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Cosa fare?
-------------------------------------------------------------------------------- C’è sempre tanto da fare nella Tenda di supporto psicologico organizzata da SOS Gaza nel campo profughi di Khan Yunis, nella parte meridionale della Striscia di Gaza -------------------------------------------------------------------------------- Non so se ti senti come me, ma ci provo lo stesso. Leggi le notizie anche oggi come ogni giorno o quasi. Ovvero, con la stessa attenzione e un seppur minimo quantitativo di speranza di trovarvi qualcosa di nuovo, diverso, unico. Che possa in qualche modo alimentare la possibilità di un orizzonte difficile, diciamolo. Tuttavia, da quando hai memoria – malgrado quest’ultima cominci a perdere colpi – giungi ancora una volta alla medesima conclusione: le cose sembrano andare sempre peggio. Da cui, frustrazione, indignazione, rabbia, mestizia, insomma, il solito miscuglio con cui non vorresti mai iniziare la giornata. Nel concreto, l’attuale scenario in ordine sparso: quella gang criminale che ha creato Trump per Gaza sta vedendo la luce, e che fa il nostro Paese? L’osservatore, sì, vai! Il ruolo di una vita, ancora lì a guardare e applaudire, a sostenere e omaggiare il bullo di turno. Oramai non ci si limita più a salire sul carro del vincitore: si monta su quello più grosso in ogni caso, male che va ti difende comunque, no? Non è questo il senso della nostrana posizione nel mondo? Restare al riparo da ogni cosa, soprattutto dalla Costituzione e più che mai dalla nostra coscienza. E ancora frustrazione, indignazione, rabbia, mestizia… Si avvicina il Referendum sulla giustizia, si legga pure come la minaccia di un’ennesima porcata governativa, e nonostante l’oscillazione dei sondaggi, senti di non avere alcuna fiducia che venga arrestata. Anche perché ne sono andate in porto molte altre senza colpo ferire. E il miscuglio di cui sopra ribolle, già, lo so. Leggi del “solito” femminicidio che ormai è amaramente immancabile come l’oroscopo del giorno. Accade lo stesso con i naufragi delle persone migranti, anche se per ora hanno perso appeal nelle prime pagine. Ma vedrai come ritornano in auge con le elezioni alle porte, assieme ai “crimini degli stranieri” e al terrorismo di “chiara matrice islamica”. E di nuovo frustrazione, indignazione, rabbia, mestizia e anche un po’ di atavica stanchezza… Altrettanto presenti sono le notizie sul folle maltempo che imperversa ovunque, sconvolgendo luoghi e vite umane, ma ce ne fosse una che si ricorda di citare quei famigerati cambiamenti climatici e soprattutto le loro cause, ovvero quella parte di noi che sta inconsapevolmente alimentando la collera di una natura feroce e vendicativa. Forse anche lei prova frustrazione, indignazione, rabbia e mestizia, ma di sicuro la sua stanchezza è indiscutibile. Infine, scandagli a fondo le diverse narrazioni della stampa alla sfrenata ricerca di una voce, forte e autorevole, che ci rappresenti e prenda puntualmente e pubblicamente posizione dalla parte giusta della Storia e ti rammenti che trattasi di azione vana ormai da un po’. Allora ti attacchi alle uniche buone notizie che ti offre il mercato dell’attualità, mi riferisco alle sentenze a favore della Sea Watch e del cittadino algerino illegalmente trasferito in Albania. Ma se ripensi all’inarrestabile conta delle vittime di questo atroce crimine contro l’umanità più vulnerabile, il conforto si scioglie come neve al sole. Anzi, pure senza quest’ultimo si scioglie e basta. E ritrovi l’ormai quotidiana miscela. Frustrazione, indignazione, rabbia, mestizia, stanchezza… Mossa radicale: ti allontani dallo schermo e ti lasci andare alle domande, seppur senza risposta. Sono sempre state la migliore medicina per non limitarsi a subire la valanga emotiva che ti crolla addosso in questi momenti. È davvero là fuori, tra le pieghe del più o meno esauriente racconto dei fatti del mondo, che si cela l’appiglio su cui fare affidamento? Non so che dire, ma ripensando alle notizie del giorno di un secolo fa, o anche prima, immaginando uno scenario in cui l’umanità avesse potuto ritrovarsi in ogni istante davanti agli occhi la cronologia degli eventi in tempo reale, presumo che avrebbe provato inquietudini ben peggiori delle nostre. È così indispensabile, malgrado sia di enorme utilità, che ci sia quella voce di cui sopra, in cui rispecchiarsi? In moltissime parti del mondo, non da oggi, milioni di persone sono state capaci di reagire attivamente costruendo cambiamenti grandi o piccoli, proprio perché consapevoli di non avere quel tipo di rappresentanza che altri danno per scontata. Al punto da comprendere che se agisci in modo coerente con i tuoi ideali ogni giorno quella rappresentanza è la diretta conseguenza del tuo fare. Del nostro, già. Ecco, non riesco a dire altro. Mi sento meglio? Be’, la fastidiosa sbobba è ancora lì, nella pancia. Ma sento anche di aver trovato di nuovo la forza di alzarmi da questa poltrona e andare a fare la mia parte. Alla prossima. -------------------------------------------------------------------------------- Iscriviti per ricevere la Newsletter di Alessandro Ghebreigziabiher -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Cosa fare? proviene da Comune-info.
February 25, 2026
Comune-info
Viva il solarpunk: fra germoplasma e…
… recensioni senza scordare “il manifesto” (per sciagurate/i che ancora non lo avessero letto). E poi riprendiamo testi e link da solarpunk.it e dall’ultima newsletter. Sì, siamo tifose/i. E oggi è Marte-dì (*). Le Banche del Germoplasma La prima Banca dei semi per preservare la varietà biologica delle specie alimentari fu creata negli anni Venti a Leningrado, in Urss. In
February 24, 2026
La Bottega del Barbieri
Vogliamo vincere. Come?
“VOGLIAMO SBARAZZARCI DI TRUMP, MILEI, MACRON… VOGLIAMO ABOLIRE L’ICE E I CONTROLLI SULL’IMMIGRAZIONE OVUNQUE. FERMARE LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE. FERMARE IL CRESCENTE POTERE DEI SIGNORI DELLA GUERRA IN TUTTO IL MONDO. FERMARE I COMBUSTIBILI FOSSILI… MA SENTIAMO DI ESSERE SPINTI SEMPRE PIÙ VERSO UN ABISSO… PROPRIO IN QUESTO MOMENTO NEL QUALE TUTTO PEGGIORA, DOBBIAMO ALZARE LA POSTA…”. SI APRE COSÌ QUESTO STRAORDINARIO TESTO DI JOHN HOLLOWAY, CHE ANCORA UNA VOLTA CI SPINGE A RIPENSARE LE NOSTRE CERTEZZE E A OSSERVARE IL MONDO DA UNA PROSPETTIVA CAPOVOLTA. IL PUNTO DI PARTENZA, DICE, È CHE NON SAPPIAMO COME FARE AD ALZARE LA TESTA. FINO AD ALCUNI FA AVEVAMO UNA RISPOSTA: PRENDERE IL POTERE STATALE E CAMBIARE LA SOCIETÀ DA LÌ. MA QUESTA NON SI È RIVELATA AFFATTO UNA RISPOSTA. LE FORME SOCIALI CAPITALISTE NON POSSONO ESSERE SPEZZATE AGENDO ATTRAVERSO LE FORME SOCIALI CAPITALISTE. «POSSIAMO FARE UN PASSO AVANTI RIVOLGENDOCI AL CONCETTO DI “NON ANCORA” DI ERNST BLOCH. IL NON ANCORA È STRETTAMENTE CORRELATO ALLA NOZIONE DI UN “COMUNISMO DI BASE”, COSÌ PRESENTE NELL’OPERA DI GRAEBER, COME ANCHE IN QUELLA DI KROPOTKIN E ÖCALAN…». SIAMO INTRAPPOLATI NEL MONDO DEL DENARO, CERTO, MA QUESTO MONDO SOPRAVVIVE SOLO PERCHÉ ESISTE ANCHE UN MONDO CRITICO DI SOSTEGNO RECIPROCO, DI CONDIVISIONE E AMORE, DI AMICIZIA E SOLIDARIETÀ… È IMPORTANTE PERÒ NON ROMANTICIZZARE QUEL “COMUNISMO DI BASE”: PUÒ ESISTERE SOLO COME LOTTA, E OGNI LOTTA È SEMPRE CONTRADDITTORIA. DI CERTO «QUESTO È UN MOMENTO DI GRANDE SCONVOLGIMENTO NEL CAPITALISMO MONDIALE E DI GRANDE FRAGILITÀ – AGGIUNGE HOLLOWAY – LO SPAZIO PER MIGLIORAMENTI RIFORMISTI SI È RIDOTTO… È IL MOMENTO DI TRABOCCARE, DI DIRE “NO, NON SI PUÒ CONTINUARE COSÌ”… È UN MOMENTO DAVVERO SPECIALE…» Foto di Leonora Marzullo -------------------------------------------------------------------------------- I Vogliamo vincere. Dobbiamo vincere. Noi, i perdenti di sempre, vogliamo e dobbiamo vincere. Cosa vogliamo vincere? Vogliamo vincere molte cose, una serie di lotte specifiche. Vogliamo sbarazzarci di Trump, Milei, Starmer, Macron. Vogliamo abolire l’ICE, abolire i controlli sull’immigrazione ovunque. Fermare la violenza contro le donne. Fermare il crescente potere dei signori della guerra in tutto il mondo. Fermare l’ascesa dell’estrema destra. Fermare i combustibili fossili e il riscaldamento globale. Fermare l’eliminazione del pensiero critico nelle università. Alcune cose le vinciamo, altre le perdiamo, e questo è importante. Nulla di ciò che dico deve essere inteso come una critica all’inevitabile particolarità delle lotte. Alcune di queste cose possono essere ottenute all’interno del capitalismo. Ma sappiamo che non basta. Non basta perché le aggressioni continuano ad arrivare. È bello vincere una battaglia, ma le pressioni continueranno ad arrivare. Viviamo in una società basata sulla costante intensificazione dell’aggressione del denaro contro la vita. E ci sentiamo intrappolati. Sentiamo di essere spinti sempre più verso un abisso, verso la catastrofe, se non addirittura verso l’estinzione. C’è un senso di urgenza, di fine partita, la fine dell’umanità. Proprio in questo momento nel quale tutto peggiora, dobbiamo alzare la posta. Dobbiamo tornare alla rivoluzione. Resistenza sì, ribellione sì, naturalmente. Gli zapatisti hanno ragione a concentrarsi su resistenza e ribellione. Ma non dimentichiamo l’altra parola: rivoluzione. Follia. Uscite in strada dopo la fine di questa sessione e provate a immaginare una rivoluzione nella vostra città. Follia, ma forse una follia necessaria. Questo discorso è un invito a unirvi a me nella mia follia. II Ci sentiamo intrappolati perché siamo intrappolati. Ogni società è un sistema di coesione o confluenza sociale, in cui esistono modelli consolidati di relazione reciproca. Nella società odierna, questi modelli sono plasmati soprattutto dal fatto che le nostre attività creative sono collegate tra loro attraverso lo scambio di merci, come sostiene Marx. Da lì, egli prosegue traendo le conseguenze di questa relazione fondamentale analizzando le forme a cui dà origine lo scambio di merci. La mercificazione porta allo sviluppo e al predominio del denaro, alla trasformazione dell’attività umana in lavoro astratto o alienato, alla disgregazione delle comunità e all’identificazione dell’individuo astratto, all’ascesa e al predominio del capitale che trae la sua ricchezza e il suo potere dallo sfruttamento del lavoro, e così via. Questa società è caratterizzata da una straordinaria opacità, le relazioni sociali sono reificate. Il modo in cui ci relazioniamo gli uni con gli altri è congelato in certe forme sociali che appaiono separate ed eterne. Il capitalismo è labirintico, una concatenazione di forme che conducono l’una all’altra e ci rinchiudono in modelli consolidati di attività e riproduzione sociale. Una totalità di forme apparentemente separate, concentrate sull’obbligo di convertire le nostre vite in lavoro, una strana attività priva di qualsiasi significato se non quello di produrre profitto accumulabile da altri. Queste forme – lavoro, denaro, Stato, capitale ecc. – stimolano una creatività senza precedenti, ma la creatività viene pervertita attraverso la forma denaro, con la sua insaziabile spinta al profitto, e produce enormi difficoltà e una profonda distruzione delle premesse della vita. Pensate a Internet, allo smartphone o all’intelligenza artificiale, straordinari prodotti della creatività umana ma, contenuti come sono nella spinta al profitto, non sono ciò che avrebbero potuto essere e lasciano una scia di sfruttamento, distorsione e distruzione. Nell’analisi di Marx, l’attenzione non è sul chi o sul cosa, ma sul come. Come ci relazioniamo gli uni con gli altri? Come interagiamo gli uni con gli altri? Questo è forse il punto centrale di ciò che voglio dire. Ma il come esiste nella forma di un cosa indiscutibile. Il lavoro (lavoro astratto o alienato) è semplicemente una cosa che dobbiamo fare, piuttosto che una forma peculiare della nostra attività umana. Il denaro è una cosa che possediamo o non possediamo, piuttosto che un modo strano e disumanizzante di relazionarci con gli altri. La feticizzazione o reificazione è un processo di “cosa-ificazione”. È anche un processo di “chi-ificazione”. Lo scambio di merci scompone il “noi” comunitario in una serie di “io” astrattamente identificati: proprietari delle merci scambiate, senza storia, senza memoria, senza sogni. III Siamo contenuti nelle forme sociali dell’attuale sistema di coesione sociale. Queste sono forme che identificano e definiscono, che contengono la nostra attività all’interno di determinati modelli di comportamento. Possiamo tutti pensare a come le nostre attività oggi, in questo giorno, siano limitate dal lavoro, dal denaro, dal capitale e dallo Stato. Se queste sono forme