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Terra, acqua e semi
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Caravane Ouest Africaine Terre et Eau -------------------------------------------------------------------------------- Si è concluso l’8 agosto, con una marcia per le strade della città guidata dalla Convergenza contro l’accaparramento di terra, acqua e semi, un Forum che ha mostrato la forza raggiunta in dieci anni dai movimenti sociali e dalle organizzazioni della società civile africana. Dieci anni durante i quali organizzazioni contadine, produttori, pastoralisti, pescatori e movimenti sociali hanno imparato a riconoscersi nelle stesse battaglie, mettendo in relazione ciò che troppo spesso le politiche dividono: la terra dall’acqua, le sementi dalla biodiversità, la produzione dal commercio, la sovranità alimentare dalla giustizia sociale. Nata dal basso e rimasta una piattaforma informale, la Convergenza è diventata nel tempo uno spazio politico capace di collegare territori e Paesi dell’Africa occidentale, esperienze locali e mobilitazioni regionali, fino a raggiungere gli spazi internazionali. Il percorso che ha portato al Forum ha messo insieme solidarietà, proposte concrete e una riflessione su forme di organizzazione comunitaria che spesso non trovano spazio nei modelli di sviluppo costruiti dall’esterno. La celebrazione dei dieci anni è stata accompagnata dal riconoscimento e dalla benedizione dei capi tradizionali africani, in un momento dal forte valore simbolico: le lotte contemporanee per la difesa dei territori si sono così ricongiunte a una storia più lunga di custodia della terra, dei saperi e delle risorse comuni. Ma cosa significa oggi questa convergenza? Significa innanzitutto affermare che terra, acqua e semi non sono semplici fattori produttivi. Sono le condizioni della vita, della produzione alimentare e della possibilità stessa per le comunità di decidere del proprio futuro. Da questa consapevolezza nasce anche la richiesta di ripensare i modelli agricoli e commerciali. In Africa occidentale, molti paesi continuano a esportare materie prime mentre la trasformazione e il valore aggiunto vengono realizzati altrove. Per i movimenti contadini, cambiare questo modello significa investire nella trasformazione locale, nei mercati territoriali e in forme di commercio capaci di garantire ai produttori un prezzo che copra i costi di produzione e permetta una vita dignitosa. La Via Campesina e il ROPPA hanno avviato proprio su questo un lavoro comune, insieme ad altre organizzazioni di pastoralisti, pescatori, consumatori e movimenti sociali. La stessa logica attraversa la battaglia per la terra. La riforma agraria è tornata al centro dell’agenda politica come condizione per garantire a chi produce l’accesso e l’uso della terra. E senza terra non c’è neppure sovranità sulle sementi. Lo ha ricordato con particolare forza la conferenza dedicata a René Segbenou, figura emblematica della difesa delle sementi contadine e dell’agroecologia in Benin. Il suo lascito è stato riassunto in una frase: «Chi perde le proprie sementi perde la propria sovranità». La semente non è infatti soltanto un input agricolo. È memoria, cultura, biodiversità e autonomia. Difendere la possibilità dei contadini di conservare, riprodurre e scambiare le proprie sementi significa difendere il diritto delle comunità a decidere cosa coltivare e cosa mangiare. Anche su questo fronte, però, la posta in gioco è alta. I movimenti denunciano la crescente privatizzazione delle sementi e i rischi legati ai sistemi di proprietà intellettuale, chiedendo un riconoscimento effettivo dei sistemi sementieri contadini e dei saperi che li accompagnano. Terra, acqua e sementi tornano così a ricomporsi in un’unica questione: chi controlla le risorse fondamentali per produrre e vivere? È una domanda che il Forum ha esteso anche alle grandi questioni economiche e geopolitiche che attraversano oggi il continente. Si è parlato del debito definito illegittimo, che restringe lo spazio di scelta di molti governi africani e finisce per