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Nei Paesi del G7 il debito pubblico sta crescendo a ritmo incessante
L’attuale scenario internazionale segnato da guerre, crisi energetica e voracità di capitali per finanziare la corsa all’IA presenta l’ennesimo conto economico: la crescita incessante del debito pubblico. Gli Stati Uniti hanno appena superato la soglia record dei 40mila miliardi di dollari. E non va meglio per le altre economie del G7, a partire dall’Italia, su cui grava un debito pubblico pari a 3.207 miliardi di euro. All’orizzonte, almeno per il momento, non si profilano cambi di rotta, con i tassi di interesse sul debito — i famosi rendimenti — protagonisti di una corsa globale al rialzo. L’aumento dei rendimenti è lo strumento al quale i governi si rivolgono per spingere gli investitori a sfidare l’incertezza internazionale e comprare i propri titoli di Stato: debito per finanziare altro debito. Dopo anni segnati dall’austerità e da una generale tendenza a contrarre la spesa pubblica, sottofinanziando settori cruciali quali la sanità e l’istruzione, i Paesi del G7 sono tornati a premere sul pedale del debito pubblico. Non per finanziare la spesa sociale, ma per far fronte alla corsa al riarmo (tutti i Paesi del G7, tranne il Giappone, fanno parte della NATO e di recente hanno assunto nuovi impegni di spesa militare) nonché per provare a mettere una toppa alla crisi energetica innescata dall’aggressione israelo-americana all’Iran. A ciò si aggiunge la ricerca di nuovi investimenti per essere competitivi nel settore dell’IA, tra sviluppo di software e realizzazione della rete infrastrutturale che passa per i discussi data center. I primi a pagare il conto delle incertezze internazionali sono gli Stati Uniti, il cui debito pubblico ha raggiunto la soglia record dei 40mila miliardi di dollari, pari al 125,8% del Prodotto Interno Lordo (PIL). Maya MacGuineas, presidente dell’ong Committee for a Responsible Federal Budget, ha dichiarato: «il debito pubblico lordo è raddoppiato negli ultimi dieci anni. In meno di vent’anni si è quadruplicato». Solo negli ultimi cinque mesi ha compiuto il salto dai 39 ai 40mila miliardi di dollari. Per finanziare il debito, il Tesoro americano ha emesso nuovi titoli di Stato, con rendimenti da record, pari al 5,3 per cento, il livello più alto degli ultimi 20 anni. Gli elevati tassi di interesse servono a superare le rimostranze degli investitori, che di fronte a scenari così incerti tendono a prestare meno il proprio denaro, preferendo la liquidità. Per risultare competitive rispetto agli USA, anche le altre economie del G7 hanno alzato i rendimenti dei propri titoli di Stato. Al costo del debito in sé si aggiunge dunque quello degli interessi. Negli USA gli interessi annuali sul debito valgono 1.200 miliardi di dollari ed entro la fine del 2026 potrebbero raggiungere la soglia dei 1.400 miliardi. Secondo uno studio del Sole 24 Ore, quest’anno i Paesi del G7 spenderanno circa 2mila miliardi di dollari soltanto per pagare gli interessi sul debito. Dopo gli Stati Uniti, con un fardello da 144 miliardi, si posiziona il Regno Unito. A Londra il debito pubblico ammonta a 2.980 miliardi di sterline, pari al 94% del PIL, in aumento di circa 100 miliardi rispetto al 2025. Nella classifica dei Paesi G7 colpiti dalla crescente pressione sugli interessi l’Italia si posiziona terza, con la sua spesa annuale fissata a 111 miliardi di euro. A giugno, il nostro Paese ha raggiunto un nuovo massimo storico per il debito pubblico, pari a 3.207 miliardi di euro, 135 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Entro la fine dell’anno, il rapporto tra debito pubblico e PIL dovrebbe attestarsi al 138,6%, il valore più alto dell’Unione europea. The post Nei Paesi del G7 il debito pubblico sta crescendo a ritmo incessante appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 24, 2026
L'INDIPENDENTE
Pornografia geopolitica
