voce alta in questi giorni di festa che si faticano a festeggiare perché sappiamo che dal primo gennaio 2026, nella Striscia di Gaza, dove ancora tutto è distrutto e tutto manca, numerose organizzazioni non governative (tra queste Medici Senza Frontiere e Save the Children) rischiano di non poter più accedere e dare il loro vitale contributo Msf, a rischio la nostra presenza a Gaza per le regole israeliane sulle ong – Notizie – Ansa.it Dichiariamo il nostro tentativo di restare umani 1. Iniziative di Istituto – Vicenza, Istituto Rossi, 19 maggio 2025: partecipazione di alcune classi all’incontro con Paola Caridi su “Guerra e Pace. Proteggere i diritti e costruire la democrazia”; – Padova, 27 maggio 2025: tutte le classi quarte dell’istituto assistono alla proiezione del docufilm premio Oscar No Other Land, a seguire le classi hanno partecipato al dibattito nato spontaneamente dopo la visione; – Padova, Cortili dell’istituto, 24 Maggio 2025: flashmob a scuola (adesione all’inizativa di Ultimo giorno per Gaza, 50.000 sudari per Gaza); – Padova, Cortile dell’istituto, 26 Maggio 2025: incontro delle Classi del Triennio con due artisti palestinesi, Ola Al Sharif e Hamada M Elkept, a Padova per la Biennale di Gaza; gli artisti erano fuggiti da Gaza e rifugiati in Europa; – Padova,14 Giugno 2025: approvazione a larghissima maggioranza di una mozione dedicata alla situazione di Gaza in Collegio Docenti Mozione del Collegio Docenti per Gaza | L.A. Pietro Selvatico – Padova, 6-18 Ottobre 2025: la nostra scuola, grazie alla collaborazione con l’associazione Rete per la Pace della Riviera del Brenta, ha ospitato per circa 2 settimane lo studente palestinese di Betlemme Rophael Majdi,18 anni; – Padova, Biblioteca di Istituto, 6 Novembre 2025: incontro dedicato alla questione palestinese nell’ambito del progetto Libri Galeotti; questi i libri presentati: Joe Sacco, Palestina, una nazione occupata; Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin; Ilan Pappè, La pulizia etnica in Palestina; – Padova,10 Dicembre 2025: collegamento su Zoom di alcune classi all’incontro con le scuole di Francesca Albanese (Quando il mondo dorme); il webinar è stato organizzato e promosso da Docenti per Gaza Webinar con Francesca Albanese – Docenti per Gaza. 2. Corso di Formazione dedicato ai Docenti Su sollecitazione del Collegio Docenti, il nostro istituto ha realizzato il seguente corso di formazione aperto anche a colleghi di altri istituti. Il percorso è stato seguito da una trentina di docenti. La questione israelo-palestinese Primo Incontro on line, martedì 4 novembre 17.00-19.00 Prof. Arturo Marzano, Storia contemporanea, Università di Roma Tre Il conflitto israelo-palestinese. Il caso di Gaza  Secondo incontro in presenza, lunedì 10 novembre 15.00-17.00 Prof. Emanuele Zinato, Letteratura italiana contemporanea, Università di Padova La letteratura italiana e la Palestina: Franco Fortini e Primo Levi  Terzo incontro in presenza, mercoledì 12 novembre 14.45- 16.45 Incontro di autoformazione tra i partecipanti: costruzione di una bibliografia condivisa; scambio/riflessione su materiali per la didattica.   3. Aggiornamento del Curricolo di Istituto per l’insegnamento dell’Educazione civica La Commissione che lavora alla definizione del Curricolo di Istituto per l’insegnamento di Educazione civica ha lavorato, su sollecitazione del Collegio Docenti, ad un aggiornamento del Curricolo che tenesse conto delle contraddizioni e delle sfide che il nostro tempo impone di affrontare e approfondire. A seguire alcuni passaggi dal Curricolo rinnovato e approvato dal Collegio Docenti. Teniamo a sottolineare che il rinnovamento del curriolo è stato realizzato coerentemente ai traguardi del D.M. 35/2020 (allegato C, Secondo ciclo di istruzione), nello specifico considerando e valorizzando i seguenti traguardi: “1. Partecipare al dibattito culturale. 3. Conoscere i valori che ispirano gli ordinamenti comunitari e internazionali, nonché i loro compiti e funzioni essenziali. 4. Cogliere la complessità dei problemi esistenziali, morali, politici, sociali, economici e scientifici e formulare risposte personali argomentate. 5. Rispettare e valorizzare il patrimonio culturale e dei beni pubblici comuni.” A seguire alcune delle integrazioni al Curricolo di Istituto: “COMPETENZE TRASVERSALI PER L’URGENZA DI QUESTI ULTIMI ANNI CHE VEDONO I DIRITTI UMANI CALPESTATI ANCHE NELLE DEMOCRAZIE 1. Conflitti e pace: Comprendere che la pace non è semplicemente assenza di conflitto, ma un impegno attivo a costruire relazioni giuste, fondate sul dialogo e sulla cooperazione. Acquisire la competenza necessaria a promuovere il dialogo, la cooperazione e la risoluzione non violenta dei conflitti nella vita scolastica e sociale. 2. Sviluppare la competenza civica di partecipare attivamente alla vita democratica, difendendo le istituzioni democratiche e riconoscendo i rischi delle derive antidemocratiche. 3. Diritti umani: Sviluppare la competenza civica del rispetto della dignità umana e della promozione delle libertà individuali e collettive.” Questa breve e semplice rassegna – sicuramente incompleta poiché non tiene conto di tutte le lezioni che i singoli docenti, nell’ambito della loro programmazione disciplinare, hanno deciso di dedicare alla tragedia del popolo palestinese nel corso di questo e del precedente anno scolastico – dimostra quanto la nostra Scuola, spontaneamente e con grande slancio, ha fatto ad oggi per cercare di capire che cosa sta succedendo nella Striscia di Gaza e per manifestare solidarietà al popolo palestinese. Vogliamo chiarire con forza la nostra totale e radicale condanna rispetto a quanto accaduto il 7 Ottobre 2023 affinché nessuno possa sminuire o strumentalizzare l’impegno e la sensibilità che il nostro istituto ha dimostrato in questo terribile frangente. Il 7 Ottobre è e rimarrà un terribile attacco terroristico che ha determinato la morte di 1200 persone e la cattura di oltre 250 ostaggi. Evidenziamo inoltre che da sempre la nostra scuola è impegnata in molteplici iniziative volte a combattere ogni forma di razzismo, discriminazione, discorso d’odio verso chiunque e verso ogni popolo; da sempre aderiamo e organizziamo iniziative e percorsi di approfondimento che mirano a combattere l’antisemitismo e ad onorare la Memoria della Shoah e, proprio oggi, ci sembra fondamentale continuare a farlo proprio per distinguere la ricchezza e il valore inestimabili del popolo ebraico, come di ogni popolo, dalla politica genocidiaria del governo di Israele. Dopo aver condiviso e chiarito queste fondamentali premesse, vogliamo invitare tutti a riflettere su una serie di fatti accaduti negli ultimi mesi: – intervento Usr Lazio sulla possibilità nei CD di discutere la questione palestinese, “Nei collegi docenti non si parla di attualità geopolitica”, la comunicazione dell’USR Lazio. Poi il chiarimento – Orizzonte Scuola Notizie – proposta del DDL 1627, “ddl Gasparri” in corso di discussione, DDL S. 1627 – sospensione da parte del MIM di un corso di formazione per docenti (4 novembre, La scuola non si arruola) promosso da un ente accreditato presso la piattaforma S.o.f.i.a., La scuola non si arruola: annullato dal Mim il corso di formazione del 4 novembre – Notizie Scuola – pubblicazione della nota ministeriale 2d9b891c-4f5c-093d-6f0e-d83f8581868d che disciplina l’organizzazione di eventi/manifestazioni nelle scuole – l’intervento del Ministro Valditara che ha richiesto l’ispezione in due scuole che hanno partecipato ad un webinar con Francesca Albanese, relatrice speciale Nazioni Unite (Valditara chiede ispezioni in due scuole in cui ha parlato Albanese – Notizie – Ansa.it; a seguire la risposta di Docenti per Gaza https://www.docentipergaza.it/2025/12/comunicato-di-docenti-per-gaza-sulla-partecipazione-delle-scuole-al-webinar-con-francesca-albanese/) – da ultimo: Vicenza, bufera al liceo Fogazzaro: cancellata l’assemblea sulla Palestina. La preside: «Manca pluralità» | Corriere.it       I Docenti del liceo artistico “P. Selvatico” Marco Mutoschi Tamara Rinaldi Martina Bastianello Giulia Bordignon Giovanna Giacometti Stefania Giroletti Marianna Baroni Sandra Bertocco Carmela Bertone Francesco Gallina Alessia Panio Emma Chiarelli Giovanna De Vita Loredana Nicolosi Paola Persichino Silvia Fumian Alberto Artusi Annamaria Rosin Alessandra Grimaldi Erika Feltrin Monica Ferro Laura Tellini Giorgia Di Gianluca Mariagiorgia Pacini Maria Grazia Sinatra Claudia Grimaldi Jacopo Innamorati Caterina Scagnellato Massimiliano Celin Ilaria Ferri Caterina Martorana Maria Giachi Rossana Filippi Tiziana Piazzese Francesca Marcolin Francesco Pensabene Paola Cavestro Maddalena Sbrissa Sabrina Barbato Sara Scipioni Noemi Priolo Rosaria Mariano Monica Urru Cristina Barbiani Raffaele Marigo Costanza Mangano Giuseppe Lamicela Elisabetta Baglivo Federica Florio Giovanni Beninato Denise Milani Barbara Businaro Emanuela Ferretti Hasbleidy Villanova Piero Patrone Maristella Venturini    
Chi ha paura della libertà? Lo Scudo europeo per la democrazia e la deriva autoimmune dell’UE
Lo Scudo europeo per la democrazia viene presentato come un argine a disinformazione e interferenze straniere, ma finirà per istituzionalizzare la censura preventiva nello spazio informativo. Diventano suscettibili di limitazioni contenuti “altrimenti legali” ma “rischiosi”, una categoria tanto elastica da inglobare qualunque contenuto politicamente scomodo. La “difesa della democrazia” comporta la stigmatizzazione del conflitto delle idee come devianza e la costruzione di una filiera di segnalazione, fact-checking e neutralizzazione finalizzata a “tutelare l’integrità dello spazio informativo” e che coinvolge piattaforme online, ONG e istituzioni pubbliche sotto un’opaca regia del potere esecutivo. È un dispositivo che, se attuato, minerà alla radice i diritti fondamentali della libertà di espressione e della libera circolazione delle idee, pietre angolari di una democrazia sostanziale. (Prima parte) > Ero su una collina, e di là vidi avvicinarsi il > > vecchio, ma veniva come se fosse il nuovo. > > BERTOLT BRECHT CONTESTO La Commissione europea a novembre 2025 ha presentato ufficialmente lo Scudo europeo per la democrazia (European Democracy Shield, EDS – JOIN(2025) 791/final): un insieme di “misure concrete per rinforzare, proteggere e promuovere democrazie forti e resilienti in tutta l’UE” in risposta alle minacce, interne ed esterne, di “manipolazione dell’informazione e disinformazione”. Si tratta dell’ultima tappa di un processo avviato oltre un decennio fa, quando una serie di shock (geo)politici (la crisi ucraina e l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, la Brexit e l’elezione di Donald Trump nel 2016) portarono al centro dell’agenda europea il tema della disinformazione online e delle interferenze malevole, domestiche e straniere. Questi temi hanno occupato l’agenda politica dell’Unione con enfasi crescente a partire dalla pandemia COVID-19, con lo scoppio della guerra in Ucraina nel 2022 e con l’escalation delle ostilità[i] a Gaza nel 2023, e infine in occasione delle elezioni europee del 2024, culminando nell’enunciazione pubblica dell’EDS nel discorso di candidatura di Ursula von der Leyen per la presidenza 2024-2029. Lungi dall’essere uno slogan elettorale, l’EDS è una “struttura dedicata” che riunisce una gamma estremamente articolata di strumenti, legislativi e non, tesi a mobilitare istituzioni, società civile e attori privati (whole-of-government e whole-of-society approach, così la JOIN(2025) 791/final) per la “protezione della democrazia”. Parallelamente al consolidarsi dell’idea che la democrazia sia esposta a rischi crescenti (“Democracy cannot be taken for granted – it needs to be actively nurtured and defended”, COM(2020) 790 final), ha fatto il suo ingresso nel lessico della Commissione la parola resilienza: inizialmente riferita alle infrastrutture critiche, essa è stata progressivamente estesa alla sfera sociale e politica. Sicché l’ultimo Strategic Foresight Report (2025) ha introdotto il concetto di “resilienza 2.0” come approccio “trasformativo, pro-attivo e lungimirante” da attuare in diverse aree strategiche, tra cui una “rafforzata democrazia”. “Quando le democrazie sono messe a dura prova, possono (e dovrebbero) ‘contrattaccare’”, osservano Bressanelli e Bernardi (2025)[ii], sintetizzando la strategia europea. Registriamo che, sempre nel 2025, il Consiglio d’Europa (CdE) ha lanciato l’iniziativa “Un Nuovo Patto Democratico Europeo”, descritto nelle parole del segretario generale del CdE come un “reset” necessario per l’Europa. UNO SCUDO PER PROTEGGERE LA DEMOCRAZIA… DALLA DEMOCRAZIA? Il progetto dell’EDS, sotto la responsabilità del Commissario designato per la Democrazia, la Giustizia e lo Stato di Diritto (e Protezione dei Consumatori), riprende e sistematizza misure legislative e strumenti già presenti in diversi package, tra cui lo European Democracy Action Plan (2020), che integra strumenti legislativi in ambito digitale quali il Digital Services Act (DSA, 2022) e l’AI Act (2024), e il Defence of Democracy Package (2023), dedicato alle interferenze straniere e alla trasparenza politica. Come descritto nella JOIN(2025) 791/final, l’architettura dell’EDS si articola in tre assi prioritari: 1) salvaguardare l’integrità dello spazio dell’informazione; 2) rafforzare le istituzioni democratiche, la libertà e la regolarità delle elezioni e la libertà e l’indipendenza dei media; 3) aumentare la resilienza della società e il coinvolgimento