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Niscemi non cade
QUELLO CHE È ACCADUTO NON È UNA FATALITÀ. MENO ANCORA “MALTEMPO”. È IL PRODOTTO DI DECENNI DI ABBANDONO. È IL PRODOTTO DI UN MODELLO CHE CONSIDERA ALCUNI TERRITORI SACRIFICABILI. INTORNO AL MOVIMENTO NO MUOS IN SICILIA SI MUOVONO PEZZI DI SOCIETÀ CHE VOGLIONO APRIRE SPAZI PER UNA GESTIONE “DEMOCRATICA DELL’EMERGENZA E DELLA MESSA IN SICUREZZA DEL TERRITORIO” DI NISCEMI, UNA GESTIONE PARTECIPATA E CONTROLLATA DAI COMITATI DI CITTADINI, CON ACCESSO PUBBLICO AI DATI E AI PROGETTI MA SOPRATTUTTO ALLE DECISIONI. PERCHÉ LA PAROLA TORNI A CHI VIVE QUESTO TERRITORIO OGNI GIORNO… “NISCEMI NON CADE. NISCEMI RESISTE. NISCEMI PARLA…”: 8 FEBBRAIO, MANIFESTAZIONE E MICROFONO APERTO Foto Nomuos.info -------------------------------------------------------------------------------- Siamo prima di tutto solidali con le persone colpite dalla frana, con chi è stato evacuato, con chi ha perso sicurezza, stabilità, serenità. Siamo solidali con una comunità che da anni vive dentro una condizione di esposizione permanente al rischio. Non arriviamo a Niscemi per fare passerelle. Non arriviamo protetti da cordoni di polizia. Non arriviamo per parlare al posto di qualcuno. Siamo a Niscemi perché siamo parte di questa storia. Siamo a casa nostra. Siamo in mezzo alla nostra gente. Siamo con le compagne e i compagni di Niscemi. Quello che è accaduto non è una fatalità. Non è solo “maltempo”. È il prodotto di decenni di abbandono, di assenza di pianificazione, di manutenzioni episodiche, di opere emergenziali che sostituiscono la prevenzione. È il prodotto di un modello che considera alcuni territori sacrificabili. A Niscemi questo modello si vede in modo lampante: mentre il territorio civile viene lasciato senza infrastrutture adeguate, senza messa in sicurezza strutturale, senza servizi, continua e si rafforza una delle più grandi installazioni militari statunitensi presenti in Italia. Mentre case sono precipitate nel vuoto, mentre molte altre sono oggi inabitabili perché sospese sull’orlo della frana, mentre è stata istituita una zona rossa di 150 metri dal coronamento del dissesto che ingloba abitazioni, tre scuole, la biblioteca comunale e l’ufficio postale, la base militare viene monitorata, consolidata, ampliata. La zona rossa inizia a meno di cento passi dal municipio e dalla chiesa madre, e a poche decine di passi dalla piazza principale del paese. Esistono due territori solo nella narrazione del potere: uno civile, esposto e abbandonato; uno militare, protetto e messo in sicurezza. Ma la terra è una sola. E i rischi ricadono su chi abita. La frana è il segno visibile di una frattura più profonda: abbandono sociale, desertificazione economica, spopolamento, precarietà infrastrutturale, repressione del dissenso e avanzata della militarizzazione. Noi rifiutiamo le logiche mafiose, clientelari e paternalistiche con cui da sempre vengono gestite emergenze, risorse e ricostruzioni. Non chiediamo solo ristori. Chiediamo diritti. Chiediamo trasparenza. Chiediamo sicurezza vera. Chiediamo una gestione democratica dell’emergenza e della messa in sicurezza del territorio, sotto il controllo diretto dei comitati di cittadini, con accesso pubblico ai dati, alle decisioni, ai progetti. Chiediamo che la parola torni a chi vive questo territorio ogni giorno. Per questo chiamiamo una manifestazione pubblica: una piazza aperta. Una parola collettiva. Uno spazio di ascolto, confronto e denuncia. Invitiamo le realtà sociali, i movimenti, le associazioni, le singole persone solidali a essere presenti. Niscemi non cade. Niscemi resiste. Niscemi parla. [Movimento No MUOS] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ENZO SCANDURRA: > Harry è passato, ma è solo un avvertimento -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Niscemi non cade proviene da Comune-info.
February 2, 2026
Comune-info
Harry è passato, ma è solo un avvertimento
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Le notizie sul clima non sono buone. Dall’uscita dell’amministrazione Trump dagli accordi di Parigi sulle limitazioni delle emissioni e del non raggiungimento di 1,5C° di temperatura (ormai superata), all’abbandono del New Green Deal (la strategia per rendere l’Europa climaticamente neutra entro il 2050) e al conseguente smantellamento della ricerca sulla questione ambientale, dalla resistenza all’abbandono dei motori termici per le auto a quella della diffusione delle fonti rinnovabili per favorire quelle fossili e, infine, alla dura repressione nei riguardi dei movimenti giovanili che si battono per il clima. Da una parte c’è un processo di rimozione collettiva: ci si illude che non sarà possibile la scomparsa della specie, l’innovazione tecnologica sarà in grado di fronteggiarla, prima o poi. Dall’altra le lobby del fossile pronte a sfruttare fino all’ultima goccia di petrolio esistente sotto la crosta terrestre, come ha dimostrato la recente questione del Venezuela. E poi le guerre, un po’ dovunque, che contribuiscono a incrementare la produzione di CO2 e a distruggere territorio e manufatti. Bisognerebbe ricordare, quanto alla sopravvivenza della nostra specie, che i dinosauri sono vissuti (incontrastati) su questo pianeta per 160 milioni di anni, eppure scomparsi perché diventati una specie ecologicamente insostenibile. La nostra, di specie, abita questo pianeta da circa 4,5 milioni di anni, un tempo assai più breve di quello dei dinosauri che pure sembravano i padroni indisturbati del