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Daddy issues
Nel numero 69 osserviamo una modalità del potere che si mostra affabile,
amichevole, familiare, persino amorevole: il paternalismo.
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Come la clinica ha inventato il corpo malato
Dalla lettura dei segni sul corpo alla gestione della devianza: immagini,
pratiche cliniche e potere nella costruzione moderna della malattia. In
copertina un’opera…
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su L'INDISCRETO.
Semestre filtro a Medicina: l’imbroglio, il danno, la beffa. Hanno ragione gli studenti a contestare la ministra
Il numero programmato, contrariamente a quanto era stato propagandato da
Bernini, non è stato abolito, e non era praticamente possibile abolirlo
La riforma dell’accesso a Medicina, voluta dal governo attraverso la ministra
Bernini, è un imbroglio a danno degli studenti, aggravato da una beffa. Hanno
ragione gli studenti a contestare la ministra, che ha dato prova di
straordinaria pochezza rispondendo alle loro giuste critiche con insulti.
L’imbroglio: il numero programmato, contrariamente a quanto era stato
propagandato dalla ministra Bernini, non è stato abolito, e non era praticamente
possibile abolirlo. Il numero programmato, oltre a evitare il rischio di creare
professionisti in eccesso, è una conseguenza della grande conquista della libera
circolazione dei laureati in Europa: l’Unione stabilisce criteri formativi
comuni, rispettando i quali ogni paese si impegna a riconoscere la formazione
professionale erogata negli altri paesi: un medico laureato in Italia può
lavorare ovunque nell’Unione. Tra i criteri rientra però la proporzione tra il
numero di studenti iscrivibili nei corsi e la capienza dei corsi stessi, che per
i Corsi di Laurea in Medicina include anche la dimensione delle strutture
sanitarie presso le quali i laureandi si formano.
Per aumentare il numero di studenti iscritti a Medicina occorrerebbe non solo
aumentare aule e docenti, ma anche la dimensione degli ospedali
universitari; con i nostri numeri di aspiranti medici addirittura al di là del
fabbisogno della popolazione: paradossalmente, per abolire il numero programmato
avremmo bisogno di più posti letto in ospedale e più malati! Già oggi i nostri
studenti si lamentano perché il loro accesso ai reparti ospedalieri è limitato,
immaginiamoci cosa succederebbe se il numero di studenti triplicasse!
L’alternativa sarebbe quella di uscire dal circuito della libera circolazione
dei laureati in Europa: organizzarsi una laurea locale, di più basso livello.
Certamente questa soluzione sarebbe rifiutata da tutti quegli aspiranti medici
che vorrebbero liberalizzare l’accesso ai Corsi di Laurea: è umano volere il
dritto della medaglia e rifiutarne il rovescio, ma non esistono medaglie senza
il rovescio. Inoltre liberalizzare davvero l’accesso al Corso di Laurea rischia
di alimentare disoccupazione o sottoimpiego: infatti il fabbisogno di medici del
paese non è infinito, ed è stimabile in circa 8.000-10.000 nuovi professionisti
ogni anno, necessari per rimpiazzare i pensionamenti dei circa 4.000 medici per
milione di abitanti di un paese avanzato.
All’imbroglio consegue il danno: gli studenti hanno frequentato, studiato e
sostenuto esami ma in grande maggioranza non sono o non saranno ammessi, salvo
l’esito dei numerosi ricorsi ai Tribunali Amministrativi: in pratica hanno
perduto sei mesi, se non un anno, tutto tempo che, se fosse rimasto in vigore il
metodo precedente, avrebbero potuto meglio impiegare in altre attività formative
o lavorative. Questo è il principale argomento contro lo svolgimento
della selezione concorsuale durante il percorso formativo. Se si vuole offrire
formazione preliminare al concorso di ammissione, questa deve essere basata su
un programma ristretto, limitata al solo mese di settembre, e la prova
concorsuale deve essere svolta alla fine di settembre o all’inizio di ottobre,
prima dell’inizio dei corsi veri e propri. Ovviamente, la prova concorsuale non
deve essere confusa con un esame: deve soltanto stabilire una graduatoria per
l’ammissione.
Per mascherare il danno la riforma aggiunge una soluzione che è una vera e
propria beffa: gli esami sostenuti, in caso di mancato accesso al Corso di
Laurea scelto possono essere convalidati in un Corso considerato affine: la
riforma implica cioè che, per il giovane che sceglie la sua futura professione,
fare il medico, il farmacista o il biotecnologo sia la stessa cosa. Sfugge alla
ministra che l’università prepara ad una professione e due Corsi di Laurea che
includono materie parzialmente sovrapponibili non conducono a professioni
altrettanto sovrapponibili. Se fosse rimasto in vigore il metodo
selettivo precedente, gli studenti avrebbero saputo a settembre se erano stati
ammessi o meno al Corso di Laurea preferito ed in caso di insuccesso avrebbero
potuto scegliere in modo autonomo una diversa soluzione senza vedersela imporre
da una legge autoritaria e paternalistica.
La ministra ha appena accettato di aprire un tavolo per discutere le
problematiche della riforma, premettendo però che non si può tornare indietro:
l’intenzione è quindi quella di continuare a imbrogliare, danneggiare e beffare
gli studenti per gli anni a venire.
