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CAPITALISMO – GUERRA – RIVOLUZIONE
Rispetto alla prospettiva di una nuova guerra mondiale nella quale gli Stati Uniti tenteranno di difendere con le armi la propria leadership mondiale, il proprio dominio più o meno incontrastato sul mondo, sarebbe importante tentare di agire fin da subito, con il metodo dell’Assemblea permanente, nella direzione di una lotta di liberazione mondiale dal giogo delle macchine Stato-capitale, per rovesciare l’attuale spinta verso una guerra mondiale in una rivoluzione mondiale permanente in cui i molti popoli si riconoscano finalmente in una sola moltitudine, nell’intera umanità, parte anch’essa di un ecosistema planetario che ne è condizione stessa di esistenza. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
COMALA: da spazio di aggregazione ad acceleratore per imprese
L’avviso pubblico del comune di Torino per l’assegnazione degli spazi di corso Ferrucci 65/a, meglio conosciuto come Comala, ha visto una cordata di enti, che ambiscono a promuovere sturt up e ad accelerare imprese, aggiudicarsi il bando. Dopo 15 anni in cui è stata data forma e vita ad attività, posti di lavoro e progetti partecipati quotidianamente da centinaia di persone, un colpo di spugna del Comune vorrebbe cancellare questa esperienza di aggregazione e gestione di spazi pubblici. Social Innovation Teams, Eufemia, Paolo Landoni e Pasquale Lanni: i nomi noti – non per meriti – a guida della cordata. Oltre il danno la beffa. Non solo, l’avviso pubblico è stato strutturato dal Comune partendo e prendendo spunto – o meglio appropriandosi – delle attività costruite negli anni da Comala, ma i vertici della cordata sono arrivati nei giorni scorsi a dichiarare con una certa arroganza tutta accademica, di avere come obiettivo quello di “fare meglio di Comala”, pur avendone di fatto copiato la progettualità. Senza una esplicita messa a profitto, non solo degli spazi, ma anche di ogni attività umana, le possibilità di gestire luoghi pubblici si rivela sempre più ridotta. Eppure da quanto si muove attorno agli spazi e alle persone del Comala, sembra che la decisione dell’amministrazione non avrà vita facile. Insieme ad una lavoratrice di Comala ne parliamo ai microfoni di Radio Blackout:
February 25, 2026
Radio Blackout - Info
Vogliamo vincere. Come?
“VOGLIAMO SBARAZZARCI DI TRUMP, MILEI, MACRON… VOGLIAMO ABOLIRE L’ICE E I CONTROLLI SULL’IMMIGRAZIONE OVUNQUE. FERMARE LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE. FERMARE IL CRESCENTE POTERE DEI SIGNORI DELLA GUERRA IN TUTTO IL MONDO. FERMARE I COMBUSTIBILI FOSSILI… MA SENTIAMO DI ESSERE SPINTI SEMPRE PIÙ VERSO UN ABISSO… PROPRIO IN QUESTO MOMENTO NEL QUALE TUTTO PEGGIORA, DOBBIAMO ALZARE LA POSTA…”. SI APRE COSÌ QUESTO STRAORDINARIO TESTO DI JOHN HOLLOWAY, CHE ANCORA UNA VOLTA CI SPINGE A RIPENSARE LE NOSTRE CERTEZZE E A OSSERVARE IL MONDO DA UNA PROSPETTIVA CAPOVOLTA. IL PUNTO DI PARTENZA, DICE, È CHE NON SAPPIAMO COME FARE AD ALZARE LA TESTA. FINO AD ALCUNI FA AVEVAMO UNA RISPOSTA: PRENDERE IL POTERE STATALE E CAMBIARE LA SOCIETÀ DA LÌ. MA QUESTA NON SI È RIVELATA AFFATTO UNA RISPOSTA. LE FORME SOCIALI CAPITALISTE NON POSSONO ESSERE SPEZZATE AGENDO ATTRAVERSO LE FORME SOCIALI CAPITALISTE. «POSSIAMO FARE UN PASSO AVANTI RIVOLGENDOCI AL CONCETTO DI “NON ANCORA” DI ERNST BLOCH. IL NON ANCORA È STRETTAMENTE CORRELATO ALLA NOZIONE DI UN “COMUNISMO DI BASE”, COSÌ PRESENTE NELL’OPERA DI GRAEBER, COME ANCHE IN QUELLA DI KROPOTKIN E ÖCALAN…». SIAMO INTRAPPOLATI NEL MONDO DEL DENARO, CERTO, MA QUESTO MONDO SOPRAVVIVE SOLO PERCHÉ ESISTE ANCHE UN MONDO CRITICO DI SOSTEGNO RECIPROCO, DI CONDIVISIONE E AMORE, DI AMICIZIA E SOLIDARIETÀ… È IMPORTANTE PERÒ NON ROMANTICIZZARE QUEL “COMUNISMO DI BASE”: PUÒ ESISTERE SOLO COME LOTTA, E OGNI LOTTA È SEMPRE CONTRADDITTORIA. DI CERTO «QUESTO È UN MOMENTO DI GRANDE SCONVOLGIMENTO NEL CAPITALISMO MONDIALE E DI GRANDE FRAGILITÀ – AGGIUNGE HOLLOWAY – LO SPAZIO PER MIGLIORAMENTI RIFORMISTI SI È RIDOTTO… È IL MOMENTO DI TRABOCCARE, DI DIRE “NO, NON SI PUÒ CONTINUARE COSÌ”… È UN MOMENTO DAVVERO SPECIALE…» Foto di Leonora Marzullo -------------------------------------------------------------------------------- I Vogliamo vincere. Dobbiamo vincere. Noi, i perdenti di sempre, vogliamo e dobbiamo vincere. Cosa vogliamo vincere? Vogliamo vincere molte cose, una serie di lotte specifiche. Vogliamo sbarazzarci di Trump, Milei, Starmer, Macron. Vogliamo abolire l’ICE, abolire i controlli sull’immigrazione ovunque. Fermare la violenza contro le donne. Fermare il crescente potere dei signori della guerra in tutto il mondo. Fermare l’ascesa dell’estrema destra. Fermare i combustibili fossili e il riscaldamento globale. Fermare l’eliminazione del pensiero critico nelle università. Alcune cose le vinciamo, altre le perdiamo, e questo è importante. Nulla di ciò che dico deve essere inteso come una critica all’inevitabile particolarità delle lotte. Alcune di queste cose possono essere ottenute all’interno del capitalismo. Ma sappiamo che non basta. Non basta perché le aggressioni continuano ad arrivare. È bello vincere una battaglia, ma le pressioni continueranno ad arrivare. Viviamo in una società basata sulla costante intensificazione dell’aggressione del denaro contro la vita. E ci sentiamo intrappolati. Sentiamo di essere spinti sempre più verso un abisso, verso la catastrofe, se non addirittura verso l’estinzione. C’è un senso di urgenza, di fine partita, la fine dell’umanità. Proprio in questo momento nel quale tutto peggiora, dobbiamo alzare la posta. Dobbiamo tornare alla rivoluzione. Resistenza sì, ribellione sì, naturalmente. Gli zapatisti hanno ragione a concentrarsi su resistenza e ribellione. Ma non dimentichiamo l’altra parola: rivoluzione. Follia. Uscite in strada dopo la fine di questa sessione e provate a immaginare una rivoluzione nella vostra città. Follia, ma forse una follia necessaria. Questo discorso è un invito a unirvi a me nella mia follia. II Ci sentiamo intrappolati perché siamo intrappolati. Ogni società è un sistema di coesione o confluenza sociale, in cui esistono modelli consolidati di relazione reciproca. Nella società odierna, questi modelli sono plasmati soprattutto dal fatto che le nostre attività creative sono collegate tra loro attraverso lo scambio di merci, come sostiene Marx. Da lì, egli prosegue traendo le conseguenze di questa relazione fondamentale analizzando le forme a cui dà origine lo scambio di merci. La mercificazione porta allo sviluppo e al predominio del denaro, alla trasformazione dell’attività umana in lavoro astratto o alienato, alla disgregazione delle comunità e all’identificazione dell’individuo astratto, all’ascesa e al predominio del capitale che trae la sua ricchezza e il suo potere dallo sfruttamento del lavoro, e così via. Questa società è caratterizzata da una straordinaria opacità, le relazioni sociali sono reificate. Il modo in cui ci relazioniamo gli uni con gli altri è congelato in certe forme sociali che appaiono separate ed eterne. Il capitalismo è labirintico, una concatenazione di forme che conducono l’una all’altra e ci rinchiudono in modelli consolidati di attività e riproduzione sociale. Una totalità di forme apparentemente separate, concentrate sull’obbligo di convertire le nostre vite in lavoro, una strana attività priva di qualsiasi significato se non quello di produrre profitto accumulabile da altri. Queste forme – lavoro, denaro, Stato, capitale ecc. – stimolano una creatività senza precedenti, ma la