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LA GIUSTIZIA DEI RICCHI, PERCHÉ LA ‘RIFORMA’ DISTRUGGE L’UGUAGLIANZA TRA I CITTADINI
È appena uscito per i tipi di Altreconomia l’agile e denso volume “La giustizia dei ricchi. Perché la ‘riforma’ distrugge l’uguaglianza tra i cittadini. Le ragioni del NO”, curato dal direttore di Altreconomia Duccio Facchini e la giornalista Federica Alba Di Raimondo. Nell’intervista ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Duccio Facchini spiega che “Il reale intendimento del governo […] è quello di allineare la magistratura a quelli che sono gli intendimenti della politica” e ormai non cerca nemmeno di nasconderlo più di tanto. Il libro contiene molti dati che smontano il modo in cui la propaganda governativa prova a nascondere il fine ultimo della riforma. Sul progetto di separazione delle carriere, Facchini sottolinea ad esempio che “di fatto già le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri sono state separate attraverso […] una legge ordinaria, da ultima la cosiddetta riforma Cartabia.” E sulle posizioni di gran parte dell’avvocatura, che sostiene la riforma perché la separazione delle carriere sarebbe un principio importante del garantismo, Facchini sottolinea che “dobbiamo intenderci su che cosa significhi garantista […] questo garantismo dell’avvocatura, che altro non è che maggiori tutele per i colletti bianchi, si scioglie come neve al sole quando i diritti sono quelli dei manifestanti o di chi è rinchiuso in un CPR.” Nel volume ci sono l’intervento di Enrico Zucca, il pubblico ministero che condusse l’inchiesta per i sopprusi e le violenze contro i manifestanti che dormivano nella scuola Diaz il 21 luglio 2001 durante il controvertice G8 di Genova, e cinque interviste a giuriste-i, magistrate e avvocate: Silvia Albano, Alessandra Algostino, Francesco Pallante, Luca Masera, Francesca Cancellaro. Facchini nell’intervista sottolinea l’intervento di Algostino: “con grande lucidità ha ricostruito quel filo che lega questo intervento riformatore costituzionale con il clima e i provvedimenti che invece vanno a ledere i diritti fondamentali come il diritto al dissenso, i diritti alla manifestazione e quello che troviamo nel decreto sicurezza”. Ascolta l’intervista a Duccio Facchini, autore insieme a Federica Alba Di Raimondo di “La giustizia dei ricchi. Perché la ‘riforma’ distrugge l’uguaglianza tra i cittadini. Le ragioni del NO” edito da Altreconomia.
March 3, 2026
Radio Onda d`Urto
«Sembrano invincibili, ma sono una minoranza». Dall’assemblea No Kings una traccia di futuro.
Verso le undici di domenica mattina, le pareti della sede nazionale di ARCI, a Roma, sono coperte di schiene. Quando prende avvio l’assemblea nazionale del movimento No Kings, la sala è gremita, moltə ascoltano in piedi e l’atmosfera è quella delle grandi occasioni. La discussione si è aperta con un applauso collettivo a Luca Blasi – assessore del Terzo Municipio e attivista – che nei giorni scorsi ha ricevuto un’intimidazione da parte di Forza Nuova. Nelle quattro ore successive si susseguono quasi cinquanta interventi. Generazioni, posture, territori diversi: al microfono si alternano movimenti, sindacati, ONG, associazionismo civico, giuristə, studentə. Tre minuti a testa, moltissime tracce che si intrecciano e si sovrappongono. RE O LIBERTÀ L’atmosfera è tutt’altro che leggera. L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran – ultimo epifenomeno del regime globale di guerra – è lo scenario da cui partono molte analisi. «La guerra non riguarda solo l’Iran, riguarda il mondo», ricorda Luciana Castellina. Con le immagini della distruzione a Teheran che rimbalzano da quarantotto ore, si rafforza una paura diffusa: che l’attuale congiuntura globale sia destinata a consolidarsi. Allo stesso tempo, non c’è spazio per la nostalgia. «Non rimpiangiamo il mondo di prima», precisa con determinazione Christopher dei Municipi sociali di Bologna. L’orizzonte evocato da moltissimə non è abitato dal ritorno del vecchio ordine liberale, ma dalla ricerca di «un’altra possibilità». «Qualcosa di più profondo, più giusto, più avanzato» rispetto agli equilibri istituzionali, politici ed economici travolti dalla torsione autoritaria. NON SOLO UNA PIAZZA: APRIRE UNO SPAZIO Le parole scorrono rapide. Il tavolo di presidenza scandisce con attenzione il ritmo degli interventi. Il 27 e 28 marzo rappresentano il prossimo snodo fondamentale per il movimento: in moltə si interrogano sulle strategie più efficaci per riempire la grande manifestazione romana del 28 – e il concerto della sera precedente – con le vertenze, i conflitti e le insorgenze che attraversano il Paese. La discussione procede fluida. Verso e oltre la piazza che verrà, più voci richiamano l’urgenza di «aprire uno spazio credibile, ampio e accogliente» capace di dare voce a «quella maggioranza di persone spaventate dagli autoritarismi, ma prive di un contesto in cui attivarsi». > Reti, alleanze, convergenze, confederazioni: le parole utilizzate per > prefigurare la messa in relazione dell’eterogenea galassia di persone, > movimenti e associazioni sono molte. Tutte sono attraversate da una tensione > comune: non appiattire le differenze – che esistono e a tratti affiorano – ma > condensarle in un dispositivo collettivo agile nelle regole d’ingaggio e nel > perimetro ideologico, plurale nelle voci che lo compongono e potenzialmente > maggioritario. Come ricorda Antonio dei centri sociali del Nord-Est, le organizzazioni hanno, in definitiva, un unico compito: «favorire le condizioni perché nascano movimenti di massa». La sfida promossa dalle destre globali scuote in profondità la società: non se ne può uscire se non costruendo un contro-immaginario capace di coglierne la portata e ribaltare l’ordine del discorso. Non c’è, ovviamente, alcuna sottovalutazione della torsione autoritaria in corso. Al contrario, il doppio