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Palestina libera. Il grido dell’umanità che Israele e Meloni vorrebbero zittire con la forza
L’ultimo caso è quello di Ali Mohammed Hassan che lavorava in uno degli store ufficiali delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026. Quando un gruppo di tifosi israeliani entrato nel negozio ostentando la loro bandiera si è avvicinato al bancone, lui ha detto: “Palestina libera”. Una tifosa israeliana che filmava […] L'articolo Palestina libera. Il grido dell’umanità che Israele e Meloni vorrebbero zittire con la forza su Contropiano.
February 16, 2026
Contropiano
Cagliari: 100 giorni di Presidio per la Palestina
Nato per dar seguito alle manifestazioni iniziate con la “Corsa dell’indignazione – Cant’ stay silent” di fine estate 2025 in solidarietà con la Sumud Flotilla, il “Presidio Permanente Piazza della Indignazione”, che si tiene ogni giorno in piazza Yenne a Cagliari, ha compiuto stasera il traguardo dei 100 giorni. Per non dimenticare il genocidio della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza, le uccisioni continue in Cisgiordania con l’occupazione di territori, la devastazione degli oliveti da parte di coloni israeliani. L’adesione mondiale alla Sumud Flotilla, le cui imbarcazioni sono state abbordate e  gli equipaggi catturati in acque internazionali dall’IDF, si è espressa con manifestazioni molto partecipate in tutte le parti del mondo con milioni di persone scese in piazza per gridare STOP AL GENOCIDIO e Palestina Libera! Questo evento su scala internazionale ha di certo costretto Israele ad accettare una tregua, per consentire il rilascio degli ostaggi israeliani, dei prigionieri palestinesi e l’ingresso degli aiuti umanitari per la popolazione di Gaza, ridotta a vivere sotto le tende nel proprio territorio totalmente devastato dai bombardamenti israeliani. Una tregua di pace di facciata, visto che dal giorno della firma della tregua i palestinesi uccisi nella Striscia sono più di 500, tra i quali molti bambini, senza contare le persone morte di fame e di freddo, per mancanza di cure e di medicinali. Il presidio per la Palestina a Cagliari ha esercitato il dovere della memoria: con la lettura dei nomi dei bambini e delle bambine uccise, ricordando lo stillicidio quotidiano di vite innocenti. Il presidio è stato anche il luogo in cui si sono concluse alcune manifestazioni cittadine in solidarietà con la Palestina. Il 100° giorno è stato celebrato con due momenti distinti: un flash-mob davanti all’ingresso della biglietteria dell’Auditorium del Conservatorio “Giovanni Pierluigi da Palestrina” di Cagliari in occasione dell’evento delle ore 18:00: “Sigfrido Ranucci. Diario di un trapezista”. E il presidio solito nella piazza Yenne. Le persone del presidio, nel piazzale del Conservatorio, in silenzio con una maschera bianca sul volto e con cartelli appesi al collo, hanno testimoniato la solidarietà con il popolo palestinese, facendo presenti alle diverse centinaia di persone convenute per lo spettacolo le migliaia e migliaia di persone uccise a Gaza nel silenzio del mondo, con la complicità dei governi occidentali con il governo d’Israele. Molte persone hanno osservato e apprezzato questo gesto collettivo. Foto di gruppo con Sigfrido Ranucci (Foto Presidio Permanente Piazza della Indignazione) Quando ormai il flash-mob era terminato e ci si preparava ad abbandonare il piazzale, si è avvicinato al gruppo Sigfrido Ranucci, già pronto per entrare in scena. Ha voluto salutare ciascuno stringendo la mano alle persone del presidio ancora presenti. Un gesto inaspettato, ma che è stato molto apprezzato. Una foto di gruppo resterà a memoria di questo 100° giorno di presidio per la Palestina. Il Presidio è continuato durante la serata in piazza Yenne.       Pierpaolo Loi
February 7, 2026
Pressenza
300 pagine dell’ordinanza-Hannoun: “ma davvero la legge è uguale per tutte e tutti?”