creatività viene pervertita attraverso la forma denaro, con la sua insaziabile spinta al profitto, e produce enormi difficoltà e una profonda distruzione delle premesse della vita. Pensate a Internet, allo smartphone o all’intelligenza artificiale, straordinari prodotti della creatività umana ma, contenuti come sono nella spinta al profitto, non sono ciò che avrebbero potuto essere e lasciano una scia di sfruttamento, distorsione e distruzione. Nell’analisi di Marx, l’attenzione non è sul chi o sul cosa, ma sul come. Come ci relazioniamo gli uni con gli altri? Come interagiamo gli uni con gli altri? Questo è forse il punto centrale di ciò che voglio dire. Ma il come esiste nella forma di un cosa indiscutibile. Il lavoro (lavoro astratto o alienato) è semplicemente una cosa che dobbiamo fare, piuttosto che una forma peculiare della nostra attività umana. Il denaro è una cosa che possediamo o non possediamo, piuttosto che un modo strano e disumanizzante di relazionarci con gli altri. La feticizzazione o reificazione è un processo di “cosa-ificazione”. È anche un processo di “chi-ificazione”. Lo scambio di merci scompone il “noi” comunitario in una serie di “io” astrattamente identificati: proprietari delle merci scambiate, senza storia, senza memoria, senza sogni. III Siamo contenuti nelle forme sociali dell’attuale sistema di coesione sociale. Queste sono forme che identificano e definiscono, che contengono la nostra attività all’interno di determinati modelli di comportamento. Possiamo tutti pensare a come le nostre attività oggi, in questo giorno, siano limitate dal lavoro, dal denaro, dal capitale e dallo Stato. Se queste sono forme di costrizione e contenimento, allora la rottura dell’attuale coesione sociale deve essere uno straripamento. Ma come? Come possiamo confrontare il “come” del contenimento con il “come” o i “come” dello straripamento per creare una coesione sociale diversa? Come possiamo confrontare le forme identificative del rapporto di capitale con il flusso anti-identitario della nuova creazione. La rivoluzione è la sostituzione del modello consolidato di coesione sociale con un altro o altri, un mondo di molti mondi, come dicono gli zapatisti. Questo come-contro-come si esprimerà sicuramente a un certo punto come un chi contro chi: chiaramente coloro che beneficiano dell’attuale come della coesione sociale vorranno difenderlo, mentre coloro che ne soffrono di più sono quelli che probabilmente lotteranno per un cambiamento. Ma la cosa importante è che il come-contro-come non venga ridotto o oscurato da un chi-contro-chi. È il come-contro-come che plasma la nostra lotta e la nostra creazione di un mondo diverso. La tradizione marxista, guidata da Lenin ed Engels, ha di fatto ridotto il come-contro-come a un chi-contro-chi, riassunto nella brillante e concisa frase di Lenin secondo cui il potere è una questione di chi-chi. Una frase favolosa dalle conseguenze disastrose. Il chi-chi è la lotta della classe operaia contro la classe capitalista, sia identificabile che identificata. Il come di una forma radicalmente nuova di coesione sociale viene messo in secondo piano. C’è una totale cecità sulla questione della forma nella rivoluzione russa, al punto che sia Evgeny Pashukanis che Izaak Rubin furono giustiziati per aver insistito sulla centralità della forma nell’opera di Marx. Il denaro, lo Stato e soprattutto il lavoro furono trattati nella pratica come caratteristiche astoriche di qualsiasi società. IV Torniamo al punto di partenza. Siamo intrappolati in queste forme. Possiamo essere militanti quanto vogliamo, ma finché restiamo all’interno delle forme capitaliste, non facciamo nulla per fermare la riproduzione della dinamica di distruzione. Ci deve essere una via d’uscita! Ma come? Non basta gridare o sognare. Facciamolo. Engels aveva ragione su questo. Nel suo L’evoluzione del socialismo, dall’utopia alla scienza, sosteneva che non bastava fantasticare, che dovevamo pensare scientificamente a come trasformare la società. Sognate pure, diceva, ma qual è la base materiale della vostra speranza? La versione del socialismo scientifico di Engels e Lenin non ha funzionato, non ha prodotto le società che coloro che vissero e morirono nella lotta avevano sperato, ma esattamente il contrario. Ha prodotto società orribili che non avevano e non hanno nulla a che fare con l’autodeterminazione della nostra attività vitale. Ma il loro fallimento ci ha lasciato una domanda: come, come diavolo possiamo realizzare una trasformazione radicale del modello di coesione sociale? V La risposta è ovvia: non lo sappiamo. È importante dirlo, non solo perché è vero. Cinquanta o sessant’anni fa avevamo la risposta: prendere il potere statale e cambiare la società da lì. Ma questa non si è rivelata affatto una risposta. Le forme sociali capitaliste non possono essere spezzate agendo attraverso le forme sociali capitaliste. Come abbiamo visto, i tentativi di infrangere il dominio del denaro e del capitale attraverso lo Stato sono falliti completamente. Ma è anche molto importante dire che non conosciamo la risposta, perché il non sapere è parte della risposta. Se lo sappiamo, allora lo diciamo ad altri e riproduciamo un discorso monologico di autorità che riproduce lo stile della società che vogliamo trascendere. Se diciamo di non sapere, entriamo immediatamente in una politica di dialogo. Il nostro “non lo so” è un “Questo è quello che penso, ma non ne sono sicuro, cosa ne pensi tu?”, che rompe già con la grammatica gerarchica della società esistente ed entra nell’incerta anti-grammatica della società che vogliamo creare e che stiamo creando. Spero che questo discorso possa essere inteso in questo modo, come un “Non lo so, questo è tutto quello che so, puoi portarci oltre?”. VI La risposta ortodossa della classe operaia forte e organizzata non ha funzionato. Questo, almeno in parte, perché è stata intesa sulla base di un concetto definitorio e identitario della classe operaia. Lo stesso si può dire dell’idea che lo sviluppo delle forze produttive porterebbe al collasso dei rapporti di produzione: ciò ignora che lo sviluppo delle forze produttive si sviluppa conflittualmente dentro e contro i rapporti di produzione in ogni momento del loro sviluppo. In entrambi i casi, si presuppone un’esternalità che non può esistere nella pratica: non può esserci un’esternalità completa tra due momenti di un’unica coesione sociale. Vorrei suggerire – e questo è in realtà il mio secondo punto fondamentale – che possiamo fare un passo avanti rivolgendoci al concetto di “Non Ancora” di Ernst Bloch. La sua tesi è che il mondo che non esiste ancora ma potrebbe esistere, esiste già. Esiste come “Non Ancora”, come anticipazione presente, come spinta contro e oltre, come inadeguatezza, come sogno, come ribellione. Nel suo grande libro, Il Principio Speranza, egli traccia la presenza e la forza di questo Non Ancora, questa spinta verso un mondo diverso, nelle fiabe, nella danza, nell’architettura, nella musica, nella teoria politica, nella religione, tra gli altri campi. La conclusione è che, con la scoperta da parte di Marx del potenziale della classe operaia, la spinta costante del Non Ancora diventa una forza pratica per trasformare il mondo. Marx non mette in discussione il significato della classe operaia, ma il suo canto al potere del Non Ancora in così tanti aspetti diversi della vita, come una forza che spinge costantemente contro ciò che è, apre un modo diverso di pensare alle basi materiali della nostra speranza rivoluzionaria. La