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PENSARE E PRATICARE IL COMUNE, CON TENTATIVI ED ERRORI, OGGI VUOL DIRE RESISTERE ALLA GUERRA CHE OVUNQUE DISTRUGGE LA VITA. PENSARE E PRATICARE IL COMUNE, CON TENTATIVI ED ERRORI, SIGNIFICA RESISTERE ALLO STROMBAZZATO PROGRESSO/SVILUPPO, CHE SI È SEMPRE TRADOTTO IN VIVERE BENE PER UNA MINORANZA DI PERSONE DEL MONDO. VUOL DIRE SMETTERE DI SACCHEGGIARE MADRE TERRA, MA ANCHE COSTRUIRE SPAZI COLLETTIVI PER DIALOGARE E ORGANIZZARCI E ROMPERE COSÌ L’APATIA E L’INDIFFERENZA. PENSARE E PRATICARE IL COMUNE, CON TENTATIVI ED ERRORI, PER LE COMUNITÀ INDIGENE È PRIMA DI TUTTO MEMORIA DELLE LOTTA DI RESISTENZA E DI AMORE PER LA VITA CHE PER SECOLI I POPOLI HANNO PROTETTO. “PERCHÉ CON TENTATIVI ED ERRORI? PERCHÉ TUTTI PORTIAMO CHIP DI PRATICHE PATRIARCALI E INDIVIDUALISTE… NON POSSIAMO RINUNCIARE A PROTEGGERE E GUARIRE LA CASA DI TUTTE E DI TUTTI CHE È MADRE TERRA – SCRIVE MARÍA ELENA AGUAYO HERNÁNDEZ – SENZA DI ESSA NON POSSIAMO ESSERE. COME NON POSSIAMO ESSERE, SE NON SIAMO IN COMUNE…” -------------------------------------------------------------------------------- Foto El Tekpatl -------------------------------------------------------------------------------- Il comune. Che significa? Quali radici remote collegano queste due parole? Come capirle e ri-significare nella geografia in cui abito? Chi, chi rende possibile il comune? Perché è necessario capirlo e praticarlo? Chi si oppone al comune e perché? Mi colpisce o mi giova il comune? Guerre e ancora guerre è la storia dell’umanità. Guerra che distrugge la vita. Guerra che trasforma il paesaggio. Guerra che distrugge la comunità. Guerra che lascia conseguenze irreparabili sia fisiche che psicologiche nell’individuo. Guerra che rompe il tessuto sociale. Guerra che schiavizza. Guerra che cancella l’identità degli individui. Guerra che avvelena. Guerra che sottomette, impone e costruisce esseri sottomessi, obbedienti e paurosi. Guerra che giova a un piccolo gruppo di umanità; coloro che vivono nell’opulenza, in modo lussurioso, volgare, immorale e decadente. Guerra che nonostante tutta la sua crudeltà non ha potuto cancellare il comune; perché è memoria di lotta di resistenza di Amore per la Vita. Memoria dei popoli originari che lo hanno saputo conservare com’era; prima della guerra che ha spogliato, saccheggiato, ucciso e in nome del dio della guerra ha imposto un prepotente. Il comune non è stato cancellato; i popoli millenari lo hanno saputo curare e preservare come un seme. L’hanno depositato attraverso il baratto, la tequio (il lavoro collettivo gratuito diffuso nelle comunità zapatiste, ndr); affinché donne e uomini lo proteggano; lo risignifichino, lo nutrino con nuove conoscenze e pratiche. Perché il comune sarà diverso ma uguale a quello che hanno vissuto i nostri antenate e antenati che hanno camminato, resistito e difeso la vita. C’è stato un tempo lontano in cui la casa era di tutte e di tutti; perché l’umanità viveva in piccole comunità dove il comune portava beneficio a queste perché tutte e tutti lavoravano per garantire ciò che la comunità richiedeva. Ma un piccolo gruppo, che invidiava e bramava, voleva possedere più degli altri e attraverso la menzogna e l’inganno, ha convinto gli altri che il piccolo gruppo era stato scelto da presunti dei per essere i privilegiati. Non tutti sono stati convinti da questa farsa ed è stato allora che sono stati aggrediti con la violenza, gli aggressori hanno portato i frutti del lavoro di donne e uomini a proprio vantaggio. Il comune è stato vietato, per dare posto alla proprietà privata che favoriva i presunti scelti dagli dei. Così la religione e la guerra si sono imposte nella società. C’è stato allora chi ha stabilito le regole, poi le leggi che imponevano la proprietà privata come il diritto di pochi e l’obbedienza e l’obbligo del lavoro per molti. In un tempo il dio della guerra e il suo rappresentante sulla terra come sovrano hanno espanso la guerra in tutto il pianeta Terra; così come oggi gli stati più potenti. Leggi, accordi e trattati sono serviti a garantire lo spoglio dei popoli originari che non hanno smesso di resistere e difendere il loro territorio ancestrale come la Palestina, come i popoli originari di Aya Yala. Viviamo forme patriarcali sistemiche come il capitalismo che depreda i corpi umani; per generare ricchezze, corpi che una volta spremuti ed esausti vengono gettati via. Proprio come depreda la casa di tutte e tutti; cioè Madre Terra; quella che è stata voracemente sfruttata, saccheggiata per costruire progetti, per fabbricare armi per la guerra; per l’industria che genera prodotti che sono merci che hanno inondato il pianeta con migliaia di tonnellate di spazzatura che inquinano; terra, aria e acqua. E tutto questo per cosa? Per mantenere i lussi estremi di una minoranza della società che non può soddisfare il suo bisogno di possedere di più; per avere una vita sterile, vana, lussuriosa e immorale. Perché ha un vuoto profondo che rafforza la sua individualità, il suo egocentrismo; perché non capisce cosa significa la Vita e la sua enorme diversità. Per questo pensare il comune, praticarlo con tentativi ed errori significa resistere allo strombazzato “progresso” e/o “sviluppo” che non è altro che la morte. Perché praticare il comune con tentativi ed errori? Perché siamo stati costruiti per servire il sistema; e in noi e noi portiamo chip di pratiche patriarcali, misogine, individualiste, sessiste… e altre taras sistemiche. Così anche la tv e i social network sono serviti a massificare la popolazione. Il sovraccarico di informazioni è così opprimente che le persone si scoraggiano e l’apatia e l’indifferenza permeano la popolazione. Una consapevolezza critica, riflessiva e costruttiva è essenziale. Dobbiamo costruire spazi collettivi per organizzarci, dialogare, raggiungere accordi e agire. Non possiamo accettare la guerra come una via d’uscita; non possiamo accettare più pandemie di quelle che già abbiamo; non possiamo accettare di normalizzare il traffico di droga e l’arruolamento di centinaia di giovani come opzione di fronte alla mancanza di opportunità; non possiamo normalizzare le sparizioni e le centinaia di fosse clandestine; non possiamo accettare un’ulteriore distruzione della natura a vantaggio delle imprese; non possiamo rinunciare al diritto di Verità e Giustizia né alla difesa del territorio-acqua; non possiamo rinunciare al diritto di vivere bene; né alla costruzione di autonomia. Non possiamo rinunciare a difendere, proteggere e guarire la casa di tutte e di tutti che è Madre Terra; quella che ci accoglie, quella che ci nutre e quella che ci allevia. Senza di essa non possiamo essere; come non possiamo essere, se non siamo noi in comune. -------------------------------------------------------------------------------- Maria Elena Aguayo Hernández, Città del Messico -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato in rete da El Tekpatl, spazio di comunicazione indipendente (e qui con l’autorizzazione di El Tekpatl e dell’autrice) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Cinque giorni di piramidi, storia, amore e anche disamore -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MASSIMO DE ANGELIS: > Fare in comune -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Mettiamo in comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Común proviene da Comune-info.
