Tag - liberazione

4 Settembre – Dai monti ai piani partigian*: Memoria resistente, racconti partigiani
Memoria resistente, racconti partigiani dalle 19.00 – intervento: la liberazione di Firenze Nord – racconto: “Ribelli – la resistenza, l’eccidio e la liberazione di Prato” con Lorenzo Tempestini – intervento: microstorie di partigiani stranieri nella lotta di liberazione – letture: lo sciopero delle sigaraie della Manifattura tabacchi del 4 marzo 1944 con Gruppo teatrale la gramigna rossa >> storie cantate con “I suonatori della leggera” h 20.30 cena benefit -------------------------------------------------------------------------------- Il racconto “Ribelli – la resistenza, l’eccidio e la liberazione di Prato” riprende, condensandolo in circa 50 minuti, l’omonimo podcast in sei puntate realizzato da Lorenzo Tempestini per ricostruire la memoria collettiva della Liberazione della città Qui un articolo e l’intervista all’autore https://www.novaradio.info/2025/04/15/ribelli-la-resistenza-leccidio-la-liberazione-di-prato-un-podcast-per-ricostruire-la-memoria-collettiva-a-80-anni-dalla-liberazione-ascolta/ Le letture de “lo sciopero delle sigaraie della Manifattura tabacchi del 4 marzo 1944” sono tratte dal lavoro teatrale del gruppo La Gramigna Rossa Qui https://archivio.ereditadelledonne.eu/edizione-2024/2024/programma-off/le-sigaraie-di-firenze/index.html un articolo su lo spettacolo teatrale
August 19, 2026
NextEmerson
I boss mafiosi stanno continuando a uscire dal carcere in permesso premio
Dietro un silenzio assordante, autorevoli mafiosi di Cosa Nostra continuano nei mesi a godere di benefici penitenziari e a lasciare le patrie galere senza aver detto una parola ai magistrati sui loro affari, complici e ambienti criminali. L’ultimo caso è quello dell’ergastolano Damiano Rizzo, spietato killer del gruppo di fuoco di Villabate, che quest’estate è tornato nella sua Sicilia in permesso premio per una settimana. Prima di lui, a luglio, era toccato a Giuseppe Guttadauro, fratello di Filippo (cognato di Matteo Messina Denaro), uscito di prigione grazie al meccanismo della continuazione, che consente di ricalcolare unitariamente la pena per più reati, anche già giudicati con sentenze diverse, se commessi nell’ambito dello stesso disegno criminoso. Negli ultimi anni, sono ormai oltre duecento gli “irriducibili” che, complice un impianto normativo ormai molto lasco, hanno potuto godere dei permessi premio. Tra questi ci sono moltissimi soggetti condannati all’ergastolo per reati gravissimi, comprese le stragi. Rizzo, che ha oggi 61 anni, era affiliato alla famiglia mafiosa di Villabate e uomo di fiducia del capomafia Nicola Mandalà, molto vicino all’ex capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano. Operava principalmente nel traffico degli stupefacenti e nelle estorsioni. Venne arrestato nel gennaio 2005 nell’ambito dell’operazione “Grande Mandamento”, che smantellò una parte della rete di fiancheggiatori del superlatitante. Secondo le ricostruzioni giudiziarie, è stato impegnato nelle operazioni più rischiose e delicate del clan. Il reato più grave di cui si è macchiato insieme ad altri mafiosi è l’omicidio dell’imprenditore mafioso Salvatore Geraci, ucciso il 5 ottobre 2004 in corso dei Mille, a Palermo. Geraci, già inserito nel sistema degli appalti di Angelo Siino e Giovanni Brusca, dopo la scarcerazione voleva rientrare nel circuito senza l’autorizzazione dei vertici. Rizzo partecipò ai sopralluoghi e fu presente sulla scena del delitto, venendo condannato definitivamente all’ergastolo. Eppure, le porte del carcere per lui hanno iniziato ad aprirsi. Assai rilevante è anche il profilo di Giuseppe Guttadauro, classe ‘48, considerato uno dei principali rappresentanti della componente “borghese” della mafia palermitana. Medico chirurgo capace di muoversi tra ambienti sanitari, imprenditoriali, politici e istituzionali, ma anche nel campo del traffico degli stupefacenti, entrò nelle grandi inchieste antimafia già negli anni Ottanta, rimediando varie condanne. Dopo gli arresti dei fratelli Graviano divenne uno degli uomini di riferimento del mandamento di Brancaccio-Ciaculli. Dalle intercettazioni realizzate nella sua abitazione nacque il filone conosciuto come quello delle “Talpe alla DDA”, nel quale emersero fughe di notizie riservate a vantaggio di esponenti