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CGIL, CISL e UIL partecipano con entusiasmo ai successi di Leonardo SpA
C’era una volta una idea, sarebbe meglio definirla illusione vana, secondo cui il sindacato avrebbe preso coscienza della necessità di riconvertire le imprese di guerra in aziende produttrici dei beni di consumo, dal militare al civile per essere sintetici. Tanti anni fa capimmo che CGIL, CISL e UIL non avrebbero favorito la riconversione, ma si sarebbero invece opposte con tutte le loro forze ad una ipotesi del genere: meglio una produzione nociva per le persone e l’ambiente che la disoccupazione; meglio una produzione di guerra che la chiusura degli impianti. E questo nonostante, come riportavamo in un articolo recente, i dati indichino che a parità di risorse gli investimenti nella protezione ambientale, rispetto a quelli effettuati nel settore militare, genererebbero all’incirca il triplo dei posti di lavoro. Ma la realtà odierna va ben oltre la più tetra immaginazione, infatti se andiamo a estrapolare un passaggio dal comunicato stampa delle tre organizzazioni sindacali dei metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil nel gruppo Leonardo, leggiamo che il rinnovo [della piattaforma sindacale di secondo livello] «si inserisce in un contesto di forte crescita degli ordinativi sia nell’ambito civile che della difesa, e di risultati economici più che positivi per il Gruppo Leonardo, posizionatosi ormai tra le prime dieci aziende globali del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza. Questo successo è il frutto del lavoro quotidiano delle lavoratrici e dei lavoratori che permettono al management di affrontare le sfide del futuro, ed è per questo che l’integrativo avrà la responsabilità di trasformare le aspettative in risposte». Tradotto in linguaggio comprensibile Fiom, Fim e Uilm esultano davanti all’aumento degli ordini e della produzione di Leonardo, la crescita esponenziale del gruppo è stata resa possibile dal coinvolgimento entusiastico delle maestranze senza le quali la multinazionale non avrebbe ottenuto le performances attuali. Se le principali organizzazioni sindacali del settore metalmeccanico partecipano con entusiasmo ai successi di Leonardo sarà facile comprendere la ragione dell’arretratezza del dibattito attorno alla guerra, all’economia di guerra e alle tecnologie duali. Significativo un ulteriore passaggio del comunicato congiunto: «Si chiede l’istituzione di una Commissione per confrontarsi sull’utilizzo di nuove tecnologie, a partire dall’Intelligenza Artificiale, analizzandone gli impatti sull’occupazione e le professionalità e istituendo un “dividendo tecnologico” in termini di orario o salario». L’Intelligenza Artificiale è essenziale per i nuovi sistemi di guerra, i bombardamenti a Gaza lo dimostrano eloquentemente, eppure i sindacati sono ancora fermi alla valutazione degli effetti della IA, pur sapendo che numerose ricerche attestano la prossima perdita di milioni di posti di lavoro e un utilizzo della stessa in simbiosi con le tecnologie belliche di ultima generazione. Ma la posizione dei tre sindacati è ancor peggiore, perché si specula sulla tecnologia, pur sapendo che un uso della stessa avviene a fini militari. Si pensa perfino a un ritorno economico nelle tasche dei lavoratori. Aumentare la produzione di morte ad ogni costo sperando di ricavarne qualche briciola salariale, è questa la Caporetto della prestigiosa Fiom. Pensare, allora, a questi sindacati come una forza contro la guerra diventa impresa impossibile, come ipotizzare un loro sostegno sindacale alla azione legale intentata da Hala Abulebdeh, farmacista gazawi a cui è stata sterminata tutta la famiglia, e a cui si sono unite invece le associazioni A Buon Diritto, Un Ponte Per, ACLI, ARCI, Assopace Palestina, ATTAC Italia e Pax Christi e altre per dichiarare nulli i contratti stipulati da Leonardo S.p.A. e le sue controllate con lo Stato di