dei cittadini (“citizens’ engagement” nel lessico della Commissione europea). Mi soffermo sul primo asse, relativo all’integrità dell’informazione. A tale scopo è utile leggere le definizioni ufficiali di disinformazione e di Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI), che secondo l’UE costituiscono le maggiori minacce nella sfera dell’informazione. Secondo il Piano d’azione contro la disinformazione (JOIN(2018) 36 final) “Disinformation is understood as verifiably false or misleading[iii] information that is created, presented and disseminated for economic gain or to intentionally deceive the public, and may cause public harm. Public harm includes threats to democratic processes as well as to public goods such as Union citizens’ health, environment or security. Disinformation does not include inadvertent errors, satire and parody, or clearly identified partisan news and commentary. The actions contained in this Action Plan only target disinformation content that is legal under Union or national law”. Inoltre: “The actors behind disinformation may be internal, within Member States, or external, including state (or government sponsored) and non-state actors”. La Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI) è introdotta dal Servizio Diplomatico Europeo (European External Action Service, EEAS) nel Stratcom Activity Report (2021) come: “a pattern of behaviour that threatens or has the potential to negatively impact on values, procedures and political processes. It is manipulative in character, conducted in an intentional and coordinated manner. Actors can be state or non-state, including their proxies.” Si tratta di definizioni che hanno come oggetto contenuti legali e non necessariamente falsi, bensì ingannevoli/fuorvianti, passibili di censura[iv], secondo la Commissione, in virtù dei loro potenziali effetti nocivi sui processi politici democratici. Per un’approfondita analisi critico-giuridica rimando a Benedetto Ponti (2025)[v]. Anche a un occhio non specialista, però, dovrebbe essere evidente che siamo di fronte a definizioni che, per costruzione, si prestano a interpretazioni estensive, con un perimetro così elastico da poter ricomprendere, secondo opportunità, una varietà di manifestazioni del pensiero tipiche dell’opposizione politica, della propaganda politica, della critica istituzionale o scientifica, della mobilitazione civile: in sintesi, tutto quanto caratterizza la vita sociale e politica di una vera democrazia. Inoltre, come nota Ponti[vi], le due definizioni sono fortemente permeabili e costruite “per rivolgersi indistintamente a tutti gli attori, interni od esterni che essi siano”. Pongono, cioè, sullo stesso piano gli Stati e le entità “straniere” e i cittadini e le diverse componenti della società dell’UE, insinuando la figura del “nemico interno” in quella che dovrebbe essere normale dialettica democratica. Al di là dei proclami, l’approccio UE sembra voler neutralizzare, se non proprio militarizzare, il discorso pubblico ed appare inconciliabile con la libertà d’espressione, diritto fondamentale cardine di un’effettiva democrazia, sancito dalla Costituzione italiana (Art. 21) e anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE (Art. 11.1): “Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”. La Commissione ne è senz’altro consapevole[vii] e sembra voler aggirare il problema demandando a piattaforme e media digitali, giornalisti, organizzazioni non governative (ONG) e mondo della ricerca, sempre in dialogo con le istituzioni europee, la tutela dell’integrità dell’informazione online. Le piattaforme online sono ingaggiate attraverso lo Strengthened Code of Practice on Disinformation (2022) e il DSA, con i quali la Commissione ha introdotto una serie di commitment, validi per tutte, e di obblighi (si vedano, per esempio, gli Art. 34 e 35 del DSA) per le Very Large Online Platform (cioè piattaforme con numero medio mensile di utenti dell’UE pari o superiore a 45 milioni), investendole della responsabilità di analisi e mitigazione dei “rischi sistemici” (ovvero “eventuali effetti negativi, attuali o prevedibili, sul dibattito civico e sui processi elettorali, nonché sulla sicurezza pubblica”, come definiti nell’Art. 34 del DSA) legati alla disinformazione, attraverso la collaborazione con “fact-checker affidabili” e “fonti autorevoli”. Si prevede inoltre l’istituzione di un Centro Europeo per la Resilienza Democratica, con funzioni di coordinamento tra Stati membri, Commissione e EEAS, e di governo di una Stakeholder Platform sulla quale convergeranno “comunità” finanziate dalla Commissione, quali lo European Digital Media Observatory (EDMO), la futura Rete Europea di Fact-Checkers (attualmente esiste una European Fact-Checking Standards Network (EFCSN)) e il futuro framework di supporto alla ricerca con annessa una Recommendation on supporting scientific evidence in policymaking. Tra le misure da mettere in campo per contrastare la disinformazione figurano la promozione dell’alfabetizzazione mediatica e digitale[viii] e il ricorso, oltre che al debunking (confutazione ex post), al cosiddetto pre-bunking, inteso come “confutazione preventiva dell’argomento persuasivo”[ix], prima che quest’ultimo circoli e attecchisca nello spazio pubblico. Degno di nota, a questo riguardo, è il progetto “Prebunking at Scale” della EFCSN, finanziato da Google.org: un esempio della crescente intersezione tra politiche europee e iniziative di attori privati globali. Si delinea una sorta di Ministero della Verità diffuso nella forma di partnership pubblico-privata “epistemica”, ove il pubblico è costituito da entità (ONG, media, lo stesso mondo della ricerca) che dipendono in larga misura dai finanziamenti europei per la loro sussistenza[x],[xi], configurando un enorme problema di conflitto di interessi e di mancanza di indipendenza, mentre i privati sono giganteschi oligopoli tecno-finanziari con capitalizzazioni comparabili o superiori a quelle di Stati sovrani. Il tutto avviene sotto la regia opaca della Commissione europea, che getta il sasso (delineando finalità e obiettivi della lotta a disinformazione e FIMI, nonché incentivi e sanzioni) e nasconde la mano (delegando a soggetti terzi e alle piattaforme online la “verifica” dell’informazione e la “mitigazione del rischio”). Come osserva Ponti5, si assiste a un quasi ribaltamento dei fini dichiarati del DSA: invece di “contenere o limitare il potere esercitato dalle piattaforme” si “mira piuttosto a sfruttarlo e ad indirizzarlo alla finalità (pubblica) della lotta alla disinformazione”. Anche le recenti iniziative della Commissione in tema di deregulation dello spazio digitale attraverso il Digital Omnibus sembrano andare in questa direzione, in linea con quell’impostazione del rapporto Draghi, “irricevibile”, come scrive Maurizio Borghi[xii], che vorrebbe presentare la tutela dei diritti fondamentali come un ostacolo alla competitività. Fa inoltre attrito, con questa urgenza protettiva verso la democrazia, il fatto che la Commissione non sembri troppo preoccupata della dipendenza europea da tecnologie e infrastrutture non europee: dalla microelettronica ai servizi cloud, dalle piattaforme social all’AI, solo per restare nel campo dell’informazione digitale[xiii]. Come osserva Juan Carlos De Martin, l’Europa, negli ultimi trent’anni, ha rinunciato a controllare le infrastrutture di trasmissione, archiviazione ed elaborazione dell’informazione, diventando dipendente da una manciata di imprese statunitensi[xiv]. La situazione che emerge in questo contesto è profondamente asimmetrica. Negli Stati Uniti, l’integrazione tra potere pubblico, apparato militare e industria tecnologica si è sviluppata lungo l’arco di decenni, grazie ad ingenti investimenti statali e militari che hanno dato origine alle infrastrutture digitali oggi determinanti[xv]. Ciò ha prodotto una stretta integrazione tra potere pubblico e potere privato che, come scrive Maurizio Tirassa in “Intelligenza artificiale e mondi reali”[xvi], si struttura come complesso politico-militare-tecnologico-finanziario ai vertici della catena di potere. Una lettura puramente economicista di un tale assetto risulta riduttiva, poiché il suo funzionamento va compreso all’interno di una gerarchia di potere ampia, in cui il confine tra pubblico e privato risulta sfumato attraverso politiche non solo di finanziamento, ma anche di porte girevoli che coinvolgono apparati statali, militari e grandi imprese tecnologiche, come ben visualizzato dal progetto Authoritarian Stack. In Europa, e in particolare in Paesi come l’Italia, dove manca una filiera digitale lontanamente comparabile, è invece in atto una vera e propria cessione di sovranità attraverso l’esternalizzazione di infrastrutture statali (in tutti i domini critici: dati, difesa, spazio, energia e denaro) ai colossi privati[xvii] parte integrante del complesso politico-militare-tecnologico-finanziario statunitense. In un mondo computerizzato e interconnesso[xviii], “‘The Stack’ – strati interconnessi di hardware, software, reti e dati – è diventato il sistema operativo del potere politico ed economico moderno”, osserva Francesca Bria[xix]. Si tratta dunque di una dipendenza che può essere definita a pieno titolo “esistenziale”, poiché, “nel XXI secolo, chi controlla le infrastrutture digitali controlla le condizioni di possibilità della democrazia stessa.” L’UE, così ambiziosa quando si tratta di regolamentare il discorso pubblico, è dunque una colonia digitale [xx]e con lo Scudo consolida questo status, affidando la sorveglianza della propria sfera informativa a quegli stessi attori privati ed extra-territoriali da cui dipende strutturalmente e rispetto ai quali, sul versante dei dati personali, ha sempre mostrato una certa esitazione nel perseguire un pieno enforcement del GDPR, esitazione che oggi, anche sotto pressione di aziende e governi europei, rischia di tradursi in vera e propria deregulation nella già richiamata proposta del Digital Omnibus[xxi]. Per cogliere la portata delle conseguenze della dipendenza digitale infrastrutturale dagli USA e dei suoi effetti a livello politico e geopolitico, anche sul piano giurisdizionale, basti pensare alla recente vicenda delle sanzioni nei confronti della relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese e di giudici e funzionari della Corte Penale Internazionale (CPI), inseriti nella lista delle Specially Designated Nationals (SDN) dell’OFAC, l’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro statunitense. Le persone inserite nella lista SDN non possono intrattenere rapporti economici o professionali con soggetti sottoposti alla giurisdizione statunitense. La conseguenza pratica è l’esclusione di queste persone, cittadini europei e titolari di funzioni internazionali, dal sistema bancario e dallo spazio digitale del proprio Paese. In Italia, neppure Banca Etica ha potuto aprire un conto corrente a Francesca Albanese[xxii]; in ottemperanza alle stesse sanzioni, Microsoft ha sospeso l’account email del Procuratore capo della CPI, Karim Khan[xxiii]. Il controllo di infrastrutture digitali e finanziarie globali consente così l’applicazione extraterritoriale di provvedimenti made in USA a individui e istituzioni non soggetti alla giurisdizione statunitense. Questo stato di cose, in cui il complesso politico-militare-tecnologico-finanziario che ha il suo perno negli Stati Uniti esercita un’influenza determinante anche sugli Stati europei attraverso la dipendenza infrastrutturale, non nasce con l’attuale amministrazione statunitense, né può essere ricondotto a un improvviso cambio di paradigma. Esso rappresenta, piuttosto, l’esito maturo di un processo ormai quarantennale che, nel contesto europeo, ha visto le politiche neoliberali ridefinire in profondità il rapporto fra Stato, economia e società. Come ricostruisce Carlo Iannello[xxiv], con la “svolta di fine secolo” il mercato ha progressivamente eclissato la politica, assumendo il ruolo di ordinatore della vita sociale e determinando un ribaltamento degli equilibri costituzionali: al governo è stata sostituita la governance, gli organi politici rappresentativi della collettività sono stati marginalizzati e l’assunzione delle decisioni è stata spostata in sedi di concertazione in cui interviene “una pluralità di attori pubblici e privati (dalle organizzazioni internazionali ai singoli portatori di interesse, i cosiddetti stakeholders), senza titolo a rappresentare democraticamente i cittadini che saranno destinatari delle decisioni assunte.” Lungo questa traiettoria sono state create le condizioni della dipendenza infrastrutturale dalle grandi corporation digitali e, più in generale, della crescente permeabilità della sovranità degli Stati democratici europei a poteri transnazionali, una trasformazione che, avverte Iannello, “negli ultimi tempi ci sta conducendo verso un’ulteriore trasformazione in senso illiberale.” Sintomo palese di questa trasformazione in senso illiberale è la tendenza globale dei governi a intervenire sul discorso pubblico, con alcune significative differenze, però, tra modello statunitense ed europeo, che emergono con particolare chiarezza osservando alcuni episodi recenti: le ammissioni di Mark Zuckerberg[xxv] sul fatto che Meta si adeguò alle richieste “informali” di censura da parte dell’amministrazione Biden durante la pandemia; lo scontro tra la Commissione europea ed Elon Musk, il quale ha denunciato pressioni “sottobanco” per allineare X agli standard europei di