richiamo alla proliferazione normativa in materia di sicurezza e al progressivo irrigidimento del quadro giuridico applicato alle persone in movimento attraversa con insistenza l’assemblea. La compressione degli spazi di agibilità democratica e la normalizzazione dei dispositivi securitari stanno imponendo nuove asimmetrie tra potere e società. Ma proprio questa consapevolezza contribuisce a definire il baricentro della discussione. La posta in gioco non è una difesa testimoniale. Si tratta piuttosto di aprire varchi, creare squarci dentro l’attuale orizzonte politico e simbolico, affinché possano intravedersi – anche solo in controluce – spiragli per un mondo nuovo. Non un rifugio dal presente, ma un progetto capace di disarticolare l’attuale congiuntura e di rendere nuovamente pensabile ciò che oggi appare impronunciabile. ROMPERE LA RASSEGNAZIONE La portata della sfida può apparire spiazzante. Anche per questo diventa incoraggiante provare a ricomporre il quadro delle forze in campo e uscire dall’idea che un compito di tale ampiezza – rifiutare un mondo governato da re e definire la grammatica di un nuovo stare insieme – possa essere assunto esclusivamente dalle cerchie di militantə. Come ricorda più di qualcunə, «il mondo non è fatto solo di kings e attivistə». In mezzo c’è un’enorme platea spaventata dall’autoritarismo globale, ma che fatica a individuare uno spazio politico abitabile. La sfida è precisamente lì: costruire uno spazio in cui quella maggioranza possa riconoscersi.  Sono moltə le persone giovani che prendono parola. Sara, studentə del terzo municipio romano, mette al centro con chiarezza il tema dello spazio di agibilità politica e sociale per la sua generazione. È un nodo che ritorna in più interventi: la percezione di una compressione crescente degli spazi, ma anche la consapevolezza di una forza già espressa, di una soggettività collettiva che sa misurarsi direttamente con il conflitto. > Le mobilitazioni dell’autunno a sostegno della Palestina hanno segnato un > passaggio da cui non si torna indietro. Una generazione si è politicizzata > dentro pratiche inedite e moltitudinarie di disobbedienza.  Lo sciopero studentesco del 5 marzo contro la militarizzazione delle società è indicato come un primo banco di prova. Una tappa di un processo più ampio dentro il decisivo nesso tra guerra, diritto allo studio, precarietà, libertà. Quando l’autoritarismo tocca terra, si innesta in contesti specifici – con le loro storie, economie, geografie – e incrocia comunità indisponibili alla coercizione, possono emergere risposte creative e radicali. È il nodo richiamato dall’intervento di Alessia, attivista del quartiere romano del Quarticciolo. Lì, la mobilitazione non si è limitata a respingere l’impianto securitario predisposto dal governo. Con forza e intelligenza, ha rovesciato l’impostazione, ridisegnando la risposta pubblica a partire dai bisogni diffusi e dalle pratiche già vive nel territorio. Molti interventi si sono soffermati sulla condizione delle persone in movimento. Il Mediterraneo è il laboratorio della nuova offensiva governativa, mentre l’estensione e l’intensificazione della detenzione amministrativa sono il termometro della collocazione subordinata e razzializzata assegnata a queste soggettività nello spazio sociale. Da qui la proposta, condivisa da più voci, di caratterizzare le due giornate di marzo anche sul terreno delle politiche migratorie, assumendole come snodo centrale della sfida alla democrazia in corso. UN MESE DECISIVO È difficile individuare una risultante univoca della discussione, alla luce delle molte tracce emerse e della eterogeneità dei soggetti intervenuti. Forse il punto di convergenza sta proprio nella declinazione al plurale dell’autoritarismo. La posta in gioco non è il ritorno del fascismo nei suoi tratti storici, ma una trasformazione più complessa delle forme del governo globali. Le destre si muovono dentro circuiti transnazionali di accumulazione che alternano cooperazione e competizione, saldando in maniera dinamica e inedita nazionalismo politico e integrazione nei mercati globali. Convince, in questo senso, la scelta di declinare al plurale i Kings e, più in generale, di restituire una rappresentazione non lineare né semplificata della torsione autoritaria, a differenza delle letture più piatte e unidirezionali che circolano in altri contesti. Non solo perché sono molteplici – anche nel campo delle democrazie liberali – coloro che ricorrono in modo spregiudicato a pratiche autoritarie. Ma perché la verticalizzazione del comando si produce dentro una nebulosa di poteri, pubblici e privati, in cui attori come le grandi corporation, a cominciare dai big tech, continuano a svolgere un ruolo decisivo, sviluppando traiettorie non sempre immediatamente leggibili. I Kings hanno una fisionomia più complessa di quella oggi rappresentata dall’orrido ciuffo biondo di Trump o da Meloni. Accanto l’analisi della fase, una parte importante della discussione è stata dedicata alla stesura dell’agenda collettiva delle prossime settimane: c’è un fitto calendario che incombe. Marzo si profila come un mese decisivo. Oltre allo sciopero studentesco del 5, l’8 e il 9 segnano due giornate chiave. Lo sguardo e la pratica transfemminista sono indispensabili per cogliere la posta in gioco: corpi, libertà e relazioni sono il terreno privilegiato dell’offensiva autoritaria. Dalla riuscita di quelle piazze passa un primo accumulo di forza, la possibilità di misurare – e rendere visibile – una soggettività larga, determinata, plurale. Il referendum del 22 e 23 marzo è uno snodo fondamentale. Le ragioni per investire fino in fondo in queste settimane sono insieme tattiche e strategiche. La sfida è enorme, ma contendibile. Molti interventi hanno sottolineato le difficoltà del governo italiano in questa fase, confermate anche dai sondaggi più recenti. > Se il fronte del “No” dovesse