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Infinite crepe
È UN TEMPO IN AGONIA QUELLE CHE VIVIAMO, NEL QUALE LA VITA È RIDOTTA A MERCE E TUTTI SIAMO SEMPRE PIÙ RIPIEGATI NELLA SOLITUDINE DI UN QUOTIDIANO FRANTUMATO DALLE TANTE FORME DI VIOLENZA. EPPURE È POSSIBILE SCORGERE FRAMMENTI DI SPERANZA PROPRIO NELLE PIEGHE DI QUESTA SITUAZIONE. NEL LIBRO TERRITORI DELL’INFANZIA. SOVVERTIRE L’IMMAGINARIO DEL PRESENTE (ORTHOTES ED.), TIZIANA VILLANI, FILOSOFA E DOCENTE ALL’UNIVERSITÀ DI PARIGI E A MILANO, INDIVIDUA NELL’IMMAGINAZIONE E NELLA POTENZA DEL RICORDO LE CHIAVI PER APRIRE IL PRESENTE E RIBELLARSI AL DOMINIO DELL’ATTUALE SISTEMA ECONOMICO-SOCIALE. “ANCHE QUANDO UNA FASE INTENDE AFFERMARSI COME PREORDINATA, PROPRIO LA SUA RIGIDITÀ, LA SUA PERVASIVITÀ FINISCE CON IL PRODURRE INFINITE CREPE. LA POSSIBILITÀ DI PRODURRE SENSO NON È MAI DEL TUTTO PERDUTA. SUBENTRA IL TIMORE, MA AL CONTEMPO UNA TENSIONE VERSO QUELL’INCERTO CHE DICE ANCHE DI UN POSSIBILE SLITTAMENTO DI SENSO…”. AMPI STRALCI DEL CAPITOLO “CLINICA DEL PRESENTE” Per le vie di Torpignattara, a Roma, con canti in romanesco, bangla, arabo, inglese, portoghese e russo scambiati con verdure, indispensabili per il minestrone di quartiere: “La banda del minestrone” è un’iniziativa immaginata e realizzata (giugno 2024) da Asinitas (foto di Luisa Fabriziani – che ringraziamo – tratta dalla pag fb di Asinitas) -------------------------------------------------------------------------------- In che modo è possibile aprire percorsi di liberazione una società molteplice, fragilizzata e priva di prospettive soddisfacenti? In primo luogo riconoscendone il vuoto di senso che la abita. Il vuoto di cui parliamo è prodotto da una profonda crisi di esperienza che non riesce a elaborare le trasformazioni in corso e dunque è in difficoltà rispetto alla progettualità, in assenza della quale le vite paiono girare su se stesse, strette tra il bisogno di sopravvivere e l’impossibilità di creazione. Alcune delle risposte che vengono messe in campo cercano di ripartire da istanze comunitarie dal basso, da alleanze, per dirla con Haraway, che si indirizzano verso stili di vita alternativi. Pensare è “con-pensare” per generare “nuove parentele”, altri “paradigmi”: «È importante capire quali pensieri pensano altri pensieri. È importante capire quali conoscenze conoscono altre conoscenze. È importante capire quali relazioni mettono in relazione altre relazioni. È importante capire quali storie raccontano altre storie».10 Tuttavia, la posta in gioco sembra essere di natura ben più complessa e riguarda il modo in cui il vivente – nel tempo dell’anomia di massa, della messa in produzione-consumo di ogni corpo, di ogni vita – non riesce a rompere il cortocircuito del nuovo “sguardo clinico”, uno sguardo che reifica le forme di vita, le destituisce di singolarità e affetti, le mortifica nelle loro tensioni alla variazione. La tristezza del nostro tempo non corrisponde alla noia, né all’otium (del resto difficilmente praticabile), quanto all’inesprimibile avversione verso modalità di assoggettamento brutali nella loro tirannia che sono volte al mantenimento di sistemi di controllo chiamati a determinare il prevalere delle nuove gerarchie. Le istituzioni tradizionali non hanno dunque cessato la loro funzione, ma agiscono come strutture di sostegno per narrazioni la cui ragion d’essere non può essere colta se non nella sopraffazione e nella violenza. I corpi messi al lavoro sono i corpi di tutti, umani e non. Il benessere come valore comune di una comunità non resta che semplice slogan se non se ne coglie il nesso con lo sfruttamento e la messa a produzione di ogni istante di vita. Ciò che appare più grave rispetto a queste prime linee di analisi è il fatto che una simile situazione, lungi dal generare solidarietà, intensifica le atomizzazioni, le autoreferenzialità, i piccoli ripiegamenti nella solitudine di un quotidiano frantumato. Questa frantumazione attraversa il sociale ed è indicativa di una modificazione profonda dei modi di esistere e di immaginare la vita. Il potere si esercita senza temere più limiti alle sue capacità di assoggettamento e di drastica riduzione degli spazi di vita e dunque della progettualità e del senso delle esistenze. […] Nel 1976 Foucault organizza il proprio discorso sul biopotere secondo i versanti dell’anatomopolitica – che circonda e definisce il corpo parcellizzandone tempi e spazi – e della biopolitica, che economizza le proprie risorse applicandosi alla popolazione, ottimizzandone i processi vitali e, nei termini che lo stesso Foucault conierà l’anno successivo, governandone la storia in direzione del benessere di ciascun membro e della comunità tutta. È in questi termini che, spiega Foucault, la politica fa della vita il proprio oggetto privilegiato e, anzi, produce la vita. Il modo in cui il potere “produce la vita” è, al pari delle trasformazioni ambientali, tecnologiche, produttive odierne, un modo che prevede forti movimenti di scarto, selezione, eliminazione. La vita ridotta a merce, a consumo, vale solo nella sua apparenza estetica, la riduzione al corpo-macchina parcellizzato è funzionale al prodursi di tecniche di controllo, divisione, uso, che al momento opportuno ricorrono ai vecchi armamentari della distruzione di massa delle popolazioni, dell’asservimento, della cancellazione della dignità della vita. […] Anche quando una fase intende affermarsi come preordinata, proprio la sua rigidità, la sua pervasività finisce con il produrre infinite crepe. La possibilità di produrre senso non è mai del tutto perduta. Subentra il timore, ma al contempo una tensione verso quell’incerto che dice anche di un possibile slittamento di senso. All’antagonismo tra paura e speranza Ernst Bloch ha dedicato importanti riflessioni, sottolineando come «la mancanza di speranza è la cosa più insopportabile, assolutamente intollerabile per i bisogni umani»16 e più avanti, richiamando Marx «La filosofia avrà coscienza del domani, prenderà partito per il futuro, saprà della speranza, o non saprà più nulla. È nuova filosofia, secondo la via aperta da Marx, significa filosofia del nuovo, di quest’essenza che ci attende tutti e che ci annienterà o ci realizzerà».17 La creazione del nuovo si realizza tramite le pratiche dell’attraversamento, dello smottamento, della caotica perdita di riferimento. Ex-istere come eccedere, esistere altrimenti rispetto a un orizzonte dato, privo di possibilità. Eccedere significa anche fare i conti con i limiti, limiti propri, del contesto in cui si vive, mentali. Non sempre quindi una simile prospettiva riesce a essere accolta senza riserve. Tuttavia, l’inatteso, l’imprevisto, il temuto e il desiderato accadono. L’imprevisto non lascia mai lo stato di cose intatto. Forse allora la realizzazione di Bloch va piuttosto intesa nel senso della forza del desiderio. Il desiderio non è però del tutto una forza intenzionale poiché non è ascrivibile completamente alla sfera della razionalità. Il desiderio è spesso pluriverso.18 Si tratta dunque di un movimento di esposizione che ha diverse possibilità di concatenamento. È il momento possibile e fatale come per il Faust di Goethe se si fosse rappreso nel pronunciamento de l’“attimo: sei così bello! Fermati!”. Ma si tratta appunto di un momento. Alla frattura imminente si risponde spesso con i rituali della consuetudine, della ripetizione che rassicura. Ma poi la vertigine strappa quest’illusione e l’inatteso si manifesta, rompendo l’anestetico tempo della ripetizione. A volte si tratta di piccoli strappi, cedimenti che però lavorano erodendo e modificando il quotidiano. E la prospettiva cambia, magari in una direzione non voluta, e si impone chiedendoci di rielaborare percorsi di vita. Tutto questo accadere non è solo individuale, ma può anche essere virale e comprendere intere compagini sociali. A fasi innovative, durante le quali si crede all’imminenza di un mondo migliore più giusto, spesso la reazione, la conservazione, rispondono con grande durezza, perché gli eventi non appartengono a un ipotetico tempo lineare della storia. Ma anche la reazione non tende verso un ritorno al passato. La vita non è destinata, ma di certo soggiace a un’infinità di “condizioni”, diciamo naturali, creaturali, e pur sempre in relazione con il sociale. […] Le carenze della vita consistono nel suo essere esposta, ma è proprio in questo incedere, talora incerto, che è possibile scorgere le alternative, le possibilità non colte. Aperture, slittamenti di senso, possibili percorsi altri. […] -------------------------------------------------------------------------------- Note 10 D. Haraway, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, University of Chicago Press, tr. it. Chthulucene, Sopravvivere su un pianeta infetto, tr. it. di C. Durastanti, Nero, Roma 2019, pp. 57-58. 16 E. Bloch (1953-1959), Il principio speranza, a cura di R. Bodei, Gar- zanti, Milano1994, p. 17. 17 Ivi, p. 10. 18 U. Fadini, Oskar Panizza e l’“azione del pensiero”, in Il sistema della crudeltà, «Millepiani» n. 11, Mimesis, Milano 1997, p. 89. Le città del nostro tempo non contemplano i bambini. Alcuni di loro però sanno immaginare e trovare il modo per uscire dalla gabbia di una città fatta per il consumo e per il lavoro. Foto di Ferdinando Kaiser: vicoli di Napoli -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > La rabbia può andare in molte direzioni -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI STEFANO LAFFI: > Cultura per non colti -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Infinite crepe proviene da Comune-info.