moderazione[xxvi]; le dichiarazioni di Pavel Durov[xxvii] secondo cui anche Telegram avrebbe ricevuto richieste analoghe da parte di un governo europeo. Negli Stati Uniti il Primo emendamento fa sì che la censura possa verificarsi in conseguenza di pressioni politiche, ma resti priva di un fondamento normativo e dunque – almeno in linea di principio – esposta a contestazione pubblica, ricorsi giudiziari ed ammissioni ex post. A questo proposito, nel caso di Francesca Albanese già richiamato, lo stesso Dipartimento del Tesoro USA, interpellato in merito, ha chiarito che per associazioni accademiche statunitensi resta lecito ospitare un suo intervento, rivolgerle domande e condividere con lei ricerca e materiali di studio, perché lo scambio di idee è protetto dal Primo emendamento e non può essere compresso per via sanzionatoria[xxviii]. Sebbene anche negli Stati Uniti la libertà di espressione sia stata storicamente oggetto di compressioni in nome della sicurezza nazionale (un caso per tutti può essere quello dei Pentagon Papers sulla guerra del Vietnam), esiste tuttavia una differenza rilevante sul piano giuridico rispetto all’Unione europea. Il Primo emendamento, infatti, viene di norma interpretato come una protezione quasi assoluta della libertà di espressione[xxix], mentre la limitazione di quest’ultima è formalmente prevista nella legislazione dell’Unione come esito del bilanciamento con “altri interessi collettivi”, tra cui la “sicurezza nazionale”[xxx]. In una fase storica segnata da gravi crisi geopolitiche e da conflitti armati, come quella attuale, l’impostazione europea pone una seria ipoteca sull’effettiva tenuta di questo diritto fondamentale. Nei fatti, in Europa e in Italia, proprio a partire da scuole e università, si va consolidando un clima di censura preventiva. È istruttivo in questo senso analizzare l’uso strumentale del binomio pluralismo/contraddittorio: (i) si classificano, più o meno esplicitamente, determinati temi come “sensibili” (nella sfera politica e sociale, ma anche in quella tecnico-scientifica); (ii) si subordinano le libertà di espressione e di insegnamento a una par condicio ex-ante di relatori/posizioni[xxxi],[xxxii], spostando la questione dal merito alla procedura organizzativa o al contenzioso giuridico[xxxiii]. In questo modo si aprono spazi per interventi gerarchici di cancellazione prudenziale e si produce un effetto dissuasivo che si traduce in autocensura. Nella prassi, l’obbligo di pluralismo/contraddittorio tende a scattare su posizioni non allineate con l’interpretazione mainstream, mentre quelle conformi vengono veicolate come informazione, educazione civica, strumenti per formare un’opinione autonoma e non condizionata. Nel medesimo quadro vanno lette alcune recenti iniziative che investono direttamente l’università come istituzione. Da un lato, nel dibattito sul DDL “sicurezza” (poi confluito nel D.L. n. 48/2025) figurava una disposizione (art. 31) che avrebbe esteso l’obbligo di collaborazione con le agenzie di informazione e sicurezza anche a università ed enti pubblici di ricerca; la sua successiva scomparsa dal testo in vigore è stata letta come rivelatrice (e potenzialmente reversibile) di un clima in cui l’eccezione resta disponibile come opzione normativa latente[xxxiv]. Dall’altro lato, emergono proposte legislative come il DDL A.S.1722 (cd. Delrio), il quale prevederebbe che l’organismo di vigilanza di ogni università individui al proprio interno un soggetto preposto alla verifica e al monitoraggio delle azioni di contrasto all’“antisemitismo” secondo la definizione operativa dell’IHRA, ampiamente discussa e contestata in ambito accademico e giuridico[xxxv], stabilizzando, così, una funzione di controllo interna alla governance dell’ateneo[xxxvi]. In nome di un’“emergenza” presentata come autoevidente, ma non provata, la libertà accademica da principio costituzionale diventa libertà condizionata da valutazioni di opportunità o conformità di ordine politico e contingente. Non si tratta di singolarità del sistema, o di questo o quel governo, ma di fenomeni destinati a moltiplicarsi perché manifestazioni di una “logica derogatoria” di governo dell’eccezione, che “rischia di essere intrinsecamente espansiva e pertanto non arginabile”.[xxxvii] Nel solco di questa logica derogatoria, l’Unione europea sta istituzionalizzando l’intervento sullo spazio informativo – fino alla censura di contenuti altrimenti legali – attraverso gli strumenti che convergono nello Scudo. In questo quadro, vale la pena rilevare che Donatella Della Porta, in una recente pubblicazione[xxxviii], ha mostrato come in Germania, in nome della lotta all’antisemitismo, si sia consolidata una macchina burocratico-amministrativa che ha radicalmente compromesso il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di insegnamento e alla libertà artistica. Alla luce dell’influenza esercitata dalla Germania sull’Unione europea, nonché del ruolo della presidente della Commissione, è lecito interrogarsi sul peso di tale modello nell’impostazione sottesa allo Scudo. Ciò che negli USA appare come abuso contingente, nell’Unione europea si va dunque configurando come dispositivo strutturale di governance dell’informazione, la cui attuazione è affidata, in misura decisiva, a infrastrutture e piattaforme tecnologiche detenute da una manciata di grandi aziende statunitensi. La governance dello spazio pubblico digitale, una funzione che incide sull’esercizio di diritti fondamentali, finisce così per appoggiarsi a veri e propri “governi privati”[xxxix], come li definisce in modo particolarmente pregnante Daniela Tafani, che operano all’interno del complesso politico-militare-finanziario già richiamato secondo una razionalità del profitto che può essere intesa, a seconda della posizione nella gerarchia di potere, come fine sovrano dell’azione oppure come strumento di incentivazione e di disciplinamento. Una razionalità che, in ogni caso, certamente nulla ha a che fare con la deontologia della democrazia e con i cosiddetti “nostri valori” che, almeno nominalmente, la definiscono. Assumendo che per “nostri valori” si intenda il riconoscimento alla persona umana di un “valore incondizionato, una dignità e dei diritti”, sui quali dovrebbe fondarsi l’obiettivo ultimo del nostro ordinamento democratico di  “promuovere l’uguaglianza e la libertà dei cittadini” (art. 3 della Costituzione italiana), è difficile non vedere l’incoerenza nel delegare funzioni regolative di diritti fondamentali a soggetti la cui razionalità può essere accostata, come scrive Tafani, al “profilo dello psicopatico”: “si può infatti ritenere razionale uccidere un lavoratore, come scrive Cory Doctorow, se “uccidere un lavoratore mi costa 1.000.000 di dollari in sanzioni e mi fa risparmiare 1.000.000,01 dollari in spese operative”[xxxix]. Se, invece, stessimo parlando di valori puramente formali, come il fatto di essere convocati ogni tanto alle urne[xl], allora i conti tornerebbero. Temo che siamo in presenza di un grande, radicale equivoco, tra cittadini e istituzioni europee, su cosa si intenda oggi per democrazia. Come ha osservato Luciano Canfora, il sistema cosiddetto “democratico” vigente negli Stati Uniti e in Europa “può accostarsi, per molti aspetti, alla pratica ateniese, dove una élite proveniente dai ceti mercantili e industriali […] dirige la cosa pubblica facendosi periodicamente legittimare dalle masse”[xli]. A supporto di tale timore, va osservato che, nello stesso solco dello Scudo, si collocano altre iniziative di rilievo. Da un lato, la proposta di Information Security Regulation (ISR, COM(2022) 119 final), volta a rafforzare la sicurezza informativa all’interno delle istituzioni europee, estendendo la nozione di diritto alla riservatezza anche a documenti non classificati, sulla base di valutazioni discrezionali delle singole istituzioni. Dall’altro, la proposta di regolamento per il contrasto agli abusi sessuali su minori online (CSAR, spesso indicata come “Chat Control 2.0”), che prefigura la scansione generalizzata delle comunicazioni private dei cittadini. Si tratta di due iniziative di segno opposto ma funzionalmente convergenti: la ISR tende a ridimensionare la trasparenza dell’operato delle istituzioni, sottraendole al controllo pubblico; Chat Control 2.0, per contro, prefigura cittadini sempre più trasparenti per le istituzioni e per i loro intermediari tecnologici. Insieme allo Scudo, esse delineano gli assi portanti di un progetto di controllo pervasivo della sfera dell’informazione che, in nome della sicurezza e della resilienza, renderebbe costitutivo della cosiddetta “democrazia rafforzata” un sistema di sorveglianza di massa cognitivo e sociale. Nota. La citazione in apertura è di Bertolt Brecht, Parata del vecchio nuovo, ed è riportata in V. Giacché, La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea, 3a ed., Imprimatur, 2016, p. 259. Ringraziamenti. Ringrazio di cuore Juan Carlos De Martin e Maurizio Tirassa per l’attenta lettura della prima versione di questo lavoro e per i preziosi consigli e spunti che mi hanno offerto, nonché Fabrizio Barpi per la segnalazione di alcuni utili riferimenti. Desidero inoltre ringraziare l’Associazione Italiana per la promozione della Scienza Aperta (AISA) per le occasioni di confronto e discussione sul rapporto tra scienza, conoscenza e democrazia. Dichiarazione di responsabilità. Le opinioni espresse sono di mia esclusiva responsabilità, così come eventuali imprecisioni, e non riflettono necessariamente le posizioni delle istituzioni o delle organizzazioni cui afferisco. [i] Si usa qui “escalation delle ostilità” in linea con la terminologia ricorrente nei report ONU (OCHA/OHCHR) su Gaza. [ii] Bressanelli, E. & Bernardi, L. (2025), Strengthening Resilience – Towards the European Democracy Shield, European Parliament Special Committee. Lo studio, commissionato dal Parlamento europeo, mappa gli strumenti UE che convergono nello European Democracy Shield. https://www.europarl.europa.eu/thinktank/en/document/IUST_STU(2025)777917. Cfr. anche Lewis, N. (2025).  A shield against democracy – How the Democracy Shield protects the EU from the electorate. MCC Brussels. [iii] Sottolineature aggiunte. [iv] In questo testo “censura” è intesa in senso funzionale, non limitata alla rimozione dei contenuti. Essa include, ai sensi della legislazione EU, anche forme di intervento ex ante o “soft” che incidono sulla circolazione dell’informazione, quali: de-prioritizzazione/de-ranking e limitazione della visibilità (shadow banning); labeling e “correzioni”/contestualizzazioni obbligate; demonetizzazione e altre leve economiche che disincentivano la produzione di contenuti; restrizioni di account (sospensioni, limitazioni funzionali); notice-and-action e trusted flaggers; obblighi di risk assessment e risk mitigation azionati attraverso algoritmi di gestione e raccomandazione. [v] Ponti B. (2025), The “Ideal Informational Order”: the Use of Disinformation as a Restrictive Device on Freedom of Expression, in “Diritto pubblico, Rivista fondata da Andrea Orsi Battaglini” 2/2025, pp. 561-591, doi: 10.1438/118296. [vi] Ponti B. (2022), Disinformation e nemico interno, in a/simmetrie blog, https://asimmetrie.org/interventi/opinions/disinformation-e-nemico-interno/. [vii] Come annota Ponti (2025, Nota 22): Già nel preambolo del Code of practice del 2018 si poteva leggere che “the Signatories are mindful of the fundamental right to freedom of expression and to an open Internet, and the delicate balance which any efforts to limit the spread and impact of otherwise lawful content must strike”; più di recente, all’atto della qualificazione del Code of practice del 2022 in un “Codice di condotta” ai sensi del DSA, tale consapevolezza appare confermata, laddove il preambolo ribadisce che “the Signatories are mindful of the fundamental right to freedom of expression, freedom of information, and privacy, and of the delicate balance that must be struck between protecting fundamental rights and taking effective action to limit the spread and impact of otherwise lawful content”. [viii] Sul versante educativo, si veda per esempio: European Commission: Directorate-General for Education, Youth, Sport and Culture, Guidelines for teachers and educators on tackling disinformation and promoting digital literacy through education and training, Publications Office of the European Union, 2022, https://data.europa.eu/doi/10.2766/28248. [ix] European Commission: Directorate-General for Education, Youth, Sport and Culture, Final report of the Commission expert group on tackling disinformation and promoting digital literacy through education and training – Final report, Publications Office of the European Union, 2022, https://data.europa.eu/doi/10.2766/283100. Per la definizione di pre-bunking (“pre-emptive refutation of the persuasive argument”), v. p. 25 e i riferimenti ivi citati; nello stesso contesto il report richiama la Inoculation Theory che, con metafore di tipo medico, introduce la logica del“prevention is better than a cure” e i concetti di vaccino e anticorpi psicologici. Tra i riferimenti richiamati, cfr. J. Roozenbeek e S. van der Linden, Inoculation Theory and Misinformation (NATO Strategic Communications Centre of Excellence, 2021), spec. sez. 3, in cui si ricostruisce la genealogia di questo approccio, collocandone l’origine negli anni Sessanta, nel contesto della guerra del Vietnam. Per l’uso esplicito di tali metafore mediche nel discorso politico della Commissione, cfr. infra, Nota 