(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano)
Studenti manifestano contro il numero chiuso mascherato a Medicina
Il governo Meloni e la ministra Bernini hanno deciso che università e sanità non
sono la priorità, come non lo erano per i governi precedenti che le hanno
smantellate. Un paese che avrebbe bisogno di spesa pubblica, in cui molti
ospedali sono al collasso, in cui mancano medici e soldi […]
L'articolo Studenti manifestano contro il numero chiuso mascherato a Medicina su
Contropiano.
[entropia massima] Libera Scienza in Libero Stato
Puntata 4 di EM, prima del ciclo Libera Scienza in Libero Stato, parliamo di
vescicole extracellulari e nanomedicina.
UNIVERSITÀ: IN VIGORE LA RIFORMA DELL’ACCESSO A MEDICINA, NIENTE PIÙ NUMERO CHIUSO?
Sono aperte le iscrizioni alla facoltà di Medicina e chirurgia. Fino al 25
luglio le studentesse e gli studenti aspiranti medici potranno iscriversi
liberamente al cosiddetto “semestre filtro”, che prevede una serie di corsi di
base uguali per Medicina, Odontoiatria e Veterinaria. Dall’anno accademico
2025/2026, infatti, entra in vigore la riforma dell’accesso ai corsi di laurea
in Medicina, fortemente voluta dal governo Meloni e dalla ministra Bernini. La
riforma prevede uno slittamento del test di selezione – che rimane – alla fine
dei primi sei mesi, quando si svolgerà il test di sbarramento effettivo sulla
base del quale verrà stilata la graduatoria nazionale di accesso che consentirà,
a chi ne fa parte, di trasformare l’iscrizione iniziale in una vera e proprio
immatricolazione. Il numero chiuso, dunque, resta. Ne parliamo con Elisa
Frigeni, referente milanese di Udu-Unione degli Universitari. Ascolta o scarica.
Il silenzio dell’Ordine: quando il confronto tra medici diventa un tabù
Ripubblichiamo articolo di Andrea Caldart che documenta in modo esemplare come
gli Ordini Professionali Sanitari obbediscano alla politica e non ai valori
eterni del codice deontologico. L’impegno prioritario di Patto Internazionale
Sanitari e Cittadini rimane quello di modificare per legge l’attuale modalità
antidemocratica di elezione dei vertici ordinistici e la perpetuazione delle
cariche.
In un’epoca in cui la medicina dovrebbe essere guidata dal confronto, dalla
scienza empirica e dall’etica, ciò che più ha colpito negli ultimi cinque anni è
stata l’assenza di umanità. Il confronto tra medici, pilastro fondamentale della
crescita professionale e scientifica, è stato sistematicamente ostacolato,
quando non punito. Eppure, solo dal dialogo, anche tra visioni diverse, possono
nascere progresso, consapevolezza e tutela della salute dei pazienti.
Avremmo voluto rivolgere delle domande al Dr. Filippo Anelli, Presidente della
FNOMCeO, per ascoltare la sua versione sulla gestione degli Ordini dei Medici in
questi ultimi anni. Ma l’unica risposta arrivata è stata quella dell’ufficio
stampa: “Il Presidente non può al momento rispondere all’intervista”.
Un silenzio che pesa, che allarma, e che lascia spazio a interrogativi
legittimi.
Negli ultimi cinque anni, migliaia di medici in Italia hanno subito procedimenti
disciplinari che sembrano avere una matrice più politica che deontologica. I
casi emblematici, come quello del Dr. Giuseppe Barbaro, mostrano come il
semplice esercizio critico della professione sia stato spesso sanzionato, non
sulla base di errori clinici, ma per l’interpretazione politica del Codice
Deontologico.
Il riferimento va in particolare all’art. 4 relativo alla libertà ed
indipendenza del medico e dell’art. 58 del Codice, che regola i rapporti tra
colleghi, invitando al rispetto delle competenze e alla possibilità del
dissenso.
Invece, in molti casi, è bastata una prescrizione non allineata al pensiero
dominante, una diagnosi attenta alla singola storia clinica del paziente,
l’invito alla prudenza, per far scattare procedimenti sanzionatori. Tutto questo
in aperta violazione anche dell’art. 13, che tutela il diritto del paziente a
essere informato in modo completo e veritiero, degli art. 15, 22 e 23 che
dovrebbero garantire le cure precoci e la continuità di cura con farmaci
efficaci, e degli articoli 45 e 48, che trattano in modo specifico i farmaci
genici e sperimentali, imponendo rigore e valutazione caso per caso.
Soprattutto in merito alla gestione terapeutica del Covid-19, il dibattito è
stato schiacciato da una narrazione univoca. Parlare di “vaccino sicuro ed
efficace” senza confronto sui dati reali, quando la scheda tecnica ha subito 18
revisioni e lo stesso farmaco era in fase sperimentale, è apparso non solo
riduttivo ma irrispettoso verso il metodo scientifico. Allo stesso
modo, l’imposizione della “tachipirina e vigile attesa” come linea guida,
anziché come opzione, ha escluso ogni possibilità di ricorso alle terapie
domiciliari precoci, molte delle quali si sono rivelate clinicamente efficaci e
per le quali molte persone hanno avuto salva la propria vita.