scaricare i suoi costi sulle popolazioni, alimentando dipendenze, esportazioni forzate ed estrattivismo. E si è parlato di migrazioni, denunciando la disumanizzazione di persone che si muovono alla ricerca di sicurezza e di una vita migliore e la loro trasformazione in strumenti di negoziazione politica. Il movimento sociale maghrebino e il Comitato dei rifugiati libici hanno avuto un ruolo particolarmente attivo nel Forum e hanno elaborato un proprio comunicato finale. A unire questioni apparentemente così diverse è una stessa domanda sul potere di decidere: chi decide sull’uso della terra? Chi controlla le sementi? Chi stabilisce le regole del commercio? Chi decide come utilizzare le risorse pubbliche? E chi decide sulle politiche che riguardano le persone che migrano? È anche da qui che è partita la riflessione sulla decolonizzazione della cooperazione. Non basta cambiare il linguaggio della cooperazione se rimangono inalterati i rapporti di potere. Decolonizzare significa riconoscere che nei territori del Sud esistono già conoscenze, pratiche e proposte e che i movimenti non sono beneficiari da consultare, ma soggetti politici con cui costruire relazioni di fiducia, partenariato e solidarietà. Ed è forse proprio questa la lezione più importante dei dieci anni della Convergenza. La forza non è soltanto nelle singole battaglie, ma nella capacità di restare uniti. Costruire fiducia tra organizzazioni diverse, condividere conoscenze, sostenersi reciprocamente e trasformare esperienze locali in proposte comuni ha permesso ai movimenti di costruire uno spazio politico che oggi attraversa l’Africa e dialoga con il mondo. Le alternative, hanno ricordato i protagonisti del Forum, non devono  essere inventate dall’esterno. Esistono già nei territori, nelle pratiche e nelle relazioni costruite dalle comunità. La cooperazione internazionale può scegliere se sostituirsi a queste esperienze o contribuire a rafforzarle. La strada indicata dal Forum è quella di costruire relazioni di solidarietà e una visione comune, superare le divisioni, riconoscere il protagonismo dei movimenti e imparare dalle risposte che vengono dal basso. La marcia dell’8 agosto ha chiuso il Forum, ma non questa storia. Dopo dieci anni di convergenza, la sfida è trasformare la solidarietà costruita tra i movimenti in una forza capace di difendere i territori e, soprattutto, di affermare un’altra idea di sviluppo: fondata sulla sovranità dei popoli, sulla giustizia e sul diritto delle comunità a decidere del proprio futuro. E forse è questa la domanda che il Forum lascia anche ai movimenti sociali italiani ed europei: siamo capaci di ascoltare queste proposte, riconoscerle come parte di una visione politica comune e costruire, a nostra volta, convergenze che vadano oltre le nostre singole battaglie? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Terra, acqua e semi proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
«Nos corps ne sont pas vos frontières»
Al Forum sociale mondiale di Cotonou in Benin, vittime, sopravvissuti e sopravvissute, familiari, attivisti e attiviste e organizzazioni di diversi Paesi hanno elaborato un manifesto che mette sotto accusa il regime globale delle frontiere e rivendica la libertà di circolazione come diritto fondamentale. «I nostri corpi non sono le vostre frontiere». È il titolo del Manifesto di Cotonou per la libertà di circolazione 1, pubblicato al termine del Forum sociale mondiale che si è svolto a Cotonou, in Benin, dal 4 all’8 agosto 2026. Leggi il Manifesto (eng e fra) Circa cento persone hanno partecipato a tavole rotonde e laboratori organizzati al «Village Migration», uno spazio dedicato alle questioni della mobilità all’interno del Forum. Il percorso si è concluso con un’assemblea transnazionale che ha riunito soprattutto attivisti e attiviste provenienti da diversi Paesi africani, insieme a movimenti, organizzazioni e realtà alleate, e ha portato alla stesura di un manifesto comune. Il Forum sociale mondiale 2026 era organizzato attorno a 15 assi tematici, che hanno orientato attività, laboratori e