Cagnara in Cagnola a Milano«La libertà dove sta?» cantavano gli Assalti Frontali in una famosa traccia di
una decina di anni fa; «la trovi nella mappa» era la risposta.
Ed è proprio a partire da una mappa, strumento semplice e potentissimo, che lo
scorso sabato 3 ottobre, nel quartiere Villapizzone/Cagnola, è iniziata una
giornata di festa, di musica e di dialoghi, con la libertà, appunto, di
riappropriarsi per qualche ora di una strada – e di viverla. Chiunque sia
passatə verso le 3 di pomeriggio in via Pacinotti, il tratto che unisce via
Bodoni a via Plana, nell’Ovest milanese, è statə accoltə da uno striscione
bianco con un’emblematica scritta rossa: “Cagnara in Cagnola”, nome che non
poteva essere più azzeccato per la festa di quartiere organizzata dai due
circoli Arci locali, il circolo “L’impegno” e la “Trattoria Popolare Traverso”,
e dalla birreria “Ma Sì”, in collaborazione con diverse realtà e comitati della
zona. .
Si è trattato di un’azione sinergica, basata sulla volontà di far rete, che ha
permesso a cittadinə, attivistə, comitati, associazioni, ma anche a semplici
passanti curiosə, di scendere per le strade del quartiere milanese, portando con
sé progetti, attività e battaglie. Per qualche ora, tantissime persone hanno
rivendicato il diritto di fare cagnara, di ballare intorno alle automobili
parcheggiate, di bere e mangiare qualcosa in compagnia, di creare dialoghi
circolari e di portare l’attenzione su temi decisamente attuali, aprendosi alle
conoscenze e alle esperienze altrui.
> In particolare, ci sono state tre linee tematiche, intervallate da momenti
> musicali: uno sguardo sui cambiamenti urbanistici del quartiere, un dovuto
> approfondimento sul caporalato legato al consolato statunitense e, infine,
> un’analisi di una delle trasformazioni più oscure e ancora sconosciute, quella
> dei data center.
Per qualche ora, via Pacinotti ha smesso così di essere una semplice strada ed è
diventata luogo di scambio e libertà.
Ad aprire, letteralmente, le danze è la musica della storica Banda degli Ottoni
a Scoppio che, tra canti di lotta e brani pop rifatti con trombe e fiati, chiama
a raccolta tuttə quantə, suggerendo sin da subito l’atmosfera festosa della
giornata. Mentre si portano sedie e tavoli in mezzo alla strada, bambinə di
diverse età fanno ciò che sanno fare meglio quando si dà loro spazio e fiducia:
tracciano con gessi colorati le linee e le forme necessarie per trasformare una
via di solito destinata alle macchine in un meraviglioso mondo di giochi. Ecco
comparire sull’asfalto una “campana”, percorsi su cui saltare la corda e andare
in bicicletta, le immancabili porte dove segnare e disegni di ogni sorta.
Nel mondo delle persone grandi, inizia invece il primo dei tre dibattiti
organizzati: “Come cambia il quartiere”, a cui partecipano le realtà locali
attive nella difesa degli spazi dalla gentrificazione: il Comitato Bindellina,
il Sicet Milano, l’Osservatoria e le attiviste della campagna “Giù le mani dalla
città”.
È proprio la mappa di una parte della zona Nord-Ovest di Milano, che va
all’incirca da viale Certosa alla ferrovia che passa dalla stazione di
Villapizzone, il punto di partenza da cui si avvia questo primo momento; una
mappa che viene distribuita allə presentə e che è riprodotta in scala più grande
alle spalle di chi parla.Il presupposto fondamentale è evidente: per cercare di
conoscere le trasformazioni urbane, soprattutto quelle che gettano ombre, reali
e simboliche, per rivendicare “giù le mani dalla città”, è necessario impugnare
con le nostre mani una mappa e riprendere metaforicamente possesso delle strade
e dei servizi che vi sono rappresentati.
Vengono quindi ripercorse immaginariamente le tappe del Mappatour, ossia della
passeggiata organizzata da “Giù le mani dalla città” lo scorso febbraio proprio
nella zona Cagnola/Villapizzone, con lo scopo di evidenziare le ulteriori
“trasformazioni” che il quartiere sta subendo. E purtroppo emerge fin da subito
che gli aggiornamenti non sono positivi.
Si parte ovviamente dal mercato di piazza Prealpi, affidato assieme ad altri
quattordici mercati comunali cittadini alla Sogemi Spa. Ormai chiuso da mesi, è
oggetto di una pesante trasformazione che, se seguirà lo stesso percorso visto
ad esempio per il mercato comunale di Lambrate, vedrà sostituite le classiche
attività di frutta e verdura con marchi appariscenti e prodotti “di lusso”
brandizzati ‘Foody’ (la terrificante mascotte del nefasto Expo 2015).