Dopo aver letto tutte le 300 pagine dell’ordinanza con la quale è stata applicata la misura cautelare della custodia in carcere a Mohammad Hannoun e ad altri indagati, mi sono chiesto da avvocato e militante politico: ma davvero la legge è uguale per tutte e tutti? Purtroppo, anche in questo caso, devo rispondermi amaramente di NO! Lo scrivo perché gran parte dell’impianto accusatorio su cui si fonda l’ordinanza tanto sbandierata dal governo italiano, è rappresentata da documenti acquisiti dall’esercito israeliano durante operazioni militari, da relazioni dei servizi israeliani e da informative provenienti sempre dalle autorità israeliane. Chiarisco subito che la mia non è un’opinione, ma che faccio fedelmente riferimento a quanto testualmente scritto nell’ordinanza, a partire da pagina dieci, in punto di valutazione degli elementi d’indagine acquisiti e riportati nella richiesta di applicazione della misura cautelare da parte dell’Ufficio della Procura. Per essere più chiaro e semplice possibile, specifico che è stata considerata una ricostruzione dei fatti pienamente attendibile quella contenuta nella documentazione inviata da Israele per trasmetterci gli esiti di indagini condotte, senza alcuna garanzia procedimentale, da parte di un apparato repressivo che non risponde a nessuno dei requisiti in termini di garanzie democratiche richiesti dal nostro ordinamento, e che negli anni ha detenuto illegalmente centinaia di persone innocenti, che ha montato centinaia di falsi processi, che ha utilizzato lo strumento degli omicidi mirati fuori dai suoi confini nazionali e che ha estorto con la tortura centinaia di false testimonianze. Sostanzialmente, è stato permesso agli organi repressivi di uno stato genocida di svolgere un’indagine per conto del nostro paese, a cui è stato commissionata di fatto l’esecuzione di un’ordinanza cautelare. Non mi soffermo ulteriormente sulle argomentazioni, che non condivido assolutamente, utilizzate per giustificare ai sensi dell’art. 234 c.p.p. che regola l’acquisizione di documenti nel corso di un procedimento penale, l’acritico utilizzo di un impianto accusatorio integralmente formato all’estero come se fosse una semplice documentazione, per non tediare chi mi legge con poco comprensibili tecnicismi e perché auguro ai miei colleghi di smontare quelli che per me sono veri e propri strafalcioni giuridici . Aggiungo però alle mie considerazioni che nell’ordinanza non viene mai fornita la benché minima prova dell’utilizzo di fondi raccolti in Italia per operazioni belliche o di terrorismo, perché probabilmente non è mai accaduto, ma soprattutto perché gli indagati non vengono arrestati per questo.   > IL TEOREMA ACCUSATORIO COMMISSIONATO DA ISRAELE È INFATTI BEN PIÙ > SCONCERTANTE! > >   Come incredibilmente ammesso testualmente nell’ordinanza, viene considerata attività di fiancheggiamento a un’associazione terroristica qualsiasi azione di sostegno o aiuto per la popolazione palestinese che passi da realtà associative che, secondo le relazioni dei servizi segreti israeliani, a Gaza sono riconducibili ad Hamas o che si presume siano vicine o abbiano semplicemente avuto relazioni con Hamas. Pensate che per la prospettazione accusatoria fatta propria nell’ordinanza, anche il sostegno agli orfani diventa sostegno a un’associazione terroristica se fatto tramite un’associazione umanitaria che secondo le autorità israeliane a Gaza ha relazioni con Hamas. In sintesi, coltivo il profondo timore che il grande sostegno popolare, sollevatosi in tutto il mondo, dinnanzi alle atrocità subite dal popolo palestinese, sia ormai bersaglio di criminalizzazione e che anche fare parte di un’associazione pacifica – guardate cosa accade in Gran Bretagna con centinaia di arresti alle manifestazioni e con i sostenitori di Palestine Action rinchiusi in carcere e in sciopero della fame – possa un giorno diventare una scelta rischiosa. Non mi nascondo e voglio dire chiaramente che considero l’ordinanza che ho letto un atto incompatibile con le nostre garanzie costituzionali, contro il quale i primi a protestare dovrebbero essere i sinceri democratici o i liberali garantisti che difendono i principi e i diritti universalmente riconosciuti. Evidentemente, però, questo accade solo per noi occidentali perché, se a subire sono gli altri popoli, un governo criminale e sanguinario che massacra donne e bambini riceve tutti gli onori e le protezioni internazionali da parte della grande maggioranza delle principali potenze mondiali. Io non sottoscriverei mai tutto quello che ho ascoltato e letto da Mohammad Hannoun, molte delle sue opinioni non le condivido, ma è proprio vero che la legge non è un uguale per tutti! si veda, ad esempio, il caso-inglese, per antonomasia la patria del sistema dell’alternanza, ma per effetto del quale meccanismo elettorale – il tanto decantato sistema maggioritario puro a collegi bloccati -, ha dato vita a lunghi periodi   una sorta di “democrazia bloccata sul polo conservatore, pur registrandosi una maggioranza reale di orientamento laburista. Tra l’altro proprio il caso-inglese esplicita in modo inequivocabile che la questione della “governabilità” non può essere direttamente connessa con la risoluzione formale della crisi dei sistemi economico-istituzionali delle democrazie occidentali: Inghilterra è stato il paese europeo che ha goduto di un lungo periodo stabilità; l’era thatcheriana si è contraddistinta per l’aver assicu-rato ai sudditi della Corona la governabilità del Paese. Eppure, nonostante la governabilità, il sistema economico inglese è, forse quello che nell’ambito comunitario soffre più di ogni altro della crisi in atto, più di quello italiano stesso”.   Redazione Italia
December 30, 2025
Pressenza
Gridare “Palestina libera” non è reato