dibattiti. Tra questi, uno era dedicato a «Migration, Transborder Governance & Universal Citizenship», con un focus sulla libertà di insediamento, sui rifugiati climatici e sui diritti delle diaspore africane. La discussione sulla mobilità si è così inserita in un confronto più ampio sulle crisi globali, sulle disuguaglianze, sulla giustizia sociale e sui rapporti di potere. Il manifesto chiarisce fin dalle prime righe da quale punto di vista vuole parlare. A Cotonou non si sono riunite soltanto organizzazioni che si occupano di migrazioni. Tra i promotori ci sono vittime, sopravvissuti e sopravvissute, familiari e attivisti e attiviste, insieme ai movimenti e alle organizzazioni impegnati a «smantellare il regime migratorio razzista». È un elemento decisivo per comprendere il documento. Chi parla lo fa a partire da esperienze concrete: deserti mortali, prigioni e centri di detenzione, espulsioni, respingimenti, aggressioni razziste, sequestri in mare, schiavitù, stupri e altre forme di trattamento disumano. > «Parliamo come persone i cui corpi sono serviti a erigere frontiere, la cui > sofferenza è stata trasformata in politiche disumanizzanti che organizzano > l’esclusione e le cui morti sono state ridotte a statistiche per giustificare > la necessità di una “gestione delle migrazioni”.» È da qui che il manifesto rovescia il punto di vista abituale sulle migrazioni. Le persone in movimento non sono soltanto destinatarie delle politiche migratorie, né numeri attraverso i quali misurare gli effetti di una politica di controllo. Sono persone che hanno vissuto sulla propria pelle il funzionamento di quel sistema e che rivendicano il diritto di partecipare alle decisioni che riguardano le loro vite. Il primo bersaglio della denuncia è il sistema di esternalizzazione delle frontiere europee. Dall’inizio degli anni Duemila, scrivono i firmatari, l’Unione europea ha progressivamente spostato le proprie frontiere in Africa, finanziando governi, guardie costiere, milizie, sistemi di detenzione e strutture di sorveglianza con l’obiettivo di impedire alle persone di raggiungere il territorio europeo. Tunisia, Libia, Marocco, Algeria, Niger, Mauritania e Senegal sono tra i Paesi citati nel manifesto. La frontiera europea, in questa prospettiva, non coincide più con il territorio dell’Unione. Si estende nei Paesi attraverso i quali le persone migranti cercano di passare, trasformando territori africani in luoghi di blocco, detenzione e respingimento. La denuncia è particolarmente dura nei confronti della Libia, definita un «laboratorio privilegiato» di questo sistema. Il manifesto richiama le torture, i trattamenti inumani e degradanti, la tratta e altre violenze subite dalle persone migranti che attraversano il Paese. > «I governi europei pagano altri Paesi per commettere, al di fuori delle > frontiere dell’Europa, atti che, se commessi in Europa, comporterebbero > conseguenze giuridiche e politiche.» Nel mirino c’è anche Frontex, che il manifesto definisce il «braccio operativo» della guerra europea contro la mobilità umana. Secondo i firmatari, l’agenzia contribuisce ai respingimenti fornendo alle autorità libiche le posizioni delle imbarcazioni individuate in mare, rendendo possibili ritorni forzati verso luoghi di detenzione, tortura, schiavitù e violenza. Il sistema di controllo, si legge ancora, non si ferma al Mediterraneo: il dispositivo di sicurezza europeo si è esteso «fino al cuore dell’Africa», coinvolgendo Senegal, Mauritania, Ghana, Niger, Nigeria, Togo e altri Paesi. Il manifesto non costruisce però una contrapposizione semplice tra un’Europa responsabile e un’Africa vittima. Una delle sue caratteristiche più significative è proprio la critica rivolta agli Stati africani. > «Non possono continuare a presentarsi unicamente come vittime delle politiche > occidentali. In tutta l’Africa, i governi hanno adottato il controllo delle > migrazioni come strumento di violenza razziale, di ricatto politico e di > guadagno finanziario.» Le persone migranti, sostiene il manifesto, vengono utilizzate come moneta di scambio in cambio