Il vero nodo è deontologico: rifiutare il confronto tra colleghi, in virtù delle
norme citate, è già una violazione dei principi che regolano la professione.
Invece è stato permesso ad opinionisti “tele-virologi”, di monopolizzare
l’informazione medica, senza contraddittorio, mentre i medici che portavano dati
clinici venivano zittiti e, molti di loro invece radiati.
Nel resto del mondo, oggi, molte istituzioni sanitarie stanno facendo
autocritica. In Italia, invece, il dibattito è ancora bloccato, e il vertice
dell’Ordine dei Medici continua a sottrarsi al confronto. Eppure, è proprio nei
momenti di crisi che emerge il vero valore della professione medica: la capacità
di ascoltare, di discutere, di rimettere al centro la scienza, ma soprattutto
l’essere umano.
Perché la medicina senza umanità è solo tecnica sterile. E la scienza senza
confronto è dogma.
Andrea Caldart – Patto Internazionale Sanitari e Cittadini
Redazione Italia
Un medico israeliano ha paragonato l’uccisione dei palestinesi a Gaza all’eliminazione di “scarafaggi”
Gaza – Middle East Eye. Un medico israeliano in servizio come riservista
dell’esercito ha paragonato l’uccisione di persone a Gaza alla “eliminazione di
scarafaggi” in un post sui social media.
Scrivendo domenica su X, Sabo Amos, chirurgo nel sistema sanitario pubblico
israeliano, ha dichiarato di essersi offerto volontario per partecipare alle
“eliminazioni” dopo che il suo battaglione aveva ucciso “decine di terroristi”
il giorno precedente.
Amos ha affermato di aver chiesto di partecipare alle operazioni “nell’ambito
della medicina preventiva”, ma ha aggiunto che un altro medico aveva suggerito
che il suo coinvolgimento fosse una questione di “salute pubblica”.
“A pensarci bene, ha ragione. Dopotutto, stiamo parlando di eliminare scarafaggi
e altri insetti ripugnanti“, ha scritto Amos nel post ora cancellato.
Più tardi, domenica, ha pubblicato un’immagine che, a suo dire, mostrava soldati
israeliani che partecipavano a una funzione di preghiera ebraica pomeridiana in
una moschea nel nord di Gaza.
“Ogni pochi minuti, mitragliatrici o proiettili di carri armati colpiscono Gaza.
Li schiacciano”, ha scritto.
Amos aveva già chiesto che Gaza venisse “cancellata” in un post su X nell’agosto
2024.
“Non ci sono persone non coinvolte lì”, ha scritto.
Amos lavora per il Maccabi Healthcare Services, uno dei principali fornitori di
servizi sanitari pubblici israeliani, che offre servizi a tutti i cittadini
israeliani, compresi i cittadini palestinesi di Israele.
Secondo il sito web del Maccabi, risiede in una città mista nel nord di Israele
con una numerosa popolazione palestinese.
MEE ha contattato il Maccabi Healthcare Services per un commento.
Un medico palestinese che lavora nel sistema sanitario pubblico in Israele, che
ha parlato in condizione di anonimato, ha dichiarato a MEE di non essere
sorpreso dai commenti di Amos.
Ha ricordato come alcuni medici dell’ospedale in cui lavorava avessero
festeggiato quando un ospedale a Gaza era stato bombardato, e avessero chiesto
che Gaza venisse cancellata e che la popolazione fosse lasciata senza cibo.
“Sono arrivato a un punto in questi ospedali in cui ho iniziato a chiedermi che
tipo di visione della medicina certe persone abbiano per spingerle a pensare in
quel modo”, ha detto.
“Non può essere la prospettiva di un essere umano, di un medico, che ha prestato
giuramento”.
Occupazione della medicina.
È preoccupato, ha aggiunto, per gli abusi in cui medici ed il personale
sanitario, richiamati dall’esercito, potrebbero essere coinvolti, citando la
tortura e i maltrattamenti ai danni dei palestinesi detenuti in Israele.
“Sono circondato da criminali, sia dal punto di vista umanitario che medico. È
una sorta di occupazione della medicina che ci costringe a cancellare la nostra
identità e a nascondere i nostri sentimenti in questi ospedali nei confronti
della popolazione di Gaza”.
Ghada Majadli, ricercatrice e analista politica del think tank Al-Shabaka,
specializzata in salute e diritti umani palestinesi, ha affermato che i post di
Amos rivelano la crescente militarizzazione del sistema sanitario israeliano.
“I medici si spostano tra cliniche e campi di battaglia, come se i ruoli medici
e militari fossero intercambiabili“, ha dichiarato Majadli a MEE.
“Quando i professionisti sanitari adottano il linguaggio e gli strumenti della
guerra, tradiscono fondamentalmente i principi etici della medicina, che si
concentrano sulla cura, la neutralità e la salvaguardia della vita”.
Ha affermato che il sistema sanitario israeliano ha destinato risorse
significative a sostegno della guerra a Gaza e non è riuscito a opporsi agli
attacchi contro gli ospedali e alla distruzione delle infrastrutture mediche, né
alla negazione di cibo e aiuti che ha spinto la popolazione sull’orlo della
fame.