di costrizione e contenimento, allora la rottura dell’attuale coesione sociale deve essere uno straripamento. Ma come? Come possiamo confrontare il “come” del contenimento con il “come” o i “come” dello straripamento per creare una coesione sociale diversa? Come possiamo confrontare le forme identificative del rapporto di capitale con il flusso anti-identitario della nuova creazione. La rivoluzione è la sostituzione del modello consolidato di coesione sociale con un altro o altri, un mondo di molti mondi, come dicono gli zapatisti. Questo come-contro-come si esprimerà sicuramente a un certo punto come un chi contro chi: chiaramente coloro che beneficiano dell’attuale come della coesione sociale vorranno difenderlo, mentre coloro che ne soffrono di più sono quelli che probabilmente lotteranno per un cambiamento. Ma la cosa importante è che il come-contro-come non venga ridotto o oscurato da un chi-contro-chi. È il come-contro-come che plasma la nostra lotta e la nostra creazione di un mondo diverso. La tradizione marxista, guidata da Lenin ed Engels, ha di fatto ridotto il come-contro-come a un chi-contro-chi, riassunto nella brillante e concisa frase di Lenin secondo cui il potere è una questione di chi-chi. Una frase favolosa dalle conseguenze disastrose. Il chi-chi è la lotta della classe operaia contro la classe capitalista, sia identificabile che identificata. Il come di una forma radicalmente nuova di coesione sociale viene messo in secondo piano. C’è una totale cecità sulla questione della forma nella rivoluzione russa, al punto che sia Evgeny Pashukanis che Izaak Rubin furono giustiziati per aver insistito sulla centralità della forma nell’opera di Marx. Il denaro, lo Stato e soprattutto il lavoro furono trattati nella pratica come caratteristiche astoriche di qualsiasi società. IV Torniamo al punto di partenza. Siamo intrappolati in queste forme. Possiamo essere militanti quanto vogliamo, ma finché restiamo all’interno delle forme capitaliste, non facciamo nulla per fermare la riproduzione della dinamica di distruzione. Ci deve essere una via d’uscita! Ma come? Non basta gridare o sognare. Facciamolo. Engels aveva ragione su questo. Nel suo L’evoluzione del socialismo, dall’utopia alla scienza, sosteneva che non bastava fantasticare, che dovevamo pensare scientificamente a come trasformare la società. Sognate pure, diceva, ma qual è la base materiale della vostra speranza? La versione del socialismo scientifico di Engels e Lenin non ha funzionato, non ha prodotto le società che coloro che vissero e morirono nella lotta avevano sperato, ma esattamente il contrario. Ha prodotto società orribili che non avevano e non hanno nulla a che fare con l’autodeterminazione della nostra attività vitale. Ma il loro fallimento ci ha lasciato una domanda: come, come diavolo possiamo realizzare una trasformazione radicale del modello di coesione sociale? V La risposta è ovvia: non lo sappiamo. È importante dirlo, non solo perché è vero. Cinquanta o sessant’anni fa avevamo la risposta: prendere il potere statale e cambiare la società da lì. Ma questa non si è rivelata affatto una risposta. Le forme sociali capitaliste non possono essere spezzate agendo attraverso le forme sociali capitaliste. Come abbiamo visto, i tentativi di infrangere il dominio del denaro e del capitale attraverso lo Stato sono falliti completamente. Ma è anche molto importante dire che non conosciamo la risposta, perché il non sapere è parte della risposta. Se lo sappiamo, allora lo diciamo ad altri e riproduciamo un discorso monologico di autorità che riproduce lo stile della società che vogliamo trascendere. Se diciamo di non sapere, entriamo immediatamente in una politica di dialogo. Il nostro “non lo so” è un “Questo è quello che penso, ma non ne sono sicuro, cosa ne pensi tu?”, che rompe già con la grammatica gerarchica della società esistente ed entra nell’incerta anti-grammatica della società che vogliamo creare e che stiamo creando. Spero che questo discorso possa essere inteso in questo modo, come un “Non lo so, questo è tutto quello che so, puoi portarci oltre?”. VI La risposta ortodossa della classe operaia forte e organizzata non ha funzionato. Questo, almeno in parte, perché è stata intesa sulla base di un concetto definitorio e identitario della classe operaia. Lo stesso si può dire dell’idea che lo sviluppo delle forze produttive porterebbe al collasso dei rapporti di produzione: ciò ignora che lo sviluppo delle forze produttive si sviluppa conflittualmente dentro e contro i rapporti di produzione in ogni momento del loro sviluppo. In entrambi i casi, si presuppone un’esternalità che non può esistere nella pratica: non può esserci un’esternalità completa tra due momenti di un’unica coesione sociale. Vorrei suggerire – e questo è in realtà il mio secondo punto fondamentale – che possiamo fare un passo avanti rivolgendoci al concetto di “Non Ancora” di Ernst Bloch. La sua tesi è che il mondo che non esiste ancora ma potrebbe esistere, esiste già. Esiste come “Non Ancora”, come anticipazione presente, come spinta contro e oltre, come inadeguatezza, come sogno, come ribellione. Nel suo grande libro, Il Principio Speranza, egli traccia la presenza e la forza di questo Non Ancora, questa spinta verso un mondo diverso, nelle fiabe, nella danza, nell’architettura, nella musica, nella teoria politica, nella religione, tra gli altri campi. La conclusione è che, con la scoperta da parte di Marx del potenziale della classe operaia, la spinta costante del Non Ancora diventa una forza pratica per trasformare il mondo. Marx non mette in discussione il significato della classe operaia, ma il suo canto al potere del Non Ancora in così tanti aspetti diversi della vita, come una forza che spinge costantemente contro ciò che è, apre un modo diverso di pensare alle basi materiali della nostra speranza rivoluzionaria. La possibilità di trasformare radicalmente il mondo dipende dalla forza del Non Ancora, del malcontento, del non-conformismo e della creatività che spingono contro e oltre le forme sociali esistenti. L’idea del Non Ancora non si oppone all’idea di lotta di classe, ma suggerisce un’interpretazione diversa. Mentre il concetto tradizionale di classe operaia è identitario, l’idea del Non Ancora è profondamente anti-identitaria, una continua spinta contro i confini. “Pensare è andare oltre”, come dice Bloch. Comprendere la classe operaia o lavoratrice come Non Ancora significa aprire il concetto e vedere cosa nasconde. Il concetto di lavoro nasconde la sua stessa dualità, come ha sottolineato Marx, insistendo sul fatto che questo era “il perno su cui ruota una chiara comprensione dell’economia politica”. Alla base del lavoro astratto e alienato, così facilmente visibile nella società capitalista, c’è quello che Marx chiama lavoro concreto o utile, il tipo di lavoro o attività creativa che esiste in qualsiasi società. Il Non Ancora qui è la spinta dell’attività creativa o del fare contro e oltre il suo contenimento entro i limiti del lavoro astratto, quel lavoro il cui unico significato è quello di contribuire alla redditività del capitale. Il Non Ancora è un traboccare. Allo stesso modo, i lavoratori che ora sono classificati o definiti dal fatto di essere vincolati alla prestazione lavorativa, spingono contro e oltre la loro classificazione. Visto in questo modo, il Non Ancora è la lotta della classe operaia, la lotta di coloro che sono attualmente intrappolati nel lavoro capitalista, contro e oltre il lavoro, e dentro e contro la trappola che è la loro classificazione. Il Non Ancora è strettamente correlato alla nozione di un comunismo di base, così presente nell’opera di David Graeber, come anche in quella di Kropotkin e Abdullah Öcalan, e in effetti nell’intero movimento curdo. L’idea di base è che qualsiasi società, inclusa quella capitalista, dipenda per il suo funzionamento dall’esistenza di un comunismo di base, una pratica fondamentale di sostegno reciproco nella vita quotidiana. Questo può essere visto come una sorta di “sì, ma” in risposta alla consueta lettura di Marx. Come abbiamo visto, la tesi di Marx è che la società esistente è plasmata dal fatto che le persone si uniscono attraverso lo scambio di merci e che questo porta allo sviluppo e al predominio del denaro, alla trasformazione dell’attività umana in lavoro astratto o alienato, alla disgregazione delle comunità, all’ascesa e al predominio del capitale che trae la sua ricchezza e il suo potere dallo sfruttamento del lavoro, e così via. L’idea del comunismo di base si presenta come un “sì, ma” nel senso di dire “Sì, è vero, ma c’è qualcos’altro: un comunismo in cui le persone si relazionano tra loro sulla base del bisogno, del riconoscimento e del sostegno reciproci, dell’attività liberamente condivisa. In effetti, la società individualizzante e distruttiva può esistere solo sulla base della continua esistenza del suo opposto. Distruggendo questo comunismo di base, il capitalismo distrugge le sue stesse fondamenta”. Credo che questo “sì, ma” sia già presente ne Il Capitale di Marx, ma non è stato ampiamente commentato. È presente nelle categorie del valore d’uso, del lavoro concreto o utile e, in effetti, nel concetto di forze produttive, che non esistono in completa sussunzione nelle loro forme capitalistiche, ma sono in costante tensione con esse. La speranza risiede quindi nella forza di questo comunismo di base. Questo ci invita a riscrivere la storia non solo in termini di dominio, e non solo in termini di ribellioni come l’insurrezione anabattista guidata da Thomas Münzer, su cui Bloch scrisse un libro, ma in termini della forza del comunismo quotidiano. Sì, è vero che siamo intrappolati nel mondo del denaro, ma questo mondo del denaro può esistere solo se esiste anche un mondo critico di sostegno reciproco, di condivisione e amore, di amicizia e solidarietà. Questo è un tema centrale nel meraviglioso libro di David Graeber scritto con David Wengrow, The Dawn of Everything: A New History of Humanity (L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità, Rizzoli, ndr). È anche un tema centrale in Sociology of Freedom (Sociologia della Libertà, Punto rosso, ndr) di Abdullah Öcalan, sviluppato nell’idea di “modernità democratica contro modernità capitalista”. Questo comunismo di base è la società che non esiste ancora, ma che esiste già materialmente come necessaria controparte del dominio del denaro. Osservarlo attraverso il prisma del non ancora significa vedere che esiste in-contro-e-oltre la propria negazione. Il sostegno reciproco che caratterizza il comunismo quotidiano non può esistere al di fuori della socialità capitalista dominante: inevitabilmente le si oppone e ne è permeato. Spesso assumerà la forma capitalista di dare denaro a qualcuno o di aiutare a trovare un lavoro. Non c’è purezza qui. La coesione sociale in cui viviamo è antagonistica, in cui le due parti si compenetrano costantemente. È importante non idealizzare o romanticizzare il comunismo di base: può esistere solo come lotta, e ogni lotta è contraddittoria. Vogliamo la rivoluzione, ma ha senso solo se riconosciamo che non esiste purezza rivoluzionaria. Vivendo nella società capitalista, siamo inevitabilmente soggetti danneggiati, come dice Adorno. Allo stesso tempo, il fatto che il capitale sia un’aggressione costante significa che viviamo non solo in questa società, ma anche contro di essa, e che ci proiettiamo oltre. Come soggetti danneggiati, viviamo in-contro-e-oltre la nostra condizione danneggiata. Questo è importante quando pensiamo alla rivoluzione e al suo significato. La rivoluzione, abbiamo visto, è una questione di come. Dobbiamo sostituire il come dell’attuale coesione sociale con un altro, dobbiamo sostituire l’attuale modello di unione attraverso lo scambio di merci e denaro con uno o più modelli diversi. L’attuale unione, coesione o confluenza è antagonista, caratterizzata da un antagonismo tra il dominio del denaro e il comunismo di base che esiste nel Non-Ancora. Pensare la rivoluzione significa pensare a come possiamo rafforzare quel Non-Ancora, quel comunismo-contro. Questa è soprattutto una questione di come. Come rafforziamo il Come comunista contro il Come capitalista? Contro le forme sociali del lavoro, come affermiamo le anti-forme di attività libera e autodeterminata? Ho già suggerito che il modo migliore per pensarci è in termini di creazione di crepe nella trama del dominio capitalista, spazi o momenti in cui diciamo No e creiamo altri modi di fare. La rivoluzione può essere vista come il riconoscimento, la creazione, l’espansione, la moltiplicazione e la confluenza di