di finanziamenti internazionali e trasformate in capri espiatori dai governi che cercano di mantenersi al potere. La contraddizione riguarda anche la promessa di libera circolazione all’interno del continente africano. Mentre l’Unione africana proclama l’unità, milioni di persone africane continuano a essere trattate come straniere irregolari sul proprio continente. Il manifesto cita i respingimenti di massa dall’Algeria verso il Niger, dalla Tunisia verso la Libia e dalla Mauritania verso il Mali, oltre alle violenze xenofobe e all’afrofobia in Sudafrica. La frontiera, dunque, non è soltanto quella che separa l’Africa dall’Europa. È un dispositivo che produce gerarchie ed esclusione anche all’interno dello stesso continente. Il manifesto collega il sistema delle frontiere alle condizioni economiche e politiche che costringono milioni di persone all’esilio. Politiche neoliberali, distruzione dell’ambiente, esaurimento delle risorse idriche e naturali, debito, politiche neocoloniali e sostegno ai regimi dittatoriali vengono indicati come fattori che alimentano povertà e disuguaglianze e spingono le persone a cercare sicurezza, libertà, dignità e condizioni di vita migliori. Allo stesso tempo, il testo contesta il linguaggio con cui questo sistema viene raccontato. «Analisi dei rischi», «gestione delle frontiere», «ritorno volontario», «cooperazione»: termini apparentemente neutri che, secondo i firmatari, nascondono un progetto volto a identificare, sorvegliare, ostacolare ed espellere le persone in movimento prima che possano raggiungere la propria destinazione. Le richieste sono quindi nette: la fine degli accordi di esternalizzazione delle migrazioni, la chiusura dei centri di detenzione e dei cosiddetti centri di «ritorno», un accesso effettivo al diritto d’asilo e il rispetto degli obblighi internazionali assunti dagli Stati. Il manifesto chiede inoltre che i governanti siano chiamati a rispondere delle morti lungo le rotte migratorie e che i sopravvissuti e le sopravvissute alle migrazioni possano partecipare alle istituzioni e ai negoziati che determinano le loro vite. Ma la rivendicazione centrale è la libertà di circolazione. > «Difendiamo la libertà di circolazione, il diritto di ciascuno e ciascuna di > scegliere liberamente il proprio luogo di residenza e di viaggiare in > sicurezza. Rivendichiamo il diritto di partire e il diritto di restare, senza > paura della violenza o della repressione, indipendentemente dalla propria > provenienza o appartenenza sociale.» È una rivendicazione che arriva fino alla richiesta di abolizione del sistema dei visti, considerato uno dei meccanismi attraverso cui gli Stati e le agenzie private si arricchiscono sulla mobilità delle persone, soprattutto di quelle provenienti dal Sud globale. Il manifesto definisce questo sistema come un «apartheid globale della mobilità», una gerarchia dei diritti che stabilisce chi può muoversi liberamente e chi invece deve essere sottoposto a controlli, autorizzazioni e ostacoli. La libertà di circolazione viene infine collocata all’interno di una prospettiva politica più ampia. È una questione femminista perché garantisce alle donne e alle minoranze di genere la possibilità di spostarsi per cercare sicurezza o emancipazione. È una questione panafricanista perché può contribuire all’unità del continente e all’autonomia delle società africane. Ed è una questione decoloniale perché mette in discussione la gerarchia globale dei diritti alla mobilità ereditata dalla colonizzazione. Per i firmatari, dunque, muoversi non significa soltanto attraversare una frontiera. Significa poter costruire relazioni tra Paesi e popoli e riconoscere la ricchezza economica, sociale e culturale delle migrazioni. Il manifesto non presenta le persone in movimento soltanto come vittime di un sistema. Ricorda anche le pratiche attraverso cui ogni giorno viene esercitata la libertà di circolazione, nonostante le barriere: attraversare e oltrepassare le frontiere, costruire infrastrutture di solidarietà, creare reti transnazionali, condividere conoscenze ed esperienze