I post di Amos sono stati pubblicati mentre i palestinesi di Gaza affrontavano
un rinnovato attacco israeliano che ha ucciso almeno 144 persone domenica e ne
ha uccise già più di 50 lunedì.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promesso che Israele assumerà
il “pieno controllo” di Gaza, mentre il suo ministro delle Finanze d’estrema
destra, Bezalel Smotrich, ha dichiarato lunedì che Israele sta “distruggendo
tutto ciò che resta” a Gaza.
Smotrich ha dichiarato: “Stiamo conquistando, purificando e rimanendo a Gaza
finché Hamas non sarà distrutta”.
Gli attacchi israeliani contro ospedali e altre infrastrutture sanitarie sono
stati ampiamente condannati dalle organizzazioni internazionali che cercano di
sostenere l’assistenza medica per i palestinesi a Gaza, dove oltre 52 mila
persone sono state uccise dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023.
Domenica, il ministero della Salute palestinese ha dichiarato che tutti gli
ospedali nel nord di Gaza sono ora fuori servizio e ha accusato Israele di aver
assediato l’ospedale indonesiano di Beit Lahia.
All’inizio di questo mese, l’organizzazione benefica britannica Medical Aid for
Palestinians ha dichiarato che oltre 1.400 operatori sanitari sono stati uccisi
a Gaza e ha accusato Israele di aver condotto una “guerra all’assistenza
sanitaria”.
Le dichiarazioni di Amos sono state condannate lunedì dall’Associazione Medica
Israeliana, che ha affermato di stare esaminando diverse denunce.
“L’Ufficio per l’etica condanna fermamente gli inviti ai medici a uccidere in
nome della medicina e ritiene necessario sottolineare che il ruolo del medico,
in qualunque contesto operi, è quello di salvare vite e curare i pazienti”, ha
affermato in una nota.
Traduzione per InfoPal di F.L.
Hunger Games a Medicina
Nella nazione di Panem gli Hunger Games si svolgono ogni anno, in Italia ne è
ora prevista un’edizione speciale, Hunger Games Med Edition, anch’essa con
cadenza annuale: si immagina parteciperanno tra gli ottanta e i centomila
studenti. La “meglio gioventù” italiana: solo uno su quattro, forse uno su
cinque, potrà farcela. Non è però un numero chiuso, è un Hunger Game: “Ve lo do
subito un consiglio. Restate vivi” (Haymitch Abernathy). Il provvedimento,
voluto dalla ministra Bernini con le nuove regole per l’accesso a Medicina, è
rappresentato per quello che non è, con l’effetto di fuorviare ed ingannare
studenti. Il primo inganno, il principale, è la fine del numero chiuso. Il
secondo inganno è la fine dei test. E’ il trionfo del paradigma performativo,
una sorta di inno al liberismo competitivo calato nelle dinamiche della
formazione universitaria, di cui questo percorso pare una caricatura più che una
manifestazione: un semestre breve, frenetico, ketaminico, ipercompetitivo, privo
di regole chiare ed esposto alla volubilità degli uomini ed ai rischi della
sorte.
> (1) ”CHE GLI HUNGER GAMES ABBIANO INIZIO!” (CLAUDIUS TEMPLESMITH)
Con l’approvazione da parte della Camera del disegno di legge già votato in
autunno dal Senato, e quindi con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della
legge n. 26 del 2025, prende forma la revisione dell’accesso ai percorsi di
laurea a ciclo unico in Medicina ed Odontoiatria: si definisce un percorso di
accesso al numero chiuso che coinvolge direttamente anche Medicina Veterinaria e
che indirettamente, ma in modo importante, interessa altri percorsi di laurea di
area biomedica e farmaceutica. La pubblicazione nella Gazzetta n. 64, del 18
marzo, della legge recante “Delega al Governo per la revisione delle modalità di
accesso ai corsi di laurea magistrale in medicina e chirurgia, in odontoiatria e
protesi dentaria e in medicina veterinaria” conclude la prima fase di un
percorso di riforma che avrà un impatto formidabile su tanti giovani, e sul
nostro sistema sanitario, mai veramente oggetto di discussione.
Sul disegno di legge delega, approvato in via definitiva l’11 marzo dalla
Camera, c’è stato, certo, un dibattito parlamentare, ma colpisce il fatto che il
lavoro istruttorio portato avanti nelle commissioni alla Camera, con tanto di
audizioni di una parte importante del mondo della sanità e dell’istruzione, non
abbia prodotto neanche un ritocco al testo già approvato dal Senato: un
provvedimento dunque o non modificato perché in sé già perfetto, ma non vanno in
questa direzione le osservazioni emerse in occasione delle audizioni né nel
dibattito in commissione ed in aula, o perché, più semplicemente, politicamente
“blindato”.
Un provvedimento, va detto chiaramente, rappresentato per quello che non è, con
l’effetto di fuorviare ed ingannare studenti che, ancora poco avvezzi alle
dinamiche della politica domestica, ripongono ancora fiducia nelle istituzioni e
quindi nelle dichiarazioni prese nelle sedi più autorevoli. Il tradimento di
questa fiducia è di per sé un problema, di cui dovremmo preoccuparci.