Come l’accordo USA-Iran è diventato l’ennesimo racconto seriale mentre la guerra continua a Gaza, in Libano e in Cisgiordania La firma è imminente. La firma è saltata. La firma è rinviata. La firma è vicina. Anzi, no, la firma è sospesa. E la Svizzera può attendere. Da giorni il racconto dell’accordo tra Stati Uniti e Iran procede come una serie televisiva costruita attorno all’attesa del prossimo episodio. Nel frattempo, Gaza continua a contare i morti, il Libano continua a essere bombardato e la Cisgiordania continua a essere smantellata pezzo dopo pezzo. È la pornografia geopolitica del nostro tempo: la trasformazione dell’incertezza in spettacolo e della crisi in prodotto di consumo mediatico. Così, mentre analisti e commentatori cercavano di interpretare ogni segnale come decisivo, la realtà sul terreno ha continuato a seguire una traiettoria diversa. In Libano, dove gli attacchi israeliani sono proseguiti malgrado il “cessate il fuoco”, le dichiarazioni del ministro della Difesa Israel Katz, secondo il quale l’esercito non lascerà la cosiddetta “zona di sicurezza” nel Libano meridionale, dalla costa fino all’area della fortezza di Beaufort, indicano una volontà di consolidare la presenza militare nel sud del paese. A Gaza, la guerra ha ridotto la Striscia a una distesa di macerie. La devastazione è sistemica e la crisi umanitaria permanente mette a rischio la vita dei sopravvissuti. Non è possibile nemmeno pescare a pochi metri dalla riva senza diventare bersaglio. Secondo diverse fonti internazionali, oltre mille palestinesi sono stati uccisi dall’inizio del cosiddetto cessate il fuoco. Dal 7 ottobre 2023 le vittime sono ormai oltre 75.000. Numeri che, secondo studi scientifici come quelli pubblicati su The Lancet, potrebbero essere significativamente più alti se si considerano anche morti indirette e feriti. Anche la Cisgiordania continua a registrare un’escalation spesso oscurata dall’attenzione concentrata su Gaza. Negli ultimi giorni si sono moltiplicati attacchi di coloni, incendi e devastazioni contro comunità palestinesi, comprese località a presenza cristiana. Interi villaggi sono stati oggetto di aggressioni, distruzioni e intimidazioni. A conferma della continuità di questa dinamica, il 19 giugno le forze israeliane hanno fatto irruzione nel campo profughi di Aida, alle porte di Betlemme, dispiegandosi in diversi quartieri e conducendo perquisizioni. Nelle stesse ore, coloni israeliani hanno attaccato un’abitazione nel villaggio di Kifl Haris, a nord di Salfit, danneggiando diversi veicoli. Più che episodi isolati, questi eventi si inseriscono in un processo più ampio di frammentazione territoriale e pressione costante sulla popolazione palestinese della Cisgiordania. Se Gaza rappresenta la dimensione più visibile della guerra, la Cisgiordania ne costituisce quella più silenziosa: una trasformazione quotidiana del territorio che procede anche quando i riflettori internazionali sono altrove. È dentro questa cornice che dovrebbe essere valutato l’accordo. Non in un vuoto geopolitico. Hormuz e il limite della de-escalation L’intesa nasce attorno allo Stretto di Hormuz e alla necessità di evitare un’escalation diretta tra Washington e Teheran. Una prima riattivazione del traffico nello Stretto è in corso, ma si tratta di un passaggio ancora parziale e rigidamente controllato, lontano da una reale normalizzazione delle rotte commerciali. Più che una riapertura, una decongestione temporanea e reversibile del nodo strategico. Una de-escalation non coincide necessariamente con una pace. Può semplicemente significare che due attori decidono di non combattersi direttamente mentre altri conflitti continuano a espandersi. Uno dei limiti più evidenti dell’accordo è che il principale fattore di instabilità regionale non è parte dell’intesa. Israele non è vincolato dai suoi termini. Se le dichiarazioni di Katz riflettono una linea strategica destinata a consolidarsi, siamo di fronte a una realtà che va nella direzione opposta rispetto alla narrativa della pacificazione regionale. L’accordo potrebbe quindi stabilizzare un fronte senza incidere sugli altri. Anche sul versante iraniano l’immagine di una trattativa lineare appare fuorviante. I cosiddetti “falchi” non rappresentano una corrente politica, ma una componente strutturale dell’architettura di potere della Repubblica islamica. Parlare di “falchi” come se si trattasse di una deviazione interna semplifica una realtà più complessa. Se questa categoria viene ammessa per l’Iran, dovrebbe essere applicata con coerenza anche ad altri contesti, incluso quello israeliano, dove il governo si fonda su componenti messianiche, ultranazionaliste e a forte impronta teologico-politica, al punto che in questi giorni la Highway 60 è stata ribattezzata “Biblical Highway”, un gesto che intreccia infrastrutture e teologia fino a rendere il paesaggio una dichiarazione politico-identitaria. Questa asimmetria nel linguaggio e nella costruzione delle notizie non è neutra: contribuisce a costruire una narrazione distorta del conflitto. Ne deriva un quadro analitico semplificato, che rende ogni previsione fragile e spesso fuorviante. Évian e la memoria delle crisi irrisolte Nessuno ci ha