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Festa aziendale in divisa. Avanza la militarizzazione anche alla RAI, critico il sindacato USIGRAI
Un post su Facebook di UsiGRai, il sindacato dei lavoratori della Rai, pubblica una nota relativa alla festa Bimbo-Rai (https://www.facebook.com/share/18BtCUAUYi/). Il commento della organizzazione è molto critico e anche in noto giornalista Nico Piro si esprime una nota critica sulla vicenda (qui il suo post su Facebook). Da sempre cerca di contrastare la conduzione del servizio pubblico, in fase di rinnovo nel 2027, oggi anche contro le dismissioni del patrimonio immobiliare (Qui il comunicato USIGRAI). La festa – secondo i lavoratori – non è il consueto momento di paternalismo aziendale e di fidelizzazione dei dipendenti (per la verità moltissimi precari o con contratti capestro per Bullshit Jobs, i lavoretti di merda normati dal Jobs Act del 2014): il diavolo si nasconde nei dettagli. La segnalazione diventa di interesse per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università perché il dettaglio, rivelatore degli intenti aziendali, sta nella presenza dei militari alla festa. Esercito e Forze dell’Ordine sono invitati in qualità di animatori, ruolo che esercitano volentieri, purché si tratti di mostrarsi in divisa e di proporre armi e strumenti di morte come giocattoli. Il «vuoto aziendale e culturale» della Rai richiamato dalla segnalazione, non credo sia davvero tale. Secondo me si tratta, per i vertici dell’azienda italiana di radiotelevisione strettamente imparentati con le forze politiche al governo, di spostare l’attenzione dei dipendenti, e di coloro che assistono alla festa, verso l’accettazione della inevitabile necessità di stare a fianco delle armate nazionali alla difesa del paese da presunti aggressori.  Dunque, una ideologia, per quanto scomposta e piuttosto maldestra. Occorre far in modo che ci si pensi, fin da piccoli, cittadini obbedienti, reclutabili all’interno di formazioni militari, addestrati in appoggio civile alle azioni guerresche, nonché soggetti adattati alle forme della repressione di qualsiasi dissenso. Credo sia una precisa scelta della Rai quella virare gli scopi pubblici, informazione non faziosa e intrattenimento di qualche pregio (diversione non idiotizzante, soporifera, ottundente), verso un sistema valoriale drogato da insistenti richiami al rischio, alla sicurezza, alla necessità di una protezione armata, interna, e ai nostri confini. I contribuenti pagano il canone, senza possibilità di evitarlo visto che, sempre il solito Renzi papà del Jobs Act e della Buona Scuola lo ha legato, nel 2016, al consumo domestico della energia elettrica, ma i contribuenti non hanno voce in capitolo sulle scelte della RAI, sempre più orientate a compiacere i politici di turno, a diffondere veline governative, come da modello berlusconiano instaurato negli anni Novanta,  (Editorialedomani.it sulla vicenda). L’azienda dedica un intero settore di intervento a scopi educativi. RaiKids, in cui rientra anche la festa segnalata e trasmessa dai canali TV, è una sezione di programmi radio-televisivi dedicati ai minori, la versione aggiornata della vecchia radio e TV per ragazzi, nata con i primi televisori domestici (https://www.raiplaysound.it/radiokids/podcast). Un contenitore ricco, ma non sempre altrettanto educativo, sia per formati, sia per temi proposti (molto moralismo, molta condiscendenza e piaggeria verso l’infanzia, molta propaganda appena velata). Per l’intrattenimento dei piccoli la concorrenza è agguerrita. Oggi, sempre più spesso, i bambini e le bambine vedono le animazioni e i programmi sulle piattaforme private a cui i loro genitori pagano l’abbonamento. Si impara la guerra con le sfide mortali, la logica amico-nemico, la necessità di far parte di una banda, un gruppo chiuso pronto alla lotta per la difesa del proprio territorio. Il paternalismo aziendale ha illustri modelli nel passato industriale del secolo scorso. Un caso italiano è quello della Fiat, quando la casa automobilistica governava a maglie strette la vita economica, culturale e politica della sua città, Torino. A Natale, nello stabilimento Mirafiori, si radunavano i figli dei dipendenti, della sede centrale, del Lingotto, di Fiat-Ferriere, del vasto indotto. Spesso gli auguri li faceva il padrun Agnelli (Giovanni, il nonno fondatore e poi il nipote, in arte l’Avvocato) fra gli applausi della claque, il dono di un giocattolo, un panettone, una bottiglia di spumante Gancia. Poi tutti a casa contenti, grati per il lavoro e per le due stanzette nelle case-Fiat.   