Lo schema, spiegano da “Giù le mani dalla città”, è quello ormai classico della
foodification, neo-inglesismo con cui si indica il processo per cui anche
attraverso il cibo sia possibile trasformare un quartiere e, soprattutto, il
tipo di residenti che ci si aspetta di trovare. Sostituendo il commercio di
vicinato con esercizi ben più esosi, vien da sé che anche la “clientela” che
frequenterà il mercato sarà progressivamente sostituita. Del resto, è
esattamente quello che sta succedendo anche più a Nord del quartiere – nel
Certosa (Food) District. Qui, al posto di vecchi capannoni e siti industriali,
vanno via via trovando spazio oltre 20 esercizi, tra ristoranti, caffè, spazi
per il dopocena, dove, giusto per capire il livello, una singola colazione può
arrivare facilmente ai 12€. Non è dunque affatto strano che, parlando con le
persone del quartiere, questi luoghi non rientrino quasi mai negli itinerari
quotidiani. Al contrario, rimane la richiesta (o forse la speranza) che il
Mercato comunale non segua lo stesso destino.
Da piazza Prealpi, il tour sulla mappa ci porta all’incrocio tra via Bramantino
e via Jacopino da Tradate, mentre il Sicet ci racconta lo stato di abbandono
delle case popolari, o meglio, di quelle poche rimaste invendute ai privati. La
strategia appare evidente: lasciare ammalorare gli edifici per spingere lə
inquilinə a cercare casa altrove, cosa non proprio semplice, visto il rincaro
degli affitti nella città meneghina. Siamo di fronte quindi alla stessa
operazione di sostituzione sociale, a partire dai cambiamenti urbani e
abitativi.
> D’altronde, che anche in questo quartiere il target di residenti desiderati
> sia sempre più quello di chi “El gh’ha i danè” (come si dice a queste
> latitudini) lo dimostrano anche le costruzioni sorte negli ultimi anni.
> Immobili dall’estetica discutibile, dai prezzi esorbitanti e dai nomi
> chiaramente ammiccanti al lusso.
Ne è una prova abbastanza esplicita il complesso delle Trilogy Towers: tre
grattacieli dai nomi talmente sfacciati da risultare ridicoli di Gold, Diamond e
Platinum, rispettivamente di 17, 14 e 12 piani, per un totale di 130
appartamenti che, stando al sito, «andranno a creare nuovo valore per il
contesto urbano». Un valore che sa di speculazione economica, aggiungiamo noi.
Si trovano alla quarta tappa del tour, in prossimità di piazzale Accursio, dove
si affaccia anche il vecchio edificio liberty del Tiro a Segno Nazionale, sede
del futuro consolato USA e balzato notoriamente alle cronache per le vergognose
vicende legate al caporalato, di cui si è poi discusso in un ulteriore momento
di dibattito all’interno della giornata.
Ma le trasformazioni non sono solo i grandi progetti, le costruzioni colossali e
i grattacieli lucenti. Anzi, è proprio attraverso i cantieri minori, quelli che
per lə cittadinə comuni passano per lo più inosservati, che avvengono
cambiamenti altrettanto mostruosi. Lo racconta bene il – mitico – Comitato
Bindellina, da anni impegnato nel quartiere, che cerca di resistere a tutte le
impalcature che spuntano come funghi attorno alla via che dà il nome al gruppo.
Proprio in via Bindellina, infatti, grazie ad un uso “sportivo” delle Scia, sta
sorgendo a ridosso dei condomìni già esistenti un nuovo complesso residenziale
di cinque piani. Prende il posto di un capannone in un cortile privato e
presenta anch’esso un nome esotico: NestMi. Un “nido” che sembra una bolla
energivora, che toglie spazio, aria e luce allə abitantə dei palazzi
circostanti. Nella parallela via Bodoni, invece, si innalza il non meno
impattante progetto PortHello (qualcunə dovrebbe lavorare meglio su questi nomi,
evidentemente), che consiste nella costruzione di un condominio patinato di
quattro piani, dove un attico di 182mq si aggira attorno al milione e due. Nella
costruzione selvaggia, nonostante le promesse della proprietà, è stato
sacrificato anche uno storico teatrino, che, insieme alla villetta adiacente, ha
ospitato negli anni lotte sindacali, artisti della beat generation come l’Equipe
84, la sede dell’Arcigay locale e tante attività di comitati e realtà sociali
(leggenda vuole che da queste parti sia passato addirittura Jimi Hendrix). Un
edificio ricco di storia e di storie, di cui ora rimane in piedi solo una
porzione di parete sgretolata, fragile emblema delle conseguenze della
speculazione edilizia.
Spostandosi verso piazza Firenze, conclude l’elenco di ciò che sta accadendo al
quartiere il racconto della trasformazione della ex-Caserma Montello, sede di
quella che sarà la “Cittadella della sicurezza”, i cui lavori sono stati
declamati da Matteo Salvini, con un improbabile video sui suoi social network.