mafiosi e in cui fu indagato – e poi condannato a sette anni per favoreggiamento alla mafia – l’ex presidente della Regione Totò Cuffaro. Terminata una precedente lunga detenzione nel 2012, Guttadauro si trasferì a Roma. Una successiva inchiesta fece però emergere come non avesse interrotto i rapporti con gli uomini di Cosa Nostra, continuando a intervenire negli affari legati a lavori edili e traffico di droga delle famiglie palermitane. Per questo è stato ri-arrestato. Esattamente come Rizzo, non ha scelto la strada della collaborazione con la giustizia, ma la strategia dell’“attesa”. Ora ripagata. Tra le centinaia di boss mafiosi che, negli ultimi anni, hanno goduto dei benefici, c’era anche il boss e killer ergastolano Raffaele Galatolo. A giugno, però, quest’ultimo è stato nuovamente arrestato: approfittando di permessi premio e semilibertà, l’uomo continuava a controllare estorsioni, scommesse e investimenti illeciti, gestendo l’infiltrazione nei cantieri navali, nel mercato ortofrutticolo e in attività imprenditoriali attraverso l’utilizzo di prestanome. Il gip ha sottolineato «l’irreversibilità della scelta di appartenenza alla mafia», con il boss che, grazie agli spazi di libertà, esercitava il potere «in modo davvero sfrontato». La famiglia Galatolo è direttamente collegata a delitti eccellenti – come quelli del Generale Dalla Chiesa, di Rocco Chinnici e di Pio La Torre –, nonché al fallito attentato a Falcone all’Addaura. Il nipote Vito, collaboratore di giustizia, nel 2014 aveva rivelato un piano finalizzato all’eliminazione fisica del magistrato Nino Di Matteo con 200 chili di tritolo, approvato da Totò Riina e Matteo Messina Denaro. L’ergastolo ostativo – ovvero il “fine pena mai” – per i mafiosi è stato ufficialmente demolito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che nel 2019 ha giudicato incompatibile con i principi della Convenzione europea un divieto assoluto. A questa pronuncia si è accodata la Corte Costituzionale, che ha sollecitato sul punto un intervento legislativo. La risposta è arrivata con una riforma approvata durante il governo Meloni, che ha aperto la possibilità di accedere ai benefici anche ai detenuti non collaboranti, purché dimostrino concretamente di aver reciso ogni legame con le organizzazioni mafiose e previo parere della Direzione nazionale antimafia. Tra i mafiosi che negli ultimi anni hanno potuto goderne, solo per fare alcuni nomi, ci sono Ignazio Pullarà, storico boss di Santa Maria di Gesù, e Paolo Alfano, killer di Brancaccio condannato anche al Maxiprocesso, entrambi autorizzati a tornare a Palermo. Ha ottenuto la semilibertà anche un boss stragista come Giovanni Formoso, condannato come esecutore dell’attentato di via Palestro del 1993. Lo stesso beneficio è stato concesso a Vito Busca e Girolamo Buccafusca. Nel 2025 è emerso come Salvatore Benigno, coinvolto nelle stragi del 1993, abbia usufruito di vari permessi. Stando a quanto è trapelato dai dati girati alla Commissione Antimafia dal Dipartimento delle carceri, nei soli primi mesi del 2025 i boss che hanno ottenuto permessi premio sono almeno 200. The post I boss mafiosi stanno continuando a uscire dal carcere in permesso premio appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 18, 2026
L'INDIPENDENTE
Viterbo: al liceo Mariano Buratti rispunta la scritta “Casa del Balilla”
Il liceo Mariano Buratti di Viterbo è intitolato ad un partigiano che fu arrestato a Roma alla fine del 1943 e fu torturato in via Tasso dai nazifascisti, prima di essere fucilato il 31 gennaio 1944. Quel liceo, prima della fine della guerra, portava il nome del re Umberto I e Mariano Buratti insegnava lì come docente di storia e filosofia. La riconoscenza per il suo sacrificio alla causa della Liberazione spinse l’amministrazione dell’epoca a tributargli la scuola in cui aveva insegnato per diversi anni e a far decadere un’infelice scritta che campeggiava sulla facciata del liceo: Casa del Balilla. A più di ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale qualcuno o qualcuna ha deciso, invece, di utilizzare dei fondi europei per ristrutturare la facciata e ricreare dal nulla delle lettere ormai illeggibili e cancellate dal tempo. I lavori non sono ancora finiti ma attraverso i veli che coprono la facciata si intuisce chiaramente che quella scritta è stata riportata a nuova vita. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ci chiediamo come sia possibile sopportare una tale contraddizione, ossia quella di vedere studenti e studentesse che ogni giorno entrano in un liceo intitolato ad un partigiano e, ogni qual volta guardano sulla porta di ingresso, devono trovarsi davanti ad un esplicito richiamo a chi Mariano Buratti lo ha torturato e giustiziato. È chiaro che la discutibile volontà di restaurare un edificio storico (discutibile in prima battuta perché quella scritta era diventata praticamente inesistente) implica una torsione culturale che riporta in primo piano dei valori stracolmi di autoritarismo e di irreggimentazione delle nuove generazioni che come Osservatorio ci sentiamo di rifiutare nettamente. Specialmente in un’epoca in cui tornano a soffiare forte i venti di guerra quelle parole non possono non riportarci alle mente quella miriade di ragazzi e ragazze che a causa del nazifascismo sono stati massacrati o hanno dovuto subire torture ed enormi sacrifici. Per tale ragione chiediamo con forza che non venga sbattuto in faccia a studenti e studentesse quel passato fatto di morte e miseria e che venga rispettata la memoria di Mariano Buratti, uno dei tanti partigiani che hanno garantito la libertà delle future generazioni. Fonte: https://www.tusciaweb.eu/2026/07/deciso-sputare-faccia-mariano-buratti/#gsc.tab=0 Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Libertà per i prigionieri politici palestinesi in Itali. Libertà per la Palestina
Il 18 luglio scorso, su iniziativa di numerose associazioni, organizzazioni e reti di persone solidali, si sono svolti presìdi davanti a cinque carceri italiane – Terni, Sassari, Ferrara, Rossano Calabro, Melfi – con iniziative anche in altre città, per chiedere la liberazione dei prigionieri politici palestinesi lì detenuti: una detenzione […] L'articolo Libertà per i prigionieri politici palestinesi in Itali. Libertà per la Palestina su Contropiano.
July 31, 2026
Contropiano
BOVEZZO (BRESCIA): FINO A DOMENICA 2 AGOSTO LA FESTA DI LIBERAZIONE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA
“Nostra patria è il mondo intero. Contro guerre, muri e razzismi” sono le parole d’ordine scelte per l’edizione 2026 della Festa di Liberazione, il tradizionale appuntamento a cavallo tra luglio e agosto organizzato dalla Federazione bresciana del Prc, Partito della Rifondazione Comunista. Fino a domenica 2 agosto, al parco urbano “2 Aprile” di Bovezzo ci sono stand gastronomici, banchetti, musica, dibattiti e molto altro. Il programma completo della Festa di Liberazione del Bresciano si trova cliccando qui. Su Radio Onda d’Urto l’intervista con Fiorenzo Bertocchi, segretario provinciale bresciano del Partito della Rifondazione Comunista. Ascolta o scarica    
July 29, 2026
Radio Onda d`Urto
4, 5, 6 Settembre – Dai monti ai piani partigian*
82 anni fa’ le brigate partigiane liberano Firenze Nord e la Piana Fiorentina dai nazi fascisti Csa Next-Emerson, Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos, circol Arci di Quinto Basso e Ape Firenze tre giorni insieme per * Mantenere una memoria popolare resistente e collettiva * Rafforzare le radici dell’antifascismo * Dare continuità alla solidarietà con la Resistenza del popolo palestinese >> appuntatevi la data >> programma definito a breve
July 28, 2026
NextEmerson
Oltre i blocchi: quando la resistenza deve farsi liberazione
Di ANTONIO PIO LANCELLOTTI Il primo dibattito del lunedì di Sherwood Festival 2026 si è aperto con una formula che suona come necessità politica: oltre i blocchi. Sul Second Stage, voci dall’Iran, dal Venezuela e dall’Argentina hanno affrontato una delle principali domande che attraversano i movimenti in questa fase storica: come opporsi all’imperialismo senza trasformare l’anti-imperialismo in assoluzione dei regimi? Come rifiutare la grammatica delle potenze? Come costruire un internazionalismo che non sia la memoria statica del Novecento, ma pratica viva dentro le lotte di oggi? Sandro Mezzadra, introducendo e moderando l’incontro, ha collocato la discussione dentro l’attuale congiuntura di guerra. La proliferazione dei conflitti, il genocidio a Gaza, la militarizzazione dell’economia, della società e della politica compongono un regime globale che restringe gli spazi della possibilità ed è in aperto dialogo con i disegni neoautoritari che attraversano diverse aree del mondo.  