La sentenza respinge il licenziamento della maschera alla Scala e obbliga al risarcimento delle mensilità non retribuite dal 4 maggio e dimostra quanto fosse fondata la nostra tesi di un provvedimento sproporzionato e di natura politica, non disciplinare. I giudici ci hanno dato ragione e lo hanno respinto. Ora Sala (presidente del CDA scaligero), Ortombina (sovrintendente che ha firmato il provvedimento)  e Amoruso (direttore del personale) dovrebbero offrire alla maschera licenziata un nuovo contratto, dato che il suo è scaduto a settembre. La vicenda ha fatto scalpore prodotto danni d’immagine enormi per il disastroso  tentativo di mettere a tacere il dissenso contro  la complicità del governo Meloni verso Israele nel genocidio dei palestinesi. Il tentativo –  della serie colpirne  uno per educarne cento – da parte della direzione è fallito nel peggiore dei modi davanti alla corte del Tribunale del Lavoro, che ha obbligato la fondazione a risarcire le mensilità non lavorate. Ora permettere di concludere  il suo ciclo di studi e continuare fino a quel giorno ad avere un contratto da maschera per noi sarebbe  il minimo sindacale da offrirle per chiudere il sipario su questa vicenda che ha fatto vergognare lavoratori,  pubblico e cittadini milanesi . Roberto  Ambrosio, Cub info e spettacolo Redazione Milano
November 29, 2025
Pressenza
No al genocidio, no all’ecocidio
Il 14 e il 15 novembre in tutto il Paese e in tanti luoghi del mondo (in concomitanza con l’assemblea COP30 che si svolge in Brasile, dove per l’ennesima volta verranno spese parole in favore del clima, che poi si tradurranno in scelte contrarie a ciò che bisognerebbe fare) le persone, i movimenti sociali, le associazioni, scenderanno nelle piazze e nelle strade per dire basta alle politiche di guerra e di devastazione ambientale, di riarmo e di arricchimento dei padroni dell’energia, di distruzione di vite e territori e rapina irreversibile delle risorse della Terra. La contesa feroce per le fonti energetiche fossili favorisce e prepara le guerre, le schiavitù e le ingiustizie; le spese per gli armamenti e i conflitti armati inquinano e desertificano irrimediabilmente vaste aeree, peggiorano drammaticamente la crisi climatica, la qualità dell’aria e delle acque, sottraggono cibo, salute, biodiversità ed equilibri naturali. La democrazia, la libertà di pensiero e di dissenso sono le vittime inevitabili della militarizzazione e delle politiche securitarie. Proponiamo a tutte le persone e i gruppi che lavorano per la giustizia e per la Pace, che stanno portando avanti le mobilitazioni per la Palestina, che contrastano il razzismo e le discriminazioni, di trovarsi insieme a noi e al mondo della giustizia climatica e ambientale VENERDI 14 NOVEMBRE alle 17,30 a Ravenna, in Piazza Andrea Costa per dire basta a chi nega il futuro e agire insieme per costruire un diverso modello di società. Coordinamento ravennate Per il Clima – Fuori dal Fossile Hanno fino ad ora aderito: FemminileMaschilePlurale, Casa delle Donne, Associazione Amiche e Amici Biblioteca Libertaria Armando Borghi, Donne in Nero, Campagna BDS, La Via Maestra-insieme per la Pace-insieme per la Costituzione, Legambiente Circolo Matelda – Ravenna, Sanitari per Gaza – Ravenna, Comitato per il Ritiro di ogni Autonomia Differenziata – Ravenna, Centro Sociale il Portoncino, LaborUP- Ravenna, Multipopolare Ravenna, Associazione Ambiente e Territorio, Partito della Rifondazione Comunista Federazione di Ravenna, Alleanza Verdi Sinistra, Movimento % Stelle, Ravenna in Comune, Potere al Popolo – Ravenna; inoltre le adesioni personali di Marisa Iannucci (docente), Marco Martinelli (drammaturgo), Andrea Maestri (avvocato e attivista per i diritti umani), Maria Paola Patuelli (docente), Matteo Valtancoli (Docente) Per informazioni e adesioni scrivere a: fuoridalfossile.coordravenna@gmail.com Redazione Romagna
November 3, 2025
Pressenza
Intervista a Ètienne Balibar: la soluzione politica dei due stati porrà fine alla guerra?
Proponiamo ai lettori di Presenza un’estratto dell’intervista del filosofo francese (integralmente leggibile in originale su blogs.mediapart.fr), pubblicata in versione ridotta sul blogmagazine NoteBlock. In particolare vogliamo rilanciare la risposta sul punto di domanda, di cui abbiamo già anticipato nel nostro titolo. Nello specifico a Balibar viene chiesto se ritiene ancora praticabile l’ipotesi dei “due stati” come soluzione del conflitto in Palestina. La questione è di straordinaria attualità alla luce dei recenti accordi posti in essere in quel di Sharm el Sheikh _ _____________________ No, non ho mai menzionato questa “soluzione”. O più precisamente, seguendo le orme di Edward Said, ho sempre sostenuto che l’alternativa della “soluzione dei due Stati” e della “soluzione dello Stato unico”, indipendentemente dalle fluttuazioni di significato che ciascuna di queste due espressioni comporta, è un’alternativa astratta, burocratica e mistificante. Il punto di vista da cui si deve adottare una “soluzione” di qualsiasi tipo si trova al di sotto di questa alternativa; è il principio di uguaglianza delle voci in materia, nonché dei diritti storici, o meglio, del diritto di esistere. Uguaglianza o niente.  