Una luce nell’oscurità
«HO PERCORSO OLTRE 11.000 CHILOMETRI PER ESSERE QUI CON VOI. PERCHÉ? SONO STATO ATTIRATO QUI DA UNA LUCE CHE BRILLA NELL’OSCURITÀ. LA LUCE DI ÖCALAN E DEL MOVIMENTO DI LIBERAZIONE CURDO. UNA LUCE DI SPERANZA. SPERANZA CONTRO L’OSCURITÀ DEL MONDO…». È COMINCIATO COSÌ LO SPLENDIDO INTERVENTO DI JOHN HOLLOWAY ALLA CONFERENZA INTERNAZIONALE SULLA PACE E LA SOCIETÀ DEMOCRATICA, PROMOSSA A ISTANBUL, IL 6 E 7 DICEMBRE, DAL DEM, IL PARTITO CURDO CHE SOSTIENE ÖCALAN E L’ATTUALE PROCESSO DI PACE. UNA DUE GIORNI, SECONDO ALCUNI, FORSE TROPPO CONCENTRATA SULLA RIFORMA DELLO STATO E POCO SU QUELLO CHE ÖCALAN CHIAMA “CONFEDERALISMO DEMOCRATICO”. MA IL MOVIMENTO CURDO È OGGI ATTRAVERSATO, TRA INEVITABILI CONTRADDIZIONI DA COMPRENDERE E RISPETTARE, DA ALMENO DUE GRANDI QUESTIONI: IL DESIDERIO DI UNA VERA PACE, DOPO MIGLIAIA DI MORTI E DOPO OLTRE TRENT’ANNI DI CARCERE PER TANTISSIMI PRIGIONIERI POLITICI; LA DETERMINAZIONE A REALIZZARE UNA TRASFORMAZIONE PROFONDA DELLA SOCIETÀ, UNA SOCIETÀ ORGANIZZATA NON CON LE LOGICHE TRADIZIONALI DELLO STATO MA SU BASE COMUNITARIA (“CONFEDERALISMO DEMOCRATICO”). DI CERTO, IL MOVIMENTO CURDO, COME QUELLO ZAPATISTA E MIGLIAIA DI ALTRI GRUPPI NEL MONDO, È “UN MOVIMENTO MOLTO SPECIALE CHE BRILLA DI UNA LUCE SPECIALE, LA LUCE DELLA DIGNITÀ, DELLA RABBIA DELLA DIGNITÀ CONTRO L’OSCURITÀ…” Foto di Ferdinando Kaiser: Napoli con il Rojava (2019) -------------------------------------------------------------------------------- Ho percorso oltre 11.000 chilometri per essere qui con voi. Perché? Sono stato attirato qui da una luce che brilla nell’oscurità. Una luce così brillante che può essere vista a oltre 11.000 chilometri di distanza. La luce di Öcalan e del Movimento di liberazione curdo. Una luce di speranza. Speranza contro l’oscurità del mondo. Contro l’oscurità di un mondo così crudele che lo stato turco ha tenuto un uomo in isolamento in prigione per più di venticinque anni, semplicemente perché ha dedicato la sua vita a lottare per la libertà: lo stato turco si porta addosso la vergogna internazionale per ogni giorno che viene tenuto in prigione. Un mondo così crudele che può sopportare mentre lo stato israeliano uccide e uccide e uccide e uccide bambini, donne e uomini palestinesi. Un mondo governato dal denaro dove ogni aspetto della vita è plasmato dal desiderio di aumentare il denaro, di generare profitto. Un mondo che si sta distruggendo, un mondo in cui noi umani abbiamo fatto della nostra stessa estinzione un pericolo reale e urgente. Un mondo in cui il denaro non ha mai manifestato il suo potere in modo così forte e volgare. Il mondo di oggi è un posto molto, molto buio. Ecco perché è così importante rallegrarsi delle luci che brillano nell’oscurità, dei movimenti che vanno nella direzione opposta, contro il crudele dominio del denaro. Per me, in questo momento, ci sono due grandi luci nel cielo. Una è il Movimento di liberazione curdo, l’altra è il movimento zapatista in Messico. Ma se guardiamo più da vicino, vediamo che ci sono migliaia, probabilmente milioni di gruppi che spingono in direzioni simili. Stiamo tutti cercando di creare una luce contro l’oscurità, stiamo tutti cercando di reclamare il mondo, il nostro mondo, dal dominio omicida del denaro, per riprendercelo prima che sia troppo tardi. Ecco perché il movimento curdo e il movimento zapatista sono così importanti per noi che non siamo né curdi né indigeni: perché la loro forza e le loro idee ci danno il coraggio di continuare a lottare per un mondo basato sul riconoscimento della dignità umana. Non sto dicendo che questi movimenti siano perfetti: come ogni movimento, hanno le loro contraddizioni e le loro tensioni interne. Ma hanno almeno cinque caratteristiche centrali nell’attuale flusso globale di resistenza e ribellione: sono anticapitaliste, antistataliste, antipatriarcali, antiecocide e antinazionaliste. Innanzitutto, anticapitaliste, in opposizione al dominio del capitale, espresso in modo più evidente nel dominio del denaro. Capitale è il nome che diamo a una forma di coesione sociale in cui le relazioni sociali si stabiliscono attraverso lo scambio di merci, cioè essenzialmente attraverso il denaro, una forma di coesione sociale che si basa necessariamente sullo sfruttamento della stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Questa forma di coesione sociale genera una dinamica violenta che ci sta distruggendo. L’unico modo per superare questa dinamica di distruzione è sviluppare, contro il capitale, una diversa forma di coesione sociale, una comunizzazione, un’unione che sia comunitaria. Sia il movimento curdo che gli zapatisti hanno sviluppato questa comunizzazione in larga misura nella loro pratica. In secondo luogo, anti-stataliste. Lo stato, come forma di organizzazione, non potrà mai essere nostro. A differenza del comune, esclude le persone affidando le decisioni a un numero selezionato di persone. È legato all’accumulazione di capitale. Inoltre, lo stato, qualsiasi stato, è profondamente razzista, semplicemente perché si basa sulla discriminazione tra i suoi cittadini e il resto della popolazione mondiale. Cosa questo significhi in termini di violenza quotidiana e omicidi di massa sta diventando sempre più chiaro. Lo stato è una forma violenta di organizzazione, mentre il comune non lo è. Lo stato è un dire, un comandare, mentre il comune è un dibattere, un discutere e un giungere a una conclusione condivisa. Lo stato, come forma organizzativa, porta alla guerra, il comune alla pace. Una pace significativa deve essere costruita sulla trasformazione sociale. In terzo luogo, anti-patriarcale. Ôcalan ha ragione quando dice che la schiavitù delle donne è la schiavitù più antica del mondo. Sia il Movimento di liberazione curdo che gli Zapatisti hanno posto la trasformazione del ruolo delle donne nella società al centro della loro lotta. Senza di essa non può esserci libertà. Ciò significa la trasformazione radicale del nostro modo di vivere e di relazionarci gli uni con gli altri, la creazione di un mondo basato sul reciproco riconoscimento della dignità di tutte le persone. In quarto luogo, anti-ecocida. Il capitalismo è profondamente ecocida, basato sulla distruzione e sullo sfruttamento di altre forme di vita e di tutta la natura che ci circonda ed è essenziale per il nostro benessere e per la nostra stessa vita. Per sopravvivere, dobbiamo recuperare e sviluppare un rapporto armonioso con la natura. Anche questa è una caratteristica centrale del movimento curdo, di quello zapatista e di migliaia di altri movimenti in tutto il mondo. E in quinto luogo, anti-nazionalista. Questo è importante perché il nazionalismo è sia l’aspetto più violento dell’oppressione capitalista quotidiana, sia la forza che più di ogni altra ha contribuito a spezzare le lotte popolari per un mondo migliore. Sia gli Zapatisti che il movimento curdo hanno proclamato il loro anti-nazionalismo. Gli zapatisti hanno da tempo abbandonato l’idea di liberazione nazionale e proclamano che “la lotta per l’umanità è globale… la lotta per l’umanità è in ogni luogo e in ogni momento”. E Öcalan esprime magnificamente il suo rifiuto non solo del nazionalismo, ma di qualsiasi forma di identitarismo quando afferma: “La libertà nel vero senso della parola è la trascendenza della distinzione tra noi e gli altri”. La sua grande luce splende nel cielo scuro, ecco perché ho viaggiato per 11.000 chilometri. Ma cosa ho trovato? Persone molto simpatiche, certo, ma, con la notevole eccezione della lettera di Öcalan, ieri non si è praticamente parlato di anticapitalismo, antistatalismo, antipatriarcato, antiecocidio, antinazionalismo. Posso rispettare i movimenti catalano, basco e irlandese, e comprendo persino l’interesse per la trasformazione del Sudafrica dalla brutalità dell’apartheid a una delle società più violente, corrotte e inique del mondo. Ma questi non sono i movimenti di radicale trasformazione sociale che entusiasmano le persone in tutto il mondo come sta facendo il movimento curdo. Tutti ieri hanno parlato di pace, ma come un accordo legale, non come un processo di trasformazione sociale[1]. Quindi mi restano due opzioni. Una è tornare a casa e dire: “Bella gente, ma è stato tutto un errore, questa non è la luce che mi aspettavo di vedere. Abbandoniamo il nostro gruppo di lettura su Öcalan e il corso che ho intenzione di tenere insieme ad Azize Aslan e Sergio Tischler su “Comune contro lo Stato: Curdi e Zapatisti”. Ma non posso farlo. Quello che ho letto e sentito sul Rojava, quello che ho letto su Öcalan, il mio coinvolgimento con l’Accademia Curda di Scienze Sociali di Eindhoven, in Olanda: tutte queste cose non me lo permetteranno. L’altra possibilità è rivelare la mia vera identità. Contrariamente alle apparenze, non sono un professore, sono davvero una fata madrina. Credo che gli organizzatori lo abbiano capito quando mi hanno invitato. Come fata madrina invitata a una conferenza, ho l’obbligo di esprimere un desiderio per il movimento che mi ha invitata. E il mio augurio è questo: In tutti i difficili, dettagliati e importanti negoziati che si stanno svolgendo con lo Stato turco, che sostengo pienamente, desidero che non vi deradicalizziate, che non dimentichiate mai quanto siete speciali, che comprendiate che per noi che viviamo in Messico e in tutto il mondo, il movimento curdo è un movimento molto speciale che brilla di una luce speciale, la luce della dignità, della rabbia della dignità contro l’oscurità. Per questo ho volato via mare e via terra fino a Istanbul. Per questo, sono venuto a esprimere il mio entusiastico sostegno a Öcalan, al Movimento di Liberazione Curdo e al processo di pace. -------------------------------------------------------------------------------- Intervento nel secondo giorno della Conferenza internazionale sulla pace e la società democratica, Istanbul, 6/7 dicembre 2025, organizzata dal DEM, il partito curdo che sostiene Öcalan e l’attuale processo di pace. [1] Il primo giorno della conferenza, sono stati presentati interventi sul processo di pace in Catalogna, Paesi Baschi, Irlanda e Sudafrica. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- English text: A_light_in_the_dark_John Holloway_Comune-infoDownload -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una luce nell’oscurità proviene da Comune-info.