43. [x] Fazi, T. (2025) Professors of propaganda. How the EU’s Jean Monnet Programme corrodes academia; Brussel’s media machine – EU media funding and the shaping of public discourse; The EU’s propaganda machine – How the EU funds NGOs to promote itself. MCC Brussels. [xi] Con riferimento alla Germania, si veda il rapporto di liber-net “The Censorship Network: Regulation and Repression in Germany Today”, 19 novembre 2025, che documenta più di 300 organizzazioni e più di 420 grants/finanziamenti collegati ad attività di soppressione di contenuti online. [xii] Borghi, M., L’Europa futura, meno diritti per più competitività, in Centro per la Riforma dello Stato, 11 ottobre 2024. https://centroriformastato.it/leuropa-futura-meno-diritti-per-piu-competitivita/. [xiii] Gineikyte-Kanclere, V., et al., European Software and Cyber Dependencies. Document requested by the European Parliament’s Committee on Industry, Research and Energy (ITRE). Dicembre 2025. https://www.europarl.europa.eu/thinktank/en/document/ECTI_STU%282025%29778576. Il report evidenzia la posizione dominante di imprese statunitensi lungo più livelli dello stack digitale europeo; per alcuni segmenti (cybersecurity) segnala anche la presenza di fornitori israeliani. Per un approfondimento giornalistico sul versante israelo-occidentale, v. anche M. Antonellis, “Israele, la cassaforte digitale dell’Occidente: ecco perché nessuno lo critica mai davvero”, L’Espresso, 2 ottobre 2025, https://lespresso.it/c/mondo/2025/10/2/israele-tecnologia-digitale-dipendenza-occidente/57329. [xiv] Mingori, E., “Le Big Tech sono una minaccia per la democrazia”: intervista al prof. Juan De Martin, TPI – The Post Internazionale, 19 dicembre 2025 (agg. 20 dicembre 2025). https://www.tpi.it/politica/big-tech-minaccia-per-democrazia-intervista-prof-juan-de-martin-202512191212216/. Cfr. supra, Nota 13. [xv] Mazzucato, M. (2020) Lo Stato innovatore. Nuova edizione. Laterza. Cap. IV: Lo Stato innovatore negli Stati Uniti e Cap. V: Lo Stato dietro l’iPhone. [xvi] Tirassa, M. (2025), Intelligenza artificiale e mondi reali. https://nexa.polito.it/intelligenza-artificiale-e-mondi-reali/. [xvii] Bria, F., United States of Palantir, in “Le Monde diplomatique”, 13 novembre 2025, https://monde-diplomatique.de/artikel/!6113232. [xviii] De Martin J.C., The computerization of the world and international cooperation, in “Nexa Center for Internet & Society”, dicembre 2024, https://nexa.polito.it/community-articles/. [xix] Bria F., Riconquistare la sovranità digitale dell’Europa, in “Forum Disuguaglianze Diversità”, 28 ottobre 2025. https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/riconquistare-la-sovranita-digitale-delleuropa/. [xx] Un caso emblematico è quello di ASML, azienda europea leader mondiale nella litografia avanzata per semiconduttori, le cui esportazioni di macchinari EUV verso la Cina sono state di fatto bloccate a seguito delle restrizioni statunitensi del 2022–2023, nonostante sede e governance formale europee. The Guardian (28 febbraio 2025); Reuters (5 marzo 2025). [xxi] Sul dibattito relativo all’enforcement limitato di GDPR e AI Act e, più in generale, alle proposte di semplificazione introdotte con il Digital Omnibus, nonché al rischio conseguente di consolidare la dipendenza europea dai grandi operatori statunitensi, si vedano, per esempio: Ryan, Riekeles, The Guardian, 12 novembre 2025; https://www.eunews.it/en/2025/12/02/gdpr-privacy-eu-reset/. [xxii] Sulle conseguenze delle sanzioni a Francesca Albanese: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/09/27/francesca-albanese-liste-ofac-banche-notizie/8135994/; https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/competenze-digitali/sanzioni-usa-a-francesca-albanese-perche-sono-un-test-per-la-sovranita-europea/; https://www.osservatoriodiritti.it/2025/10/22/francesca-albanese/. [xxiii] Sulla vicenda si veda: https://nltimes.nl/2025/05/20/microsofts-icc-email-block-triggers-dutch-concerns-dependence-us-tech. Recentemente la CPI ha annunciato l’intenzione di passare dalla piattaforma Microsoft a una piattaforma open source: https://www.digitalworlditalia.it/applicazioni-enterprise/office/dopo-il-blocco-dellemail-del-procuratore-capo-la-corte-penale-internazionale-abbandona-microsoft-365-176261. [xxiv] Iannello C. (2025), Lo Stato del Potere. Politiche e diritto ai tempi della post-libertà. Meltemi. [xxv] Mark Zuckerberg, Letter to Rep. Jim Jordan, Chairman, House Committee on the Judiciary (26 agosto 2024). Nella lettera Zuckerberg afferma che nel 2021 “senior officials” dell’amministrazione Biden, inclusa la Casa Bianca, avrebbero esercitato ripetute pressioni su Meta per rimuovere/censurare contenuti sul COVID-19 (inclusi “humor and satire”), e dichiara che tali pressioni erano “wrong” e che alla luce di quanto emerso successivamente non avrebbe rifatto le stesse scelte. Si vedano anche https://www.pbs.org/newshour/politics/zuckerberg-says-the-white-house-pressured-facebook-to-censor-some-covid-19-content-during-the-pandemic e https://time.com/7015026/meta-facebook-zuckerberg-covid-biden-pressure-censorship/. [xxvi] Musk ha sostenuto pubblicamente che la Commissione avrebbe proposto a X un “illegal secret deal” (“quietly censored speech… they would not fine us”), nell’ambito delle contestazioni UE su presunte violazioni del DSA (luglio 2024). https://www.euronews.com/next/2024/07/12/elon-musk-claims-eu-offered-an-illegal-secret-deal-as-x-charged-with-dsa-breaches. https://www.axios.com/2024/07/12/elon-musk-x-twitter-eu-violation-investigation. Il 12 agosto 2024 il commissario Thierry Breton ha scritto una lettera a Musk richiamando gli obblighi di conformità al DSA per la piattaforma X in relazione alla moderazione di contenuti/disinformazione, in particolare in vista dell’annunciata intervista live su X del candidato alla presidenza Donald Trump: https://www.reuters.com/world/eus-breton-says-musk-must-comply-with-eu-law-ahead-trump-interview-2024-08-12/. [xxvii] Pavel Durov (Telegram). Reuters, Telegram founder says he rejected a Western request to “silence” conservative voices in Romania (18 maggio 2025): Durov ha dichiarato in un post di aver rifiutato la richiesta del governo francese (non nominato, ma simboleggiato da una baguette) a Telegram di “silenziare” canali/voci conservatrici in Romania in vista del ballottaggio presidenziale. Accuse respinte dal ministro degli esteri francese. Da notare che in precedenza, ad agosto 2024, Durov era stato arrestato in Francia e la magistratura francese gli aveva contestato dodici capi di imputazione collegati all’uso di Telegram per attività criminali e alla (presunta) insufficiente cooperazione/moderazione della piattaforma, con applicazione di misure di controllo giudiziario: https://www.agendadigitale.eu/sicurezza/privacy/telegram-le-accuse-a-durov-fanno-tremare-internet-ecco-perche/; https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/10050564. [xxviii] https://knightcolumbia.org/content/trump-administration-concedes-that-us-researchers-may-engage-with-sanctioned-un-official. [xxix] Nel caso citato dei Pentagon Papers, cfr. New York Times Co. v. United States, 403 U.S. 713 (1971), in cui la Corte Suprema statunitense respinse il tentativo del governo di impedire la pubblicazione dei documenti, stabilendo che la sicurezza nazionale non giustifica di per sé la censura preventiva della stampa. Vale la pena ricordare, al riguardo, le parole del giudice Hugo Black: “Only a free and unrestrained press can effectively expose deception in government. And paramount among the responsibilities of a free press is the duty to prevent any part of the government from deceiving the people and sending them off to distant lands to die of foreign fevers and foreign shot and shell.” [xxx] Come riportato in una recente analisi del Servizio Studi del Parlamento europeo: “European and EU law curtails the right to freedom of expression. Article 10 of the European Convention of Human Rights, which applies to all EU Member States, states that freedom of expression ‘carries with it duties and responsibilities’. In a democratic society, restrictions may be imposed in the interest, among others, ‘of national security, territorial integrity or public safety, for the prevention of disorder or crime, for the protection of health or morals, for the protection of the reputation or rights of others’”. Cfr. European Parliamentary Research Service (EPRS), Hate speech: Comparing the US and EU approaches, giugno 2025. [xxxi] MIM, Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, Nota su “manifestazioni ed eventi pubblici all’interno delle istituzioni scolastiche” (prot. 5836, 7 novembre 2025): “appare importante che l’organizzazione e lo svolgimento, all’interno delle istituzioni scolastiche, di manifestazioni ed eventi pubblici di vario tipo aventi ad oggetto tematiche spesso di ampia rilevanza politica e sociale, siano caratterizzati dalla presenza di ospiti ed esperti di specifica competenza e autorevolezza […] le istituzioni scolastiche, nell’ambito dell’autonomia loro riconosciuta, debbano operare in modo da assicurare il pieno rispetto dei principi del pluralismo e della libertà di opinione” (N.d.A.: enfasi aggiunta). [xxxii] Nel “caso Albanese”, il ministro Valditara ha ricondotto l’avvio di verifiche/ispezioni alla necessità di garantire pluralismo e confronto tra posizioni diverse. https://www.rainews.it/tgr/toscana/articoli/2025/12/albanese-nelle-scuole-il-ministro-valditara-chiede-ispezioni-cfbc60ea-3f40-4480-bb17-535cf9418903.html. Nello stesso clima, a Bologna un istituto ha annullato un incontro su Israele/Palestina richiamando espressamente le “ultime note del ministero” e la necessità di “garanzie di pluralismo e contraddittorio”. https://www.rainews.it/tgr/emiliaromagna/articoli/2025/12/no-agli-obiettori-israeliani-a-scuola-non-cera-garanzia-di-pluralismo-979f92d5-cc88-407d-be94-e174b09e9ebf.html. [xxxiii] Si veda a titolo d’esempio il recente pronunciamento del TAR sul “no” dell’Università di Torino all’evento “Storia e legalità internazionale del conflitto Russia-Ucraina” con proiezione di un documentario di Russia Today organizzato dal Prof. Ugo Mattei; il TAR ha respinto il ricorso del docente, richiamando nelle motivazioni anche il quadro UE sulla manipolazione/disinformazione russa. https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2025/03/25/niente-documentario-russo-alluniversita-il-tar-conferma_a4d3fc4a-cb3d-4ca5-aac4-eecd232b7e29.html. Per una ricostruzione giuridica critica e delle sue implicazioni per libertà accademica/interesse ad agire: Vittorio Gaeta, Un inquietante caso di censura preventiva, Giustizia Insieme (2025): https://www.giustiziainsieme.it/it/diritto-e-societa/3459-un-inquietante-caso-di-censura-preventiva-vittorio-gaeta. [xxxiv] Caso R., Pubblica amministrazione e servizi segreti: alla ricerca della (minacciosa) norma fantasma, Frammenti di un discorso pubblico, 13 aprile 2025. Si veda anche: Pievatolo M.C., Decreto legge ‘sicurezza’ (ex ddl ‘sicurezza’): la norma scomparsa, (14 aprile  2025) e Ricerca pubblica, servizi segreti: il ddl sicurezza e l’università (15 dicembre 2024), AISA, Associazione italiana per la promozione della scienza aperta. [xxxv] Sulle criticità legate alla definizione operativa di “antisemitismo” adottata dal DDL, corrispondente a quella proposta dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), si veda l’appello di numerosi accademici, che ne hanno sottolineato l’ambiguità e il rischio di sovrapporre la legittima tutela contro l’odio razziale antiebraico alla limitazione della critica politica allo Stato di Israele: https://ilmanifesto.it/ddl-delrio-lappello-degli-accademici-contro-il-reato-di-critica-a-israele. [xxxvi] Il DDL prevede inoltre una delega al governo a disciplinare, in linea con il Digital Services Act, diritti degli utenti, obblighi delle piattaforme e modalità di intervento di AGCOM in materia di prevenzione, segnalazione, rimozione e sanzione dei contenuti antisemiti diffusi sulle piattaforme online. [xxxvii] Preterossi, G., L’accecamento ‘progressista’. A proposito di Habermas e non solo…, Jura Gentium, XXII (2025), n. 1, pp. 5–33. https://dialnet.unirioja.es/ejemplar/713156. Pur muovendo da un’analisi della gestione della pandemia, Preterossi individua una logica derogatoria dell’emergenza di portata generale; è a tale livello di astrazione che il riferimento è qui utilizzato. [xxxviii] Della Porta, D., Guerra all’antisemitismo? Il panico morale come strumento di repressione politica, Altrəconomia, Milano, 2024. [xxxix] Tafani, D., Governi privati e intelligenza artificiale, preprint, settembre 2025, https://zenodo.org/records/17158439. [xl] Che questa investitura elettorale sia percepita sempre più come rituale si riflette nel crescente astensionismo e, specularmente, nell’emergere di proposte volte a introdurre sanzioni per chi non vota. Cfr. De Bortoli, F. Il limite minimo di votanti, Corriere della Sera, 25 novembre 2025. [xli] Canfora, L. Critica della retorica democratica, Laterza, 2002, p. 36, cit. in Giacché, V., La fabbrica del falso, Imprimatur, 2016, p. 123. Per un inquadramento complessivo sul tema dell’equivoco insito nell’utilizzo odierno della parola ‘democrazia’ si vedano il cap. 3 in Giacché, V., La fabbrica del falso, op. cit.; Fagan, P. Benvenuti nell’era complessa – Mappe e strumenti del pensiero per esplorare il nuovo mondo in formazione, Diarkos, 2025, capp. 7 e 10; Iannello, C., Lo Stato del potere, op. cit.      