L’area di oltre 76.000 mq ospiterà oltre 2000 persone in servizio diurno e
prevede la creazione di 1100 posti in alloggi per le famiglie dei poliziotti. Le
realtà sociali della zona 8 di Milano chiedevano # al posto della caserma
dismessa – la creazione di un Hub Polifunzionale aperto alla città con alloggi
popolari, spazi culturali, laboratori artigianali e una piscina.
> Le istituzioni hanno scelto di destinare 187 milioni, invece, per la più
> grande stazione di polizia d’Italia. Questioni di priorità. Ci guardiamo
> intorno e pensiamo che una fantomatica “Cittadella della sicurezza” non
> renderà queste strade più sicure e accoglienti di quanto hanno fatto in un
> pomeriggio di festa lə abitantə del quartiere.
La mappa che è stata distribuita all’inizio del dibattito non è più dunque
“solo” un pezzo di carta con indicato un percorso che si snoda tra le vie del
quartiere, incontrando di tanto in tanto i disegni di alcuni edifici, ma è ora
diventata uno strumento da impugnare. Un dispositivo che ci aiuta a comprendere
le trasformazioni urbane e che può quindi guidarci verso una maggior
consapevolezza, che può tramutarsi, forse, anche in una maggiore volontà di
unirsi per reagire. Alle singole mappe come detto ne corrisponde una grande:
anche il suo utilizzo non termina con la fine dell’incontro, poiché rimane a
disposizione di tuttə coloro che vogliono raccontare pezzi di quartiere e pezzi
delle loro storie, aggiungendo le proprie impressioni su post-it, fissando
luoghi importanti dei loro percorsi quotidiani – e di vita – con alcune puntine,
diramando fili colorati da un punto all’altro, in una rete di linee che si
intrecciano.
La giornata è proseguita poi con altri due dibattiti – inframezzati dai dj set
di monsieur_dundee:
Il primo, “Caporalato a due passi da qui – cosa succede e cosa succederà al
futuro consolato USA”, vede la partecipazione di Massimo Alberti (Radio
Popolare) e Antonio Verona (Camera del Lavoro di Milano). L’incontro è una
riflessione doverosa sui lavori per il consolato statunitense, su cui lo scorso
maggio è intervenuta la procura, poiché «sono state riscontrate condizioni
lavorative di “para-schiavismo”». I lavoratori, provenienti per lo più da Nuova
Delhi, erano infatti pagati meno di tre euro l’ora per turni di 10-12 ore, 7
giorni la settimana. Al compenso ottenuto, inoltre, venivano sottratti quasi 900
euro per il costo del vitto e dell’alloggio. Dati insostenibili, che ci
raccontano come la trasformazione del quartiere passa, ancora una volta, sulla
pelle dei più deboli.
> L’ultimo dibattito, prima della cena organizzata dalla Trattoria Popolare e da
> MaSì, riguarda infine il recente fenomeno di trasformazione urbanistica che
> sta investendo Milano e la Lombardia intera: “I datacenter: tra consumo di
> spazio ed energia”.
Se ne discute con Enrico Duranti del Comitato No DataCenter, proveniente dalla
manifestazione da poco terminata a Rho, in cui moltissime persone hanno
contestato questa ennesima sottrazione di spazio pubblico. Per non diventare
servi dei server, questo movimento chiede che si smetta di convertire tutte le
aree dismesse in centri per lo stoccaggio di dati (se ne contano già 21 in tutta
la Lombardia), che si portino avanti vere valutazioni di impatto ambientale e
che le istituzioni si facciano carico dei bisogni della collettività – e non
solo delle Big Tech. D’altronde, è evidente come nel fenomeno dei data center i
profitti siano per pochi privati, mentre il costo ambientale e sociale ricade su
tutte le persone che in quei territori ci vivono.
locandina dell’evento di IVAN HURRICANE
Le note di Dj Pettorina accompagnano poi la cena e la chiusura dell’evento,
intrattenendo chi da ore “occupa” via Pacinotti. L’immagine che portiamo via con
noi è quella di una strada che, fino alle dieci di sera, è stata attraversata da
centinaia di persone – residenti e non – che hanno discusso, ballato, mangiato e
brindato assieme, immaginando un’idea diversa di quartiere e di città.
A rendere tangibile tutto questo rimane come testimonianza attiva la grande
mappa, che ci restituisce i tragitti di chi cammina per queste vie, ci racconta
la percezione di luci preziose, ombre lunghe e falsi abbagli, ci fa immaginare
con sogni di bimbə e desideri di qualche anziana signora. Il risultato è un
mosaico di post-it di diversi colori e fili intrecciati con cui tantissimə hanno
raccontato cos’è per loro Villapizzone/Cagnola.
E dunque – tornando alla canzone degli Assalti – è importante sempre ricordare
di «stare in gruppo» perché «La tranquillità è importante, ma la libertà è
tutto».
la copertina e tutte le immagini sono di “Giù le mani dalla città”
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