Bloch, Lukács e il farsi delle cose
PER CERCARE QUALCHE LUCE NEL BUIO DI QUESTO TEMPO PUÒ ESSERE D’AIUTO AGGRAPPARSI A UN’IDEA DI ATTESA DI MONDI NUOVI NON COME UN ARCO VUOTO, MA COME QUALCOSA CARICO DI UN POSSIBILE LEGATO AL FARSI CONCRETO DELLE COSE E ALLA DISPONIBILITÀ AD AGIRE. UN’IDEA DI SPERANZA – PER DIRLA CON BLOCH, CHE TANTO DEVE ANCHE AL PENSIERO DI LUKÁCS – COME ATTO NON SOLO CONOSCITIVO O PROFETICO MA AGENTE NEL QUI E ORA Ernst Bloch diceva che ci sono sempre dei “lampi anticipatori di un altro mondo diverso”. A noi in questi giorni vengono in mente le straordinarie iniziative culturali e di solidarietà, l’arte murale, i carnevali sociali del Gridas inventati dal nulla 45 anni fa nella periferia di Napoli, recuperando anche uno spazio pubblico abbandonato e mettendolo a disposizione del quartiere (qui l’appello di associazioni e realtà culturali per salvare la casa del Carnevale di Scampia) -------------------------------------------------------------------------------- Durante l’ultima conferenza pubblica che Ernst Bloch tenne nella Repubblica Democratica Tedesca (la DDR, la cosiddetta Germania Orientale della “guerra fredda tra Est e Ovest), gli ascoltatori si trovarono di fronte a un concetto non scontato nell’anno 1956 a quelle latitudini, e cioè che “la libertà deve essere intesa come una categoria sociale e non come un fattore limitato esclusivamente all’ambito della soggettività”. Nella cultura del cosiddetto “socialismo reale”, l’idea di gran lunga prevalente era che la libertà come principio della vita sociale fosse una formula ingannevole, buona soltanto a giustificare l’ideologia borghese della proprietà privata. Non stupisce, perciò, che già nel dicembre del ‘56 su Neues Deutschland, il più importante quotidiano del Paese, nonché organo della SED, il Partito-Stato della Germania Orientale,i uno dei filosofi del comunismo ufficiale, Rugard Otto Gropp (che insegnava a Lipsia, nella stessa università di Bloch), scrivesse senza mezzi termini che “la filosofia di Bloch tornava a vantaggio di obiettivi politici oggettivamente reazionari”.ii E gli anni successivi saranno punteggiati da analoghi giudizi sulla sua opera, duramente bollata come “filosofia metafisica della speranza”. Mi pare molto significativo che una delle più rappresentative figure del pensiero marxista del Novecento venisse trattata con questa acrimonia. Tanto più che appena sette anni prima, nel 1949, Bloch aveva accettato con sincero entusiasmo l’incarico di direttore dell’Istituto di filosofia di Lipsia, lasciando gli Stati Uniti, dove s’era stabilito dal 1938 negli anni dell’esilio dalla Germania nazista, che lo avevano visto lungamente soggiornare anche in Svizzera e a Praga. Riteneva che la Germania Orientale avrebbe potuto essere finalmente la sua patria, la sua Itaca. E per la DDR, la sua scelta rappresentò, all’inizio, un fiore all’occhiello, poiché Ernest Bloch era già allora considerato uno dei principali filosofi viventi. In un’ampia intervista concessa nel 1974 a José Marchand per la televisione francese, più volte pubblicata col titolo “Mutare il mondo fino a renderlo riconoscibile”, egli ricorderà in questo modo gli anni di Lipsia: A Lipsia tenni nel complesso, dal 1951 fino al 1956, tre corsi di storia della filosofia da Talete fino a Heidegger. Per quanto riguardava il mio pensiero, mi tenevo, apparentemente, sempre del tutto in disparte; si trattava tuttavia di un’astuzia ben compresa anche da una larga parte dei miei uditori. I miei rapporti con gli studenti furono in generale ottimi; si offuscavano, però, tutte le volte che gli studenti erano entrati in contatto con uomini dell’apparato.iii Poi, però, ci fu il ’56, la rivolta ungherese e la repressione in Polonia e in Ungheria; e coloro che si esprimevano pubblicamente contro le logiche staliniste che caratterizzavano il “socialismo reale” non furono più tollerati. Ai primi del 1957, Bloch venne messo a riposo d’ufficio, mentre il suo amico e collega Wolfgang Harich, col quale aveva nel ‘53 fondato la Deutsche Zeitschrift für Philosophie, veniva condannato a dieci anni di carcere per attività cospirativa contro la Repubblica Democratica Tedesca.iv Bloch non fu arrestato, per quanto Harich fosse collegato palesemente a lui: “A tal proposito, giocò forse un certo ruolo la pressione esercitata dall’estero; inoltre c’erano, anche fra gli uomini di partito, alcune persone più intelligenti, le quali ritennero un simile atto politicamente sbagliato”.v La notorietà internazionale del filosofo impediva, in effetti, particolari vessazioni. La DDR si limitò perciò ad emarginarlo, senza neppure impedirgli di viaggiare all’estero per conferenze e convegni. Così, quando nel 1961 venne eretto il muro di Berlino, Bloch era in Baviera e decise, come forma di protesta, di non fare più ritorno nella Repubblica Democratica Tedesca. Il regime non reagì in modo particolare, proprio perché si liberava di un problema. Del resto, con la logica del materialismo dialettico di derivazione terzinternazionalista, il cosiddetto Diamat dell’epoca staliniana,vi Bloch era entrato in rotta di collisione già negli anni Trenta, in particolare per il suo libro Erbschaft dieser Zeit, pubblicato in Svizzera nel 1935. Quel testo proponeva una riflessione che persino a György Lukács, che pure allineato non lo fu mai ed era stato lungamente amico di Bloch fin dal 1912, sembrò un eccesso. In quel libro Bloch si proponeva di dialogare proprio con Lukács su un tema apparentemente non politico. La domanda di fondo era: in che cosa consiste l’eredità culturale del passato?vii Per Lukács le eredità positive potevano venire solo dalle epoche rivoluzionarie e, in parte, dalle epoche caratterizzate dalla elaborazione di una “cultura alta”.viii Sulle epoche rivoluzionarie c’era ovviamente concordanza con Bloch, mentre non c’era sul secondo aspetto. Bloch ha sempre ritenuto un errore l’insistenza pressoché esclusiva del suo amico, notoriamente attratto dalla letteratura del grande classicismo tedesco,ix sui soli “periodi alti della cultura”. Significava guardare unicamente ai passaggi storici caratterizzati o da conclamate precipitazioni rivoluzionarie o da un relativo equilibrio tra forze produttive e rapporti di produzione (ad esempio, l’Atene del V secolo avanti Cristo o il periodo aureo dell’Umanesimo e del Rinascimento), di modo che, oltre alle rivoluzioni, il passato ci consegnerebbe di buono solo il classicismo. Per Bloch si trattava di una visione angusta, tipica della più statica ortodossia comunista: I marxisti ortodossi credono che i periodi di disgregazione, le epoche tarde di una società non possono venire ereditate, in quanto tutto ciò sarebbe soltanto decadenza. Mentre i nazisti dicevano “marciume”, i marxisti dell’Unione Sovietica dicevano “decadenza”.x In realtà, prosegue Bloch, nei momenti di decadenza e nei periodi di disgregazione “salta la bella vernice superficiale. E si vede qualcosa che nei periodi rivoluzionari, ma anche nei cosiddetti grandi periodi di splendore di una certa epoca, non era visibile, giacché occultato sotto la bella forma, sotto gigantesche smancerie estetiche e sotto l’apparenza”. C’è in sostanza un contenuto forte nella cosiddetta “disarmonia” poiché, come direbbe Brecht, lo straniamento, cioè il porsi attivamente al di fuori dell’automatismo della percezione, e più in generale al di fuori dell’armonia col contesto, permette di collegare tra loro oggetti e temi anche molto distanti e di recuperare, all’opposto, l’elemento della divergenza anche con la realtà più prossima. Non a caso, è proprio in un’epoca di decadenza, quella della fine della Belle Époque, della guerra mondiale e dei tormentati anni Venti, che nasceva l’arte feconda del montaggio. In effetti, Bloch considera il montaggio la forma – epistemica e non solo artistica – più prossima al proletariato rivoluzionario: nel senso che con tale modalità esso arriverebbe più immediatamente a cogliere, attraverso “lampi anticipatori di un altro mondo diverso”,xi il carattere suo proprio in quanto classe sociale capace, da un lato, di vivere la contemporaneità (analogamente a quanto succede, con contenuti opposti, per la borghesia) e, dall’altro, di cogliere ciò che ancora non c’è, ma che è comunque possibile ed anzi è latente nella realtà data. La particolarità fondamentale del proletariato rivoluzionario è che esso, diversamente dalla borghesia, può proiettarsi al di là della condizione immediata della contemporaneità, agendo in essa con un consapevole straniamento. Ma questa sua peculiare potenzialità, insisteva Bloch, è riuscita a palesarsi esattamente dentro il percorso della decadenza della modernità; che non è un andare indietro ma è reale compresenza di elementi distinti. Nel libro, egli elenca i vari elementi distinti (e distintivi) della decadenza moderna, sottolineandone in particolare tre. Anzitutto, c’è la distrazione, ovvero la rappresentazione di un mondo esteriore divertente, avvincente, interessante, rappresentato emblematicamente dagli spettacoli, dal cinema di evasione, ma anche dalla sovrabbondanza di pathos estetico che si annida perfidamente nella vita pubblica, e persino nelle stesse rappresentazioni della rivoluzione. Accanto alla distrazione c’è poi l’ubriacatura, con la creazione dei grandi miti del nazionalismo e poi della razza, che sintetizzano la tendenza all’ebbrezza di questa modernità scomposta. Esiste, infine, la a-contemporaneità, particolarmente resistente nei codici comportamentali dei contadini e dei piccolo-borghesi delle città, che tentano di vivere, e in parte vivono, come i loro padri e i loro nonni. Nel loro mondo è ancora fortemente presente la vecchia struttura economica e soprattutto tecnologica, il che li porta a riflessi ideologici chiaramente fuori dal quadro della modernità. Orbene, per Bloch è proprio la logica dello straniamento che riesce a cogliere con maggiore nettezza questi distinti e compresenti universi. Come accade, ad esempio, con la pittura espressionista: In De Chirico scorgiamo una stanza con una coppia dagli indefiniti sentimenti dinanzi al camino, arrivata forse colà dopo una fuga; a sinistra una parete, a destra un’altra. Ma la parete non c’è! Su quella di sinistra una selva di bestie e serpenti che vogliono irrompere nella stanza. Sul lato destro gigantesche onde marine. In primo piano il piccolo camino a legna, selva di serpenti, onde con squali; un camino, una normale seggiola del XX secolo e una coppia moderna, abbigliata con abiti dei nostri giorni, verosimilmente di cattivo umore. Si tratta di un montaggio.xii Attenzione, però: il montaggio non lascia le cose come stavano prima, ciascuna come era in se stessa. Tutti quegli elementi, spazialmente e temporalmente distinti, si presentano nella struttura del quadro anche come contemporanei, nel senso che si fanno contemporanei, e perciò anche attuali, conquistando il nostro sguardo. In realtà, Bloch recuperava nel testo del ‘35 quello che aveva già scritto ne Lo spirito dell’utopia, uscito nel 1918 e poi ampiamente rielaborato in una nuova edizione nel 1923, particolarmente in sintonia con le elaborazioni del primo Lukács. In una intervista del 1976 a Les Nouvelles litteraires parlerà di “forte analogia” fra Spirito dell’utopia e Storia e coscienza di classe, il libro che a Lukács costò, nel 1924, una dura reprimenda da parte dell’Internazionale Comunista: Nel libro di Lukács ci sono frasi che potrebbero