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Status di rifugiato a richiedente pakistano perseguitato per motivi politici: insufficienti le tutele di polizia e magistratura
Il tribunale di Lecce, con motivazione molto puntuale e approfondita ha riconosciuto al richiedente lo status di rifugiato politico per la persecuzione ordita da esponenti del partito PDM nei suoi confronti e verso la sua famiglia, per la militanza politica nel partito PTI. Il Collegio ha ritenuto il racconto intrinsecamente credibile, coerente e sufficientemente circostanziato nei profili essenziali (contesto familiare, appartenenza territoriale a Mandi Bahauddin, militanza politica del padre e dello zio nel PTI, dinamica dell’omicidio dello zio, riconoscimento di alcuni autori, denuncia nominativa alla polizia, successiva carcerazione e scarcerazione anticipata dei responsabili, minacce dirette e aggressione con cane a pochi giorni dalla liberazione, decisione di fuga). La narrazione è lineare nel suo sviluppo cronologico, non presenta contraddizioni interne rilevanti, reca dettagli non stereotipati (luoghi specifici, sequenza delle condotte degli aggressori, riferimento alla matricola dell’arma) ed è corroborata dall’allegazione documentale (copia della sentenza di condanna, fotografia degli arrestati rilasciata dalla polizia e pubblicata dalla stampa locale), elementi che rafforzano l’attendibilità estrinseca della versione offerta. La giustificazione della mancata protezione effettiva da parte delle autorità risulta plausibile: il primo rifiuto di verbalizzare, l’intervento risolutivo di un “mediatore” politico per ottenere la denuncia e l’asserita scarcerazione anticipata per influenza di esponenti locali delineano un quadro di protezione statale solo formale, facilmente condizionabile da poteri para-mafiosi e reti partitiche radicate sul territorio. Il nesso causale con il motivo convenzionale è diretto: le minacce e l’aggressione sono riconducibili all’attività politica del nucleo familiare nel PTI e, soprattutto, all’“opinione politica” imputata al ricorrente quale testimone- accusatore dei rivali; la persecuzione è quindi motivata da ragioni politiche ai sensi dell’art. 1A(2) della Convenzione di Ginevra (opinione politica effettiva o percepita). Tale ricostruzione trova riscontro nella situazione attuale del Pakistan, caratterizzata da un persistente giro di vite contro il PTI e i suoi simpatizzanti: fonti qualificate attestano, nel 2024–2025, arresti di massa di quadri e attivisti, procedimenti penali in serie, compressione delle libertà di riunione ed espressione (anche mediante blackout delle comunicazioni proprio in occasione del voto dell’8 febbraio 2024), nonché un contesto di forte ingerenza dei poteri di sicurezza nel processo politico; questi elementi descrivono un ambiente nel quale gli oppositori o presunti tali sono facilmente individuati e vulnerabili a ritorsioni, con scarse garanzie effettive di tutela da parte delle forze dell’ordine e della magistratura. Tribunale di Lecce, decreto del 10 febbraio 2026 Si ringrazia l’Avv. Carla Alessandra Laghezza per la segnalazione e il commento. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini/e del Pakistan * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” VEDI LE SENTENZE: * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria * Permesso di soggiorno per protezione speciale
Il Pakistan cerca giustizia per i danni ambientali…
… attraverso le climate litigation, ma costi, lentezze giudiziarie e pochi specialisti rendono difficile raggiungere risultati reali. di Mariam Waqar Khattak (*) Immagine ripresa dalla copertina di un e-book di https://valori.it/   «Mi hanno detto di non farlo». Muhammad (uno pseudonimo) parla a bassa voce durante un’intervista telefonica il 10 dicembre 2025. La frustrazione è evidente mentre spiega che deve comparire ancora
February 27, 2026
La Bottega del Barbieri
AFGHANISTAN: ATTACCHI PAKISTANI SU LARGA SCALA. COLPITE KABUL E KANDAHAR.