fatto caso, perché la storia non è più maestra né compagna, ma non è irrilevante che il G7 si sia riunito a Évian. Nel 1938 la città ospitò la conferenza internazionale convocata per affrontare la crisi dei rifugiati ebrei in fuga dalla Germania nazista. La maggior parte degli Stati presenti riconobbe l’esistenza del problema, ma non riuscì a trasformarlo in una risposta condivisa. Nel 1962, invece, Évian divenne il luogo degli accordi che posero fine alla guerra d’Algeria. Due memorie opposte: l’impotenza politica di fronte a una crisi umanitaria e la capacità di chiudere un conflitto coloniale. Oggi il nome Évian torna sullo sfondo di una nuova crisi internazionale. Nel 1938 gli Stati non riuscirono a mettersi d’accordo sulle quote di accoglienza. Oggi faticano a trovare una posizione comune su sanzioni, pressioni diplomatiche e strumenti di intervento. La differenza non è l’assenza di potere, ma la sua frammentazione. Il problema delle analisi istantanee Forse la lezione più importante di questi giorni riguarda il nostro modo di raccontare la politica internazionale: troppo spesso si cerca di leggere ogni sviluppo come se fosse definitivo. Una dichiarazione diventa una svolta; un incontro una soluzione; un rinvio un fallimento. Ma le crisi contemporanee non funzionano così. Sono sistemi complessi, attraversati da attori molteplici, interessi divergenti e livelli di conflitto sovrapposti. Pretendere di descriverle minuto per minuto con la sicurezza di una cronaca sportiva significa alimentare la polarizzazione e produrre l’illusione della comprensione. Più aumenta il volume delle analisi istantanee, meno comprendiamo ciò che accade davvero. L’attenzione si concentra sull’evento che potrebbe accadere domani, mentre passa in secondo piano ciò che sta accadendo oggi. È qui che la geopolitica rischia di trasformarsi in un dispositivo diverso dall’analisi: in una forma di pornografia geopolitica, dove la crisi viene continuamente riorganizzata come sequenza di suspense, attese e svolte che orientano lo sguardo più che la comprensione. L’opacità non riguarda soltanto il contenuto dell’accordo. Riguarda il suo oggetto. Se una presunta de-escalation tra Washington e Teheran procede mentre il Libano continua a essere bombardato, Gaza continua a contare morti e la Cisgiordania conosce nuove incursioni e violenze, la domanda non è quanto sia solido l’accordo, ma quale conflitto stia davvero cercando di fermare.   Alessandra Filippi
June 20, 2026
Pressenza
Usa-Iran. Una firma, tanti sconfitti e qualche nemico
Una seconda firma digitale, per ora – in attesa di quella fisica prevista per domani in Svizzera -, certifica un testo del “memorandum of understanding” che era stato in varia misura smentito e corretto da entrambe le parti fino all’ultimo momento. Lasciando così molto margine al dubbio sull’attivazione dei soliti […] L'articolo Usa-Iran. Una firma, tanti sconfitti e qualche nemico su Contropiano.
June 18, 2026
Contropiano
La gabbia di Ginevra
Dopo la manifestazione contro il G7, centinaia di persone accerchiate per tutta la notte dalla polizia, identificate una a una e trattenute senza distinzione tra manifestanti, giornalisti, famiglie e semplici …
GINEVRA: DECINE DI MIGLIAIA IN PIAZZA CONTRO IL G7. SCONTRI CON LA POLIZIA
Domenica 14 giugno 2026 decine di migliaia di persone hanno dato vita a un’imponente manifestazione contro il G7 a Ginevra, in Svizzera, vista l’impossibilità di arrivare nella blindatissima Évian-les-Bains (una quarantina di km a est, sulla sponda francese del lago Lemàno) dove – dal 15 al 20 giugno – si svolge il vertice. Il corteo si è diretto verso la sede dell’Onu di Ginevra. A questo punto sono iniziati intensi scontri con la polizia che sono andati avanti fino a tarda sera tra lanci di oggetti, barricate e lanci di lacrimogeni. La polizia, poi, ha accerchiato e tenuto immobilizzate per ore centinaia di persone in una piazza della città. Su Radio Onda d’Urto è intervenuta per raccontare la giornata di lotta, Sonia Frisco, attivista del collettivo “La grève féministe” di Ginevra. Ascolta o scarica.
June 15, 2026
Radio Onda d`Urto
A Iran, fatte menà…
I membri del G7 – Stati Uniti. Gran Bretagna, Francia, Germania, Canada, Giappone, Italia – dopo tre settimane di meditazione hanno rilasciato la seguente dichiarazione: “Condanniamo con la massima fermezza gli irresponsabili attacchi del regime contro i civili e le infrastrutture civili, incluse le infrastrutture energetiche, in Bahrein, Kuwait, Oman, […] L'articolo A Iran, fatte menà… su Contropiano.
March 22, 2026
Contropiano