Anvur, reclutamento, università: l’epifania della valutazione di stato
Lo stato si appresta a rafforzare i poteri, già non poco oppressivi, del ministero dell’università e della ricerca, dell’Anvur che gli è sottomesso e delle gerarchie accademiche locali. Contro questo disegno FLC-CGIL si è appellata alle “forze libere e pensanti dell’accademia e della comunità universitaria”. In effetti, se, dopo lustri di valutazione di stato, esistessero ancora “forze libere e pensanti”, non sarebbe loro difficile promuovere una campagna di ubbidienza civile alla costituzione, a partire dagli articoli 21 e 33. In un momento in cui dovremmo invece parlare, davanti agli stati armati per la guerra, delle condizioni della pace pubblica, continuare a compilare moduli e a supplicare favori ministeriali ci salverà, forse, come impiegati, ma certamente non come studiosi. Questo post è apparso originariamente sul sito dell’Associazione italiana per la promozione della scienza aperta il 5 gennaio 2026. ANDU, FLC-CGIL, Roars, nonché la Rete delle Società Scientifiche, hanno espresso allarme o almeno preoccupazione per i doni che lo stato si appresta a regalare alla ricerca italiana. Questi doni, che rafforzeranno i poteri, già non poco oppressivi, del ministero dell’università e della ricerca, dell’Anvur che gli è sottomesso e delle gerarchie accademiche locali, consistono: 1. in una riforma del reclutamento, già approvata in senato, che rende i concorsi interamente locali, ma sotto il controllo dell’Anvur sia in ingresso sia in uscita; 2. in una riforma dell’Anvur, per via regolamentare e non legislativa, volta ad accentuarne ulteriormente la subordinazione al ministero; 3. in una riforma dell’amministrazione delle università, per via legislativa, che accentuerebbe il dispotismo locale dei rettori e la loro sudditanza al governo nazionale. La scienza italiana, che nell’età moderna si fondò e perseguì la libertà dell’uso pubblico della ragione e l’emancipazione dal segreto, si trova ora a misurarsi con tre poteri che hanno solo accidentalmente a che vedere con la ricerca della verità: quello, locale, di colleghi e rettori, quello, centralizzato, dell’agenzia sedicente indipendente per la valutazione di stato, la quale attribuisce la quota cosiddetta “premiale” del finanziamento ordinario, e quello del governo a cui essa stessa è sottoposta fin dalla sua istituzione. Promuovendo la scienza aperta come scienza libera e non come costoso adempimento burocratico, abbiamo sostenuto che la valutazione amministrativa della ricerca, in Italia centralizzata in forma di valutazione di stato, è intrinsecamente dispotica e retrograda: dispotica perché sostituisce alla libera discussione entro le comunità scientifiche una statuizione di un’autorità esterna e non scientifica, in quanto derivante da una gerarchia amministrativa; retrograda perché impone indicatori costruiti sul passato che disconoscono non solo la riflessività dell’azione sociale,1 ma anche la natura aperta della ricerca. A questo dispositivo, che Mario Ricciardi descrisse precocemente come un “apparato burocratico di tipo sovietico”, i professori italiani si sono – sostanzialmente – piegati. Fra gli effetti della sottomissione c’è stato il blocco di un’evoluzione verso una scienza aperta nel senso di libera da oligopoli editoriali privati e liste di riviste “scientifiche” ed “eccellenti” di composizione amministrativa. Accettarla, ai più, è parsa una scelta prudente: si tratta però di capire se è stata anche una scelta sapiente. 1. LA METAMORFOSI DEL “CRETINO LOCALE” Pietro Rossi, in un fortunato articolo, criticò i concorsi introdotti nel 1998, in cogestione fra “facoltà e corporazione disciplinare”. Secondo Rossi, in un sistema in cui la sede che fa il favore di bandire una valutazione comparativa può barattare la vittoria del proprio candidato interno con le idoneità di candidati esterni supplementari che trovano cattedra a casa loro, l’ascesa del “cretino locale”, entro comunità di disciplina sempre più frammentate e chiuse, non può che essere irresistibile. Il disegno di legge approvato in senato abolisce l’Abilitazione Scientifica Nazionale a favore di concorsi esclusivamente locali con vincitori unici, accessibili tramite un’autocertificazione della soddisfazione di criteri stabiliti con decreto ministeriale su proposta dell’Anvur, sentito il CUN, i quali comprenderanno “indicatori minimi di quantità, continuità e distribuzione temporale dei prodotti della ricerca”. I commissari dovranno godere dei medesimi requisiti. Dopo tre anni i vincitori verranno valutati dall’Anvur, con eventuali conseguenze sanzionatorie in termini di finanziamento istituzionale. Si tornerà dunque al “cretino locale”, o, come scrive più gentilmente Roberta Calvano, a un sistema in cui “il nepotismo e gli abusi sono stati per anni alla radice di un diffuso malcostume accademico”? No: in virtù dell’Anvur e del ministero, questa volta il “cretino”, selezionato tramite valutazione amministrativa in ingresso e in uscita e giudicato da commissari simili a lui, sarà probabilmente bibliometrico, sicuramente governativo, e giocoforza sottomesso ai colleghi disposti a usare il loro potere di ricatto – qualità, queste, che con la scienza libera hanno ben poco a che vedere. 2. L’AUTOAFFERMAZIONE DELL’UNIVERSITÀ ITALIANA “Noi vogliamo noi stessi” proclamava un rettore a Friburgo, perorando l’autoaffermazione dell’università. Correva l’anno 1933: Martin Heidegger diceva “noi”, ma era entrato in carica su pressione del governo nazista, dopo che il suo predecessore, riluttante a licenziare gli ebrei, era stato indotto alle dimissioni. Tra poco, forse, anche i rettori italiani, pur più sottilmente e con qualche sbavatura normativa, potranno dire “noi” al modo di Heidegger: 1. la composizione, legalmente determinata, del consiglio di amministrazione consentirà loro di contare su una maggioranza certa purché ubbidiscano al governo. Eliminato il rappresentante del personale tecnico-amministrativo, degli 11 membri del consiglio uno sarà il rettore stesso, quattro saranno nominati direttamente da lui (due docenti e due componenti esterni); a questi si aggiungerà uno studente eletto, come residuo vestigiale di democrazia, due docenti indicati dal senato, il candidato rettore soccombente e un membro nominato dal governo. Al rettore basterà restare agli ordini di quest’ultimo – esercizio che, probabilmente, non gli sarà difficile – per avere una maggioranza garantita;2 2. il mandato del rettore sarà prolungato da sei a otto anni, con un eventuale plebiscito di conferma dopo quattro anni, qualora proposto dai 3/5 del senato accademico. A proposito del mandato, dall’ipotetico testo di riforma cadono le parole “non rinnovabile”; 3. nella programmazione triennale il rettore dovrà tener conto anche di “linee generali di indirizzo stabilite dal Ministro”. I rettori preferiranno continuare a regnare all’inferno o proveranno a servire in paradiso? Non si sa: ma certamente con “rettori che agiscono sotto l’occhiuta vigilanza del ministro e da cui dipenderanno a catena tutte le cariche interne agli atenei (i cui mandati vengono allineati alla durata di quello dei rettori)” l’esercizio della libertà della ricerca, sia in senso negativo sia in senso positivo, sarà ancor più difficile, e rischioso. 3. L’EPIFANIA DELL’ANVUR Come ha osservato Roberto Caso, l’Anvur, istituita nel 2006 sotto il governo Prodi II, è nata così dipendente da aver ricevuto critiche perfino da una sostenitrice della valutazione amministrativa come Fiorella Kostoris. Il regolamento di riforma – che viola, secondo il Consiglio di Stato, la gerarchia delle fonti3 – renderebbe più intenso un controllo del governo sulla ricerca già in atto, al quale i più, a dispetto del primo comma dell’articolo 33 della costituzione italiana, hanno ritenuto opportuno sottomettersi. 1. L’Anvur sarà ancor più ministeriale e dipendente: rispetto al regime attuale, il presidente dell’Anvur diverrebbe di nomina ministeriale diretta, così come i comitati di selezione delle rose dei candidati fra i quali il ministro sceglierà i quattro membri del consiglio direttivo, non più costituiti su indicazione di enti esterni. 2. L’Anvur diverrà la valutatrice generale di stato: l’agenzia, che attualmente valuta solo università ed enti di ricerca vigilati dal MUR (quali CNR, INAF, INDIRE, INFN, INGV, INVALSI), allungherà il suo occhio agli altri enti di ricerca pubblici (ASI, CREA, ENEA, ISPRA, ISS, ISTAT) in base ad accordi con i ministeri vigilanti, alle Accademie e all’Alta Formazione Artistica e Musicale (AFAM) a enti privati ma finanziati pubblicamente (IIT di Genova, HT di Milano e Fondazione Biotecnopolo di Siena) e simili, nonché, per chi mai volesse richiederlo, in ambito internazionale. E non si occuperà solo di arte, musica e ricerca bensì anche delle cosiddette “competenze trasversali e disciplinari” acquisite dagli studenti e degli “sbocchi occupazionali dei laureati”. Tutto ciò, chiarisce la relazione di accompagnamento, nel “rispetto dell’indirizzo politico dato dal Ministero dell’università e della ricerca, quale Ministero vigilante”. Il modello dell’università-azienda – si è detto – è neoliberale; quello nei disegni del governo è autoritario. Qui però il “liberale” che segue al “neo-” non ha nulla a che vedere con Benedetto Croce: l’azienda è una struttura non democratica, bensì autoritaria e chi la impone come modello sostiene un’ideologia altrettanto autoritaria, se non totalitaria. In questo senso, il disegno di “riforma” dell’Anvur non è una metamorfosi, bensì un’epifania. Non esiste una valutazione amministrativa buona o cattiva, così come non esiste un dispotismo cattivo o buono a seconda che sul trono sieda Commodo oppure Marco Aurelio. Se si accetta che la valutazione della ricerca non sia scientifica – e parte della ricerca stessa – bensì amministrativa e a essa esterna, si accetta anche che chi amministra ne fissi e ne muti i criteri e abbia titolo a controllare i suoi eventuali agenti in modo più o meno stretto. Il vizio della valutazione di stato non sta nel modo in cui valuta, come suggerito elusivamente dell’Unione Europea, ma nel fatto che Caesar sia supra grammaticos, non importa se come Marco Aurelio o come Commodo. Non è, questa, un’idea radicale, né sul piano della storia, né su quello della cronaca: lo scorso aprile, in Francia, l’assemblea nazionale ha votato a favore dell’abolizione dell’agenzia di valutazione di stato HCERES. In questa prospettiva non ha senso limitarsi a chiedere un guinzaglio appena un po’ più lungo, o a sollevare il problema dei finanziamenti alla ricerca senza toccare quello della sua libertà, vale a dire della possibilità stessa di fare scienza – libertà, questa, che non si promuove difendendo l’Anvur attuale4 come se fosse indipendente, bensì considerandone l’abolizione. Contro il disegno di intensificare il controllo politico di “un’università più piccola, gerarchica e precaria”, FLC-CGIL5 si è appellata alle “forze libere e pensanti dell’accademia e della comunità universitaria”. In effetti, se, dopo lustri di valutazione di stato, esistessero ancora “forze libere e pensanti”, non sarebbe loro difficile promuovere una campagna di ubbidienza civile alla costituzione, a partire dagli articoli 21 e 33. In un momento in cui dovremmo invece parlare, davanti agli stati armati per la guerra, delle condizioni della pace pubblica, continuare a compilare moduli e a supplicare favori ministeriali ci salverà, forse, come impiegati, ma certamente non come studiosi. -------------------------------------------------------------------------------- 1. Questa riflessività è nota a chi si occupa di valutazione come legge di Goodhart: i soggetti valutati non si limitano a farsi valutare, ma adeguano riflessivamente le loro prestazioni al criterio di valutazione. Così chi viene premiato per il numero di pubblicazioni inflazionerà i testi, mentre chi viene premiato per le citazioni scriverà solo per farsi citare. Le conseguenze sono tristemente note. ︎ 2. Per un aggiornamento sugli orientamenti ministeriali si veda però quanto riferito dall’ANDU qui. ︎ 3. Il Consiglio di Stato, nel parere formulato nell’adunanza del 23 settembre 2025, ha ricordato che, proprio in virtù della gerarchia delle fonti del diritto, un regolamento, perfino se riguarda la valutazione di stato, non può cambiare la legge che l’ha istituita. ︎ 4. L’agenzia, peraltro, si è mostrata incapace di onorare gli impegni di riforma della valutazione che aveva sottoscritto aderendo alla coalizione europea COARA. ︎ 5. ANVUR: un’Agenzia che diventa governativa, con l’intenzione di valutare e quindi disciplinare anche saperi e conoscenze (2025) merita di essere letto per la sua analisi dettagliata della bozza di DPR qui solo sommariamente esposta. ︎
La riforma a pezzi: costruire un’università gerarchica, sotto controllo politico e militarizzata