Israele. I promotori dell’iniziativa sono convinti che «lo Stato italiano, in qualità di azionista di maggioranza di Leonardo S.p.A., stia venendo meno ai propri obblighi costituzionali e di legge avendo continuato a esportare armamenti verso Israele» sulla base di autorizzazioni che il Governo italiano non ha mai sospeso né revocato. La prossima udienza sarà settimana prossima, il 16 ottobre, in un silenzio stampa che ricorda la scorta mediatica denunciata da Raffaele Oriani. Senza finire ostaggi della retorica costituzionalista si inizia a comprendere la ragione per la quale il Governo voglia rivedere l’impianto della legge 185/1990 che vieterebbe in teoria la fornitura di armamenti a Paesi coinvolti in politiche di guerra e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani accertate a livello internazionale come è il caso di Israele E per restare al ramo metalmeccanico, ricordando l’acquisizione della divisione militare di Iveco, le innumerevoli join venture di Leonardo in giro per il mondo, è di queste ore la notizia dell’ingresso di Ineos Grenadier nel settore della difesa europea con l’acquisto italiano del fuoristrada britannico, una mega commessa che in teoria striderebbe con il sostegno del Governo alle imprese italiane produttrici. Ineos Automotive inizierà le consegne all’Esercito Italiano dall’inizio del 2027 e forse l’acquisto dei mezzi britannici è merce di scambio per altre operazioni ancora ignote. E questo acquisto ci conferma la tendenza a riconvertire produzioni civili in militari. Con l’ordine dell’Esercito Italiano cambia però la dimensione della presenza del marchio nel settore: il Grenadier passa dall’essere un 4×4 civile adattabile agli impieghi istituzionali a una piattaforma scelta direttamente per incarichi militari. Chiudiamo con una ulteriore notizia che libera il campo da ogni equivoco sulla propensione bellicista della Unione Europea con la spesa per la difesa degli Stati membri arrivata ai 418 miliardi di euro nel 2025, pari al 2,2% del PIL dell’UE, destinata, da qui a meno di tre anni, a raggiungere i 547 miliardi di euro. Chi avesse ancora dubbi sulla natura guerrafondaia della Unione Europea potrà non crederci andando direttamente alle fonti. 26_09_22-leonardo-ipotesi di piattaformaDownload Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Per la libertà della rete, la scuola boicotti Big Tech
La scuola è il luogo della formazione al pensiero critico. Negli ultimi anni, invece, vediamo sempre più spesso farsi strada una tendenza ad uniformare, a polarizzare, ad additare il dissenso come diserzione o propaganda, nella logica di una scuola-azienda che si fa sempre più caserma. La scuola italiana, poi, è sempre più colonizzata dalle aziende tecnologiche statunitensi - le Big Tech - legate a doppio flo al governo USA e al suo complesso militare industriale; guidate da leader che fnanziano con miliardi di euro movimenti di ultradestra accarezzando ideologie antidemocratiche quando non apertamente neonaziste. Queste stesse aziende hanno reso possibile e sostengono a corpo morto il governo di Donald Trump, la sua caccia all'immigrato, le sue aggressioni militari (ultima quella contro l'Iran) e il suo sostegno al genocidio in Palestina. Queste aziende sono, nei fatti, complici dei crimini del governo che hanno reso possibile e che sostengono, che a sua volta approva e sostiene qualsiasi loro capriccio. Perché riguarda la scuola? Leggi il comunicato di alcuni sindacati sul sito di I.A. Basta
September 28, 2026
Pillole di info digitale
Note in tema di lavoro subordinato nel tempo presente – di Gianni Giovannelli
Poiché il lavoro vivo - mediante lo scambio tra capitale e operai - è incorporato al capitale e appare come un’attività che gli appartiene, tutte le forze produttive del lavoro sociale, non appena ha inizio il processo lavorativo, si presentano come forze produttive del capitale, esattamente nello stesso modo in cui la forma generalmente [...]