RadioKids piace ovviamente al foglio torinese La stampa – da sempre al fianco degli Agnelli – che commenta entusiasta i successi del formato, da 70 anni sulla breccia (clicca qui per la notizia). Una breccia che nel gergo militare è un avanzamento di truppe, l’apertura di un varco in un muro fortificato, con facile metafora mediatica un esempio vincente di opinionismo servile. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
United we bargain – Festival del sindacalismo conflittuale
Giovedì 4 e venerdì 5 giugno si terrà a Roma, presso il Casale Garibaldi autogestito a via Romolo Balzani 87, il Festival del sindacalismo conflittuale “United we bargain”. L’iniziativa, organizzata dai sindacati di base Clap – Camere del lavoro autonomo e precario e dalla Confederazione Cobas, vuole interrogarsi sulle sfide che le organizzazioni di lavoratori e lavoratrici devono affrontare nel contesto attuale. Riportiamo di seguito il testo introduttivo della due giorni e il programma degli eventi. I venti di guerra soffiano sempre più forti: l’Occidente globale – maschio, bianco e proprietario – ha deciso di rompere ogni mediazione per costruire un nuovo ordine mondiale fondato esplicitamente sul dominio di potenza e sulla crescente disparità di ricchezza e di diritti. Il “regime di guerra” monopolizza le risorse, le investe nella macchina bellica e in quella del genocidio palestinese, a discapito del welfare, dei salari, dei diritti, delle libertà conquistate in un secolo di lotte globali. I venti di guerra soffiano sempre più forti: l’Occidente globale – maschio, bianco e proprietario – ha deciso di rompere ogni mediazione per costruire un nuovo ordine mondiale fondato esplicitamente sul dominio di potenza e sulla crescente disparità di ricchezza e di diritti. Il “regime di guerra” monopolizza le risorse, le investe nella macchina bellica e in quella del genocidio palestinese, a discapito del welfare, dei salari, dei diritti, delle libertà conquistate in un secolo di lotte globali. Davanti a queste sfide epocali esiste uno spazio per una nuova idea di sindacato? Quali strumenti organizzativi, comunicativi e mutualistici all’altezza delle trasformazioni dei modelli produttivi e della forza lavoro contemporanea? Come costruire inchiesta e intervento in un’ottica di convergenza e di ricomposizione sociale e politica? Saranno queste le domande, complicate e ambiziose, che discuteremo pubblicamente giovedì 4, venerdì 5 giugno nel primo festival costruito insieme dalla Confederazione Cobas e dalle CLAP, United we bergain, che presenterà il patto federativo tra le due organizzazioni sindacali, collocato all’interno del più ampio quadro di convergenza nazionale della Rete Intersindacale. Una scommessa controcorrente, di chi intende farsi “infrastruttura di classe” per contribuire a un modello di sindacalismo sociale unitario, radicale, moltitudinario, oltre le identità e le piccole patrie. Per tornare a far male ai padroni, di oggi e di domani. Due giornate di dibattiti, teatro, musica, reading, cibo e tanto altro. Vi aspettiamo! PROGRAMMA  Giovedì 4 giugno  H 18:00 Dibattito: La scommessa della convergenza: quale rappresentanza sindacale nel Paese della precarietà? La situazione salariale in Italia, oramai impantanata dentro una trentennale stagnazione, rischia il tracollo sotto i colpi della crisi bellica globale e della spirale inflattiva. La contrattazione di primo livello vive da tempo una profonda crisi di efficacia, figlia soprattutto delle politiche concertative che per troppi anni hanno subordinato le lotte sul salario alle compatibilità politiche e di mercato. Salario minimo legale, settimana corta e riduzione dell’orario a parità di salario, forme di indicizzazione, tutela della rappresentanza