e organizzarsi contro il regime migratorio razzista. È anche questa la funzione attribuita al «Village Migration» di Cotonou: mettere in comune esperienze e costruire una forza transnazionale capace di proseguire la lotta. Il manifesto si chiude con parole che condensano la sua denuncia e la sua rivendicazione: > «La nostra migrazione forzata non è la vostra invasione. Non siamo colpevoli > di voler sopravvivere; sono i vostri Stati e i loro governanti a essere > colpevoli di crimini contro l’umanità. Gli esseri umani non sono le vostre > monete di scambio, le vostre armi elettorali o le vostre merci.» E poi: > «I nostri corpi non sono le frontiere dell’Europa. > Le nostre vite non sono la moneta dell’Africa. > La nostra esistenza non è il nemico dell’America.» Fino all’ultima frase: > «Non permetteremo più al mondo di costruire le proprie frontiere sulle nostre > tombe.» > > Da Cotonou arriva così una presa di parola che non chiede semplicemente una > gestione diversa delle migrazioni. Mette in discussione il sistema stesso > attraverso cui le frontiere vengono costruite, esternalizzate e utilizzate per > decidere chi può muoversi e chi deve essere fermato. Perché, come affermano i firmatari, i loro corpi non sono le frontiere. 1. Il Manifesto di Cotonou è stato redatto e promosso da sopravvissuti e sopravvissute e sostenuto da 58 organizzazioni, movimenti e collettivi provenienti principalmente dall’Africa, ma anche dall’Europa, dagli Stati Uniti e da altri contesti. Tra i firmatari figurano Alarm Phone Sahara, Afrique-Europe Interact, Association Malienne des Expulsés, Migreurop, Refugees in Libya, WatchTheMed Alarm Phone, MV Louise Michel Project e numerose realtà impegnate sulle questioni della mobilità, delle frontiere e dei diritti ↩︎
In Benin si è riunita l’Africa che dice basta al liberismo e al neocolonialismo
Nonostante gli inizi travagliati, si è infine tenuta la diciassettesima edizione del Forum Sociale Mondiale, il tradizionale incontro tra i movimenti altermondialisti e le organizzazioni della società civile. Il Forum si è svolto a Cotonou, capitale del Benin, e rappresenta il sesto appuntamento di questo tipo organizzato in Africa. Nei giorni precedenti, diversi gruppi hanno organizzato carovane per raggiungere il Paese e partecipare all’evento; inizialmente bloccati dalle autorità beninesi, sono riusciti a raggiungere la sede degli incontri, a cui hanno preso parte migliaia di persone provenienti da più di cento Paesi. Al centro del Forum vi sono stati i temi della gestione delle risorse naturali, della sovranità alimentare, della giustizia climatica e della ricerca di alternative al modello economico dominante. Gli incontri del Forum Sociale Mondiale si sono tenuti presso l’Università di Abomey-Calavi, a Cotonou. L’apertura era prevista per il 4 agosto, ma l’avvio è stato rinviato tra le tensioni con le autorità beninesi: nei giorni precedenti all’inaugurazione, diversi movimenti, attivisti e organizzazioni della società civile hanno cercato di attraversare il confine per partecipare all’evento, ma alcuni sarebbero stati bloccati lungo il percorso e, in alcuni casi, espulsi dal Paese. Il giorno previsto per l’apertura, inoltre, le autorità beninesi hanno annullato senza preavviso la cerimonia inaugurale, sollevando dubbi sulla possibilità stessa di svolgere il Forum. Gli organizzatori hanno tuttavia ribadito sin da subito l’intenzione di portare avanti l’iniziativa e, dopo due giorni di ritardo, gli incontri sono infine iniziati. Il Forum si è infine svolto tra il 6 e il 9 agosto e ha visto la partecipazione di oltre 3.000 persone provenienti da 108 Paesi. L’incontro si è articolato in tavoli di lavoro, laboratori e dibattiti dedicati a diversi temi, con l’obiettivo di elaborare alternative all’attuale modello economico e politico globale. «Le alternative proposte al Forum sociale mondiale si oppongono a un processo di globalizzazione capitalista guidato da grandi multinazionali e da governi e istituzioni internazionali al servizio dei loro interessi», si legge nella pagina dedicata ai principi