September 18, 2026
Effimera
Una mattina al picchetto
NEL 2025 L’AZIENDA ACCA È USCITA VITTORIOSA DALLA «GUERRA DELLE GRUCCE», COMBATTUTA A COLPI DI PACCHI INCENDIARI E SPRANGHE FRA LE AZIENDE CON SEDE A PRATO E FIRENZE PER ASSICURARSI LE COMMESSE DALLE MULTINAZIONALI DELLA MODA. NEGLI ULTIMI MESI ACCA È DIVENTATA NOTA PER L’IMPREVISTA RIBELLIONE DEI SUOI OPERAI, SOSTENUTA DA TANTI E TANTE, COSTRETTI A TURNI DI LAVORO MASSACRANTI E RICATTI. QUELLI CHE UNA VOLTA SI CHIAMAVANO PADRONI HANNO CERCATO DI REPRIMERE LA PROTESTA IN MOLTI MODI, ANCHE CON MAZZE E BASTONI. MA HANNO PERSO. UN RACCONTO DAI GAZEBO TIRATI SU DAVANTI AL MAGAZZINO ACCA DI CAMPI BISENZIO, PER BLOCCARE I CANCELLI E IMPEDIRE L’INGRESSO E L’USCITA DELLE CAPI D’ABBIGLIAMENTO DIRETTI IN TUTTA EUROPA -------------------------------------------------------------------------------- 28 agosto. Da un paio di giorni lo scirocco spinge le polveri del Sahara sulla nostra penisola e le temperature superano di nuovo i trentacinque gradi. Sempre meglio delle tormente che allagano l’asfalto, con l’acqua che da sotto entra nei gazebo e ammolla ogni cosa: materassi, coperte, provviste, vestiti, libri… Quando si sente arrivare la tempesta, bisogna correre, subito: ficcare tutto ciò che si può in macchina, chiudersi dentro e aspettare che passi. Poi uscire e lentamente smontare, stendere sotto al sole quel che rimane e aspettare. Aspettare davanti al magazzino Acca di Campi Bisenzio (Fi), per bloccare i cancelli e impedire l’ingresso e l’uscita delle capi d’abbigliamento che da lì vanno in tutta Europa. È così che va avanti dal 21 giugno: ogni giorno, ogni notte, in ogni momento, quei due gazebo sono abitati da attivisti, attiviste e operai che sorvegliano chi entra e chi esce. È così che troviamo, sdraiati sulle brandine e sui materassi, le attiviste e gli operai iscritti al Sudd (Sindacato Unione Democrazia Dignità) Cobas. Sono qua per difendere il loro lavoro, minacciato dalle continue manovre illegali dei vertici di Acca, azienda a conduzione cinese che, da anni, sfrutta, minaccia e percuote i novanta operai dipendenti, la maggior parte di origine pakistana e bangladese. I picchetti ai cancelli di Acca vanno avanti a oltranza da settanta giorni in quattro località della piana fiorentina: Seano, Agliana, Osmannoro e Campi Bisenzio. La resistenza alla violenza dei «padroni» dell’azienda ha avuto inizio nel 2023, quando gli operai hanno cominciato a sindacalizzarsi e a chiedere un contratto di lavoro legale, che rispettasse i turni di otto ore per cinque giorni a settimana contro le dodici ore sottopagate sette giorni su sette, regime di lavoro a cui erano fino ad allora sottoposti. I capi non ci stavano, li hanno seguiti sotto casa alla sera; con le mazze hanno spaccato le auto, le bici, li hanno intimiditi. Il sindacato ha risposto così: attiviste e attivisti si sono organizzate per accompagnare personalmente gli operai in macchina. I padroni, vedendo le macchine con gli italiani, hanno fatto cessare gli attacchi; poco dopo, i lavoratori hanno ottenuto il contratto “otto per cinque”. Grande vittoria. Nel 2025 l’azienda è uscita vittoriosa dalla «guerra delle grucce», il conflitto dal carattere mafioso combattuto a colpi di pacchi incendiari e spranghe fra le aziende del territorio per assicurarsi le commesse dalle grandi aziende di moda. In tutto ciò, Acca si trovava sotto custodia giudiziaria per presunta frode fiscale ai danni dello Stato per tasse e contributi non pagati pari a 71 milioni di euro. È in questo clima che, in giugno, sindacato e operai hanno fiutato la manovra decisiva: l’azienda stava progettando di chiudere il magazzino per riaprire altrove sotto un altro nome, licenziare gli iscritti al sindacato e assumere lavoratori nuovi, ripartendo da zero. È per bloccare questa manovra che il 21 giugno è scattato lo sciopero. Due giorni dopo, i padroni hanno assaltato il picchetto di Seano. La mattina avevano già investito