tali crepe. Il riconoscimento può essere inteso come il riconoscimento delle molteplici manifestazioni del comunismo di base di cui abbiamo parlato. È la confluenza di tali crepe che ho sempre trovato più difficile da comprendere. È chiaro che tale confluenza non dovrebbe essere pensata in termini istituzionali, che probabilmente la cosa più importante è una risonanza creata da canzoni, storie, immagini, forse anche discorsi e libri. Ma c’è un tema molto importante che emerge dalle discussioni attuali: l’idea della comune come base sia della società che vogliamo creare sia nell’organizzazione della lotta attuale per arrivarci. La confluenza di crepe, di rifiuti e di malcontento sociale può essere pensata in termini di comunizzazione. Marx disse della Comune di Parigi del 1871 che fu la forma politica “finalmente scoperta” dell’emancipazione della classe operaia. Questo è certamente vero se pensiamo alla classe operaia non come a un raggruppamento sociologico, ma come agli oppressi che spingono verso la propria autodeterminazione collettiva. Se ci concentriamo sulla rivoluzione come uno scontro di come, di diversi modi di unirsi, allora è chiaro che la rivoluzione è un movimento di comunizzazione, ovvero sia una spinta dell’attività autodeterminata contro il lavoro, sia il movimento di una qualche forma di organizzazione comunitaria contro lo Stato. Lo Stato, qualsiasi Stato, esclude le persone attraverso la sua forma, la separazione dei funzionari retribuiti dalla società. La comune include, cerca di articolare idee dal basso e di reintegrare l’organizzazione della società nella società stessa. Lo Stato è necessariamente subordinato all’accumulazione di capitale in virtù della sua dipendenza dal capitale per il suo reddito e la sua sopravvivenza. La comune cerca di liberarsi dalla subordinazione all’accumulazione di capitale promuovendo altre forme di produzione. Lo Stato è intrinsecamente razzista in virtù della sua definizione tramite confini territoriali, mentre la tradizione della comune, da Parigi al Rojava, è stata fortemente antirazzista e antinazionalista. Il partito orientato allo Stato è uno strumento per raggiungere il potere e accetta il presente della coesione sociale per trasformarlo in un domani indefinitamente posticipato. La comune non è uno strumento per raggiungere il potere, è già l’espressione di una forma diversa di coesione sociale in avanzamento, qui e ora. VII Lottare per un modo diverso di stare insieme significa comunizzare, rafforzare la coesione sociale emergente. Öcalan ha scritto di recente che “sebbene la lotta di classe ne faccia effettivamente parte, è più corretto leggere la storia come un lungo processo di relazione e conflitto tra sviluppo comunitario e sviluppo anti-comunitario che risale a circa 30.000 anni fa”. Questo è molto utile, ma non sono d’accordo con la sua separazione tra lotta di classe e comune: se pensiamo alla lotta di classe come a un come-contro-come, allora è chiaro che il capitalismo è il movimento di comunizzazione contro lo sviluppo anti-comunitario. La comune è più una domanda che una risposta. È meglio pensarla come un’assemblea di soggetti danneggiati. L’insistenza degli zapatisti sul fatto che loro siano solo persone comuni è di fondamentale importanza, ma ovviamente noi persone comuni siamo persone danneggiate, spesso sessiste, razziste, patriarcali, irascibili e così via, e le comunità tradizionali sono molto spesso patriarcali. La comune rivoluzionaria è necessariamente un comunismo, un movimento contro se stessa, per superare la propria condizione di danno, un verbo e non un sostantivo. Una sorta di auto-avvio attraverso un dibattito di reciproco riconoscimento. VIII Torniamo all’inizio. Ora, più che mai, è tempo di parlare di rivoluzione. Questo è un momento di grande sconvolgimento nel capitalismo mondiale e di grande fragilità. Il centro non può reggere, non ha resistito. Lo spazio per miglioramenti riformisti si è ridotto notevolmente ed è probabile che rimanga tale. Ora è il momento di traboccare, di dire “No, non si può continuare così”. Ora è il momento di lottare per l’emancipazione del fare dal lavoro, per l’autodeterminazione comunitaria dallo Stato. I due David, nella conclusione del loro libro, parlano della “nozione greca di kairos come di uno di quei momenti occasionali nella storia di una società in cui i suoi quadri di riferimento subiscono un cambiamento – una metamorfosi dei principi e dei simboli fondamentali, quando i confini tra mito e storia, scienza e magia – diventano confusi – e, quindi, un vero cambiamento è possibile”. Sono d’accordo con loro che questo è un momento davvero speciale. Quindi, alla fine: questo è quello che penso, questo è tutto quello che ho detto, ma non ne sono sicuro, cosa ne pensi? Preguntando caminamos, camminiamo domandando. -------------------------------------------------------------------------------- Testo del discorso tenuto il 12 gennaio per la David Graeber Memorial Lecture, iniziativa promossa insieme a Clifornia Institute of Integral Studies, Rojava University, Universidad Autónoma de Puebla, The Élisabeth-Bruyère School of Social Innovation -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI DAVID GRAEBER: > La crisi dello Stato -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Vogliamo vincere. Come? proviene da Comune-info.
February 13, 2026
Comune-info
Infinite crepe
È UN TEMPO IN AGONIA QUELLE CHE VIVIAMO, NEL QUALE LA VITA È RIDOTTA A MERCE E TUTTI SIAMO SEMPRE PIÙ RIPIEGATI NELLA SOLITUDINE DI UN QUOTIDIANO FRANTUMATO DALLE TANTE FORME DI VIOLENZA. EPPURE È POSSIBILE SCORGERE FRAMMENTI DI SPERANZA PROPRIO NELLE PIEGHE DI QUESTA SITUAZIONE. NEL LIBRO TERRITORI DELL’INFANZIA. SOVVERTIRE L’IMMAGINARIO DEL PRESENTE (ORTHOTES ED.), TIZIANA VILLANI, FILOSOFA E DOCENTE ALL’UNIVERSITÀ DI PARIGI E A MILANO, INDIVIDUA NELL’IMMAGINAZIONE E NELLA POTENZA DEL RICORDO LE CHIAVI PER APRIRE IL PRESENTE E RIBELLARSI AL DOMINIO DELL’ATTUALE SISTEMA ECONOMICO-SOCIALE. “ANCHE QUANDO UNA FASE INTENDE AFFERMARSI COME PREORDINATA, PROPRIO LA SUA RIGIDITÀ, LA SUA PERVASIVITÀ FINISCE CON IL PRODURRE INFINITE CREPE. LA POSSIBILITÀ DI PRODURRE SENSO NON È MAI DEL TUTTO PERDUTA. SUBENTRA IL TIMORE, MA AL CONTEMPO UNA TENSIONE VERSO QUELL’INCERTO CHE DICE ANCHE DI UN POSSIBILE SLITTAMENTO DI SENSO…”. AMPI STRALCI DEL CAPITOLO “CLINICA DEL PRESENTE” Per le vie di Torpignattara, a Roma, con canti in romanesco, bangla, arabo, inglese, portoghese e russo scambiati con verdure, indispensabili per il minestrone di quartiere: “La banda del minestrone” è un’iniziativa immaginata e realizzata (giugno 2024) da Asinitas (foto di Luisa Fabriziani – che ringraziamo – tratta dalla pag fb di Asinitas) -------------------------------------------------------------------------------- In che modo è possibile aprire percorsi di liberazione una società molteplice, fragilizzata e priva di prospettive soddisfacenti? In primo luogo riconoscendone il vuoto di senso che la abita. Il vuoto di cui parliamo è prodotto da una profonda crisi di esperienza che non riesce a elaborare le trasformazioni in corso e dunque è in difficoltà rispetto alla progettualità, in assenza della quale le vite paiono girare su se stesse, strette tra il bisogno di sopravvivere e l’impossibilità di creazione. Alcune delle risposte che vengono messe in campo cercano di ripartire da istanze comunitarie dal basso, da alleanze, per dirla con Haraway, che si indirizzano verso stili di vita alternativi. Pensare è “con-pensare” per generare “nuove parentele”, altri “paradigmi”: «È importante capire quali pensieri pensano altri pensieri. È importante capire quali conoscenze conoscono altre conoscenze. È importante capire quali relazioni mettono in relazione altre relazioni. È importante capire quali storie raccontano altre storie».10 Tuttavia, la posta in gioco sembra essere di natura ben più complessa e riguarda il modo in cui il vivente – nel tempo dell’anomia di massa, della messa in produzione-consumo di ogni corpo, di ogni vita – non riesce a rompere il cortocircuito del nuovo “sguardo clinico”, uno sguardo che reifica le forme di vita, le destituisce di singolarità e affetti, le mortifica nelle loro tensioni alla variazione. La tristezza del nostro tempo non corrisponde alla noia, né all’otium (del resto difficilmente praticabile), quanto all’inesprimibile avversione verso modalità di assoggettamento brutali nella loro tirannia che sono volte al mantenimento di sistemi di controllo chiamati a determinare il prevalere delle nuove gerarchie. Le istituzioni tradizionali non hanno dunque cessato la loro funzione, ma agiscono come strutture di sostegno per narrazioni la cui ragion d’essere non può essere colta se non nella sopraffazione e nella violenza. I corpi messi al lavoro sono i corpi di tutti, umani e non. Il benessere come valore comune di una comunità non resta che semplice slogan se non se ne coglie il nesso con lo sfruttamento e la messa a produzione di ogni istante di vita. Ciò che appare più grave rispetto a queste prime linee di analisi è il fatto che una simile situazione, lungi dal generare solidarietà, intensifica le atomizzazioni, le autoreferenzialità, i piccoli ripiegamenti nella solitudine di un quotidiano frantumato. Questa frantumazione attraversa il sociale ed è indicativa di una modificazione profonda dei modi di esistere e di immaginare la vita. Il potere si esercita senza temere più limiti alle sue capacità di assoggettamento e di drastica riduzione degli spazi di vita e dunque della progettualità e del senso delle esistenze. […] Nel 1976 Foucault organizza il proprio discorso sul biopotere secondo i versanti dell’anatomopolitica – che circonda e definisce il corpo parcellizzandone tempi e spazi – e della biopolitica, che economizza le proprie risorse applicandosi alla popolazione, ottimizzandone i processi vitali e, nei termini che lo stesso Foucault conierà l’anno successivo, governandone la storia in direzione del benessere di ciascun membro e della comunità tutta. È in questi termini che, spiega Foucault, la politica fa della vita il proprio oggetto privilegiato e, anzi, produce la vita. Il modo in cui il potere “produce la vita” è, al pari delle trasformazioni ambientali, tecnologiche, produttive odierne, un modo che prevede forti movimenti di scarto, selezione, eliminazione. La vita ridotta a merce, a consumo, vale solo nella sua apparenza estetica, la riduzione al corpo-macchina parcellizzato è funzionale al prodursi di tecniche di controllo, divisione, uso, che al momento opportuno ricorrono ai vecchi armamentari della distruzione di massa delle popolazioni, dell’asservimento, della cancellazione della dignità della vita. […] Anche quando una fase intende affermarsi come preordinata, proprio la sua rigidità, la sua pervasività finisce con il produrre infinite crepe. La possibilità di produrre senso non è mai del tutto perduta. Subentra il timore, ma al contempo una tensione verso quell’incerto che dice anche di un possibile slittamento di senso. All’antagonismo tra paura e speranza Ernst Bloch ha dedicato importanti riflessioni, sottolineando come «la mancanza di speranza è la cosa più insopportabile, assolutamente intollerabile per i bisogni umani»16 e più avanti, richiamando Marx «La filosofia avrà coscienza del domani, prenderà partito per il futuro, saprà della speranza, o non saprà più nulla. È nuova filosofia, secondo la via aperta da Marx, significa filosofia del nuovo, di quest’essenza che ci attende tutti e che ci annienterà o ci realizzerà».17 La creazione del nuovo si realizza tramite le pratiche dell’attraversamento, dello smottamento, della caotica perdita di riferimento. Ex-istere come eccedere, esistere altrimenti rispetto a un orizzonte dato, privo di possibilità. Eccedere significa anche fare i conti con i limiti, limiti propri, del contesto in cui si vive, mentali. Non sempre quindi una simile prospettiva riesce a essere accolta senza riserve. Tuttavia, l’inatteso, l’imprevisto, il temuto e il desiderato accadono. L’imprevisto non lascia mai lo stato di cose intatto. Forse allora la realizzazione di Bloch va piuttosto intesa nel senso della forza del desiderio. Il desiderio non è però del tutto una forza intenzionale poiché non è ascrivibile completamente alla sfera della razionalità. Il desiderio è spesso pluriverso.18 Si tratta dunque di un movimento di esposizione che ha diverse possibilità di concatenamento. È il momento possibile e fatale come per il Faust di Goethe se si fosse rappreso nel pronunciamento de l’“attimo: sei così bello! Fermati!”