possibilità di trasformare radicalmente il mondo dipende dalla forza del Non Ancora, del malcontento, del non-conformismo e della creatività che spingono contro e oltre le forme sociali esistenti. L’idea del Non Ancora non si oppone all’idea di lotta di classe, ma suggerisce un’interpretazione diversa. Mentre il concetto tradizionale di classe operaia è identitario, l’idea del Non Ancora è profondamente anti-identitaria, una continua spinta contro i confini. “Pensare è andare oltre”, come dice Bloch. Comprendere la classe operaia o lavoratrice come Non Ancora significa aprire il concetto e vedere cosa nasconde. Il concetto di lavoro nasconde la sua stessa dualità, come ha sottolineato Marx, insistendo sul fatto che questo era “il perno su cui ruota una chiara comprensione dell’economia politica”. Alla base del lavoro astratto e alienato, così facilmente visibile nella società capitalista, c’è quello che Marx chiama lavoro concreto o utile, il tipo di lavoro o attività creativa che esiste in qualsiasi società. Il Non Ancora qui è la spinta dell’attività creativa o del fare contro e oltre il suo contenimento entro i limiti del lavoro astratto, quel lavoro il cui unico significato è quello di contribuire alla redditività del capitale. Il Non Ancora è un traboccare. Allo stesso modo, i lavoratori che ora sono classificati o definiti dal fatto di essere vincolati alla prestazione lavorativa, spingono contro e oltre la loro classificazione. Visto in questo modo, il Non Ancora è la lotta della classe operaia, la lotta di coloro che sono attualmente intrappolati nel lavoro capitalista, contro e oltre il lavoro, e dentro e contro la trappola che è la loro classificazione. Il Non Ancora è strettamente correlato alla nozione di un comunismo di base, così presente nell’opera di David Graeber, come anche in quella di Kropotkin e Abdullah Öcalan, e in effetti nell’intero movimento curdo. L’idea di base è che qualsiasi società, inclusa quella capitalista, dipenda per il suo funzionamento dall’esistenza di un comunismo di base, una pratica fondamentale di sostegno reciproco nella vita quotidiana. Questo può essere visto come una sorta di “sì, ma” in risposta alla consueta lettura di Marx. Come abbiamo visto, la tesi di Marx è che la società esistente è plasmata dal fatto che le persone si uniscono attraverso lo scambio di merci e che questo porta allo sviluppo e al predominio del denaro, alla trasformazione dell’attività umana in lavoro astratto o alienato, alla disgregazione delle comunità, all’ascesa e al predominio del capitale che trae la sua ricchezza e il suo potere dallo sfruttamento del lavoro, e così via. L’idea del comunismo di base si presenta come un “sì, ma” nel senso di dire “Sì, è vero, ma c’è qualcos’altro: un comunismo in cui le persone si relazionano tra loro sulla base del bisogno, del riconoscimento e del sostegno reciproci, dell’attività liberamente condivisa. In effetti, la società individualizzante e distruttiva può esistere solo sulla base della continua esistenza del suo opposto. Distruggendo questo comunismo di base, il capitalismo distrugge le sue stesse fondamenta”. Credo che questo “sì, ma” sia già presente ne Il Capitale di Marx, ma non è stato ampiamente commentato. È presente nelle categorie del valore d’uso, del lavoro concreto o utile e, in effetti, nel concetto di forze produttive, che non esistono in completa sussunzione nelle loro forme capitalistiche, ma sono in costante tensione con esse. La speranza risiede quindi nella forza di questo comunismo di base. Questo ci invita a riscrivere la storia non solo in termini di dominio, e non solo in termini di ribellioni come l’insurrezione anabattista guidata da Thomas Münzer, su cui Bloch scrisse un libro, ma in termini della forza del comunismo quotidiano. Sì, è vero che siamo intrappolati nel mondo del denaro, ma questo mondo del denaro può esistere solo se esiste anche un mondo critico di sostegno reciproco, di condivisione e amore, di amicizia e solidarietà. Questo è un tema centrale nel meraviglioso libro di David Graeber scritto con David Wengrow, The Dawn of Everything: A New History of Humanity (L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità, Rizzoli, ndr). È anche un tema centrale in Sociology of Freedom (Sociologia della Libertà, Punto rosso, ndr) di Abdullah Öcalan, sviluppato nell’idea di “modernità democratica contro modernità capitalista”. Questo comunismo di base è la società che non esiste ancora, ma che esiste già materialmente come necessaria controparte del dominio del denaro. Osservarlo attraverso il prisma del non ancora significa vedere che esiste in-contro-e-oltre la propria negazione. Il sostegno reciproco che caratterizza il comunismo quotidiano non può esistere al di fuori della socialità capitalista dominante: inevitabilmente le si oppone e ne è permeato. Spesso assumerà la forma capitalista di dare denaro a qualcuno o di aiutare a trovare un lavoro. Non c’è purezza qui. La coesione sociale in cui viviamo è antagonistica, in cui le due parti si compenetrano costantemente. È importante non idealizzare o romanticizzare il comunismo di base: può esistere solo come lotta, e ogni lotta è contraddittoria. Vogliamo la rivoluzione, ma ha senso solo se riconosciamo che non esiste purezza rivoluzionaria. Vivendo nella società capitalista, siamo inevitabilmente soggetti danneggiati, come dice Adorno. Allo stesso tempo, il fatto che il capitale sia un’aggressione costante significa che viviamo non solo in questa società, ma anche contro di essa, e che ci proiettiamo oltre. Come soggetti danneggiati, viviamo in-contro-e-oltre la nostra condizione danneggiata. Questo è importante quando pensiamo alla rivoluzione e al suo significato. La rivoluzione, abbiamo visto, è una questione di come. Dobbiamo sostituire il come dell’attuale coesione sociale con un altro, dobbiamo sostituire l’attuale modello di unione attraverso lo scambio di merci e denaro con uno o più modelli diversi. L’attuale unione, coesione o confluenza è antagonista, caratterizzata da un antagonismo tra il dominio del denaro e il comunismo di base che esiste nel Non-Ancora. Pensare la rivoluzione significa pensare a come possiamo rafforzare quel Non-Ancora, quel comunismo-contro. Questa è soprattutto una questione di come. Come rafforziamo il Come comunista contro il Come capitalista? Contro le forme sociali del lavoro, come affermiamo le anti-forme di attività libera e autodeterminata? Ho già suggerito che il modo migliore per pensarci è in termini di creazione di crepe nella trama del dominio capitalista, spazi o momenti in cui diciamo No e creiamo altri modi di fare. La rivoluzione può essere vista come il riconoscimento, la creazione, l’espansione, la moltiplicazione e la confluenza di tali crepe. Il riconoscimento può essere inteso come il riconoscimento delle molteplici manifestazioni del comunismo di base di cui abbiamo parlato. È la confluenza di tali crepe che ho sempre trovato più difficile da comprendere. È chiaro che tale confluenza non dovrebbe essere pensata in termini istituzionali, che probabilmente la cosa più importante è una risonanza creata da canzoni, storie, immagini, forse anche discorsi e libri. Ma c’è un tema molto importante che emerge dalle discussioni attuali: l’idea della comune come base sia della società che vogliamo creare sia nell’organizzazione della lotta attuale per arrivarci. La confluenza di crepe, di rifiuti e di malcontento sociale può essere pensata in termini di comunizzazione. Marx disse della