Per questo, un progetto politico contro la guerra deve innanzitutto ricostruire un orizzonte internazionalista che nasca dalle lotte sociali, dai movimenti di resistenza, dalle soggettività che in diverse parti del pianeta si sottraggono alla logica dei blocchi. Iran, Venezuela, Argentina sono stati così attraversati non come “casi” geopolitici, ma come luoghi in cui il regime di guerra incontra corpi, territori e movimenti. La prima voce è stata quella di Sara, attivista iraniana per i diritti delle donne. Il suo intervento ha rifiutato ogni semplificazione, raccontando cosa significhi vivere in Iran dentro emozioni difficili da tradurre politicamente: l’amore per il proprio Paese, il desiderio di una vita dignitosa, la lotta contro un regime corrotto e repressivo, ma anche il terrore di vedere il proprio quartiere trasformato in bersaglio militare. Il suo attivismo, ha ricordato, è iniziato con il calcio: nel 2005, quando l’Iran si qualificò ai Mondiali, la richiesta era semplice e radicale insieme, il diritto delle donne di entrare negli stadi. Nella sua testimonianza, quella battaglia ha assunto un significato che andava ben oltre lo sport. Rivendicare l’accesso agli stadi significava affermare il diritto delle donne a occupare lo spazio pubblico e, allo stesso tempo, mostrare un volto dell’Iran diverso da quello che domina nel racconto internazionale. Attraverso questa esperienza, Sara ha cercato di riportare al centro la vita quotidiana di milioni di persone che studiano, lavorano, si innamorano, costruiscono relazioni e lottano per i propri diritti. Un modo per sottrarre l’Iran alle rappresentazioni che lo riducono esclusivamente a conflitto geopolitico, programma nucleare o repressione, cancellando la complessità della società e le aspirazioni di chi cerca semplicemente di vivere una vita libera e dignitosa. La sua esperienza racconta il contrario. Durante le proteste di gennaio, mentre il regime interrompeva internet e comunicazioni, in strada si costruivano forme immediate di solidarietà: persone diverse marciavano insieme, si proteggevano, aprivano le case per offrire rifugio. Fuori dall’Iran, invece, prendevano spazio l’incitamento alla violenza, le molestie online, l’idea che chi non sosteneva il ritorno della monarchia fosse automaticamente dalla parte della Repubblica islamica. La guerra di questi mesi ha reso tutto ancora più chiaro: le bombe possono colpire figure del regime, ma non distinguono tra un comandante, un bambino a scuola, una persona in palestra o un vicino che dorme. La guerra ferma la vita, e quando la vita normale diventa impossibile è il regime stesso a trarne vantaggio.  > Si può combattere ogni giorno la Repubblica islamica e, allo stesso tempo, > rifiutare che la propria liberazione passi attraverso le bombe di un’altra > potenza.  Il passaggio al Venezuela ha mostrato una risonanza evidente. Anche qui la questione non è scegliere tra il governo Maduro e l’intervento imperialista. Ángel Arias, sociologo e sindacalista venezuelano, ha parlato da un Paese che definisce sottoposto a dominazione neocoloniale: una subordinazione imposta con le bombe e resa possibile dal collaborazionismo di un personale politico proveniente dal chavismo, un tempo capace di parlare il linguaggio dell’anti-imperialismo e oggi, secondo Arias, ridotto ad amministrare un protettorato statunitense. La sua posizione è stata netta: nessun sostegno al governo Maduro, combattuto duramente dai movimenti, ma nessun cedimento all’intervento degli Stati Uniti. Dopo i bombardamenti di gennaio, ha spiegato, si sarebbe aperto un controllo neocoloniale sull’economia venezuelana: appropriazione del petrolio, autorizzazioni concesse dall’esterno, pagamenti su conti statunitensi, modifiche legislative richieste da Washington. Il Venezuela diventa così un tassello della competizione globale per energia, oro, terre rare, risorse naturali. Dentro questi ingranaggi, ha detto Arias, la vita concreta delle persone non conta nulla. Arias ha poi spostato la questione sul terreno internazionale della lotta di classe: i rapporti di forza non si definiscono soltanto dentro i confini. Le mobilitazioni per la Palestina, il “blocchiamo” tutto in Italia, il movimento No Kings, le rivolte contro l’ICE in California e Minnesota, la ribellione