. Ma si tratta appunto di un momento. Alla frattura imminente si risponde spesso con i rituali della consuetudine, della ripetizione che rassicura. Ma poi la vertigine strappa quest’illusione e l’inatteso si manifesta, rompendo l’anestetico tempo della ripetizione. A volte si tratta di piccoli strappi, cedimenti che però lavorano erodendo e modificando il quotidiano. E la prospettiva cambia, magari in una direzione non voluta, e si impone chiedendoci di rielaborare percorsi di vita. Tutto questo accadere non è solo individuale, ma può anche essere virale e comprendere intere compagini sociali. A fasi innovative, durante le quali si crede all’imminenza di un mondo migliore più giusto, spesso la reazione, la conservazione, rispondono con grande durezza, perché gli eventi non appartengono a un ipotetico tempo lineare della storia. Ma anche la reazione non tende verso un ritorno al passato. La vita non è destinata, ma di certo soggiace a un’infinità di “condizioni”, diciamo naturali, creaturali, e pur sempre in relazione con il sociale. […] Le carenze della vita consistono nel suo essere esposta, ma è proprio in questo incedere, talora incerto, che è possibile scorgere le alternative, le possibilità non colte. Aperture, slittamenti di senso, possibili percorsi altri. […] -------------------------------------------------------------------------------- Note 10 D. Haraway, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, University of Chicago Press, tr. it. Chthulucene, Sopravvivere su un pianeta infetto, tr. it. di C. Durastanti, Nero, Roma 2019, pp. 57-58. 16 E. Bloch (1953-1959), Il principio speranza, a cura di R. Bodei, Gar- zanti, Milano1994, p. 17. 17 Ivi, p. 10. 18 U. Fadini, Oskar Panizza e l’“azione del pensiero”, in Il sistema della crudeltà, «Millepiani» n. 11, Mimesis, Milano 1997, p. 89. Le città del nostro tempo non contemplano i bambini. Alcuni di loro però sanno immaginare e trovare il modo per uscire dalla gabbia di una città fatta per il consumo e per il lavoro. Foto di Ferdinando Kaiser: vicoli di Napoli -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > La rabbia può andare in molte direzioni -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI STEFANO LAFFI: > Cultura per non colti -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Infinite crepe proviene da Comune-info.
January 14, 2026
Comune-info
Una luce nell’oscurità
«HO PERCORSO OLTRE 11.000 CHILOMETRI PER ESSERE QUI CON VOI. PERCHÉ? SONO STATO ATTIRATO QUI DA UNA LUCE CHE BRILLA NELL’OSCURITÀ. LA LUCE DI ÖCALAN E DEL MOVIMENTO DI LIBERAZIONE CURDO. UNA LUCE DI SPERANZA. SPERANZA CONTRO L’OSCURITÀ DEL MONDO…». È COMINCIATO COSÌ LO SPLENDIDO INTERVENTO DI JOHN HOLLOWAY ALLA CONFERENZA INTERNAZIONALE SULLA PACE E LA SOCIETÀ DEMOCRATICA, PROMOSSA A ISTANBUL, IL 6 E 7 DICEMBRE, DAL DEM, IL PARTITO CURDO CHE SOSTIENE ÖCALAN E L’ATTUALE PROCESSO DI PACE. UNA DUE GIORNI, SECONDO ALCUNI, FORSE TROPPO CONCENTRATA SULLA RIFORMA DELLO STATO E POCO SU QUELLO CHE ÖCALAN CHIAMA “CONFEDERALISMO DEMOCRATICO”. MA IL MOVIMENTO CURDO È OGGI ATTRAVERSATO, TRA INEVITABILI CONTRADDIZIONI DA COMPRENDERE E RISPETTARE, DA ALMENO DUE GRANDI QUESTIONI: IL DESIDERIO DI UNA VERA PACE, DOPO MIGLIAIA DI MORTI E DOPO OLTRE TRENT’ANNI DI CARCERE PER TANTISSIMI PRIGIONIERI POLITICI; LA DETERMINAZIONE A REALIZZARE UNA TRASFORMAZIONE PROFONDA DELLA SOCIETÀ, UNA SOCIETÀ ORGANIZZATA NON CON LE LOGICHE TRADIZIONALI DELLO STATO MA SU BASE COMUNITARIA (“CONFEDERALISMO DEMOCRATICO”). DI CERTO, IL MOVIMENTO CURDO, COME QUELLO ZAPATISTA E MIGLIAIA DI ALTRI GRUPPI NEL MONDO, È “UN MOVIMENTO MOLTO SPECIALE CHE BRILLA DI UNA LUCE SPECIALE, LA LUCE DELLA DIGNITÀ, DELLA RABBIA DELLA DIGNITÀ CONTRO L’OSCURITÀ…” Foto di Ferdinando Kaiser: Napoli con il Rojava (2019) -------------------------------------------------------------------------------- Ho percorso oltre 11.000 chilometri per essere qui con voi. Perché? Sono stato attirato qui da una luce che brilla nell’oscurità. Una luce così brillante che può essere vista a oltre 11.000 chilometri di distanza. La luce di Öcalan e del Movimento di liberazione curdo. Una luce di speranza. Speranza contro l’oscurità del mondo. Contro l’oscurità di un mondo così crudele che lo stato turco ha tenuto un uomo in isolamento in prigione per più di venticinque anni, semplicemente perché ha dedicato la sua vita a lottare per la libertà: lo stato turco si porta addosso la vergogna internazionale per ogni giorno che viene tenuto in prigione. Un mondo così crudele che può sopportare mentre lo stato israeliano uccide e uccide e uccide e uccide bambini, donne e uomini palestinesi. Un mondo governato dal denaro dove ogni aspetto della vita è plasmato dal desiderio di aumentare il denaro, di generare profitto. Un mondo che si sta distruggendo, un mondo in cui noi umani abbiamo fatto della nostra stessa estinzione un pericolo reale e urgente. Un mondo in cui il denaro non ha mai manifestato il suo potere in modo così forte e volgare. Il mondo di oggi è un posto molto, molto buio. Ecco perché è così importante rallegrarsi delle luci che brillano nell’oscurità, dei movimenti che vanno nella direzione opposta, contro il crudele dominio del denaro. Per me, in questo momento, ci sono due grandi luci nel cielo. Una è il Movimento di liberazione curdo, l’altra è il movimento zapatista in Messico. Ma se guardiamo più da vicino, vediamo che ci sono migliaia, probabilmente milioni di gruppi che spingono in direzioni simili. Stiamo tutti cercando di creare una luce contro l’oscurità, stiamo tutti cercando di reclamare il mondo, il nostro mondo, dal dominio omicida del denaro, per riprendercelo prima che sia troppo tardi. Ecco perché il movimento curdo e il movimento zapatista sono così importanti per noi che non siamo né curdi né indigeni: perché la loro forza e le loro idee ci danno il coraggio di continuare a lottare per un mondo basato sul riconoscimento della dignità umana. Non sto dicendo che questi movimenti siano perfetti: come ogni movimento, hanno le loro contraddizioni e le loro tensioni interne. Ma hanno almeno cinque caratteristiche centrali nell’attuale flusso globale di resistenza e ribellione: sono anticapitaliste, antistataliste, antipatriarcali, antiecocide e antinazionaliste. Innanzitutto, anticapitaliste, in opposizione al dominio del capitale, espresso in modo più evidente nel dominio del denaro. Capitale è il nome che diamo a una forma di coesione sociale in cui le relazioni sociali si stabiliscono attraverso lo scambio di merci, cioè essenzialmente attraverso il denaro, una forma di coesione sociale che si basa necessariamente sullo sfruttamento della stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Questa forma di coesione sociale genera una dinamica violenta che ci sta distruggendo. L’unico modo per superare questa dinamica di distruzione è sviluppare, contro il capitale, una diversa forma di coesione sociale, una comunizzazione, un’unione che sia comunitaria. Sia il movimento curdo che gli zapatisti hanno sviluppato questa comunizzazione in larga misura nella loro pratica. In secondo luogo, anti-stataliste. Lo stato, come forma di organizzazione, non potrà mai essere nostro. A differenza del comune, esclude le persone affidando le decisioni a un numero selezionato di persone. È legato all’accumulazione di capitale. Inoltre, lo stato, qualsiasi stato, è profondamente razzista, semplicemente perché si basa sulla discriminazione tra i suoi cittadini e il resto della popolazione mondiale. Cosa questo significhi in termini di violenza quotidiana e omicidi di massa sta diventando sempre più chiaro. Lo stato è una forma violenta di organizzazione, mentre il comune non lo è. Lo stato è un dire, un comandare, mentre il comune è un dibattere, un discutere e un giungere a una conclusione condivisa. Lo stato, come forma organizzativa, porta alla guerra, il comune alla pace. Una pace significativa deve essere costruita sulla trasformazione sociale. In terzo luogo, anti-patriarcale. Ôcalan ha ragione quando dice che la schiavitù delle donne è la schiavitù più antica del mondo. Sia il Movimento di liberazione curdo che gli Zapatisti hanno posto la trasformazione del ruolo delle donne nella società al centro della loro lotta. Senza di essa non può esserci libertà. Ciò significa la trasformazione radicale del nostro modo di vivere e di relazionarci gli uni con gli altri, la creazione di un mondo basato sul reciproco riconoscimento della dignità di tutte le persone. In quarto luogo, anti-ecocida. Il capitalismo è profondamente ecocida, basato sulla distruzione e sullo sfruttamento di altre forme di vita e di tutta la natura che ci circonda ed è essenziale per il nostro benessere e per la nostra stessa vita. Per sopravvivere, dobbiamo recuperare e sviluppare un rapporto armonioso con la natura. Anche questa è una caratteristica centrale del movimento curdo, di quello zapatista e di migliaia di altri movimenti in tutto il mondo. E in quinto luogo, anti-nazionalista. Questo è importante perché il nazionalismo è sia l’aspetto più violento dell’oppressione capitalista quotidiana, sia la forza che più di ogni altra ha contribuito a spezzare le lotte popolari per un mondo migliore. Sia gli Zapatisti che il movimento curdo hanno proclamato il loro anti-nazionalismo. Gli zapatisti hanno da tempo abbandonato l’idea di liberazione nazionale e proclamano che “la lotta per l’umanità è globale… la lotta per l’umanità è in ogni luogo e in ogni momento”. E Öcalan esprime magnificamente il suo rifiuto non solo del nazionalismo, ma di qualsiasi forma di identitarismo quando afferma: “La libertà nel vero senso della parola è la trascendenza della distinzione tra noi e gli altri”. La sua grande luce splende nel cielo scuro, ecco perché ho viaggiato per 11.000 chilometri. Ma cosa ho trovato? Persone molto simpatiche, certo, ma, con la notevole eccezione della lettera di Öcalan, ieri non si è praticamente parlato di anticapitalismo, antistatalismo, antipatriarcato, antiecocidio, antinazionalismo. Posso rispettare i movimenti catalano, basco e irlandese, e comprendo persino l’interesse per la trasformazione del Sudafrica dalla brutalità dell’apartheid a una delle società più violente, corrotte e inique del mondo. Ma questi non sono i movimenti di radicale trasformazione sociale che entusiasmano le persone in tutto il mondo come sta facendo il movimento curdo. Tutti ieri hanno parlato di pace, ma come un accordo legale, non come un processo di trasformazione sociale[1]. Quindi mi restano due opzioni. Una è tornare a casa e dire: “Bella gente, ma è stato tutto un errore, questa non è la luce che mi aspettavo di vedere. Abbandoniamo il nostro gruppo di lettura su Öcalan e il corso che ho intenzione di tenere insieme ad Azize Aslan e Sergio Tischler su “Comune contro lo Stato: Curdi e Zapatisti”. Ma non posso farlo. Quello che ho letto e sentito sul Rojava, quello che ho letto su Öcalan, il mio coinvolgimento con l’Accademia Curda di Scienze Sociali di Eindhoven, in Olanda: tutte queste cose non me lo permetteranno. L’altra possibilità è rivelare la mia vera identità. Contrariamente alle apparenze, non sono un professore, sono davvero una fata madrina. Credo che gli organizzatori lo abbiano capito quando mi hanno invitato. Come fata madrina invitata a una conferenza, ho l’obbligo di esprimere un desiderio per il movimento che mi ha invitata. E il mio augurio è questo: In tutti i difficili, dettagliati e importanti negoziati che si stanno svolgendo con lo Stato turco, che sostengo pienamente, desidero che non vi deradicalizziate, che non dimentichiate mai quanto siete speciali, che comprendiate che per noi che viviamo in Messico e in tutto il mondo, il movimento curdo è un movimento molto speciale che brilla di una luce speciale, la luce della dignità, della rabbia della dignità contro l’oscurità. Per questo ho volato via mare e via terra fino a Istanbul. Per questo, sono venuto a esprimere il mio entusiastico sostegno a Öcalan, al Movimento di Liberazione Curdo e al processo di pace. -------------------------------------------------------------------------------- Intervento nel secondo giorno della Conferenza internazionale sulla pace e la società democratica, Istanbul, 6/7 dicembre 2025, organizzata dal DEM, il partito curdo che sostiene Öcalan e l’attuale processo di pace. [1] Il primo giorno della conferenza, sono stati presentati interventi sul processo di pace in Catalogna, Paesi Baschi, Irlanda e Sudafrica. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- English text: A_light_in_the_dark_John Holloway_Comune-infoDownload -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una luce nell’oscurità proviene da Comune-info.
