Infinite crepe
È UN TEMPO IN AGONIA QUELLE CHE VIVIAMO, NEL QUALE LA VITA È RIDOTTA A MERCE E
TUTTI SIAMO SEMPRE PIÙ RIPIEGATI NELLA SOLITUDINE DI UN QUOTIDIANO FRANTUMATO
DALLE TANTE FORME DI VIOLENZA. EPPURE È POSSIBILE SCORGERE FRAMMENTI DI SPERANZA
PROPRIO NELLE PIEGHE DI QUESTA SITUAZIONE. NEL LIBRO TERRITORI DELL’INFANZIA.
SOVVERTIRE L’IMMAGINARIO DEL PRESENTE (ORTHOTES ED.), TIZIANA VILLANI, FILOSOFA
E DOCENTE ALL’UNIVERSITÀ DI PARIGI E A MILANO, INDIVIDUA NELL’IMMAGINAZIONE E
NELLA POTENZA DEL RICORDO LE CHIAVI PER APRIRE IL PRESENTE E RIBELLARSI AL
DOMINIO DELL’ATTUALE SISTEMA ECONOMICO-SOCIALE. “ANCHE QUANDO UNA FASE INTENDE
AFFERMARSI COME PREORDINATA, PROPRIO LA SUA RIGIDITÀ, LA SUA PERVASIVITÀ FINISCE
CON IL PRODURRE INFINITE CREPE. LA POSSIBILITÀ DI PRODURRE SENSO NON È MAI DEL
TUTTO PERDUTA. SUBENTRA IL TIMORE, MA AL CONTEMPO UNA TENSIONE VERSO
QUELL’INCERTO CHE DICE ANCHE DI UN POSSIBILE SLITTAMENTO DI SENSO…”. AMPI
STRALCI DEL CAPITOLO “CLINICA DEL PRESENTE”
Per le vie di Torpignattara, a Roma, con canti in romanesco, bangla, arabo,
inglese, portoghese e russo scambiati con verdure, indispensabili per il
minestrone di quartiere: “La banda del minestrone” è un’iniziativa immaginata e
realizzata (giugno 2024) da Asinitas (foto di Luisa Fabriziani – che ringraziamo
– tratta dalla pag fb di Asinitas)
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In che modo è possibile aprire percorsi di liberazione una società molteplice,
fragilizzata e priva di prospettive soddisfacenti?
In primo luogo riconoscendone il vuoto di senso che la abita. Il vuoto di cui
parliamo è prodotto da una profonda crisi di esperienza che non riesce a
elaborare le trasformazioni in corso e dunque è in difficoltà rispetto alla
progettualità, in assenza della quale le vite paiono girare su se stesse,
strette tra il bisogno di sopravvivere e l’impossibilità di creazione.
Alcune delle risposte che vengono messe in campo cercano di ripartire da istanze
comunitarie dal basso, da alleanze, per dirla con Haraway, che si indirizzano
verso stili di vita alternativi. Pensare è “con-pensare” per generare “nuove
parentele”, altri “paradigmi”: «È importante capire quali pensieri pensano altri
pensieri. È importante capire quali conoscenze conoscono altre conoscenze. È
importante capire quali relazioni mettono in relazione altre relazioni. È
importante capire quali storie raccontano altre storie».10
Tuttavia, la posta in gioco sembra essere di natura ben più complessa e riguarda
il modo in cui il vivente – nel tempo dell’anomia di massa, della messa in
produzione-consumo di ogni corpo, di ogni vita – non riesce a rompere il
cortocircuito del nuovo “sguardo clinico”, uno sguardo che reifica le forme di
vita, le destituisce di singolarità e affetti, le mortifica nelle loro tensioni
alla variazione. La tristezza del nostro tempo non corrisponde alla noia, né
all’otium (del resto difficilmente praticabile), quanto all’inesprimibile
avversione verso modalità di assoggettamento brutali nella loro tirannia che
sono volte al mantenimento di sistemi di controllo chiamati a determinare il
prevalere delle nuove gerarchie.
Le istituzioni tradizionali non hanno dunque cessato la loro funzione, ma
agiscono come strutture di sostegno per narrazioni la cui ragion d’essere non
può essere colta se non nella sopraffazione e nella violenza.
I corpi messi al lavoro sono i corpi di tutti, umani e non. Il benessere come
valore comune di una comunità non resta che semplice slogan se non se ne coglie
il nesso con lo sfruttamento e la messa a produzione di ogni istante di vita.
Ciò che appare più grave rispetto a queste prime linee di analisi è il fatto che
una simile situazione, lungi dal generare solidarietà, intensifica le
atomizzazioni, le autoreferenzialità, i piccoli ripiegamenti nella solitudine di
un quotidiano frantumato.
Questa frantumazione attraversa il sociale ed è indicativa di una modificazione
profonda dei modi di esistere e di immaginare la vita.