SAN GIULIANO MILANESE (MI): “IL COMUNE VUOLE FERMARE LE ATTIVITÀ” DELLO SPAZIO PUBBLICO AUTOGESTITO ETEROTOPIA
L’amministrazione di San Giuliano Milanese all’attacco di Eterotopia. Dopo aver già esercitato pressioni la scorsa primavera, è giunta richiesta ad attiviste e attivisti dello spazio di procedere con una nuova ispezione amministrativa. Per questo a fine dicembre era ripresa la mobilitazione in difesa dello spazio, anche con una partecipata assemblea pubblica, che aveva permesso di rinviare l’ispezione. Eterotopia rischia la chiusura per ragioni amministrative. Viene infatti richiesto, tra l’altro, “di abbattere la cucina, di togliere il palco e di rifare gli impianti”. Il tutto in uno stabile che è in realtà di proprietà del Comune. Il sindaco ha fatto sapere “di non voler mettere in discussione la convenzione” tra Comune ed Eterotopia, che permette di continuare le attività fino al 2028, ma non è nemmeno intenzionato a concedere altri spazi o ad ipotizzare soluzioni alternative. Intanto con l’inizio del nuovo anno, sono riprese le attività nei locali di via Risorgimento 21. Tra queste la mostra permanente “35 anni di vita” che ripercorre la storia di Eterotopia. L’aggiornamento sulla situazione con Giovanni, compagno di Eterotopia. Ascolta o scarica
L’immaginario e il comune
IL CAPITALISMO, CHE OGGI RENDE PIÙ VISIBILE IL SUO LEGAME NON OCCASIONALE CON LA GUERRA, RESTA PRIMA DI TUTTO IL RISULTATO DI UN IMMAGINARIO BEN RADICATO. L’ECONOMIA HA PRESO IL POSTO DELLA RELIGIONE. C’È DAVVERO BISOGNO DI PRATICHE CHE METTANO IN CONTO LA DECOLONIZZAZIONE DI QUESTO IMMAGINARIO: LA DISCUSSIONE DA TEMPO IN CORSO SUL CONCETTO DI COMUNE (COMÚN, COMMONING) VA IN QUELLA DIREZIONE. SI TRATTA PRIMA DI TUTTO DI IMPARARE A VEDERE CIÒ CHE GIÀ ACCADE AI MARGINI: NELLE RETI DI PROTESTA, DI CONFLITTUALITÀ E DI SOLIDARIETÀ, NELLE FORME DI MUTUALISMO, NELLE PRATICHE AGROECOLOGICHE, NEI TENTATIVI CHE CERCANO DI OLTREPASSARE LA DICOTOMIA MATERIALE/SPIRITUALE, MA SEMPRE PIÙ SPESSO NELLE “ARCHE-RIFUGIO”, COME LE CHIAMA ZIBECHI, UTILI PER PROTEGGERSI DURANTE LA TEMPESTA. LA DOMANDA ALLORA, SCRIVE FEDERICO BATTISTUTTA, È: QUALI GESTI, QUALI NARRAZIONI, QUALI FORME DI ATTENZIONE PERMETTONO A QUESTE ESPERIENZE DI NON ESSERE RIASSORBITE DAL REALISMO CAPITALISTA? Murales di Felice Pignataro, tra i fondatori del Gridas di Scampia (oggi a rischio sgombero), realizzato a Bari nel 1997 -------------------------------------------------------------------------------- Quando guardiamo qualcosa non vediamo solo case, fiumi, strade, alberi, negozi, automobili, computer…, ma stiamo anche osservando le relazioni che le hanno costruite – relazioni tra umani, tra umani e non umani. A loro volta, queste relazioni non sono l’espressione di puri e semplici atti e transazioni sociali, non hanno quell’apparente naturalità e immediatezza a cui si è tentati di pensare, ma sono il risultato alquanto intricato della messa all’opera di qualcosa meno evidente: l’immaginario sociale. L’immaginario – seguendo in ciò le riflessioni di Cornelius Castoriadis – non è un di più, una rappresentazione mentale tutto sommato poco significativa, ma è la matrice generativa di ogni fenomeno sociale, a cominciare dalle istituzioni economiche e politiche, così come della stessa soggettività. In altre parole, l’immaginario è ciò che rende possibile la creazione di immagini, forme, simboli, significati, norme, istituzioni; in breve, è alla base della produzione di mondi. Ciò che siamo soliti chiamare “realtà” è l’esito non solo di processi biologici (i nostri sensi, lo sappiamo, captano solo una minima porzione degli stimoli fisici), ma anche della loro costante interazione con processi sociali con cui elaboriamo, tramite il linguaggio, mappe cognitive per orientarci nel mondo attraverso simboli e istituzioni nelle loro varie forme. Si tratta, alla fine, di una macchina performativa attraverso la quale si produce e si legittima uno specifico sistema storico di rappresentazioni, vale a dire un complesso di discorsi e di pratiche che fanno in modo che una società decida ciò che è lecito, vero e reale. Quando Mark Fisher, parlando di realismo capitalista, diceva che era più facile immaginare la fine del mondo piuttosto che la fine del capitalismo voleva indicare proprio questo. Il capitalismo, in particolare nella sua versione neoliberale, è il risultato di un immaginario ben radicato, una sorta di seconda pelle che plasma la percezione di sé e del mondo, strutturato su una serie di valori astratti – quali il profitto, l’efficienza, la produttività, la crescita, la concorrenza – istituito veicolando una sequenza di simboli, come il denaro, la contabilità, gli indicatori economici, i dispositivi finanziari e così via. Il celebre mantra di Margaret Thatcher – There is no alternative –, subito adottato da altri politici, intendeva ribadire ciò, celebrando in questo modo il trionfo del sogno capitalista come migliore dei mondi possibili. Qualcuno si ricorderà che in quegli stessi anni c’era pure chi andava sproloquiando di fine della lotta storica fra sistemi politici e, di conseguenza, di fine della storia, alludendo a un futuro radioso. Si era negli anni Novanta e fu, tutto sommato, un’epoca con un’ebbrezza di breve durata, se guardiamo lo scenario di venti di guerra che aleggiano da ogni parte. Sta diventando evidente una di quelle verità che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi: il nesso tra capitalismo e guerra; non come evento occasionale o un malaugurato incidente di percorso, ma espressione della dinamica stessa con cui la macchina capitalista tende a riprodursi espandendo la sua logica, attraverso conflitti per modellare nuove egemonie e ridefinire strutture economiche, politiche e monete globali. D’altro canto, lo stato che avrebbe dovuto guidare l’umanità verso il sogno neoliberale si trova da tempo impelagato in un debito pubblico e privato da capogiro, con disavanzi annuali sempre più significativi, sollevando dubbi a livello globale sulla sua sostenibilità fiscale. E con una popolazione, al suo interno, in cui è sempre più presente sia la povertà assoluta (homeless, insicurezza alimentare e sanitaria) che quella relativa, con la diffusa consapevolezza di una retrocessione in atto verso le aspettative dell’american way of life, inducendo un disagio psichico, non più classificabile come disturbo individuale, ma, come affermava sempre Mark Fisher, vero e proprio sintomo sistemico di un fenomeno sociale e politico. Religione e stregoneria del capitale Credo che pochi oggi contesteranno il fatto che nella società capitalista l’economia ha preso il posto della religione. L’economia costituisce ormai un vero e proprio campo sacralizzato: non si può toccare, né mettere in discussione, è letteralmente incontestabile. Su ciò Walter Benjamin era stato lungimirante quando, negli anni Venti, descriveva il capitalismo come una religione: dopo essersi sviluppato “parassitariamente sul cristianesimo”, il capitalismo aveva assunto le sembianze di una religione sui generis, rispondendo “all’appagamento delle stesse ansie, pene e inquietudini alle quali un tempo davano risposta le cosiddette religioni”. Il culto capitalista, dice Benjamin, è privo di tregua, non prevede giorni di riposo, né interruzione alcuna, in quanto la totalità del tempo di vita si trova coinvolta nella valorizzazione del capitale. Di conseguenza, è un culto che non conosce redenzione, perché non garantisce appagamento, ma lo differisce costantemente dentro la catena di produzione-consumo, generando così frustrazione e una condizione di colpa permanente, senza speranza di riscatto. Detto altrimenti: il capitalismo non può arrestare la sua espansione, pena il suo stesso fallimento, ma deve essere in grado di generare altro capitale attraverso una continua colonizzazione e mercificazione del tempo e dello spazio, con tutto quello che ne consegue. Più recentemente Isabelle Stengers – siamo negli anni della WTO a Seattle e del G8 a Genova – ha parlato del capitalismo come stregoneria. Non si tratta di metafora (come non lo era del resto per Benjamin), ma di una descrizione chirurgica del funzionamento del modello neoliberale. Il capitalismo agisce non come un sistema razionale, ma come macchina magica di cattura e, come nelle pratiche magiche, si muove “a distanza”, senza apparente violenza diretta, ma è pervasivo, trasforma lentamente desideri, affetti e aspettative. La sua logica funziona perché incanta e ingabbia, arrivando a penetrare l’immaginario, alterando in questo modo la percezione del possibile, creando dipendenza e convincendo che non vi sono alternative praticabili. Allora, se dietro il raziocinio della narrazione neoliberale si cela un immaginario che ha prodotto una religione colpevolizzante e una magia disturbante, c’è davvero bisogno di una pratica che metta in conto la decolonizzazione di questo immaginario sociale per produrre un differente sistema di simboli come orizzonte di riferimento. Tra mito e spiritualità Dinanzi alla cosmologia neoliberale – che isola le soggettività in funzione dell’imprenditoria del sé, dissolvendo ogni forma di cura collettiva, distruggendo la dimensione