pianeta. Molti ritengono che la crisi climatica proceda secondo una tendenza lineare con cambiamenti progressivi per cui è sempre possibile intervenire con sistemi di adattamento anch’essi progressivi tali da contenere gli effetti del riscaldamento climatico. Non è così. Nei sistemi complessi (e il clima lo è) i processi di interazione tra le variabili non sono lineari e nemmeno progressivi. Succede invece che una sollecitazione porti il sistema a collassare senza alcun preavviso (è il noto “effetto farfalla”). Questi sistemi sono caratterizzati da quelli che Federico Butera (su inTrasformazione, V.14, n. 2, 2025) chiama “punti di svolta”, ovvero quei particolari stati in cui le variabili retroagiscono tra loro positivamente in modo tale da stressare l’intero sistema. Accade per esempio nel corpo umano quando, in vecchiaia, è sufficiente una modesta malattia che mette sotto stress l’intero organismo facendo collassare, uno dopo l’altro, gli altri organi pur non direttamente colpiti dalla malattia. Conosciamo abbastanza bene i motivi che stanno accelerando la crisi climatica: utilizzo di fonti fossili, consumo di suolo, allevamenti intensivi di animali, disboscamenti, intubazioni di alvei di fiumi, impermeabilizzazione di suolo, abbandono delle zone montane con conseguente migrazione di popolazione verso le coste, e poi produzione di CO2 per auto, aerei, navi da crociera, ecc. Tuttavia questi processi non solo non vengono contrastati ma si continua a incentivarli con costruzioni più o meno abusive, aumento della mobilità nelle città, costruzione di nuovi porti per navi da crociera, nuove piste per aeroporti. Il ciclone Harry non sarà l’ultimo che si abbatterà sul Mediterraneo. Già nel 2019 Filippo Giorgi (del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico: IPCC) avvisò che nel Mediterraneo sarebbero aumentati i medicanes, ovvero gli uragani. Questo mare risulta sempre più caldo ma ciò che produce più danni è il suo innalzamento: dal 1900 esso si è innalzato di oltre 20 cm, metà dei quali avvenuti dopo il 1993. Questi due elementi combinati (aumento della temperatura e innalzamento del livello) producono le devastazioni che abbiamo visto in Calabria, Sicilia e Sardegna. Mareggiate, onde alte fino a 9 metri e piogge abbondanti (circa 550 mm tra Ogliastra, Messina e Catanzaro in quattro giorni). La legge Galasso del 1985 tentò di porre rimedio alle costruzioni in vicinanza dei fiumi e del mare: 300 mt la distanza minima dalla linea di battigia, 150 mt da ciascuna sponda di fiume o torrente e 300 mt dalla riva dei laghi. Non è un divieto assoluto di costruire ma qualsiasi intervento in queste fasce richiede l’autorizzazione paesaggistica. In Sicilia la legge vieta di edificare a meno di 150 mt e in Sardegna a meno di 300, tuttavia in quella fascia proibita si sono consumati, dal 2006 al 2021, circa 1600 ettari di suolo. È evidente per chi ha viaggiato in treno attraversando la Calabria osservare scheletri di costruzioni in cemento disseminate a pochi metri dal mare. L’abbandono delle aree interne, con conseguente degrado dei territori, e le costruzioni sulle coste hanno reso particolarmente vulnerabili questi luoghi, esposti alla furia del mare e dei venti. Non è un fenomeno che riguarda il solo Mediterraneo, l’IPCC ha rilevato che circa 680 milioni di persone vivono attualmente nelle coste e che questo numero salirà a un miliardo verso gli anni 2050. Venendo a quanto accaduto per effetto del ciclone Harry, l’ultimo rapporto dell’Ispra ci dice che nella sola Calabria dal 2006 al 2020, su 745 chilometri di litorale calabrese 347 km hanno subito modificazioni per effetto dell’erosione costiera. La provincia di Catanzaro è quella più aggredita: il 77% delle coste alterate. E già vent’anni fa, in un documento dal titolo “Opere di ricostruzione e protezione del litorale in erosione”, un gruppo di geologi messinesi spiegava: «L’antropizzazione della pianura alluvionale ha ormai comportato la quasi totale scomparsa dell’apparato dunale retrostante, tipico della costa tirrenica della Calabria». E il naturale ripascimento delle spiagge non può avvenire, perché i torrenti a secco per la siccità, ma anche tombati dalle costruzioni e spolpati dalle attività estrattive necessarie all’edilizia, non hanno più sabbia da trascinare a valle (C. Dionesalvi su il manifesto del 25 gennaio). Purtuttavia sono richiesti alla Stato milioni di lire per poter ricostruire stabilimenti balneari e altre costruzioni distrutte dalle mareggiate quando è ormai evidente che bisogna liberare zone sempre più estese in vicinanza del mare. Costruire semmai lungomare, passeggiate a piedi o in bicicletta, stabilimenti in materiali leggeri smontabili; sistemi adattavi che non contrastino il sollevamento del mare e le sue mareggiate. In Italia sono particolarmente critiche le zone della Valle del Po e la città di Venezia. Forse, afferma Federico Butera, nel 2200, continuando a salire il livello del mare, il turismo a Venezia tornerà. Ma sarà fatto con escursioni in barca per vedere le rovine dell’antica città romana di Simena, la città scomparsa per sempre e sommersa dal mare. Purtroppo le esperienze urbane di Milano, Roma e Firenze lasciano male sperare che la grave crisi ambientale sia diventata patrimonio condiviso delle amministrazioni delle nostre grandi città. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a volerelaluna.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Harry è passato, ma è solo un avvertimento proviene da Comune-info.