Guerra aperta tra Pakistan e Afghanistan. Islamabad hanno condotto raid aerei contro obiettivi militari in Afghanistan e dichiara di aver ucciso 274 talebani tra Kabul, Kandahar e Paktia. Il ministero della difesa di Kabul afferma di aver risposto con raid aerei in Pakistan. I due eserciti si sarebbero affrontati anche via terra nella zona del valico di frontiera di Torkham. “La pazienza è finita” dice il Governo pakistano, tornato a schierare il proprio potenziale militare a seguito di un attacco suicida rivendicato dai talebani pakistani, autonomi ma affiliati a quelli afghani, che ha ucciso più di 30 persone in una moschea sciita di Islamabad.  Sull’altro fronte il governo talebano afghano sostiene di “volere una soluzione pacifica”, ha dichiarato il portavoce Zabihullah Mujahid in una conferenza stampa, confermando inoltre la presenza di “aerei pachistani in volo sopra l’Afghanistan”. Difficile al momento capire esattamente cosa stia accadendo sul terreno afghano dove da decenni è presenti l’ong italiana Emergency. I centri sanitari dell’organizzazione hanno ricevuto finora nove feriti, ma il bilancio è fortemente parziale. “Nella notte tre pazienti sono giunti al nostro ospedale di Kabul dall’area di Pul-e-Charkhi, zona est della capitale, e sei hanno raggiunto il nostro posto di primo soccorso a Gardez (provincia di Paktia, a sud di Kabul)”, spiega Dejan Panic, direttore del programma di Emergency in Afghanistan. “Quattro di questi sono stati già trasferiti a Kabul e due arriveranno nelle prossime ore”, ha precisato, aggiungendo che è probabile che “il numero di feriti possa aumentare”. Emergency, ha affermato poi Panic, chiede “la fine immediata delle ostilità” tra i due Paesi, sostenendo che “questa nuova escalation di violenza rischia di far ripiombare” l’Afghanistan “nell’incubo della guerra” e che un eventuale allargamento del conflitto può avere “conseguenze imprevedibili” sull’intera regione. Su Radio Onda d’Urto l’intervista al giornalista Emanuele Giordana, già direttore di Lettera 22, e attuale direttore di Atlanteguerre.it. Ascolta o scarica
February 27, 2026
Radio Onda d`Urto
Pakistan, delitti d’onore diffusi e protezione statale inefficace: riconosciuto lo status di rifugiato
Il Tribunale di Roma ha riconosciuto lo status di rifugiato ad un cittadino pakistano che aveva espresso il timore, in caso di rimpatrio, di essere vittima di delitto d’onore. Il richiedente era stato ritenuto pienamente credibile dalla Commissione territoriale, la quale aveva motivato il rigetto della domanda “sulla base della ritenuta soggettività del timore espresso in caso di rimpatrio, avendo giudicato non più attuale il pericolo di vendette da parte dei familiari della ragazza con cui il ricorrente aveva iniziato una relazione“. Con un approfondito esame delle fonti internazionali il Tribunale dà conto “della diffusione dei delitti d’onore in Pakistan e della inefficacia delle misure predisposte dallo Stato per combattere il fenomeno“, affermando che “sebbene il numero maggiore di vittime si registri tra le donne, anche gli uomini possono essere bersaglio dei delitti d’onore” e che gli stessi “possono avvenire anche a distanza di anni dalla ritenuta aggressione“. Tribunale di Roma, decreto del 17 novembre 2025 Si ringrazia l’Avv. Cleo Maria Feoli per la segnalazione e il commento. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini/e del Pakistan * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” VEDI LE SENTENZE: * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria * Permesso di soggiorno per protezione speciale
Protezione sussidiaria a richiedente pakistano del Punjab: il Paese è tra i più colpiti al mondo dalla violenza