Il potere si esercita senza temere più limiti alle sue capacità di
assoggettamento e di drastica riduzione degli spazi di vita e dunque della
progettualità e del senso delle esistenze. […]
Nel 1976 Foucault organizza il proprio discorso sul biopotere secondo i versanti
dell’anatomopolitica – che circonda e definisce il corpo parcellizzandone tempi
e spazi – e della biopolitica, che economizza le proprie risorse applicandosi
alla popolazione, ottimizzandone i processi vitali e, nei termini che lo stesso
Foucault conierà l’anno successivo, governandone la storia in direzione del
benessere di ciascun membro e della comunità tutta. È in questi termini che,
spiega Foucault, la politica fa della vita il proprio oggetto privilegiato e,
anzi, produce la vita.
Il modo in cui il potere “produce la vita” è, al pari delle trasformazioni
ambientali, tecnologiche, produttive odierne, un modo che prevede forti
movimenti di scarto, selezione, eliminazione. La vita ridotta a merce, a
consumo, vale solo nella sua apparenza estetica, la riduzione al corpo-macchina
parcellizzato è funzionale al prodursi di tecniche di controllo, divisione, uso,
che al momento opportuno ricorrono ai vecchi armamentari
della distruzione di massa delle popolazioni, dell’asservimento, della
cancellazione della dignità della vita. […]
Anche quando una fase intende affermarsi come preordinata, proprio la sua
rigidità, la sua pervasività finisce con il produrre infinite crepe. La
possibilità di produrre senso non è mai del tutto perduta. Subentra il timore,
ma al contempo una tensione verso quell’incerto che dice anche di un possibile
slittamento di senso.
All’antagonismo tra paura e speranza Ernst Bloch ha dedicato importanti
riflessioni, sottolineando come «la mancanza di speranza è la cosa più
insopportabile, assolutamente intollerabile per i bisogni umani»16 e più avanti,
richiamando Marx «La filosofia avrà coscienza del domani, prenderà partito per
il futuro, saprà della speranza, o non saprà più nulla. È nuova filosofia,
secondo la via aperta da Marx, significa filosofia del nuovo, di quest’essenza
che ci attende tutti e che ci annienterà o ci
realizzerà».17
La creazione del nuovo si realizza tramite le pratiche dell’attraversamento,
dello smottamento, della caotica perdita di riferimento. Ex-istere come
eccedere, esistere altrimenti rispetto a un orizzonte dato, privo di
possibilità. Eccedere significa anche fare i conti con i limiti, limiti propri,
del contesto in cui si vive, mentali. Non sempre quindi una simile prospettiva
riesce a essere accolta senza riserve. Tuttavia, l’inatteso, l’imprevisto, il
temuto e il desiderato accadono. L’imprevisto non lascia mai lo stato di cose
intatto. Forse allora la realizzazione di Bloch va piuttosto intesa nel senso
della forza del desiderio. Il desiderio non è però del tutto una forza
intenzionale poiché non è ascrivibile completamente alla sfera della
razionalità. Il desiderio è spesso pluriverso.18 Si tratta dunque di un
movimento di esposizione che ha diverse possibilità di concatenamento. È il
momento possibile e fatale come per il Faust di Goethe se si fosse rappreso nel
pronunciamento de l’“attimo: sei così bello! Fermati!”. Ma si tratta appunto di
un momento.
Alla frattura imminente si risponde spesso con i rituali della consuetudine,
della ripetizione che rassicura. Ma poi la vertigine strappa quest’illusione e
l’inatteso si manifesta, rompendo l’anestetico tempo della ripetizione.
A volte si tratta di piccoli strappi, cedimenti che però lavorano erodendo e
modificando il quotidiano. E la prospettiva cambia, magari in una direzione non
voluta, e si impone chiedendoci di rielaborare percorsi di vita. Tutto questo
accadere non è solo individuale, ma può anche essere virale e comprendere intere
compagini sociali. A fasi innovative, durante le quali si crede all’imminenza di
un mondo migliore più giusto, spesso la reazione, la conservazione, rispondono
con grande durezza, perché gli eventi non appartengono a un ipotetico tempo
lineare della storia. Ma anche la reazione non tende verso un ritorno al
passato. La vita non è destinata, ma di certo soggiace a un’infinità di
“condizioni”, diciamo naturali, creaturali, e pur sempre in relazione con il
sociale. […]
Le carenze della vita consistono nel suo essere esposta, ma è proprio in questo
incedere, talora incerto, che è possibile scorgere le alternative, le
possibilità non colte. Aperture, slittamenti di senso, possibili percorsi altri.
[…]
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Note
10 D. Haraway, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene,
University of Chicago Press, tr. it. Chthulucene, Sopravvivere su un pianeta
infetto, tr. it. di C. Durastanti, Nero, Roma 2019, pp. 57-58.
16 E. Bloch (1953-1959), Il principio speranza, a cura di R. Bodei, Gar-
zanti, Milano1994, p. 17.
17 Ivi, p. 10.
18 U. Fadini, Oskar Panizza e l’“azione del pensiero”, in Il sistema della
crudeltà, «Millepiani» n. 11, Mimesis, Milano 1997, p. 89.
Le città del nostro tempo non contemplano i bambini. Alcuni di loro però sanno
immaginare e trovare il modo per uscire dalla gabbia di una città fatta per il
consumo e per il lavoro. Foto di Ferdinando Kaiser: vicoli di Napoli
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