La maggioranza di governo avanza una riforma dell’università spezzata in tre frammenti: governance, ANVUR e reclutamento. Il rischio più grande? Che opporsi a una riforma sbagliata significhi difendere uno status quo indifendibile. Questa riforma non cura le cause: accentra ancora più potere nelle mani del ministro e dei rettori, rafforzando il controllo governativo su ANVUR, e nel reclutamento mantiene le soglie bibliometriche che hanno distorto la ricerca. Il disegno è svelato dal Ministro della Difesa Crosetta: costruire un “ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e difesa lavorino in sinergia”. In una società sempre più autoritaria e militarizzata, un’università autonoma, libera, critica e pluralista diventa un problema. La riforma costruisce un sistema più gerarchizzato, meno libero e più facilmente controllabile dalla politica. La maggioranza di governo sta prospettando in questi mesi una riforma a pezzi dell’università di cui non è semplice cogliere il disegno, perché, appunto, frammentata. I capitoli della riforma sono tre:  la riforma del governo degli atenei; la riforma dell’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca (ANVUR); la riforma del reclutamento, già approvata dal Senato. Sta emergendo il pericolo che criticare la riforma significhi difendere un indifendibile esistente. L’università italiana ha problemi strutturali. Il finanziamento pubblico è cronicamente insufficiente: l’Italia occupa da anni le ultime posizioni tra i paesi OCSE per spesa pubblica in istruzione universitaria. Circa 30 mila giovani studiosi, assunti con contratti a tempo determinato in gran parte con i fondi PNRR, saranno espulsi dal sistema nel giro di pochi mesi. L’ANVUR è un’agenzia dotata di poteri e prerogative senza paragoni nei paesi con sistemi di ricerca avanzati. Il governo degli atenei, come ridisegnato dalla legge Gelmini del 2010, ha concentrato il potere decisionale nelle mani dei rettori, sempre meno responsabili di fronte alla comunità universitaria. Il sistema di reclutamento è fortemente disfunzionale. In questo contesto, negli ultimi quindici anni, si è affermato un vero e proprio doping della ricerca. Per la riforma della governance il riferimento è un documento circolato nelle scorse settimane e attribuito a una delle due commissioni consultive ministeriali. Prevede il rafforzamento ulteriore dei rettori, allungandone il mandato (8 anni) e introducendo una sorta di plebiscito di conferma dopo 4 anni. La composizione dei consigli di amministrazione viene modificata introducendo un membro di nomina governativa ed eliminando la rappresentanza del personale tecnico-amministrativo. Ne risulta un assetto in cui il rettore dispone di una maggioranza di fatto garantita. Le distorsioni introdotte dalla riforma Gelmini non vengono corrette, ma aggravate. L’ANVUR è ormai lo snodo centrale e la riforma ne prevede un più saldo controllo da parte del ministro. La sua istituzione fu giustificata sostenendo che un’agenzia avrebbe tenuto il governo a distanza dall’accademia, favorendo al contempo il miglioramento della qualità della ricerca e della didattica. In realtà, ANVUR nacque con un’impostazione tecnocratica e illiberale: uno strumento chiamato a indirizzare istituzioni e docenti attraverso un sistema di premi e punizioni. In quindici anni ANVUR ha costruito un apparato burocratico che ha messo in competizione atenei, dipartimenti e singoli ricercatori per l’accesso alle risorse. Questa competizione, dichiaratamente fondata sulla qualità della ricerca, è nei fatti basata sulla raccolta di punti bibliometrici: numero di pubblicazioni e numero di citazioni. Indicatori quantitativi che determinano carriere individuali e finanziamenti istituzionali. I danni prodotti da questo sistema sono ormai evidenti. Una intera generazione di ricercatori è stata incentivata non a fare ricerca rigorosa, solida, su dati ben accertati, ma a massimizzare i punteggi bibliometrici. Il doping bibliometrico è diventato una pratica diffusa. Esso assume forme diverse. La più semplice è l’autorialità di comodo: per aumentare il numero di pubblicazioni, un ricercatore può chiedere a un collega di inserirlo tra gli autori di un articolo a cui non ha contribuito, offrendo in cambio la reciprocità su una propria pubblicazione. Esistono poi le cosiddette paper mills, servizi che, dietro pagamento, aggiungono il nome del ricercatore ad articoli già pronti. Anche le citazioni possono essere manipolate: la pratica più banale è l’autocitazione sistematica; se non basta, si ricorre allo scambio organizzato di citazioni (citation rings) o ad agenzie specializzate che procurano citazioni a a pagamento (citation mills). La riforma non interviene su nulla di tutto questo. Modifica invece le modalità di nomina del consiglio direttivo di ANVUR, ne amplia le competenze e riserva al ministro nuovi poteri di indirizzo. Già oggi il consiglio direttivo è scelto dal ministro al termine di una procedura bizantina. La riforma semplifica: il ministro nomina direttamente presidente e membri. Ciò che prima era mediato e mascherato diventa esplicito. La riforma mostra così ANVUR per ciò che è sempre stata: il cavallo di Troia attraverso cui il governo esercita un controllo diretto sull’università. Veniamo infine alla riforma del reclutamento. Oggi, per ottenere una posizione stabile di professore universitario, sono necessari due passaggi. Il primo è il superamento dell’abilitazione scientifica nazionale (ASN): per poter essere valutati dalla commissione del proprio settore disciplinare, i candidati devono raggiungere le soglie di punti bibliometrici fissate da ANVUR. Solo dopo aver ottenuto l’abilitazione si acquisisce il diritto a partecipare ai concorsi banditi dalle università. Le criticità del sistema attuale sono note. Le soglie bibliometriche sono una delle principali cause del doping della ricerca. Lo strapotere delle commissioni ASN orienta le linee di ricerca considerate vincenti in interi settori disciplinari. La gestione localistica dei concorsi, utilizzati sia per il reclutamento sia per i passaggi di carriera, produce un effetto perverso: tendono a essere vinti dai candidati interni perché meno costosi per l’ateneo. La riforma non risolve quest’ultimo nodo cruciale. Prevede l’abolizione della ASN e concentra l’intero processo di selezione nelle commissioni locali di concorso. Per contrastare il localismo introduce una regola rigida: quattro commissari su cinque saranno estratti a sorte da liste nazionali. Per accedere ai concorsi i candidati dovranno comunque superare soglie che saranno fissate con un successivo decreto del ministro su proposta di ANVUR. Gli effetti complessivi della riforma dipenderanno dunque da come verranno definite queste soglie. Se, come è probabile, saranno simili a quelle attuali, i possibili benefici della riforma verranno annullati e il sistema continuerà a incentivare il doping della ricerca. Il disegno complessivo emerge chiaramente se si guarda oltre il perimetro universitario. Il ministro della Difesa Crosetto ha recentemente invocato un “ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e difesa lavorino in sinergia”. In una società sempre più autoritaria e militarizzata, un’università autonoma, libera, critica e pluralista diventa un problema. La riforma a pezzi dell’università va in questa direzione: costruire un sistema più gerarchizzato, meno libero e più facilmente controllabile dalla politica. Articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 22 dicembre 2025.  
Ricerca e valutazione: l’Italia può imparare dall’Europa
Per la ricerca italiana, l’anno 2025 si chiude con la buona notizia di una programmazione triennale che promette di mettere a disposizione risorse con scadenze e date certe. Risorse esigue, ma comunque un passo avanti rispetto all’andamento casuale con il quale fino ad oggi comparivano (o più di frequente non comparivano) bandi competitivi pubblici per il finanziamento di attività di ricerca. Lo stesso 2025 si chiude senza che sia comparso un solo bando fra quelli che entreranno nel paniere della programmazione dall’anno prossimo. Un anno senza bandi non torna indietro: è un anno di ricerca che semplicemente scompare. I progetti si fermano, le competenze si disperdono e molte persone lasciano i laboratori.   Insieme ai bandi sono necessarie procedure di valutazione affidabili. Poche settimane fa sono stati pubblicati gli esiti della selezione dei progetti presentati nell’ambito del programma Fondo Italiano per la Scienza (FIS) 3, bandito alla fine del 2024. Non sono ancora noti i dettagli, ma la situazione generale non sembra discostarsi di molto da quella della precedente edizione (FIS2), nella quale meno del 5% dei progetti è stato finanziato. Una percentuale bassissima che, insieme all’evidente debolezza della valutazione, ha ormai trasformato i FIS in una sorta di lotteria, da cui vengono “estratti” i nomi dei vincitori, magari scelti sulla sola base del curriculum piuttosto che su una necessaria, rigorosa, ragionata e comparata valutazione sul merito dei progetti.   Ma il dato più allarmante, che conferma quanto avvenuto con il FIS2, riguarda le procedure di valutazione che hanno portato a graduatorie così severe. A fronte di migliaia di progetti sottomessi, nessuno sa quanti siano stati i revisori per ciascuna proposta, ma è presumibile che sia stato soltanto uno. Sarebbe infatti uno spreco di tempo e risorse insensato, se la commissione incaricata avesse coinvolto più revisori indipendenti e raccolto i loro pareri solo per poi “nasconderli” ai candidati dietro uno scarno voto numerico. A valle di questa revisione opaca sia in merito al numero dei valutatori, sia al livello di approfondimento – è stata fatta una prima ampia selezione, assegnando punteggi numerici (arrotondati al mezzo punto) su due parametri: qualità del proponente e qualità del progetto. Attribuire un numero in maniera apodittica, senza un vero confronto tra revisori e senza motivazioni dettagliate, è la forma più facile e superficiale di valutazione: richiede pochi secondi, non impone di leggere, non costringe a capire. Sembrerebbe un modo per sbrigare la pratica riducendo al massimo il numero di vincitori, senza entrare nel merito di nulla: chi prendeva meno di 9 punti su 10 in anche uno solo dei parametri rimaneva escluso. Migliaia (!) di colleghi che si sono impegnati per settimane a lavorare su progetti sottomessi ai FIS si sono visti bocciati – dopo un intero anno o più di attesa – con un numero, senza avere la minima idea del perché. E non è chiaro neppure come siano stati gestiti i casi di ex aequo, che verosimilmente saranno stati moltissimi, con una valutazione arrotondata al mezzo punto su una scala da 1 a 20.   I progetti che hanno superato la soglia sono stati successivamente ri-valutati in modo più dettagliato, utilizzando criteri esplicitati e tradotti – ancora una volta – in numeri interi o mezzi punti, la cui somma determinava la graduatoria finale. Anche in questo caso non è stato reso noto come si arrivasse a questi punteggi, quanti revisori avessero valutato ciascun progetto, quanti italiani e quanti stranieri, né quali fossero i giudizi di ognuno. I punteggi erano infatti accompagnati solo da pochissime righe – formule spesso generiche e indistinguibili da un progetto all’altro. Pochissime parole, insomma, per assegnare o negare 2 milioni di euro a un singolo ricercatore.   Un simile processo di valutazione è approssimativo, opaco, improduttivo. I bandi a cui esplicitamente si ispira il FIS, quelli dello European Research Council (ERC), sono l’esatto contrario. La prima fase di selezione è affidata a un panel di studiosi la cui composizione è resa pubblica. In una seconda fase i progetti vengono valutati approfonditamente da almeno una decina di revisori esterni, ciascuno dei quali redige un giudizio scritto di almeno una pagina sulla base di parametri e criteri chiaramente definiti. Il panel è poi chiamato a sintetizzare tali valutazioni, mettendo in evidenza le convergenze tra i giudizi e delineando con chiarezza i punti di forza e di debolezza di ciascun progetto. Al termine di questa fase avviene una seconda scrematura: i progetti esclusi ricevono una relazione dettagliata sull’intero processo valutativo e tutti (tutti!) i giudizi scritti del panel e dei revisori esterni. In sintesi, ogni progetto, anche se bocciato, riceve una quindicina di pagine di commenti scientifici preziosi per aiutare i proponenti a migliorare i loro progetti ed eventualmente ri-sottoporli alla successiva edizione del bando. Nella terza fase, i proponenti dei progetti considerati migliori vengono infine invitati a Bruxelles, per una presentazione e discussione diretta con il panel: una vera e propria “interrogazione” orale sul progetto (l’interrogazione da parte del panel era prevista anche nel FIS1 ma è stata poi abolita). A conclusione di questo confronto, il panel redige una sintesi complessiva dell’intera procedura (inclusi ovviamente i giudizi della fase due) che viene condivisa sia con i vincitori che con i bocciati.   Insomma, c’è una distanza siderale tra le modalità di valutazione italiane e quelle europee. È chiaro che una procedura come quella dell’ERC non può essere fatta a costo zero: non richiede solo attenzione, cura e trasparenza, ma anche risorse economiche dedicate, oltre a personale altamente qualificato per la gestione del processo, esperto nelle procedure di valutazione. Questo personale non può coincidere con gli scienziati o i docenti, perché il lavoro richiesto è ben diverso. Come sottolinea Kelly Cobey, ricercatrice e co-chair di DORA (Declaration on Research Assessment), in un editoriale su Nature, una valutazione superficiale e approssimativa trasmette il messaggio che l’organizzazione finanziatrice non crede nella ricerca ed è disposta a sprecare tempo e risorse.   Da qualche settimana, la Ministra Anna Maria Bernini ha affidato al Prof. Matteo Bassetti la Presidenza del nuovo Gruppo di Lavoro incaricato di affiancare il Ministero dell’Università e della Ricerca nella definizione e nello sviluppo di linee guida per la gestione e la valutazione dei bandi pubblici, con l’obiettivo di allineare il sistema italiano agli standard europei. Da decenni attendiamo un governo che creda nella ricerca e nei giovani ricercatori. Che investa risorse ben più significative di quelle minime previste oggi. Che smetta di “trascinare i piedi” e si impegni con convinzione a costruire un sistema di valutazione solido, trasparente, efficiente, capace di avvicinare il nostro Paese agli standard internazionali più elevati. Le competenze, l’energia e il capitale umano non mancano, soprattutto nella nuova generazione: non possono e non devono essere traditi.  