prevalere, la portata delle mobilitazioni del 27 > e 28 marzo potrebbe collocarsi su un’altra scala, amplificando l’impatto > politico della piazza. Moltə provano a delineare il percorso con cui > arrivarci: sviluppare assemblee No Kings territoriali e diffuse, radicare il > processo. «Possibilità» è una delle parole richiamate da Valerio, a nome degli spazi romani Acrobax, Casale Garibaldi, Communia ed ESC. L’agibilità di questa parola è il prodotto dell’enorme energia collettiva attivata in autunno e che, in modo carsico, continua a circolare. È una disponibilità diffusa, non sempre organizzata, ma che esiste, a cui dare forma e prospettiva. E allora è davvero possibile attraversare con fiducia questo marzo denso – con la Flotilla pronta a ripartire, un’agenda fitta di appuntamenti e un bisogno diffuso di spazi larghi e plurali – ben oltre la cerchia dellə attivistə, per rompere con l’inerzia e la paura.  La foto di copertina è pubblicata su Globalproject.it SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo «Sembrano invincibili, ma sono una minoranza». 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March 2, 2026
DINAMOpress
Repressioni fantastiche e dove trovarle: perché votare “NO”
Il punto non è la separazione delle carriere. Non è nemmeno il Consiglio superiore della magistratura. Anzi, possiamo arrivare a dire che il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo non riguarda nemmeno la giustizia. Non più di tanto. La riforma – passata per le vie parlamentari a una velocità che non ha precedenti nella storia repubblicana – si presenta al dibattito pubblico italiano come un regolamento di conti, lo scontro finale di una guerra che durerebbe da un trentennio. Più o meno da Mani pulite, a torto a ragione ritenuto evento fondativo dell’era delle ingerenze dei giudici nella politica. Questo elemento c’è, e probabilmente è quello considerato più importante dai sostenitori del “Sì”, insieme alla banale evidenza del fatto che le riforma costituzionali si fanno sempre perché non costano niente. > Mettere mano alla sanità o alle pensioni ha infatti una ricaduta sul bilancio, > con tutti i problemi che ne conseguono. Cambiare la Carta no, vale pochi > spiccioli appena. E però non possiamo non leggere questa riforma nel contesto più generale dell’ingrossamento del codice penale che il governo Meloni porta avanti da quando si è insediato: più reati, più aggravanti, più galera, più facce feroci. Non più polizia però, bizzarramente. Assumere agenti, come sopra, ha un costo, quindi ogni tre che vanno in pensione se ne riprende forse uno. Ma il tema della sicurezza, si sa, è un fatto per lo più di percezione – i reati sono in calo da decenni – quindi la tesi è che basti urlare al cielo che si è pronti a procedere con la massima durezza contro la devianza e la marginalità (i tratti infantili di un sistema che si pretende perfetto) per veder crescere i sondaggi, anche se poi il peso della forza pubblica dispiegabile diminuisce di giorno in giorno. Qualche tempo fa il ministro Nordio ha rivendicato che il famoso decreto rave, a tre anni dalla sua entrata in vigore, non ha prodotto manco una condanna. Sarebbe effetto della deterrenza, secondo lui, ma pensare che dal 2022 in Italia non si facciano più feste “illegali” è un’evidente assurdità, quindi si può concludere che quel reato alla fine si è rivelato inutile. Un altro esempio: lo scudo penale per gli agenti di polizia – cioè la loro iscrizione in un registro diverso da quello dei comuni mortali – non avrebbe cambiato nulla della storia dell’omicidio di Abderrahim Mansouri a Rogoredo. L’assistente capo Carmelo Cinturrino sarebbe stato arrestato lo stesso. > Tutto questo per dire che il problema non è “il come”, ma “il perché”. Giorgia > Meloni ha evidentemente in testa una repubblica diversa da quella (pur molto > imperfetta) che abbiamo adesso e che dovrebbe basarsi sullo strapotere di un > esecutivo che non risponde a nessuno – non al parlamento, non ai giudici, non > agli oppositori, nemmeno alla realtà – se non al popolo che l’ha messo lì. Questo referendum ha un ché di plebiscitario: la maggioranza si è votata da sola un testo da sottoporre [alle e, ndr] agli abitanti della nazione per farselo confermare. Gli ultimi sondaggi, per quel che valgono, ci dicono che il piano potrebbe non funzionare (il Paese pare quantomeno diviso), ma tutto per mesi ha remato in quella direzione: anche la volontà di votare il prima possibile, onde evitare una campagna che avrebbe visto – come in effetti sta vedendo – la pressoché inevitabile rimonta dei contrari. Meno si discute e più si passeggia sereni sulla strada di un consenso costruito a colpi di propaganda. All’inizio, nel quesito referendario, nemmeno erano indicati gli articoli della Carta che cambierebbero (sono sette, non pochi) e lo scopo era sempre lo stesso: sorvolare sul dibattito, evitare le discussioni più complesse, giocare a dire che in fondo non sta succedendo niente. Soltanto una decisione della Cassazione in seguito a un ricorso ha fatto sì che chi andrà a votare potrà anche sapere su cosa lo starà facendo, per la cronaca. > Ma cosa significa separare le carriere dei magistrati requirenti da quelli > giudicanti? Significa sottomettere la giurisdizione al governo. Così è in > tutti i Paesi in cui vige la separazione (con correttivi e accorgimenti di > solito in linea con la storia politica locale), così sarà anche in Italia. Pure se, come dicono i legulei del Sì, questo non sta scritto da nessuna parte nel testo della riforma. Ma anche in Venezuela, per dirne uno qualunque, la magistratura è “autonoma e indipendente”, solo che poi Alberto Trentini lo libera la presidente Delcy Rodriguez, mica il giudice di Caracas. Questa sottoposizione si può fare in maniera semplice, con un tratto di penna. Basta togliere al pubblico ministero il ruolo di coordinamento della polizia giudiziaria. Il