Comune di Parigi del 1871 che fu la forma politica “finalmente scoperta” dell’emancipazione della classe operaia. Questo è certamente vero se pensiamo alla classe operaia non come a un raggruppamento sociologico, ma come agli oppressi che spingono verso la propria autodeterminazione collettiva. Se ci concentriamo sulla rivoluzione come uno scontro di come, di diversi modi di unirsi, allora è chiaro che la rivoluzione è un movimento di comunizzazione, ovvero sia una spinta dell’attività autodeterminata contro il lavoro, sia il movimento di una qualche forma di organizzazione comunitaria contro lo Stato. Lo Stato, qualsiasi Stato, esclude le persone attraverso la sua forma, la separazione dei funzionari retribuiti dalla società. La comune include, cerca di articolare idee dal basso e di reintegrare l’organizzazione della società nella società stessa. Lo Stato è necessariamente subordinato all’accumulazione di capitale in virtù della sua dipendenza dal capitale per il suo reddito e la sua sopravvivenza. La comune cerca di liberarsi dalla subordinazione all’accumulazione di capitale promuovendo altre forme di produzione. Lo Stato è intrinsecamente razzista in virtù della sua definizione tramite confini territoriali, mentre la tradizione della comune, da Parigi al Rojava, è stata fortemente antirazzista e antinazionalista. Il partito orientato allo Stato è uno strumento per raggiungere il potere e accetta il presente della coesione sociale per trasformarlo in un domani indefinitamente posticipato. La comune non è uno strumento per raggiungere il potere, è già l’espressione di una forma diversa di coesione sociale in avanzamento, qui e ora. VII Lottare per un modo diverso di stare insieme significa comunizzare, rafforzare la coesione sociale emergente. Öcalan ha scritto di recente che “sebbene la lotta di classe ne faccia effettivamente parte, è più corretto leggere la storia come un lungo processo di relazione e conflitto tra sviluppo comunitario e sviluppo anti-comunitario che risale a circa 30.000 anni fa”. Questo è molto utile, ma non sono d’accordo con la sua separazione tra lotta di classe e comune: se pensiamo alla lotta di classe come a un come-contro-come, allora è chiaro che il capitalismo è il movimento di comunizzazione contro lo sviluppo anti-comunitario. La comune è più una domanda che una risposta. È meglio pensarla come un’assemblea di soggetti danneggiati. L’insistenza degli zapatisti sul fatto che loro siano solo persone comuni è di fondamentale importanza, ma ovviamente noi persone comuni siamo persone danneggiate, spesso sessiste, razziste, patriarcali, irascibili e così via, e le comunità tradizionali sono molto spesso patriarcali. La comune rivoluzionaria è necessariamente un comunismo, un movimento contro se stessa, per superare la propria condizione di danno, un verbo e non un sostantivo. Una sorta di auto-avvio attraverso un dibattito di reciproco riconoscimento. VIII Torniamo all’inizio. Ora, più che mai, è tempo di parlare di rivoluzione. Questo è un momento di grande sconvolgimento nel capitalismo mondiale e di grande fragilità. Il centro non può reggere, non ha resistito. Lo spazio per miglioramenti riformisti si è ridotto notevolmente ed è probabile che rimanga tale. Ora è il momento di traboccare, di dire “No, non si può continuare così”. Ora è il momento di lottare per l’emancipazione del fare dal lavoro, per l’autodeterminazione comunitaria dallo Stato. I due David, nella conclusione del loro libro, parlano della “nozione greca di kairos come di uno di quei momenti occasionali nella storia di una società in cui i suoi quadri di riferimento subiscono un cambiamento – una metamorfosi dei principi e dei simboli fondamentali, quando i confini tra mito e storia, scienza e magia – diventano confusi – e, quindi, un vero cambiamento è possibile”. Sono d’accordo con loro che questo è un momento davvero speciale. Quindi, alla fine: questo è quello che penso, questo è tutto quello che ho detto, ma non ne sono sicuro, cosa ne pensi? Preguntando caminamos, camminiamo domandando. -------------------------------------------------------------------------------- Testo del discorso tenuto il 12 gennaio per la David Graeber Memorial Lecture, iniziativa promossa insieme a Clifornia Institute of Integral Studies, Rojava University, Universidad Autónoma de Puebla, The Élisabeth-Bruyère School of Social Innovation -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI DAVID GRAEBER: > La crisi dello Stato -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Vogliamo vincere. Come? proviene da Comune-info.
February 13, 2026
Comune-info
Qualcosa di diverso e migliore
-------------------------------------------------------------------------------- “Gridare, fare, pensare mondi nuovi” è una raccolta di articoli scritti da Marco Calabria, giornalista, attivista e caporedattore del bellissimo portale Comune-info, fino alla dipartita, avvenuta nel 2024. Della sua ampia produzione si presenta in questo volume un florilegio: un insieme di articoli e reportage che la penna di Calabria ha saputo mettere su carta in modo incisivo e appassionato. Gli interventi sono posti in un ordine non cronologico – cosa che, ammetto, mi ha mandata un po’ in crisi. Comunque, si segue piuttosto il filo di un discorso, fatto di due filoni principali: la resistenza all’esistente, ovvero il “no!” richiamato in sinossi, il rifiuto di integrarsi nel meccanismo di rapina e sopraffazione che è il sistema capitalista; e parallelamente l’anelito a qualcosa di diverso e migliore, che si estrinseca nell’attenzione a esempi concreti. “C’è un altro mondo” scriveva Paul Éluard, “ed è in questo”. Gli scritti di Calabria vogliono dimostrarlo a partire dai fatti: descrivendo esempi concreti, l’autore illumina questo “altro mondo” già esistente, in modo che possa ispirare anche noi a contribuirvi. Scopo della pubblicazione è anche, naturalmente, quello di ricordare Calabria, di tributargli un sentito omaggio attraverso il riconoscimento del suo lavoro. Questo fanno gli interventi in paratesto, scritti da chi Marco lo ha conosciuto: una prefazione di Raul Zibechi, il commosso ricordo dei momenti passati insieme a un Calabria sempre teso verso l’impegno; un’introduzione di Gianluca Carmosino e Riccardo Troisi che illustra efficacemente i vari interventi e le sezioni; un racconto in chiusura, di Stefania Consigliere, che ci comunica il senso di perdita provato alla morte di Calabria e, menzionando la mancanza di un “freno di emergenza” di benjaminiana memoria, ci lascia con un’amarezza forse non del tutto in linea con il resto della raccolta, ma che ha almeno il pregio dell’onestà. “Vince chi non si illude”, poetava Danilo Dolci, un riferimento importante per Calabria che in alcuni suoi versi assomiglia al grande educatore nonviolento. Quindi bisogna pur dire che, in questi anni Venti ruggenti non di charleston ma di bombe e traumi, il freno di emergenza della rivoluzione non si trova e non è in vista, e la situazione rispetto ai trent’anni coperti da questi scritti è per vari aspetti peggiorata. Eppure, il lavoro di Calabria sembra avere altri riferimenti che non quello rivoluzionario: nei suoi pezzi, il giornalista non racconta strappi o eroiche contrapposizioni, ma un lavoro alacre e concretissimo, fatto di impegno quotidiano, di condivisione e azione organizzata, di fermezza (indicata come “preferibile alla bontà”), di presenza fisica sul proprio territorio e di presenza di spirito rispetto alla propria storia locale e collettiva. Io