Open science e research security: trovare il giusto equilibrio
“Sembra tramontata la stagione dell'”Open Science”. Ora si moltiplicano le politiche di research security: basta condivisione, autonomia tecnologica, protezione dei sistemi…” Così sta scritto in un articolo apparso sulla Lettura del Corriere della Sera di Alessandro de Angelis. L’articolo si riferisce al report OCSE:Science, Technology and Innovation Outlook 2025 In questi anni, più o meno dal Settimo Programma Quadro, mentre il resto dell’Europa implementava politiche connesse alla apertura, creava infrastrutture e reti di infrastrutture (EOSC), elaborava sistemi di valutazione più equi e inclusivi (CoARA) monitorava gli effetti di queste politiche e ne modificava gli assetti, in Italia ….non succedeva niente. Dopo una inutile legge sull’open access promossa da un Ministero che non era quello della ricerca e ampiamente disattesa  e un Piano nazionale sulla Scienza aperta nato vecchio, senza sostegno economico e soprattutto mai monitorato e verificato nella impostazione, poco si è parlato di Open science nel nostro Paese ed esclusivamente in ottica adempimentale (per altro senza che nessuno abbia mai fatro verifiche). Alcune istituzioni si sono organizzate per supplire al vuoto lasciato dalla politica cercando di allinearsi alle istanze europee, altre invece si sono accontentate della stipula di contratti trasformativi come testimonianza dell’orientamento del Paese verso la apertura. Con la research security, invece, le cose sono andate assai diversamente. Coerentemente con quanto avvenuto in Europa, sono state emanate raccomandazioni, linee guida, sono stati fatti incontri e proposti eventi formativi. E’ stato predisposto un sito su cui è possibile recuperare modelli e guide. La reserach security così come la open science sono temi importanti per l’Europa e per le politiche della ricerca, ma in Italia non abbiamo siti del Ministero dedicati all’open science, non abbiamo potuto assistere ad eventi formativi promossi dal Ministero, né sono state fornite linee guida e raccomandazioni. Semplicemente non se ne è parlato. Per cui per tornare all’articolo e al suo incipit ci si chiede se in effetti possa tramontare qualcosa che non è mai nato. Leggendo il testo si ha l’impressione di imbattersi nell’errore tipico di chi ha poca dimestichezza con almeno uno dei due aspetti (l’open science), per cui sembra quasi che i due aspetti siano messi in contrapposizione o siano in alternativa. Perché mai una ricerca sicura non dovrebbe essere riproducibile o replicabile? perché mai non dovrebbe essere tracciabile in tutti gli step effettuati. Perché l’open science dovrebbe essere in contrasto con una ricerca condotta in maniera sicura e soprattutto secondo principi ferrei di integrità della ricerca, rispondendo ai requisiti di trasparenza e fairness che sono alla base di una condotta responsabile? O vogliamo dire che responsabilità, trasparenza, riproducibilità nella ricerca sicura non contano? A blanket application of strict research security measures would pose a direct or indirect risk to the quality, productivity, integrity and, therefore, the societal and economic value of the national research system [così recita il report OCSE] Misure di sicurezza ben progettate possono tutelare la libertà accademica, proteggendo ricercatori e istituzioni da pressioni indebite, e migliorare la qualità della ricerca grazie a una maggiore trasparenza su collaborazioni e finanziamenti. L’OCSE propone un principio guida chiaro:  proteggere in modo rigoroso solo ambiti scientifici realmente sensibili, lasciando il resto del sistema della ricerca il più aperto possibile. Un approccio proporzionato e basato sul rischio consente di salvaguardare sia la sicurezza sia i benefici dell’open science. La sfida, oggi, non è scegliere tra apertura e protezione, ma trovare il giusto equilibrio che garantisca da un lato la sicurezza e dall’altro la affidabilità, un tema che in questi ultimi tempi è stato più e più volte messo in discussione.
Tutto..ma non i test INVALSI
La famiglia dello studente ha il diritto di accedere, comprendere ed entrare nel merito della documentazione scolastica. Lo sanciscono le norme e lo Statuto degli Studenti e delle Studentesse. Lo ribadisce il TAR del Veneto. Purtroppo questo diritto non vale dinanzi all’INVALSI.  -------------------------------------------------------------------------------- La famiglia dello studente ha il diritto di accedere, comprendere ed entrare nel merito della documentazione scolastica. Lo sanciscono le norme sulla trasparenza amministrativa, quelle del nostro ordinamento scolastico, lo Statuto degli Studenti e delle Studentesse. Lo ribadisce il TAR del Veneto nella sentenza 2074/2025, di cui dà notizia il Sole24ore. Dinanzi alla richiesta di accesso ai compiti scritti, ai criteri di valutazione e ad ogni documento riguardante lo studente da parte dei genitori, il Tribunale Amministrativo ritiene che il rifiuto da parte dell’Istituzione scolastica sia illegittimo e . I documenti richiesti sono utili per comprendere, ed eventualmente contestare, le scelte della scuola e degli insegnanti. Purtroppo questi diritti non sono esercitabili dinanzi all’INVALSI. Nonostante: -i test INVALSI siano individuali e certifichino le competenze dei singoli studenti (Dl.g 62/17) -i risultati entrino nel loro curriculum digitale (L.164/25) alle famiglie che fanno richiesta di poter accedere ai dati delle prove svolte per comprendere la logica della correzione e del punteggio acquisito, viene negato l’accesso. Il Garante della Privacy, a cui si è fatto ricorso, tace da oltre 8 mesi; forse è occupato in altro. A quanto pare solo le valutazioni umane dei docenti sono soggette a controllo, per chi può permetterselo. Chi tutela il diritto collettivo degli studenti di poter accedere e comprendere dati che sono obbligati a cedere e che li riguardano? L’INVALSI vive in uno stato di eccezione?
ARTeD: proposte di modifica al piano straordinario di reclutamento
Pubblichiamo il documento di ARTeD di commento e proposta di modifica al piano straordinario di reclutamento del personale RTDA previsto in un emendamento della legge di bilancio. Secondo ARTeD “In generale, per quanto sia da salutare con favore la proposta di un piano straordinario, la dotazione finanziaria prevista appare inadeguata rispetto alle necessità. Il piano prevende infatti, nello scenario ottimistico in cui tutti gli atenei riuscissero a coprire la quota esclusa dal cofinanziamento, un numero massimo di circa 1600 posizioni da RTT. Questo a fronte di circa 4500 RTDa in scadenza entro il 2026 e circa 20000 assegnisti di ricerca recentemente cessati o di prossima scadenza. Il piano propone quindi una soluzione che è di un ordine di grandezza inferiore rispetto alle necessità legate ai contratti in scadenza e, più in generale, all’esigenza del sistema universitario di non vedere significativamente ridotti i propri organici”. comunicato ARTeD – Osservazioni e proposte di modifi ca all?emendamento 4.7 (te sto 4) all’A.S. 1689-1
La Cina è leader nella ricerca nel 90% delle tecnologie cruciali: Il più grande cambiamento tecnologico della nostra epoca
In pochi giorni la rivista Nature ha pubblicato due notizie di un certo rilievo “geopolitico”. La prima è che la prima classifica del Nature Index nel settore delle Scienze Applicate mostra che ci sia stato un trasferimento di egemonia dall’occidente all’oriente. La Cina domina la classifica, e altri Paesi asiatici come Corea del Sud e Singapore ottengono risultati eccezionali, se rapportati alla scala complessiva della loro produzione scientifica. Il quadro è invece molto diverso per molti Paesi occidentali, la cui produzione nelle scienze applicate rappresenta una quota relativamente piccola rispetto al totale. La classifica si basa sugli articoli pubblicati nel 2024 in 25 riviste e conferenze specializzate nelle scienze applicate, selezionate da circa 4.200 ricercatori che le hanno indicate come le sedi in cui vorrebbero pubblicare i propri lavori “più significativi”. Le riviste coprono ambiti come l’ingegneria, l’informatica, la scienza alimentare, e includono anche pubblicazioni multidisciplinari già presenti nel Nature Index, come Nature e Science. (ndr: Il Nature Index considera esclusivamente gli articoli pubblicati in 145 riviste scientifiche nel settore e di alto impatto, selezionate da comitati indipendenti di esperti. E’ un indicatore globale della performance scientifica di un paese. Tuttavia, come per altre classifiche di questo tipo, il Nature Index si basa su alcune ipotesi e metodologie che non sono pienamente trasparenti e possono essere oggetto di critica. Dato che l’indice si fonda sul conteggio quantitativo degli articoli pubblicati in riviste peer-reviewed — e che la valutazione è condotta a livello nazionale — i suoi risultati possono essere considerati, almeno qualitativamente, come un indicatore ragionevolmente affidabile delle tendenze scientifiche globali.) I ricercatori basati in Cina hanno contribuito al 56% della produzione scientifica totale nel settore, con un Share (indice frazionario del Nature Index) pari a 22.261. Gli Stati Uniti seguono a grande distanza con un Share di 4.099, pari al 10%. I primi dieci istituti di ricerca nel campo delle scienze applicate sono tutti cinesi. La Corea del Sud, settima nella classifica generale del Nature Index 2025 per le scienze naturali e della salute, si posiziona quarta nelle scienze applicate con uno Share di 1.342 (3,4% della produzione globale), appena dietro alla Germania (terza con 1.488). Il Regno Unito è quinto con 1.024 (2,6%), seguito da Giappone e India. La Francia, sesta nella classifica generale, si trova solo dodicesima nelle scienze applicate. La differenza tra Oriente e Occidente è ancora più evidente se si considera la quota di produzione scientifica nazionale dedicata alle scienze applicate (includendo le nuove riviste). * In Malesia, le scienze applicate rappresentano quasi il 90% del totale, consentendole di entrare al 31º posto (non era presente tra i primi 50 nella classifica generale). * In Cina, la quota è 52%, * in Corea del Sud 53%, * e a Singapore 49%. Al contrario: * in Germania solo il 27%, * nel Regno Unito 23%, * in Francia e negli USA meno del 18%.     La Cina ha costruito una strategia per diventare centro mondiale in settori come tecnologia, calcolo e intelligenza artificiale. È il primo produttore mondiale di auto elettriche (70% della produzione globale) e tra il 2014 e il 2023 ha brevettato oltre 38.000 tecnologie di IA generativa, sei volte più degli USA. Nel 2022, la Cina ha superato gli USA per produzione scientifica nelle scienze naturali nel Nature Index e ha continuato ad aumentare il vantaggio. La Cina spende circa un terzo degli investimenti mondiali in energie rinnovabili, contro il 15% degli USA. Le aziende farmaceutiche cinesi iniziano più trial clinici di quelle statunitensi o europee. Il secondo articolo pubblicato dalla rivista Nature  ed è complementare al primo, discute il fatto che, secondo il  Critical Technology Tracker dell’ASPI, la Cina sia diventata leader nella ricerca nel 90% delle tecnologie cruciali — un cambiamento radicale rispetto all’inizio del secolo L’analisi è basata su un database che contiene oltre nove milioni di pubblicazioni da tutto il mondo. Per ciascuna tecnologia, ha identificato i 10% degli articoli più citati prodotti dai ricercatori di ciascun Paese nel periodo 2020–2024 e calcolato la quota globale di ciascun Paese. Il Critical Technology Tracker  valuta la ricerca di alta qualità su 74 tecnologie attuali ed emergenti nel 2025. La Cina è risultata al primo posto per la ricerca su 66 tecnologie, tra cui energia nucleare, biologia sintetica e piccoli satelliti; gli Stati Uniti guidano le restanti 8, tra cui il calcolo quantistico e la geoingegneria. I risultati riflettono un’inversione radicale di tendenza. All’inizio di questo secolo, gli Stati Uniti erano leader in oltre il 90% delle tecnologie analizzate, mentre la Cina era in testa in meno del 5%, secondo l’edizione 2024 del tracker. Secondo Rob Atkinson, presidente della Information Technology & Innovation Foundation (Washington DC), questa differenza deriva da diverse concezioni della ricerca: Gli USA sono una “società della scienza”, dove il governo finanzia principalmente la ricerca fondamentale, con l’obiettivo idealistico di “produrre conoscenza per il bene del mondo”. Cina e Corea del Sud, al contrario, sono “società dell’ingegneria”, dove le risorse pubbliche sono concentrate su tecnologie avanzate e manifattura, e su ricerca a supporto di settori strategici. Secondo il nostro parere la situazione è meno “idealistica”. La Cina, e con essa tutto l’oriente, è diventata la fabbrica del mondo già dagli anni 90 attraverso le delocalizzazioni delle imprese occidentali, coreane e giapponesi che sono state incentivate dal basso costo del lavoro e i laschi controlli ambientali. Ma questo quadro è completamente cambiato. Negli ultimi quindi anni in particolare c’è stata una evoluzione cruciale: il passaggio della Cina da semplice assemblatore a basso costo a innovatore ad alto valore aggiunto che rappresenta una delle forze economiche più dirompenti del nostro tempo. Essa affonda le sue radici nel peculiare sistema politico cinese, fondato sulla costruzione del cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi” (Arlacchi, Fazi, 2025), un modello non capitalistico noto anche come “via cinese al socialismo”. In questo contesto, lo Stato mantiene il controllo strategico sui settori chiave — risorse naturali, materie prime, finanza, infrastrutture e difesa nazionale — pur consentendo al mercato di operare come strumento di governance e regolazione. La competizione tra imprese è incentivata, ma all’interno di un quadro orientato a obiettivi collettivi. Questo modello ibrido sostiene una strategia economica che promuove rendimenti a breve termine per stimolare l’iniziativa privata, ma al contempo permette una pianificazione a lungo termine e investimenti mirati per affrontare sfide che richiedono ricerca continua, innovazione e visione strategica. Questa situazione non è sostenibile per l’Occidente ma un cambio di paradigma nel finanziamento e nell sviluppo della scienza può avvenire solo con la reindustrializzazione del sistema produttivo. Ed è qui che l’Occidente si trova in una situazione di svantaggio strutturale.    