vicepremier Tajani ha di recente avuto modo di dire che bisognerebbe proprio farlo. Meloni, all’indomani degli arresti per gli scontri di Torino al corteo per Askatasuna, si era spinta un po’ più in là e aveva fatto lei il capo d’accusa: tentato omicidio. Alla faccia della terzietà del giudice: con quanta serenità d’animo la Gip avrà assunto le decisioni che ha assunto sui fermati, mentre aveva sul collo il fiato pesante di una premier che già aveva deciso qual era la cosa più giusta da fare? La parte della riforma sul Consiglio superiore della magistratura – l’organo di rilievo costituzionale di governo autonomo delle toghe – serve a puntellare questo desiderio di limitare il contropotere della giurisdizione. Sdoppiare il Csm – uno per i giudici e uno per i pm – vuol dire dimezzarne la forza: è aritmetica. Togliergli la competenza disciplinare (una sezione serve proprio a decidere le eventuali sanzioni per i magistrati che, per dolo o negligenza, si comportano in maniera sbagliata) e affidarla a un tribunale speciale – un’Alta corte la cui composizione risulta ancora misteriosa – è rompere l’autonomia di un potere dello Stato. Sorteggiare i consiglieri, infine, è un’umiliazione e basta: persino un tiro di dado vale di più delle idee di chi indossa la toga. > Ma il vero rischio, quello che dovrebbe spaventare sul serio, è che in questo > modo il pubblico ministero assurgerebbe al livello di accusatore senza altro > compito che perseguire i cattivi soggetti. Una falange di 2.000 super > poliziotti che solo quello devono fare: prima punire e poi sorvegliare. Per > paradosso, in una situazione così, un controllo politico finirebbe con > l’essere addirittura auspicabile. E così, pur nella consapevolezza che il sistema giudiziario abbia già da adesso dei tratti inquietanti, che di inchieste sbagliate, di teoremi, di persecuzioni, di processi politici ne esistono a bizzeffe, il futuro che si presenterebbe con una vittoria del Sì appare ancora più fosco. Votare No non è una scelta di conservazione dell’esistente, ma una difesa possibile dei diritti fondamentali. Un passo necessario, non una scelta di vita. Perché lo vediamo tutti i giorni quello che il governo fa e non ci sono motivi per ritenere che, in mezzo a una serie di provvedimenti da Stato di polizia, ce ne sia uno – la riforma costituzionale – che invece è un capolavoro di democrazia e liberalismo. Al contrario, è un passo in più verso l’oppressione totale. La copertina è di Duncan (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Repressioni fantastiche e dove trovarle:<br> perché votare “NO” proviene da DINAMOpress.
February 27, 2026
DINAMOpress
D’Agostino (Giuristi democratici): «La riforma Nordio fa parte della torsione autoritaria in atto»
Il 22 e 23 marzo si voterà per il referendum costituzionale sulla cosiddetta riforma Nordio che, intervenendo su sette articoli della Costituzione, introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri (PM). La riforma prevede l’istituzione di due Consigli superiori della magistratura (CSM) distinti – uno per i giudici e uno per i PM – e la creazione di un’Alta Corte competente per i procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati. L’allontanamento del pubblico ministero dall’ordine giudiziario e il rafforzamento della componente politica nei CSM sollevano forti preoccupazioni rispetto all’autonomia e all’indipendenza della magistratura. Preoccupazioni che si collocano in un contesto politico segnato da evidenti spinte autoritarie, ben rappresentate dal decreto sicurezza recentemente licenziato dal Consiglio dei ministri, che amplia i poteri di polizia, introduce misure di favore sul piano della responsabilità giudiziale delle forze dell’ordine e rafforza ulteriormente le politiche repressive e discriminatorie, in particolare nei confronti delle persone migranti. Per provare a chiarire i nodi critici della riforma e il legame tra questa e l’impianto repressivo e razzista delle politiche governative, abbiamo intervistato Aurora D’Agostino, avvocata penalista e co-presidente di Giuristi Democratici, da anni impegnata sui temi della criminalizzazione del dissenso e con una lunga esperienza nei processi per reati di piazza contro attivistə e manifestanti. A prima vista, la c.d. separazione delle carriere, ovvero tra magistrati in funzione giudicante e pubblici ministeri, sembrerebbe una garanzia coerente con un sistema giudiziario informato ai principi dello Stato di diritto. Dal tuo punto di vista, questa riforma va effettivamente nella direzione di offrire maggiori garanzie a indagatə o imputatə? E quali sono i principali nodi critici, a partire dalla riforma del CSM? Sono in molti a sostenere che la riforma Nordio abbia una funzione di garanzia in senso difensivo e rappresenti un avanzamento dei principi fondamentali del processo accusatorio, a partire dalla parità delle parti e dalla presenza di un giudice realmente “terzo”. Personalmente, però, non condivido questa lettura. Innanzitutto, non credo che la creazione di due CSM separati – uno per i magistrati giudicanti e uno per quelli inquirenti – abbia un effetto “magico” nel riequilibrare il rapporto tra accusa e difesa nelle aule di giustizia. Le questioni in gioco sono ben altre. La parità delle parti processuali non è un dato “culturale”, ma un obiettivo che può e deve essere perseguito attraverso strumenti processuali adeguati e realmente paritari. In un sistema giudiziario in cui il dibattimento – e quindi la formazione della prova davanti al giudice in regime di contraddittorio – è sempre più surclassato dall’uso e dall’abuso dei cosiddetti riti alternativi, come il patteggiamento e il rito abbreviato, appare significativo che il dibattito pubblico resti sostanzialmente silente. Eppure, in questi procedimenti le decisioni si fondano quasi esclusivamente sugli atti contenuti nei fascicoli dell’accusa, senza che nessuno sembri