Due popoli su una sola terra, uno dei quali schiaccia e distrugge l’altro, e l’altro dei quali può solo desiderare di sbarazzarsi del suo oppressore, tali sono i fatti dell’equazione storica che una “politica” (o cosmopolitica) da inventare, formulare, accettare dai suoi stessi attori e imporre al mondo deve risolvere. Questa è anche la conclusione di Rachid Khalidi (il cui libro, a dire il vero, è stato scritto prima del 7 ottobre 2023): ” forse tali cambiamenti [nella geopolitica globale e nella natura dei regimi politici locali] consentiranno ai palestinesi, insieme agli israeliani e ad altri in tutto il mondo che desiderano pace, stabilità e giustizia in Palestina, di tracciare una traiettoria diversa da quella dell’oppressione di un popolo da parte di un altro. Solo un percorso basato sull’uguaglianza e sulla giustizia è in grado di concludere la guerra centenaria in Palestina con una pace duratura, che porti con sé la liberazione che il popolo palestinese merita “. Il progetto attuale, nel quadro più generale del piano di annessione della Palestina, suggerisce un’altra riflessione: si tratta dell’incorporazione di una tendenza costitutiva dell’insediamento israeliano (favorito dal sionismo come ideologia dei “pionieri”) nel programma di artificializzazione del mondo che caratterizza ormai il modo di produzione capitalistico. Chiunque abbia viaggiato in Israele non può non essere colpito dal fatto che il “ritorno” a una terra dichiarata ancestrale (da cui gli ebrei sarebbero stati “esiliati”, non in un esilio metaforico o spirituale, ma in uno storico e materiale) non può realizzarsi che nella forma di una purificazione del territorio da tutto ciò che riflette la sua storia millenaria, inscrivendo nel paesaggio e nell’architettura delle città i segni della civiltà arabo-musulmana (e incidentalmente romana, cristiana, ottomana): occorre sostituirla con un ambiente “moderno” (non tanto “ebraico” del resto, perché una tale cultura in quanto tale non esiste, o potrebbe solo rimandare alla tradizione dei “ghetti” che è oggetto di sprezzante repressione) concepito e realizzato ex nihilo . Il sionismo “reale” (quello che si attua praticamente nella creazione della nazione israeliana e del suo territorio) è così poco sicuro, in realtà, del legame essenziale che mantiene con la terra di Palestina, che deve distruggere sistematicamente tutto ciò che porta e che ha in qualche modo generato, per impiantarvi i segni ostentati di una proprietà fittizia. Questa tendenza assume forme particolarmente brutali nella costruzione di colonie fortificate e strade riservate che attraversano la Cisgiordania. A Gaza, dove si combinano etnocidio, storicidio e domicide o urbicidio, si raggiunge lo stadio ultimo in cui anche la traccia delle tracce deve scomparire. Dopo gli edifici, le università e le moschee, i cimiteri vengono rasi al suolo sotto l’azione di bombe da 1.000 chili e giganteschi bulldozer. Ma a questo punto, la tendenza storica del sionismo si inserisce direttamente nel programma del capitalismo postindustriale (che altrove ho chiamato capitalismo assoluto): un capitalismo finanziario estrattivista che sfrutta le risorse della tecnologia rivoluzionata dall’Intelligenza Artificiale e dall’uso di materiali sintetici per deterritorializzare completamente l’habitat umano, “inventando” città del futuro slegate da alcun passato, in cui il comportamento degli individui è interamente governato dalla circolazione del denaro, dal telelavoro e dal consumo precondizionato. Naturalmente, ogni guerra, ogni massacro, ogni sterminio ha le sue cause specifiche, che affondano le radici in una storia singolare (e in particolare in una specifica figura di costruzione nazionale o coloniale, e nella resistenza che essa suscita, come vediamo in Ucraina così come in Palestina). Non deriva semplicemente dal fatto che gli armamenti accumulati su entrambi i lati di un confine (o di un super-confine) abbiano raggiunto la “massa critica”. Richiede materiale ideologico infiammabile e una situazione di impasse o squilibrio politico che spinga il “sovrano” (cioè lo Stato) a ricorrere ad “altri mezzi” (come la Russia per preservare il suo impero dopo il crollo del sistema sovietico). Ma questa sovradeterminazione non cancella l’effetto generale della tendenza alla militarizzazione delle economie e delle società che costituisce l’imperialismo. Anzi, la intensifica in momenti e momenti specifici. Accelera la formazione di quelli che vorrei chiamare “stati banditi” (come un tempo si parlava di stati canaglia ), sia produttori di armi che istigatori del loro uso massiccio. La loro caratteristica, tuttavia, è che, lungi dal trovarsi “outsider” rispetto alla società (internazionale) di altri stati, sono piuttosto assiduamente ricercati come partner e fornitori. Israele è chiaramente uno di questi (simmetrico alla Corea del Nord dall’altra parte del mondo?). D’altro canto, le nuove coalizioni di interessi caratteristiche dell’equilibrio di potere e della distribuzione dei “campi” nell’attuale spazio imperialista non coincidono più con le tradizionali geografie di demarcazione tra Occidente e Oriente. La più significativa è la strategia delineata a partire dagli “Accordi di Abramo” (2020), a cui l’Arabia Saudita stava chiaramente considerando di aderire alla vigilia del 7 ottobre 2023. Si tratta (o si trattava) di costituire una triplice alleanza in cui l’Europa non svolge più alcun ruolo fondamentale, ma i cui pilastri sarebbero la potenza militare americana, la finanza degli stati petroliferi del Golfo e la tecnologia israeliana, strettamente intrecciate tra loro. Questo è ciò che mi porta a proporre – in modo ipotetico e interrogativo – sia che l’Occidente cessi di coincidere con lo spazio dell’«uomo bianco occidentale», sia che Israele sia passato dallo status di protetto a quello di perno. In definitiva, si potrebbe dire: non è più l’Occidente che sostiene Israele, è Israele che detiene l’Occidente. Non credo nell’emergere di una “internazionale fascista”, almeno nel senso forte del termine, che presupporrebbe un piano per governare il mondo, un coordinamento di movimenti e leadership politiche nazionali. I rudimenti di tale coordinamento esistono, è vero (ad esempio, quando Putin sovvenziona l’estrema destra in Europa, o quando l’amministrazione Trump sostiene l’AfD in Germania, o cerca di impedire al Brasile di processare Bolsonaro per il suo tentativo di ribaltare le elezioni, simile al suo), ma sono incompatibili