popolare boliviana indicano che la crisi sistemica del capitalismo mondiale non produce solo fenomeni reazionari come Milei o Trump. Produce anche radicalizzazioni dal basso, possibilità di risposta, rotture. Per questo la resistenza è indispensabile ma non sufficiente: bisogna tornare a pensare una strategia che porti alla vittoria delle classi sfruttate e impoverite. L’Argentina ha portato il dibattito su un altro terreno della stessa guerra. Rosalia Pellegrini, militante delle organizzazioni contadine, del femminismo popolare e campesino e di Ni Una Menos, ha descritto l’ascesa di Milei come espressione di un malessere sociale profondo e di una crisi egemonica delle forme tradizionali di mediazione. L’Argentina aveva già conosciuto nel 2001, con l’Argentinazo, una crisi simile: allora ampi settori popolari risposero costruendo movimenti di disoccupati, fabbriche recuperate, assemblee di quartiere, organizzazioni comunitarie.  > Oggi la crisi prende la forma di un progetto ultraneoliberale che combina > posizioni proprie dell’estrema destra e una visione radicale del libero > mercato. Per Pellegrini le nuove destre non promettono davvero un miglioramento della vita della maggioranza. Propongono una società modellata dalla competizione individuale e dal mercato come principio ordinatore di ogni relazione. Non è casuale che il governo Milei parli continuamente di battaglia culturale, arrivando perfino a recuperare Gramsci per spiegare la necessità di costruire egemonia. La disputa è sul senso comune, e la destra riesce a condurla perché intreccia malesseri reali, frustrazioni accumulate, errori delle forze popolari, dei partiti, dei sindacati e delle stesse organizzazioni sociali. La promessa del libero mercato, ha sostenuto Pellegrini, è però anche la principale debolezza del progetto. Salute, istruzione, lavoro, cura, riproduzione quotidiana della vita non sono mai stati garantiti dal mercato. La vita si sostiene attraverso reti di cooperazione, solidarietà, mutualismo. La nuova destra, invece, offre un trasferimento di ricchezza e beni comuni verso i settori concentrati del potere economico e territoriale: indebolimento delle politiche pubbliche, attacco ai diritti conquistati, avanzata sui territori e sugli ecosistemi. La “politica della crudeltà” consiste nella normalizzazione dell’idea che i più poveri siano superflui, senza diritto a sostegno, diritti o vita dignitosa. Nonostante la repressione, il femminismo argentino resta per Pellegrini un esempio di capacità politica: organizzare la rabbia, costruire alleanze e scegliere l’assemblea come spazio di decisione. Non si tratta solo di resistere, ma di organizzare il comune. Produzione agroecologica, saperi indigeni e campesini, difesa degli ecosistemi, reti comunitarie di cura, solidarietà e cooperazione compongono una politica della sostenibilità della vita. Da qui nascono domande scomode, ma centrali: quante forme democratiche e istituzionali vanno difese, e quante invece hanno segnato i limiti dei progetti emancipatori? Difendere i diritti resta essenziale, ma il compito non può limitarsi a restaurare l’ordine precedente. Occorre immaginare nuove forme di democrazia, nuove organizzazioni collettive, nuove forme di potere popolare. È da queste risonanze che Michael Hardt, in collegamento da Seattle, ha raccolto il filo conclusivo. Sara e Arias, ha osservato, hanno mostrato che si può contestare nello stesso tempo l’imperialismo e il regime repressivo del proprio Paese. L’anti-imperialismo, da solo, non è una politica: deve essere riempito. E Angel e Rosalia hanno mostrato, ciascuno a suo modo, che la resistenza non basta se non apre un orizzonte di liberazione. Hardt ha poi allargato la riflessione al livello mondiale, a partire dal memorandum tra Iran e Stati Uniti emerso nelle notizie di quelle ore. Non una pace, piuttosto il possibile ritorno al regime di guerra precedente, ma comunque un passaggio utile a leggere due elementi fondamentali. Il primo è il limite del potere militare statunitense e israeliano, la rottura dell’immagine di invincibilità delle loro macchine di guerra. Il secondo è il ruolo del mercato mondiale nel produrre questi limiti.  > La minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz, ha spiegato, ha funzionato > come una forma di pressione globale: anche una potenza dotata di produzione > energetica interna come gli Stati Uniti non può sottrarsi al mercato mondiale > del petrolio.  