December 24, 2025
Comune-info
Bloch, Lukács e il farsi delle cose
PER CERCARE QUALCHE LUCE NEL BUIO DI QUESTO TEMPO PUÒ ESSERE D’AIUTO AGGRAPPARSI A UN’IDEA DI ATTESA DI MONDI NUOVI NON COME UN ARCO VUOTO, MA COME QUALCOSA CARICO DI UN POSSIBILE LEGATO AL FARSI CONCRETO DELLE COSE E ALLA DISPONIBILITÀ AD AGIRE. UN’IDEA DI SPERANZA – PER DIRLA CON BLOCH, CHE TANTO DEVE ANCHE AL PENSIERO DI LUKÁCS – COME ATTO NON SOLO CONOSCITIVO O PROFETICO MA AGENTE NEL QUI E ORA Ernst Bloch diceva che ci sono sempre dei “lampi anticipatori di un altro mondo diverso”. A noi in questi giorni vengono in mente le straordinarie iniziative culturali e di solidarietà, l’arte murale, i carnevali sociali del Gridas inventati dal nulla 45 anni fa nella periferia di Napoli, recuperando anche uno spazio pubblico abbandonato e mettendolo a disposizione del quartiere (qui l’appello di associazioni e realtà culturali per salvare la casa del Carnevale di Scampia) -------------------------------------------------------------------------------- Durante l’ultima conferenza pubblica che Ernst Bloch tenne nella Repubblica Democratica Tedesca (la DDR, la cosiddetta Germania Orientale della “guerra fredda tra Est e Ovest), gli ascoltatori si trovarono di fronte a un concetto non scontato nell’anno 1956 a quelle latitudini, e cioè che “la libertà deve essere intesa come una categoria sociale e non come un fattore limitato esclusivamente all’ambito della soggettività”. Nella cultura del cosiddetto “socialismo reale”, l’idea di gran lunga prevalente era che la libertà come principio della vita sociale fosse una formula ingannevole, buona soltanto a giustificare l’ideologia borghese della proprietà privata. Non stupisce, perciò, che già nel dicembre del ‘56 su Neues Deutschland, il più importante quotidiano del Paese, nonché organo della SED, il Partito-Stato della Germania Orientale,i uno dei filosofi del comunismo ufficiale, Rugard Otto Gropp (che insegnava a Lipsia, nella stessa università di Bloch), scrivesse senza mezzi termini che “la filosofia di Bloch tornava a vantaggio di obiettivi politici oggettivamente reazionari”.ii E gli anni successivi saranno punteggiati da analoghi giudizi sulla sua opera, duramente bollata come “filosofia metafisica della speranza”. Mi pare molto significativo che una delle più rappresentative figure del pensiero marxista del Novecento venisse trattata con questa acrimonia. Tanto più che appena sette anni prima, nel 1949, Bloch aveva accettato con sincero entusiasmo l’incarico di direttore dell’Istituto di filosofia di Lipsia, lasciando gli Stati Uniti, dove s’era stabilito dal 1938 negli anni dell’esilio dalla Germania nazista, che lo avevano visto lungamente soggiornare anche in Svizzera e a Praga. Riteneva che la Germania Orientale avrebbe potuto essere finalmente la sua patria, la sua Itaca. E per la DDR, la sua scelta rappresentò, all’inizio, un fiore all’occhiello, poiché Ernest Bloch era già allora considerato uno dei principali filosofi viventi. In un’ampia intervista concessa nel 1974 a José Marchand per la televisione francese, più volte pubblicata col titolo “Mutare il mondo fino a renderlo riconoscibile”, egli ricorderà in questo modo gli anni di Lipsia: A Lipsia tenni nel complesso, dal 1951 fino al 1956, tre corsi di storia della filosofia da Talete fino a Heidegger. Per quanto riguardava il mio pensiero, mi tenevo, apparentemente, sempre del tutto in disparte; si trattava tuttavia di un’astuzia ben compresa anche da una larga parte dei miei uditori. I miei rapporti con gli studenti furono in generale ottimi; si offuscavano, però, tutte le volte che gli studenti erano entrati in contatto con uomini dell’apparato.iii Poi, però, ci fu il ’56, la rivolta ungherese e la repressione in Polonia e in Ungheria; e coloro che si esprimevano pubblicamente contro le logiche staliniste che caratterizzavano il “socialismo reale” non furono più tollerati. Ai primi del 1957, Bloch venne messo a riposo d’ufficio, mentre il suo amico e collega Wolfgang Harich, col quale aveva nel ‘53 fondato la Deutsche Zeitschrift für Philosophie, veniva condannato a dieci anni di carcere per attività cospirativa contro la Repubblica Democratica Tedesca.iv Bloch non fu arrestato, per quanto Harich fosse collegato palesemente a lui: “A tal proposito, giocò forse un certo ruolo la pressione esercitata dall’estero; inoltre c’erano, anche fra gli uomini di partito, alcune persone più intelligenti, le quali ritennero un simile atto politicamente sbagliato”.v La notorietà internazionale del filosofo impediva, in effetti, particolari vessazioni. La DDR si limitò perciò ad emarginarlo, senza neppure impedirgli di viaggiare all’estero per conferenze e convegni. Così, quando nel 1961 venne eretto il muro di Berlino, Bloch era in Baviera e decise, come forma di protesta, di non fare più ritorno nella Repubblica Democratica Tedesca. Il regime non reagì in modo particolare, proprio perché si liberava di un problema. Del resto, con la logica del materialismo dialettico di derivazione terzinternazionalista, il cosiddetto Diamat dell’epoca staliniana,vi Bloch era entrato in rotta di collisione già negli anni Trenta, in particolare per il suo libro Erbschaft dieser Zeit, pubblicato in Svizzera nel 1935. Quel testo proponeva una riflessione che persino a György Lukács, che pure allineato non lo fu mai ed era stato lungamente amico di Bloch fin dal 1912, sembrò un eccesso. In quel libro Bloch si proponeva di dialogare proprio con Lukács su un tema apparentemente non politico. La domanda di fondo era: in che cosa consiste l’eredità culturale del passato?vii Per Lukács le eredità positive potevano venire solo dalle epoche rivoluzionarie e, in parte, dalle epoche caratterizzate dalla elaborazione di una “cultura alta”.viii Sulle epoche rivoluzionarie c’era ovviamente concordanza con Bloch, mentre non c’era sul secondo aspetto. Bloch ha sempre ritenuto un errore l’insistenza pressoché esclusiva del suo amico, notoriamente attratto dalla letteratura del grande classicismo tedesco,ix sui soli “periodi alti della cultura”. Significava guardare unicamente ai passaggi storici caratterizzati o da conclamate precipitazioni rivoluzionarie o da un relativo equilibrio tra forze produttive e rapporti di produzione (ad esempio, l’Atene del V secolo avanti Cristo o il periodo aureo dell’Umanesimo e del Rinascimento), di modo che, oltre alle rivoluzioni, il passato ci consegnerebbe di buono solo il classicismo. Per Bloch si trattava di una visione angusta, tipica della più statica ortodossia comunista: I marxisti ortodossi credono che i periodi di disgregazione, le epoche tarde di una società non possono venire ereditate, in quanto tutto ciò sarebbe soltanto decadenza. Mentre i nazisti dicevano “marciume”, i marxisti dell’Unione Sovietica dicevano “decadenza”.x In realtà, prosegue Bloch, nei momenti di decadenza e nei periodi di disgregazione “salta la bella vernice superficiale. E si vede qualcosa che nei periodi rivoluzionari, ma anche nei cosiddetti grandi periodi di splendore di una certa epoca, non era visibile, giacché occultato sotto la bella forma, sotto gigantesche smancerie estetiche e sotto l’apparenza”. C’è in sostanza un contenuto forte nella cosiddetta “disarmonia” poiché, come direbbe Brecht, lo straniamento, cioè il porsi attivamente al di fuori dell’automatismo della percezione, e più in generale al di fuori dell’armonia col contesto, permette di collegare tra loro oggetti e temi anche molto distanti e di recuperare, all’opposto, l’elemento della divergenza anche con la realtà più prossima. Non a caso, è proprio in un’epoca di decadenza, quella della fine della Belle Époque, della guerra mondiale e dei tormentati anni Venti, che nasceva l’arte feconda del montaggio. In effetti, Bloch considera il montaggio la forma – epistemica e non solo artistica – più prossima al proletariato rivoluzionario: nel senso che con tale modalità esso arriverebbe più immediatamente a cogliere, attraverso “lampi anticipatori di un altro mondo diverso”,xi il carattere suo proprio in quanto classe sociale capace, da un lato, di vivere la contemporaneità (analogamente a quanto succede, con contenuti opposti, per la borghesia) e, dall’altro, di cogliere ciò che ancora non c’è, ma che è comunque possibile ed anzi è latente nella realtà data. La particolarità fondamentale del proletariato rivoluzionario è che esso, diversamente dalla borghesia, può proiettarsi al di là della condizione immediata della contemporaneità, agendo in essa con un consapevole straniamento. Ma questa sua peculiare potenzialità, insisteva Bloch, è riuscita a palesarsi esattamente dentro il percorso della decadenza della modernità; che non è un andare indietro ma è reale compresenza di elementi distinti. Nel libro, egli elenca i vari elementi distinti (e distintivi) della decadenza moderna, sottolineandone in particolare tre. Anzitutto, c’è la distrazione, ovvero la rappresentazione di un mondo esteriore divertente, avvincente, interessante, rappresentato emblematicamente dagli spettacoli, dal cinema di evasione, ma anche dalla sovrabbondanza di pathos estetico che si annida perfidamente nella vita pubblica, e persino nelle stesse rappresentazioni della rivoluzione. Accanto alla distrazione c’è poi l’ubriacatura, con la creazione dei grandi miti del nazionalismo e poi della razza, che sintetizzano la tendenza all’ebbrezza di questa modernità scomposta. Esiste, infine, la a-contemporaneità, particolarmente resistente nei codici comportamentali dei contadini e dei piccolo-borghesi delle città, che tentano di vivere, e in parte vivono, come i loro padri e i loro nonni. Nel loro mondo è ancora fortemente presente la vecchia struttura economica e soprattutto tecnologica, il che li porta a riflessi ideologici chiaramente fuori dal quadro della modernità. Orbene, per Bloch è proprio la logica dello straniamento che riesce a cogliere con maggiore nettezza questi distinti e compresenti universi. Come accade, ad esempio, con la pittura espressionista: In De Chirico scorgiamo una stanza con una coppia dagli indefiniti sentimenti dinanzi al camino, arrivata forse colà dopo una fuga; a sinistra una parete, a destra un’altra. Ma la parete non c’è! Su quella di sinistra una selva di bestie e serpenti che vogliono irrompere nella stanza. Sul lato destro gigantesche onde marine. In primo piano il piccolo camino a legna, selva di serpenti, onde con squali; un camino, una normale seggiola del XX secolo e una coppia moderna, abbigliata con abiti dei nostri giorni, verosimilmente di cattivo umore. Si tratta di un montaggio.xii Attenzione, però: il montaggio non lascia le cose come stavano prima, ciascuna come era in se stessa. Tutti quegli elementi, spazialmente e temporalmente distinti, si presentano nella struttura del quadro anche come contemporanei, nel senso che si fanno contemporanei, e perciò anche attuali, conquistando il nostro sguardo. In realtà, Bloch recuperava nel testo del ‘35 quello che aveva già scritto ne Lo spirito dell’utopia, uscito nel 1918 e poi ampiamente rielaborato in una nuova edizione nel 1923, particolarmente in sintonia con le elaborazioni del primo Lukács. In una intervista del 1976 a Les Nouvelles litteraires parlerà di “forte analogia” fra Spirito dell’utopia e Storia e coscienza di classe, il libro che a Lukács costò, nel 1924, una dura reprimenda da parte dell’Internazionale Comunista: Nel libro di Lukács ci sono frasi che potrebbero venire da me, e