un operaio, finito in pronto soccorso. Nel pomeriggio sono arrivati davanti al magazzino di Seano (PO), sono scese duecento persone dai furgoni bianchi, alcune armate di mazze e bastoni, per rompere il blocco dei manifestanti e riaprire il lavoro. Se ne sono andati solo dopo aver distrutto i gazebo. Sono stati presi alla sprovvista anche i pochi agenti delle forze dell’ordine che si trovavano già là. Ancora: all’alba del 3 luglio le forze dell’ordine si sono presentate al picchetto di Seano con ordine di sgombero e sequestro preventivo della merce bloccata nel magazzino. L’abbigliamento doveva immediatamente partire: stavano iniziando i saldi. Il giorno dopo gli agenti si sono ripresentati davanti ai gazebo prontamente rimessi in piedi: «Ragazzi, tutto bene?». A raccontarci questa storia è E., una ragazza poco più che ventenne. Ci accoglie con un sorriso e una stretta di mano dalla brandina piazzata all’ombra, fuori dal gazebo bianco. Le spalle arrossate dal sole, fuma un drum (tabacco sfuso, il nome purtroppo deriva da una nota marca, ndr). Fumano tutti il drum, uno dopo l’altro: «Che vuoi fare se no?». «È difficile non pensare che sarebbe meglio che chiudesse, questa fabbrica», ci confessa. Ma se andasse così, gli operai perderebbero il lavoro. Bisogna quindi che i tavoli delle trattative, promossi dalla Provincia di Prato e avviati proprio qualche giorno prima dopo una inaspettata chiamata della dirigente, vadano bene. Proprio mentre stiamo parlando avviene l’incontro, sono tutti ottimisti. E., da due anni e mezzo attivista nel Sudd, si è fatta tutto lo sciopero contro Acca. Questo significa dormire in strada nel gazebo, una notte sì e una no. Tornare a casa, farsi la doccia, mangiare, rientrare nel gazebo. Significa attuare quello che ormai è il motto del sindacato: «devi durare un secondo in più di loro». Le abbiamo chiesto se non sia difficile fare questo tipo di vita. Lo è, a volte lo stress è molto forte, «ma per me il sindacato sta qua», ha risposto alzando la mano sopra la testa. Dopo l’assalto e lo sgombero la reazione è stata immediata. Attiviste/i e operai hanno fatto leva sulla «rabbia buona e sana» e «gli hanno fatto il culo, iniziando a dargliene secche a diritto, trovando i carichi illegali e i magazzini dove spostavano il lavoro, come questo». Queste parole sono di S., poco più grande di E., da due anni nel sindacato, si barcamena fra l’attivismo e il lavoro come assistente ad una persona con disabilità. Le chiediamo se occupa una posizione particolare nel sindacato. «No, non esistono posizioni particolari – risponde – o una organizzazione verticale, siamo tutti sullo stesso piano, tutti con le stesse responsabilità». Ci sono però quattro persone che sono dentro da più di tutti, e che sono un po’ la faccia del sindacato, oltre a seguire in prima persona le trattative. Sono proteste che non potrebbero avvenire in Pakistan, ci ha spiegato Sa., che ha vissuto in altri cinque Paesi ma in Italia si trova bene. È qui da giugno, torna quando può a casa a lavarsi e a prendere acqua e ghiaccio, come gli altri. «Loro sono la nostra forza», ci hanno spiegato le attiviste. Il sostegno reciproco è evidente. Attivisti e attiviste ricevono qualcosa di molto prezioso, una comunità e qualcosa che dà valore alla vita, qualcosa per cui lottare, un significato. L’ottimismo che si respira si rivela ben riposto. Il 29 agosto, nell’assemblea promossa insieme dal movimento Insorgiamo, che da cinque anni occupa e promuove la riconversione ecologica della fabbrica GKN a Campi Bisenzio, e Sudd Cobas arriva la notizia attesa: l’accordo per il reintegro di sessanta operai (tutti gli iscritti al sindacato più un’altra ventina), con la promessa di assumere i restanti trenta alla prima occasione, è stato firmato dall’azienda. Molti hanno cominciato a ballare e, come sempre, a fumare. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una mattina al picchetto proviene da Comune-info.