February 1, 2026
Comune-info
Guerre, incendi e giustizia climatica
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Extinction Rebellion Italia -------------------------------------------------------------------------------- Il Sud America sta bruciando. Stiamo assistendo a terribili incendi che divampano su migliaia di ettari in Patagonia e nel Cile meridionale, entrambe regioni con vasti territori indigeni, parte del territorio ancestrale di Wallmapu. Incredibilmente, ma fin troppo spesso, i governi di entrambi i paesi incolpano gli stessi indigeni e usano la tragedia per criminalizzare e reprimere le lotte delle comunità e dei popoli Mapuche, anch’essi vittime degli incendi. Le cause di questi incendi devastanti sono molteplici, ma tra le principali ci sono il caos climatico, che favorisce le alte temperature, la siccità e i venti estremi, e le piantagioni monocolturali di alberi a crescita rapida come pini ed eucalipti, che stanno devastando le foreste autoctone. Anche la costruzione di grandi dighe sui fiumi della regione, come il Bío Bío, contribuisce. Anche se questo può sembrare estraneo, lo è, perché devia fiumi e corsi d’acqua, interrompendo ed erodendo i flussi naturali di umidità e vegetazione, che sono componenti essenziali dell’equilibrio dell’ecosistema. Anche il turismo predatorio e l’esaurimento delle risorse necessarie per attuare le leggi antincendio nella regione, come quelle adottate da Milei in Argentina con la Legge sulla Gestione degli Incendi, contribuiscono all’aumento degli incendi. Dal programma di ricerca “Conflitti socio-ambientali in contesti di configurazioni locali di odio, resistenza e richieste da Puelmapu” presso l’Università Nazionale della Patagonia, si afferma che “la causa di fondo che spiega gli incendi ha a che fare con la visione distorta della natura sostenuta dai governi che si sono succeduti. Non vedono una foresta, vedono un ostacolo al loro progresso. Non vedono il sostentamento della vita nelle montagne innevate, ma piuttosto merci. Non vedono un popolo che lotta per i propri diritti, né una comunità organizzata e resiliente, ma piuttosto individui rumorosi seduti su una miniera d’oro. Sono l’estrattivismo, la disinformazione, la speculazione immobiliare, la monocoltura di specie esotiche, l’avidità di minerali strategici e il saccheggio dell’acqua dalle comunità locali che spiegano la complessità che circonda i disastri socio-ambientali. Il fuoco non è l’unico responsabile del disastro; è la presenza (o l’assenza) di decisioni politiche riguardanti il rischio di incendi boschivi e l’attuale modello di sviluppo, che considera la distruzione dei territori della Patagonia come la regola, non l’eccezione…”. Questi incendi sono un duro riflesso della realtà del cambiamento climatico su scala globale: le cause sono chiare, ma mentre bruciamo, i responsabili distorcono e manipolano le informazioni per incolpare le vittime e trarre ulteriore profitto dal disastro. I responsabili del cambiamento climatico La responsabilità del cambiamento climatico è profondamente diseguale tra i paesi, soprattutto se si considera la differenza tra popolazione e status economico. Ciononostante, se la stima viene effettuata esclusivamente tra i paesi, oltre due terzi dei gas serra emessi dal 1850 sono stati emessi da soli dieci paesi, con gli Stati Uniti – che consumano oltre il 25% dell’energia globale con solo il 4% della popolazione mondiale – come principale responsabile. Da una prospettiva aziendale, 71 grandi aziende di estrazione e produzione di petrolio, gas, carbone e cemento sono responsabili della stessa percentuale. Se consideriamo le emissioni annuali di gas serra (GHG) per paese, i principali emettitori oggi sono la Cina, seguita da Stati Uniti, Unione Europea, India e Russia. Gli Stati Uniti sono stati il maggiore emettitore globale fino al 2015. Tuttavia, calcolare le emissioni per paese anziché per popolazione – pro capite – presenta una visione distorta della realtà. Ad esempio, sia la Cina che l’India hanno ciascuna una popolazione più di quattro volte superiore a quella degli Stati Uniti. Il recente rapporto di Oxfam “Climate Plunder” (ottobre 2025) tiene conto di questa differenza e presenta un quadro molto diverso. Se si calcolano le emissioni pro capite e le emissioni storiche cumulative basate sui consumi, il risultato è che gli Stati Uniti sono responsabili del 40% della crisi climatica, l’Unione Europea del 29%, il resto d’Europa del 13%, i restanti paesi del Nord del mondo del 10%, mentre il Sud del mondo è responsabile dell’8%. Il rapporto sopra menzionato dice che una persona che rientra nello 0,1% più ricco della popolazione mondiale produce più inquinamento da carbonio in un solo giorno di quanto ne produca una persona che rientra nel 50% più povero in un anno; dal 1990, quando i rischi del cambiamento climatico sono diventati molto evidenti, la percentuale di emissioni dello 0,1% più ricco della popolazione mondiale è aumentata del 32%, mentre quella del 50% più povero è diminuita del 3%; il livello di consumo del “budget” di carbonio – la quantità di CO2 che può essere emessa senza causare un disastro climatico – da parte di una persona che rientra nell’1% più ricco della popolazione mondiale è oltre cento volte superiore a quello di una persona che rientra nel 50% più povero e oltre trecento volte superiore a quello di una persona che rientra nel 10% più povero; se tutti emettessero carbonio al ritmo dello 0,1% più ricco, quel budget di carbonio si esaurirebbe in meno di tre settimane. Gli stessi responsabili delle guerre… Mentre i territori e le comunità della Patagonia e del Cile meridionale bruciano, gli Stati Uniti scatenano ancora più violenza militare e attacchi palesemente imperialisti sul continente e oltre, mentre la Nato aumenta il suo bilancio e il suo armamento. Guerre e militarismo contribuiscono in modo significativo al cambiamento climatico, che a sua volta crea un circolo vizioso. Più guerre, più distruzione di popoli e territori, più cambiamenti climatici, più violenza e migrazioni, più profitti per il complesso militare-industriale che sostiene gli ultra-ricchi al potere. Infatti, un altro recente rapporto sulla disuguaglianza globale descrive come la piccola minoranza degli ultra-ricchi globali abbia aumentato le proprie fortune di oltre il 16% nel 2025, tre volte più velocemente rispetto ai cinque anni precedenti (Oxfam, 2026, Contro l’impero dei più ricchi). -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada (qui con l’autorizzazione dell’autrice) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guerre, incendi e giustizia climatica proviene da Comune-info.
January 22, 2026
Comune-info
[2026-01-16] La risposta siamo noi - voci di ritorno dalla COP30 @ CSOA La Strada
LA RISPOSTA SIAMO NOI - VOCI DI RITORNO DALLA COP30 CSOA La Strada - Via Passino, 24 (venerdì, 16 gennaio 19:00) LA RISPOSTA SIAMO NOI Voci di ritorno dalla COP30 - VEN. 16/01 dalle 19:00 Doveva essere la COP "della verità", così aveva dichiarato il presidente Lula alla vigilia del vertice sul clima più importanti al mondo, che tornava dopo più di 30 anni, in Brasile, a Belém, nel cuore pulsante dell'Amazzonia. Le grandi speranze per queste giornate si sono però infrante subito, con negoziati partiti già zoppi a causa di illustri assenti, Stati Uniti su tutti. E così anche le conclusioni sono state deludenti, nessun risultato e la prospettiva di limitare il riscaldamento globale, seppure solo un grado e mezzo, che è ormai un ricordo lontano. È stata però anche la COP dei movimenti popolari, delle comunità indigene, della società civile, che congiuntamenet sono riuscite a richiamare in Amazzonia persone dai quattro angoli del globo per la Cupula dos Povos, il summit parallelo che ha gridato a gran voce che la risposta non si può che trovare nelle parole di chi dal basso si organizza e lotta contro un sistema e un modello di produzione ecocida. Di quelle giornate proponiamo un incontro di testimonianze, riflessioni e prospettive, insieme a chi ha le vissute. Ci vediamo venerdì 16 gennaio al CSOA La Strada (Via Francesco Passino, 24) dalle 19:00! Grazie ad Andro Malis per il disegno.