venire da me, e viceversa, nei miei libri contemporaneamente apparsi, ce ne sono altre che tradiscono il forte impulso di Lukács. Nel Lukács di questo periodo si trovano anche la categoria dell’utopico, l’oscurità dell’attimo vissuto, la categoria del sapere non-ancora-conscio, persino la teoria della possibilità oggettiva. Lukács, per primo, rese pubbliche queste nostre idee. Non si tratta affatto di un plagio, giacché Lukács ricorda sempre di aver ripreso da me certi problemi. I suoi saggi sulla reificazione, sulla coscienza di classe del proletariato, su Rosa Luxemburg sono di grande rilievo.xiii Tuttavia, aggiungeva Bloch, il limite di Lukács è che egli non coglieva il carattere di sintesi attiva dell’arte moderna e la giudicava sbrigativamente “scarabocchi”. Agiva in lui, da freno, l’inquadramento ordinato che proveniva dal Movimento operaio organizzato, che era ben presto divenuto qualcosa di molto diverso dalla dinamica insurrezionale dei consigli operai o della “comune di Budapest”, che avevano caratterizzato il periodo più fecondo del sodalizio tra i due filosofi.xiv Ma in realtà la distanza poi enucleatasi tra Bloch e Lukács riguardava un punto molto più delicato della teoria marxista, e cioè la questione del materialismo. Riguardava, per dirla in breve, l’antica, decisiva domanda filosofica: che cosa esiste davvero? cosa è reale? Dopo la rappresentazione dialettica della realtà proposta, con finalità politiche opposte, da Hegel e Marx, risultava evidente la insufficienza delle risposte unilaterali. Non si poteva più dire: “è reale semplicemente il mondo separato dal mio pensiero, concettualmente distinto da me soggetto che lo guardo e lo interrogo”; e parimenti non si poteva dire il contrario, e cioè che “è reale solo il mio interrogare e il mio agire verso il mondo”. Bisognava invece cogliere il nesso dialettico di entrambi i momenti, ovvero il fatto che l’io è anche mondo e il mondo è anche io. Il lettore intuirà che non si tratta di una questione di lana caprina, ma di un passaggio decisivo per esplicitare appieno le enormi potenzialità del pensiero nell’epoca della scienza e della società moderna. Come è noto Bloch risolverà le cose individuando, nello spazio temporale del non-ancora-divenuto, una inedita densità piena. L’attesa non è, per lui, un arco vuoto, ma si carica inevitabilmente del possibile, del farsi-concreto-delle-cose, che, da due direzioni si muovono per essere reali: dalla direzione dell’io che guarda, e che si dispone perciò ad agire,e dalla direzione del mondo che è guardato, e che si dispone perciò a muoversi. L’attesa è, in sostanza, il luogo vivo del “Principio speranza”, che non è un elemento affettivo, una sorta di sentimento positivo contrapposto alla paura, bensì un atto effettivamente conoscitivo e immediatamente agente, che raccorda la memoria di ciò che è stato all’immagine del futuro umanamente qualificato, e perciò costruito già come un novum che chiede di venire ad esistenza.xv -------------------------------------------------------------------------------- Note i SED è l’acronimo di Sozialistische Einheitspartei Deutschlands (Partito socialista unificato di Germania). Modellato sul Partito Comunista dell’Unione Sovietica, sarà al potere fino al 1990. ii Cfr. R. O. Gropp, Idealistische Verirrungen unter antidogmatichen Vorzelchen [Deviazioni idealistiche di segno antidogmatico], in Neues Deutschland, 19 dicembre 1957. iii Cfr. E. Bloch, Marxismo e utopia, a cura di V. Marzocchi, Editori Riuniti, Roma 1984, p. 103. iv Sull’importanza di Harich nell’ambito della dissidenza marxista nella DDR, cfr. Alexander Amberger, Bahro – Harich – Havemann. Marxistische Systemkritik und politische Utopie in der DDR. Verlag F. Schöningh, Paderborn 2014. v Cfr. E. Bloch, Marxismo e utopia, cit., p. 103. vi L’acronimo si riferisce alle iniziali delle parole russe “dialekticeskij materializm” e si basa sul “Breve corso di storia del PC(b) dell’URSS” (1938), dove c’è un’ampia parte sul materialismo dialettico, che la vulgata vuole scritta dallo stesso Stalin. Esso è trasformato in una concezione generale del mondo, in un struttura universale di regole e presunte leggi del “reale”, che si impongono a tutto quanto diventi poi sapere, sfociando così in una grossolana quanto aggressiva epistemologia realistica. vii Cfr. E. Bloch, Eredità del nostro tempo, a cura di L. Boella, Il Saggiatore, Milano 1992. viii Cfr. G. Lukács, La lotta fra progresso e reazione nella cultura d’oggi, Feltrinelli, Milano 1957. ix Cfr. in particolare, G. Lukács, Goethe e il suo tempo, Mondadori, Milano 1949. x Cfr. E. Bloch, Marxismo e utopia, cit., p. 87. xi Ibidem, p. 89. xii Ibidem, p. 88. xiii Ibidem, pp. 127 – 128. Sulla condanna esplicita di Storia e Coscienza di classe da parte dell’Internazionale Comunista e sulle abiure fatte da Lukács, cfr. R. Malinconico, L’eresia dell’Occidente, Edizioni Melagrana, S. Felice a C., 2005, pp . 32 – 54. xiv Sulle contraddizioni della lunga militanza di Lukács getta luce il ritratto affettuoso e severo di Agnés Heller, che è stata sicuramente la sua più significativa allieva: “Lukács fu entrambe le cose, stalinista e antistalinista. Il suo è stato un costante confronto del proprio ideal-tipo con la società e il partito sovietici. Era uno stalinista poiché sosteneva questo ideal-tipo, ed era un antistalinista, poiché non vide mai realizzato il proprio ideale nella società in cui viveva, e di conseguenza si trovò sempre all’opposizione, anche contro la propria volontà. Fu messo ai margini, misconosciuto, perseguitato, persino incarcerato e deportato da un sistema che riteneva sostanzialmente giusto. È un segno di alta moralità che la sua propria persecuzione non l’abbia condotta ad abbandonare “l’ideale del regime”; ma fu un delitto morale che la persecuzione in massa di altri, non l’abbia scosso nella sua fede.” In A. Heller, Morale e rivoluzione, Savelli, Roma 1979, p. 76. xv Per l’insieme della filosofia di Ernst Bloch, oltre a rinviare il lettore alla sua opera fondamentale, Das Prinzip Hoffnung, redatta durante il suo soggiorno americano e pubblicata poi Germania tra il 1954 e il 1959 (in italiano esiste, de Il Principio Speranza, la bella edizione curata da Remo Bodei nel 1994 per l’editore Garzanti), mi permetto di indicare anche il mio già citato testo, L’eresia dell’Occidente, pp. 102 – 140. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Imparare a pensare la speranza -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > Sulle cose che ci-non-sono -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ANA CECILIA DINERSTEIN: > Come recuperare il terreno della speranza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Bloch, Lukács e il farsi delle cose proviene da Comune-info.
Il furto di futuro e i suoi disertori
-------------------------------------------------------------------------------- Un’assemblea dello straordinario movimento sudafricano Abahlali baseMjondolo (“Coloro che vivono nelle baracche”). Oltre un miliardo di persone vivono in baraccopoli in tutto il mondo -------------------------------------------------------------------------------- Chi controlla il presente controlla il passato. Chi controlla il passato controlla il futuro. Lo scrisse il romanziere e militante George Orwell nel suo libro dal titolo 1984. Ci troviamo nell’altro millennio e siamo testimoni più o meno consapevoli del progressivo spossessamento del futuro dei poveri. Si trovino essi nella parte “sud” o “nord” del mondo così com’è stato ridotto in questi ultimi decenni della storia. La tragedia provocata delle oltre cinquanta guerre in atto nel pianeta e la conseguente creazione di milioni di rifugiati e richiedenti asilo non è altro che un futuro trafugato e che mai più troverà dimora. La strategia di controllo mirato e spesso istituzionalmente violento delle migrazioni internazionali conferma, specie nelle migliaia di morti alle frontiere, l’arbitraria e spesso definitiva sottrazione del futuro a che aveva il diritto di cercarlo altrove. Non c’è nulla di più grave, nella vita umana, della confisca o dell’esproprio del futuro. Prendere come ostaggio il futuro di un popolo, di una classe sociale o di età è commettere un crimine le cui conseguenze sono irreparabili. Non casualmente i politici, i generali, i commercianti e i religiosi promettono, ognuno a suo modo, un futuro differente ai sudditi, cittadini, fedeli o semplicemente clienti. Passato, presente e futuro si giocano nell’oggi che sfugge per distrazione, manipolazione o per scelta. I tempi sono stagioni che abbiamo comunque vissuto, sperato e atteso nell’apertura all’inedito di un futuro che pensiamo possibile. Tutti inconsciamente crediamo, come fanno i contadini, che si seminano oggi i grani conservati dal passato per raccoglierne, domani, i frutti. Si ha fiducia che il futuro non sia totalmente deciso o addirittura precluso dal luogo della nascita o dalle circostanze avverse del destino. Attentare alla speranza che domani non sia la banale ripetizione dell’oggi o di quanto già vissuto nel passato ma avventura di un altro mondo possibile è il più spietato dei genocidi. “Della perdita del passato – scrive nel romanzo I disorientati, lo scrittore libanese-francese Amin Maalouf – ci si consola facilmente, è dalla perdita del futuro che non ci si riprende“. L’orchestrata rapina del futuro passa anche attraverso la propaganda, la società dello spettacolo, le ideologie millenariste che si ostinano a promettere la felicità e l’eldorado per domani. Prima però sono necessari sacrifici, rinunce e sofferenze. Domani, certamente, arriverà Godot, personaggio enigmatico nel teatro dell’assurdo dell’irlandese Samuel Beckett. Godot non arriverà mai sulla scena e i due protagonisti passeranno il tempo in una tragica attesa senza futuro. Si mutila il futuro dei poveri tradendone i sogni con politiche economiche basate sull’esclusione e la morte. Si instilla nell’educazione in famiglia e negli istituti scolastici la paura del futuro perché non controllabile o semplicemente incerto. L’inverno demografico dell’occidente economicamente abbiente non è che un sintomo, peraltro di un’eloquenza unica, dell’espulsione del futuro di un’intera civiltà. Non è dunque casuale che, nella presente fase storica ci sia una moltiplicazione di campi di detenzione per i migranti e carceri contestualmente saturate. In entrambi i casi il futuro è letteralmente sospeso o spento. Fortuna ci sono loro, i disertori. Non seguono le indicazioni di percorso tracciate anzitempo dai maestri del tempio e i dottori della legge. Non aderiscono ai progetti confezionati o ai piani stabiliti dagli illuminati del sistema o l’intelligenza artificiale. Tra loro si trovano i poeti e i resistenti di ogni tipo che ridanno senso, gusto e vita alle parole cadute in disuso. Disertano come possono i paradisi occasionali e tutto ciò che sembra assicurare il successo. Si contano numerosi tra i marginali e in genere i poco importanti della società che conta. Non hanno fatta propria l’arte della guerra. Vivono nella loro patria ma come stranieri, ogni patria straniera è patria loro e ogni patria è straniera. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a Ilfattoquotidiano.it -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Organizzare la nostra disperazione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il furto di futuro e i suoi disertori proviene da Comune-info.