direi pure “di presenza rispetto alla propria identità”, ma la parola in questo milieu non piace, anche comprensibilmente: la strumentalizzazione demagogica ne ha oscurato il valore, privandoci però di una forza che non è necessariamente negativa, ma fonte anche di grande ricchezza umana. Il titolo della raccolta sembra suggerire un percorso: dal “gridare” contro un torto che ci arriva addosso come un colpo, al “fare” qualcosa per opporvisi, fino al capire che contrapporsi non è sufficiente, bisogna anche “pensare” a cosa tendere, a un’idea verace di vita degna di essere vissuta. L’organizzazione effettiva del testo, però, non segue quanto delineato nel titolo, preferendo un percorso forse più tradizionale, o forse più razionale: pensare-gridare-fare. PENSARE Si prendono le mosse da quel “Pensare” – che mi piace immaginare, appunto, non come un punto di partenza ma come l’esito del percorso del titolo, dal quale si riparte – con alcuni testi di concetto, in cui Calabria illustra le proprie idee e direzioni, insieme ad alcune interviste. Da “Oblò”, del 2021, si va a “Senza dominio”, scritto programmatico del 2012. Segue un’intervista a John Holloway realizzata nel 2003; poi una prefazione a un saggio di Zibechi (quindi a suo modo una conversazione, anche questa) uscito nel 2018; due interviste, alla filosofa Carolina Meloni Gonzàlez del 2020 e allo studioso René Gallissot del 1996. La sezione si chiude con un altro dialogo sublimato: l’introduzione al Rapporto sull’accoglienza diffusa in Italia, del 2021. Dopo i due primi articoli teorici, in cui Calabria sgrana in punti succinti e con stile incisivo le proprie considerazioni sullo stato dell’arte (ovvero del mondo), i dialoghi seguenti hanno in comune la tematica antirazzista, declinata in diversi aspetti a seconda dei casi e dell’interlocutore, e la ricerca di un sotterraneo “che fare?”, qui ancora nella fase del “che pensare?”. Le domande con cui Calabria interloquisce hanno spesso la funzione di sollecitare al pensatore di turno ipotesi percorribili di resistenza e uscita dall’ingranaggio. GRIDARE La seconda parte, “Gridare”, è un tuffo nella realtà: alcuni reportage sulle reazioni organizzate delle popolazioni ai ladroncini che arrivano dall’alto. Abbiamo un doloroso ritratto di Taranto avvelenata, la cui popolazione è sotto il ricatto del lavoro: dalla descrizione di un luogo poco guardato, l’occhio amplia poi la prospettiva ponendosi importanti interrogativi sul lavorismo e sui rapporti di forza che lo rendono una trappola (articolo del 2015). Il secondo reportage del 2014 segue coraggiose attiviste argentine che si oppongono alla Monsanto e ai “manipolatori di genoma”. Due brevi articoli si concentrano su scenari peggiori, che definirei di vero martirio: la morte in un carcere turco del musicista İbrahim Gökçek in seguito a uno sciopero della fame convertito in digiuno alla morte, in protesta contro la carcerazione politica (2020); e la distruzione della Bosnia vista da dentro Sarajevo (1994). Chiude la sezione un testo più leggero, quasi scanzonato: la descrizione di una signora V., “ribelle piuttosto comune”, perfettamente in grado di riconoscere una balla, una manipolazione, un sopruso, e di opporvisi, a volte accendendosi “come un vulcano”, altre volte sentendo “stringersi il cuore”. Rabbia e compassione: sentimenti umani fisiologici, e valido carburante di qualsiasi azione politica. FARE Nel “Fare” troviamo altri reportage, su iniziative di più ampio respiro. Due articoli sulla resistenza indigena honduregna contro l’espansionismo statunitense del “Plan Colombia” (2000); un toccante resoconto sulle comunità campesine colombiane che scelgono la via del disarmo e della pace in una tenaglia tra militari e trafficanti (2018); il racconto della lotta per l’accesso all’acqua a Cochabamba (2018). Abbiamo poi un breve articolo nuovamente “teorico” che sembra voler commentare i precedenti, dal significativo titolo: “Il Quid del cercare insieme”. Sono infatti la forza dell’azione collettiva e delle comunità locali protagoniste delle due sezioni “Gridare” e “Fare”. Segue un’intervista (2014): “La cultura di far star meglio la gente” secondo il medico Gianluca Fratoni si coltiva favorendo “autogestione del corpo e autodeterminazione delle proprie cure e guarigioni”, lavorando sulla prevenzione, sulla consapevolezza dei limiti, sulla presa in carico personale della propria condizione, in cui la scienza medica sia un aiuto competente, ma tenuto ad ascoltare e a seguire la persona, invece che semplicemente “curare la malattia” con terapie tardive e invasive, come può esserlo un intervento non necessario o un protocollo farmacologico standardizzato. A chiudere, un pezzo sulla scuola (2016) a partire da un caso di esclusione, che si concentra con delicatezza sui bambini fragili e disabili per guardare da lì la difficile dinamica tra una scuola con i suoi meriti e un sistema che vorrebbe che tutto funzioni al ritmo dei registratori di cassa. …E MUOVERCI “Gridare, fare, pensare mondi nuovi” è un compendio interessante: racconta a suo modo trent’anni di lotte sociali, e illustra il grande lavoro di Marco Calabria, che nella sua ricerca durata una vita non ha mai smesso di muoversi (“Il movimento è la vita”, chiosava il dottor Fratoni) né di lottare per un mondo migliore, in cui giustizia sociale, equità e felicità possano ricacciare fuori dalla Storia quel male che è il capitalismo. Un male che, se volessimo considerarlo una patologia, va forse affrontato nel modo indicato sempre da Fratoni: occupandosi in primis del “malato”, dell’umanità, della sua costituzione oggi ben poco sana e robusta; e impegnandoci in un percorso positivo di consapevolezza, ascolto, responsabilità e cambio delle nostre abitudini. Per una guarigione sostanziale e profonda. E per una vita di gioia, degna di essere vissuta.   -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Solarpunk.it -------------------------------------------------------------------------------- Giulia Abbate, scrittrice, si occupa di fantascienza femminista ed è fondatrice, con Elena Di Fazio, di Studio83 – Servizi letterari, specializzata nel sostegno ad autori e autrici esordienti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Qualcosa di diverso e migliore proviene da Comune-info.
February 12, 2026
Comune-info
Un libro che ispira a creare nuovi mondi, a viaggiare tra i mondi
-------------------------------------------------------------------------------- Gridare, fare, pensare mondi nuovi è un libro meraviglioso che permette, insieme a questa pagina web, di conoscere Marco Calabria, grazie ai suoi articoli e alle sue poesie, grazie ai racconti di altre persone che lo hanno conosciuto. Marco Calabria è un uomo che ispira a creare nuovi mondi, a viaggiare tra i mondi. Bellissimo anche il racconto di Stefania Consigliere che chiude il libro. Grazie Comune. [Giulia Giordano] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un libro che ispira a creare nuovi mondi, a viaggiare tra i mondi proviene da Comune-info.
February 5, 2026
Comune-info
“Quando sentiva che i principi venivano minacciati…”
-------------------------------------------------------------------------------- Da una “Storia” pubblicata sul proprio profilo facebook da Ludovica Jona, giornalista (che ringraziamo). La citazione è tratta dalla prefazione di Raúl Zibechi [Leggi Gridare fare pensare mondi nuovi] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo “Quando sentiva che i principi venivano minacciati…” proviene da Comune-info.