rituale che accompagna il vivere sociale – la discussione da tempo in corso sul comune (common, commoning, commonwealth …) si colloca nella prospettiva della costruzione di un nuovo immaginario, dal momento che l’orizzonte è la totalità della vita, la ricostituzione dell’essere sociale e singolare dell’umano dentro il sistema ecologico in cui vive, rompendo con un’antropologia riduzionista, funzionale alla riproduzione della forma-lavoro e della forma-stato. Anche in una fase non certo offensiva come questa, in cui il comune si configura per lo più come rifugio, come un’arca di contenimento – come lo chiama Raúl Zibechi – per navigare e galleggiare nella tempesta, l’orientamento richiede energici ampliamenti di sguardi, verso corpi, affetti, cura, relazioni, territori, tempo, linguaggi, immaginazione. Non solo, non può arrestarsi alla sfera umana, invocando al contrario un’ontologia relazionale in cui la vita è sempre vita-con. Con la terra, con l’acqua, con gli animali non umani, con cicli stagionali e ritmi cosmici, con il mistero della vita che sostiene la vita. Tutto ciò implica un immaginario sociale in grado oltrepassare la dicotomia materiale/spirituale con gli -ismi che ne derivano (materialismo vs. spiritualismo), incorporando – come sostiene anche Ana Cecilia Dinerstein – lo spirituale e il mitico nella nuova intenzione liberatrice, non come dogmi o principi astratti, ma come utensili da maneggiare per permettere di mantenere aperto l’orizzonte, narrazioni che riscaldano, rendendo abitabile l’inedito, sottraendolo al contempo a ogni impresa normalizzatrice. Ed è ciò su cui hanno riflettuto gli zapatisti nel semillero svoltosi a fine dicembre, sottolineando la necessità di una profonda trasformazione interiore come prerequisito per la costruzione del común. A ben vedere nel Chiapas vediamo infatti esprimersi una spiritualità implicita, diffusa, incorporata nei modi di vivere, pensare, narrare e decidere, presentandosi come un’etica cosmica immanente, dove la terra è viva ed è relazione, dove l’umano è co-dipendente dal non umano. Qui spiritualità e mito non sono residui arcaici, né un’aggiunta superflua, ma parte integrante di una politica dell’immaginazione: se la sacralità neoliberale scandisce velocità, produttività, urgenza, competizione e crescita infinita, la cosmovisione zapatista contrappone lentezza, cura, cooperazione, attesa e ciclicità. In altre parole una modalità che è al contempo una forma di resistenza politica e spirituale. Domandare camminando Il riferimento al Chiapas e allo zapatismo si ferma qui, non intende rischiare l’enfasi, nella consapevolezza che abitiamo altre latitudini con emergenze declinate in maniera differente. Del resto il riferimento va a un metodo da mettere alla prova, non a un modello a cui conformarsi. Lo stesso motto “preguntando caminamos” coincide, parola per parola, con l’idea di una pratica come processo di ricerca, non come mera applicazione di un programma. Allora, come articolare nella pratica un immaginario sociale radicalmente alternativo nel nostro Primo Mondo, in questo Vecchio Continente (sempre più vecchio) e, in particolare in quel piccolo ritaglio, ormai sempre più ai confini dell’impero, in cui si parla la lingua italiana? Come aprire e allargare anche qui le crepe nel realismo capitalista? Come riconoscere e potenziare quei frammenti di comune che già affiorano sotto la superficie dell’esistente? Dove si annidano, oggi, le forme di cooperazione sociale, di cura, di relazione non competitiva e non estrattiva? Come tracciarle e intrecciarle? Quali esperienze – spesso invisibilizzate o marginalizzate – stanno già producendo un’altra distribuzione del sensibile, un’altra percezione del tempo, un altro vocabolario del possibile e dell’impossibile? Il problema non è la creazione ex novo, ma imparare a vedere ciò che già accade ai margini: nelle reti di protesta, di conflittualità e di solidarietà, nelle economie della reciprocità, nelle forme di mutualismo, nelle pratiche agroecologiche, nelle piccole comunità che producono senso e nelle ritualità (laiche e spirituali) che rispondono al bisogno di appartenenza senza ricadere in identitarismi. Che tipo di trasformazione soggettiva richiede, a ciascuno di noi, la possibilità del comune? Quali gesti, quali narrazioni, quali forme di attenzione permettono a queste esperienze di non essere riassorbite dal realismo capitalista? Non si tratta qui di pianificare a tavolino un programma, né attendere passivamente condizioni ideali, ma tentare di trasformare questo mondo trasformando noi stessi sapendo leggere e sostenere le dinamiche già in corso, offrendo riparo a ciò che nasce fragile, nutrendo ciò che ha bisogno di tempo per crescere. Insomma, affrontare insieme la tempesta in corso. In questo senso, l’immaginario è una pratica da coltivare, un lento lavoro di ri-abitare il mondo, un esercizio quotidiano per rendere visibile ciò che oggi sembra impossibile. E le domande restano aperte, e probabilmente é bene che sia così, perché l’immaginario e il comune non possono trovarsi rinchiusi in formule, perché il cammino stesso è un continuo processo di apprendimento, di costruzione e di riparazione. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTA INTERVISTA DI GIANLUCA CARMOSINO E STEFANIA CONSIGLIERE: > Perché è difficile riconoscere mondi nuovi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’immaginario e il comune proviene da Comune-info.
Un foglio di carta
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- John Berger ha scritto che, nel dialogo, ognuno può diventare “un foglio di carta” su cui l’altro deposita i suoi pensieri. Un’immagine semplice e radicale, che affida alla parola una responsabilità: quella di aprire uno spazio, non di occuparlo. Diventare “carta” significa accettare di sospendere il proprio punto di vista, di non sovrapporre subito le proprie ragioni a ciò che l’altro sta cercando di dire. Significa farsi foglio bianco, pronto ad accogliere parole che parlano di vissuti, emozioni, idee, conflitti. È un gesto che richiede tempo e pazienza, la stessa di cui parlava Anna Frank quando scriveva che “la carta è più paziente degli uomini”. Ma quella pazienza non riguarda solo le relazioni personali. È una condizione della democrazia. Senza ascolto, senza la disponibilità a diventare “carta” per la parola dell’altro, la democrazia si svuota e resta solo la forza: la voce che sovrasta, lo slogan che chiude, la decisione che non ammette replica. Viviamo in un tempo in cui il dialogo viene spesso sostituito dalla contrapposizione permanente. Le parole non cercano più di incontrare, ma di colpire; non aprono spazi comuni, li presidiano. In questo clima, la vera pace appare sempre più fragile, perché non nasce mai dall’imposizione, ma dalla capacità di riconoscere l’altro come interlocutore, non come nemico da ridurre al silenzio. Quando nessuno è disposto a farsi “carta”, il conflitto diventa assoluto e la violenza sembra l’unico linguaggio possibile. Eppure la pace comincia proprio lì: nel gesto minimo e difficile di chi ascolta senza prevaricare, di chi accoglie la parola altrui senza trasformarla subito in un bersaglio. Anche la scrittura nasce da questo stesso impulso. Chi scrive lo fa per essere letto, spinto — come ricorda Berger — da un desiderio di ospitalità verso lettori reali o immaginari. Se questo impulso viene meno, la scrittura si riduce a monologo e il pensiero smette di circolare. È così forse che dovremmo immaginare oggi il compito della parola, nella vita pubblica come in quella privata: farsi spazio di incontro, terreno condiviso, possibilità di pace. Quando ad esempio affidiamo i nostri pensieri alle pagine di Comune, spero che qualcuno li accolga con pazienza e, se lo vorrà, rimandi indietro ciò che quelle parole hanno smosso in lui o in lei. Non per avere ragione, ma per continuare a costruire, insieme, un mondo abitabile. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un foglio di carta proviene da Comune-info.
impressionismo, arte di rottura@0
L’impressionismo è stata una corrente artistica che ha saputo interpretare al meglio il tempo in cui è nata, nella seconda metà del XIX secolo a Parigi, imprimendo nella tela la visione del pittore anziché la rappresentazione esatta del soggetto. Nella Francia di Napoleone III artisti come Manet e Morisot cercano per primi di rompere con l’arte di Stato e avviarono una scuola che passò alla storia come “impressionismo”. Gli artisti che vi parteciparono come Manet, Degas, Bazille, Renoir furono repubblicani convinti e dovettero aspettare il tracollo della monarchia dopo l’invasione prussiana e la sanguinosa repressione della Comune di Parigi per fondare la loro prima mostra indipendente nel 1874. Con Gaia ripercorriamo la storia dell’impressionismo e dei suoi autori e il ruolo di rottura che ha avuto nel mondo artistico e sociale Dopo il boom degli impressionisti si è passati al post-impressionismo (o puntinismo), scuola di cui fecero parte diversi artisti che appoggiarono materialmente il movimento anarchico e socialista, collaborando con le riviste e schierandosi in prima persona per la libertà e la pace.