Sui nuovi mondi
SI POTREBBE COMINCIARE DA QUELLE COMUNITÀ CHE, TRA INEVITABILI FRAGILITÀ, COSTRUISCONO RELAZIONI SOCIALI DIVERSE NELLA VITA DI OGNI GIORNO, NEI PICCOLI PAESI COME NELLE CITTÀ. ENZO SCANDURRA HA INSEGNATO URBANISTICA PER OLTRE QUARANT’ANNI: IL SUO INVITO A METTERE AL CENTRO IL FARE DI QUELLE ESPERIENZE CHE CERCANO NUOVI MONDI TRA MUTUO SOCCORSO E DEMOCRAZIA COMUNITARIA, È ACCOMPAGNATO DA ALCUNE DOMANDE. COME APRIRE UNA DISCUSSIONE SU UN CONCETTO ABBANDONATO, IL SOCIALISMO, IN ITALIA? SIAMO IN GRADO DI ALLONTANARCI DA INUTILI RIUNIONI E LITI SU LEADER E FORMAZIONE DI NUOVI ALLEANZE? E SE RINUNCIASSIMO A QUESTO PER VIVERE “COME SE”, COME SE IL SOCIALISMO FOSSE GIÀ PRATICATO? QUESTE E ALTRE DOMANDE HANNO PERÒ BISOGNO DI UN ÀNCORA: “MOLTI DI QUELLI CHE PARLANO DI SOCIALISMO COL SOLITO LINGUAGGIO, CON QUEL TRABOCCHETTO CHE AFFERMA CHE NON HANNO IMPORTANZA I MEZZI ATTRAVERSO I QUALI SI RAGGIUNGE QUESTO FINE, SARANNO COLORO I QUALI, CAMBIANDO SISTEMA, IL SOCIALISMO LO OSTACOLERANNO… NON SI PUÒ PRATICARE LA VIOLENZA PER COSTRUIRE UN MONDO DAL QUALE SI VUOLE ESPELLERLA” San Michele Salentino. Foto di Attacco Poetico -------------------------------------------------------------------------------- C’è un dibattito sul socialismo a venire? Ben venga in questo Paese anestetizzato, dalla coscienza atrofizzata, dalla mancanza di qualsiasi stupore per ogni cosa. Come sempre, si scontrano diverse analisi e visioni; tutte partono dal rifiuto di come va il mondo adesso, delle guerre, delle mediocri personalità che ci governano, delle disuguaglianze, delle ingiustizie, delle sopraffazioni, delle miserie e della crisi climatica che ci minaccia; insomma dal rifiuto del capitalismo e dell’ideologia neoliberista che rischia di trasformare il pianeta in un deserto. Eppure mi sento a disagio a parlare di questo tema in termini teorici: quale socialismo; quando il socialismo? Anziché immergerci in queste dotte analisi e pensieri, compito spropositato, preferirei pensare alla vita quotidiana delle tante piccole comunità disseminate un po’ ovunque, che senza parlare direttamente del tema, lo vivono con il proprio corpo, le fatiche del vivere, i piccoli conflitti, la gioia di fare insieme e di cenare insieme, l’amicizia, l’amore per le cose e la natura. Non è forse questo il socialismo? Oppure mi sbaglio? Penso a quel bel quadro di Pellizza da Volpedo e ci sembra che in esso, nelle sue figure ottocentesche, ci sia l’immagine del socialismo. Piuttosto che cercarlo nelle teorie, si potrebbero osservare queste comunità, la vita in piccoli paesi quasi abbandonati, il ritorno a pratiche di vita desuete, a un’economia che non abbia il fine del profitto, ma la produzione di beni materiali necessari alla vita quotidiana (La Restanza di Vito Teti). Lo sguardo della sinistra dovrebbe ruotare di 180 gradi e rivolgersi verso queste comunità e il loro modo di vita. Si impara solo spingendosi ai limiti per inoltrarsi su sentieri nuovi, mai praticati. Abbandonare le inutili riunioni, gli stanchi dibattiti, le liti nella sinistra, il leaderismo, la ricerca del Capo, la formazione di nuovi schieramenti e lasciarli soli questi politici, che si azzuffino pure per futili motivi, per contendersi qualcosa di cui non abbiamo bisogno. Senza il nostro riconoscimento essi sono personaggi inutili, senza alcun potere, persino ridicoli. E se appunto rinunciassimo a tutto questo e decidessimo di vivere “come se”, come se il socialismo fosse già praticato? E se ci immergessimo, noi non più giovani, in questo nuovo mondo di resistenza (femminismo, movimenti giovanili, studenti, ecc.)? Bisogna partire da se stessi, rinunciare al dover essere, al presidenzialismo, ai propri privilegi perché se uno sta più bene degli altri, ci saranno sempre quelli che stanno meno bene di lui. E rinunciare al dominio del patriarcato che affiora anche ai livelli istituzionali (vedi Nordio, Roccella). Partiamo dalle città, i luoghi dove vive e lavora la maggior parte delle persone (destinate a crescere nel tempo). Nulla ci impedisce di pensare (come già immaginava Murray Bookchin) che esse possano diventare “culle di comunità”, dove gli abitanti sono legati da vincoli comunitari e dove la solidarietà e la convivenza ne sono i requisiti fondamentali. Oggi siamo ben lontani da questa situazione, il capitalismo e l’ideologia neoliberista stanno trasformando le nostre città in luoghi di disperazione, di solitudine, di una guerra silenziosa tra ricchi e poveri. In primo luogo, bisogna abbandonare l’idea di metropoli, quel non-luogo di flussi e merci devastatore di territori e luoghi. Perché le persone abitano i luoghi fisici e non i flussi. Ma se si vogliono salvare le città (“Non si salva il pianeta se non si salvano le città” è il titolo di un bel libro di Giancarlo Consonni), bisogna ridefinire il concetto di democrazia, ovvero il suo perno fondamentale che consiste nella (crisi della) rappresentanza. Una democrazia reale si fonda sul volere/potere dei cittadini che si organizzano in comunità che, in quanto tali, prendono decisioni sull’organizzazione della propria vita; in sostanza comunità autogovernanti e di mutuo soccorso. Esperienze di tal genere si sono realizzate anche in Italia, purtroppo, in situazioni di emergenza come a L’Aquila (post terremoto), e durante l’epidemia di Covid. Una comunità non è un semplice aggregato di individui, afferma Debbie Bookchin (vedi Pratiche urbane e alleanze dei corpi, ne il manifesto del 20.11.2025): “una forma di organizzazione che chiamiamo comunitarismo. Si tratta di un progetto profondamente educativo in cui ci riappropriamo del senso di solidarietà e impariamo di nuovo ad autogovernarci”. Perché è proprio dalle città che nascono e si moltiplicano movimenti antagonisti al potere autocratico, come recentemente avvenuto a New York. Le città sono diventate fiere futili di eventi, di spettacoli, di turisti mossi dall’ansia di consumare, di rapine da parte di fondi immobiliari stranieri e non che le spolpano di ogni ricchezza e bellezza. Ma tanto più diventano prigioni per motivi di sicurezza, tanto più crescono movimenti antagonisti, per ora isolati, silenziosi, afoni. Casematte di un possibile risveglio? Esempi virtuosi di un altro mondo? È sufficiente questo? No, credo di no. Bisogna anche impegnarsi a cambiare i nostri governanti, a combattere per sostituirli con rappresentanti più onesti e capaci. Ma solo a partire dalle esperienze di questi nuovi mondi inascoltati e invisibili dalla politica, senza le quali ogni rinnovamento diventa impossibile. C’è poi il problema delle istituzioni; quelle in cui riponevamo la nostra fiducia non esistono più. Il neoliberismo si è mosso nella direzione di neutralizzarle: governi che decidono senza parlamenti, leggi che stanno per introdurre il presidenzialismo (leggi: fascismo), aggiungiamo il tentativo di eliminare i sistemi di controllo internazionali e quelli nazionali (Corte dei Conti, Banca d’Italia, magistratura). Difficile quindi contare in esse, piuttosto ci si dovrebbe interrogare su come risanare e rafforzare le “vecchie istituzioni” (Onu), e al tempo stesso crearne di nuove sovranazionali per affrontare problemi nuovi, sconosciuti in altre epoche, per esempio quelli connessi alla minaccia climatica (Luigi Ferrajoli, Per una costituzione della terra; Progettare il futuro. Per un costituzionalismo globale). Crediamo però che molti di quelli che parlano di socialismo col solito linguaggio, con quel trabocchetto che afferma che non hanno importanza i mezzi attraverso i quali si raggiunge questo fine, saranno coloro i quali, cambiando sistema, il socialismo lo ostacoleranno, come già accaduto nella storia. Non si può praticare la violenza per costruire un mondo dal quale si vuole espellerla. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTA INTERVISTA A STEFANIA CONSIGLIERE: > Perché è difficile riconoscere mondi nuovi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sui nuovi mondi proviene da Comune-info.
Quando il dolore diventa speranza. Il Premio Seán MacBride per la pace a Berlino
Ci sono serate in cui la speranza è difficile, eppure divampa. La cerimonia di consegna del Premio Seán MacBride per la Pace da parte dell’International Peace Bureau (IPB) il 10 novembre a Berlino è stata una di queste. Una serata in cui persone che hanno vissuto le sofferenze più profonde hanno parlato il linguaggio silenzioso ma incrollabile dell’umanità. Una serata in cui è diventato chiaro che la pace non è creata da chi detiene il potere, ma da chi continua a crederci nonostante tutto. Un premio con una storia – e un raro momento di credibilità Il Premio Seán MacBride prende il nome da un uomo che ha imparato in prima persona cosa fa la violenza alle persone. MacBride si è unito all’IRA all’età di 15 anni e da adulto è diventato una delle autorità morali in materia di disarmo, diritti umani e giustizia internazionale. La sua dichiarazione decisiva – “Noi, i popoli, non noi, i governi” – aleggiava invisibile sulle teste dei presenti quella sera. Tra guerrafondai e premi per la pace finalmente un vincitore degno Negli ultimi mesi, sembrava essere diventata quasi una forma d’arte politica assegnare premi per la pace a persone o istituzioni che hanno a che fare con la pace quanto un fiammifero con la sicurezza antincendio. * Il Premio Nobel per la Pace alla politica venezuelana Maria Corina Machado, che sostiene sanzioni letali contro il suo Paese e un’invasione. * Il Premio della pace dell’Associazione degli editori tedeschi a Karl Schlögel, il cui linguaggio è più conflittuale che conciliante e che sostiene l’escalation della guerra in Ucraina. * Il Premio della Pace della Westfalia alla NATO, un’alleanza che è sinonimo di armamenti e guerra. Questa serata a Berlino è stata ancora più liberatoria, quasi un sollievo: finalmente un premio per la pace degno del suo nome. Un premio che non valorizza le alleanze geopolitiche, ma il coraggio, la vulnerabilità e il desiderio di un futuro senza morte. I vincitori del premio 2025: genitori che fanno l’impensabile e una società civile che costruisce ponti Quest’anno l’Ufficio Internazionale per la Pace assegna il Premio Seán MacBride per la Pace a due organizzazioni: il Parents Circle – Families Forum (PCFF) e l’Alliance for Middle East Peace (ALLMEP). Il Parents Circle è un’associazione unica nel suo genere: riunisce più di 700 famiglie israeliane e palestinesi che hanno perso i loro cari nel conflitto, ma hanno comunque deciso che il loro dolore non deve trasformarsi in nuovo dolore per gli altri. Le due co-amministratrici delegate, Ayelet Harel e Nadine Quomsieh, hanno ritirato il premio a nome dei membri. ALLMEP è una rete di oltre 180 organizzazioni della