September 15, 2026
Comune-info
Dal 1 luglio parte il furto del TFR dei lavoratori neoassunti ,Blackrock festeggia
Dal primo luglio entra in vigore la nuova normativa sui fondi pensione. Per gli assunti, nel settore privato, da quella data scatta il silenzio assenso per cui, se entro 60 giorni non viene manifestata una chiara volontà in senso contrario, i contributi finiranno nel fondo pensione della categoria. Se ci sono più fondi, andranno a quello che ha maggiori iscritti e se non ci sono fondi andranno al Fondo Cometa, che riguarda i lavoratori metalmeccanici. ll lavoratore neoassunto viene considerato “aderente” fin dal primo giorno di lavoro, salvo che non eserciti, entro il termine perentorio di 60 giorni, una rinuncia esplicita. Non sceglie: deve disdire. Non aderisce: viene aderito. È il rovesciamento di ogni logica di libera scelta in materia previdenziale, ed è bene chiamarlo con il suo nome: un esproprio per via amministrativa del salario differito. Si riduce, rispetto al passato, anche il tempo a disposizione per riflettere: da sei mesi a soli 60 giorni, un termine palesemente insufficiente per un lavoratore alle prime settimane di un nuovo impiego. Il “silenzio” di chi non ha gli strumenti, il tempo o le informazioni per scegliere viene trasformato per legge in un “assenso” vincolante e, una volta scaduto il termine, sostanzialmente irreversibile. Il meccanismo finanziario vampirizza il risparmio ,lo porta dentro i fondi finanziari svuotando anche la liquidità disponibile dell’Inps,un modello che corrode sin dalle fondamenta. La finanziarizzazione dell’economia spinge per drenare le risorse del salario differito al fine di sostenere la bolla speculativa . Chi gestisce i fondi, a cominciare dallo stesso Fondo Cometa dei lavoratori metalmeccanici? Il fondo ha un suo Consiglio di amministrazione e un collegio sindacale che sono composti per il 50% da rappresentanti dei sindacati e per il 50% da rappresentanti dei datori di lavoro. Il Cda, come è ovvio, non gestisce l’enorme disponibilità finanziaria -stiamo parlando di 13-14 miliardi di euro- che proviene dai contributi, ma la affida ai grandi gestori internazionali che decidono dove impiegare questi stessi contributi. Il principale è BlackRock che usa come “depositario” e garante State Street Bank in una filiera dove gran parte di quel risparmio finisce nelle società di cui BlackRock è azionista, naturalmente rigorosamente domiciliate negli Stati Uniti e, spesso, con sede in Delaware (a fiscalità agevolata). In questo senso l’automatismo dell’adesione ai fondi privati di categoria determinerà un trasferimento di una fetta rilevante del risparmio italiano, circa 74 miliardi di euro l’anno, verso le Borse Usa, ridurrà le disponibilità dell’Inps e sottrarrà risorse al sistema produttivo . I lavoratori saranno costretti ad affidare il TFR ,che è salario differito,alle bizze del mercato finanziario ,diventando essi stessi strumenti finanziari che alimentano la sete di liquidità di un sistema finanziario agonizzante . Ne parliamo con Alessandro Volpi ,economista .