Il Tribunale di Perugia, sez. spec. immigrazione, ha riconosciuto la protezione sussidiaria ai sensi dell’art. 14, lett. c), d.lgs 251/2007, a cittadino pakistano proveniente dalla regione del Punjab. Secondo il Giudice, “dall’esame delle fonti internazionali si apprende come il Punjab si trovi attualmente in uno stato di massima allerta a causa della violenza che dilaga nella vicina provincia di Khyber Pakhtunkhwa (K.P.) nel nord-ovest del Paese”. Inoltre, “Secondo il Global Terrorism Index (GTI) del 2025, il Pakistan è attualmente il Paese più colpito al mondo dalla violenza – secondo solo al Burkina Faso – con un aumento del 45 percento dei decessi nel 2024. La fonte riferisce infatti dell’incremento del fenomeno terroristico da quando vi è stata l’ascesa dei Talebani in Afghanistan, con un numero di attacchi aumentato di cinque volte dal 2021. La maggiore incidenza degli attacchi in Pakistan è stata principalmente guidata dal gruppo estremista Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), vicino ai Talebani afghani. I decessi attribuiti al gruppo sono praticamente raddoppiati tra il 2023 e il 2024”. Il Giudice effettua una disamina di numerose fonti COI ed infine afferma che “il ricorrente sarebbe esposto a un pericolo di danno grave in caso di ritorno nella zona di provenienza, ed al rischio di subire minacce gravi alla vita ed alla salute”. Tribunale di Perugia, decreto del 24 novembre 2025 Si ringrazia l’Avv. Francesco Di Pietro per la segnalazione e il commento. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini/e del Pakistan * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” VEDI LE SENTENZE: * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria * Permesso di soggiorno per protezione speciale
Protezione speciale: una tutela che evita una compressione grave e irreversibile della vita privata e familiare
Sei decisioni del Tribunale di Genova che riconoscono la protezione speciale a richiedenti asilo provenienti da Bangladesh, Marocco e Pakistan, confermando un orientamento giurisprudenziale ormai cristallino: la tutela va garantita quando il rimpatrio comporterebbe una compressione grave e irreversibile della vita privata e familiare, alla luce dell’art. 8 CEDU e dell’art. 19, co. 1.1 TUI. Le decisioni sottolineano come, in tutti i casi, i ricorrenti abbiano costruito in Italia percorsi di integrazione lavorativa, sociale e linguistica solidi, spesso accompagnati da impegni formativi, contratti stabili e reti amicali o familiari. Si tratta di un progetto di vita e radicamento territoriale dopo esperienze di estrema vulnerabilità: anni di povertà e indebitamento nei Paesi di origine, detenzione e torture in Libia, naufragi, problemi di salute e cura affrontati in Italia. I giudici riconoscono che interrompere bruscamente questi percorsi costituirebbe, di per sé, una condizione degradante. Le sentenze richiamano anche le condizioni oggettive dei Paesi di provenienza: l’instabilità politica e la violenta repressione delle proteste in Bangladesh, l’invivibilità socio-economica e ambientale che caratterizza intere aree del paese, aggravata da eventi climatici estremi, erosione, inondazioni e insicurezza alimentare; le gravi violazioni dei diritti umani in Pakistan, soprattutto a danno delle minoranze religiose. In altri casi incide la mancanza di qualsiasi rete familiare nel Paese di origine dopo decenni trascorsi all’estero. La valutazione complessiva porta il Tribunale a ritenere che il rimpatrio forzato vanificherebbe percorsi di integrazione ormai sostanziali, creando un vulnus grave e attuale ai diritti fondamentali dei ricorrenti. Queste sei pronunce rafforzano ulteriormente il ruolo della protezione speciale come strumento imprescindibile per garantire continuità di vita, dignità e tutela effettiva per chi, in Italia, ha già costruito una parte significativa della propria esistenza. 1) Ricorrente del Bangladesh – Tribunale di Genova, decreto dell’1 agosto 2025 2) Ricorrente del Pakistan – Tribunale di Genova, decreto del 4 agosto 2025 3) Ricorrente del Bangladesh – Tribunale di Genova, decreto del 10 ottobre 2025 4) Ricorrente del Bangladesh – Tribunale di Genova, decreto del 14 ottobre 2025 5) Ricorrente del Marocco – Tribunale di Genova, sentenza del 21 ottobre 2025 6) Ricorrente del Bangladesh – Tribunale di Genova, decreto dell’11 novembre 2025 Si ringrazia l’Avv. Alessandra Ballerini per le segnalazioni.