società israeliana e palestinese che svolgono attività di pace a livello locale in vari modi: attraverso progetti educativi, dialoghi tra giovani, attività di advocacy politica o sostegno nell’affrontare i traumi. L’alleanza sta anche promuovendo la creazione di un fondo internazionale per la pace israelo-palestinese, ispirato a un modello che ha contribuito in modo significativo al successo dell’accordo del Venerdì Santo in Irlanda del Nord. Entrambe le organizzazioni condividono la convinzione fondamentale che la pace cresce dal basso verso l’alto. I discorsi: voci che trasmettono sia dolore che speranza Il direttore esecutivo dell’IPB Sean Conner ha aperto la cerimonia di premiazione con un commovente ricordo del motivo per cui Seán MacBride, fondatore dell’IPB e cofondatore di Amnesty International, è stato un vincitore così insolito del Premio per la Pace: perché sapeva che odore aveva la violenza. MacBride ha lasciato un’opera che ancora oggi ci insegna che questo premio appartiene a “coloro che conoscono il vero costo umano della guerra”. Basandosi su questo atteggiamento, Conner si è concentrato costantemente sulle persone, non sugli attori politici: “Dobbiamo ascoltare le persone, non i governi”. Ha chiarito che il PCFF e l’ALLMEP stanno facendo esattamente il tipo di lavoro che i governi di solito apprezzano solo quando è già troppo tardi. La sua immagine centrale era un ribaltamento della logica del potere: “Non sono gli Stati a fare la pace. Sono le persone che rendono possibile la pace”. Conner ha anche avvertito: “Il futuro rimane a rischio se la società civile non è coinvolta”. Ma ha anche trovato parole di incoraggiamento: “La speranza che sentiamo oggi dimostra che un futuro è possibile, un futuro basato sulla sicurezza, la dignità e la libertà per tutti”. Ha concluso rivolgendosi direttamente ai vincitori del premio e concentrandosi sul loro coraggio: “Avete il coraggio di farvi vedere. Oggi siamo qui per vedervi e ascoltarvi.” In quel momento, la frase “Il vostro coraggio è visibile” suonava come un messaggio da un futuro migliore, un futuro che appartiene a coloro che conoscono la ferita. Ayelet Harel: Quando il dolore diventa un ponte Quando Ayelet Harel, co-direttrice israeliana del PCFF, si è avvicinata al microfono, la sala è sembrata improvvisamente più fragile. Ha parlato con calma, ma con un’emozione che non poteva nascondere. Ha parlato di suo fratello, morto nella prima guerra del Libano e di come la perdita di una persona cara rimanga con te per tutta la vita, ma possa essere trasformata in un impegno per la pace e la riconciliazione: non era una dichiarazione retorica, ma una testimonianza. Ha parlato di come il suo cuore soffra di fronte al 7 ottobre e allo stesso tempo di fronte alla “distruzione inimmaginabile” a Gaza. Poi è arrivata la frase che avrebbe attraversato l’intera serata come un filo conduttore in tutti i discorsi: “No, non è una realtà simmetrica, ma un’umanità condivisa”. E proprio perché questa realtà non è simmetrica, ha detto, dobbiamo prendere la nostra responsabilità morale due volte più seriamente. Il suo appello alla Germania era chiaro e urgente: “Per favore, non schieratevi. Usate la vostra storia e la vostra voce morale per promuovere l’uguaglianza e la pace”. È stato uno di quei momenti in cui è calato un silenzio palpabile, un silenzio in cui tutti i presenti hanno percepito la posta in gioco. Nadine Quomsieh: “Non c’è competizione nel dolore” Nadine Quomsieh, la co-direttrice palestinese del Parents Circle, ha ripreso da dove Ayelet aveva lasciato e ha condotto il pubblico più a fondo nel brutale presente. Ha descritto Gaza con parole che non lasciavano spazio ad abbellimenti: quartieri distrutti, bambini che imparano parole come “attacco con droni, macerie, orfano” prima ancora di imparare a leggere. Donne che partoriscono nelle tende. Persone che, notte dopo notte, non sanno se vivranno abbastanza a lungo da vedere un altro tramonto. Allo stesso tempo ha parlato delle famiglie israeliane la cui vita non sarà più la stessa dopo il 7 ottobre. E poi è arrivata la frase che ha riassunto l’intera serata, una frase che è rimasta come linea guida morale contro la brutalizzazione globale: “Non c’è competizione nel dolore. C’è solo perdita”. Ha parlato dell’inimmaginabile: da ottobre, il PCFF ha accolto 125 nuove famiglie in lutto, sia israeliane che palestinesi. La sua voce non si è spezzata, ma ha vibrato. “Incontrarsi dopo una perdita, parlarsi dopo un trauma, rifiutare l’odio, anche quando ci si aspettava che odiassimo. Persone che hanno seppellito i propri cari si rifiutano di usare il proprio dolore come arma o per giustificare il dolore di un’altra famiglia. Questo non ha nulla a che vedere con la convivenza. Si tratta di co-umanità”. È stata una delle dichiarazioni più chiare della serata, una sorta di manifesto silenzioso. La società civile come fondamento, non come nota a piè di pagina Miro Marcus di ALLMEP ha poi spostato la prospettiva dal dolore individuale alla speranza strutturale. Ha riferito che, nonostante la guerra, i traumi e la rassegnazione internazionale, oltre il 60% delle organizzazioni che ne fanno parte ha continuato il suo lavoro, molte addirittura più di prima. Ha raccontato di 400 israeliani e palestinesi che si sono incontrati a Parigi mentre le loro famiglie erano sotto il fuoco dei razzi e che lì hanno formulato proposte politiche che sono state poi effettivamente incorporate nella Dichiarazione di New York. “La pace non si negozia. La pace si costruisce. E questo richiede le persone che sono sedute qui oggi”. L’idea di un fondo internazionale per la pace improvvisamente non sembrava più lontana, ma piuttosto un modello che avrebbe dovuto esistere da tempo. “Amore invece di odio” – L’appello di Dolev per un’umanità radicale Sharon Dolev, membro del consiglio di amministrazione dell’IPB e direttrice esecutiva di METO, è rimasta profondamente commossa e ha elogiato lo straordinario coraggio dei vincitori del premio. Ha ricordato al pubblico che le guerre di solito hanno solo due esiti – “La distruzione di una delle parti o un accordo” e che è quasi inconcepibile difendere la pace in modo così coerente nelle circostanze attuali. Riferendosi al PCFF e all’ALLMEP, ha detto: “Quello che state facendo è quasi disumano: scegliere l’amore invece dell’odio dopo una perdita”. Ha sottolineato quanto sia difficile lavorare per la pace quando le persone vivono sotto una minaccia reale: “È estremamente difficile quando cadono le bombe e la paura urla”. Dolev ha criticato l’aspettativa di una pace perfetta e ha definito il rifiuto di soluzioni realistiche una forma di pregiudizio. Gli Stati sono bloccati nella loro capacità decisionale, mentre la società civile è la vera forza di cambiamento: “Quando gli Stati e gli statisti siedono in una stanza, sembra quasi che siano intrappolati in abiti fatti di cemento. Mancano del potere, della capacità e del coraggio di essere creativi, di muoversi, di avere una conversazione reale. Questo compito spetta a noi, alla società civile”. In chiusura, ha espresso la sua gratitudine per il premio e il suo desiderio: “Spero che il vostro lavoro ci dia ciò che tutti meritiamo: la pace in Medio Oriente”. Una serata che non banalizza il dolore, ma rende possibile la speranza Ciò che ha reso speciale questa serata è stato il fatto che nessuno ha cercato di misurare le sofferenze degli uni rispetto agli altri. Nessuno ha parlato di “sacrifici uguali”, nessuno ha relativizzato. Al contrario: riconoscere le differenze era un prerequisito per riconoscere i punti in comune. L’atmosfera non era festosa, ma seria. Non cupa, ma chiara. Non sentimentale, ma umana. È stato il tipo di serata che non cambia immediatamente il mondo, ma cambia il modo in cui lo guardi. Un futuro che non è inevitabile, né in un senso né nell’altro. Alla fine è rimasta una sensazione che è diventata rara nei circoli politici: la sensazione che le persone possano cambiare le cose se hanno abbastanza coraggio da pensare in modo diverso dal resto della società. Il Premio Seán MacBride 2025 è andato a coloro che hanno pagato un prezzo troppo alto per ottenerlo: con le loro famiglie, i loro figli, i loro fratelli. Avrebbero tutte le ragioni per continuare a odiare e invece fanno il contrario. Forse questo è il più grande atto di pace conosciuto fino ad oggi. E forse questa serata a Berlino non è stata solo una cerimonia di premiazione, ma la prova silenziosa che la pace – come ha detto Nadine Quomsieh – non è resa, ma coraggio. Non è debolezza, ma determinazione. Non è utopia, ma una decisione quotidiana. Una decisione che quella sera è diventata visibile e speriamo anche contagiosa. Traduzione dall’inglese di Anna Polo     Reto Thumiger
Gaza, la speranza cammina sulle nostre gambe
La risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite rappresenta una vittoria della diplomazia americana in nome della legge del più forte. Il 17 novembre 2025 a New York, Russia e Cina si sono astenute, pur avendo la possibilità di bloccare la risoluzione con il veto, un diritto riservato a cinque potenze: USA, Francia, Gran Bretagna, Russia e Cina. Ho letto la risoluzione. La condanna di Gaza si nasconde nell’ambiguità della visione generale. Il Board of peace, il sedicente Consiglio di Pace guidato da Trump, governerà sulla striscia martoriata coadiuvato da una forza internazionale di “stabilizzazione”, che avrà il compito di disarmare i palestinesi. O meglio distruggere Hamas. Senza tenere conto che lo stesso Trump, quando annunciò il piano del Pentagono, disse espressamente che Hamas era già un movimento decapitato, ma evidentemente gli israeliani non la pensano come il Pentagono, e hanno già manifestato con uccisioni indiscriminate la loro espressa volontà genocidiaria, anche dopo la presunta tregua. Il governo di Netanyahu considera infatti tutti i palestinesi come terroristi, comprese le donne e i bambini. La risoluzione ONU rischia di diventare una copertura formale per “finire il lavoro”. Sembra che il mondo abbia abbandonato i palestinesi al loro destino. Ovviamente conviene a tutti fare finta di niente e continuare con la politica degli struzzi, che mettono la testa sotto la sabbia per non guardare quello che succede ogni giorno a Gaza. Una timida espressione del diritto all’autodeterminazione dei palestinesi appare nella risoluzione, ma serve solo per ottenere l’astensione di Russia e Cina e la connivenza dei Paesi arabi. Come si può pensare che un’amministrazione di fatto coloniale della striscia possa riportare la pace? Non serve piuttosto come copertura formale per il genocidio? Spero di sbagliarmi… In teoria, al punto 8 della risoluzione, si stabilisce una scadenza al 31 dicembre 2027. Immaginiamo una forza di stabilizzazione (ISF) che non riesca a domare i ribelli entro quella data: risulta evidente che rimarrà con gli scarponi sul terreno a fare il suo lavoro con il mandato ONU o a quel punto anche senza; non ci andranno i caschi blu delle Nazioni Unite, ma questa forza sarà costruita per compiacere Israele, non per fermare il genocidio, per il quale nella risoluzione non viene sprecata neanche una parola, come se non esistesse. Ovviamente nessuno si azzarda a prevedere il futuro, che potrebbe essere molto diverso dalle mie legittime paure. Le forze militari israeliani (IDF) si impegnano a ritirarsi solo dopo la completa distruzione dei nemici, come se non bastasse quel deserto che affonda nell’indifferenza globale e che viene chiamato pace. Saranno addestrate anche forze di polizia palestinesi e ci sarà anche un comitato tecnico palestinese; sembra davvero una beffa a uso e consumo degli ipocriti, con un ruolo subalterno dei palestinesi. Meditate, gente, se questa è una pace. La speranza però vive ancora nell’animo delle persone comuni che a milioni sono scese in piazza a manifestare il proprio dissenso contro i governi complici o incapaci. La speranza era in mare a sfidare il blocco criminale agli aiuti umanitari con le Flotille. La speranza anima ogni giorno le persone che non si lasciano imbrogliare da una pace finta. Continueremo a protestare per avere una pace vera per i palestinesi martirizzati e per tutti i popoli martoriati dalle guerre. Rayman