tra loro e ostacolati dall’effetto dei conflitti inter-imperialisti. Ciò che ha reso possibile la formazione di un’internazionale fascista negli anni ’20 e ’40 è stato il fatto che esisteva… un’internazionale comunista, di cui voleva essere l’antagonista, una rivoluzione di cui organizzava la controrivoluzione. Oggi non esiste un equivalente di questa configurazione “amico-nemico”. La rivendicazione del “nome ebraico” (come dice Milner, condensando in questa espressione di aver inventato il riferimento al patronimico con il segno dell’esistenza di una tradizione trasmessa dalle generazioni del “popolo ebraico”) mi sembra avere oggi una funzione strategica, non nel senso di una piccola operazione di divisione tra “campi” all’interno dell’ebraismo (qualunque estensione si dia a questa appartenenza), ma nel senso di una presa di posizione storicarispetto all’uso che una specifica politica (e istituzione) statale fa del nome ebraico . Si tratta dunque di un’operazione performativa, che non ha alcun significato in assoluto, ma solo nelle sue modalità e nel suo contesto. Il gesto ai miei occhi ammirevole a cui farò qui riferimento (tutto sommato) è quello dell’ex Presidente della Knesset, Avram Burg, che ha appena chiesto ufficialmente all’ amministrazione israeliana di togliergli la qualifica di “ebreo”, poiché questa è diventata in Israele (in virtù della decisione costituzionale votata nel 2018) un segno di appartenenza al “popolo dei padroni”, che lo distingue dai suoi sudditi e lo protegge da un destino simile al loro. Avram Burg, vivendo e parlando in Israele, non vuole essere considerato ebreo in tempi di genocidio, genocidio legittimato dalla “difesa del popolo ebraico”. Vivendo e parlando fuori da Israele , ma nel contesto del dibattito sul valore e la funzione del sionismo da cui dipende essenzialmente il nostro futuro politico, mi dichiaro “ebreo” in solidarietà con tutti gli ebrei del mondo che si oppongono al colonialismo israeliano protestando contro la sua appropriazione della rappresentanza degli ebrei in generale, e per contribuire con i mezzi a mia disposizione a mostrare l’importanza e la dignità della loro lotta. Allo stesso tempo, tengo molto a specificare che questa proclamazione si riferisce a un’ebraismo simbolico e non a un ebraismo religioso o comunitario (con il quale non ho alcun legame). E sottolineo che questa “appartenenza” simbolica è non esclusiva (in relazione a ogni sorta di altre, eventualmente “contrarie”), il che è, del resto, un buon criterio per distinguere tra “ebraicità” ed “ebraismo”. Preferisco quindi definirmi “ebreo” piuttosto che dire di essere “ebreo”. E preferisco dire che è una questione di appellativo piuttosto che di essere (proprio come Avram Burg, per le stesse ragioni storiche ma da un’altra prospettiva politico-culturale, rivendica l’appellativo di “non ebreo” senza cessare di essere chi era). Infine, salendo di un altro gradino nell’ordine delle rivendicazioni simboliche, mi definisco “ebreo” perché mi turba l’idea che i significati morali e perfino religiosi, e di conseguenza filosofici, portati nel corso della storia dall’ebraismo – dalle parole dei profeti d’Israele al discorso di quei rinnegati o eretici che hanno nutrito la mia formazione intellettuale (Montaigne, Spinoza, Marx, Rosa Luxemburg, Freud, Kafka, Benjamin, Arendt, Simone Weil, Derrida che è stato il mio maestro) – possano ormai essere associati, per lungo tempo e persino per sempre, non più alla resistenza alla persecuzione e alla ricerca dell’autonomia intellettuale, all’imperativo della morale e della giustizia e alla discussione dei suoi mezzi (compresa la rivoluzione), ma all’oppressione e allo sterminio di un altro popolo sotto l’invocazione di questo “nome”. Penso che l’onore del nome ebraico debba essere difeso da questa infamia, e che si debba esprimere una rivolta. Essa ha una portata universale, come l’ebraismo stesso, ma deve essere espressa in tutta la sua forza parlando in prima persona , perché è una convinzione interiore e una sfida rivolta agli altri. TRADUZIONE DI MICHELE AMBROGIO   Redazione Italia
October 13, 2025
Pressenza
Esondare, intervento di Sandro Mezzadra sui negoziati in corso a Sharm el-Sheikh
Pubblichiamo l’interessante contributo di Sandro Mezzadra – professore ordinario di Filosofia politica – con il quale, partendo dalle ‘quattro giornate internazionali ’ pro-Flotilla contro il genocidio, il docente dell’Università di Bologna prefigura per le sorti del  popolo palestinese il probabile scenario politico che, in quel di Sharm el-Sheikh, si starebbe determinando: in base alle attuali condizioni israelo-americane imposte, delineate nel piano di pacificazione trumpiana, quell’autodeterminazione – da oltre sessanta anni agognata nei territori palestinesi (definiti tali secondo le risoluzioni ONU deliberate) e per cui intere generazioni si sono legittimamente battute in opposizione all’occupazione sionista – rischierebbe seriamente oggi di essere del tutto cancellata dal novero delle possibilità[accì]   Esondazione, rottura degli argini: queste espressioni, che nel loro significato letterale annunciano distruzione, ben si prestano a catturare quello che abbiamo vissuto nelle quattro memorabili giornate di mobilitazione permanente dal momento in cui la Global Sumud Flotilla è stata bloccata in acque internazionali dalla marina militare di uno Stato genocida. Gioia e rabbia si sono combinate in proporzioni variabili in tutto il Paese, mentre una nuova composizione sociale prendeva le strade, bloccava porti, stazioni, autostrade. Una soglia è stata varcata, mentre l’Italia è tornata a dettare il ritmo della mobilitazione in Europa – da Berlino ad Amsterdam, da Madrid a Lisbona. “Volevamo liberare la Palestina”, si è letto su un cartello a Roma, “la Palestina ha liberato noi”. È certo