Ancora in fiamme la Mezza Luna Fertile, pur con aliti di pace
Sudan Nonostante avessero annunciato il loro assenso ad una tregua umanitaria temporanea, le milizie “Forze di supporto rapido” hanno bombardato il Kordofan, poche ore dopo gli attacchi dei droni su Atbara e Omdurman. Una commissione di esperti delle Nazioni Unite ha accusato le milizie di aver commesso atrocità contro i civili a El Fasher, nel Darfur settentrionale. Le Forze di Supporto Rapido e il Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese del Nord (SPLM-N) hanno bombardato la città di Dilling, importante centro del Kordofan Meridionale. Un drone delle Forze di Supporto Rapido ha bombardato diverse località a El Obeid, nel Kordofan Settentrionale. L’Emergency Lawyers Group, un gruppo per i diritti umani che monitora le violazioni in Sudan, ha riferito che 6 persone sono state uccise e 12 ferite quando un proiettile ha colpito all’interno dell’ospedale di Dilling. Tunisia La famiglia del prigioniero politico tunisino Jawhar Ben Mbarek e i suoi avvocati hanno lanciato un grido d’allarme, avvertendo di un pericolo imminente che potrebbe costargli la vita dopo che 10 giorni fa aveva intrapreso uno sciopero della fame totale e a tempo indeterminato, all’interno del carcere “Belli” nel governatorato di Nabeul (nord). Un gesto di protesta contro l’”ingiustizia politica” e un “processo iniquo”, subiti nel procedimento noto come “cospirazione contro la sicurezza dello Stato 1”. Ben Mbarek, professore di diritto costituzionale, è una delle figure di maggior spicco dell’opposizione al presidente Kais Saied da quando quest’ultimo ha dichiarato lo stato di emergenza il 25 luglio 2021. È una figura di spicco del Fronte di Salvezza Nazionale, una coalizione di personalità politiche e partiti di opposizione, in particolare il partito islamista Ennahda. Inizialmente è stato condannato in un processo farsa a 18 anni di carcere. Turchia /Israele La giustizia turca ha emesso mandati di arresto per genocidio contro il primo ministro israeliano Netanyahu e diversi politici e militari israeliani, tra cui il ministro della guerra Katz e il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir. I mandati di arresto riguardano un totale di 37 sospetti. Tra questi, figura anche il capo di Stato Maggiore israeliano, Eyal Zamir, secondo quanto riferito dalla procura di Istanbul, che denuncia il “genocidio e i crimini contro l’umanità perpetrati in modo sistematico da Israele a Gaza”. La giustizia turca cita anche il caso dell’Ospedale dell’amicizia turco-palestinese nella Striscia di Gaza – costruito dalla Turchia – colpito e completamente distrutto a marzo dall’esercito israeliano. Turchia/Kurdistan Ankara sta vagliando un progetto per far rientrare i combattenti e i civili curdi rifugiati in Iraq. Una legge è allo studio ed è oggetto di discussioni in una commissione parlamentare che coinvolge anche deputati curdi. Secondo una fonte di Ankara, la proposta prevede prima il ritorno dei civili e poi l’amnistia per i combattenti che consegnano all’esercito iracheno le loro armi. Alcuni capi del movimento della guerriglia non saranno ammessi al rientro ma otterranno asilo politico in altri paesi. La proposta di legge dovrebbe essere discussa in parlamento entro novembre. Di seguito un’intervista all’avvocato di Ocalan, sul processo di pacificazione: LA PACE INCERTA TRA CURDI E TURCHI: UN PERCORSO DIFFICILE, CORAGGIOSO E DI SPERANZA PER I CURDI. – Anbamed Pakistan/Afghanistan Il secondo round di trattative a Istanbul è fallito. Lo ha ammesso il ministro della guerra di Islamabad, Assif, che ha però assicurato che gli scontri di frontiera non riprenderanno se non ci saranno attacchi da parte dei Talebani pakistani rifugiati in territorio afghano. La crisi tra i due paesi è arrivata al culmine in seguito ad una serie di attacchi di guerriglieri a postazioni di confine in Pakistan, con decine di vittime: l’aeronautica di Islamabad ha bombardato la stessa capitale afghana Kabul. Le mediazioni di Doha prima e adesso di Ankara non sono riuscite ad avvicinare le posizioni dei due paesi. ANBAMED