July 6, 2026
Radio Blackout
Festa aziendale in divisa. Avanza la militarizzazione anche alla RAI, critico il sindacato USIGRAI
Un post su Facebook di UsiGRai, il sindacato dei lavoratori della Rai, pubblica una nota relativa alla festa Bimbo-Rai (https://www.facebook.com/share/18BtCUAUYi/). Il commento della organizzazione è molto critico e anche in noto giornalista Nico Piro si esprime una nota critica sulla vicenda (qui il suo post su Facebook). Da sempre cerca di contrastare la conduzione del servizio pubblico, in fase di rinnovo nel 2027, oggi anche contro le dismissioni del patrimonio immobiliare (Qui il comunicato USIGRAI). La festa – secondo i lavoratori – non è il consueto momento di paternalismo aziendale e di fidelizzazione dei dipendenti (per la verità moltissimi precari o con contratti capestro per Bullshit Jobs, i lavoretti di merda normati dal Jobs Act del 2014): il diavolo si nasconde nei dettagli. La segnalazione diventa di interesse per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università perché il dettaglio, rivelatore degli intenti aziendali, sta nella presenza dei militari alla festa. Esercito e Forze dell’Ordine sono invitati in qualità di animatori, ruolo che esercitano volentieri, purché si tratti di mostrarsi in divisa e di proporre armi e strumenti di morte come giocattoli. Il «vuoto aziendale e culturale» della Rai richiamato dalla segnalazione, non credo sia davvero tale. Secondo me si tratta, per i vertici dell’azienda italiana di radiotelevisione strettamente imparentati con le forze politiche al governo, di spostare l’attenzione dei dipendenti, e di coloro che assistono alla festa, verso l’accettazione della inevitabile necessità di stare a fianco delle armate nazionali alla difesa del paese da presunti aggressori.  Dunque, una ideologia, per quanto scomposta e piuttosto maldestra. Occorre far in modo che ci si pensi, fin da piccoli, cittadini obbedienti, reclutabili all’interno di formazioni militari, addestrati in appoggio civile alle azioni guerresche, nonché soggetti adattati alle forme della repressione di qualsiasi dissenso. Credo sia una precisa scelta della Rai quella virare gli scopi pubblici, informazione non faziosa e intrattenimento di qualche pregio (diversione non idiotizzante, soporifera, ottundente), verso un sistema valoriale drogato da insistenti richiami al rischio, alla sicurezza, alla necessità di una protezione armata, interna, e ai nostri confini. I contribuenti pagano il canone, senza possibilità di evitarlo visto che, sempre il solito Renzi papà del Jobs Act e della Buona Scuola lo ha legato, nel 2016, al consumo domestico della energia elettrica, ma i contribuenti non hanno voce in capitolo sulle scelte della RAI, sempre più orientate a compiacere i politici di turno, a diffondere veline governative, come da modello berlusconiano instaurato negli anni Novanta,  (Editorialedomani.it sulla vicenda). L’azienda dedica un intero settore di intervento a scopi educativi. RaiKids, in cui rientra anche la festa segnalata e trasmessa dai canali TV, è una sezione di programmi radio-televisivi dedicati ai minori, la versione aggiornata della vecchia radio e TV per ragazzi, nata con i primi televisori domestici (https://www.raiplaysound.it/radiokids/podcast). Un contenitore ricco, ma non sempre altrettanto educativo, sia per formati, sia per temi proposti (molto moralismo, molta condiscendenza e piaggeria verso l’infanzia, molta propaganda appena velata). Per l’intrattenimento dei piccoli la concorrenza è agguerrita. Oggi, sempre più spesso, i bambini e le bambine vedono le animazioni e i programmi sulle piattaforme private a cui i loro genitori pagano l’abbonamento. Si impara la guerra con le sfide mortali, la logica amico-nemico, la necessità di far parte di una banda, un gruppo chiuso pronto alla lotta per la difesa del proprio territorio. Il paternalismo aziendale ha illustri modelli nel passato industriale del secolo scorso. Un caso italiano è quello della Fiat, quando la casa automobilistica governava a maglie strette la vita economica, culturale e politica della sua città, Torino. A Natale, nello stabilimento Mirafiori, si radunavano i figli dei dipendenti, della sede centrale, del Lingotto, di Fiat-Ferriere, del vasto indotto. Spesso gli auguri li faceva il padrun Agnelli (Giovanni, il nonno fondatore e poi il nipote, in arte l’Avvocato) fra gli applausi della claque, il dono di un giocattolo, un panettone, una bottiglia di spumante Gancia. Poi tutti a casa contenti, grati per il lavoro e per le due stanzette nelle case-Fiat.   