Il primo inganno è il principale, ed è relativo alla “fine del numero chiuso”:
nel corso di questo scritto sarò più dettagliato, ma va subito chiarito che il
numero chiuso resta, ed anzi è un pilastro del nuovo modello così come lo era di
quello precedente. Solo che il numero chiuso non scatta subito, ma dopo un
semestre, con effetti che paiono solo peggiorativi rispetto all’impianto in via
di superamento. Si prevede, va detto, “il potenziamento delle capacità ricettive
delle università” (art. 2, c. 2, lett. f) (che è in effetti ciò su cui si
sarebbe dovuto lavorare sin dall’inizio), ad intendere sia corsi di laurea che
borse di specializzazione (lett. g)), ma si tratta di un discorso di prospettiva
e che non elimina, ma forse nel tempo amplierà, il numero chiuso.
Il secondo inganno è relativo alla “fine dei test”: l’impatto organizzativo,
l’esigenza di standardizzazione e di riduzione dell’influenza di preferenze e
valutazioni “soggettive”, la necessità di evitare facili manomissioni e
favoritismi, condurrà inevitabilmente (di più, auspicabilmente) alla
predisposizione di prove omogenee, verosimilmente con test. E in ogni caso,
l’esigenza di gestire in tempi brevi l’impatto di un numero consistentissimo di
studenti porterà alla necessità di prevedere prove scritte (di nuovo,
ragionevolmente, nella forma di test a risposta multipla). Questo però è un
aspetto tutto sommato secondario, come proverò a spiegare meglio: solo un
dettaglio rispetto all’impianto portante degli Hunger Games che porteranno a
selezionare, attraverso un semestre di fuoco, i nuovi medici italiani e ad
orientare gli altri, i “perdenti” della competizione, verso piani “B” che spesso
sono piuttosto piani “C”.
Stando al percorso, con l’approvazione della legge siamo di fronte ad un
passaggio forse decisivo, ma sicuramente ancora lontani dal completamento di
questo impianto riformatore: come forse non sempre ben evidenziato nel dibattito
pubblico, infatti, la disciplina dettagliata del nuovo modello emergerà solo con
l’esercizio, da parte del Governo, della delega legislativa. La legge delega
contiene, però, una serie di elementi che già definiscono chiaramente alcuni
aspetti del nuovo sistema, mentre per altri (non minori) sarà necessario
aspettare il decreto delegato (che la Ministra annuncia in ogni caso destinato
ad essere approvato in tempi ravvicinati).
Si delinea, dunque, uno sconvolgimento delle modalità di accesso ai percorsi di
medicina, odontoiatria e veterinaria; cambiamenti importanti per i “corsi di
studio di area biomedica, sanitaria, farmaceutica e veterinaria”. Effetti sul
complessivo sistema universitario, tanto più se consideriamo che la riforma non
solo è, come spesso accade, a costo zero (i decreti attuativi dovranno attestare
la “neutralità finanziaria” della riforma), ma addirittura gli studenti del
“primo semestre comune” non contribuiscono al finanziamento delle università
attraverso il fondo di finanziamento ordinario (FFO) (tra i principi/criteri
della delega, infatti, c’è quello che il “numero di studenti iscritti al primo
semestre […] non sia considerato ai fini del riparto annuale del Fondo per il
finanziamento ordinario delle università”)(art. 2, c. 2, lett. i)).
> (2) “È IL TUO PRIMO ANNO PRIM, IL TUO NOME È LÌ DENTRO PER LA PRIMA VOLTA, NON
> SCEGLIERANNO TE!” (KATNISS EVERDEEN)
Nonostante si siano levate numerose obiezioni, informate e fondate, sulla
possibilità che la riforma divenga efficace già dall’anno accademico 2025-2026
(quindi, in concreto, già da settembre), l’intenzione politica sul punto è
chiarissima.
Questa volontà di “fare in fretta” rischia di incidere sulla possibilità di
“fare bene”: di norma marzo è il mese in cui le università completano i dettagli
dell’offerta didattica, definendo le coperture degli insegnamenti e gli aspetti
di contorno di un impianto già definito mesi prima, in un sistema di massima già
rodato per il cui buon funzionamento sono necessari vari tasselli (anzitutto: i
docenti, le aule, gli uni e le altre calibrate sulla numerosità attesa dei
frequentanti e quindi con eventuali esigenze di “sdoppiamento” di cattedre, i
programmi ed i libri di testo, con un lavorio che coinvolge anche le case
editrici pronte ad arrivare preparate all’appuntamento dell’avvio dei corsi).
L’impatto della riforma rischia, da questo punto di vista, di essere devastante
se portata avanti in fretta e furia: si prospetta l’irrompere sul sistema
universitario di almeno 80.000 aspiranti medici, col rischio (alimentato
dall’immagine, erronea e falsante, su cui torneremo, del corso “ad accesso
aperto”) che siano anche di più; questi studenti e studentesse dovranno seguire
un percorso comune (a numerosi percorsi di area medica, biomedica, farmaceutica)
che si immagina, in attesa dei decreti attuativi, potrà basarsi su esami di
biologia, chimica, fisica.