impressionismo, arte di rottura@1
L’impressionismo è stata una corrente artistica che ha saputo interpretare al meglio il tempo in cui è nata, nella seconda metà del XIX secolo a Parigi, imprimendo nella tela la visione del pittore anziché la rappresentazione esatta del soggetto. Nella Francia di Napoleone III artisti come Manet e Morisot cercano per primi di rompere con l’arte di Stato e avviarono una scuola che passò alla storia come “impressionismo”. Gli artisti che vi parteciparono come Manet, Degas, Bazille, Renoir furono repubblicani convinti e dovettero aspettare il tracollo della monarchia dopo l’invasione prussiana e la sanguinosa repressione della Comune di Parigi per fondare la loro prima mostra indipendente nel 1874. Con Gaia ripercorriamo la storia dell’impressionismo e dei suoi autori e il ruolo di rottura che ha avuto nel mondo artistico e sociale Dopo il boom degli impressionisti si è passati al post-impressionismo (o puntinismo), scuola di cui fecero parte diversi artisti che appoggiarono materialmente il movimento anarchico e socialista, collaborando con le riviste e schierandosi in prima persona per la libertà e la pace.
Cinque giorni di piramidi, storia, amore e anche disamore
COS’È UN SEMILLERO? DI COSA HANNO DISCUSSO LE COMUNITÀ ZAPATISTE NEL SEMILLERO PROMOSSO NEGLI ULTIMI GIORNI DI DICEMBRE? COME LO HANNO FATTO? INSIEME A CHI? IN UN MONDO DISTRATTO CHE SEMBRA INCAPACE DI PERCEPIRE LA VIOLENZA, QUALCUNO METTE DA PARTE UN PO’ DI LEGNA CON CUI “IL GIORNO DOPO” IL CROLLO DEL NOSTRO SISTEMA MONDIALE SI POTRANNO ACCENDERE MONDI NUOVI Periodistas unidos Giorno 1 Il 26 dicembre 2025 ha avuto inizio il Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores”, il quarto e ultimo di una serie di incontri svoltisi nel corso di un anno. Questi incontri sono stati dedicati alla comprensione della crisi di civiltà che stiamo attraversando e alla riflessione su come costruire realtà alternative che possano servire da semi capaci di sbocciare “il giorno dopo” il crollo del nostro sistema mondiale. In questi quattro incontri, lo zapatismo ci ha mostrato, attraverso le parole, le opere d’arte e, naturalmente, la pratica, i due pilastri di una profonda trasformazione interiore che si estende anche all’esterno: “el común” e lo smantellamento delle forme di organizzazione piramidali. Questa serie di incontri è iniziata con la Prima Sessione degli Incontri Internazionali di Resistenza e Ribellione, tenutasi il 28 e 29 dicembre 2024 al Cideci – Università della Tierra Chiapas, seguita da un festival culturale al Caracol di Oventic dal 30 dicembre 2024 al 2 gennaio 2025. In questo incontro, diversi pensatori/rici hanno analizzato “la tempesta” – la crisi di civiltà che stiamo vivendo – sia a livello globale che in Messico. Hanno anche riflettuto sulla realtà delle donne, zapatiste e non zapatiste, e sui primi passi nella costruzione del “común ” e nel lavoro politico con donne provenienti da comunità non zapatiste. Allo stesso tempo, le zapatiste hanno raccontato cosa le ha spinte a fare del “común ” il fulcro di questa nuova fase dello zapatismo e i primi passi compiuti in questo percorso. Dal 13 al 19 aprile 2025, si è svolto l’Encuentro (Rebel y Revel) Arte presso il Caracol Jacinto Canek. Questo incontro, utilizzando le arti come cornice, ha proseguito la riflessione sulla tempesta e, soprattutto, ha esplorato come costruire altri mondi possibili di fronte alla crisi globale. L’incontro si è concluso con una discussione il 19 aprile al Cideci – Università della Tierra. Dal 3 al 16 agosto 2025, si è tenuto Encuentro de Resistencias y Rebeldías “Algunas partes del todo”, presso il Semillero Comandanta Ramona del Caracol di Morelia. Per due settimane, in due sessioni simultanee, i partecipanti hanno condiviso non i problemi della tempesta, ma le soluzioni e le alternative che si stanno costruendo in diverse località del mondo. Un incontro che ha ispirato la certezza che altri mondi, molto diversi dalla devastazione in corso, non solo sono possibili, ma si stanno già costruendo in molti luoghi: mondi dove la vita è sacra, dove rispetto e dignità sono la bussola per navigare nella tempesta. Parte di questa costruzione, evidentemente, riguarda i grandi cambiamenti interni allo zapatismo: la costruzione del “común” e la nuova forma di autogoverno, che gli zapatisti hanno spiegato sia con le parole che attraverso rappresentazioni teatrali e altre presentazioni da parte dei giovani. Questo quarto e ultimo incontro è iniziato con le parole del Capitano Marcos e del Subcomandante Moisés, che condividiamo qui, insieme al video e alle immagini complete: > Día 1 – Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” Giorno 2   27 dicembre 2025, San Cristóbal de Las Casas. In questa seconda giornata la discussione si è concentrata sul significato della storia. Raúl Romero e Carlos Aguirre Rojas, da diverse prospettive, hanno discusso della storia come campo di battaglia simbolico in cui gli eventi passati vengono discussi per comprendere il presente e procedere verso il futuro. Come l’uso del discorso storico da parte dello Stato e di chi detiene il potere in generale, come mezzo per mantenere la coesione degli Stati-nazione che non riflettono la loro composizione pluralistica e per mantenere il controllo e il dominio sui loro popoli, così anche di come la sovversione della storia ufficiale e la sua appropriazione dal basso, sono stati esplorati da diverse angolazioni. Il Capitano Marcos ha letto il racconto Historia de amores y desamores, con protagonista la piccola Deni e il defunto Subcomandante Galeano. Il Subcomandante Moisés, da parte sua, ha parlato della necessità di costruire alternative e del percorso zapatista nella costruzione del común e dell’autogoverno. Ascolta l’audio e guarda i video e le immagini qui: > Día 2 – Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” Cogliamo l’occasione per condividere un importante libro consigliato dal Capitano Marcos, Sembrando Vida: recuento desde las regiones a seis años (testi di Russel de Jesús Peba Ocampo, Pedro Uc, Carlos Beas e il Coordinatore Ucizoni, Aline Zárate Santiago, Ana Luz Valadez Ortega, Álvaro Salgado, Armando Galeana, Joel Aquino, Alfredo Zepeda e Ana de Ita), che analizza gli effetti di questo progetto di governo sulla base delle testimonianze di coloro che lo hanno vissuto in tutto il Paese. Giorno 3   28 dicembre 2025, San Cristóbal de Las Casas. Il terzo giorno del Semillero è stato dedicato alla riflessione sul ruolo dei diritti umani nelle lotte sociali, nonché sull’apparato legislativo del Messico e degli Stati-nazione in generale. Come possiamo parlare di diritti umani di fronte allo sterminio del popolo palestinese a Gaza e alla vergognosa complicità della maggior parte degli stati del mondo? Come possiamo parlare di diritti umani in un paese come il Messico, con femminicidi, torture, omicidi, brutalità militare, fosse comuni e l’instancabile e dignitosa disperazione di chi cerca i propri cari scomparsi? Eduardo Almeida e Tamara San Miguel, del Nodo de Derechos Humanos (NODHO), hanno riflettuto su questo con parole potenti che ci invitano a riflettere. Eduardo ha parlato dell’uso del discorso sui diritti umani da parte di chi detiene il potere per giustificare le proprie atrocità. Tamara, tra le altre cose, ha distinto tra quelli che ha definito crimini di potere, commessi da chi detiene il potere per garantire la propria sopravvivenza, e violazioni dei diritti umani. I crimini di potere non sono definiti dalla legge e non sono riconosciuti come tali (ad esempio, crimini di stato, tortura sessuale e reati societari che comportano espropriazione). Alla luce di ciò, è necessario politicizzare la difesa dei diritti umani e dei crimini di potere, cercando meccanismi autonomi paralleli a quelli dello Stato. Dal canto suo, l’avvocata Bárbara Zamora ha riflettuto sulle leggi che escludono e discriminano. “Tutte le leggi sono intrinsecamente discriminatorie ed escludenti perché sono emanate da chi detiene il potere e utilizzate per esercitare il potere sugli altri”, ha esordito Bárbara. Per illustrare questo concetto, ha offerto un’affascinante