January 8, 2026
Gancio de Roma
Mercati del carbonio: frodi in aumento
FUNZIONANO COME UNA VALUTA USATA PER FARE AFFARI, ACCUMULARE E SPECULARE: IL CARBONIO, SCRIVE SILVIA RIBEIRO, È UNA NUOVA METRICA DEL CAPITALE. SEMBRA INCREDIBILE, MA COSÌ: ESISTE UN MERCATO MONDIALE SEMPRE PIÙ GRANDE COSTITUITO DA PIATTAFORME FINANZIARIE CHE DI FATTO VENDONO ARIA. NATURALMENTE NON HANNO FERMATO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO E NEANCHE MITIGATO LE CONSEGUENZE, ANZI, IL CONTRARIO. TUTTAVIA, PER GLI AGENTI E LE AZIENDE COINVOLTE NELLA VENDITA DI QUESTE QUOTE DI “ARIA PULITA” ALLE PIÙ GRANDI MULTINAZIONALI INQUINANTI DEL MONDO – CHE LE ACQUISTANO PER FAR FINTA DI COMPENSARE I DANNI CAUSATI DALLE EMISSIONI DI GAS SERRA – SI TRATTA DI UN BUSINESS REDDITIZIO E, PERTANTO, PUR ESSENDO FRAUDOLENTO SOTTO MOLTI ASPETTI, CONTINUA A CRESCERE. UNO DEI PAESI EMERGENTI DI QUESTO ODIOSO MERCATO È IL MESSICO Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- I mercati del carbonio sono piattaforme finanziarie per la vendita di aria, qualcosa che sembra assurdo alla maggior parte delle persone, e lo è. Non hanno fermato il cambiamento climatico né ne hanno mitigato le conseguenze; anzi, il contrario. Tuttavia, per gli agenti e le aziende coinvolte nella vendita di queste quote di “aria pulita” alle più grandi multinazionali inquinanti del mondo – che le acquistano per compensare i danni causati dalle emissioni di gas serra (GHG) che alimentano il caos climatico – si tratta di un business redditizio e, pertanto, pur essendo fraudolento sotto molti aspetti, continua a crescere. Il Messico è tra i paesi più ambiti per la generazione di crediti di carbonio, sia per i suoi ecosistemi forestali e altri ecosistemi che assorbono carbonio, sia per la sua struttura di proprietà forestale e la permissività politica che consente la creazione di questi mercati. Molti fattori devono essere considerati per comprendere i molteplici impatti negativi in Messico, il principale dei quali è che i progetti volti a ottenere crediti di carbonio rappresentano un nuovo modo di appropriarsi di fatto delle terre e delle foreste degli ejidos (proprietà terriere comunitarie) e delle comunità, violando i diritti delle popolazioni indigene e delle comunità contadine. Quanto più peggiora lo stato del clima globale, tanto più aumentano le opportunità per questo traffico di quote di inquinamento. La teoria è che le grandi aziende inquinanti paghino altri paesi per assorbire l’anidride carbonica e altri gas serra in eccesso e immagazzinarli permanentemente in modo che non ritornino nell’atmosfera. Gli inquinatori possono “acquistare” crediti per giustificare il fatto di continuare a inquinare e anche realizzare un profitto aggiuntivo rivendendo i crediti di carbonio sui mercati secondari a prezzi più elevati. Con la stessa mentalità, si è iniziato a scambiare crediti come compensazione per la distruzione della biodiversità. I mercati del carbonio esistono a livello globale da circa trent’anni, condividendo background e forme di compensazione simili, con il pagamento di programmi di servizi ambientali e REDD+ (Riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado forestale). La maggior parte dei crediti di carbonio si basa sulla misurazione del carbonio assorbito (e presumibilmente sequestrato) da foreste e piantagioni; più recentemente, sono stati inclusi anche terreni agricoli, bestiame ed ecosistemi costieri e marini. Il carbonio è diventato una nuova metrica del capitale. I crediti di carbonio e le obbligazioni che generano funzionano come una valuta che può essere utilizzata per affari, accumulo e speculazione. Un credito di carbonio equivale a una tonnellata di anidride carbonica “sequestrata” o all’equivalente di altri gas serra. L’emittente di un credito presumibilmente verifica che una tonnellata di carbonio sia stata catturata e immagazzinata permanentemente da qualche parte. In realtà, questa misurazione è difficile o impossibile nella maggior parte dei casi, perché abbiamo a che fare con sistemi viventi che respirano, ovvero assorbono ma anche emettono carbonio. Inoltre, hanno molteplici interazioni con altri sistemi viventi e con le comunità umane, interazioni dinamiche che ne modificano i risultati. Invece di scoraggiare i “minatori d’aria” – come le comunità brasiliane chiamano gli imprenditori del carbonio – questa incertezza scoraggia la misurazione stessa, insieme al suo monitoraggio e alla sua verifica, che è diventata un’attività aggiuntiva. Dal 2022, si è registrato un netto aumento dei progetti sul carbonio in Messico. I principali attori di questi progetti sono le foreste e le comunità degli ejido, e il lavoro che svolgono. Ma il processo “dalla foresta al credito” è macchinoso e progettato in modo che solo “esperti” esterni possano gestirlo. Per identificare un’area, definire un progetto, pianificarne la gestione, registrarlo, monitorarlo, verificarlo, certificarlo, emetterlo e infine venderlo sui mercati, sono coinvolti molti altri attori: organizzazioni che si rivolgono alle comunità, esperti, tecnici, agenzie, aziende che stabiliscono standard internazionali e sono anche responsabili della verifica della conformità, broker o intermediari finanziari, e così via. Sono coinvolte anche le istituzioni governative. Ciò significa che qualsiasi presunto profitto va principalmente ad altri attori, non alle comunità. E questo senza considerare i profitti delle multinazionali inquinanti che acquistano crediti e li rivendono. È comune che le comunità non ricevano nulla o importi irrisori, cosa documentata in molti casi, ad esempio nelle comunità di Veracruz (Colonialismo climático). Possono persino finire indebitate. Nel maggio 2024, un rapporto commissionato dal governo messicano ha contato 314 progetti di crediti di carbonio nel paese. A novembre 2025, secondo i dati delle due principali agenzie internazionali coinvolte in questi progetti, Climate Action Reserve e Verra/VCS, erano in corso 410 progetti con la prima e altri 43 con Verra. Entrambe sono state segnalate in inchieste giornalistiche per aver generato prestiti “fantasma” in vari progetti e per altri problemi. Ciononostante, la loro presenza in Messico è aumentata significativamente. È importante comprendere gli impatti e le minacce che queste iniziative comportano, soprattutto per le comunità. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada, qui con l’autorizzazione dell’autrice -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PAOLO CACCIARI: > Il neoimperialismo del carbonio -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Mercati del carbonio: frodi in aumento proviene da Comune-info.