viceversa, nei miei libri contemporaneamente apparsi, ce ne sono altre che tradiscono il forte impulso di Lukács. Nel Lukács di questo periodo si trovano anche la categoria dell’utopico, l’oscurità dell’attimo vissuto, la categoria del sapere non-ancora-conscio, persino la teoria della possibilità oggettiva. Lukács, per primo, rese pubbliche queste nostre idee. Non si tratta affatto di un plagio, giacché Lukács ricorda sempre di aver ripreso da me certi problemi. I suoi saggi sulla reificazione, sulla coscienza di classe del proletariato, su Rosa Luxemburg sono di grande rilievo.xiii Tuttavia, aggiungeva Bloch, il limite di Lukács è che egli non coglieva il carattere di sintesi attiva dell’arte moderna e la giudicava sbrigativamente “scarabocchi”. Agiva in lui, da freno, l’inquadramento ordinato che proveniva dal Movimento operaio organizzato, che era ben presto divenuto qualcosa di molto diverso dalla dinamica insurrezionale dei consigli operai o della “comune di Budapest”, che avevano caratterizzato il periodo più fecondo del sodalizio tra i due filosofi.xiv Ma in realtà la distanza poi enucleatasi tra Bloch e Lukács riguardava un punto molto più delicato della teoria marxista, e cioè la questione del materialismo. Riguardava, per dirla in breve, l’antica, decisiva domanda filosofica: che cosa esiste davvero? cosa è reale? Dopo la rappresentazione dialettica della realtà proposta, con finalità politiche opposte, da Hegel e Marx, risultava evidente la insufficienza delle risposte unilaterali. Non si poteva più dire: “è reale semplicemente il mondo separato dal mio pensiero, concettualmente distinto da me soggetto che lo guardo e lo interrogo”; e parimenti non si poteva dire il contrario, e cioè che “è reale solo il mio interrogare e il mio agire verso il mondo”. Bisognava invece cogliere il nesso dialettico di entrambi i momenti, ovvero il fatto che l’io è anche mondo e il mondo è anche io. Il lettore intuirà che non si tratta di una questione di lana caprina, ma di un passaggio decisivo per esplicitare appieno le enormi potenzialità del pensiero nell’epoca della scienza e della società moderna. Come è noto Bloch risolverà le cose individuando, nello spazio temporale del non-ancora-divenuto, una inedita densità piena. L’attesa non è, per lui, un arco vuoto, ma si carica inevitabilmente del possibile, del farsi-concreto-delle-cose, che, da due direzioni si muovono per essere reali: dalla direzione dell’io che guarda, e che si dispone perciò ad agire,e dalla direzione del mondo che è guardato, e che si dispone perciò a muoversi. L’attesa è, in sostanza, il luogo vivo del “Principio speranza”, che non è un elemento affettivo, una sorta di sentimento positivo contrapposto alla paura, bensì un atto effettivamente conoscitivo e immediatamente agente, che raccorda la memoria di ciò che è stato all’immagine del futuro umanamente qualificato, e perciò costruito già come un novum che chiede di venire ad esistenza.xv -------------------------------------------------------------------------------- Note i SED è l’acronimo di Sozialistische Einheitspartei Deutschlands (Partito socialista unificato di Germania). Modellato sul Partito Comunista dell’Unione Sovietica, sarà al potere fino al 1990. ii Cfr. R. O. Gropp, Idealistische Verirrungen unter antidogmatichen Vorzelchen [Deviazioni idealistiche di segno antidogmatico], in Neues Deutschland, 19 dicembre 1957. iii Cfr. E. Bloch, Marxismo e utopia, a cura di V. Marzocchi, Editori Riuniti, Roma 1984, p. 103. iv Sull’importanza di Harich nell’ambito della dissidenza marxista nella DDR, cfr. Alexander Amberger, Bahro – Harich – Havemann. Marxistische Systemkritik und politische Utopie in der DDR. Verlag F. Schöningh, Paderborn 2014. v Cfr. E. Bloch, Marxismo e utopia, cit., p. 103. vi L’acronimo si riferisce alle iniziali delle parole russe “dialekticeskij materializm” e si basa sul “Breve corso di storia del PC(b) dell’URSS” (1938), dove c’è un’ampia parte sul materialismo dialettico, che la vulgata vuole scritta dallo stesso Stalin. Esso è trasformato in una concezione generale del mondo, in un struttura universale di regole e presunte leggi del “reale”, che si impongono a tutto quanto diventi poi sapere, sfociando così in una grossolana quanto aggressiva epistemologia realistica. vii Cfr. E. Bloch, Eredità del nostro tempo, a cura di L. Boella, Il Saggiatore, Milano 1992. viii Cfr. G. Lukács, La lotta fra progresso e reazione nella cultura d’oggi, Feltrinelli, Milano 1957. ix Cfr. in particolare, G. Lukács, Goethe e il suo tempo, Mondadori, Milano 1949. x Cfr. E. Bloch, Marxismo e utopia, cit., p. 87. xi Ibidem, p. 89. xii Ibidem, p. 88. xiii Ibidem, pp. 127 – 128. Sulla condanna esplicita di Storia e Coscienza di classe da parte dell’Internazionale Comunista e sulle abiure fatte da Lukács, cfr. R. Malinconico, L’eresia dell’Occidente, Edizioni Melagrana, S. Felice a C., 2005, pp . 32 – 54. xiv Sulle contraddizioni della lunga militanza di Lukács getta luce il ritratto affettuoso e severo di Agnés Heller, che è stata sicuramente la sua più significativa allieva: “Lukács fu entrambe le cose, stalinista e antistalinista. Il suo è stato un costante confronto del proprio ideal-tipo con la società e il partito sovietici. Era uno stalinista poiché sosteneva questo ideal-tipo, ed era un antistalinista, poiché non vide mai realizzato il proprio ideale nella società in cui viveva, e di conseguenza si trovò sempre all’opposizione, anche contro la propria volontà. Fu messo ai margini, misconosciuto, perseguitato, persino incarcerato e deportato da un sistema che riteneva sostanzialmente giusto. È un segno di alta moralità che la sua propria persecuzione non l’abbia condotta ad abbandonare “l’ideale del regime”; ma fu un delitto morale che la persecuzione in massa di altri, non l’abbia scosso nella sua fede.” In A. Heller, Morale e rivoluzione, Savelli, Roma 1979, p. 76. xv Per l’insieme della filosofia di Ernst Bloch, oltre a rinviare il lettore alla sua opera fondamentale, Das Prinzip Hoffnung, redatta durante il suo soggiorno americano e pubblicata poi Germania tra il 1954 e il 1959 (in italiano esiste, de Il Principio Speranza, la bella edizione curata da Remo Bodei nel 1994 per l’editore Garzanti), mi permetto di indicare anche il mio già citato testo, L’eresia dell’Occidente, pp. 102 – 140. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Imparare a pensare la speranza -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > Sulle cose che ci-non-sono -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ANA CECILIA DINERSTEIN: > Come recuperare il terreno della speranza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Bloch, Lukács e il farsi delle cose proviene da Comune-info.
December 21, 2025
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Il furto di futuro e i suoi disertori
-------------------------------------------------------------------------------- Un’assemblea dello straordinario movimento sudafricano Abahlali baseMjondolo (“Coloro che vivono nelle baracche”). Oltre un miliardo di persone vivono in baraccopoli in tutto il mondo -------------------------------------------------------------------------------- Chi controlla il presente controlla il passato. Chi controlla il passato controlla il futuro. Lo scrisse il romanziere e militante George Orwell nel suo libro dal titolo 1984. Ci troviamo nell’altro millennio e siamo testimoni più o meno consapevoli del progressivo spossessamento del futuro dei poveri. Si trovino essi nella parte “sud” o “nord” del mondo così com’è stato ridotto in questi ultimi decenni della storia. La tragedia provocata delle oltre cinquanta guerre in atto nel pianeta e la conseguente creazione di milioni di rifugiati e richiedenti asilo non è altro che un futuro trafugato e che mai più troverà dimora. La strategia di controllo mirato e spesso istituzionalmente violento delle migrazioni internazionali conferma, specie nelle migliaia di morti alle frontiere, l’arbitraria e spesso definitiva sottrazione del futuro a che aveva il diritto di cercarlo altrove. Non c’è nulla di più grave, nella vita umana, della confisca o dell’esproprio del futuro. Prendere come ostaggio il futuro di un popolo, di una classe sociale o di età è commettere un crimine le cui conseguenze sono irreparabili. Non casualmente i politici, i generali, i commercianti e i religiosi promettono, ognuno a suo modo, un futuro differente ai sudditi, cittadini, fedeli o semplicemente clienti. Passato, presente e futuro si giocano nell’oggi che sfugge per distrazione, manipolazione o per scelta. I tempi sono stagioni che abbiamo comunque vissuto, sperato e atteso nell’apertura all’inedito di un futuro che pensiamo possibile. Tutti inconsciamente crediamo, come fanno i contadini, che si seminano oggi i grani conservati dal passato per raccoglierne, domani, i frutti. Si ha fiducia che il futuro non sia totalmente deciso o addirittura precluso dal luogo della nascita o dalle circostanze avverse del destino. Attentare alla speranza che domani non sia la banale ripetizione dell’oggi o di quanto già vissuto nel passato ma avventura di un altro mondo possibile è il più spietato dei genocidi. “Della perdita del passato – scrive nel romanzo I disorientati, lo scrittore libanese-francese Amin Maalouf – ci si consola facilmente, è dalla perdita del futuro che non ci si riprende“. L’orchestrata rapina del futuro passa anche attraverso la propaganda, la società dello spettacolo, le ideologie millenariste che si ostinano a promettere la felicità e l’eldorado per domani. Prima però sono necessari sacrifici, rinunce e sofferenze. Domani, certamente, arriverà Godot, personaggio enigmatico nel teatro dell’assurdo dell’irlandese Samuel Beckett. Godot non arriverà mai sulla scena e i due protagonisti passeranno il tempo in una tragica attesa senza futuro. Si mutila il futuro dei poveri tradendone i sogni con politiche economiche basate sull’esclusione e la morte. Si instilla nell’educazione in famiglia e negli istituti scolastici la paura del futuro perché non controllabile o semplicemente incerto. L’inverno demografico dell’occidente economicamente abbiente non è che un sintomo, peraltro di un’eloquenza unica, dell’espulsione del futuro di un’intera civiltà. Non è dunque casuale che, nella presente fase storica ci sia una moltiplicazione di campi di detenzione per i migranti e carceri contestualmente saturate. In entrambi i casi il futuro è letteralmente sospeso o spento. Fortuna ci sono loro, i disertori. Non seguono le indicazioni di percorso tracciate anzitempo dai maestri del tempio e i dottori della legge. Non aderiscono ai progetti confezionati o ai piani stabiliti dagli illuminati del sistema o l’intelligenza artificiale. Tra loro si trovano i poeti e i resistenti di ogni tipo che ridanno senso, gusto e vita alle parole cadute in disuso. Disertano come possono i paradisi occasionali e tutto ciò che sembra assicurare il successo. Si contano numerosi tra i marginali e in genere i poco importanti della società che conta. Non hanno fatta propria l’arte della guerra. Vivono nella loro patria ma come stranieri, ogni patria straniera è patria loro e ogni patria è straniera. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a Ilfattoquotidiano.it -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Organizzare la nostra disperazione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il furto di futuro e i suoi disertori proviene da Comune-info.