panoramica delle riforme dell’articolo 27 della Costituzione, che riguardano poi la Legge Agraria, la Legge Mineraria, la Legge sugli Investimenti Esteri, la Legge sugli Idrocarburi, nonché la Legge Amparo e il Codice Civile, tutte misure che interessano le comunità indigene e contadine del Paese. Il Capitano Marcos ha iniziato chiarendo punti importanti sulla posizione zapatista di rispetto della diversità di visioni e opinioni e sull’importanza dei disaccordi e delle differenze tra compagni. Ha poi riflettuto sui cambiamenti avvenuti all’interno della struttura stessa dell’EZLN, che, in quanto esercito, è intrinsecamente piramidale. Da quando il Subcomandante Moisés ha assunto il comando, ha spiegato, la piramide dell’EZLN si è “appiattita”, orientandosi sempre più verso “el común”. Infine, dopo aver spiegato che le storie sono un modo per gli zapatisti di raccontare la realtà, ha letto il racconto El amor y el desamor según el Chómpiras y la Lucecita. Infine, il Subcomandante Moisés ha parlato della costruzione del “común” nel territorio zapatista, fornendo chiari esempi di come funzionano le nuove strutture di governo e l’organizzazione del lavoro comunitario, con fratelli e sorelle non zapatisti, sulle terre recuperate. Ascolta l’audio e guarda i video e le immagini qui: > Día 3 – Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” Giorno 4 29 dicembre 2025, San Cristóbal de Las Casas. Il tema di questa quarta giornata del Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” era, da un lato, il cambiamento climatico e la crisi ecologica globale, e dall’altro, la piramide politica ed economica in Messico. Il geografo Carlos Tornel ha parlato del cambiamento climatico e della crisi ecologica del pianeta come conseguenza del capitalismo selvaggio in cui viviamo. Con dati e spiegazioni chiare, rivolte principalmente agli oltre 500 zapatisti presenti all’incontro, ha tracciato un quadro desolante della traiettoria della crisi. Nonostante le discussioni internazionali sul cambiamento climatico negli ultimi trent’anni, le emissioni di gas serra sono aumentate del 65%. L’aumento della temperatura del pianeta dall’inizio dell’industrializzazione è ora di 1,5 gradi Celsius, considerato dagli scienziati il limite “sicuro” per il riscaldamento globale. Tuttavia, data la traiettoria attuale, si prevede un aumento compreso tra 2,6 e 3,3 gradi, il che appare catastrofico. Le soluzioni dall’alto verso il basso sono sempre modi per mitigare gli effetti senza modificare le cause, ovvero il sistema capitalista stesso. Ciononostante, ci sono già molti movimenti in tutto il mondo che comprendono il problema di fondo e stanno apportando profondi cambiamenti nelle relazioni sociali e con la natura, come dimostrato dal movimento zapatista. Il sociologo Arturo Anguiano, da parte sua, ha parlato della sinistra istituzionale in Messico, in particolare del governo di Andrés Manuel López Obrador (e ora di Claudia Sheinbaum) e del partito Morena, che ha definito “l’altra destra”, con un progetto di sviluppo neoliberista mascherato da un discorso populista di sinistra. Il Capitano Marcos ha usato l’analogia di un tavolo con quattro gambe per rappresentare le fondamenta dello zapatismo: la chiesa progressista e/o la teologia della liberazione; l’avanguardia rivoluzionaria o il proletariato; la società civile nazionale e il sostegno internazionale. Anche se mancano una, due, tre o tutte e quattro le gambe, il tavolo rimane solido perché al centro c’è una quinta gamba che sostiene veramente lo zapatismo: la nostra storia come popoli indigeni. È questa storia che sta alla base dei grandi cambiamenti in corso e della costruzione del “común”. Il Subcomandante Moisés ha parlato della necessità di organizzarsi in tutte le parti del mondo per affrontare la crisi globale, la violenza, l’espropriazione e la distruzione sistematica perpetrata dal capitalismo. Infine, condividiamo qui il libro Golpes y contragolpes: La acción subversiva en la más hostil de las conidicones, de Miguel Amorós, consigliato dal Capitano Marcos. Ascolta l’audio e guarda i video e le immagini qui: > Día 4 – Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” Giorno 5 30 dicembre 2025, San Cristóbal de Las Casas. Questa quinta e ultima giornata del Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” è stata dedicata, da un lato, all’esame del ruolo delle arti nella costruzione di altri mondi e, dall’altro, alle piramidi che si producono in basso. Il drammaturgo Luis de Tavira, in un testo letto dal Capitano Marcos, intitolato “L’arte è una dichiarazione d’amore per l’umanità”, ha anche affermato che “le arti sono una denuncia e una maledizione contro la mancanza d’amore e la crudeltà con cui le persone e le società vengono disumanizzate”. Capire, ha affermato, significa capire che non comprendiamo, e l’arte è in grado di mostrarci ciò che non possiamo intravedere, mostrandoci che altri mondi esistono. “L’arte è un atto di bontà e il mondo è un miracolo”. Eppure, la logica del capitale distrugge tutto, accecando le società. “Il mondo è distratto”, ha detto, “ed è incapace di percepire gli eventi violenti che si svolgono davanti ai suoi occhi”. “La sfida per l’arte amorevole della vita sarà reagire con ribellione alla normalizzazione della violenza sociale”. Raúl Zibecchi, da parte sua, ha offerto un’affascinante panoramica di quelle che ha definito “le piramidi inferiori”, ovvero quelle che si riproducono all’interno dei movimenti sociali. “Le rivoluzioni che hanno trionfato”, ha detto, intendendo quelle che hanno preso il potere, “sono sempre state incapaci di trasformare il mondo”. Questo perché, una volta prese il potere, riproducono la piramide e diventano nuove classi dirigenti. Esempi di ciò sono, naturalmente, il PRI in Messico, lo stato sovietico e il Nicaragua. Ma le piramidi si riproducono anche all’interno dei movimenti sociali. Zibecchi ha citato gli esempi della CONAIE in Ecuador e del MST in Brasile, che, nonostante i loro grandi successi, riproducono strutture piramidali di comando, con alcune al di sopra delle altre. Ha citato cinque esempi di movimenti in Perù, Honduras e Brasile che tentano di rompere con la struttura piramidale, sebbene questa finisca inevitabilmente per riprodursi in una forma o nell’altra. Pertanto, il grande cambiamento interno allo zapatismo – lo smantellamento delle proprie piramidi e la costruzione del común – rappresenta un passo rivoluzionario. Il Subcomandante Moisés ha continuato a descrivere nel dettaglio, con esempi pratici, come il común si sta costruendo in territorio zapatista. In particolare, ha raccontato, attraverso vari casi specifici, l’intenso lavoro politico svolto con le comunità “sorelle” non zapatiste, sensibilizzandole e invitandole a partecipare alla costruzione del común attraverso l’esempio e la messa in pratica di relazioni alternative. L’intervento del Subcomandante Moisés si è concluso con la lettura di un testo sui 43 studenti scomparsi da Ayotzinapa. Il Capitano Marcos ha parlato dell’infanzia come mezzo per comprendere veramente lo zapatismo, iniziando con il racconto della storia di Paticha, la bambina di cinque anni morta di febbre tra le sue braccia. Oggi, quella realtà è cambiata radicalmente. Allo stesso modo, la realtà delle donne è stata profondamente trasformata: oggi le donne zapatiste, un tempo destinate solo a procreare e a prendersi cura della casa, sono promotrici della salute, educatrici, artiste e molto altro. In seguito, ha letto il racconto El amor y el desamor según el Sup Marcos. Così si conclude, alla vigilia del 32° anniversario della rivolta zapatista, questa serie di incontri che, dal dicembre 2024, ci ha spinto a riflettere sul nostro presente e a costruire un futuro diverso, più umano, più dignitoso, più giusto. Ascolta l’audio, guarda il video e guarda le immagini qui: > Día 5 – Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” -------------------------------------------------------------------------------- Ya basta Napoli -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Cinque giorni di piramidi, storia, amore e anche disamore proviene da Comune-info.