particolarmente scandalizzarsi. Il tema del rapporto promiscuo tra giudici e PM è comunque sentito tra lə avvocatə: non a caso le Camere Penali si sono posizionate a favore della riforma. Secondo te quali sono gli interventi che potrebbero davvero correggere le storture esistenti nel sistema penale e riequilibrare i rapporti tra “accusa” e “difesa”, ovvero tra PM e avvocatə? Credo che ci siano altri terreni su cui porre l’attenzione, se davvero l’interesse è quello di migliorare in senso garantista il processo penale. Partiamo dalla realtà: le prove che le difese e l’accusa portano nelle aule giudiziarie non hanno pari valenza; alle testimonianze degli agenti di polizia giudiziaria è attribuita per legge fede privilegiata. Questo, penso, sia uno degli ostacoli maggiori, sostanziali, alla parità processuale delle parti, soprattutto nei procedimenti che riguardano reati contro la polizia, reati cd. di piazza, ma anche tanti altri determinati da abusi di potere di appartenenti alle forze dell’ordine. Potrei fare molti altri esempi di “privilegio” tecnico della Pubblica Accusa rispetto alla difesa (in tema di deposito liste testi, di prove ulteriori, di sequestro), ma il punto centrale è che a nessuno di quanti si stanno mobilitando per il sì alla riforma Nordio viene neppure in mente di immaginare misure che in concreto vadano quanto meno a temperare la sperequazione strutturale presente nel processo penale tra accusa e difesa. Che non è determinata dalla comunanza delle carriere dei magistrati, né dal fatto che nelle pause di udienza vadano al bar insieme, come sento dire da colleghi che banalizzano il concetto, bensì da norme e procedure. Tra le critiche ricorrenti alla riforma c’è che trasformerebbe i PM in “super-poliziotti”, ovvero che, intaccandone terzietà e imparzialità, attribuirebbe ai PM connotati tipici della polizia più che della magistratura. Dal tuo punto di vista esiste questo rischio? Se sì, per quali ragioni? Il rischio del rafforzamento estremo delle funzioni accusatorie – sintetizzato nel concetto PM-superpoliziotto – c’è eccome. In realtà, già oggi assistiamo a una prassi sempre più diffusa di adagiamento dei magistrati d’accusa alle tesi e proposte della polizia giudiziaria, a volte addirittura senza alcun vaglio critico e giuridico delle fattispecie di reato indicate dalle forze dell’ordine e trascritte de plano nel registro delle notizie di reato e negli atti processuali. In questo momento, poi, credo che sia chiaro al mondo quale direzione sta imboccando la legislazione in materia di “sicurezza” nel nostro Paese, con un governo che rivendica urlando la difesa a oltranza e assoluta degli appartenenti alle forze dell’ordine, al di sopra e al di fuori della legge, con pene spropositate per chiunque sia accusato di reati contro agenti di polizia e scudi penali in loro difesa. Un aggravio di pene e di misure che ha peggiorato sensibilmente un quadro legislativo già largamente schierato a difesa di qualunque abuso di Stato. Personalmente, l’idea del PM sganciato dalla giurisdizione in funzione esclusivamente accusatoria non mi pare affatto rassicurante e non riesco proprio a comprendere come si possa ritenere questo impianto migliorativo delle garanzie del sistema giustizia. Chiunque abbia a che fare con la giustizia penale sa che la polizia giudiziaria gode già nei fatti di una forte autonomia, operando spesso al di fuori del controllo effettivo della Procura. Negli ultimi giorni, però, alcuni esponenti del Governo hanno proposto di sganciare la polizia giudiziaria dalle Procure, quale passo ulteriore nel ridefinire il sistema giudiziario. Come vedi questa possibilità? Che effetti produrrebbe sull’equilibrio del sistema e sulla posizione di chi è indagatə? A me pare che l’ipotesi di sganciare la polizia giudiziaria dal controllo delle Procure non sia affatto compatibile con la Riforma Nordio, che va in tutt’altra direzione e necessita invece di una stretta collaborazione delle forze di polizia. Credo quindi che chi ne parla (non a caso, lo stesso ministro per cui «il diritto vale fino a un certo punto») lo faccia davvero a casaccio. Sono di tutt’altro tenore i messaggi che in questi giorni arrivano martellanti: la polizia fa il suo mestiere e bene, sono i magistrati giudicanti che poi liberano i “delinquenti” (come si è visto anche a Torino). E non a caso, l’orrore giuridico ora contenuto nel decreto legge in via di emanazione in questi giorni, il fermo di polizia per 12 ore di soggetti ritenuti pericolosi dalla polizia in vista di pubbliche manifestazioni, è affidato, a quanto si sa, al solo parere del PM, che ha facoltà di decidere se confermarlo o farlo terminare. Mi pare significativo del rapporto che si vuole instaurare e delle tutele che si vogliono negare. Di più, va considerato che in tutti i Paesi che hanno adottato il sistema introdotto dalla Riforma Nordio, il PM segue, o esegue, le direttive dell’esecutivo. La riforma costituzionale cade nel pieno di una torsione autoritaria. Che rapporto c’è tra la riforma dell’ordinamento giudiziario e le varie riforme che si sono succedute in materia di migrazioni, periferie e criminalizzazione del dissenso? Detta altrimenti, quali ricadute può avere la riforma costituzionale sulle categorie colpite dalle politiche repressive e razziste del governo? La riforma Nordio è parte integrante e necessaria della torsione autoritaria in atto e lo rivelano inequivocabilmente i continui richiami che le forze politiche al governo rivolgono contro la magistratura che non “esegue gli ordini” impartiti per legge in materia di immigrazione, periferie, repressione del dissenso. A partire dalle deportazioni in Albania, bloccate dai provvedimenti giudiziali che ne hanno evidenziato l’illegittimità, per arrivare, oggi, alle misure detentive negate a carico dei manifestanti arrestati a Torino. Il sogno di questo governo, in linea con quello di Trump, è quello di