Prendo ad esempio un paio di corsi della mia università, diversi da medicina,
coinvolti “indirettamente” dalla riforma, in quanto destinatari del “semestre
comune”: a Farmacia, a Perugia, le “Chimiche” al primo semestre sono due
(organica ed inorganica, rispettivamente da 6 e 10 crediti), Fisica è al secondo
semestre, Biologia è un corso annuale da 11 crediti); a Biotecnologie, Chimica
generale è al primo semestre (al secondo Chimica organica), Biologia contiene
elementi di citologia ed istologia ed è un esame da 12 crediti, Fisica è un
esame da 6 crediti del secondo semestre. Tra quelli coinvolti direttamente: a
Veterinaria non c’è propriamente un esame di Chimica (ma di Biochimica, da 11
crediti) né uno di Fisica (ma di Fisica, statistica ed informatica applicate),
Biologia è “Biologia animale”.
La riforma di Medicina comporta l’esigenza di ritornare su tutti questi
percorsi, ridefinirli, concentrare nel secondo semestre tutti gli insegnamenti
diversi delle “generiche” materie di base (pensate, a questo punto, non più per
un aspirante medico, cui, ad esempio, fornire tutte le nozioni di chimica utili
per la professione, o al contrario per un farmacista che poi svilupperà
ampiamente tutti i rami della chimica organica ed inorganica, e così via). Con
un impoverimento nella preparazione, che sarà certo intensa, ma concentrata su
tematiche generali e non orientate al percorso che poi si vorrà/potrà davvero
seguire (come la fisica medica, che non coincide evidentemente con la fisica che
interessa un chimico).
E con un secondo semestre non meno complesso del primo, perché tenuto a
concentrare tutta la preparazione specifica del primo anno: solo per fare un
esempio, elenco di seguito esami, e crediti, previsti attualmente al primo anno
di veterinaria (Anatomia degli animali domestici, 17 cfu, annuale; Biochimica
generale, 11 cfu; Biologia animale, 5 cfu; Fisica, statistica e informatica
applicate alla medicina veterinaria, 8 cfu; Istologia, embriologia generale e
speciale veterinaria, 5 cfu; Agronomia ed economia, 6 cfu; Biochimica
veterinaria e biologia molecolare, 5 cfu).
La riforma sconvolge dunque l’offerta didattica, l’organizzazione dei corsi, la
programmazione didattica (quali corsi e docenti in quale semestre), e costringe
ragionevolmente a moltiplicare i corsi “generali comuni”, in modo da consentire
la presenza in aula di un numero molto consistente di studenti. Forse
addirittura, e di questa ipotesi si sente sempre più spesso parlare come
verosimile e persino “ragionevole”, ad aprire all’ipotesi di corsi in
teledidattica (che sin qui erano stati un tabù per medicina, ma le cose
cambiano).
L’effetto non si limita a questi percorsi, perché comporterà ragionevolmente
l’esigenza per gli atenei di concentrare in questo semestre la didattica della
gran parte dei suoi docenti di chimica generale, biologia generale, fisica
generale, prendendoli anche da altri percorsi di studi. L’impatto sugli altri
percorsi di studio di area medica (infermieristica, osteopatia, ecc.) è d’altra
parte sottovalutato, dato il potenziale svuotamento del loro bacino vista la
“facilità” (presunta, ma dichiarata) di accesso al percorso di medicina e
chirurgia: qui il problema è anche diverso, considerato che (ad esempio) le
domande per l’accesso a infermieristica sono in linea con i posti disponibili, e
comunque i laureati infermieri non riescono a rispondere alle esigenze del
settore. Domani avremo verosimilmente lo stesso numero di medici di prima, ma
meno infermieri di adesso, per dirla sinteticamente.
Non voglio tediare ulteriormente il lettore, per gli addetti ai lavori posso
dire che la riforma comporta l’esigenza di modificare ordinamenti e regolamenti
non solo dei percorsi di area medica, ma di tutti i percorsi interessati
“indirettamente” dalla riforma. E queste modifiche saranno possibili solo
allorché la riforma sarà approvata: ad intendere non la legge delega, ma
quantomeno il decreto legislativo attuativo.
La legge n. 26 del 2025 non prevede un’abbreviazione della vacatio legis, quindi
entrerà in vigore ad inizio aprile. Da lì, a tenore della legge (e della
disciplina legislativa e costituzionale che regola l’esercizio delle deleghe
legislative da parte del Governo), dovrà attendersi:
(a) L’approvazione, da parte del Consiglio dei Ministri “su proposta del
Ministro dell’università e della ricerca, sentito il Ministro della salute”, di
testi che “sono corredati di relazione tecnica” (art. 2, c. 3).
(b) Ancorché limitatamente ad alcuni aspetti dalla riforma, il decreto deve
essere adottato previo parere della Conferenza Stato-regioni. Per alcuni aspetti
della riforma va acquisito il “concerto” del Ministro delle Finanze, o “sentito”
il Ministro dell’istruzione”.
(c) Sullo schema di decreto va acquisito il parere delle Commissioni
parlamentari competenti (ragionevolmente non solo della commissione Cultura, ma
anche la commissione Affari sociali e sanità, forse anche la commissione
Bilancio dovessero emergere spese con cambiamento di poste di bilancio dello
Stato).