Ci sono molte cose che gli occhi non vedono
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Massimo Tennenini -------------------------------------------------------------------------------- “A tener fermo lo sguardo sul mondo si rischia di perdere la velocità dei sogni” è a mio modesto parere una delle frasi più belle che ho letto nel prezioso libro del compianto Marco Calabria dal titolo quanto mai evocativo e suggestivo: Gridare, fare, pensare mondi nuovi, edito da Elèuthera. Tra le pagine di questo volume, ovvero nei riverberi della voce di Marco, ho percepito una poetica dolcezza, o dolce poesia se preferite, davvero toccante. Ho sempre pensato riguardo a molti tra coloro che usano le parole per esprimersi, che il modo migliore per conoscerli a fondo è leggere tra le righe dei loro scritti e nel caso di questo testo, oltre a una passione travolgente per i propri ideali, è proprio questo ciò che ho avvertito di più: dolcezza e poesia. La lettura, in ogni caso, mi ha dato molto da pensare. Sul mondo che ci circonda, ma anche su me stesso e ciò che faccio per vivere. Ad esempio, la citazione che fa Marco da Le labbra del tempo di Eduardo Galeano riguardo a “la vecchia che vuole soltanto essere toccata”. Mi ha spinto a pensare al lavoro nei luoghi di cura che svolgo da decenni, dove l’essenza dell’incontro in grado di portare benefici a coloro che chiedono solo di sentirsi un po’ meglio di prima è sintetizzato dall’espressione “persone che incontrano persone”, che si conoscono dandosi la mano e a fine percorso si salutano con un abbraccio che vorresti durasse per sempre. Un’altra riflessione quanto mai attuale è quella sull’importanza della “lotta contro se stessi” e sulla fondamentale “funzione delle domande”. Marco ha messo al centro l’essenza del problema di chi dovrebbe/vorrebbe cambiare le cose in meglio ovunque nel mondo. Di Pasoliniana memoria, ovviamente, ma di recente ho letto un altro bel libro che si chiama Nexus. L’autore, Yuval Noah Harari, sostiene qualcosa di coerente, ovvero che l’unico modo per progredire ed evolverci in ogni luogo, ambito e contesto è avvalendosi di un solido meccanismo di autocorrezione. Altro punto centrale nel libro è il ruolo “indispensabile del movimento” nella vita di ciascuno di noi. Ciò mi ha indotto a ripensare al tradizionale monito delle Nazioni Unite alle popolazioni che si trovino in zone di guerra, disastri e/o tragedie sociali. L’invito è a non restare mai fermi, consigliando di spostarsi di continuo, giacché ciò aumenta esponenzialmente la possibilità di salvarsi la vita. Naturalmente, mentre nel mondo ci sono nazioni che vivono tali sciagure e altre che godono di condizioni ben più sicure e pacifiche, il movimento di cui parla Marco è a mio umile avviso necessario ovunque. Laddove non vi sia il bisogno di sopravvivere letteralmente, vi è la necessità di farlo intellettualmente e spiritualmente a ogni livello. Muoversi e non restare troppo fermi è consigliabile sempre e dappertutto. Un altro passaggio che ho trovato ispirante è quello sul paradossale apprezzamento della “crisi mondiale”, in particolare delle società capitalistiche. Mi ha fatto pensare alle improvvise crisi dei giovani con cui lavoro durante il rispettivo percorso nei luoghi di cura. Al netto dell’inevitabile sofferenza, rappresentano in realtà occasioni propizie per affrontare finalmente la radice dei propri problemi. Indi per cui, coraggio, cogliamole anche noi e approfittiamone per stare meglio tutti. Ulteriore spunto mi viene dalle pagine dedicate all’”analisi della Rete”, davvero interessanti, e in altro contesto sull’”elogio del silenzio“, un altro invito da tenere a mente. Dal canto mio, mi sono permesso – perlomeno nella mia testa – di unire i due concetti. Ci vorrebbe per tutti un po’ di silenzio nell’uso che facciamo di Internet, per esempio placando l’immotivata necessità di dire qualcosa a tutti i costi. La buona novella è che si può stare zitti e lasciare la bacheca del social in bianco. Leggendo, ascoltando e riflettendo, non c’è nulla di male. Nel frattempo, dobbiamo “generare altri modi di abitare e convivere”, come dice a Marco la filosofa argentina Carolina Meloni González. Tuttavia, non me ne vogliano le avvolgenti e stimolanti interviste presenti nel libro, il capitolo che mi ha toccato maggiormente – essendo il sottoscritto un narratore – è il racconto Ritratto della signora V, una ribelle piuttosto comune, una storia spettacolare uscita su Carta che mi ero perso. Una vera chicca. Quindi c’era anche un narratore di storie, in quest’uomo, oltre che un attento e sincero cronista degli ultimi del mondo. Vorrei concludere citando dei passaggi che mi porterò dietro per sempre. Come l’invito a vivere “rispettando il tempo e la velocità del passo di tutti, ma sempre animati dalla voglia di cercare, magari dove non si prevederebbe di poterlo fare. E sempre pieni di domande. Lo segnala per una volta l’orologio, uno dei nemici più spietati dell’esistenza infantile. L’avversario quasi invincibile che aggredisce i bambini sull’uscio dei sogni alle prime luci del mattino: Dai, svegliati, la colazione è pronta! Ma fai presto, stamattina ti ho lasciato dormire. Adesso però devi correre…”. Mi sbaglierò, ma credo che valga anche per gli adulti. Sono più che convinto che pure il nostro la pensi così. Perché in ciascuno di noi, ovunque, a prescindere dall’età, “ci sono molte cose che gli occhi non vedono, c’è bisogno del cuore”... Be’, grazie ancora, Marco. -------------------------------------------------------------------------------- Iscriviti alla Newsletter di Alessandro Ghebreigziabiher Alessandro Ghebreigziabiher, scrittore, attore e regista teatrale, è autore di diversi libri. Nell’archivio di Comune i suoi articoli sono leggibili qui -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ci sono molte cose che gli occhi non vedono proviene da Comune-info.
Lo prendo come un primo volume
ROSA MORDENTI HA LAVORATO PER UNDICI ANNI NEL SETTIMANALE CARTA, DI CUI MARCO CALABRIA È STATO TRA I FONDATORI. HA SCRITTO QUESTO TESTO DOPO AVER LETTO GRIDARE, FARE, PENSARE MONDI NUOVI (ED. ELÈUTHERA), IL LIBRO CHE RACCOGLIE ARTICOLI, INTERVISTE, REPORTAGE, BREVI SAGGI DI MARCO CALABRIA. IL LEGAME DI AMICIZIA CON MARCO E CON COMUNE DIVENTA UNA MAGNIFICA LENTE DI INGRANDIMENTO PER RICONOSCERE IN QUEL LIBRO TRACCE DI UN GIORNALISMO DIVERSO, NEL QUALE IL RACCONTARE È PRIMA DI TUTTO UN GESTO PROFONDAMENTE POLITICO Marco Calabria in un seminario con studenti e studentesse dell’Università di Macerata (Dipartimento di studi umanistici) su giornalismo e guerra (ottobre 2019): al centro del suo intervento, il racconto dei giorni trascorsi nel gennaio 1994 a Sarajevo durante il noto assedio in cui morirono 12.000 persone -------------------------------------------------------------------------------- È andato in ristampa a poche settimane dalla pubblicazione, questo piccolo libro che raccoglie alcuni degli scritti di Marco Calabria curati con amore da Gianluca Carmosino; l’ennesima prova di come, nel corso della sua vita, Marco abbia saputo costruire intorno a sé una comunità partecipe di amici, compagni, collaboratori, lettori. Lo prendo come un primo volume, in attesa degli altri: perché di Marco c’è ancora tantissimo da leggere e che merita di essere stampato, ristampato e letto. Raúl Zibechi, nella prefazione, suggerisce l’idea di Marco come di un artigiano, uno che lavorava alle parole con il gesto semplice e lento di un falegname. Lento sì, anzi verrebbe da dire lentissimo, perché disinteressato al flusso del tempo che scorre («Devo rispondere a una mail urgentissima da due settimane»). Semplice mai, nemmeno nella scrittura. Ma la cura e il gusto della parola necessaria gli venivano dal suo essere giornalista e poeta insieme, anzi dal suo esserlo insieme anche al disprezzo, in ognuna delle due attitudini al racconto, delle forme facili e ipocrite. Artigiano della parola, dunque, cioè giornalista e poeta; poi c’era il resto. Il resto è stato tutto quello che Marco ha fatto per tenere vivi prima Carta e poi Comune-info. Tra le cose che restano di Marco c’è il fatto che per tutta la sua vita ha voluto raccontare come atto politico; perciò ha costruito giornali, riviste, siti, case piccole ma libere e comode per i suoi “racconti di movimento” e per i nostri. È per questo che di Carta si è assunto il ruolo di presidente – un ruolo che gli ha comportato solo rotture di palle, guai molto seri, soprattutto tantissima fatica. Di