e del pluralismo sindacale: questi sono i temi decisivi, per noi inaggirabili, che vorremmo discutere insieme alle organizzazione sindacali e alle forze politiche di opposizione. Le CLAP e la Confederazione Cobas in dialogo con: * Elisabetta Piccolotti (AVS) * Antonio Caso (M5S) * Alfredo D’Attore (PD) * Luca Dall’Agnol (ADL Cobas – Rete Intersindacale) * Matteo Maserati (Sial Cobas – Rete Intersindacale) * Luca Scacchi (FLC-CGIL)  H 20:00 Cena sociale – a cura di Casale Garibaldi  H 21:30 Spettacolo teatrale: Barillette Cosmico – Maradona Pedagogista di e con Christian Raimo. Disegno luci Matteo Ziglio, produzione Gruppo della Creta Qual è il gol più bello della storia del calcio? Molti forse risponderebbero quello di Diego Armando Maradona durante i mondiali del 1986 contro l’Inghilterra. Maradona scarta mezza squadra e infila in rete, raddoppiando il vantaggio dopo il gol con “la mano di Dio”. Ma quel gol non è solo un gesto atletico e artistico, è anche una grande lezione sull’origine del talento e sul senso dell’educazione. È Maradona stesso a spiegarlo. E siamo noi a poter seguire il suo commento, ripercorrendo la storia dell’Argentina, prima e durante e dopo la dittatura, e capendo insieme quanto ogni capolavoro come ogni riscatto nasca dalla dedizione e dal coraggio. Venerdì 5 giugno H 17:00 Reading: L come Luana – Tributo a Luana D’Orazio di e con Ugo De Vita ed Emma Marrazzo Poemetto in versi e prose che racconta la tragica vicenda di Luana D’Orazio, morta sul lavoro a poco più di vent’anni il 3 maggio 2021 in un’orditura a Montemurlo nella quale era apprendista. “Elle come Luana” è divenuto l’evento di teatro civile più importante della stagione teatrale. La semplicità della testimonianza di Emma Marrazzo e la accurata documentazione ha trovato riscontro negli oltre millecinquecento spettatori che dal 19 Febbraio in sale e teatri, come alla Camera e al Senato, hanno lungamente applaudito, commossi. Un tempo unico di poco meno di cinquanta minuti introdotti dalla testimonianza di Emma Marrazzo che ha collaborato alla stesura del testo che poi affida alla voce dell’interprete. La forma é quella tradizionale dell’Oratorio in musica, versi e prosa. Si avvertono “rumori” quelli della macchina tessile, sibilanti e sinistri, rumori che graffiano quando accostati al racconto. De Vita é poi voce familiare, voce che il poeta Mario Luzi nella sua prefazione a “lezioni di teatro” aveva definito così: “(…) voce che non esibisce nulla ma dal nulla é attratta. Voce che somiglia a tutte le voci e a nessuna. Voce di nessuno di noi”. Ugo De Vita (Roma, 1961) autore, attore, doppiatore, docente universitario. Ha lavorato per la TV, per il cinema e il teatro, compresi anche altri spettacoli di impegno civile. Emma Marrazzo è la madre di Luana D’Orazio.  H 19:00 Assemblea: Povero lavoro! Rompere la catena degli appalti, invertire la rotta delle esternalizzazioni In questi giorni in cui l’ennesima rappresentazione fiabesca del “Salario Giusto” irrompe su tutti i teatri mediatici, le vertenze che abbiamo animato in questi ultimi anni ci restituiscono una verità diversa, denunciando il sistema delle filiere degli appalti che costruisce carriere scintillanti per dirigenti pubblici e privati sulle spalle di lavoratrici e lavoratori, stretti tra salari iniqui e condizioni di estrema precarietà. Ragioniamo insieme intorno a una campagna di nuova ripubblicizzazione del welfare e dei servizi in appalto, verso lo sciopero del settore il prossimo 12 giugno.  H 20:30 Cena sociale – a cura di Casale Garibaldi Tappeto musicale e convivialità Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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June 4, 2026
DINAMOpress
Negli USA arrestato Chris Smalls, il leader sindacale di Amazon
Solidarietà con Chris Smalls, giù le mani da chi protesta contro la complicità delle big tech! USB esprime tutta la solidarietà al sindacalista Amazon e noto attivista contro le guerre Chris Smalls, arrestato ieri per le proteste messe in atto in occasione del Met Gala 2026 a New York. Chris Smalls si […] L'articolo Negli USA arrestato Chris Smalls, il leader sindacale di Amazon su Contropiano.