November 24, 2025
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Sui nuovi mondi
SI POTREBBE COMINCIARE DA QUELLE COMUNITÀ CHE, TRA INEVITABILI FRAGILITÀ, COSTRUISCONO RELAZIONI SOCIALI DIVERSE NELLA VITA DI OGNI GIORNO, NEI PICCOLI PAESI COME NELLE CITTÀ. ENZO SCANDURRA HA INSEGNATO URBANISTICA PER OLTRE QUARANT’ANNI: IL SUO INVITO A METTERE AL CENTRO IL FARE DI QUELLE ESPERIENZE CHE CERCANO NUOVI MONDI TRA MUTUO SOCCORSO E DEMOCRAZIA COMUNITARIA, È ACCOMPAGNATO DA ALCUNE DOMANDE. COME APRIRE UNA DISCUSSIONE SU UN CONCETTO ABBANDONATO, IL SOCIALISMO, IN ITALIA? SIAMO IN GRADO DI ALLONTANARCI DA INUTILI RIUNIONI E LITI SU LEADER E FORMAZIONE DI NUOVI ALLEANZE? E SE RINUNCIASSIMO A QUESTO PER VIVERE “COME SE”, COME SE IL SOCIALISMO FOSSE GIÀ PRATICATO? QUESTE E ALTRE DOMANDE HANNO PERÒ BISOGNO DI UN ÀNCORA: “MOLTI DI QUELLI CHE PARLANO DI SOCIALISMO COL SOLITO LINGUAGGIO, CON QUEL TRABOCCHETTO CHE AFFERMA CHE NON HANNO IMPORTANZA I MEZZI ATTRAVERSO I QUALI SI RAGGIUNGE QUESTO FINE, SARANNO COLORO I QUALI, CAMBIANDO SISTEMA, IL SOCIALISMO LO OSTACOLERANNO… NON SI PUÒ PRATICARE LA VIOLENZA PER COSTRUIRE UN MONDO DAL QUALE SI VUOLE ESPELLERLA” San Michele Salentino. Foto di Attacco Poetico -------------------------------------------------------------------------------- C’è un dibattito sul socialismo a venire? Ben venga in questo Paese anestetizzato, dalla coscienza atrofizzata, dalla mancanza di qualsiasi stupore per ogni cosa. Come sempre, si scontrano diverse analisi e visioni; tutte partono dal rifiuto di come va il mondo adesso, delle guerre, delle mediocri personalità che ci governano, delle disuguaglianze, delle ingiustizie, delle sopraffazioni, delle miserie e della crisi climatica che ci minaccia; insomma dal rifiuto del capitalismo e dell’ideologia neoliberista che rischia di trasformare il pianeta in un deserto. Eppure mi sento a disagio a parlare di questo tema in termini teorici: quale socialismo; quando il socialismo? Anziché immergerci in queste dotte analisi e pensieri, compito spropositato, preferirei pensare alla vita quotidiana delle tante piccole comunità disseminate un po’ ovunque, che senza parlare direttamente del tema, lo vivono con il proprio corpo, le fatiche del vivere, i piccoli conflitti, la gioia di fare insieme e di cenare insieme, l’amicizia, l’amore per le cose e la natura. Non è forse questo il socialismo? Oppure mi sbaglio? Penso a quel bel quadro di Pellizza da Volpedo e ci sembra che in esso, nelle sue figure ottocentesche, ci sia l’immagine del socialismo. Piuttosto che cercarlo nelle teorie, si potrebbero osservare queste comunità, la vita in piccoli paesi quasi abbandonati, il ritorno a pratiche di vita desuete, a un’economia che non abbia il fine del profitto, ma la produzione di beni materiali necessari alla vita quotidiana (La Restanza di Vito Teti). Lo sguardo della sinistra dovrebbe ruotare di 180 gradi e rivolgersi verso queste comunità e il loro modo di vita. Si impara solo spingendosi ai limiti per inoltrarsi su sentieri nuovi, mai praticati. Abbandonare le inutili riunioni, gli stanchi dibattiti, le liti nella sinistra, il leaderismo, la ricerca del Capo, la formazione di nuovi schieramenti e lasciarli soli questi politici, che si azzuffino pure per futili motivi, per contendersi qualcosa di cui non abbiamo bisogno. Senza il nostro riconoscimento essi sono personaggi inutili, senza alcun potere, persino ridicoli. E se appunto rinunciassimo a tutto questo e decidessimo di vivere “come se”, come se il socialismo fosse già praticato? E se ci immergessimo, noi non più giovani, in questo nuovo mondo di resistenza (femminismo, movimenti giovanili, studenti, ecc.)? Bisogna partire da se stessi, rinunciare al dover essere, al presidenzialismo, ai propri privilegi perché se uno sta più bene degli altri, ci saranno sempre quelli che stanno meno bene di lui. E rinunciare al dominio del patriarcato che affiora anche ai livelli istituzionali (vedi Nordio, Roccella). Partiamo dalle città, i luoghi dove vive e lavora la maggior parte delle persone (destinate a crescere nel tempo). Nulla ci impedisce di pensare (come già immaginava Murray Bookchin) che esse possano diventare “culle di comunità”, dove gli abitanti sono legati da vincoli comunitari e dove la solidarietà e la convivenza ne sono i requisiti fondamentali. Oggi siamo ben lontani da questa situazione, il capitalismo e l’ideologia neoliberista stanno trasformando le nostre città in luoghi di disperazione, di solitudine, di una guerra silenziosa tra ricchi e poveri. In primo luogo, bisogna abbandonare l’idea di metropoli, quel non-luogo di flussi e merci devastatore di territori e luoghi. Perché le persone abitano i luoghi fisici e non i flussi. Ma se si vogliono salvare le città (“Non si salva il pianeta se non si salvano le città” è il titolo di un bel libro di Giancarlo Consonni), bisogna ridefinire il concetto di democrazia, ovvero il suo perno fondamentale che consiste nella (crisi della) rappresentanza. Una democrazia reale si fonda sul volere/potere dei cittadini che si organizzano in comunità che, in quanto tali, prendono decisioni sull’organizzazione della propria vita; in sostanza comunità autogovernanti e di mutuo soccorso. Esperienze di tal genere si sono realizzate anche in Italia, purtroppo, in situazioni di emergenza come a L’Aquila (post terremoto), e durante l’epidemia di Covid. Una comunità non è un semplice aggregato di individui, afferma Debbie Bookchin (vedi Pratiche urbane e alleanze dei corpi, ne il manifesto del 20.11.2025): “una forma di organizzazione che chiamiamo comunitarismo. Si tratta di un progetto profondamente educativo in cui ci riappropriamo del senso di solidarietà e impariamo di nuovo ad autogovernarci”. Perché è proprio dalle città che nascono e si moltiplicano movimenti antagonisti al potere autocratico, come recentemente avvenuto a New York. Le città sono diventate fiere futili di eventi, di spettacoli, di turisti mossi dall’ansia di consumare, di rapine da parte di fondi immobiliari stranieri e non che le spolpano di ogni ricchezza e bellezza. Ma tanto più diventano prigioni per motivi di sicurezza, tanto più crescono movimenti antagonisti, per ora isolati, silenziosi, afoni. Casematte di un possibile risveglio? Esempi virtuosi di un altro mondo? È sufficiente questo? No, credo di no. Bisogna anche impegnarsi a cambiare i nostri governanti, a combattere per sostituirli con rappresentanti più onesti e capaci. Ma solo a partire dalle esperienze di questi nuovi mondi inascoltati e invisibili dalla politica, senza le quali ogni rinnovamento diventa impossibile. C’è poi il problema delle istituzioni; quelle in cui riponevamo la nostra fiducia non esistono più. Il neoliberismo si è mosso nella direzione di neutralizzarle: governi che decidono senza parlamenti, leggi che stanno per introdurre il presidenzialismo (leggi: fascismo), aggiungiamo il tentativo di eliminare i sistemi di controllo internazionali e quelli nazionali (Corte dei Conti, Banca d’Italia, magistratura). Difficile quindi contare in esse, piuttosto ci si dovrebbe interrogare su come risanare e rafforzare le “vecchie istituzioni” (Onu), e al tempo stesso crearne di nuove sovranazionali per affrontare problemi nuovi, sconosciuti in altre epoche, per esempio quelli connessi alla minaccia climatica (Luigi Ferrajoli, Per una costituzione della terra; Progettare il futuro. Per un costituzionalismo globale). Crediamo però che molti di quelli che parlano di socialismo col solito linguaggio, con quel trabocchetto che afferma che non hanno importanza i mezzi attraverso i quali si raggiunge questo fine, saranno coloro i quali, cambiando sistema, il socialismo lo ostacoleranno, come già accaduto nella storia. Non si può praticare la violenza per costruire un mondo dal quale si vuole espellerla. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTA INTERVISTA A STEFANIA CONSIGLIERE: > Perché è difficile riconoscere mondi nuovi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sui nuovi mondi proviene da Comune-info.