December 27, 2025
Comune-info
[2025-11-24] Clima di Cambiamento. La Sfida dei Giovani alla COP30 @ SCOMODO
CLIMA DI CAMBIAMENTO. LA SFIDA DEI GIOVANI ALLA COP30 SCOMODO - Via Carlo Emanuele I, 26 (lunedì, 24 novembre 18:00) WWF Italia, Save the Children, Mediterranea Saving Humans e Oxfam Italia si incontrano per offrire una prospettiva condivisa sulle sfide ambientali, sociali e legate ai diritti umani, mettendo a sistema conoscenze e competenze per un’azione comune. In un contesto globale segnato da crisi climatiche e disuguaglianze crescenti, il dialogo tra giovani e organizzazioni è fondamentale per immaginare e costruire un futuro più giusto e sostenibile. Questo evento è l’occasione per approfondire opportunità e responsabilità, favorendo un confronto aperto e costruttivo tra realtà diverse impegnate a tutela dell’interesse collettivo. Registrati all'evento: https://rb.gy/04cjp2
November 22, 2025
Gancio de Roma
La Cop 30 e la guerra alla natura
-------------------------------------------------------------------------------- Foto MST – Movimento dos Trabalhadores Sem Terra -------------------------------------------------------------------------------- Sono un vecchio medico ospedaliero, negli ultimi anni di attività anche medico di base. Nei primi anni Novanta, avendo collaborato per diversi anni con il NAGA, una importante associazione di volontariato di Milano, ancora molto attiva, che cura ogni giorno i migranti senza permesso di soggiorno, ho imparato tante cose sul percorso di “malattia” di ogni persona, che è anche un fatto sociale e culturale, cose che non mi avevano insegnato né insegnano all’Università. Essendo nato e vissuto a Milano fino alla pensione conoscevo ben poco di Madre Natura e dei suoi cicli: ho iniziato a imparare qualcosa dal 2004, quando abbiamo cominciato ad andare in Brasile, conoscendo il Movimento Senza Terra-MST e vivendo per lunghi periodi negli accampamenti dei suoi meravigliosi contadini, che occupano le terre incolte, per restare contadini e non essere espulsi nelle tremende favelas delle megalopoli del Brasile, dove vivono oltre 16 milioni di persone, e dove in gran parte comandano le bande mafiose, spesso in “buoni” rapporti con la polizia. Siamo tornati in Brasile sei volte e siamo andati a conoscere anche i contadini e i popoli di Bolivia, Cile, Argentina, Cuba e Honduras in America Latina, un continente ancora “sotto il tacco”, non solo degli Usa, ma di tutto il colonialismo europeo, che lo ha invaso e massacrato nel 1500 e continua a condizionarlo, con speculazioni sulla sua produzione di materie prime ed export. Da 28 anni siamo fuggiti da Milano e dalla sua aria velenosa, come quella di tutta la Pianura Padana, la terza area per maggior inquinamento dell’aria in UE, dopo Polonia e Repubblica Ceca. Viviamo in una città della Liguria, a pochi metri dal mare, tutti giorni vediamo il nostro splendido Mediterraneo soffrire, ancor più di tutti mari e Oceani, e maledirci per l’inquinamento e il surriscaldamento dell’acqua marina di origine antropica, che continua a danneggiare il fitoplancton e quindi la metabolizzazione della CO2, che produce Ossigeno. I Mari e gli Oceani ricoprono il 70% della superficie terrestre e con l’atmosfera, comandano e regolano tutti i cicli naturali e quindi anche la terra (che è solo il 30%) e i suoi abitanti. Da qualche anno non andiamo in Brasile, ma siamo sempre grandi Amigos di Via Campesina Inter-nazionale (un movimento mondiale di 200 milioni di piccoli contadini) e dei contadini brasiliani Senza Terra, che sono diminuiti di numero per l’offensiva spietata delle multinazionali mondiali dell’Agrobusiness, che li espellono dalla terra (l’urbanizzazione in Brasile è arrivata al 92%, come in Argentina) e continuano a deforestare, per coltivare prodotti per i mangimi, da esportare per gli allevamenti intensivi in Europa e Cina. Questi prodotti agricoli sono soprattutto la soia Ogm e Mais Ogm, coltivati in Brasile (e anche in Argentina), dove si utilizzano pesticidi proibiti in UE (atrazina, acefato, clorotalonil e clorpirifos, i quattro più usati, pesticidi venduti in Brasile, anche da aziende con sede in Ue. In Italia, dove finora è proibito fare coltivazioni Ogm, mangiamo, beati, questi prodotti, spesso ultra-processati, di animali nutriti nei nostri allevamenti intensivi con questi foraggi, coltivati con pesticidi proibiti in Ue, perché patogeni… D’altronde sulle etichette di questi prodotti è proibito scrivere cosa ha mangiato l’animale: la multinazionale tedesca Bayer, che produce enormi quantità di pesticidi, anche proibiti, e medicinali non vuole. Il mondo sulla Foce del Rio La COP 30 è in corso in Brasile, a Belem, alla Foce del Rio delle Amazzoni, 6.400 chilometri, il secondo fiume più lungo del mondo, dopo il Nilo. Tranne che su media specializzati, finora se ne è parlato poco sui “grandi” media. I movimenti mondiali, soprattutto quelli contadini ed ecologisti, prevedono che ne uscirà ben poco. Joao Pedro Stedile, uno dei fondatori e leader del MST, ha detto pubblicamente che la COP30 sarà una grande farsa, nonostante l’urgenza di affrontare la crisi climatica in aumento vertiginoso, sopra-tutto il surriscaldamento globale, con conseguenti desertificazione, crisi idriche, eventi estremi ecc. Si parla genericamente di crisi climatica e di transizione ecologica, ma in realtà siamo nel caos climatico: l’unica sola via è smettere di fare la guerra a Madre Natura ed eliminare l’utilizzo di carbonfossili e la conseguente emissione di gas serra. Gli impegni assunti nel 2015 da 196 paesi, con l’Accordo di Parigi alla COP21, per limitare l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2°C sono falliti, per “l’insufficienza degli stanziamenti finanziari, mentre 956 miliardi di dollari sono stati spesi dai governi nel 2023 in sussidi netti ai combustibili fossili. Le strategie di aumento della produzione dei 100 colossi mondiali del petrolio e del gas porterebbero le loro emissioni a superare di quasi tre volte i livelli compatibili con il limite degli 1,5°C. E tuttora le banche private investono nel fossile”. Re Petrolio continua a comandare, all’aumento delle Rinnovabili in molti paesi “ricchi” non corrisponde una diminuzione dei consumi di Petrolio e gas: ad esempio “in Italia nel terzo trimestre 