che in questi giorni una moltitudine di ragazzi e ragazze, di donne e uomini ha visto nel genocidio di Gaza l’immagine riflessa dell’ingiustizia che in modi diversi domina il mondo in cui viviamo – e nella liberazione della Palestina il nuovo orizzonte di una lotta più generale, da articolare in ogni luogo in cui si vive, si lavora e si soffre. È una prima indicazione su come proseguire nei prossimi giorni la mobilitazione: occorre dare una prospettiva di distensione temporale al movimento di questi giorni, e questo è possibile soltanto coniugando la solidarietà con Gaza con un più generale radicamento nel quotidiano dell’iniziativa politica. E però non dimentichiamo che Gaza e la Palestina, pur nel loro potente farsi “globali”, continuano a essere luoghi ben precisi, in cui il genocidio non si ferma e la devastazione supera in intensità quella determinata da qualsiasi fiume sia mai esondato nella storia. Si calcola che, se ogni giorno uscissero da Gaza cento camion, le macerie non verrebbero sgombrate prima del 2050: tale è la violenza dell’urbicidio, della distruzione sistematica non solo delle vite ma anche delle condizioni che rendono possibile la riproduzione della vita. Chi parla di “pace”, riferendosi al “piano Trump”, ha forse in mente le parole di Tacito: hanno fatto il deserto e lo chiamano pace. Nel momento in cui Hamas accetta lo scambio di ostaggi e prigionieri e pare che si riaprano i negoziati, è bene comunque chiarire che cosa è il “piano Trump”. L’indeterminatezza lo caratterizza a pieno vantaggio di Israele, su punti cruciali come il ritiro dell’esercito e il “disarmo di Hamas”. Le operazioni militari delle IDF possono riprendere in ogni momento (e infatti, subito dopo l’invito di Trump a sospenderle, sono continuati i bombardamenti aerei e di artiglieria e almeno undici palestinesi sono stati uccisi al momento in cui scrivo). Nulla si dice poi, nel piano, sulla Cisgiordania, dove la penetrazione dei coloni ha da tempo spezzato l’unità del territorio spingendo la popolazione palestinese in aree accerchiate che prefigurano veri e propri bantustan secondo la logica dell’apartheid. L’autodeterminazione palestinese viene così efficacemente cancellata dal novero delle possibilità. L’impronta coloniale del “piano Trump” è del resto cristallina, con la riproposizione della logica del “mandato” che istituì nel 1920 il controllo britannico sulla Palestina. Riproposizione, sì, ma anche aggiornamento: il “comitato tecnocratico e apolitico palestinese” a cui si intende assegnare “la gestione quotidiana dei servizi pubblici e delle municipalità per il popolo di Gaza” dovrebbe operare sotto “la vigilanza e la supervisione” di un Board of Peace, presieduto dallo stesso Trump e con il coordinamento esecutivo di Tony Blair. Di quest’ultimo ricordiamo le certificate menzogne per giustificare la guerra in Iraq, ma anche l’attivismo degli ultimi anni come consulente di diversi governi del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti). Ed è proprio il modello del Golfo che il “piano Trump” sembra prospettare per Gaza, una “zona economica speciale” con copiosi investimenti di capitali provenienti da quell’area e non solo. Non mancano gli ostacoli a questo piano (che prevederebbe tra l’altro la normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita). Qui mi limito a mettere in evidenza la pretesa di “risolvere” il conflitto israelo-palestinese con una logica puramente di business, attraverso la semplice negazione dell’esistenza di una “questione palestinese” e la proposta per i gazawi – fatta eccezione per i pochi “tecnocrati” – dell’alternativa tra condizione servile ed esilio. Intervistato da Al Jazeera, Norman Finkelstein ha ricordato che fin dai tempi di Jimmy Carter quasi ogni Presidente statunitense ha presentato un piano per “la pace in Medio Oriente”: quello di Trump è il primo che non cita nessuna risoluzione delle Nazioni Unite, nessun accordo internazionale, muovendosi appunto in modo esclusivo sul piano del business – del movimento e della valorizzazione del capitale. Si può vedere in questo un momento della più generale congiuntura di guerra in cui stiamo vivendo, dove la riorganizzazione degli spazi economici è una posta in gioco cruciale. Ma per quel che riguarda il movimento che ha dato vita alle quattro memorabili giornate appena trascorse, i compiti dovrebbero essere piuttosto chiari, anche se tutt’altro che facili da tradurre in pratica: la lotta contro il genocidio, per la Palestina libera, deve approfondirsi e andare al di là delle grandi manifestazioni che restano comunque necessarie. Mentre il cessate il fuoco è un obiettivo che deve essere perseguito con ogni mezzo necessario, sabotare il “piano Trump” e aprire una prospettiva di vera pace significa denunciare e boicottare le mille forme di complicità con la macchina di morte di Israele che esistono in Italia e in Europa. È un appello all’intelligenza collettiva, al lavoro di inchiesta e alla capacità di intervenire in modi efficaci. Pur travolti dall’esondazione del movimento la scorsa settimana, siamo consapevoli della disparità delle forze in campo, tanto a livello interno quanto a livello internazionale; conosciamo le difficoltà che sempre si incontrano quando l’esplosione di un movimento di massa deve essere tradotta in una forza politica capace di durare nel tempo; e sappiamo bene soprattutto che la partita non si gioca certo soltanto sul piano italiano. Ma quel che è successo qui – tra l’altro, due scioperi generali politici in dieci giorni – può certo funzionare come indicazione generale, in Europa come altrove. Se il movimento continuerà a esondare, uscendo dai confini nazionali, anche la disparità delle forze comincerà a essere messa in discussione.   Redazione Palermo
October 7, 2025
Pressenza