scardinare definitivamente il sistema delle tutele conquistato nel nostro Paese, e per realizzarlo vuole magistrati obbedienti e PM d’assalto. Per controllare la situazione, c’è bisogno di renderli docili, demotivati, ricattabili e impotenti; a questo serve l’estrazione a sorte dei componenti dei due CSM previsti dalla riforma. Guarda caso, solo per “i membri laici” il sistema dell’estrazione è “temperato”, perché avviene tra una rosa di nomi indicati dal Parlamento (quindi, dalla maggioranza). Insomma, poco a caso. Ma c’è un altro aspetto inquietante e che marcia di pari passo all’operazione “debilitazione e controllo” della magistratura: quello della crescente abolizione delle tutele giudiziali. Ne abbiamo visto un anticipo nell’ultima legge sicurezza approvata, con gli sfratti di polizia (convalidati giudizialmente a posteriori); oggi si parla di altri disegni di legge e decreti legge in materia di sicurezza che ne estenderebbero l’applicabilità non solo alle prime case, ma di fatto a tutte le “occupazioni senza titolo”; ma aggiungiamoci, anche nell’area civilistica, le proposte di legge in materia di recupero crediti professionali o degli sfratti per morosità mediante intimazione diretta, senza passare dal giudice, che interverrà quindi solo se il debitore o lo sfrattando riuscirà a fare opposizione in tempo utile. Insomma, abolizione progressive delle tutele, che diventano non la regola, ma un’eventualità. Credere alla volontà di combattere il familismo delle correnti della magistratura da parte di un governo campione in amichettismo, mi si permetta, è davvero un’ingenuità che rischiamo di pagare cara. E a proposito di costi, chiudo con un accenno alla spesa che la triplicazione degli organismi di vertice e disciplina previsti dalla riforma comporterà: un solo CSM ci costa circa 50 milioni di euro l’anno; mantenerne tre (CSM giudicanti, CSM requirenti e Alta Corte di Disciplina) avrà un peso non indifferente. Con 100 milioni di euro l’anno in più per il sistema giustizia, penso si potrebbe fare di molto meglio per i cittadini che, volenti o nolenti, frequentano le aule di tribunale, perché di loro ci dovremmo occupare prioritariamente. La copertina è di Istvan (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo D’Agostino (Giuristi democratici): «La riforma Nordio fa parte della torsione autoritaria in atto» proviene da DINAMOpress.
February 11, 2026
DINAMOpress
REFERENDUM GIUSTIZIA: LE RAGIONI DEL NO. “E’ LA PRIMA VOLTA CHE IL POTERE ESECUTIVO LIMITA IL RUOLO DEL POTERE GIUDIZIARIO”
La Fondazione Clementina Calzari Trebeschi venerdì 6 febbraio presso il Teatro S. Afra di Brescia ha organizzato il dibattito “REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA-Le ragioni del NO”. Sono intervenuti Gian Luigi Gatta dell’Università degli Studi di Milano e Enrico Grosso dell’Università degli Studi di Torino. L’incontro è stato moderato da Paola Parolari dell’Università degli Studi di Brescia e si è tenuto in collaborazione con Giusto dire NO- Comitato del distretto di Brescia, Associazione Nazionale Magistrati, Fondazione Luigi Micheletti, A.N.P.I. e Odradek XXI. Presentato come un voto tecnico sulla separazione delle carriere dei magistrati, il referendum sulla riforma della giustizia investe in realtà nodi centrali dello Stato di diritto. In gioco non c’è solo l’assetto dell’ordinamento giudiziario, ma l’effettiva autonomia e indipendenza della magistratura. Il referendum interviene su diversi articoli della Costituzione (87, 102, 104, 105, 106, 107, 110) e prevede l’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura (CSM), uno per la magistratura giudicante (i giudici), uno per quella requirente (i pubblici ministeri che sostengono l’accusa) al posto di un CSM unico per tutti i magistrati. Si vuole introdurre l’estrazione a sorte, anziche’ l’elezione, dei loro componenti con modalita’ differenti tra magistrati e membri laici e la creazione di un’Alta Corte disciplinare per i soli magistrati ordinari, togliendo quindi il potere disciplinare al CSM. Secondo il Comitato”Giusto dire No”, tra gli organizzatori dell’incontro, è la prima volta che il potere esecutivo decide di limitare profondamente il ruolo del potere giudiziario. Di fatto la politica tenta di ridimensionere l’autonomia della magistratura rendendo meno efficace la sua opera di bilanciamento e controllo. La riforma ha un altro primato: è la prima volta che una riforma costituzionale è approvata in tempi cosi’ veloci senza un dibattito approfondito. Quella che si terrà il 22 e 23 marzo sara’ la quinta volta che il corpo elettorale viene chiamato ad esprimersi sopra una riforma costituzionale votata dal parlamento, e cosa molto importante, non necessita di quorum per essere valido. Secondo il sondaggio Euromedia diffuso martedi 10 febbraio il SI è dato al 46.6%, il NO al 42,2%, l’11,1% degli intervistati non sa rispondere. Di seguito l’audio dei due relatori all’incontro che si è tenuto venerdi 6 febbraio a Brescia. Enrico Grosso- Professore ordinario di diritto costituzionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino Ascolta o scarica Gian Luigi Gatta Professore di Diritto penale nell’Università degli Studi di Milano nel Corso di laurea in Giurisprudenza dove è Direttore del Dipartimento di Scienze Giuridiche “Cesare Beccaria”.  Ascolta o scarica  Proprio nella giornata di venerdi 6 febbraio la Corte di Cassazione ha accolto il nuovo quesito per il referendum sulla riforma della Giustizia, nella versione formulata dai 15 giuristi promotori dell’iniziativa per il no firmata da oltre 500 mila cittadini. Il quesito originario recitava: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’ approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?”. Nella nuova formulazione vengono indicati con precisione gli articoli della Costituzione oggetto di modifica: “Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare?'”.