2024, la produzione energetica da fonti rinnovabili è cresciuta dell’8%, ma accanto al calo del carbone, c’è stato un maggiore utilizzo di gas (+3%) e petrolio (+2,5%), con il primo in ripresa nella generazione elettrica e il secondo trainato dall’aumento della mobilità”. Abissali sono le differenze di consumi elettrici ed emissioni di CO2 tra i paesi ricchi e quelli del Sud del mondo, più che evidenti se confrontiamo i dati 2022 di Usa e Nigeria, due paesi con centinaia di milioni di abitanti: 1- Speranza vita: Usa Uomini 74 anni, Donne 80 anni, Nigeria Uomini 53 anni, Donne 54 2- Consumi elettrici/abitante: Usa12.393 kWh , Nigeria 144 kWh 3- Emissioni di CO2/ abitante: Usa 14,95 Ton., Nigeria 0,59 Tonnelate. Confrontiamo anche i dati 2022 del Brasile, una colonia fino al 1822, con 213 milioni di abitanti, grande 27 volte l’Italia (densità 25 abitanti per chilometro quadrato), e dell’Italia, 59 milioni abitanti (densità 195 ab. Kmq): 1- Speranza vita: Brasile Uomini 70 anni, Donne 76 anni, Italia Uomini 79 anni, Donne 86 2- Consumi elettrici/ab: Brasile 2710 kWh , Italia 4872 kWh 3- Emissioni di CO2/ab: Brasile 2,25 Ton., Italia 5,73 Ton. La “Cúpula dos Povos” A Belem (Stato del Parà), nei giorni scorsi si è svolta anche la Cupola dei Popoli, in parallelo alla riunione di COP30, organizzata dai movimenti dell’America Latina, compreso MST, a cui hanno partecipato 15 mila delegati di tutti i movimenti mondiali, per confrontarsi e sollecitare ai governi riuniti nella COP30 vere soluzioni, non quelle false come i Mercati del carbonio, la geoingegneria, il sequestro e stoccaggio del carbonio. Tutti i movimenti sono contro i crediti di carbonio, uno strumento finanziario, per cui un’entità, che non può ridurre direttamente le proprie emissioni, può acquistare il diritto a emettere CO2, compensando tale emissione attraverso investimenti in progetti che la riducono altrove. In un manifesto pubblicato alla vigilia della COP 30, 55 movimenti e organizzazioni di 14 paesi dell’America Latina e dei Caraibi si sono riuniti per respingere i mercati del carbonio e difendere i loro territori contro una valanga di progetti di compensazione del carbonio che sta causando danni in tutta la regione. Una nuova ricerca di Oxfam e del CARE Climate Justice Centre, pubblicata in ottobre rileva che per ogni 5 dollari ricevuti, i “paesi in via di sviluppo” ne restituiscono 7. A livello globale, quasi il 70% dei finanziamenti viene erogato sotto forma di prestiti anziché di sovvenzioni. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PAOLO CACCIARI: Il neoimperialismo del carbonio -------------------------------------------------------------------------------- Il petrolio di Lula La Cop30 è presieduta da Lula, presidente del Brasile, il cui governo, ha aderito all’Opec, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, nel febbraio 2025. Dopo cinque anni di battaglia tra Petrobras, l’industria petrolifera statale brasiliana, e Ibama, l’organismo di controllo ambientale, il governo Lula ha autorizzato il 20 ottobre 2025 l’esplorazione, ai fini di successive trivellazioni di 19 Blocchi alla Foce del Rio delle Amazzoni. “Il progetto prevede la perforazione di un pozzo esplorativo nel Blocco 59, un sito offshore a 500 chilometri dalla foce del Rio delle Amazzoni e a 160 chilometri dalla costa, ad una profondità di oltre 2.800 metri. L’area, nota come Margine equatoriale, è considerata una promettente nuova frontiera petrolifera, sull’onda delle grandi scoperte offshore operate nella vicina Guyana. Secondo Petrobras, le trivellazioni, inizieranno immediatamente e dureranno cinque mesi. È un progetto prioritario per Lula, che sostiene che le maggiori entrate derivanti dal petrolio saranno fondamentali per finanziare la transizione climatica del Brasile, un Paese che, pur essendo l’8° produttore mondiale di petrolio, ricava circa metà della sua energia da fonti rinnovabili”. “Mentre lo shale oil sta calando, a livello mondiale quello estratto con trivellazioni offshore da acque profonde (Deep Water) vedrà un’impennata del 60% entro il 2030. Per trovare giacimenti di petrolio e gas sotto il fondo marino, le compagnie energetiche usano cannoni ad aria compressa per creare mappe sismiche”. Dopo la fase di esplorazione l’ANP, l’agenzia Nazionale Petrolio brasiliana, ha già concesso alle industrie petrolífere Petrobras, ExxonMobil, Chevron e CNPC 19 blocchi per lo sfruttamento di petrolio e gas alla Foce del Rio Amazonas: dieci blocchi alla statale Petrobras e alla ExxonMobil, in un consorzio 50/50 gli altri 9 blocchi a un consorzio composto da Chevron (65%) e dalla statale cinese CNPC (35%), che nel frattempo ha dato il via a trivellazioni in acque ultra-profonde, fino 11 mila metri per la ricerca di petrolio e gas, per cercare di affrancarsi dal petrolio straniero. In Brasile il petrolio è ora il principale prodotto di esportazione, avendo superato la soia. Nel 2006 c’è stata in Brasile la prima estrazione di Petrolio PreSal, a profondità fino ai 7000 metri, sotto uno strato di sale spesso fino a 2.500 metri, ma nell’ultimo trimestre 2024 la produzione di è diminuita del 3,4%, per la necessità di più frequenti fermate per manutenzione dell’estrazione dai pozzi, ma il petrolio da Presal, estratto nei bacini di Santos e Campos, rappresenta ancora a novembre 2024 il 71,5 della produzione totale di petrolio in Brasile. Anche per questa crisi del Presal il governo punta ad estrazioni offshore a minor profondità e in altre località del mare. Inoltre è da tener presente che il Brasile produce Petrolio greggio da raffinare, ma ha solo 14 raffinerie (l’Italia ne ha 11), molte vecchie e con limitazioni tecnologiche per la lavorazione del petrolio Pre-sal, che è più leggero e richiede adattamenti. Il Brasile esporta attualmente il 52,1% della sua produzione di petrolio (dati 2024 INEEP (Istituto per gli Studi Strategici su Petrolio, Gas e Biocarburanti). Questo petrolio finisce per essere raffinato in altri paesi e una parte torna persino in Brasile come combustibile. La Cina importa il 50% del petrolio estratto dal Presal non raffinato. Il Brasile importa ancora fino al 25% del suo gasolio (con cui alimenta camion, trattori, autobus e macchinari agricoli) e il 10% della benzina che consuma. In Brasile non c’è una sovranità