February 1, 2026
Comune-info
Fantastico il libro di Marco Calabria
-------------------------------------------------------------------------------- “Fantastico il libro di Marco Calabria. Ho il grande rammarico di non averlo conosciuto personalmente e quindi non averlo potuto ascoltare” (Marina Leone) Leggi anche Gridare fare pensare mondi nuovi -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Fantastico il libro di Marco Calabria proviene da Comune-info.
February 1, 2026
Comune-info
Común
PENSARE E PRATICARE IL COMUNE, CON TENTATIVI ED ERRORI, OGGI VUOL DIRE RESISTERE ALLA GUERRA CHE OVUNQUE DISTRUGGE LA VITA. PENSARE E PRATICARE IL COMUNE, CON TENTATIVI ED ERRORI, SIGNIFICA RESISTERE ALLO STROMBAZZATO PROGRESSO/SVILUPPO, CHE SI È SEMPRE TRADOTTO IN VIVERE BENE PER UNA MINORANZA DI PERSONE DEL MONDO. VUOL DIRE SMETTERE DI SACCHEGGIARE MADRE TERRA, MA ANCHE COSTRUIRE SPAZI COLLETTIVI PER DIALOGARE E ORGANIZZARCI E ROMPERE COSÌ L’APATIA E L’INDIFFERENZA. PENSARE E PRATICARE IL COMUNE, CON TENTATIVI ED ERRORI, PER LE COMUNITÀ INDIGENE È PRIMA DI TUTTO MEMORIA DELLE LOTTA DI RESISTENZA E DI AMORE PER LA VITA CHE PER SECOLI I POPOLI HANNO PROTETTO. “PERCHÉ CON TENTATIVI ED ERRORI? PERCHÉ TUTTI PORTIAMO CHIP DI PRATICHE PATRIARCALI E INDIVIDUALISTE… NON POSSIAMO RINUNCIARE A PROTEGGERE E GUARIRE LA CASA DI TUTTE E DI TUTTI CHE È MADRE TERRA – SCRIVE MARÍA ELENA AGUAYO HERNÁNDEZ – SENZA DI ESSA NON POSSIAMO ESSERE. COME NON POSSIAMO ESSERE, SE NON SIAMO IN COMUNE…” -------------------------------------------------------------------------------- Foto El Tekpatl -------------------------------------------------------------------------------- Il comune. Che significa? Quali radici remote collegano queste due parole? Come capirle e ri-significare nella geografia in cui abito? Chi, chi rende possibile il comune? Perché è necessario capirlo e praticarlo? Chi si oppone al comune e perché? Mi colpisce o mi giova il comune? Guerre e ancora guerre è la storia dell’umanità. Guerra che distrugge la vita. Guerra che trasforma il paesaggio. Guerra che distrugge la comunità. Guerra che lascia conseguenze irreparabili sia fisiche che psicologiche nell’individuo. Guerra che rompe il tessuto sociale. Guerra che schiavizza. Guerra che cancella l’identità degli individui. Guerra che avvelena. Guerra che sottomette, impone e costruisce esseri sottomessi, obbedienti e paurosi. Guerra che giova a un piccolo gruppo di umanità; coloro che vivono nell’opulenza, in modo lussurioso, volgare, immorale e decadente. Guerra che nonostante tutta la sua crudeltà non ha potuto cancellare il comune; perché è memoria di lotta di resistenza di Amore per la Vita. Memoria dei popoli originari che lo hanno saputo conservare com’era; prima della guerra che ha spogliato, saccheggiato, ucciso e in nome del dio della guerra ha imposto un prepotente. Il comune non è stato cancellato; i popoli millenari lo hanno saputo curare e preservare come un seme. L’hanno depositato attraverso il baratto, la tequio (il lavoro collettivo gratuito diffuso nelle comunità zapatiste, ndr); affinché donne e uomini lo proteggano; lo risignifichino, lo nutrino con nuove conoscenze e pratiche. Perché il comune sarà diverso ma uguale a quello che hanno vissuto i nostri antenate e antenati che hanno camminato, resistito e difeso la vita. C’è stato un tempo lontano in cui la casa era di tutte e di tutti; perché l’umanità viveva in piccole comunità dove il comune portava beneficio a queste perché tutte e tutti lavoravano per garantire ciò che la comunità richiedeva. Ma un piccolo gruppo, che invidiava e bramava, voleva possedere più degli altri e attraverso la menzogna e l’inganno, ha convinto gli altri che il piccolo gruppo era stato scelto da presunti dei per essere i privilegiati. Non tutti sono stati convinti da questa farsa ed è stato allora che sono stati aggrediti con la violenza, gli aggressori hanno portato i frutti del lavoro di donne e uomini a proprio vantaggio. Il comune è stato vietato, per dare posto alla proprietà privata che favoriva i presunti scelti dagli dei. Così la religione e la guerra si sono imposte nella società. C’è stato allora chi ha stabilito le regole, poi le leggi che imponevano la proprietà privata come il diritto di pochi e l’obbedienza e l’obbligo del lavoro per molti. In un tempo il dio della guerra e il suo rappresentante sulla terra come sovrano hanno espanso la guerra in tutto il pianeta Terra; così come oggi gli stati più potenti. Leggi, accordi e trattati sono serviti a garantire lo spoglio dei popoli originari che non hanno smesso di resistere e difendere il loro territorio ancestrale come la Palestina, come i popoli originari di Aya Yala. Viviamo forme patriarcali sistemiche come il capitalismo che depreda i corpi umani; per generare ricchezze, corpi che una volta spremuti ed esausti vengono gettati via. Proprio come depreda la casa di tutte e tutti; cioè Madre Terra; quella che è stata voracemente sfruttata, saccheggiata per costruire progetti, per fabbricare armi per la guerra; per l’industria che genera prodotti che sono merci che hanno inondato il pianeta con migliaia di tonnellate di spazzatura che inquinano; terra, aria e acqua. E tutto questo per cosa? Per mantenere i lussi estremi di una minoranza della società che non può soddisfare il suo bisogno di possedere di più; per avere una vita sterile, vana, lussuriosa e immorale. Perché ha un vuoto profondo che rafforza la sua individualità, il suo egocentrismo; perché non capisce cosa significa la Vita e la sua enorme diversità. Per questo pensare il comune, praticarlo con tentativi ed errori significa resistere allo strombazzato “progresso” e/o “sviluppo” che non è altro che la morte. Perché praticare il comune con tentativi ed errori? Perché siamo stati costruiti per servire il sistema; e in noi e noi portiamo chip di pratiche patriarcali, misogine, individualiste, sessiste… e altre taras sistemiche. Così anche la tv e i social network sono serviti a massificare la popolazione. Il sovraccarico di informazioni è così opprimente che le persone si scoraggiano e l’apatia e l’indifferenza permeano la popolazione. Una consapevolezza critica, riflessiva e costruttiva è essenziale. Dobbiamo costruire spazi collettivi per organizzarci, dialogare, raggiungere accordi e agire. Non possiamo accettare la guerra come una via d’uscita; non possiamo accettare più pandemie di quelle che già abbiamo; non possiamo accettare di normalizzare il traffico di droga e l’arruolamento di centinaia di giovani come opzione di fronte alla mancanza di opportunità; non possiamo normalizzare le sparizioni e le centinaia di fosse clandestine; non possiamo accettare un’ulteriore distruzione della natura a vantaggio delle imprese; non possiamo rinunciare al diritto di Verità e Giustizia né alla difesa del territorio-acqua; non possiamo rinunciare al diritto di vivere bene; né alla costruzione di autonomia. Non possiamo rinunciare a difendere, proteggere e guarire la casa di tutte e di tutti che è Madre Terra; quella che ci accoglie, quella che ci nutre e quella che ci allevia. Senza di essa non possiamo essere; come non possiamo essere, se non siamo noi in comune. -------------------------------------------------------------------------------- Maria Elena Aguayo Hernández, Città del Messico -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato in rete da El Tekpatl, spazio di comunicazione indipendente (e qui con l’autorizzazione di El Tekpatl e dell’autrice) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Cinque giorni di piramidi, storia, amore e anche disamore -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MASSIMO DE ANGELIS: > Fare in comune -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Mettiamo in comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Común proviene da Comune-info.