November 8, 2025
Pressenza
Libertà per l’attivista climatico Sonam Wangchuk
Il leader culturale del Ladakh noto per essere uno tra gli attivisti climatici più influenti del pianeta è detenuto nella prigione di Jodhpur. Il Ladakh, o piccolo Tibet indiano, è una terra isolata posta sul tetto del mondo con passi che superano i 5 mila metri di altitudine. Con una popolazione di 300 mila abitanti che ha sempre vissuto di agricoltura in un contesto buddhista di condivisione sociale, è un luogo di elevata spiritualità e organizzazione dal basso che per secoli ha mostrato come la resilienza in condizioni difficili potesse permettere lo sviluppo di una cultura articolata, comunitaria e quasi totalmente priva di violenza.  Dominato dal deserto di alta quota, dai rilievi in cui nasce il fiume Indo, da imponenti ghiacciai e da una copertura nevosa che in inverno impedisce ogni accesso via terra, il Ladakh è anche un luogo di confine, quello tra India, Cina e Pakistan che risulta il più militarizzato al mondo. E’ qui che in un area remota del Paese nasce nel 1966 Sonam Wangchuk, un bambino particolarmente dotato che fugge a Delhi per studiare e che diventerà un brillante ingegnere, inventore, riformatore del sistema dell’istruzione pubblica e attivista ambientale. Progettista di una tecnica ingegneristica (Ice Stupa) in grado di realizzare piccoli ghiacciai artificiali in grado di rilasciare l’acqua nella stagione secca in un’area del pianeta particolarmente colpita dal cambiamento climatico, fondatore del rivoluzionario campus studentesco SECMOL che funziona con energia solare per cucinare, illuminare e riscaldare, progettista e supervisore della costruzione di edifici passivi in terra cruda in Ladakh, Sikkim e Nepal, in modo che i principi del risparmio energetico vengano implementati su larga scala, fondatore dell’Istituto himalayano delle alternative Ladakh, per le sue soluzioni innovative ai problemi locali Sonam Wangchuk ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali di altissimo livello. Su ripetuti inviti della comunità studentesca nel 2013 ha inoltre contribuito a lanciare il New Ladakh Movement (NLM), un’organizzazione sociale ispirata ai valori dell’istruzione e dell’ecologismo chiedendo che la popolazione tribale del Ladakh fosse finalmente tutelata dal governo centrale come previsto dalla Costituzione federale indiana. A questo scopo, nel marzo del 2023 ha praticato uno sciopero della fame di 21 giorni contro le lobby indutriali e minerarie che mettono a rischio il fragile ecosistema di questa regione, a cui è seguita nel settembre del 2024 una marcia in puro stile gandhiano verso Dheli che aveva lo scopo di richiamare l’attenzione del governo e del parlamento su questo tema. Dopo pochi giorni la marcia è stata però interrotta dalla polizia che ha arrestato Wangchuck e i suoi sostenitori. In un Ladakh progressivamente deprivato del proprio stile di vita e di un sistema agricolo che garantiva l’autosufficienza alimentare, diventato sempre più dipendente dall’esterno e soggetto a speculazioni immobiliari che lo hanno trasformato in luogo di vacanza per turisti poco attenti, le rivendicazioni dei nativi sono esplose il 24 settembre scorso con una protesta che ha portato all’incendio della sede del partito del primo ministro. Alla manifestazione, dettata dalla frustrazione della gente nei confronti del governo centrale e dalle promesse non mantenute che dopo la separazione del Ladakh dallo stato di Jammu e Kashmir avrebbero dovuto condurre all’autonomia, alla protezione dall’acquisizione di terreni da parte di stranieri e al diritto alla riserva di posti di lavoro per la popolazione locale, si è risposto con una durissima repressione poliziesca che ha causato l’uccisione di 4 manifestanti e il ferimento