fondativi del Forum. «L’obiettivo è quello di instaurare, come nuova fase della storia mondiale, una globalizzazione basata sulla solidarietà che rispetti i diritti umani universali, i diritti di tutti i cittadini di tutte le nazioni e l’ambiente, una fase sostenuta da sistemi e istituzioni internazionali democratici al servizio della giustizia sociale, dell’uguaglianza e della sovranità dei popoli». Tra i principali temi di discussione vi sono stati la deriva repressiva globale, la crisi finanziaria e del debito e le difficoltà legate al cambiamento climatico. Centrale anche la questione della «Decolonizzazione e sovranità», alla quale sono stati dedicati oltre cento incontri: tra i temi affrontati, il controllo delle risorse naturali, la sovranità alimentare ed economica, la giustizia climatica e l’opposizione alle forme di dominio economico e politico esercitate dalle grandi potenze e dalle istituzioni internazionali. Diversi incontri si sono concentrati inoltre sui principali teatri di conflitto internazionale, primo fra tutti il genocidio a Gaza. The post In Benin si è riunita l’Africa che dice basta al liberismo e al neocolonialismo appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 16, 2026
L'INDIPENDENTE
Il mondo visto da Cotonou
IN AGOSTO, A COTONOU, BENIN, SI SVOLGE IL FORUM SOCIALE MONDIALE. SI ATTENDE LA PARTECIPAZIONE DI MOVIMENTI SOCIALI E POPOLARI DI TUTTO IL MONDO. IN VISTA DEL FORUM, LA CONVERGENZA GLOBALE DELLE LOTTE PER LA TERRA E L’ACQUA PROMUOVE (DAL 19 LUGLIO) LA CAROVANA DELL’AFRICA OCCIDENTALE. L’OBIETTIVO, DICONO I PROMOTORI, È RADICARE I MOVIMENTI LOCALI DI RESISTENZA ALL’INTERNO DI UN PROCESSO DI TRASFORMAZIONE CONTINENTALE. NEL PAESE OGGI NOTO PER IL MERCATO DANTOKPA DI COTONOU, UNO DEI PIÙ GRANDI AL MONDO CON I SUOI VENTI ETTARI E OLTRE 1 MILIONE DI VISITATORI AL GIORNO, DURANTE IL FORUM RISUONERÀ FORTE, MA NON TUTTI SANNO RICONOSCERLO E ASCOLTARLO IN PROFONDITÀ, IL GRIDO PROVENIENTE DALLA STORIA E DALLA DIGNITÀ DEGLI OPPRESSI: QUESTO ANGOLO DEL MONDO TRA IL XVII E IL XIX SECOLO È STATO UNO DEI PRINCIPALI CENTRI NEVRALGICI DELLA TRATTA TRANSATLANTICA DEGLI SCHIAVI GESTITA DALLE POTENZE EUROPEE. IL MONDO HA TANTO DA IMPARARE DAI MOVIMENTI AFRICANI SU COME RESISTERE -------------------------------------------------------------------------------- L’Africa con i suoi movimenti sociali e la società civile accoglie il ritorno del Forum Sociale Mondiale (FSM) in Benin. Questa 17ª edizione del Forum Sociale Mondiale nel continente non è né una coincidenza né una semplice questione di rotazione geografica: riflette una comprensione strategica delle dinamiche di lotta, resistenza e delle proposte alternative avanzate dalle comunità dell’Africa. L’Africa occidentale che ospita il FSM è una regione in cui le popolazioni, spesso confrontate con sfide come l’accaparramento delle terre, gli effetti del cambiamento climatico, lo sfruttamento delle risorse minerarie e l’estrazione di petrolio e gas, i conflitti armati e non armati e le riforme imposte dall’esterno, hanno trovato soluzioni radicate nel sapere delle popolazioni locali, nella solidarietà comunitaria e nella difesa del diritto collettivo alle risorse naturali. Il Benin è stato scelto per ospitare il Forum a nome di tutta l’Africa. Questo Paese si distingue per la sua gloriosa storia come territorio dell’ex Regno del Dahomey, culla delle Amazzoni e luogo di dolorosa memoria legata alla tratta degli schiavi, nonché per la sua vitalità contemporanea. Si trova inoltre al crocevia tra la spiritualità vudù e la cultura panafrican. Oggi rappresenta un luogo di ritorno e di riconnessione per le persone di origine africana che cercano giustizia storica e il recupero della propria identità. È il quinto FSM che sarà ospitato dal continente Africano dopo il Mali a Bamako nel 2006, a Nairobi in Kenya nel 2007, a Dakar in Senegal nel 2011 e a Tunisi in Tunisia nel 2013 e 2015. Questa scelta è stata resa possibile grazie alla Convergenza Globale delle Lotte per la Terra e l’Acqua – Africa Occidentale (CGLTE-OA), che ha svolto un ruolo catalizzatore in