Carta, Marco ha negli anni curato la pubblicità (anomala e cioè etica – frutto della sua ricerca maniacale, come della tigna e della tessitura di relazioni profonde) e ha diretto l’amministrazione, i rapporti con i soci e i lavoratori. Si è portato sulle spalle molti pesi e molte responsabilità. Lo ha fatto con generosità e dedizione. Ha pagato prezzi altissimi da solo. (So che si è sentito solo e pensavo che avrei avuto il tempo per poterne parlare con lui una sera, dopo cento telefonate per trovare il giorno e l’ora e il luogo, bevendo infine qualche bicchiere fumando mille sigarette mangiando qualcosa di buono senza cipolla). Qualcuno ha detto che bisognerebbe far leggere le interviste e i reportages di Marco nelle scuole di giornalismo, ed è assolutamente vero. Le interviste di Marco sono sempre molto belle. Era sempre lui a scegliere il suo interlocutore, a costruire un dialogo che veniva dalla conoscenza profonda e dalla curiosità e dallo studio: per questo richiedevano moltissimo tempo di preparazione meticolosa. Ma è nei reportages che Marco sapeva portare i suoi lettori con sé in luoghi lontanissimi e amati e meravigliosi, ed è lì che con maggiore potenza e nostalgia sento risuonare la sua voce. Tra i saggi brevi segnalerei Senza dominio, che era anche il nome di quello che avrebbe dovuto essere il nuovo progetto collettivo nato da un pezzo della redazione subito dopo la fine dolorosa di Carta. Ricordo molto bene quel momento della nostra amicizia e del nostro collettivo. Ci incontravamo nelle case e non più in redazione. Affrontavamo, ognuno a modo suo, la fine del giornale e gli scontri che sempre accompagnano le crisi; gli ultimi mesi erano stati faticosi, in più eravamo tutti senza un soldo ma avevamo i debiti del giornale da ripagare. Eravamo spersi e avevamo bisogno di progetti concreti. Provavamo a rilanciare oltre il pessimismo delle nostre intelligenze. Marco ci propose questo suo breve saggio (lo trovate a pag. 21), che comincia così: “Si potrebbe pensare di restar fermi, come fa il viandante esausto quando si accovaccia accanto al muro a secco in attesa che la tormenta si calmi. Bisogna muoversi, invece, di continuo. Occorre riprendere un cammino impervio, lastricato di domande e privo di certezze. Quel che probabilmente ci serve, per tentare di dare nuova linfa e restituire dignità alla nostra immaginazione, è qualcosa che non esiste. E concludeva: Abbiamo bisogno di leggerezza. Vivere senza dominio non significa reprimere un istinto. Avete mai fatto caso ai bambini quando cominciano a giocare senza sapere di farlo?“. Adesso il pensiero di Marco mi sembra molto chiaro, in quel momento – era il dicembre 2012 – invece mi disorientò. Forse ero stanca di cammini impervi e la mia immaginazione non era all’altezza. Gli dissi che quello che aveva scritto era bellissimo, perché lo era, poi basta. Credo di averlo nuovamente molto deluso. Invece quella era una proposta di lavoro e da quel ragionamento immaginifico poi è nata Comune; sono felice che Gianluca e Riccardo abbiano saputo comprendere il sogno di Marco e abbiano ripreso con lui il cammino impervio dei viandanti, insieme sulla stessa strada. -------------------------------------------------------------------------------- Rosa Mordenti ha lavorato per 11 anni per il settimanale Carta. È autrice, con altri, di Guida alla Roma ribelle (Voland) e Al centro di una città antichissima (Edizioni Alegre). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Lo prendo come un primo volume proviene da Comune-info.
Tre verbi, molti mondi, una sola Terra
“IL GRIDO E IL FARE CHE GENERANO COMUNITÀ NON SOPRAVVIVONO SENZA UN PENSIERO, L’INSIEME DI PENSIERI CHE DEVONO ESSERE NECESSARIAMENTE LENTI PER CONTRASTARE L’IRRIFLESSIBILITÀ DI QUESTI TEMPI TROPPO VELOCI, ALGORITMICI, SPIETATAMENTE MACCHINISTICI…”. UNA RECENSIONE DI GRIDARE, FARE, PENSARE MONDI NUOVI (ED. ELÈUTHERA) – IL LIBRO CHE RACCOGLIE TESTI DI MARCO CALABRIA – SCRITTA DA RENATA PULEO, INSEGNANTE E DIRIGENTE SCOLASTICA IN QUARTIERI COME MIRAFIORI A TORINO E PRIMAVALLE A ROMA Foto di Massimo Tennenini -------------------------------------------------------------------------------- La selezione di articoli, interviste, prefazioni di Marco Calabria ha costituito per me una rilettura di contributi apparsi in carta stampata e nei siti che, dalla fine egli anni Novanta a primo ventennio del Duemila, si sono diffusi nella rete, luoghi che sono tuttora di mia assidua frequentazione. Le riletture sono buoni esercizi. Nello scorrere degli anni il lettore attraversa tante diverse esperienze. La vita vissuta lascia sul suo sguardo attuale la traccia di una maggiore conoscenza e di altrettanta consapevolezza della propria incolmabile ignoranza. Delle introduzioni di Gianluca Carmosino, Riccardo Troisi e di Raúl Zibechi, molto noti ai frequentatori di Comune perché io debba aggiungere altro, vorrei solo sottolineare l’affetto e la sottile intelligenza verso il pensiero dell’autore. Amicizia e compañeria, l’amicizia politica e umana di chi divide il pane, lo scambia, lo dona. Il titolo è di forte impatto, rinvia a tre verbi importanti, gridare, fare, pensare, diversi per definizione eppure legati da un tessuto fitto di connessioni. Poiché scegliere un titolo è fare una scelta ideologica, ideale, mi ci soffermo. La tela è l’agere nel quale si collocano i tre predicati, lì si contaminano, tornano a separare i loro fili. Il grido ha una pluralità di accezioni, si presenta in contesti di carattere sia emotivo che cognitivo, potremmo dire che la Natura stessa, la Vita, non fanno che gridare. Il grido dell’animale, con cui condividiamo le sorti molto più di quanto crediamo, è voce significante, a tutti gli effetti. È voce che chiama, ci chiama, richiama quell’ascolto e quella cura che oggi abbiamo dimenticato, drammaticamente. Al variegato mondo animale siamo collegati, come ci ricorda Jacques Derrida, più di quanto nel nostro orgoglio di umani siamo disposti ad ammettere (L’animale che dunque sono, 2006). Ce lo ricorda la congiunzione consecutiva, dunque, che Derrida volle inserire come necessaria per ragionare sul rapporto di dominio che esercitiamo sul regno dei viventi. Voce, dunque, simile a quella del bambino al nascere. Il gridare del neonato, quando ascoltato dalla Madre, è inserito nel bagno linguistico, nella pratica della cura: la risposta dell’adulto lo trasforma in una domanda, in molte domande, di cui sa di doversi fare carico. Il grido è anche quello del dolore e della rabbia, dell’impotenza di fronte all’orrore, così come è grido l’eureka della meraviglia, della scoperta. In queste pagine di Calabria è di carattere politico, è segno di resistenza ostinata e di rivolta. Ed ecco che si riallaccia al secondo verbo, il fare. Cosa? Muoversi, scappare, restare, con la resistenza del corpo che si oppone alla violenza, alla tortura, all’ingiustizia giocata come arma del più forte. Penso anche all’etica dell’azione immediata di cui scrisse Francisco Varela (Un know-how per l’etica, 1992), biologo e filosofo, quel gesto che ci fa intervenire in aiuto di un ferito, di chi per qualsiasi motivo cade, che non ci lascia nell’indifferenza del guardare e volgere il capo. Ma perché sia tale il fare è, in questi scritti, anche quello tenace dell’homo faber, che non solo produce qualcosa di inedito e di inaspettato ma, oltre il brutale produttivismo del lavoro sfruttato, costruisce per la vita comune, per la sua dignità quotidiana, di cui sono, per Calabria, magnifici esempi i campesinos di una terra dalle vene aperte che lui ben conosceva, ma anche i cocineros delle cucine comunitarie, i medici, gli insegnanti, nell’ostinato tentativo di costruzione di pacificato rapporto di ogni Creatura con la Terra. Il grido e il fare che generano comunità non sopravvivono senza un pensiero, l’insieme di pensieri che devono essere necessariamente lenti per contrastare l’irriflessibilità di questi tempi troppo veloci, algoritmici, spietatamente macchinistici. Tre verbi uniti allora dal tessuto della prassi, quella marxista e quella gramsciana, il circolo virtuoso fra pensiero, azione, pensiero, mani, testa, cuore, e ritorno: corazón, crasi con cui il matematico boliviano Fernando Zalamea sintetizza il lavoro dell’immaginazione politica, cuore, logos, ragione. Agua sucia, lodos, barros (sporcizia, fangosità) in cui sporcarsi le mani, scrive Zalamea, perché solo così nell’errore e nell’azzardo nascono i pensieri migliori, un liquido di coltura da cui far emergere