May 5, 2026
Contropiano
Non solo stipendi: la battaglia delle scuole di Bolzano
In provincia di Bolzano è in corso una lotta sugli aumenti salariali da più di un anno e oggi nei tavoli di contrattazione provinciale si sta discutendo di cifre rilevanti, soprattutto se comparate con quelle nazionali, e stupisce che fuori dell’Alto Adige se ne parli così poco È stata una cosa che ha stupito anche noi. Noi siamo in una periferia remota e un po’ esotica per ciò che riguarda il diritto scolastico. Non tutto quello che si applica qui è immediatamente applicabile a livello nazionale, ma spesso non è nemmeno comprensibile a chi non conosce la specificità territoriale e storica di questo territorio. Da settembre le scuole di lingua italiana e tedesca sono in subbuglio nella provincia di Bolzano. Ma la mobilitazione è cominciata a primavera del 2025, quando gruppi spontanei di insegnanti di lingua tedesca, in particolare nella zona di Brunico, qui in Val Pusteria, e altri in Val Venosta hanno iniziato a organizzarsi. Gruppi spontanei nella scuola italiana si sono aggiunti in seguito all’inizio di questo anno scolastico. In realtà chi avesse osservato con attenzione i fenomeni se ne sarebbe accorto già qualche anno fa, perché iniziative simili si erano già manifestate nel periodo post-Covid.  Quali sono le differenze che esistono tra il livello nazionale e provinciale nella contrattazione e nelle condizioni di lavoro?  La premessa necessaria è capire che il sistema scolastico della provincia di Bolzano è dotato di larga autonomia. I finanziamenti della contrattazione derivano tutti dal bilancio provinciale e dal 1998 il livello locale è più importante di quello nazionale. A questo livello si definiscono delle indennità aggiuntive, che però sono estremamente cospicue, e generalmente l’Insegnato altoatesino è pagato di più che nel resto d’Italia. A fronte, però, di un carico di lavoro maggiore: le ore di lezione settimanali sono 20, sia nelle scuole medie superiori che inferiori, anziché 18, e le ore funzionali possono arrivare fino a 220 all’anno anziché 80, e poi c’è una settimana di scuola in più. La contrattazione autonoma normalmente segue quella nazionale, per sistemazioni contabili tra le varie voci, ma le rivendicazioni sul recupero dell’inflazione sono rivolte alla provincia autonoma e non allo Stato. Quali erano le richieste di questi gruppi informali? Quali sono state le forme di lotta portate avanti?  Questi gruppi di protesta, come noi sindacati, lamentano offerte economiche inferiori all’inflazione registrata nel periodo triennale 22-24. La contrattazione del comparto scuola della provincia è al rimorchio della contrattazione dell’intercomparto provinciale dei dipendenti pubblici che tiene conto dei tassi di inflazione misurati in loco dall’Istituto di Statistica Provinciale, che per il triennio 22-24 ha superato il 16%. Qui, il costo della vita è più alto che nel resto d’Italia, in particolare per l’abitazione.  Di fronte a questa situazione, questi gruppi spontanei, con i quali i sindacati intrattengono un dialogo complesso, hanno fatto irruzione nello scenario politico, adottando una strana strategia di lotta che in sostanza è consistita nell’astenersi da attività non obbligatorie. E a differenza che in passato, come durante il Covid, non hanno adottato una posizione antisindacale. Il contatto non prevede molte attività che gli insegnanti fanno comunemente: come portare studenti in uscite didattiche, viaggi d’istruzione, spettacoli teatrali o cinema e l’organizzazione di visite di esperti esterni alla scuola o altri progetti didattici, insomma gli insegnanti si sono sostanzialmente limitati a fare lezioni seguendo strettamente il contratto.  