Tag - ong

Ritorna a Napoli dal 14 al 17 ottobre la Peace School Mario Paciolla
Non potevamo lasciar cadere questa sfida improcrastinabile, quella di affiancare ancora i genitori di Mario Paciolla, Pino ed Anna, che stanno affrontando una lotta impari, contro le istituzioni e la magistratura italiana e le immunità dei funzionari ONU, per dimostrare che la fine del loro figlio Mario (San Vicente del Caguán, Colombia, 15 luglio 2020) non è stata un imprevisto e neppure un suicidio, ma una vera e propria esecuzione per eliminare un testimone scomodo. Il nostro Festival segue questo dramma dal suo inizio e numerose sono state le attestazioni di affetto e solidarietà che i coniugi Paciolla hanno raccolto in questi lunghi, duri anni in tutt’Italia. Evidentemente, per un operatore di pace che cade nell’adempimento del suo dovere, non valgono le esigenze di chiarezza e verità che diventano obbligatorie per tutti gli altri uomini. Un operatore di pace, un cooperante caduto, ci dicono le nostre istituzioni, non ha diritto ad un processo pieno e completo, all’accertamento della verità. Qualcuno crede che basti una parola (“suicidio”) appena sussurrata al telefono da un funzionario delle Nazioni Unite, per chiudere un caso mai chiarito e foriero di dubbi atroci. Per noi, no. Per questo, anche noi del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli abbiamo voluto unirci anni fa alla schiera di amici e increduli cittadini per capire di più e promuovere piena giustizia sul caso di Mario. E lo abbiamo fatto con gli strumenti che ci sono più familiari: il Cinema e gli eventi pubblici. Abbiamo dapprima creato un premio cinematografico dedicato a lui, collegato col nostro Festival e poi abbiamo voluto costruire una Scuola di Pace che rendesse ogni anno omaggio alla professione di Mario, la Cooperazione Internazionale, per dire ai nostri giovani che il compito di Mario era quello di verificare che la pace tornasse in un Paese latinoamericano piagato dai conflitti e che, in nome di quella missione, ha offerto la sua vita. Ed è quello che stiamo cercando di fare da due anni, da quando la Peace School che porta il suo nome riunisce a Napoli alcune delle più importanti organizzazioni umanitarie europee e numerosi esperti del Diritto Internazionale, per dire che la verità deve emergere e una risposta attendibile deve essere data alla famiglia Paciolla. Quest’anno, con la seconda edizione della Peace School, il panorama degli operatori invitati si allarga e l’esame dei gruppi d’azione che intervengono in differenti luoghi del nostro Paese si arricchisce di nuove e importanti testimonianze. A Emergency, alle navi RESQ e SOS Mediterranee, a Operazione Colomba si affiancano sigle che gli esperti delle politiche umanitarie conoscono bene: Medici senza Frontiere, Linea d’Ombra, Collettivo Rotta Balcanica, Combatants for Peace, Mediatori di Pace, Memorie Mediterranee, Brigate di pace, Amnesty International e altri.  E’ un panorama di forze positive che abbraccia tutto il mondo per dire di no alla guerra e ridurre gli impatti della violenza sulle popolazioni. E’ una lezione che servirà ai nostri giovani per ricordare che esiste il lavoro di pace e che esistono professioni e competenze che ci aiutano a credere in un mondo migliore, diverso da quello che i telegiornali e i rotocalchi ci raccontano ogni giorno. E’ un mondo diverso che vive in silenzio e ha bisogno di voce, di far sapere che è possibile svolgere le professioni tradizionali senza perdere di vista l’umano che è in noi. E il nostro primo obiettivo sono le scuole e le università, a cui ci rivolgiamo per informare gli studenti e i docenti che è importante cercare oltre il buio dell’informazione le strade che portano alla pace. E’ proprio nei limiti dei nostri sistemi educativi che alligna la rassegnazione al conflitto, il conformismo alla legge del più forte, la corsa al riarmo, la convinzione che solo sopprimendo chi è diverso da noi si possa trovare la pace. Ci rivolgiamo alle scuole e alle università offrendo 50 posti a giovani universitari e l’uditorato a centinaia di studenti medi, per far sapere che esistono alternative credibili e frequentabili al dolore in cui siamo caduti, in Palestina e in Ucraina, in Sudan e in altri Paesi dimenticati, alla violenza che ha eliminato Mario