November 23, 2025
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Quando il dolore diventa speranza. Il Premio Seán MacBride per la pace a Berlino
Ci sono serate in cui la speranza è difficile, eppure divampa. La cerimonia di consegna del Premio Seán MacBride per la Pace da parte dell’International Peace Bureau (IPB) il 10 novembre a Berlino è stata una di queste. Una serata in cui persone che hanno vissuto le sofferenze più profonde hanno parlato il linguaggio silenzioso ma incrollabile dell’umanità. Una serata in cui è diventato chiaro che la pace non è creata da chi detiene il potere, ma da chi continua a crederci nonostante tutto. Un premio con una storia – e un raro momento di credibilità Il Premio Seán MacBride prende il nome da un uomo che ha imparato in prima persona cosa fa la violenza alle persone. MacBride si è unito all’IRA all’età di 15 anni e da adulto è diventato una delle autorità morali in materia di disarmo, diritti umani e giustizia internazionale. La sua dichiarazione decisiva – “Noi, i popoli, non noi, i governi” – aleggiava invisibile sulle teste dei presenti quella sera. Tra guerrafondai e premi per la pace finalmente un vincitore degno Negli ultimi mesi, sembrava essere diventata quasi una forma d’arte politica assegnare premi per la pace a persone o istituzioni che hanno a che fare con la pace quanto un fiammifero con la sicurezza antincendio. * Il Premio Nobel per la Pace alla politica venezuelana Maria Corina Machado, che sostiene sanzioni letali contro il suo Paese e un’invasione. * Il Premio della pace dell’Associazione degli editori tedeschi a Karl Schlögel, il cui linguaggio è più conflittuale che conciliante e che sostiene l’escalation della guerra in Ucraina. * Il Premio della Pace della Westfalia alla NATO, un’alleanza che è sinonimo di armamenti e guerra. Questa serata a Berlino è stata ancora più liberatoria, quasi un sollievo: finalmente un premio per la pace degno del suo nome. Un premio che non valorizza le alleanze geopolitiche, ma il coraggio, la vulnerabilità e il desiderio di un futuro senza morte. I vincitori del premio 2025: genitori che fanno l’impensabile e una società civile che costruisce ponti Quest’anno l’Ufficio Internazionale per la Pace assegna il Premio Seán MacBride per la Pace a due organizzazioni: il Parents Circle – Families Forum (PCFF) e l’Alliance for Middle East Peace (ALLMEP). Il Parents Circle è un’associazione unica nel suo genere: riunisce più di 700 famiglie israeliane e palestinesi che hanno perso i loro cari nel conflitto, ma hanno comunque deciso che il loro dolore non deve trasformarsi in nuovo dolore per gli altri. Le due co-amministratrici delegate, Ayelet Harel e Nadine Quomsieh, hanno ritirato il premio a nome dei membri. ALLMEP è una rete di oltre 180 organizzazioni della società israeliana e palestinese che svolgono attività di pace a livello locale in vari modi: attraverso progetti educativi, dialoghi tra giovani, attività di advocacy politica o sostegno nell’affrontare i traumi. L’alleanza sta anche promuovendo la creazione di un fondo internazionale per la pace israelo-palestinese, ispirato a un modello che ha contribuito in modo significativo al successo dell’accordo del Venerdì Santo in Irlanda del Nord. Entrambe le organizzazioni condividono la convinzione fondamentale che la pace cresce dal basso verso l’alto. I discorsi: voci che trasmettono sia dolore che speranza Il direttore esecutivo dell’IPB Sean Conner ha aperto la cerimonia di premiazione con un commovente ricordo del motivo per cui Seán MacBride, fondatore dell’IPB e cofondatore di Amnesty International, è stato un vincitore così insolito del Premio per la Pace: perché sapeva che odore aveva la violenza. MacBride ha lasciato un’opera che ancora oggi ci insegna che questo premio appartiene a “coloro che conoscono il vero costo umano della guerra”. Basandosi su questo atteggiamento, Conner si è concentrato costantemente sulle persone, non sugli attori politici: “Dobbiamo ascoltare le persone, non i governi”. Ha chiarito che il PCFF e l’ALLMEP stanno facendo esattamente il tipo di lavoro che i governi di solito apprezzano solo quando è già troppo tardi. La sua immagine centrale era un ribaltamento della logica del potere: “Non sono gli Stati a fare la pace. Sono le persone che rendono possibile la pace”. Conner ha anche avvertito: “Il futuro rimane a rischio se la società civile non è coinvolta”. Ma ha anche trovato parole di incoraggiamento: “La speranza che sentiamo oggi dimostra che un futuro è possibile, un futuro basato sulla sicurezza, la dignità e la libertà per tutti”. Ha concluso rivolgendosi direttamente ai vincitori del premio e concentrandosi sul loro coraggio: “Avete il coraggio di farvi vedere. Oggi siamo qui per vedervi e ascoltarvi.” In quel momento, la frase “Il vostro coraggio è visibile” suonava come un messaggio da un futuro migliore, un futuro che appartiene a coloro che conoscono la ferita. Ayelet Harel: Quando il dolore diventa un ponte Quando Ayelet Harel, co-direttrice israeliana del PCFF, si è avvicinata al microfono, la sala è sembrata improvvisamente più fragile. Ha parlato con calma, ma con un’emozione che non poteva nascondere. Ha parlato di suo fratello, morto nella prima guerra del Libano e di come la perdita di una persona cara rimanga con te per tutta la vita, ma possa essere trasformata in un impegno per la pace e la riconciliazione: non era una dichiarazione retorica, ma una testimonianza. Ha parlato di come il suo cuore soffra di fronte al 7 ottobre e allo stesso tempo di fronte alla “distruzione inimmaginabile” a Gaza. Poi è arrivata la frase che avrebbe attraversato l’intera serata come un filo conduttore in tutti i discorsi: “No, non è una realtà simmetrica, ma un’umanità condivisa”. E proprio perché questa realtà non è simmetrica, ha detto, dobbiamo prendere la nostra responsabilità morale due volte più seriamente. Il suo appello alla Germania era chiaro e urgente: “Per favore, non schieratevi. Usate la vostra storia e la vostra voce morale per promuovere l’uguaglianza e la pace”. È stato uno di quei momenti in cui è calato un silenzio palpabile, un silenzio in cui tutti i presenti hanno percepito la posta in gioco. Nadine Quomsieh: “Non c’è competizione nel dolore” Nadine Quomsieh, la co-direttrice palestinese del Parents Circle, ha ripreso da dove Ayelet aveva lasciato e ha condotto il pubblico più a fondo nel brutale presente. Ha descritto Gaza con parole che non lasciavano spazio ad abbellimenti: quartieri distrutti, bambini che imparano parole come “attacco con droni, macerie, orfano” prima ancora di imparare a leggere. Donne che partoriscono nelle tende. Persone che, notte dopo notte, non sanno se vivranno abbastanza a lungo da vedere un altro tramonto. Allo stesso tempo ha parlato delle famiglie israeliane la cui vita non sarà più la stessa dopo il 7 ottobre. E poi è arrivata la frase che ha riassunto l’intera serata, una frase che è rimasta come linea guida morale contro la brutalizzazione globale: “Non c’è competizione nel dolore. C’è solo perdita”. Ha parlato dell’inimmaginabile: da ottobre, il PCFF ha accolto 125 nuove famiglie in lutto, sia israeliane che palestinesi. La sua voce non si è spezzata, ma ha vibrato. “Incontrarsi dopo una perdita, parlarsi dopo un trauma, rifiutare l’odio, anche quando ci si aspettava che odiassimo. Persone che hanno seppellito i propri cari si rifiutano di usare il proprio dolore come arma o per giustificare il dolore di un’altra famiglia. Questo non ha nulla a che vedere con la convivenza. Si tratta di co-umanità”. È stata una delle dichiarazioni più chiare della serata, una sorta di manifesto silenzioso. La società civile come fondamento, non come nota a piè di pagina Miro Marcus di ALLMEP ha poi spostato la prospettiva dal dolore individuale alla speranza strutturale. Ha riferito che, nonostante la guerra, i traumi e la rassegnazione internazionale, oltre il 60% delle organizzazioni che ne fanno parte ha continuato il suo lavoro, molte addirittura più di prima. Ha raccontato di 400 israeliani e palestinesi che si sono incontrati a Parigi mentre le loro famiglie erano sotto il fuoco dei razzi e che lì hanno formulato proposte politiche che sono state poi effettivamente incorporate nella Dichiarazione di New York. “La pace non si negozia. La pace si costruisce. E questo richiede le persone che sono sedute qui oggi”. L’idea di un fondo internazionale per la pace improvvisamente non sembrava più lontana, ma piuttosto un modello che avrebbe dovuto esistere da tempo. “Amore invece di odio” – L’appello di Dolev per un’umanità radicale Sharon Dolev, membro del consiglio di amministrazione dell’IPB e direttrice esecutiva di METO, è rimasta profondamente commossa e ha elogiato lo straordinario coraggio dei vincitori del premio. Ha ricordato al pubblico che le guerre di solito hanno solo due esiti – “La distruzione di una delle parti o un accordo” e che è quasi inconcepibile difendere la pace in modo così coerente nelle circostanze attuali. Riferendosi al PCFF e all’ALLMEP, ha detto: “Quello che state facendo è quasi disumano: scegliere l’amore invece dell’odio dopo una perdita”. Ha sottolineato quanto sia difficile lavorare per la pace quando le persone vivono sotto una minaccia reale: “È estremamente difficile quando cadono le bombe e la paura urla”. Dolev ha criticato l’aspettativa di una pace perfetta e ha definito il rifiuto di soluzioni realistiche una forma di pregiudizio. Gli Stati sono bloccati nella loro capacità decisionale, mentre la società civile è la vera forza di cambiamento: “Quando gli Stati e gli statisti siedono in una stanza, sembra quasi che siano intrappolati in abiti fatti di cemento. Mancano del potere, della capacità e del coraggio di essere creativi, di muoversi, di avere una conversazione reale. Questo compito spetta a noi, alla società civile”. In chiusura, ha espresso la sua gratitudine per il premio e il suo desiderio: “Spero che il vostro lavoro ci dia ciò che tutti meritiamo: la pace in Medio Oriente”. Una serata che non banalizza il dolore, ma rende possibile la speranza Ciò che ha reso speciale questa serata è stato il fatto che nessuno ha cercato di misurare le sofferenze degli uni rispetto agli altri. Nessuno ha parlato di “sacrifici uguali”, nessuno ha relativizzato. Al contrario: riconoscere le differenze era un prerequisito per riconoscere i punti in comune. L’atmosfera non era festosa, ma seria. Non cupa, ma chiara. Non sentimentale, ma umana. È stato il tipo di serata che non cambia immediatamente il mondo, ma cambia il modo in cui lo guardi. Un futuro che non è inevitabile, né in un senso né nell’altro. Alla fine è rimasta una sensazione che è diventata rara nei circoli politici: la sensazione che le persone possano cambiare le cose se hanno abbastanza coraggio da pensare in modo diverso dal resto della società. Il Premio Seán MacBride 2025 è andato a coloro che hanno pagato un prezzo troppo alto per ottenerlo: con le loro famiglie, i loro figli, i loro fratelli. Avrebbero tutte le ragioni per continuare a odiare e invece fanno il contrario. Forse questo è il più grande atto di pace conosciuto fino ad oggi. E forse questa serata a Berlino non è stata solo una cerimonia di premiazione, ma la prova silenziosa che la pace – come ha detto Nadine Quomsieh – non è resa, ma coraggio. Non è debolezza, ma determinazione. Non è utopia, ma una decisione quotidiana. Una decisione che quella sera è diventata visibile e speriamo anche contagiosa. Traduzione dall’inglese di Anna Polo     Reto Thumiger
November 20, 2025
Pressenza
Gaza, la speranza cammina sulle nostre gambe
La risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite rappresenta una vittoria della diplomazia americana in nome della legge del più forte. Il 17 novembre 2025 a New York, Russia e Cina si sono astenute, pur avendo la possibilità di bloccare la risoluzione con il veto, un diritto riservato a cinque potenze: USA, Francia, Gran Bretagna, Russia e Cina. Ho letto la risoluzione. La condanna di Gaza si nasconde nell’ambiguità della visione generale. Il Board of peace, il sedicente Consiglio di Pace guidato da Trump, governerà sulla striscia martoriata coadiuvato da una forza internazionale di “stabilizzazione”, che avrà il compito di disarmare i palestinesi. O meglio distruggere Hamas. Senza tenere conto che lo stesso Trump, quando annunciò il piano del Pentagono, disse espressamente che Hamas era già un movimento decapitato, ma evidentemente gli israeliani non la pensano come il Pentagono, e hanno già manifestato con uccisioni indiscriminate la loro espressa volontà genocidiaria, anche dopo la presunta tregua. Il governo di Netanyahu considera infatti tutti i palestinesi come terroristi, comprese le donne e i bambini. La risoluzione ONU rischia di diventare una copertura formale per “finire il lavoro”. Sembra che il mondo abbia abbandonato i palestinesi al loro destino. Ovviamente conviene a tutti fare finta di niente e continuare con la politica degli struzzi, che mettono la testa sotto la sabbia per non guardare quello che succede ogni giorno a Gaza. Una timida espressione del diritto all’autodeterminazione dei palestinesi appare nella risoluzione, ma serve solo per ottenere l’astensione di Russia e Cina e la connivenza dei Paesi arabi. Come si può pensare che un’amministrazione di fatto coloniale della striscia possa riportare la pace? Non serve piuttosto come copertura formale per il genocidio? Spero di sbagliarmi… In teoria, al punto 8 della risoluzione, si stabilisce una scadenza al 31 dicembre 2027. Immaginiamo una forza di stabilizzazione (ISF) che non riesca a domare i ribelli entro quella data: risulta evidente che rimarrà con gli scarponi sul terreno a fare il suo lavoro con il mandato ONU o a quel punto anche senza; non ci andranno i caschi blu delle Nazioni Unite, ma questa forza sarà costruita per compiacere Israele, non per fermare il genocidio, per il quale nella risoluzione non viene sprecata neanche una parola, come se non esistesse. Ovviamente nessuno si azzarda a prevedere il futuro, che potrebbe essere molto diverso dalle mie legittime paure. Le forze militari israeliani (IDF) si impegnano a ritirarsi solo dopo la completa distruzione dei nemici, come se non bastasse quel deserto che affonda nell’indifferenza globale e che viene chiamato pace. Saranno addestrate anche forze di polizia palestinesi e ci sarà anche un comitato tecnico palestinese; sembra davvero una beffa a uso e consumo degli ipocriti, con un ruolo subalterno dei palestinesi. Meditate, gente, se questa è una pace. La speranza però vive ancora nell’animo delle persone comuni che a milioni sono scese in piazza a manifestare il proprio dissenso contro i governi complici o incapaci. La speranza era in mare a sfidare il blocco criminale agli aiuti umanitari con le Flotille. La speranza anima ogni giorno le persone che non si lasciano imbrogliare da una pace finta. Continueremo a protestare per avere una pace vera per i palestinesi martirizzati e per tutti i popoli martoriati dalle guerre. Rayman
November 19, 2025
Pressenza