Ma anziché passare in sordina, questa cosa ha scoperchiato una serie di reazioni a catena nella politica locale, prima di tutto perché questi gruppi erano geograficamente basati nelle zone di maggior peso elettorale del partito di maggioranza relativa, la Südtiroler Volksparteri (SVP) o Partito Popolare Sudtirolese. Per la prima volta era una protesta cospicua e visibile all’interno della scuola di lingua tedesca che comprende oltre settanta istituti scolastici contro la trentina delle altre lingue e ha reso visibile la dimensione economica dell’indotto della scuola. Ad esempio, il Teatro stabile della città di Bolzano ha minacciato di chiudere la propria attività, gli autotrasportatori dei pullman di alcune valli che vivono di turismo scolastico e gruppi vari di esperti e formatori si sono trovati sostanzialmente senza lavoro. La scuola ha continuato a funzionare normalmente, è possibile persino che gli insegnanti abbiano lavorato di più, perché c’è chi – come altrove – lamentava in qualche maniera l’espropriazione della classe docente da parte di iniziative esterne, quella che viene definita “la mania del progetto”. Dilagata questa protesta nella scuola di lingua tedesca, si è poi allargata anche all’interno delle scuole di lingua italiana. Le rivendicazioni sono economiche ma anche relative al ruolo dell’insegnante nella didattica e contro l’aumento strisciante del carico di lavoro. Qual è stato il ruolo dei sindacati in questa astensione da attività non obbligatorie? In questo contesto i sindacati hanno principalmente fatto consulenza ai singoli docenti, spiegando cosa sono tenuti a fare e non fare senza trasgredire gli obblighi contrattuali. Tengo a precisare che, nonostante le forti tensioni, non sono stati comminati provvedimenti disciplinari, proprio perché la strategia è stata quella di rientrare strettamente nei limiti formali del contratto, mettendo in agitazione chi non sapeva quante cose non previste fanno gli insegnanti. I sindacati si sono trovati spesso a fare da mediatori con la politica provinciale, consultando la base di fronte a pretese che non stavano né in cielo né in terra e diversi ultimatum. Ma dopo varie fasi, oggi, nel contratto di novembre 2025, si è arrivati a un riconoscimento quasi totale dell’inflazione, anche se siamo un po’ più poveri del 2022, ma si tratta di percentuali consistenti e che non si sono viste nel resto d’Italia.  E ora a che punto si trova la trattativa?  Ora stiamo trattando la fase successiva di aumento strutturale del salario e abbiamo già raggiunto un’intesa preliminare. Oltre a un riconoscimento quasi totale dell’inflazione pregressa nel triennio ‘22-’24, la politica provinciale ha messo sul piatto un innalzamento strutturale di stipendio riconoscendo la maggiore complessità del lavoro di insegnante. Questa trattativa non è completamente terminata, ma abbiamo un accordo preliminare che sarà poi tradotto a breve in un contratto collettivo da firmare. In questo accordo in sostanza c’è un aumento strutturale per gli anni a venire e dovrebbe essere retroattivo da gennaio ‘26. L’aumento varia a seconda delle fasce di età dei docenti, si va dai 2.000 euro annui lordi nel caso dei docenti in fascia 0 senza titolo di studio fino a una cifra che si aggira intorno ai 6.000 per chi ha 35 anni di anzianità. Sono cifre abbastanza grosse sulla carta se si sommano allo stipendio che è già più alto di quello dei colleghi/e nazionali. Ma andranno messi in prospettiva con il costo della vita della provincia di Bolzano. Abbiamo fatto dei confronti sui prezzi degli affitti tra città del nord e del sud e il nostro territorio è tra più cari. Infatti i gruppi di insegnanti che si sono mobilitati non sono del tutto soddisfatti e ora probabilmente si aprirà una fase di mediazione. Però devo dire che da parte di chi normalmente un compromesso lo deve stipulare, si tratta di un compromesso, sicuramente, di rango elevato. E ora qual è la situazione nelle scuole?  La politica provinciale ha chiesto e ottenuto qualche segno di riattivazione di attività extra-scolastiche, quasi come tributo mediatico per cominciare a trattare, e qualche scuola e qualche altro sindacato questo segnale lo ha dato. Ma essendo la programmazione scolastica su base annuale, molte attività riprenderanno l’anno prossimo. Scoperchiato questo meccanismo, c’è sicuramente chi tornerà volentieri all’organizzazione di attività extra-scolastiche, visto che costituiscono anche una parte importante della soddisfazione dell’insegnante. Ma compreso meglio quanto sia l’aumento strisciante dei carichi di lavoro e della burocratizzazione, che è particolarmente spinta da queste parti, può darsi che a livello individuale qualche progetto in meno venga fatto. Non tanto per protesta ma come forma di autodifesa.  