Si è si ripetuta a Cagliari la manifestazione Can’t stay silent, la corsa dell’indignazione per dire Stop al genocidio
Ieri, 19 settembre 2025, si è si ripetuta a Cagliari la manifestazione Can’t stay silent, “La corsa dell’indignazione”. «Con poco preavviso – diceva il comunicato stampa del 17 settembre – perché non c’è più tempo: Israele accelera la devastazione per “finire il lavoro”». La convocazione a scendere in piazza questa volta è stata diramata dal Comitato “Can’t stay silent”, dal Comitato sardo di solidarietà con la Palestina e dall’Associazione Amicizia Sardegna Palestina. Una manifestazione davvero imponente che ha visto circa 10 mila persone, tra cui molti/e giovani, famiglie con bambini/e, partecipare al corteo per dire ancora una volta “Stop al genocidio!” del popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania. Perché di questo si tratta: quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza sotto gli occhi di tutte le nazioni e che la Commissione indipendente dell’Onu ha dichiarato essere  un genocidio in atto. Parola questa che gran parte degli intellettuali italiani non vuole usare, ma che descrive la realtà che sotto gli occhi di tutti: uccisioni di decine di migliaia di civili sotto i bombardamenti, procurata carestia sull’intera Striscia, morti per fame, a causa di mancanza di medicinali, sfollamento forzato di 450 mila persone da Gaza city. E non solo genocidio, ma ecocidio e archeocidio con la distruzione totale non solo delle abitazioni, di scuole, ospedali, moschee, ma anche delle vestigie del passato, della storia millenaria di Gaza. Le persone si sono radunate in Via Roma davanti al Palazzo del Consiglio Regionale, da cui è partito il corteo intorno alle 19:00 che ha percorso tutta la strada fino al congiungimento di Viale Trieste, da cui ha raggiunto il Corso Vittorio Emanuele fino a Piazza Yenne,  e salendo per Via Manno ha confluito in Piazza Costituzione.  Una manifestazione composta, ma partecipata con slogan ripetuti e anche cantati per la presenza nel corteo del gruppo musicale “La banda sbandati”: Free free Palestine!, Palestina libera!, Gaza libera!, Siamo tutti/e palestinesi! A ripetere gli slogan con tutta la voce in gola anche bambini e bambine. Non siamo ancora diventati ciechi per non vedere, né sordi per non ascoltare il dolore di famiglie martoriate, di bambini e bambine strappati alla vita, resi invalidi e orfani per sempre, né muti per non gridare “Stop al massacro!”. Piazza Costituzione, scalinate del Bastione di Saint Rémy – Foto di Pierpaolo Loi Arrivati in piazza Costituzione, sulle scalinate del Bastione di Saint Rémy, si sono succeduti gli interventi conclusivi. Ecco il testo del breve ma accorato intervento di Vania Erby, portavoce del Comitato Can’t stay silent: «Ringrazio anche oggi tutti voi per essere qui al fianco dei fratelli palestinesi. Abbiamo scelto le parole “non c’è più tempo” perché sotto i nostri occhi si sta consumando una tragedia che sta buttando l’intera umanità in un baratro senza fine. Non credo che il mondo potrà più essere lo stesso dopo queste atroci barbarie. Abbiamo capito che chi ci governa non ci vuole ascoltare, ma vuole continuare a perseguire logiche di guerra e di profitto.  Il mondo, quello che pulsa, quello che ancora ha un’anima, noi che siamo qui oggi non ci arrendiamo, non chiudiamo gli occhi e continueremo ad urlare che non possiamo accettare che un popolo venga sterminato. Noi non vogliamo rimanere impotenti. Cerchiamo di costruire pace intorno a noi, perché la pace come la guerra è contagiosa, ogni nostra azione conta anche nella quotidianità delle nostre vite. Giorno dopo giorno le piazze del mondo stanno prendendo coraggio e il messaggio che oggi dobbiamo mandare chiaro ai nostri governanti è che noi non ci faremo dividere e che continueremo a stare dalla parte di chi ingiustamente viene perseguitato. Rimaniamo uniti, rimaniamo umani ….continuiamo a credere che una Palestina libera potrà esistere. Palestina libera!». Il presidente dell’Associazione Amicizia Sardegna Palestina, dott. Fawzi Ismail, sempre in prima linea, ha ribadito ancora volta che il popolo palestinese non abbandonerà la sua terra. La grande folla che camminato per le strade di Cagliari testimonia – come succede in tante città italiane, europee e del Mondo intero – che i popoli non seguono i loro governi complici e chiedono di porre fine a questo immane crimine contro l’umanità, a questo ennesimo genocidio. E non a parole, come quando si propone il riconoscimento di uno Stato palestinese come un diritto concesso, mentre è il diritto primario di un popolo che vive nella propria terra. Infine, la richiesta alle alle istituzioni regionali di prendere posizione attraverso azioni concrete per porre fine al massacro, per es. chiudere il Porto di Cagliari al traffico di armi della fabbrica RWM di Domusnovas-Iglesias. Al microfono Fawzi Ismail – Foto di Pierpaolo Loi Non solo a Cagliari, ma anche in altre città della Sardegna, in queste ancora calde giornate di fine estate, tante persone si stanno mobilitando per testimoniare la loro solidarietà al popolo palestinese e la vicinanza alla Global Sumud Flotilla, finalmente in viaggio verso la Striscia di Gaza per rompere l’assedio e portare viveri e medicinale alla popolazione martoriata. Pierpaolo Loi
September 20, 2025
Pressenza
“Voi che sprofondate nelle poltrone rosse dei parlamenti”