La sfiducia verso gli altri mondi
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Massimo Tennenini -------------------------------------------------------------------------------- Occasionalmente, anche se raramente, troviamo echi nel modo in cui vediamo il mondo, e in particolare, il nostro mondo. Una recente intervista sul sito Comune, condotta da Gianluca Carmosino con l’antropologa italiana Stefania Consigliere, è particolarmente stimolante. Intitolata “Perché è difficile riconoscere nuovi mondi?“, presenta una prospettiva interessante. L’antropologa sostiene che altri mondi, o mondi nuovi, esistano già, anche se appaiono disorganizzati e imperfetti. Individua due ragioni che ci impediscono di vederli, riconoscerli e dare loro l’importanza che meritano. La prima è “lo sguardo coloniale”. A suo avviso, “se un mondo non è tecnologicamente avanzato, ad esempio, o non ha una struttura sociale come la nostra, è un mondo un po’ selvaggio, meno desiderabile e primitivo”. Si tratta di un’“arroganza coloniale” che non è affatto esclusiva dell’Europa o del Nord del mondo, ma è atteggiamento consueto tra la sinistra e gli accademici latinoamericani, che tendono a guardare con distacco e disprezzo le iniziative provenienti dal basso e dalla sinistra. Una riflessione che condividiamo. Il secondo tema affrontato riguarda “l’approccio eroico all’idea di cambiamento”, ereditato dalla nozione tradizionale di “rivoluzione come presa del potere, con il momento magico escatologico nel quale finalmente arriviamo alle leve del comando e dirigiamo la macchina dove ci piace…”. Riesce a collegare la presa del potere statale con “la tentazione del dominio”, che, secondo l’autrice, risulta essere l’aspetto meno esplorato dei movimenti antisistemici. Credo che entrambe le riflessioni siano molto importanti, a patto che riusciamo ad accoglierle come un nostro problema e non come un problema altrui, lontano da noi. Tutti noi che sosteniamo lo zapatismo abbiamo sperimentato persone di sinistra e di altri movimenti che alzavano le spalle quando raccontavamo loro di aver partecipato a un incontro e di aver condiviso le nostre esperienze con i compagni, o che stavamo sostenendo la costruzione di un ospedale, di una scuola o la distribuzione di caffè biologico. L’immagine eroica degli operai bolscevichi che entrano nel Palazzo d’Inverno sembra davvero importante, mentre partecipare a un evento per ascoltare e imparare sembra secondario, quasi irrilevante. Una citazione della scrittrice Simone Weil nell’intervista sopracitata riassume questo atteggiamento avanguardista di non ascolto: “… l’attenzione è la più alta e rara delle virtù. Quindi stare attenti, stare in ascolto, sentirsi, anziché performare”. Questi sono i passaggi preliminari necessari per intraprendere azioni profonde e, quindi, durature. L’immagine della presa del potere come ingresso al palazzo è diventata una cartolina, un’immagine che racchiude le idee semplicistiche di rivoluzione che hanno così profondamente permeato l’immaginario della sinistra mondiale. Tutto ciò che non si allinea con questo è quasi una perdita di tempo. Un grosso problema di questa sinistra è che decontestualizza il prima e il dopo del benedetto binomio “rivoluzione = presa del potere”, isolando quell’evento e trasformandolo in un paradigma di ciò che è desiderabile, dell’unica cosa che ha veramente valore. Ma quel passo è sempre stato preceduto, in ogni caso, da migliaia di piccole azioni che non sembravano importanti, né si sapeva che potessero portare ad azioni più grandi. Un fornaio indipendentista catalano scrisse delle centinaia di forni per il pane di Barcellona, che lavoravano tonnellate di farina ogni giorno per mano di migliaia di persone, come un importante antecedente alla rivoluzione di Barcellona del 1936, seguita al colpo di stato di Franco. Sono appena tornato dal Perù, dove ho avuto una lunga conversazione con uno dei consulenti più esperti dell’organizzazione amazzonica AIDESEP (Associazione Interetnica per lo Sviluppo della Foresta Pluviale Peruviana), che riunisce quasi 2.500 comunità in nove federazioni. Abbiamo parlato a lungo dei 15 governi autonomi che altrettante comunità hanno creato a causa dell’impossibilità di dialogo e negoziazione con il governo di Lima. Quando gli ho chiesto perché i popoli indigeni delle Ande, Quechua e Aymara, non abbiano intrapreso un percorso simile, il suo racconto mi ha sorpreso. La CONACAMI (Confederazione Nazionale delle Comunità del Perù Colpite dall’Attività Mineraria), che rappresentava più della metà delle sei comunità andine del Paese, ha iniziato a discutere la possibilità di adottare un’identità indigena, poiché fino ad allora le organizzazioni si identificavano solo come contadine. Adottare un orientamento indigeno significava rompere con la tradizione di mobilitarsi per rivendicare qualcosa dallo Stato, poiché non riuscivano a concepire altra opzione che negoziare per ottenere risorse. La posizione indigena fu sostenuta, tra gli altri, dal nostro compagno Hugo Blanco. Tuttavia, i partiti di sinistra peruviani si rifiutarono di consentire questo passo, perché ritenevano di perdere il controllo della “loro” base, rigorosamente controllata dalle gerarchie di partito e da movimenti come il PCC (Confederazione Contadina Peruviana). Usarono la minaccia di tagliare i finanziamenti al movimento attraverso le ONG da loro controllate come ricatto, riuscendo così a bloccare questo passo storico che avrebbe condotto i popoli andini verso percorsi più vicini alla costruzione dell’autonomia. Sollevo questa questione perché sento che, oltre allo sguardo coloniale e alla visione eroica dei cambiamenti che analizza Consigliere, ci sono gli interessi personali e politici meschini di coloro che vivono a scapito dello sforzo dei popoli e usano la loro influenza per ottenere qualche tipo di vantaggio. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Desinformemonos con il titolo La desconfianza de la izquierda hacia los mundos otros -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI L’INTERVISTA A STEFANIA CONSIGLIERE: > Perché è difficile riconoscere mondi nuovi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La sfiducia verso gli altri mondi proviene da Comune-info.
Omaggio a Marco Calabria
UNA SALA PIENA, AL POLO CIVICO ESQUILINO DI ROMA, HA ACCOLTO SABATO 8 NOVEMBRE (MALGRADO METRO CHIUSE, BUS DEVIATI, TRAFFICO), LA PRIMA PRESENTAZIONE DI GRIDARE, FARE, PENSARE MONDI NUOVI, L’ANTOLOGIA CURATA DA GIANLUCA CARMOSINO E PUBBLICATA DA ELÈUTHERA CHE RACCOGLIE TESTI DI MARCO CALABRIA. IL LIBRO È UNA BUSSOLA CHE AIUTA A COMPRENDERE I POPOLI E LE ESPERIENZE CHE OVUNQUE STANNO PERCORRENDO SENTIERI COMPLETAMENTE NUOVI, ALTERNATIVI ALLE LOGICHE DEL CAPITALISMO, E PER QUESTO FRAGILI E IMPERFETTI, TRACCIANDO LA STRADA MAN MANO CHE AVANZANO. L’INTERVENTO DI RAÚL ZIBECHI CHE, IN COLLEGAMENTO DA MONTEVIDEO, HA APERTO L’INCONTRO La morte di un amico è una ferita al cuore. La scomparsa di Marco è molto più della morte di una persona cara, è la perdita di una memoria storica inestimabile in un momento in cui il capitalismo sta lottando proprio per cancellare la memoria collettiva di popoli, classe e individuo. È, quindi, doppiamente dolorosa. In un anno abbiamo pero Marco Calabria e Aldo Zanchetta. Due amici, due compagni di lotta, due luci che hanno illuminato le nostre vite, anche nei giorni più bui, e nutrito la speranza in un modo diverso. Marco sapeva trovare alternative al capitalismo nelle piccole cose della vita quotidiana, come ha accennato Stefania Consigliere nella sua recente intervista su Comune (Perché è difficile riconoscere mondi nuovi). Sebbene fosse un fervente ammiratore di Mao (cosa che condividevamo), la sua casa aveva un grande terrazzo dove centinaia di piante e piccoli alberi competevano con la grigia monotonia del cemento urbano. I suoi gatti e quelli del quartiere scorrazzavano li, mente Marco fumava una sigaretta dopo l’altra. Amava la natura con la stessa semplice ammirazione con cui amava giocare o ascoltare i bambini, ai quali dedicava attenzione e rispetto, senza il minimo accenno di paternalismo. Por essendo un uomo bianco, occidentale e urbano, capì lo zapatismo senza essere mai stato in Chiapas, così come capì i popoli in movimento in tutta l’America Latina. Comprendere è un atto creativo, ci ha detto Keyserling. Creare è una pratica sociale, individuale e collettiva che implica andar oltre l’esistente, reinventandolo nel materiale e del simbolico. In questo senso, Marco era un creatore fantasioso di nuovi mondi, sapeva riconoscere quando qualcosa di diverso stava nascendo. Credo che il miglior omaggio che possiamo rendere a Marco oggi, a un anno dalla sua silenziosa scomparsa, sia continuare a comprendere i popoli che stanno percorrendo sentieri completamente nuovi, inediti e originali, tracciando la strada man mano che avanzano, come diceva Antonio Machado. Grazie, Marco, per averci dato così tanto, senza aspettare nulla in cambio. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Gridare, fare e pensare mondi nuovi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Omaggio a Marco Calabria proviene da Comune-info.