questo processo presentando la candidatura del continente al Consiglio Internazionale del Forum Sociale Mondiale. Tale candidatura è stata ulteriormente rafforzata dalla forte mobilitazione della società civile beninese, che ha lavorato a stretto contatto con piattaforme africane, reti internazionali e movimenti sociali in cinque continenti. L’impegno è stato inoltre riconosciuto dal governo beninese, che ha espresso la propria disponibilità a sostenere l’organizzazione dell’evento. Si attende la partecipazione di movimenti sociali e popolari di tutto il mondo, di organizzazioni della società civile, dei movimenti sindacali culturali. I movimenti sociali italiani, le associazioni, le ong e la società civile hanno sempre avuto un ruolo importante nello scambio e nella cooperazione con l’Africa. In questo è molto importante anche il confronto con il piano Mattei lanciato dal governo italiano a detta di molte ONG italiane e africane non sembra sia realmente un supporto alla vita e all’economia africana ma soprattutto un progetto finanziario imprenditoriale con poche reali ricadute sulla società civile Africana. La Convergenza Globale delle Lotte per la Terra e l’Acqua – Africa Occidentale (CGLE-OA) è impegnata nella mobilitazione comunitaria in difesa dei diritti delle comunità. Per la quinta volta consecutiva, organizza la Carovana dell’Africa Occidentale dal 19 luglio al 9 agosto 2026. Convinti che solo attraverso la mobilitazione dei diritti delle comunità su terra, acqua, sementi tradizionali e tutte le risorse naturali e i beni comuni queste lotte possano raggiungere risultati concreti, le organizzazioni, i movimenti e i difensori dei diritti umani mantengono vivo il loro spirito di lotta. Quest’anno, la Carovana mira a rafforzare le comunità africane nella loro lotta per un accesso equo e sostenibile alle risorse naturali, a garantire una partecipazione massiccia al Forum di Cotonou 2026 e a condividere le esperienze dei dieci anni di storia della Carovana dell’Africa Occidentale, un vero modello di mobilitazione popolare e di educazione civica e attivista. Questa quinta edizione comprende due assi: “L’asse del Sahel” (Mauritania, Guinea-Bissau, Gambia, Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger), che inizia in Senegal, passa per il Mali, il Burkina Faso e il Togo, e termina a Cotonou, in Benin; “L’asse costiero” (Guinea, Sierra Leone, Liberia, Costa d’Avorio, Ghana, Togo), che parte dalla Guinea, attraversa la Costa d’Avorio, il Ghana e il Togo, dove si unirà all’asse saheliano per viaggiare insieme verso Cotonou. La novità di questa edizione è che al suo arrivo si unirà la carovana dell’Africa Centrale (Gabon, Repubblica Centrafricana, RDC, Congo, Camerun, Ciad), che partirà dal Camerun per Cotonou via Nigeria. Queste due carovane di movimenti sociali saranno accolte dalla carovana nazionale del Benin. Con la partecipazione di delegazioni del Nord Africa, la Carovana dell’Africa Occidentale 2026 fa parte dello sforzo di mobilitazione sociale per il 17° Forum Sociale Mondiale, previsto in Benin, Africa, dal 4 all’8 agosto 2026 – da cui il nome “In cammino verso il FSM Cotonou 2026”. Questa edizione segna il 10° anniversario della Carovana dell’Africa Occidentale e ha un duplice scopo: radicare i movimenti di resistenza locali all’interno di un processo di trasformazione continentale e amplificare il loro impatto attraverso una presenza attiva al FSM Cotonou 2026, come forza trainante di questa edizione del Forum. Questa edizione mira quindi a continuare a rafforzare le lotte locali e le innovazioni guidate dai cittadini riguardo alle alternative alla pressione sulle risorse naturali da un lato e, dall’altro, a sostenere la creazione di ponti di dialogo tra autorità locali, comunità, ricercatori e decisori politici per sviluppare risposte locali e regionali adattate alle sfide del momento. -------------------------------------------------------------------------------- Informazioni www.fsm2026benin.org. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mondo visto da Cotonou proviene da Comune-info.