energetica. I colli di bottiglia nella raffinazione mostrano una contraddizione che grava pesantemente sulle tasche dei brasiliani, secondo i dati dell’OEC. È bene sapere che in Brasile la popolazione è costretta a viaggiare in bus e auto, i binari per trasporto di treni passeggeri sono solo 1.500 chilometri, rispetto ai 30.129 mila Km per trasporto merci dei quali solo 1121 elettrificati. È un bene che in Brasile nel 2024 ci sia stato una diminuzione delle emissioni di CO2 del 16,7%, secondo l’Osservatorio brasiliano sul clima, una rete di ONG ambientaliste, attribuita al successo del governo di Lula nella lotta alla deforestazione, ma le enormi contraddizioni di Lula stanno esplodendo. Lula ha sempre considerato il petrolio fondamentale per lo sviluppo del Paese e nell’ultimo anno l’ha difesa più volte dal essere considerata responsabile dell’aumento dei prezzi dei combustibili, ma nell’ultimo anno ha chiesto a Petrobras di non pensare solo agli azionisti. I movimenti contro il dominio del petrolio Nell’ultimo mese come Comitato Amigos MST Italia abbiamo chiesto al MST la sua posizione ufficiale in merito all’autorizzazione per le trivellazioni alla foce del Rio delle Amazzoni, concessa dal governo Lula, che include, per il 65% aziende americane (ExxonMobil e Chevron). Abbiamo scritto: “Il Brasile fa parte dei BRICS (che includono anche governi razzisti e autoritari, come Iran, India, Egitto, ecc.) permetterà agli Stati Uniti di massacrare il Mar del Pará (un oceano che, essendo il più forte, reagirà inevitabilmente, con conseguenze gravi e non del tutto prevedibili per i cambiamenti climatici e anche per la regione amazzonica), tutto questo alla vigilia della COP 30, che il governo Lula presiederà?”. Stedile ci ha risposto: ”Avete assolutamente ragione. In effetti, stiamo vivendo molte contraddizioni in ambito ambientale sotto il governo Lula… ma le forze del capitale sono più forti. Tutta Via Campesina, i movimenti ambientalisti mondiali e tutti movimenti brasiliani lottano e lotteranno contro questo ecocidio”. Anche la Commissione per l’Ecologia Integrale dei vescovi brasiliani ha preso una posizione durissima: “La Conferenza episcopale brasiliana (CNBB) condanna le trivellazioni petrolifere nel Margine equatoriale e mette in guardia dall’incoerenza del governo in materia di clima” CNBB ha ricordato che due anni fa, Papa Francesco, nella sua esortazione Laudato Deum sulla crisi climatica, avvertiva: «Le compagnie petrolifere e del gas hanno l’ambizione di realizzare nuovi progetti per espandere ulteriormente la loro produzione. (…) Ciò significherebbe esporre tutta l’umanità, specialmente i più poveri, ai peggiori impatti dei cambiamenti climatici» (LD 53)”. Vedremo come i movimenti riusciranno a incidere sulla COP 30 dei governi. La nostra lotta, senza guerra, continua, come ci hanno insegnato in America Latina. Ricordiamoci sempre le parole illuminanti di papa Bergoglio. ‘Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, la Natura non perdona mai’, di certo non perché Madre Natura sia matrigna. Sono l’uomo e il patriarcato ad essere spesso patrigni. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La Cop 30 e la guerra alla natura proviene da Comune-info.
November 18, 2025
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Il neoimperialismo del carbonio
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Mi devo ricredere. Le Cop (conferenze dell’Onu sul clima) non sono inutili kermes che Greta Thunberg, già quattro anni fa, bollava come: «Bla bla bla. Questo è tutto ciò che sentiamo dai nostri cosiddetti leader. Parole che suonano grandiose, ma che finora non hanno portato a nessuna azione». La Cop di Belem è servita a due cose: offrire visibilità ai popoli indigeni che si sono organizzati per rivendicare il proprio protagonismo nel difendere i luoghi più ricchi di biodiversità e più utili al contenimento del surriscaldamento climatico – foreste, ma non solo: lagune, zone montane, steppe -; secondo aspetto positivo, lasciare a casa Tramp che ha così palesato il suo isolamento dal resto del mondo e il suo menefreghismo per le sorti del pianeta. Per il resto anche questa Cop ha dimostrato tutta la sua incongruenza. Affidare alle trattative intergovernative il compito di ridurre gli impatti delle attività antropiche sulla biosfera è come spegnere l’incendio con la benzina. Non solo perché le politiche dei singoli stati nazionali sono ormai completamente asservite alle logiche economiche dominate dalle compagnie multinazionali e dai mercati finanziari globali, ma perché le conferenze interstatali spostano l’attenzione dalle cose da fare qui e ora, posto per posto, territorio per territorio, città per città, ad una dimensione planetaria generica, numerica astratta dove nessuno è responsabile e ognuno ritiene che sia qualcun altro a dover fare il primo passo. Su queste basi la “negoziazione” tra i governi si riduce ad una penosa disputa al ribasso sulle risorse che i paesi più industrializzati dovrebbero conferire come risarcimento ai paesi impoveriti più esposti ai colpi del cambiamento climatico. In compenso si discute su come beffare i paesi del Sud globale accaparrando i loro “crediti di carbonio” in eccedenza in modo da poter esternalizzare gli obiettivi di riduzione delle emissioni dei gas climalteranti delle imprese più energivore localizzate nel Nord. Così come diceva Mark Twain, «Se hai un martello in testa, tutto ti sembra un chiodo», i centri di potere economici e politici non riescono a immaginare un modo per diminuire i gas serra che non sia mettere sul mercato permessi di inquinamento, tanti dollari a tonnellata. I nostri amici indigeni lo chiamano neoimperialismo del carbonio. Infine, non stupisce il fatto che nessuno sollevi la questione delle emissioni prodotte dagli apparati militari: il 5,5 per cento del totale in “tempo di pace”. Gli eserciti sono esentati dai protocolli e dai trattati internazionali anche solo dal rendicontare le loro emissioni. Si stima che se fossero uno stato sarebbero il quarto dopo Usa, Cina, India e prima della Russia. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GUIDO VIALE: > Belém, un elefante nella stanza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il neoimperialismo del carbonio proviene da Comune-info.