(d) Sui decreti legislativi, il Consiglio di Stato rilascia un parere, che deve
essere reso entro 45 giorni dal ricevimento della richiesta.
Anche ammettendo che la Ministra, ed il suo staff, abbiano sostanzialmente
pronto il testo del decreto (avendo quindi sciolto i problemi di merito, non
marginali, che restano irrisolti, come proveremo a spiegare di seguito), la
pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto, che peraltro richiederà
ragionevolmente atti di indirizzo e ulteriori provvedimenti attuativi, non potrà
ragionevolmente aversi prima di un paio di mesi: ben che vada, quindi, le
questioni operative ed attuative dovranno dispiegarsi, nelle singole università,
a partire da maggio. Un lavoro più complesso di quello che di solito si sviluppa
nell’arco di dieci mesi dovrà articolarsi in meno di quattro, durante l’estate,
per una attivazione dei corsi a settembre, percorsi rivolti ad un numero di
studenti che gli atenei non sarebbero forse in grado di gestire neppure avendo
tempi più lunghi per organizzarsi. Molti dei problemi strettamente organizzativi
potrebbero essere ridimensionati dal ricorso, di cui si sente sempre più
parlare, ad un “semestre” erogato in teledidattica, il che però peggiorerebbe
vari aspetti della riforma (a partire dall’esperienza degli studenti, passando
per la qualità della formazione).
La prospettiva più probabile, ed auspicabile, è quantomeno quella di una entrata
in vigore della riforma dall’anno accademico successivo (2026-2027), il che
permetterebbe un’attuazione più organizzata e meditata di una riforma comunque
criticabile. Il che consentirebbe alla coorte dei nati nel 2006 di risparmiarsi
gli Hunger Games, salvo doversi attrezzare in fretta e furia per la preparazione
dei test di accesso.
> (3) “TU DEVI VINCERE!” (RUE)
Una volta entrata a regime la riforma, quindi da settembre 2025 (stando alle
intenzioni della Ministra) o dal settembre successivo, potremo assistere agli
Hunger Games, Med edition. A psicologi e pedagogisti riflettere sull’effetto che
potrà avere su una generazione ancora fragile, provata dall’esperienza della
pandemia nella sua prima adolescenza, la “generazione di cristallo”,
l’esperienza di entrare in un ambiente super competitivo, nel quale solo una
parte minore (un quarto, forse un quinto) dei partecipanti potranno raggiungere
gli obiettivi che si prefiggono. Peggio ancora se dovessero farlo nella
solitudine delle proprie camere, attraverso piattaforme di teledidattica in un
trimestre denso, come una corsa sui 60 metri.
E’ vero che le aspirazioni di studenti e studentesse già si confrontano con un
ambiente selettivo, nel quale però vi è un minore investimento, un tempo più
disteso per valutare scelte alternative, la possibilità per i più determinati di
“riprovare l’anno dopo” (magari iscrivendosi ad un altro corso, ad esempio
Biotecnologie).
L’esperienza universitaria ha bisogno di serenità ed a volte di tempo, un anno
può essere un tempo adeguato ma sicuramente non lo è un breve semestre, nel
quale non solo ogni incertezza rischia di essere pagata carissima, ma lo
studente non ha neppure il respiro per prendere le misure con lo studio
universitario e dimostrare le proprie capacità, dispiegare le proprie ali.
L’università è un luogo di relazioni, una comunità di docenti e studenti,
un’esperienza di crescita e scambio, ma di tutto questo non c’è traccia nella
corsa in solitaria contro tutti che sembra destinata a svilupparsi tra settembre
e dicembre.
Esaminiamo però meglio il disegno della riforma, che peraltro richiede di essere
riempita di contenuti e di dettagli decisivi attraverso il decreto delegato.
Stando alla legge, gli studenti e le studentesse potranno iscriversi liberamente
al primo semestre dei corsi di medicina, odontoiatria e veterinaria, per la
frequenza di percorsi che saranno attivati “secondo criteri di sostenibilità” da
parte dei diversi atenei. Spetta al decreto delegato definire “le discipline
qualificanti comuni che devono essere oggetto di insegnamento nel primo
semestre” (per i corsi in esame, ma anche, come detto, per tutti i corsi di
studio di area biomedica, sanitaria, farmaceutica e veterinaria), “garantendo
programmi uniformi e coordinati e l’armonizzazione dei piani di studio dei
suddetti corsi” (art. 2, c. 2, lett. c)). La legge entra quindi in profondità
nella definizione dei contenuti dei corsi universitari, prevedendo la fissazione
di “programmi uniformi e coordinati” (e poi di esami standardizzati), va detto
con buona pace della libertà di insegnamento sancita dall’art. 33 Cost., con una
sostanziale “licealizzazione”, quanto a capacità degli indirizzi ministeriali di
standardizzare i contenuti della didattica, del percorso, delle metodologie di
valutazione). Trattandosi di un riferimento espresso a un “semestre”, la
previsione di un semestre-breve, di cui si parla, pare in contraddizione con il
tenore testuale della delega.