July 10, 2026
Comune-info
RADIO KALAKUTA 13/04/2026
Playlist: MANU BIBANGO-AFRICA BOOGIE KOFFI OTTYTANA BEBLI-DOKA VEWONYI DD-AGBEMENYAWO GEGROIRE LAWANI-HABE YTA JOURIAS-ADOME NYUETO TIDIANE KONE’ & ORCHESTRE POLYRITHMO -DJANFA MAGNI HONORE’ AVOLONTO & ORCHESTRE POLYRYTHMO-TI NIN LON PICOBY BAND D’ABOMEY-MI MA KPE DJI PIERRE ANTOINE-KALABULEY WOMAN THE SAHARA ALL STARS-TAKE YOUR SOUL TUNJI OYELANA-OLOTI WILLIAM ONYEABOR-BODY AND SOUL SGUN BUCKNOR-TOU KILLING ME THE MARTINS BROTHERS DANCE BAND-OCHONMA GASPAR LAWAL-AWON OJISE OLUWA TONY ALLEN & AFRICA 70-PROGRESS
April 17, 2026
Radio Blackout - Info
[radio africa] Radio Africa: Benin, Gibuti, Sudan
Benin: il Ministro dell'Economia e delle Finanze, Romuald Wadagni, candidato di maggioranza e grande favorito alle elezioni, è stato eletto presidente con il 94,05% dei voti. Romuald Wadagni succede a Patrice Talon, che si dimette dopo due mandati quinquennali, in conformità con la Costituzione. Durante il suo mandato, il Benin ha vissuto un boom economico, ma anche un aumento dell’insorgenza jihadista nel nord e una stretta sulle libertà civili. La maggioranza della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e la crescita economica non è stata accompagnata da una redistribuzione del reddito. Gibuti: Il presidente di Gibuti, Ismail Omar Guelleh, è stato rieletto, come prevedibile, con il 97,81% dei voti per un sesto mandato, dopo oltre 25 anni al potere, il capo dello Stato è stato riconfermato. Alla guida del Paese dal 1999, Guelleh ha saputo sfruttare con successo la sua posizione geografica strategica – affacciata sullo Stretto di Bab el-Mandeb, attraverso il quale transita gran parte degli scambi commerciali tra Asia e Occidente – in un Corno d'Africa altrimenti travagliato e teatro di lotte per l'influenza straniera. Sudan: il 15 aprile ricorre l’anniversario dell’inizio della guerra in Sudan che entra nel quarto anno, una guerra controrivoluzionaria, una guerra per il potere, una guerra che s’inserisce in un quadro regionale di instabilità crescente che alimenta il conflitto. Dopo tre anni lo scenario più probabile è quello di una guerra di logoramento senza vincitori, con la progressiva stabilizzazione di due entità parallele. Il conflitto sudanese è ormai strettamente intrecciato con le dinamiche geopolitiche del Mar Rosso e del Corno d’Africa, in questi tre anni la guerra ha provocato una catastrofe con un numero imprecisato di morti, tra i 150.000 e i 200.000, secondo le stime più accreditate. 
April 15, 2026
Radio Onda Rossa
Radio Africa: Benin, Guinea-Bissau, Sudan
Benin: cronaca di un golpe fallito. Il tentato golpe in Benin è stato sventato dall’intervento della Nigeria, che ha attivato il sistema di sostegno dell’Ecowas. Il presidente Talon rimane in sella, nonostante la sua riforma, approvata a novembre, che ha scontentato molti mentre i responsabili del golpe sono fuggiti, sembra in Togo. Il Benin è un nodo strategico del golfo di Guinea e i suoi porti sono fondamentali per i paesi del Sahel. Guinea-Bissau: lo strano golpe post elettorale. Il colpo di stato in Guinea Bissau rivela manovre politiche contro l’opposizione che rischiava di vincere le elezioni; il vero elefante nella stanza è il narcotraffico, che condiziona da anni la vita politica ed economica del paese. Sudan: guerra senza fine. Continuano i massacri in Sudan; nuove rivelazioni sulla strage di El Fasher, mentre si scoprono le ingerenze straniere nel conflitto, tra richieste di basi navali da parte della Russia e invio di armi alle RSF dagli Emirati Arabi Uniti.
December 10, 2025
Radio Onda Rossa