RadioKids piace ovviamente al foglio torinese La stampa – da sempre al fianco degli Agnelli – che commenta entusiasta i successi del formato, da 70 anni sulla breccia (clicca qui per la notizia). Una breccia che nel gergo militare è un avanzamento di truppe, l’apertura di un varco in un muro fortificato, con facile metafora mediatica un esempio vincente di opinionismo servile. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
United we bargain – Festival del sindacalismo conflittuale
Giovedì 4 e venerdì 5 giugno si terrà a Roma, presso il Casale Garibaldi autogestito a via Romolo Balzani 87, il Festival del sindacalismo conflittuale “United we bargain”. L’iniziativa, organizzata dai sindacati di base Clap – Camere del lavoro autonomo e precario e dalla Confederazione Cobas, vuole interrogarsi sulle sfide che le organizzazioni di lavoratori e lavoratrici devono affrontare nel contesto attuale. Riportiamo di seguito il testo introduttivo della due giorni e il programma degli eventi. I venti di guerra soffiano sempre più forti: l’Occidente globale – maschio, bianco e proprietario – ha deciso di rompere ogni mediazione per costruire un nuovo ordine mondiale fondato esplicitamente sul dominio di potenza e sulla crescente disparità di ricchezza e di diritti. Il “regime di guerra” monopolizza le risorse, le investe nella macchina bellica e in quella del genocidio palestinese, a discapito del welfare, dei salari, dei diritti, delle libertà conquistate in un secolo di lotte globali. I venti di guerra soffiano sempre più forti: l’Occidente globale – maschio, bianco e proprietario – ha deciso di rompere ogni mediazione per costruire un nuovo ordine mondiale fondato esplicitamente sul dominio di potenza e sulla crescente disparità di ricchezza e di diritti. Il “regime di guerra” monopolizza le risorse, le investe nella macchina bellica e in quella del genocidio palestinese, a discapito del welfare, dei salari, dei diritti, delle libertà conquistate in un secolo di lotte globali. Davanti a queste sfide epocali esiste uno spazio per una nuova idea di sindacato? Quali strumenti organizzativi, comunicativi e mutualistici all’altezza delle trasformazioni dei modelli produttivi e della forza lavoro contemporanea? Come costruire inchiesta e intervento in un’ottica di convergenza e di ricomposizione sociale e politica? Saranno queste le domande, complicate e ambiziose, che discuteremo pubblicamente giovedì 4, venerdì 5 giugno nel primo festival costruito insieme dalla Confederazione Cobas e dalle CLAP, United we bergain, che presenterà il patto federativo tra le due organizzazioni sindacali, collocato all’interno del più ampio quadro di convergenza nazionale della Rete Intersindacale. Una scommessa controcorrente, di chi intende farsi “infrastruttura di classe” per contribuire a un modello di sindacalismo sociale unitario, radicale, moltitudinario, oltre le identità e le piccole patrie. Per tornare a far male ai padroni, di oggi e di domani. Due giornate di dibattiti, teatro, musica, reading, cibo e tanto altro. Vi aspettiamo! PROGRAMMA  Giovedì 4 giugno  H 18:00 Dibattito: La scommessa della convergenza: quale rappresentanza sindacale nel Paese della precarietà? La situazione salariale in Italia, oramai impantanata dentro una trentennale stagnazione, rischia il tracollo sotto i colpi della crisi bellica globale e della spirale inflattiva. La contrattazione di primo livello vive da tempo una profonda crisi