November 18, 2025
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Belém, un elefante nella stanza
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- C’è un elefante nella stanza della COP30 in corso a Belém; un tema escluso dall’ordine del giorno, ma capace di pregiudicarne gli eventuali risultati (comunque scarsi, ma non più che nelle 29 COP che l’hanno preceduta). Quell’elefante è la guerra. Tutti sanno che guerra e lotta per il clima sono incompatibili, ma nessuno osa parlarne. Il tema non è all’ordine del giorno. Nessuno lo ha proposto. Perché? Molti non credono che la crisi climatica e ambientale sia una vera minaccia. Altri pensano che sia talmente complicato affrontarla che non vale nemmeno la pena tentare. Altri ancora, la maggioranza di quelli che sono lì sperando di raggiungere un risultato – e non per boicottarne lo svolgimento, come i 5.000 e più lobbisti dell’industria fossili e affini presenti – temono che sollevare il problema finirebbe per pregiudicare il poco che si può ottenere. Invece occorre parlarne. Per tante ragioni: alcune banali, altre meno. Innanzitutto, la guerra, che la si faccia o no, succhia una quantità incredibile di risorse finanziarie, tecnologiche e umane che potrebbero e dovrebbero essere destinate alla lotta per il clima e per la salvaguardia dell’ambiente (e per l’eguaglianza, che ne è la condizione): lo abbiamo visto con il Green Deal europeo: dal progetto (malaccorto) di incanalare “sviluppo” e profitti sulla strada della cura dell’ambiente alla decisione, ormai condivisa da tutti i governi, di fare della produzione di armi il motore dell’accumulazione del capitale. Nessuno di loro, guerra o no, si tirerà mai indietro. Poi le guerre in corso sono un potente fattore di rilancio dei fossili. Schiacciati dalle auto-sanzioni che si sono imposte, i paesi dell’Unione Europea si sono lanciati in una corsa alla scoperta o alla valorizzazione di risorse aggiuntive con cui sostituire le forniture di gas e petrolio russi, con tanti saluti alla transizione. La guerra, d’altronde, aumenta il consumo di combustibili e le relative emissioni: per spostare uomini e mezzi, per far funzionare e produrre sempre nuove armi. E ogni esplosione è un fuoco che brucia ossigeno e produce CO2. Poi la guerra distrugge non solo vite umane ma anche edifici e manufatti, fino a radere tutto al suolo; come a Gaza, ma anche in Donbass: tutte cose che andranno sostituite e ricostruite con altro dispendio di risorse e altre emissioni. Ma distrugge anche il suolo, le acque dei fiumi e la vita animale e vegetale, sia selvatica che coltivata o di allevamento che li abita, rendendoli sterili per anni o per sempre; e trasformando in fonti di emissioni quelli che erano pozzi di assorbimento del carbonio. La guerra è un incubatore di tecnologie della violenza rivolte contro la vita umana, i centri abitati, i manufatti e le infrastrutture, ma disponibili (dual use) a venir utilizzate anche nella guerra contro l’ambiente e la natura. La storia dei pesticidi, dei mezzi aerei per irrorali, dei razzi per provocare la pioggia o sventare la grandine e altro ancora è questa. Ma domani verranno sviluppate e impiegate per arginare il riscaldamento climatico con la geoingegneria: tecnologie “dure”, dagli effetti irreversibili, ideate e gestite da un qualsiasi “Stato maggiore” della lotta per il clima autonominato, sia di Stato che privato. Per mettere fuori gioco le tecnologie “dolci” e amiche della Terra – dall’alimentazione ai trasporti, da quelle dell’abitare alla rinaturalizzazione del territorio, dalla cura congiunta di uomini e ambiente (one health) alla salvaguardia della biodiversità – tutte cose praticabili solo attraverso una riorganizzazione della vita quotidiana con il coinvolgimento di tutti. La guerra produce profughi, milioni di “migranti”: sia direttamente, sia attraverso la distruzione dell’ambiente e la crisi climatica che alimenta. La lotta per la salvaguardia dell’ambiente e per il clima cerca invece di restituire a chi è investito da quei processi la possibilità e i mezzi per restare dov’è; per ricostruire su nuove basi le condizioni della vivibilità. La guerra porta alla militarizzazione non solo delle istituzioni, ma anche della vita quotidiana e delle culture che la sottendono: e a poco a poco – o anche rapidamente – invade tutti gli spazi: informazione, cultura, ricerca, scuola, lavoro, produzioni, mentalità e, ovviamente, “ordine pubblico”: cioè spazi di libertà. Tutti coloro che allo scoppio della guerra in Ucraina si sono compiaciuti della risposta puramente militare della Nato, dell’Unione Europea o del governo ucraino non si sono resi conto – allora e forse neanche adesso – di quanto quel loro entusiasmo abbia influito nel trasformare “lo spirito del tempo”: il linguaggio dei media, l’autocensura, il rancore, la priorità su tutto data alle armi, la perdita di un orizzonte di convivenza, il cinismo di fronte alla morte sia di “civili” che di combattenti, sia “nemici” che “amici”; e, ovviamente, l’indifferenza per il destino del nostro pianeta. La guerra promuove sudditanza e subordinazione da caserma, mentre la lotta per l’ambiente e per il clima produce autonomia, inventiva, spirito di collaborazione e di iniziativa dal basso: quello che occorre per affrontare il difficilissimo futuro che ci aspetta. Infine, tema di grande attualità, la guerra è sia fomite che copertura (per chi già la praticava alla grande) di corruzione: rende possibile accumulare potere e ricchezza alle spalle di chi viene mandato a morire al fronte o condannato a crepare nelle retrovie. Costi prezzi e destino delle armi sono segreti di Stato non controllabili (tanto poi scompaiono, distrutte), come lo è il conto delle vittime e dei danni: chi li maneggia e ci guadagna sta da sempre nelle retrovie mentre a morire sono sempre altri. Il contrario della lotta per la salvaguardia dell’ambiente: in prima linea nell’organizzarla e nel condurla ci sono sempre i “difensori dell’ambiente”; il numero ormai sterminato delle vittime della guerra che Governi e multinazionali che speculano distruggendo l’ambiente conducono contro madre Terra. Leggere l’enciclica Laudato sì farebbe bene a tutti i convocati a Belém. Ma i popoli indigeni presenti non ne hanno bisogno. La conoscono già. L’hanno ispirata loro. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI BRUNA BIANCHI: > Geoguerra e cambiamento climatico -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Belém, un elefante nella stanza proviene da Comune-info.
November 17, 2025
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