February 10, 2026
Radio Onda d`Urto
Suvvia, diamo il Nobel per la pace a Giorgia e finiamola lì
Non raccontiamoci storie. A marzo non andremo a votare, come è scritto sulle schede, sulla separazione delle carriere giudiziarie e sull’estrazione a sorte dei CSM, ma se restare uno Stato europeo indipendente o diventare una colonia di Trump. Non che nel referendum non siano in gioco cose importanti come autonomia della Magistratura e il bilanciamento dei poteri, ma la partita è un’altra e va posta in primo piano con la brutta aria che tira nel mondo. MELONI E TRUMP: L’ALTALENA Decideremo a marzo (per quel poco o molto che possiamo) cosa succede: se cedere al delirante autocrate statunitense, che so, la Sicilia, così strategica per il controllo del Mediterraneo quanto la Groenlandia per le rotte artiche, se svendere i nostri asset turistici (molto altro non ci rimane) a Blackrock e quali altre patenti di legittimità regalare ai capricci di The Donald e alla Donroe Doctrine. Decideremo in una situazione assai brutta e tuttavia brutta non solo per noi – intendo per chi si oppone a tutto questo sia pure in modo caotico e irresoluto. Perché anche il fascio-sovranismo italiano, con i suoi compagni di merenda europei, non se la passa proprio bene. Tralasciamo al momento l’indignazione e lo sgomento per il servilismo di un governo Meloni schierato da subito – anzi, prima che subito – con l’incursione trumpiana, cui ha riconosciuto legittimità e addirittura carattere difensivo contro misteriosi atti di guerra ibrida da parte del Venezuela (sic!), osservando piuttosto il modo balordo e sprovveduto con cui tale servilismo si è appalesato. L’astutissima Sorella d’Italia, che furba può sembrare solo se commisurata alla sciamannata compagnia di giro dei suoi quadri e sostenitori e alla sua volenterosa ma disarmante antagonista Elly Schlein, si è precipitata prima a baciare il culo (cit. Trump) in gran fretta, senza aspettare gli altri leader europei e fornendo giustificazioni troppo rapidamente disattivate dalla franchezza rude del tycoon, poi ha dovuto fare una leggera marcia indietro per adeguarsi al passo più esitante della maggioranza von der Leyen con cui non vuole rompere, infine ha rumorosamente sponsorizzato la candidatura Machado (di nuovo senza coordinarsi né con lo sciagurato duo Ursula e Kaja né, ben più grave, con Donald). Ha cioè ripetuto lo schema della prosternazione ai piedi di Biden senza calcolare che i tempi e il rito erano cambiati. Infatti Trump non esige più giustificazioni di ordine pseudo-logico e pseudo-universalistico e se ne fotte di figure dell’opposizione anti-chavista di incerta popolarità e, per di più, di chi gli ha soffiato il Nobel 2025 e pregiudicato quello per il 2026. Da pontiera fra Usa ed Europa Meloni si è ritrovata, da un giorno all’altro, a patrocinare l’unione nazionale per la celebrazione di una messa in suffragio delle sfortunate ragazze e degli sfortunati ragazzi morti nel rogo di Cras-Montana. Del resto, era ben difficile capeggiare una coalizione di Stati sovranisti e farli accordare con gli Usa nel momento in cui Trump proclamava il primato della sovranità Usa rispetto alle altre sovranità nazionali – non solo in Venezuela, Cuba, Brasile e Colombia, ma perfino sulla Groenlandia danese. > La (cautissima) retromarcia rispetto alle pretese su un territorio collegato a > Ue e Nato era inevitabile e Meloni ha rapidamente indossato le penne di > Calimero. Machado è scomparsa dall’orizzonte. Nel contempo si è schierata sull’Ucraina a fianco dei “volenterosi”, con il piccolo dettaglio che alla presa di posizione non corrisponde alcun contenuto reale, dato che 1) l’impegno a schierare una forza europea multilaterale per garantire la pace è vanificato dal fermissimo rifiuto della Russia di chiudere un accordo a quelle condizioni, 2) che comunque Meloni non manderebbe nessun soldato sul suolo ucraino. Dunque, di che si sta a parlare? Di cosa fare dopo una pace che non c’è e non dipende dall’Europa? Più astuto Orbán si era limitato a dirsi d’accordo con Trump – e con tutte le sue svolte successive, “protezione” della vice-Presidente double face Delcy Rodríguez compresa. Più abile tatticamente Salvini, che si è riservato il giudizio sul golpe per non compromettersi e approfittare in futuro delle scivolate di Meloni. Irrilevante Tajani, as usual. UN CAMBIO DI PASSO EPOCALE In ogni caso, da quella notte fra il 2 e il 3 di gennaio tutta la scena è cambiata in maniera irreversibile o, per meglio dire, le grandi strategie globali sono state ridefinite in modo perentorio, a tutto sfavore dei residui balbettamenti globalisti neoliberali di stampo euro-atlantista. Potremmo richiamare alla mente quel 31 dicembre 1502 a Senigallia quando Cesare Borgia convocò, con ingannevoli trattative, i suoi nemici Francesco e Pagolo Orsini, Oliverotto da Fermo e Vitellozzo