di efficacia, figlia soprattutto delle politiche concertative che per troppi anni hanno subordinato le lotte sul salario alle compatibilità politiche e di mercato. Salario minimo legale, settimana corta e riduzione dell’orario a parità di salario, forme di indicizzazione, tutela della rappresentanza e del pluralismo sindacale: questi sono i temi decisivi, per noi inaggirabili, che vorremmo discutere insieme alle organizzazione sindacali e alle forze politiche di opposizione. Le CLAP e la Confederazione Cobas in dialogo con: * Elisabetta Piccolotti (AVS) * Antonio Caso (M5S) * Alfredo D’Attore (PD) * Luca Dall’Agnol (ADL Cobas – Rete Intersindacale) * Matteo Maserati (Sial Cobas – Rete Intersindacale) * Luca Scacchi (FLC-CGIL)  H 20:00 Cena sociale – a cura di Casale Garibaldi  H 21:30 Spettacolo teatrale: Barillette Cosmico – Maradona Pedagogista di e con Christian Raimo. Disegno luci Matteo Ziglio, produzione Gruppo della Creta Qual è il gol più bello della storia del calcio? Molti forse risponderebbero quello di Diego Armando Maradona durante i mondiali del 1986 contro l’Inghilterra. Maradona scarta mezza squadra e infila in rete, raddoppiando il vantaggio dopo il gol con “la mano di Dio”. Ma quel gol non è solo un gesto atletico e artistico, è anche una grande lezione sull’origine del talento e sul senso dell’educazione. È Maradona stesso a spiegarlo. E siamo noi a poter seguire il suo commento, ripercorrendo la storia dell’Argentina, prima e durante e dopo la dittatura, e capendo insieme quanto ogni capolavoro come ogni riscatto nasca dalla dedizione e dal coraggio. Venerdì 5 giugno H 17:00 Reading: L come Luana – Tributo a Luana D’Orazio di e con Ugo De Vita ed Emma Marrazzo Poemetto in versi e prose che racconta la tragica vicenda di Luana D’Orazio, morta sul lavoro a poco più di vent’anni il 3 maggio 2021 in un’orditura a Montemurlo nella quale era apprendista. “Elle come Luana” è divenuto l’evento di teatro civile più importante della stagione teatrale. La semplicità della testimonianza di Emma Marrazzo e la accurata documentazione ha trovato riscontro negli oltre millecinquecento spettatori che dal 19 Febbraio in sale e teatri, come alla Camera e al Senato, hanno lungamente applaudito, commossi. Un tempo unico di poco meno di cinquanta minuti introdotti dalla testimonianza di Emma Marrazzo che ha collaborato alla stesura del testo che poi affida alla voce dell’interprete. La forma é quella tradizionale dell’Oratorio in musica, versi e prosa. Si avvertono “rumori” quelli della macchina tessile, sibilanti e sinistri, rumori che graffiano quando accostati al racconto. De Vita é poi voce familiare, voce che il poeta Mario Luzi nella sua prefazione a “lezioni di teatro” aveva definito così: “(…) voce che non esibisce nulla ma dal nulla é attratta. Voce che somiglia a tutte le voci e a nessuna. Voce di nessuno di noi”. Ugo De Vita (Roma, 1961) autore, attore, doppiatore, docente universitario. Ha lavorato per la TV, per il cinema e il teatro, compresi anche altri spettacoli di impegno civile. Emma Marrazzo è la madre di Luana D’Orazio.  H 19:00 Assemblea: Povero lavoro! Rompere la catena degli appalti, invertire la rotta delle esternalizzazioni In questi giorni in cui l’ennesima rappresentazione fiabesca del “Salario Giusto” irrompe su tutti i teatri mediatici, le vertenze che abbiamo animato in questi ultimi anni ci restituiscono una verità diversa, denunciando il sistema delle filiere degli appalti che costruisce carriere scintillanti per dirigenti pubblici e privati sulle spalle di lavoratrici e lavoratori, stretti tra salari iniqui e condizioni di estrema precarietà. Ragioniamo insieme intorno a una campagna di nuova ripubblicizzazione del welfare e dei servizi in appalto, verso lo sciopero del settore il prossimo 12 giugno.  H 20:30 Cena sociale – a cura di Casale Garibaldi Tappeto musicale e convivialità Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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June 4, 2026
DINAMOpress