January 15, 2026
Comune-info
SAN GIULIANO MILANESE (MI): “IL COMUNE VUOLE FERMARE LE ATTIVITÀ” DELLO SPAZIO PUBBLICO AUTOGESTITO ETEROTOPIA
L’amministrazione di San Giuliano Milanese all’attacco di Eterotopia. Dopo aver già esercitato pressioni la scorsa primavera, è giunta richiesta ad attiviste e attivisti dello spazio di procedere con una nuova ispezione amministrativa. Per questo a fine dicembre era ripresa la mobilitazione in difesa dello spazio, anche con una partecipata assemblea pubblica, che aveva permesso di rinviare l’ispezione. Eterotopia rischia la chiusura per ragioni amministrative. Viene infatti richiesto, tra l’altro, “di abbattere la cucina, di togliere il palco e di rifare gli impianti”. Il tutto in uno stabile che è in realtà di proprietà del Comune. Il sindaco ha fatto sapere “di non voler mettere in discussione la convenzione” tra Comune ed Eterotopia, che permette di continuare le attività fino al 2028, ma non è nemmeno intenzionato a concedere altri spazi o ad ipotizzare soluzioni alternative. Intanto con l’inizio del nuovo anno, sono riprese le attività nei locali di via Risorgimento 21. Tra queste la mostra permanente “35 anni di vita” che ripercorre la storia di Eterotopia. L’aggiornamento sulla situazione con Giovanni, compagno di Eterotopia. Ascolta o scarica
January 12, 2026
Radio Onda d`Urto
L’immaginario e il comune
IL CAPITALISMO, CHE OGGI RENDE PIÙ VISIBILE IL SUO LEGAME NON OCCASIONALE CON LA GUERRA, RESTA PRIMA DI TUTTO IL RISULTATO DI UN IMMAGINARIO BEN RADICATO. L’ECONOMIA HA PRESO IL POSTO DELLA RELIGIONE. C’È DAVVERO BISOGNO DI PRATICHE CHE METTANO IN CONTO LA DECOLONIZZAZIONE DI QUESTO IMMAGINARIO: LA DISCUSSIONE DA TEMPO IN CORSO SUL CONCETTO DI COMUNE (COMÚN, COMMONING) VA IN QUELLA DIREZIONE. SI TRATTA PRIMA DI TUTTO DI IMPARARE A VEDERE CIÒ CHE GIÀ ACCADE AI MARGINI: NELLE RETI DI PROTESTA, DI CONFLITTUALITÀ E DI SOLIDARIETÀ, NELLE FORME DI MUTUALISMO, NELLE PRATICHE AGROECOLOGICHE, NEI TENTATIVI CHE CERCANO DI OLTREPASSARE LA DICOTOMIA MATERIALE/SPIRITUALE, MA SEMPRE PIÙ SPESSO NELLE “ARCHE-RIFUGIO”, COME LE CHIAMA ZIBECHI, UTILI PER PROTEGGERSI DURANTE LA TEMPESTA. LA DOMANDA ALLORA, SCRIVE FEDERICO BATTISTUTTA, È: QUALI GESTI, QUALI NARRAZIONI, QUALI FORME DI ATTENZIONE PERMETTONO A QUESTE ESPERIENZE DI NON ESSERE RIASSORBITE DAL REALISMO CAPITALISTA? Murales di Felice Pignataro, tra i fondatori del Gridas di Scampia (oggi a rischio sgombero), realizzato a Bari nel 1997 -------------------------------------------------------------------------------- Quando guardiamo qualcosa non vediamo solo case, fiumi, strade, alberi, negozi, automobili, computer…, ma stiamo anche osservando le relazioni che le hanno costruite – relazioni tra umani, tra umani e non umani. A loro volta, queste relazioni non sono l’espressione di puri e semplici atti e transazioni sociali, non hanno quell’apparente naturalità e immediatezza a cui si è tentati di pensare, ma sono il risultato alquanto intricato della messa all’opera di qualcosa meno evidente: l’immaginario sociale. L’immaginario – seguendo in ciò le riflessioni di Cornelius Castoriadis – non è un di più, una rappresentazione mentale tutto sommato poco significativa, ma è la matrice generativa di ogni fenomeno sociale, a cominciare dalle istituzioni economiche e politiche, così come della stessa soggettività. In altre parole, l’immaginario è ciò che rende possibile la creazione di immagini, forme, simboli, significati, norme, istituzioni; in breve, è alla base della produzione di mondi. Ciò che siamo soliti chiamare “realtà” è l’esito non solo di processi biologici (i nostri sensi, lo sappiamo, captano solo una minima porzione degli stimoli fisici), ma anche della loro costante interazione con processi sociali con cui elaboriamo, tramite il linguaggio, mappe cognitive per orientarci nel mondo attraverso simboli e istituzioni nelle loro varie forme. Si tratta, alla fine, di una macchina performativa attraverso la quale si produce e si legittima uno specifico sistema storico di rappresentazioni, vale a dire un complesso di discorsi e di pratiche che fanno in modo che una società decida ciò che è lecito, vero e reale. Quando Mark Fisher, parlando di realismo capitalista, diceva che era più facile immaginare la fine del mondo piuttosto che la fine del capitalismo voleva indicare proprio questo. Il capitalismo, in particolare nella sua versione neoliberale, è il risultato di un immaginario ben radicato, una sorta di seconda pelle che plasma la percezione di sé e del mondo, strutturato su una serie di valori astratti – quali il profitto, l’efficienza, la produttività, la crescita, la concorrenza – istituito veicolando una sequenza di simboli, come il denaro, la contabilità, gli indicatori economici, i dispositivi finanziari e così via. Il celebre mantra di Margaret Thatcher – There is no alternative –, subito adottato da altri politici, intendeva ribadire ciò, celebrando in questo modo il trionfo del sogno capitalista come migliore dei mondi possibili. Qualcuno si ricorderà che in quegli stessi anni c’era pure chi andava sproloquiando di fine della lotta storica fra sistemi politici e, di conseguenza, di fine della storia, alludendo a un futuro radioso. Si era negli anni Novanta e fu, tutto sommato, un’epoca con un’ebbrezza di breve durata, se guardiamo lo scenario di venti di guerra che aleggiano da ogni parte. Sta diventando evidente una di quelle verità che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi: il nesso tra capitalismo e guerra; non come evento occasionale o un malaugurato incidente di percorso, ma espressione della dinamica stessa con cui la macchina capitalista tende a riprodursi espandendo la sua logica, attraverso conflitti per modellare nuove egemonie e ridefinire strutture economiche, politiche e monete globali. D’altro canto, lo stato che avrebbe dovuto guidare l’umanità verso il sogno neoliberale si trova da tempo impelagato in un debito pubblico e privato da capogiro, con disavanzi annuali sempre più significativi, sollevando dubbi a livello globale sulla sua sostenibilità fiscale. E con una popolazione, al suo interno, in cui è sempre più presente sia la povertà assoluta (homeless, insicurezza alimentare e sanitaria) che quella relativa, con la diffusa consapevolezza di una retrocessione in atto verso le aspettative dell’american way of life, inducendo un disagio psichico, non più classificabile come disturbo individuale, ma, come affermava sempre Mark Fisher, vero e proprio sintomo sistemico di un fenomeno sociale e politico. Religione e stregoneria del capitale Credo che pochi oggi contesteranno il fatto che nella società capitalista l’economia ha preso il posto della religione. L’economia costituisce ormai un vero e proprio campo sacralizzato: non si può toccare, né mettere in discussione, è letteralmente incontestabile. Su ciò Walter Benjamin era stato lungimirante quando, negli anni Venti, descriveva il capitalismo come una religione: dopo essersi sviluppato “parassitariamente sul cristianesimo”, il capitalismo aveva assunto le sembianze di una religione sui generis, rispondendo “all’appagamento delle stesse ansie, pene e inquietudini alle quali un tempo davano risposta le cosiddette religioni”. Il culto capitalista, dice Benjamin, è privo di tregua, non prevede giorni di riposo, né interruzione alcuna, in quanto la