di altri 80 mentre nel capoluogo Leh è stato imposto il coprifuoco e sono stati oscurati tutti i servizi internet. E’ in questo contesto che Wangchuck viene nuovamente arrestato e questa volta con l’accusa di avere ispirato e fomentato le proteste. Su di lui si sono scatenate varie inchieste governative che lo accusano di avere legami con il Pakistan (per aver partecipato ad una conferenza ONU in quel Paese), che hanno portato al ritiro della licenza per il SECMOL e che riguardano un’inchiesta sull’Istituto himalayano delle alternative. In pratica, una vita di impegno e di dedizione agli altri e alla protezione della terra (che è pure diventata un film di successo in mezzo mondo) è stata distrutta in pochi giorni. Nonostante l’insostenibilità delle accuse e senza che sia stato emesso alcun ordine di detenzione formale alla sua famiglia, Wangchuk è stato allontanato dal Ladakh e trasferito nella prigione di Jodhpur dove non si hanno informazioni sulle sue condizioni di salute. Per quest’uomo geniale e coraggioso che ha messo al centro del suo impegno la salvaguardia dell’ambiente e la tutela dei diritti delle minoranze, è stata presentata dalla moglie J. Angmo una petizione di Habeas corpus alla Corte Suprema: un’atto che segue l’ampia mobilitazione che coinvolge cittadini comuni, accademici, leader dell’opposizione e organizzazioni politiche, voci che si sono levate contro l’arbitrarietà dell’arresto e che sono seriamente preoccupate della tenuta delle garanzie costituzionali nel grande Paese asiatico. Max Strata
November 4, 2025
Pressenza
Accertato il diritto al ricongiungimento familiare in favore di un cittadino straniero titolare di PdS per protezione speciale
Con ricorso ex art. 281-decies c.p.c. un cittadino pakistano titolare di permesso di soggiorno per protezione speciale ha impugnato il decreto del Prefetto di Torino che ha rigettato la sua istanza di ricongiungimento familiare sulla base del fatto che l’art. 28 comma 1 del T.U. 286/1998 non consente la possibilità di presentare istanza di ricongiungimento familiare ai titolari del suddetto permesso. Come noto, l’art. 28 del Testo Unico Immigrazione, che già non annoverava la protezione speciale tra i permessi che danno titolo al ricongiungimento familiare, è stato emendato nel 2024 in senso ulteriormente restrittivo (in luogo di “asilo” ora si parla specificamente di “protezione internazionale“). La decisione del Tribunale di Torino va oltre il dato letterale dell’art. 28 e valorizza invece una lettura organica e conforme a Costituzione e Direttiva 86/2003, che fa leva sulla natura della protezione speciale, volta a tutelare tra le altre cose proprio quell’unità familiare che il ricongiungimento è preordinato a ricostituire. La decisione evidenzia anche precedenti pronunce della Corte di Cassazione che già in passato hanno ritenuto non esaustivo il catalogo dell’art. 28, estendendo il diritto all’unità familiare in favore anche di titolari di permesso di soggiorno quali residenza elettiva e attesa cittadinanza. Secondo il Tribunale “la giurisprudenza di legittimità ha da sempre adottato un’interpretazione estensiva dell’art. 28 TUI, tale da includere anche tipologie di permesso di soggiorno non espressamente ricomprese dalla norma, purché soddisfacessero i requisiti di stabilità di cui all’art. 3 della Direttiva (vale a dire, titolarità di un permesso con “periodo di validità pari o superiore a un anno” e con “fondata prospettiva di soggiorno stabile”) […] va dunque affermata la natura non esaustiva del catalogo contenuto nell’art. 28 TUI, che deve essere interpretato alla luce dei criteri costituzionali (in particolare il diritto di asilo ex art. 10 comma 3 Cost., che – come detto – ha “ricevuto integrale attuazione grazie al concorso dei tre istituti concernenti la protezione dei migranti: la tutela dei rifugiati, la protezione sussidiaria di origine europea e la protezione umanitaria”; così Corte Cost. n. 194/2019) e unionali (applicazione della Direttiva 86/2003/CE in materia di ricongiungimento a tutti i casi in cui “il soggiornante è titolare di un permesso rilasciato … per un periodo di validità pari o superiore a un anno e ha una fondata prospettiva di soggiorno stabile”)“. Tribunale di Torino, sentenza del 27 ottobre 2025 Si ringrazia l’Avv. Elena Garelli e l’Avv. Alberto Pasquero per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni relative al ricongiungimento familiare