Vitelli, affidandoli poi alle cure del suo strangolatore professionale don Michele Corrella. Operazione speciale ai danni di congiurati e massacratori incalliti, passata alla storia per la partecipazione diplomatica all’evento e le considerazioni storiografiche a caldo di un cronista d’eccezione, Niccolò Machiavelli, che ne trasse asciutti insegnamenti sul pragmatismo politico senza troppo attardarsi in deplorazioni sul diritto internazionale violato (tale era in Italia l’equilibrio laurenziano fino allora vigente) e la validità delle promesse. Nulla di inedito, quindi, bensì sicuramente l’avvio di una fase politica nuova in cui le regole del gioco sono cambiate e occorre tenerne conto. Non sarebbe male, appunto, adeguare le strategie di lotta al regime di guerra sfacciatamente imposto su scala internazionale e applicato, in piccolo, anche nella rissosa aiola italiana. Tenendo in conto che, in luogo di Machiavelli, abbiamo nei campi opposti, Fazzolari e Schlein, senza dimenticare l’Elefantino mannaro del “Foglio”. FRAMMENTI DI STRATEGIA Nondimeno qualche ideuzza potremmo farcela venire, considerando in primo luogo che la politica internazionale, come ha osservato Sandro Mezzadra, è diventata parte integrante e preminente di ogni programma politico e che cercare di occultarlo, come fa Meloni in tutte le sue povere scelte, è una squallida astuzia per mettere fuori strada gli avversari. La più grande astuzia del diavolo è di far credere che non esiste. Afferrando i rischi che corre nella complicata stretta fra colonialismo effettuale Usa e colonialismo velleitario Ue (non tutti i bianchi suprematisti hanno la stessa sfumatura pantone e gli stessi sistemi satellitari e missilistici), la nostra Presidente del Consiglio cerca di spiegarci (contro ogni evidenza) che il referendum verte su meri contenuti tecnici e di buon senso, pretende che dissiperà gli errori giudiziari e l’ingerenza dei magistrati nelle vicende politiche, che scioglierà gli enigmi di Garlasco e restituirà una sana famiglia naturale ai bambini nel bosco e soprattutto che la tenuta del suo governo non avrebbe nulla a che vedere con l’esito del referendum – cioè nessuno la schioderà da Palazzo Chigi, mica è sciocca come Renzi. > Favole per babbioni. In realtà Meloni è in una fase di difficoltà proprio sul > punto su cui ha costruito non tanto il suo consenso quanto il suo spazio > politico: la collocazione internazionale. Il che significa che può continuare > a prendere voti nel medio periodo, ma viene meno la sua ragione oggettiva > d’essere, cioè la doppia e simultanea rappresentanza di Trump e del sovranismo > europeo nel loro punto di equilibrio. Equilibri sin dall’inizio instabile, ma che ora si sta palesemente rompendo e il tentativo di rilanciarlo con l’infelice sortita sulla candidatura Machado alla leadership in Venezuela dimostra soltanto che Meloni non ha colto la svolta trumpiana e si è scollata dalla logica permutativa di un declinante imperialismo predatorio senza qualità (ovvero di sponda e senza egemonia), che corrisponde a una chiusura arrighiana di ciclo nella finanziarizzazione estrema. E allora diamoglielo questo Nobel per la pace a Meloni, sia perché si attaglia benissimo alla dimensione “surreale” in cui si muove oggi la politica (di cui ogni strategia deve “realisticamente” prendere atto) sia perché il ruolo di Meloni ricalca quello di Machado, ovvero di chi ha perso le carte dopo aver suscitato l’entusiasmo fuori tempo di una destra provinciale ormai marginale rispetto alla logica di puro dominio della destra dominante nel Paese guida d’area. Quando i giochi si fanno duri, escono i secondi dal ring e Meloni (ma anche Kallas e von der Leyen) rotolano fuori scena ed è il momento di attaccarli. Tanto più che, sul piano nazionale, questo è l’anno in cui si esauriranno i flussi esterni del Pnrr e verranno al pettine tutti i nodi della politica di austerità adottata nell’ultima finanziaria, con i primi effetti che la rimodulazione di tasse e accise sta producendo sul carrello della spesa e con il declino industriale di cui Stellantis e Ilva sono i nomi più vistosi. Diamole ‘sta botta a Giorgia, the time is now. Il referendum è il primo atto dello scontro e una sconfitta comprometterebbe seriamente gli sforzi meloniani per tenere insieme una coalizione divergente, che ormai ha solidi agganci fuori d’Italia, e per puntellare con la prossima finanziaria a debito un consenso destinato a calare. Sempre che l’opposizione si accorgesse che primarie e campi larghi e stretti non sono proprio il piatto forte nello scenario di crisi e guerra che sta imperversando nel mondo. Fonte della copertina Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Suvvia, diamo il Nobel per la pace a Giorgia e finiamola lì proviene da DINAMOpress.
January 8, 2026
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