totalità del tempo di vita si trova coinvolta nella valorizzazione del capitale. Di conseguenza, è un culto che non conosce redenzione, perché non garantisce appagamento, ma lo differisce costantemente dentro la catena di produzione-consumo, generando così frustrazione e una condizione di colpa permanente, senza speranza di riscatto. Detto altrimenti: il capitalismo non può arrestare la sua espansione, pena il suo stesso fallimento, ma deve essere in grado di generare altro capitale attraverso una continua colonizzazione e mercificazione del tempo e dello spazio, con tutto quello che ne consegue. Più recentemente Isabelle Stengers – siamo negli anni della WTO a Seattle e del G8 a Genova – ha parlato del capitalismo come stregoneria. Non si tratta di metafora (come non lo era del resto per Benjamin), ma di una descrizione chirurgica del funzionamento del modello neoliberale. Il capitalismo agisce non come un sistema razionale, ma come macchina magica di cattura e, come nelle pratiche magiche, si muove “a distanza”, senza apparente violenza diretta, ma è pervasivo, trasforma lentamente desideri, affetti e aspettative. La sua logica funziona perché incanta e ingabbia, arrivando a penetrare l’immaginario, alterando in questo modo la percezione del possibile, creando dipendenza e convincendo che non vi sono alternative praticabili. Allora, se dietro il raziocinio della narrazione neoliberale si cela un immaginario che ha prodotto una religione colpevolizzante e una magia disturbante, c’è davvero bisogno di una pratica che metta in conto la decolonizzazione di questo immaginario sociale per produrre un differente sistema di simboli come orizzonte di riferimento. Tra mito e spiritualità Dinanzi alla cosmologia neoliberale – che isola le soggettività in funzione dell’imprenditoria del sé, dissolvendo ogni forma di cura collettiva, distruggendo la dimensione rituale che accompagna il vivere sociale – la discussione da tempo in corso sul comune (common, commoning, commonwealth …) si colloca nella prospettiva della costruzione di un nuovo immaginario, dal momento che l’orizzonte è la totalità della vita, la ricostituzione dell’essere sociale e singolare dell’umano dentro il sistema ecologico in cui vive, rompendo con un’antropologia riduzionista, funzionale alla riproduzione della forma-lavoro e della forma-stato. Anche in una fase non certo offensiva come questa, in cui il comune si configura per lo più come rifugio, come un’arca di contenimento – come lo chiama Raúl Zibechi – per navigare e galleggiare nella tempesta, l’orientamento richiede energici ampliamenti di sguardi, verso corpi, affetti, cura, relazioni, territori, tempo, linguaggi, immaginazione. Non solo, non può arrestarsi alla sfera umana, invocando al contrario un’ontologia relazionale in cui la vita è sempre vita-con. Con la terra, con l’acqua, con gli animali non umani, con cicli stagionali e ritmi cosmici, con il mistero della vita che sostiene la vita. Tutto ciò implica un immaginario sociale in grado oltrepassare la dicotomia materiale/spirituale con gli -ismi che ne derivano (materialismo vs. spiritualismo), incorporando – come sostiene anche Ana Cecilia Dinerstein – lo spirituale e il mitico nella nuova intenzione liberatrice, non come dogmi o principi astratti, ma come utensili da maneggiare per permettere di mantenere aperto l’orizzonte, narrazioni che riscaldano, rendendo abitabile l’inedito, sottraendolo al contempo a ogni impresa normalizzatrice. Ed è ciò su cui hanno riflettuto gli zapatisti nel semillero svoltosi a fine dicembre, sottolineando la necessità di una profonda trasformazione interiore come prerequisito per la costruzione del común. A ben vedere nel Chiapas vediamo infatti esprimersi una spiritualità implicita, diffusa, incorporata nei modi di vivere, pensare, narrare e decidere, presentandosi come un’etica cosmica immanente, dove la terra è viva ed è relazione, dove l’umano è co-dipendente dal non umano. Qui spiritualità e mito non sono residui arcaici, né un’aggiunta superflua, ma parte integrante di una politica dell’immaginazione: se la sacralità neoliberale scandisce velocità, produttività, urgenza, competizione e crescita infinita, la cosmovisione zapatista contrappone lentezza, cura, cooperazione, attesa e ciclicità. In altre parole una modalità che è al contempo una forma di resistenza politica e spirituale. Domandare camminando Il riferimento al Chiapas e allo zapatismo si ferma qui, non intende rischiare l’enfasi, nella consapevolezza che abitiamo altre latitudini con emergenze declinate in maniera differente. Del resto il riferimento va a un metodo da mettere alla prova, non a un modello a cui conformarsi. Lo stesso motto “preguntando caminamos” coincide, parola per parola, con l’idea di una pratica come processo di ricerca, non come mera applicazione di un programma. Allora, come articolare nella pratica un immaginario sociale radicalmente alternativo nel nostro Primo Mondo, in questo Vecchio Continente (sempre più vecchio) e, in particolare in quel piccolo ritaglio, ormai sempre più ai confini dell’impero, in cui si parla la lingua italiana? Come aprire e allargare anche qui le crepe nel realismo capitalista? Come riconoscere e potenziare quei frammenti di comune che già affiorano sotto la superficie dell’esistente? Dove si annidano, oggi, le forme di cooperazione sociale, di cura, di relazione non competitiva e non estrattiva? Come tracciarle e intrecciarle? Quali esperienze – spesso invisibilizzate o marginalizzate – stanno già producendo un’altra distribuzione del sensibile, un’altra percezione del tempo, un altro vocabolario del possibile e dell’impossibile? Il problema non è la creazione ex novo, ma imparare a vedere ciò che già accade ai margini: nelle reti di protesta, di conflittualità e di solidarietà, nelle economie della reciprocità, nelle forme di mutualismo, nelle pratiche agroecologiche, nelle piccole comunità che producono senso e nelle ritualità (laiche e spirituali) che rispondono al bisogno di appartenenza senza ricadere in identitarismi. Che tipo di trasformazione soggettiva richiede, a ciascuno di noi, la possibilità del comune? Quali gesti, quali narrazioni, quali forme di attenzione permettono a queste esperienze di non essere riassorbite dal realismo capitalista? Non si tratta qui di pianificare a tavolino un programma, né attendere passivamente condizioni ideali, ma tentare di trasformare questo mondo trasformando noi stessi sapendo leggere e sostenere le dinamiche già in corso, offrendo riparo a ciò che nasce fragile, nutrendo ciò che ha bisogno di tempo per crescere. Insomma, affrontare insieme la tempesta in corso. In questo senso, l’immaginario è una pratica da coltivare, un lento lavoro di ri-abitare il mondo, un esercizio quotidiano per rendere visibile ciò che oggi sembra impossibile. E le domande restano aperte, e probabilmente é bene che sia così, perché l’immaginario e il comune non possono trovarsi rinchiusi in formule, perché il cammino stesso è un continuo processo di apprendimento, di costruzione e di riparazione. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTA INTERVISTA DI GIANLUCA CARMOSINO E STEFANIA CONSIGLIERE: > Perché è difficile riconoscere mondi nuovi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’immaginario e il comune proviene da Comune-info.
January 11, 2026
Comune-info