La disposizione chiave del nuovo modello è però contenuta nella lett. d dello
stesso comma 2 dell’art. 2, che prevede che l’ammissione al secondo semestre dei
corsi di laurea magistrale di medicina, odontoiatria e veterinaria, “sia
subordinata al conseguimento di tutti i CFU stabiliti per gli esami di profitto
del primo semestre svolti secondo standard uniformi nonché alla collocazione in
posizione utile nella graduatoria di merito nazionale”. E’ chiaro che qui sta al
decreto attuativo definire una serie di aspetti importanti, relativi anzitutto a
come intendere e declinare la “standardizzazione” degli esami, ma anche forse a
come assicurare che la graduatoria non sia falsata, ad esempio, da una sede che
adottasse un atteggiamento troppo generoso con i propri studenti, con l’effetto
di posizionarli utilmente nella graduatoria nazionale. Là dove invece non
troverebbero posto gli studenti di sedi più rigorose e meno propense a
dispensare con larghezza trenta, e lodi. La risposta può essere un algoritmo di
normalizzazione, che tenga conto dei voti alla luce dei voti medi (ad esempio,
mettendo in posizione utile in graduatoria quelli collocati nel “primo quartile”
di ogni sede, o cose simili ma più raffinate di così), o forse addirittura in
una prova nazionale successiva agli esami (ma questo porterebbe con sé un
ritorno dei quiz, non ex ante ma ex post, così evidente da risultare
difficilmente camuffabile), o un esame con prove definite a livello centrale
(che però poterebbe di nuovo a quiz standard).
In assenza di un filtro definito a livello nazionale, le valutazioni saranno
rimesse alle sedi locali: è chiaro il rischio che si apre a favoritismi, un tema
non a caso molto presente nel discorso pubblico e richiamato ripetutamente in
sede di audizione (e d’altra parte l’abuso di ufficio non è neppure più reato,
quindi si può cogliere del metodo in questa follia). Sarebbero quindi i
professori del primo semestre, di fatto, a decidere chi diventerà dottore, e
sarà decisiva quindi la loro generosità. Considerato che i tre esami di avvio
saranno sicuramente impegnativi (si presume potrebbero essere Chimica generale,
Fisica generale e Biologia generale), e considerato che i programmi saranno
inevitabilmente molto estesi, è chiaro che il percorso presenta un grado di
aleatorietà molto alto anche a prescindere dai rischi di maladministration.
In questo percorso, è importante stringere alleanze (il che peraltro in
teledidattica sarebbe più difficile), ma alla fine si vince da soli: sono le
regole degli Hunger Games, d’altra parte. Chi supererà tutti gli esami potrà
entrare in graduatoria, e se avrà una media superiore al 29 probabilmente si
troverà in posizione utile. Chi non dovesse farcela potrà portare i suoi esami
nel suo percorso di studi “piano B”, individuato in sede di iscrizione, ma
questo solo se avrà superato tutti gli esami previsti. In sintesi, con un mezzo
passo falso si è fuori da medicina, con un passo falso si perdono anche gli
altri due esami superati che non possono essere conservati nel passaggio
all’altro percorso di ripiego. La cosa è priva di senso, ma espressamente
prevista dalla legge delega, che chiede di “garantire, nel caso di mancata
ammissione al secondo semestre dei corsi di laurea magistrale [di medicina,
ecc.], il riconoscimento dei CFU conseguiti dagli studenti negli esami di
profitto del primo semestre relativi alle discipline qualificanti comuni […]
solo qualora siano stati conseguiti tutti i CFU stabiliti per gli esami di
profitto del primo semestre, ai fini del proseguimento, anche in sovrannumero,
in un diverso corso di studi […] da indicare come seconda scelta” (art. 2, c. 2,
lett. e)).
In Francia, dove il modello è sperimentato (ma nella forma meno frenetica di un
percorso annuale, in un contesto diverso da molti punti di vista), sono diffuse
le critiche a questo impianto e si parla della “generazione perduta” (o di
“macelleria generazionale”) riferendosi agli studenti che non ce l’hanno fatta:
perché è diverso non entrare e orientarsi diversamente prima dell’avvio del
proprio percorso di studi universitari, dall’essere ammessi in un tritacarne per
poi esserne cacciati perché non abbastanza duri, in gamba, vincenti, favoriti,
fortunati.
Il problema è dunque più profondo, legato non solo alle difficoltà nella
transizione (troppo rapida, in termini di insostenibilità/impossibilità), ma al
contenuto della riforma ed al suo possibile impatto sui suoi destinatari, i
ragazzi e le ragazze che aspirano a diventare medici (odontoiatri, e veterinari
sia pure qui con un rapporto più favorevole tra posti disponibili e numero di
aspiranti).
E’ il trionfo del paradigma performativo, una sorta di inno al liberismo
competitivo calato nelle dinamiche della formazione universitaria, di cui questo
percorso pare una caricatura più che una manifestazione: un semestre breve,
frenetico, ketaminico, ipercompetitivo, privo di regole chiare ed esposto alla
volubilità degli uomini ed ai rischi della sorte. D’altra parte, sono queste le
leggi degli Hunger Games.
> “Felici Hunger Games e possa la fortuna essere sempre a vostro favore!” (Effie
> Trinket)