Perché è difficile riconoscere mondi nuovi
LO SGUARDO COLONIALE E L’IMPOSTAZIONE EROICA DELL’IDEA DI CAMBIAMENTO, DICE STEFANIA CONSIGLIERE, CONTINUANO A LOGORARE LA CAPACITÀ DI RICONOSCERE L’ESISTENZA DI MONDI NUOVI E RISCHIANO COSÌ DI SPEGNERLI: QUEI MONDI PRENDONO FORMA NON COME SCONVOLGIMENTI, MA COME CONTINUA ATTENZIONE ALLA QUALITÀ DELLE RELAZIONI CHE COSTRUIAMO OGNI GIORNO. QUESTA INTERVISTA È STATA REALIZZATA IN VISTA DELLA DUE GIORNI “PARTIRE DALLA SPERANZA E NON DALLA PAURA”, PROMOSSA DALLA REDAZIONE DI COMUNE, A ROMA, IL 7 E 8 NOVEMBRE (PROGRAMMA IN CODA) Soulpalco, gruppo di musica popolare di Napoli. Foto di Ferdinando Kaiser -------------------------------------------------------------------------------- Stefania Consigliere insegna presso il Dipartimento di Scienze Antropologiche dell’Università di Genova. Le sue ricerche, in particolare su immaginario e rivoluzione, raccolte in numerosi articoli e libri, tra cui Favole del reincanto (DeriveApprodi), sono un riferimento essenziale per tanti e tante. Consigliere sostiene che mondi altri, disorganici e imperfetti, sono già qui, ma siamo spesso incapaci di individuarli per diverse ragioni. In questa intervista parliamo di pensare mondi nuovi, di relazioni di potere, dell’attenzione come capacità preziosa. Ernst Bloch ha scritto Il principio speranza in esilio durante gli anni del fascismo e del nazismo. Anche tu, in Favole del reincanto, sostieni che i mondi nuovi che cerchiamo sono già qui, per quanto fragili e limitati. Come possiamo oggi, in questi tempi cupi, imparare a pensare, individuare e proteggere mondi nuovi? Ho l’impressione che ci siano due cose, nella nostra tradizione culturale ampia, quella della modernità occidentale, che in questo momento ci impediscono di riconoscere i mondi altri, e quindi poi, a maggior ragione, di proteggerli e dar loro spazio. La prima è molto semplice da enunciare, ma richiede una lunghissima lavorazione, nel senso che è qualcosa di talmente connaturato con il modo in cui cresciamo da diventare parte di noi: ed è lo sguardo coloniale. Siamo plasmati da uno sguardo che squalifica ancora ciò che non è “noi”, anche in punti in cui ci piacerebbe fare qualcosa di diverso o immaginiamo di stare già facendo qualcosa di diverso. Questa cosa la vediamo moltissimo come Laboratorio Mondi Multipli, un piccolo gruppo di cinque persone dentro l’Università di Genova: facciamo consulenza antropologica a persone assolutamente ben intenzionate nel loro rapporto con l’alterità culturale e però, anche fra noi la tendenza è un po’ sempre quella di pensare che, alla fin fine, se un mondo non è tanto progredito, bisognerebbe poter virgolettare il parlato, se non è altrettanto progredito tecnologicamente, ad esempio, o come forme di strutturazione sociale quanto il nostro, in definitiva è un mondo un po’ selvaggio, comunque meno desiderabile, primitivo. Questo sguardo coloniale, ahimè, ce l’abbiamo, nonostante noi, e richiede molto allenamento. Secondo me è un allenamento estremamente proficuo: un po’ perché ci toglie da quella tracotanza colonialista che ci mette nel mondo in una posizione più civile, e dall’altro lato perché è ciò che permette di riconoscere pienamente, di riconoscere amorevolmente, e magari anche passionalmente, che i mondi fatti diversamente dal nostro forse non sono inferiori. Forse sono altrettanto complessi, magari più belli, più desiderabili, magari hanno invece un sacco di indicazioni da darci. E questo mi sembra il primo grande, fondamentale blocco. Il secondo impedimento che vedi? È di nuovo, qualcosa che fa parte anche della tradizione politica in cui noi cerchiamo in qualche modo di muoverci, o che sentiamo più vicina: c’è un po’ un’impostazione eroica dell’idea di cambiamento. Forse siamo ancora vittime della vecchia idea di rivoluzione come presa del potere, con il momento magico escatologico nel quale finalmente arriviamo alle leve del comando e dirigiamo la macchina dove ci piace. Ma la questione non è prendere il potere, ma come stare nelle relazioni. Non tanto prendere la macchina e dirigerla da un’altra parte, ma sentire in noi la tentazione del potere, la tentazione del dominio, le parti non lavorate, penso, per esempio, a quella colonialista. Quindi, a me sembra che il punto sarebbe proprio quello di stare in modo completamente altro nella relazione di potere, come anche nel pensare una struttura differente. Questo, per restare in termini molto generali, forse perfino troppo generali rispetto alla domanda. Per arrivare invece proprio al nocciolo della domanda che tu hai posto, mi verrebbe da dire che, in questo momento, sono “altri” tutti gli spazi, per quanto temporalmente o geograficamente limitati, piccolissimi, affaticati, che permettono l’esistenza, anche temporanea, di una logica altra di funzionamento. Spazi che escono dal tritacarne del funzionamento ordinario, che sostanzialmente è fatto di soprusi, di competizione, di violenza, di violenza strutturale: una violenza solidificata dentro i modi, dentro le istituzioni, di cui nemmeno più ci accorgiamo. Sono già mondi altri tutti gli spazi nei quali si ragiona di mutuo sostegno invece che di competizione; nei quali si ragiona di cura, degli umani, ma più in generale del vivente, invece che di sfruttamento e distruzione; nei quali il punto è stare attenti. Simone Weil diceva che l’attenzione è la più alta e la più rara delle virtù. Quindi stare attenti, stare in ascolto, sentirsi, anziché performare. Sono mondi altri quelli che stanno in presenza, con i corpi, con i visi, con gli odori, con i timbri, invece che a distanza. E sono alternativi e potentissimi tutti gli spazi che cercano margini di autonomia: che sia autonomia affettiva, energetica, di salute, alimentare, o, mi viene da aggiungere così, in corsa, autonomia relazionale, quindi relazioni che si strutturano al di fuori della strutturazione comandata, ingabbiata. Tutti questi spazi di autonomia sono mondi altri. Ma come si presentano oggi questi mondi altri? Chiaramente, ed è tragico dirlo, in questo momento storico, adesso più che mai, proprio negli ultimi anni, anzi negli ultimi mesi, questi mondi differenti si configurano immediatamente come luoghi di diserzione. Nel senso che qualsiasi forma di autonomia noi si vada cercando, in questa epoca buia, è già una diserzione da una qualche forma di comando, e in particolare negli ultimi tempi anche proprio come diserzione da una guerra che ci stanno gettando addosso, che stanno lungamente preparando con i soliti mezzi della paura e della propaganda. Per cui qualsiasi luogo di diserzione esistenziale e di ricerca di autonomia minima è già un mondo altro, e quindi… è già trattato come se fosse criminale. Esplorare la vita di ogni giorno, trasformare le relazioni con i non umani e accogliere i saperi di non occidentali sono solo azioni di legittima difesa, più o meno illusorie, dal realismo capitalista oppure possono favorire la creazione di mondi diversi? Parto da un aneddoto, a proposito di questa storia della vita quotidiana… che cos’è la vita quotidiana? Piero Coppo, amico per vent’anni, etnopsichiatra, raccontava che a un certo punto, in una manifestazione fra il ’67 e il ’68, era rimasto folgorato da un volantino che riportava una frase di Raoul Vaneigem che diceva: “Chi parla di rivoluzione senza pensare al quotidiano ha un cadavere in bocca”. La rivoluzione come trasformazione delle relazioni più piccole, apparentemente più infime, ad esempio come ci rapportiamo a un albero, alla collina dietro casa, a un gatto, al passante che piange o che urla… Tutta questa roba qui è il terriccio stesso che permette di vivere, o che non permette più di vivere, quando viene in qualche modo disseccato o reso sterile. Però volevo entrare nell’alternativa che poni: cioè, è un’illusione o è qualcosa che ci porta altrove? Che è chiaramente il dubbio che tutti quanti abbiamo continuamente in testa, in qualsiasi cosa facciamo: “Ma sarà qualcosa che vale la pena di fare oppure sto perdendo il mio tempo?” Ecco, qui io sento in questa alternativa proprio il funzionamento dell’“alternativa infernale” di cui hanno scritto alcuni autori francesi. È come se facessimo sempre fatica, dentro la logica aristotelica stretta e il pensiero al quale siamo addestrati, a immaginare che forse sono vere tutte e due le cose. Sono vere entrambe perché ci muoviamo nella fascia che potremmo definire come immaginario: tutto ciò che precede la solidificazione di un mondo umano e che continuamente accompagna questo mondo. I sogni, le fantasie, i fantasmi antichi o quelli recenti, i timori, la voce degli antenati… tutto ciò che non ha una forma solida, facilmente riconoscibile, e che permette la nascita, l’emersione, la solidificazione dei mondi. Nella fascia dell’immaginario è chiaro che, comunque ci muoviamo, siamo in un terreno che non è né un’illusione destinata a svanire né qualcosa di già solido: è qualcosa di potenziale. Allora, la domanda forse potrebbe essere: quando noi ci muoviamo in questa fascia, in cui stiamo cercando di far esistere relazioni differenti, pezzi di mondo diversi, che cosa ci permette di essere più efficaci? Quando sogniamo, che cosa rende i nostri sogni felici, non nel senso di allegri ma di attivi? Ecco, a me pare che la forza propellente che permette di transitare dall’immaginario alla realtà condivisa fra umani sia la fiducia. Se stiamo in quei processi con un certo grado di fiducia nel processo, negli altri, in quello che possiamo fare, nelle entità umane e non umane che convochiamo per i nostri processi, quelli hanno molta più probabilità di trasformarsi in qualcosa di solido. Se invece andiamo già disillusi, disincantati, con l’impressione che “tanto è solo un bel sogno che poi lascia tutto intatto…”, siamo invece nel meccanismo hollywoodiano del “passiamoci due ore sognando qualcosa di diverso per poi rientrare consolati, ma in modo un po’ stupido, nel tritacarne quotidiano”. E chiaramente qui il discorso si farebbe enorme, sarebbe molto bello seguirlo, ma forse ci vorrebbe qualche giornata o qualche notte intorno al fuoco. Raccogliamo la tua proposta, prima o poi promuoveremo un incontro intorno a un fuoco. Grazie. Ma cos’è esattamente l’immaginario? Quando si parla di immaginario si parla di disincanto e reincanto, quindi anche del lunghissimo addestramento, che dura ormai da quattro secoli, che abbiamo subito, e talora facciamo subire, a essere assolutamente certi, convinti, tetragoni sull’idea che le uniche intenzionalità attive siano quelle umane. Che animali, piante, cieli, paesaggi non abbiano intenzionalità, non siano attivi, non c’entrino niente con la storia, e che le uniche forme di causalità siano quelle meccaniche, come le biglie sul tavolo da biliardo che si scontrano e si muovono secondo certi vettori. Io ho l’impressione che il disincanto sia proprio questo: la credenza che le sole causalità siano meccaniche e le sole intenzionalità siano umane. E queste credenze si possono smontare. Mi viene in mente, ad esempio, l’opera di Lévi-Strauss o certe parti piuttosto visionarie dell’antropologia, quando parlano di efficacia simbolica, di causalità di ordine non immediatamente meccanico. Ma si smontano anche semplicemente con un approccio ecologico all’idea che i posti che noi abitiamo sono innanzitutto relazionali; che la relazione è ciò che permette a noi di continuare a esistere, ai luoghi di vivere, e così via. Queste relazioni non sono semplicemente quelle che siamo addestrati a immaginare. Tanto per dire: noi siamo vivi e tentiamo di pensare, di guardare criticamente al mondo, di lottare, di stare vicini, di sostenerci, di amarci, perché… mangiamo. Allora, da dove arriva il nostro cibo? Perché respiriamo? Com’è fatta la nostra aria, che cosa la inquina? Perché abbiamo dei sogni? Cosa entra a tradimento nei nostri sogni e li piega a forme di vita che troviamo ingrate? Chi fa i nostri abiti, e dove? Quanto costa ecologicamente fare un abito? E via dicendo. Tutto questo guardare alle connessioni da cui dipendiamo e alle causalità non umane che agiscono continuamente è qualcosa a cui non siamo più addestrati, ma che era la raccomandazione sia del vecchio materialismo di tradizione marxiana, sia del buddismo: “Tu devi sapere esattamente dove sei messo, come sono fatte le relazioni del mondo nel punto in cui lo abiti, per onorare il fatto che un sacco di cose ti tengono in vita, ti permettono di continuare a mangiare, a respirare, a vestirti, ad amare, a desiderare…”. Ecco, questa tessitura costitutiva è fatta di umani ma anche di non umani, e imparare a riconoscere che cosa agisce effettivamente nei nostri mondi sarebbe, penso, un gran bel modo per muovere dolcemente, e senza voli pindarici, verso forme di reincanto. Fumo e ceneri. Il viaggio di uno scrittore nelle storie nascoste dell’oppio, l’ultimo libro di Amitav Ghosh, il saggista e romanziere indiano, dal punto di vista di un occidentale, è geniale, perché in 400 pagine mostra fino a che punto un’entità non umana come il papavero da oppio sia stata una forza propellente del colonialismo. Ecco, è esattamente quel tipo di sguardo che forse dovremmo cominciare a sviluppare: lo sguardo che vede tutte le relazioni, e che nelle relazioni riconosce movimenti, intenzioni, desideri, spostamenti, vettori che non sono soltanto quelli umani a detrimento di tutti gli altri. -------------------------------------------------------------------------------- L’intervista è stata realizzata – in collaborazione con Riccardo Troisi – in vista della due giorni di iniziative “Partire dalla speranza e non dalla paura”, promossa dalla redazione di Comune presso il Polo civico Esquilino, a Roma, venerdì 7 e sabato 8 novembre: -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUEST’ALTRO ARTICOLO DI STEFANIA CONSIGLIERE: > Disperate speranze -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Perché è difficile riconoscere mondi nuovi proviene da Comune-info.