Semestre filtro a Medicina: l’imbroglio, il danno, la beffa. Hanno ragione gli studenti a contestare la ministra
Il numero programmato, contrariamente a quanto era stato propagandato da Bernini, non è stato abolito, e non era praticamente possibile abolirlo La riforma dell’accesso a Medicina, voluta dal governo attraverso la ministra Bernini, è un imbroglio a danno degli studenti, aggravato da una beffa. Hanno ragione gli studenti a contestare la ministra, che ha dato prova di straordinaria pochezza rispondendo alle loro giuste critiche con insulti. L’imbroglio: il numero programmato, contrariamente a quanto era stato propagandato dalla ministra Bernini, non è stato abolito, e non era praticamente possibile abolirlo. Il numero programmato, oltre a evitare il rischio di creare professionisti in eccesso, è una conseguenza della grande conquista della libera circolazione dei laureati in Europa: l’Unione stabilisce criteri formativi comuni, rispettando i quali ogni paese si impegna a riconoscere la formazione professionale erogata negli altri paesi: un medico laureato in Italia può lavorare ovunque nell’Unione. Tra i criteri rientra però la proporzione tra il numero di studenti iscrivibili nei corsi e la capienza dei corsi stessi, che per i Corsi di Laurea in Medicina include anche la dimensione delle strutture sanitarie presso le quali i laureandi si formano. Per aumentare il numero di studenti iscritti a Medicina occorrerebbe non solo aumentare aule e docenti, ma anche la dimensione degli ospedali universitari; con i nostri numeri di aspiranti medici addirittura al di là del fabbisogno della popolazione: paradossalmente, per abolire il numero programmato avremmo bisogno di più posti letto in ospedale e più malati! Già oggi i nostri studenti si lamentano perché il loro accesso ai reparti ospedalieri è limitato, immaginiamoci cosa succederebbe se il numero di studenti triplicasse! L’alternativa sarebbe quella di uscire dal circuito della libera circolazione dei laureati in Europa: organizzarsi una laurea locale, di più basso livello. Certamente questa soluzione sarebbe rifiutata da tutti quegli aspiranti medici che vorrebbero liberalizzare l’accesso ai Corsi di Laurea: è umano volere il dritto della medaglia e rifiutarne il rovescio, ma non esistono medaglie senza il rovescio. Inoltre liberalizzare davvero l’accesso al Corso di Laurea rischia di alimentare disoccupazione o sottoimpiego: infatti il fabbisogno di medici del paese non è infinito, ed è stimabile in circa 8.000-10.000 nuovi professionisti ogni anno, necessari per rimpiazzare i pensionamenti dei circa 4.000 medici per milione di abitanti di un paese avanzato. All’imbroglio consegue il danno: gli studenti hanno frequentato, studiato e sostenuto esami ma in grande maggioranza non sono o non saranno ammessi, salvo l’esito dei numerosi ricorsi ai Tribunali Amministrativi: in pratica hanno perduto sei mesi, se non un anno, tutto tempo che, se fosse rimasto in vigore il metodo precedente, avrebbero potuto meglio impiegare in altre attività formative o lavorative. Questo è il principale argomento contro lo svolgimento della selezione concorsuale durante il percorso formativo. Se si vuole offrire formazione preliminare al concorso di ammissione, questa deve essere basata su un programma ristretto, limitata al solo mese di settembre, e la prova concorsuale deve essere svolta alla fine di settembre o all’inizio di ottobre, prima dell’inizio dei corsi veri e propri. Ovviamente, la prova concorsuale non deve essere confusa con un esame: deve soltanto stabilire una graduatoria per l’ammissione. Per mascherare il danno la riforma aggiunge una soluzione che è una vera e propria beffa: gli esami sostenuti, in caso di mancato accesso al Corso di Laurea scelto possono essere convalidati in un Corso considerato affine: la riforma implica cioè che, per il giovane che sceglie la sua futura professione, fare il medico, il farmacista o il biotecnologo sia la stessa cosa. Sfugge alla ministra che l’università prepara ad una professione e due Corsi di Laurea che includono materie parzialmente sovrapponibili non conducono a professioni altrettanto sovrapponibili. Se fosse rimasto in vigore il metodo selettivo precedente, gli studenti avrebbero saputo a settembre se erano stati ammessi o meno al Corso di Laurea preferito ed in caso di insuccesso avrebbero potuto scegliere in modo autonomo una diversa soluzione senza vedersela imporre da una legge autoritaria e paternalistica. La ministra ha appena accettato di aprire un tavolo per discutere le problematiche della riforma, premettendo però che non si può tornare indietro: l’intenzione è quindi quella di continuare a imbrogliare, danneggiare e beffare gli studenti per gli anni a venire. (Pubblicato su Il Fatto Quotidiano)
I pericoli dell’uso della bibliometria con dati inquinati
La valutazione della ricerca basata sulle metriche viene spesso presentata come una soluzione ai problemi di equità e oggettività. «La bibliometria è per la valutazione della ricerca ciò che la diagnostica per immagini è per la medicina»: è quanto sostenuto da Giovanni Abramo in un recente webinar. L’esperienza suggerisce però che il cambiamento degli incentivi non abbia eliminato i comportamenti opportunistici, ma li abbia trasformati. Il caso italiano delle review mills ne è soloun esempio: gruppi organizzati hanno sfruttato il ruolo di revisori per imporre citazioni e gonfiare artificialmente gli indicatori. Quando i dati sono inquinati, bibliometria e “intelligenza artificiale” assomigliano piuttosto a una diagnostica per immagini che confonde i dati di pazienti diversi, producendo valutazioni distorte e premiando chi sa manipolare il sistema invece di chi fa buona ricerca. Questa settimana ho partecipato a un webinar organizzato da Clarivate sul tema “Celebrazione del centenario di Eugene Garfield: passato, presente e futuro della scientometria”. Il webinar ha trattato la storia delle prime opere del compianto Eugene Garfield, nonché gli sviluppi attuali e le tendenze future. Le sessioni storiche sono state affascinanti e hanno descritto le straordinarie innovazioni apportate da Garfield nella sua ricerca per comprendere il corpus di informazioni scientifiche come una rete. Garfield si rese conto che le somiglianze tra gli articoli potevano essere identificate dalle citazioni condivise e, negli anni ’50, ideò dei sistemi per acquisire queste informazioni utilizzando schede perforate. Sono abbastanza vecchia da ricordare quando, negli anni ’70, andavo in biblioteca a consultare lo Science Citation Index, che non solo mi indicava articoli importanti nel mio campo, ma spesso mi portava in direzioni inaspettate, facendomi scoprire altri argomenti affascinanti. Garfield è conosciuto come il padre del Journal Impact Factor, considerato da molti un abominio che distorce il comportamento degli autori a causa delle sue connotazioni di prestigio. Tuttavia, in origine era stato concepito come un indice che aiutasse i bibliotecari a decidere quali riviste acquistare, e solo in seguito è stato riproposto come parametro utilizzato come indicatore dello status dei ricercatori che pubblicavano su quelle riviste. Mi è piaciuto ascoltare la storia di Garfield, che sembra essere stato un poliedrico personaggio affabile e umano, che ha riconosciuto il valore delle informazioni contenute negli indici e ha trovato modi ingegnosi per sintetizzarle. Consiglio di consultare l’archivio delle sue opere conservato dall’Università della Pennsylvania. I relatori successivi del webinar si sono concentrati sui nuovi sviluppi nell’uso della scientometria per valutare la qualità della ricerca. Giovanni Abramo ha osservato come la scienza italiana sia stata influenzata dal favoritismo, a causa dell’esclusivo ricorso alla revisione soggettiva tra pari per valutare i ricercatori e le loro istituzioni. La sua opinione è che l’uso delle metriche migliori la valutazione della ricerca rendendola più equa e obiettiva. Ha osservato che, mentre le metriche potrebbero non essere un’opzione in alcuni settori delle arti e delle discipline umanistiche, per le discipline in cui i risultati appaiono generalmente su riviste indicizzate, la bibliometria è preziosa, concludendo che “la bibliometria è per la valutazione della ricerca ciò che la diagnostica per immagini è per la medicina”, ovvero una fonte fondamentale di informazioni oggettive. Stranamente, 12 anni fa sarei stata d’accordo con lui, quando suggerii che un semplice indice bibliometrico (indice H dipartimentale) potesse ottenere risultati molto simili al complesso e dispendioso processo di revisione tra pari adottato nel REF. All’epoca in cui scrivevo, pensavo che la legge di Goodhart (“Quando una misura diventa un obiettivo, smette di essere una buona misura”) non si applicasse a una metrica basata sulle citazioni, perché le citazioni non erano controllate dagli autori, quindi sarebbe stato difficile manipolarle. A quanto pare ero ingenua. Il metodo più rozzo per manipolare il sistema è l’eccesso di autocitazioni, ma esistono anche i circoli di citazione (tu citi il mio articolo e io citerò il tuo). Quest’anno Maria Ángeles Oviedo-García, René Aquarius e io abbiamo descritto una versione più sofisticata, una “review mill”, in cui un gruppo di medici italiani ha sfruttato la propria posizione di revisori per costringere altri a citare i lavori del gruppo. Abbiamo suggerito che il cambiamento nella valutazione della ricerca italiana, che era stato implementato con le migliori intenzioni, ha condotto a un cinico gioco di revisione tra pari. Si potrebbe rispondere dicendo che questa attività, sebbene inquietante, riguarda solo una piccola percentuale di articoli e quindi non avrebbe un effetto rilevante. Ancora una volta, dieci anni fa sarei stata d’accordo. Ma ora, con un’esplosione di pubblicazioni che sembra guidata da editori più interessati al guadagno che alla qualità (vedi Hanson et al, 2024) e standard editoriali straordinariamente laschi, questo potrebbe non essere più vero. Il punto chiave dei review mill è che abbiamo visto evidenze della loro attività perché utilizzavano modelli generici per le revisioni tra pari, ma questi possono essere rilevati solo per le riviste che pubblicano revisioni tra pari aperte, una piccola minoranza. Il membro più prolifico del review mill era un editor di riviste che aveva quasi 3000 revisioni tra pari verificate elencate su Web of Science, ma solo una manciata di queste era consultabile. Temo quindi che la bibliometria sia più simile a un’immagine diagnostica che ha confuso i dati di diversi pazienti: contiene alcune informazioni valide, ma sono distorte dall’errore. La presentazione finale di Valentin Bogorov ha descritto il futuro della scientometria, in cui l’intelligenza artificiale sarebbe stata sfruttata per fornire informazioni molto più dettagliate e aticolate sull’impatto sociale della ricerca. Ma ho avuto l’impressione che ignorasse il problema della frode che si è insinuato nei database bibliometrici. Le review mills sono un problema per la validità dei dati citazionali, ma le paper mills sono un problema molto più grave. Mentre le review mills si basano sull’auto-organizzazione di gruppi di ricerca dubbi per migliorare la loro reputazione, molte paper mills sono gestite da organizzazioni esterne la cui unica motivazione è il profitto  (Parker et al., 2024). Vendono authorship e citazioni a un prezzo che dipende dall’Impact Factor della rivista: Eugene Garfield si rivolterebbe nella tomba. Sono state individuate per la prima volta circa 12 anni fa, ma si sono moltiplicate come un virus e stanno infettando gravemente interi ambiti di ricerca. A volte vengono riconosciute per la prima volta quando un ricercatore esperto in materia trova articoli anomali o fraudolenti mentre cerca di esaminare il campo (vedi, ad esempio, Aquarius et al, 2025). Le paper mills prosperano in un ambiente favorevole, dove editor corrotti o incompetenti approvano articoli che contengono chiare violazioni del metodo scientifico o che sono evidentemente una collazione di vari articoli plagiati. La speranza degli editori è che l’IA fornisca dei modi per individuare gli articoli fraudolenti e rimuoverli prima che entrino nella letteratura, ma i produttori di articoli di bassa qualità hanno dimostrato di essere abili nel mutare per eludere l’individuazione. Purtroppo, proprio le aree in cui l’IA e i big data sembrano essere più promettenti, come i database che collegano geni, proteine, molecole e biomarcatori, sono già contaminate. Il timore è che gli stessi produttori di articoli di bassa qualità utilizzino sempre più l’IA per creare articoli sempre più plausibili. Non sono contraria alla bibliometria o all’intelligenza artificiale in linea di principio, ma trovo preoccupante l’ottimismo riguardo alla sua applicazione alla valutazione della ricerca, soprattutto perché non è stato fatto alcun riferimento ai problemi che emergeranno se il database interrogato dall’intelligenza artificiale sarà inquinato. Qualsiasi metodo di valutazione avrà costi, benefici e conseguenze impreviste. La mia preoccupazione è che, se ci concentriamo solo sui benefici, potremmo ritrovarci con un sistema che incoraggia i truffatori e premia coloro che sono più abili a manipolare il sistema piuttosto che i migliori scienziati.