Questo lo possiamo solo ipotizzare, non siamo in grado di misurare, anche perché questa protesta è sicuramente deflagrata sui media, ma la sua misura è molto complicata. Anche perché il nostro consiglio è stato sempre quello di non pianificare attività nuove, ma di concludere tutte le attività in itinere, dove c’erano già progetti finanziati o contratti firmati. Evitare però tutto il superfluo, quindi il taglio è stato più evidente in determinati ordini di scuole, meno grande in altri ed è stato variegato a seconda dell’autonomia scolastica. Dal tuo punto di vista, questa protesta può parlare alla situazione nazionale, oltre le specificità della provincia di Bolzano?  L’aumento del costo della vita, l’inflazione e il tema del costo degli affitti sono questioni sentite nella provincia di Bolzano ma che parlano a tutto il territorio nazionale. Ma anche le altre questioni sollevate da questa protesta: ricentrare la didattica sull’insegnante e non sui progetti, il carico di lavoro nascosto, la burocratizzazione enorme della scuola, questi sono chiaramente problemi nazionali. Non c’è dubbio che ci sia interesse anche per la strategia di lotta, comunque delicata e che noi non abbiamo suggerito, anche perché andava a colpire alcuni lavoratori e lavoratrici non colpevoli della situazione. Ma se guardo indietro devo dire che questi gruppi spontanei di docenti hanno aiutato le nostre rivendicazioni.  Qui c’è un altro aspetto che va considerato, noi siamo una zona di confine, una zona dove buona parte della scuola si svolge in lingua tedesca e il mercato del lavoro non è lo stesso che nel resto d’Italia. Le abilitazioni all’insegnamento si possono ottenere in territorio austriaco, moltissime persone studiano all’Università di Innsbruck e scoprono che sia il salario iniziale che gli scatti successivi di un insegnante in territorio austriaco sono di gran lunga superiori al territorio italiano, compreso l’Alto Adige. Quindi la scuola di lingua tedesca ha sempre meno insegnanti, perché non può reggere la concorrenza nel mercato del lavoro con il Land del Tirolo. Anche io ho lavorato in Austria, quando ero più giovane, salari più alti, tassazione più bassa, aiuti alla famiglia cospicui, poi è vero che la sanità non è esattamente come in Italia e non c’è una legge come la 104, ma il paragone diretto con il o la collega rimasti a lavorare in Austria è frustrante. E dopo decenni di tutela della minoranza tedesca, si scopre che c’è un’estrema carenza di insegnanti per le scuole primarie di lingua tedesca, le quali sostanzialmente vengono assunte in grande maggioranza senza titolo di studio valido. Nella scuola italiana il carico di lavoro è più sentito, perché la scuola italiana importa laureati del resto d’Italia, le persone arrivano qui, si trovano pagate di più, ma a fronte di un carico di lavoro maggiore e di un costo della vita più elevato. Infatti i gruppi di protesta delle scuole di lingua italiana hanno sottolineato con forza questo problema. Per questo sono convinto che la mobilitazione possa interessare anche il resto d’Italia.  Per concludere… Come sindacalista è stata una sfida complessa, perché è stata una mobilitazione che è nata fuori dal sindacato, una mobilitazione che però ha coinvolto il dibattito interno al sindacato e sulla quale abbiamo lasciato libertà di coscienza ai tesserati e tesserate. Inoltre l’abbiamo supportata sul tema della legalità, del rispetto delle norme, per evitare che qualcuno venisse sanzionato/a. Dopodiché ci siamo presentati in trattativa. Questo è stata anche un po’ una lezione sul ruolo dei sindacati in un ambiente mutato, se vogliamo. E anche molto interessante, perché molte proteste oggi nascono tra gruppi informali di docenti ma non è detto che durino nel tempo. Però ci sono stati anche fenomeni interessanti, perché in questo territorio ancora piuttosto diviso c’è stato un serio dialogo tra insegnanti della scuola italiana e tedesca, a cui noi abbiamo assistito, partecipato, in qualche caso anche co-organizzando, e la consapevolezza di mettere insieme è prevalsa su tutte le divisioni storiche di una terra particolare. La copertina è di Berdikari Sastra (Pixel) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Non solo stipendi: la battaglia delle scuole di Bolzano proviene da DINAMOpress.