PAKISTAN – AFGHANISTAN: PROLUNGATO IL CESSATE IL FUOCO, NONOSTANTE L’ATTACCO A UNA BASE PACHISTANA DI CONFINE
Oggi, venerdì 17 ottobre, un attentatore suicida si è fatto esplodere contro una struttura militare pachistana a Mir Ali, nel Nord Waziristan: fonti locali parlano di 7 vittime, tra cui 6 assalitori e un soldato di Islamabad. Nonostante questo, la tregua di 48 ore tra Pakistan e Afghanistan è stata prolungata: i due Paesi asiatici hanno fatto sapere che durerà fino all’esito dei negoziati che ci saranno a Doha. Da una settimana, la frontiera tra Spin Boldak (lato afghano) e Chaman (lato pakistano, nella provincia del Balucistan) è tornata a essere una zona di guerra aperta. A causa degli scontri, Islamabad ha ordinato la chiusura di valichi strategici, incluso il valico di Torkham— il più importante e trafficato—interrompendo il flusso di farina, carburante e medicinali. Dopo giorni di combattimenti continui, il 15 ottobre è stato concordato tra Pakistan e Afghanistan un cessate il fuoco di 48 ore. “A differenza dei decenni precedenti, dove gli scontri erano spesso limitati a milizie irregolari, questa volta si affrontano direttamente le forze armate statali”, spiega ai nostri microfoni Enrica Garzilli, specialista studi asiatici e profonda conoscitrice della storia di quei luoghi. “Islamabad considera l’attentato una violazione deliberata del cessate il fuoco, compiuta dai militanti del TTP (Tehrik-i-Taliban Pakistan), un gruppo islamista che opera contro lo Stato pachistano. Secondo le fonti di intelligence pachistane, i TTP sarebbero entrati dal lato afghano durante la tregua. L’attacco invia un forte messaggio politico: la tregua è vostra, non è nostra. Noi attraversiamo il confine quando vogliamo.” Le accuse tra Kabul e Islamabad sono reciproche: Islamabad accusa i talebani afghani di offrire rifugio al TTP, mentre Kabul accusa il Pakistan di ospitare l’ISIS-K e di violare la sovranità afghana con bombardamenti oltre frontiera e chiusure unilaterali dei valichi. Nell’intervista a Enrica Garzilli affrontiamo anche le radici profonde del conflitto, che risale al 1893, quando venne tracciata dai britannici la linea coloniale Durand, da sir Mortimer Durand, per separare l’allora India dalle tribù Pashtun dell’Afghanistan. “Tutt’oggi questa linea non è riconosciuta dall’Afghanistan e per le popolazioni locali si tratta di una costruzione coloniale, non di una barriera reale: famiglie, traffici e reti armate tribali la attraversano liberamente nei due lati“. Le vicende oggi sono drammatiche anche perché la chiusura di valichi come Torkham blocca gli aiuti umanitari in un Paese dove 20 milioni di persone dipendono da supporti esterni. Il 15 ottobre si è tenuta la conferenza dei paesi donatori, in Uzbekistan, a cui ha partecipato anche l’Italia, promettendo 35 milioni di euro con la chiara indicazione che i fondi siano erogati solo attraverso i canali ONU e destinati a priorità specifiche: sanità mobile nelle aree rurali, microborse per scuole femminili informali (i talebani proibiscono l’istruzione alle ragazze) e sostegno economico a vedove e donne vulnerabili. Esistono quindi di fatto due Afghanistan: uno militarmente controllato dall’Emirato talebano e un “Afghanistan umanitario” gestito e finanziato dall’ONU e da donatori internazionali. Ascolta su Radio Onda d’Urto l’intervista a Enrica Garzilli, specialista di studi asiatici. Ascolta o scarica
October 17, 2025
Radio Onda d`Urto