Grandissimo intervento del Cardinale e Arcivescovo di Napoli: Domenico Battaglia su Gaza e contro tutte le guerre: “E voi che sprofondate nelle poltrone rosse dei parlamenti, abbandonate dossier e grafici: attraversate, anche solo per un’ora, i corridoi spenti di un ospedale bombardato; odorate il gasolio dell’ultimo generatore; ascoltate il bip solitario di un respiratore sospeso tra vita e silenzio, e poi sussurrate – se ci riuscite – la locuzione «obiettivi strategici»”. L’Onu nel frattempo prende le distanze dai piani di Israele di deportare la popolazione di Gaza. Il portavoce dell’UNR-A ha affermato: “Non parteciperemo ad alcun progetto volto a costringere i residenti di Gaza a sfollare. I progetti israeliani mirano a deportare i palestinesi, non semplicemente a trasferirli nella Striscia meridionale di Gaza. L’Agenzia non parteciperà ad alcun progetto volto a deportare coercitivamente i palestinesi al di fuori della Striscia.” Poi è entrato nel merito dei piani israeliani smascherando l’operazione criminale in corso: “Se l’esercito di occupazione insiste nel mantenere le tende a Rafah, sta spianando la strada al progetto della cosiddetta ‘città umanitaria’. Israele cerca di limitare gli sforzi umanitari e di costringere le agenzie delle Nazioni Unite a operare attraverso tale visione israeliana restrittiva. Non supervisioneremo alcuna area istituita dall’esercito di occupazione come preludio alla deportazione degli abitanti palestinesi di Gaza”. In Israele intanto è in corso, oggi domenica, una grande mobilitazione in oltre 350 località per contestare la politica attendista di Netanyahu nella trattativa per lo scambio di prigionieri. Uno sciopero generale per chiedere la firma di un cessate il fuoco a Gaza e riportare a casa gli ostaggi. In Italia, i sanitari prendono una chiara posizione contro il genocidio. “Il nostro obiettivo, come Sanitari per Gaza, è far prendere posizione a tutte le Istituzioni contro il genocidio in corso e boicottarne ogni forma di complicità. Perché fermi il genocidio, Israele dovrà percepire l’isolamento e la pressione politica ed economica da parte della comunità internazionale”. Migliaia di iniziative locali vengono organizzate per chiedere il blocco dell’esportazione di armi in Israele e di rompere il blocco degli aiuti a Gaza… ANBAMED
August 17, 2025
Pressenza
Genocidio palestinese: l’urlo della società civile per svegliare i governi occidentali
Mentre a Gaza si continua incessantemente a morire sotto le bombe, o sotto i tiri d’artiglieria durante la fila per un po’ di acqua e cibo, i governi europei tacciono, o si limitano ad azioni formali di condanna. Ciò mentre quello israeliano, per voce del primo ministro Netanyahu, già accusato di crimini di guerra, annuncia l’invasione totale della striscia. Avevamo l’impressione di aver già visto il peggio, ma il regime guerrafondaio di Israele ci ricorda che al peggio non c’è mai fine. Ma se i governi occidentali tentennano, o fingono di non vedere e sentire, sono i popoli ad iniziare ad alzare la voce e chiedere la fine di questa guerra genocida. E’ la società civile internazionale a lanciare, sempre più forte, il suo grido di dolore e di rabbia. Dappertutto nel mondo si susseguono manifestazioni, marce, sit-in, iniziative culturali e forti azioni simboliche, per scuotere l’inerzia delle istituzioni su quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania: l’annientamento di un popolo. Sabato 9 agosto, in una Cagliari gremita di turisti, un affollato e rumoroso corteo ha sfilato per le vie del centro per chiedere la fine del massacro e il ritiro dell’esercito israeliano da Gaza e dall’intera Palestina. La città, avvolta nel clima vacanziero d’agosto, è stata scossa da un’onda umana fragorosa. Diverse centinaia di persone di tutte le età, fra cui numerosi giovani e giovanissimi, hanno attraversato le strade dei negozi e dei ristoranti, sbattendo pentole, agitando campanacci, soffiando fischietti ed urlando forte: Palestina libera! Italia complice del genocidio! All’appello, lanciato dai gruppi di solidarietà con la Palestina e dall’associazione Amicizia Sardegna Palestina, la città ha quindi risposto con una presenza numerosa e decisa, che ha finito col contagiare anche diversi cagliaritani di passaggio e molti turisti che, seduti a tavolino, o in giro per locali, hanno applaudito al passaggio assordante dei manifestanti, mostrando quanto la solidarietà con questo sventurato popolo oppresso stia crescendo rapidamente in tutto il mondo. Cagliari, Piazza Yenne (Foto di Carlo Bellisai) Al termine del percorso, nella piazza Yenne, si sono susseguiti alcuni interventi che hanno visto protagonisti soprattutto giovani e studenti. Diversi i temi toccati: dall’inerzia del governo italiano, che continua a fornire armi e appoggio allo Stato sionista, alla necessità di isolare Israele dal contesto internazionale, boicottandolo economicamente e sospendendo gli scambi scientifici e culturali. E’ stato ancora una volta ricordato il coinvolgimento della Sardegna nella preparazione delle guerre, attraverso le sempre più continue esercitazioni militari che partono dai poligoni disseminati nell’isola, ma anche tramite la mortifera produzione di armamenti nella fabbrica RWM di Domusnovas-Iglesias, armamenti che vanno a incrementare la potenza di fuoco nei vari teatri di guerra, contribuendo allo sterminio di civili innocenti. Tra gli ultimi a prendere la parola, uno studente ha fatto appello all’importanza dell’unità d’intenti che, al di là delle diversità politiche dei vari gruppi e associazioni, sola può far continuare a crescere il movimento che si oppone alla guerra ed al rilancio globale della corsa agli armamenti. Con la consapevolezza che il riarmo, europeo e mondiale, oltre che essere foriero di nuove guerre e distruzioni, non può non pesare sull’economia e portare ad un’ulteriore riduzione dei servizi sociali, della sanità e dell’istruzione. Si è così conclusa una manifestazione importante, che ha visto una partecipazione numerosa, tenuto conto del periodo vacanziero, ma che soprattutto ha saputo creare un forte impatto emotivo ed una notevole capacità di coinvolgimento: il popolo sardo non ci sta a chiudere gli occhi davanti alla consumazione di un genocidio.         Carlo Bellisai
August 10, 2025
Pressenza