In questo senso, la guerra non può essere compresa soltanto dentro la cornice nazionale o bilaterale: è sempre presa dentro catene, mercati, dipendenze e rapporti di forza globali. Da qui la necessità di pensare l’internazionalismo come pratica concreta e multilivello. La base, per Hardt, resta quella dei movimenti e delle resistenze: la lotta contro il genocidio in Palestina, le tende nei campus universitari statunitensi, i blocchi dei porti in Italia, le manifestazioni di piazza, la Flotilla come simbolo immediato di un internazionalismo di resistenza. Ma questo livello non esaurisce il campo. Hardt ha richiamato anche il ruolo di alcune iniziative statali e sovranazionali: il Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia, le prese di posizione di Colombia, Spagna e Irlanda, il terreno ambiguo ma non irrilevante del diritto internazionale, che in questi anni ha mostrato insieme la propria impotenza e la possibilità di essere forzato, innovato, usato per legittimare parole e categorie politiche, a partire da quella di genocidio. L’internazionalismo, però, non nasce semplicemente dall’individuazione di un nemico comune. Non basta dire “imperialismo americano” per costruire una politica condivisa. Serve, ha detto Hardt, una vera e propria “macchina di traduzione”: non solo linguistica, ma politica. Tradurre significa mettere in relazione contesti differenti, lotte femministe, operaie, antirazziste, ecologiste, esperienze di resistenza che non sono identiche e non devono diventarlo. L’internazionalismo non cancella l’eterogeneità, la attraversa. Costruisce connessioni senza ridurre tutto a un’unica grammatica, sapendo che liberazione operaia, liberazione femminista, liberazione antirazzista e liberazione ecologica non coincidono automaticamente, ma possono imparare a parlarsi. L’ultimo passaggio è stato forse il più esigente.  > Se esiste già un internazionalismo della resistenza, oggi bisogna avere il > coraggio di pensare anche un internazionalismo della liberazione.  Proprio nei tempi più duri, quando per molti popoli la sopravvivenza sembra l’unico obiettivo possibile, Hardt ha sostenuto la necessità di non abbassare l’orizzonte. Liberazione può voler dire inventare nuove forme democratiche di vita comune, nuove forme di cooperazione sociale, una rottura con l’individualismo obbligatorio che il capitalismo impone come destino. Per cercarne le tracce non serve nostalgia per i movimenti del passato, anche se la storia internazionalista delle lotte di liberazione resta una risorsa preziosa. Bisogna guardare piuttosto dentro le resistenze del presente: nel movimento Donna Vita Libertà in Iran, nelle pratiche femministe e comunitarie argentine, nelle lotte che già contengono nuclei di un mondo diverso. Il dibattito si è chiuso così, non con una sintesi, ma con un compito. Costruire un nuovo internazionalismo significa ripetere questo esercizio di traduzione politica: non scegliere tra blocchi, non scambiare l’anti-imperialismo per assoluzione dei regimi, non ridurre la solidarietà a dichiarazione morale. Significa tenere insieme resistenza e liberazione, sopravvivenza e organizzazione, difesa dei diritti e invenzione di nuove forme democratiche. Questo articolo è stato pubblicato su Global Project il 18/06/2026. Immagine di copertina: Belo (Sherwood Foto). I video degli interventi possono essere visti cliccando qui. L'articolo Oltre i blocchi: quando la resistenza deve farsi liberazione proviene da EuroNomade.
June 24, 2026
EuroNomade
Mehdi Bouzguenda è stato liberato
Dopo quasi tre settimane di detenzione illegale,  Mehdi Bouzguenda è stato liberato e si è ricongiunto con i suoi amici e la sua famiglia in Tunisia. Festeggiamo la sua libertà, ma dieci dei nostri volontari rapiti rimangono detenuti a Bengasi . Il loro rilascio immediato non è negoziabile. E non sono soli.  Quasi 10.000 prigionieri palestinesi sono detenuti dal regime israeliano. Ogni singolo giorno, decine di migliaia di persone in tutto il mondo sono detenute ingiustamente, i loro diritti ignorati, le loro sofferenze invisibili. Non distoglieremo lo sguardo. Nessuno di noi è libero finché non lo siamo tutti. Mobilitiamoci. Continuiamo a fare pressione. Global Sumud Flotilla
June 8, 2026
Pressenza