May 5, 2026
DINAMOpress
Sudd Cobas: perché quella dell’Alba è una vittoria di importanza storica
Lo scorso lunedì 23 marzo, mentre il NO vinceva al referendum costituzionale e al governo Meloni, in Provincia di Prato è stato firmato un accordo storico tra il sindacato Sudd Cobas, l’azienda che assumerà i nove lavoratori in sciopero dell’ex-stireria … Leggi tutto L'articolo Sudd Cobas: perché quella dell’Alba è una vittoria di importanza storica sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Ricerca scientifica e maternità, una storia americana
Questa vicenda lascia l’amaro in bocca. Non perché racconta di terre rubate, massacri e bombe, ma perché ci svela un ambiente lavorativo che invece di assomigliare a un Olimpo luminoso, come ci si aspetterebbe, ricorda sempre più un’anonima stazione di scambio merci. Entreremo nell’ambito specialistico della ricerca scientifica di base, dove dovremmo incontrare donne e uomini che lavorano per il progresso dell’umanità, che noi, comuni mortali e beneficiari delle loro scoperte, dovremmo stimare e ammirare. Ma che cosa penseremmo se al contrario scoprissimo che alcuni di loro hanno sacrificato la propria umanità sull’altare della conoscenza? E, mi chiedo, è possibile produrre buona ricerca quando si abdica a ogni semplice forma di empatia verso l’altro? Quando tutto viene deformato da cinismo, efficienza, opportunismo? Non erano i grandi scienziati anche grandi umanisti? Che sta succedendo nei meandri della ricerca scientifica? Chi sono le prime vittime? Con queste domande che mi frullano in testa incontro Daniela Punzo PhD, neuroscienziata originaria di Napoli che dopo quasi sei anni di lavoro presso un laboratorio dell’UCI (Università della California, Irvine) si è trovata senza lavoro perché ha avuto la felice (?!) idea di diventare anche mamma. Come sei arrivata a lavorare all’UCI e che cosa ti è successo? Ho studiato bio-tecnologia all’Università Federico II di Napoli e ho concluso il dottorato lavorando in un laboratorio del Policlinico partenopeo nel 2018. La mia ricerca, che è anche la mia tesi di dottorato, riguarda il ruolo che giocano piccoli aminoacidi nel cervello nella regolazione della funzione glutaminergica connessa al fenomeno della schizofrenia. La posizione dominante considera quasi esclusivamente la funzione dopaminergica. Questo studio inserisce un elemento nuovo nella comprensione globale del disturbo psichiatrico. I risultati sono piuttosto promettenti. Inoltre in quegli anni ero divenuta esperta in alcune tecniche di laboratorio e il mio superiore, che mi stimava, mi disse che in un’università californiana cercavano proprio una figura con le mie competenze. Nell’aprile 2019 sono stata assunta con una posizione di post-dottorato all’UCI. Come ti sei trovata nel nuovo posto di lavoro? Lavoravo tra le dieci e le dodici ore al giorno, ma ero contenta. Mi guardi strano, vedo, ma è normale lavorare così tante ore in un laboratorio, perché le procedure richiedono tempi lunghi e grande precisione. Puoi a volte assentarti mentre una macchina lavora, ma devi stare più che attento perché basta un secondo di errore, un minimo ritardo, per buttare tutto a mare – magari un campione su cui stavi lavorando da mesi. Ma il mio lavoro mi piaceva e mi sembrava che anche la direttrice, anche lei napoletana, mi stimasse. Credevo avessimo stabilito una relazione di fiducia, invece era tutto di facciata. Me ne sono accorta nel momento in cui ho comunicato la mia gravidanza e la situazione è precipitata quando mi sono concessa tre mesi di maternità. Mi spettava di più, ma per accontentarla avevo rivisto il mio piano, illudendomi che sarebbe stata contenta. Non lo era, voleva un mese. Mi rendo conto che è il sistema che ti spinge a comportarti così freddamente perché ti lascia intendere che più facilmente verrai premiato. Ci sono regole non scritte e moralmente illegali, che a un certo punto ti impongono la scelta: o stai dentro o stai fuori. Mi vengono i brividi immaginando una donna così poco empatica