consapevolezza e coscienza (Prometeo liberado, 2014). Forse, in questo tragitto che ho provato ad abbozzare per la mia rilettura di Calabria, avrei preferito che l’organizzazione interna dell’antologia seguisse l’ordine imposto dal titolo. Critica minore perché, come ho detto, i tre predicati lavorano insieme, qualunque sia il loro apparire nella trama dell’azione politica. Anche la suddivisione di Hanna Arendt fra opera, lavoro, e azione vera e propria, quella della parola, rimane un ottimo espediente per orientarsi nella comprensione della Vita Activa, ma mantiene saldi i nessi. Dei 19 pezzi scelti dai curatori, provo a commentare, tre aspetti, tre temi, per ragioni di affezione, di sentimento, quell’aspetto dell’essere toccati affettivamente e cognitivamente, tipico della pratica della lettura, guida, insegnamento, monito. Raccontare il dominio dal lato dei dominati, nella prima sezione (pp 21/34). Chi subisce gli effetti del potere sui corpi e sulle menti, chi è infettato dal virus del dominio, spesso abita il sótano, il sottoterra, la cantina, ma non è mai davvero impotente. Le crepe del mondo che abita i piani superiori sono interstizi dai quali si può far emergere il dissentire, il gridare che sveglia, che smuove, che fa maturare un pensiero non convergente. Oggi, il problema è l’assuefazione, è la complicità del dominato, spesso inconsapevole, nascosta sotto il velo della delusione o del cinismo, accompagnati da un mancare della volontà, quando non dal gusto autolesionista della servitù appresa come abito. Eppure, ci sono pensiero e lotta possibili anche nelle prigioni fisiche e in quelle mentali. Scrive Calabria, è una questione di equilibrio, di leggerezza, di potersi chiamare altrove, come quando un bambino gioca e inventa mondi. Nel capitolo sul grido il primo testo mi è particolarmente caro, rimanda alla prefazione di un libro scritto da persone che mi sono amiche, Lucilio Santoni e Alessandro Pertosa (pp 89/100). Libro dal titolo provocatorio (Maledetta la Repubblica fondata sul lavoro, 2015), infame, come spesso è stato considerato il pensiero anarchico, il gesto estremo portato contro le istituzioni-tabù: la res pubblica e il lavoro che la nobilita. In questi giorni gli operai del settore siderurgico italiano sono in lotta contro l’esternalizzazione, la cassa integrazione infinita, la chiusura degli impianti. Urlano ai poliziotti, che difendono la proprietà e il crumiraggio (scarso per la verità, in questo frangente), vogliamo lavorare! a ogni costo, anche quello della prigione. Scelta fra due prigionie, fra due condanne, e quella della sveglia che suona al mattino – nel testo di Santoni e Pertosa – sembrerebbe essere la peggiore: fine pena, mai. Francesca Coin in un libro del 2023 (Le grandi dismissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprendersi la vita) commenta diverse interviste a uomini e donne che volontariamente hanno lasciato il lavoro che svolgevano. Non sono solo operai, ma professionisti, infermieri, medici, insegnanti, insomma persone che – quasi sempre – hanno scelto il loro lavoro, non vi sono stati indotti dal solo bisogno tipico del proletario che vende la sua forza lavoro in un sistema totalmente impari. Il commento della sociologa non è all’altezza del problema, a parer mio. Un inno al tempo liberato verrebbe da dire, come scrive dubbiosamente in un passaggio della sua prefazione anche Calabria, solo per chi se lo può permettere? Per le ragioni più diverse, qualcuno sceglie una precarietà che implica l’avere i mezzi per sostenerla, a fronte dei molti che tale incertezza la soffrono nella quasi indigenza. Ma le parole degli intervistati sono spine: e se avessero ragione? E se nel gran rifiuto entrassimo in tanti, facendo massa che rompe le catene? Forse, almeno a me che ho amato il mio lavoro, a scuola, anche quando era difficile, anzi proprio in quel frangente di difficoltà, torna utile ripensare le categorie di Arendt: c’è fra l’ozio del possidente e la vita parca dell’operoso, l’invenzione, la parola, la solidarietà del consumo condiviso, del bene d’uso e non per il mercato. Tema toccato con la sensibilità di un marxista anche da Roberto Ciccarelli (Forza Lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, 2018) che analizza il grande inganno della attuale tecnologia, ideologia del tardo capitalismo. Sotto ogni algoritmo, in ogni risposta fornita da una chat tipizzata dall’intelligenza artificiale, c’è il lavoro oscuro del turco, macchina umana, intelligenza collettiva segmentata, taylorizzata, in funzioni infime, ore e ore davanti a uno schermo, nessuno spazio alla liberazione dal lavoro offerta dalle macchine. Il lavoro digitale, cognitivo del codice binario 0/1, fisico della mano che digita, resta ancorato al grido anarchico di Santoni e Pertosa. Nell’ultima sezione del libro di Calabria mi soffermo su due brani sulla cura (pp156/166; pp 167/172). La cura, l’avere cura, è il curare la malattia, è l’azione educante dell’adulto verso le creature piccole. Fragilità dello stato fisico e mentale e della disabilità, comunque la si intenda, terreno del bisogno e del desiderio, spazio della relazione. Un medico intervistato sottolinea come la malattia non parla del malato, semmai lo classifica, lo fa rientrare nei protocolli della medicina ufficiale, della scienza farmacologica, del potere che si gioca fra chi detiene il sapere esperto e chi mostra il corpo sofferente. Siamo cittadini di un paese il cui governo disprezza il mandato ricevuto dai costituenti all’art 32, sulla salute come benessere collettivo, come patrimonio di tutti, di cui dunque tutti si devono fare carico. Il sistema sanitario nazionale nato nel 1978 è minato da carenze di ogni tipo, finanziamenti, professionalità, mancanza di prevenzione, come ci ricorda nel suo ultimo libro Ivan Cavicchi, medico e attivista politico (Articolo 32. Un diritto dimezzato, 2025). Come prestare ascolto al malato, alla saggezza del suo corpo, alla grafica fine della sintomatologia che lui racconta, se non ci sono più né tempo né risorse? Tempo che, nell’ultimo capitolo dedicato da Calabria alla scuola, viene sottratto anche ai bambini, non a caso quelli più fragili, più bisognosi di attenzione, cura ipocritamente sancita dalla retorica dell’inclusione. Una scuola, per i forti, gli strutturati, i competitivi, i meritevoli per censo. Con un precariato storico che ha colpito non solo gli insegnanti di sostegno, con il diminuire dei fondi delle amministrazioni locali per le figure di assistenza alla disabilità e l’appoggio alle famiglie, con le ore di tempo pieno ridotte a puro servizio di custodia, la scuola che accoglie diventa un caso raro, quella che lascia a casa i bambini difficili, la più diffusa. Le parole resilienza e resistenza sono fulcro del famigerato piano PNRR (Piano Nazionale di Resistenza e Resilienza, nato dalle menti geniali che ci hanno traghettato oltre la pandemia a colpi di decreti), in cui si prevede anche una sezione di spesa per la povertà educativa, la fragilità, saggiate attraverso la valutazione standardizzata, con i test INVALSI. Individuato, nella curva di Gauss, il lato perdente, a sinistra della gobba, quello di chi i test non li fa (i portatori di disabilità esonerati d’ufficio e i molti minori che non vanno a scuola), o li sbaglia, si dispensano briciole per il loro fabbisogno di recupero. Recuperare la normalità, quando possibile, sennò si rimane nel sótano, il sottosuolo degli esclusi. Concludo tenendo insieme proprio la scuola e il lavoro, sottotraccia della rilettura che ho fatto dei contributi di Calabria. Il lavoro nobile delle comunità latino-americane, che tanto il nostro autore conosceva e amava, non è quello che oggi abita le nostre scuole. L’ozio, l’humus in cui far crescere – tutelandole – le giovani menti, viene dimenticato. La scuola deve preparare al ritmo del lavoro, deve addestrare all’esecuzione del compito, in sospensione del giudizio critico, le competenze per il mercato al posto della conoscenza per la buona vita. Al lavoro futuro, adulto, probabilmente tutto questo sacrificio di saperi non servirà, ma serve a educare persone obbedienti, competitive, e – visti i venti che spirano minacciosi – all’attitudine guerriera. -------------------------------------------------------------------------------- Nell’archivio di Comune, gli articoli di Renata Puleo sono leggibili qui -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Tre verbi, molti mondi, una sola Terra proviene da Comune-info.