da non capire l’importanza, a livello psicologico, di trascorrere in serenità i primi momenti di vita del proprio bambino. E non è solo un diritto della donna, lo è di entrambi i genitori. Altro che serenità, ora sto meglio, ma quell’anno mi è venuto un esaurimento nervoso. Al mio rientro in laboratorio, nell’autunno del 2024, non sospettavo ancora niente, pur avendo avuto diversi scambi di email perché spesso collaboravo alla ricerca da casa; però ho notato che c’era un nuovo assunto. Dopo due settimane è arrivata la doccia fredda: non ci sono abbastanza fondi, non possiamo più rinnovarti il contratto. Ero stata scaricata in mezzo alla strada con una bambina di pochi mesi. Per fortuna il mio matrimonio sta funzionando, uno stipendio c’è, con la casa ci aiutano i genitori di mio marito e come ben sai, vendo salumi e formaggi al mercato locale. (Daniela ed io ci siamo conosciute perché mi sono fermata al banco in cui a volte lavora). Ti sei rivolta al sindacato? Sì, e hanno cercato di aiutarmi, ma io non ero iscritta. Perché non ti eri iscritta? Mi dicono che qui ce n’è uno piuttosto battagliero. Quando sono arrivata la direttrice mi ha detto senza tanti giri di parole che lì nessuno faceva parte del sindacato e mi ha consigliato di non iscrivermi. Non so se sia vero, ma io ero entusiasta di lavorare in una grande università americana e soprattutto ero più sprovveduta di oggi, per cui le ho creduto. Hai cercato altre vie per far valere i tuoi diritti? Certo. Ho una causa aperta con l’università, perché non hanno nemmeno rispettato i termini del contratto firmato, ma ormai ho capito che dovrò cedere e accettare un patteggiamento. Con la “scusa” dei fondi mancanti fanno quello che vogliono. Conosci altre storie simili alla tua? L’avvocato del sindacato con cui ho fatto una chiacchierata mi ha raccontato che ero il secondo caso di maternità negata in sei mesi. Personalmente ho assistito a mobbing e nepotismo. Per onestà ti devo dire che ci sono anche casi virtuosi, per esempio un’amica lavora in un laboratorio, sempre all’UCI, il cui il direttore, un americano, è una persona molto umana e rispetta le scelte extra-lavorative. Sostiene i giovani ricercatori come persone, non li vede solo come pedine da usare. Ci sono differenze tra fare ricerca negli Stati Uniti e in Italia? Sì. La più vistosa è il tipo di forma mentis che riceviamo durante l’intero percorso formativo. Mi spiego meglio: in Italia  s’insegna ancora a capire il senso delle procedure e a porsi domande teoriche, per esempio: come mai di alcuni farmaci a base dopaminergica, o dei comuni anti-depressivi, iniziamo a vedere gli effetti solo dopo un certo tempo dall’assunzione? Perché alla dopamina ci si assuefà e ad altre molecole attigue no? È a partire da queste domande che ho formulato la mia prima ipotesi di ricerca. Negli Stati Uniti, un po’ perché i ricercatori arrivano in laboratorio prima di noi, scolasticamente parlando, e un po’ perché gli americani sono molto più pragmatici, s’insegna subito la tecnica che serve e ognuno diventa esperto della procedura, ma sa poco delle domande teoriche che stanno alla base di ciò che sta facendo. Che consiglio vuoi dare ai giovani ricercatori italiani che come te sbarcano pieni di entusiasmo nelle università americane? Certamente di non rinunciare al sogno di fare ricerca e di metterci tutto l’amore che serve, ma di non essere sprovveduti e non cedere di fronte ad atteggiamenti arroganti e irrispettosi. Quando si è giovani e ambiziosi, come ero io e in parte ancora sono, si rischia di non vedere l’intera forma della nostra vita futura e di essere manipolati per questa nostra debolezza, Da quando sono mamma ho capito cose che mai avrei immaginato e sono grata ad Aurora (mia figlia) di essere arrivata nella mia vita. Mi manca tanto la scienza, soprattutto il disquisirne, ma non tornerei indietro. Progetti per il futuro? Sto cercando; mi piacerebbe insegnare, ovviamente scienze.     Marina Serina
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