Paciolla. E’ il momento di gridare queste verità oltre le televisioni e i mezzi di informazione, a contatto con tanti giovani, per aiutarli a vivere una vita diversa aperta all’impegno per gli altri e per se stessi, che non sia solo la competizione e la corsa al danaro. Quattro giorni di riflessioni e di ascolto, per conoscere chi la vita la affronta su una nave umanitaria cercando di salvare le vite di naufraghi in cerca di una vita migliore, chi nutre bambini vittime della guerra e costruisce per loro una scuola che dia fiducia, chi cura i feriti dei bombardamenti e non ha paura di morire, ma ferma gli orrori della guerra, chi previene i conflitti studiando le armi, il loro effetto e le politiche umanitarie che evitano le stragi. Tutto questo si insegna negli atenei più avanzati e offre professioni di grande valore e contenuto scientifico; i nostri giovani devono saperlo, per scegliere serenamente da che parte stare. A tutt’oggi non esistono centri di informazione pubblica che raccontino queste realtà “alternative” e gli operatori di Pace sono spesso isolati e cercano di sopravvivere da soli, cercando donatori e solidarietà sulle reti sociali. C’è dunque bisogno che iniziative come la nostra proliferino e si moltiplichino fino a costituire percorsi di formazione alternativi, realtà concrete in grado di interloquire con le politiche, i poteri, gli Stati. Oggi ancora non è così e troppi sono gli impedimenti che bloccano le braccia della Pace. La Peace School di Napoli ambisce a diventare un appuntamento annuale in grado di insegnare come percorrere le strade che portano alla pace, rendendole a portata di mano. Solo riappropriandoci della pace potremo viverla pienamente. La strada maestra è dunque quella di coltivare e vivere una nuova Cultura di Pace che parta dalle case e arrivi nelle scuole fino ai cantieri del lavoro e alle stanze della politica. La pace non può scoppiare o essere imposta dall’alto; per questo può solo essere una parte della nostra cultura, della nostra giornata, della nostra vita. Con questo spirito Napoli si avvia a vivere quattro giorni di studio, ascolto e riflessione, dal 14 al 17 ottobre, lasciando la parola a chi per un attimo si è fermato nel suo lavoro incessante ed è venuto nella nostra città a spendere un po’ del suo tempo per ricordare che una speranza di cambiamento esiste e che Mario ce l’aveva indicata. Non lasciamo cadere il suo insegnamento, facciamo che Mario Paciolla viva ancora accanto a noi. E’ l’unico modo per negare la guerra e la violenza che affligge la specie umana e far vivere il nostro Pianeta. La seconda edizione della Peace School Mario Paciolla è un’iniziativa voluta dal Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli e dall’Università di Napoli L’Orientale, sostenuta dalla Upeace delle Nazioni Unite (Costa Rica). Si svolgerà dal 14 al 17 ottobre 2026 a Napoli, presso il Castelnuovo (Maschio Angioino) in Piazza Municipio, ogni giorno dalle ore 9.00 alle ore 18.00. Parteciperanno 15 organizzazioni umanitarie internazionali e atenei, scuole di pace e associazioni che presenteranno, unitamente ai loro programmi formativi, i loro obiettivi di pace, le loro esperienze. 50 giovani universitari selezionati dall’Università L’Orientale e dal Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli potranno partecipare gratuitamente a queste giornate di riflessione nell’aula G. Galasso dell’Istituto di Storia Patria al 3° piano del Maschio Angioino. Numerosi studenti medi saranno ammessi come uditori nelle mattinate. Le iscrizioni sono ammesse fino al 30 settembre. Sarà un’esperienza unica che non ha altri esempi in Italia e rilascerà un attestato di partecipazione. Le lezioni saranno quasi tutte frontali e in presenza con l’uso di video, collegamenti Internet e slides. Bando e modulo di candidatura: https://shortlink.win/1Ek5E   Maurizio Del Bufalo
September 22, 2026
Pressenza
Migranti, il governo usa ancora una volta le ONG come capro espiatorio
L’Italia sta arrancando politicamente e deve fare i conti con un’Europa che le volta le spalle e a cui risponde utilizzando ancora una volta le persone in fuga e le ONG che operano in loro solidarietà come capro espiatorio. Il meccanismo di compensazione in risposta alla volontà tedesca di rimpatriare in Italia i cosiddetti dublinati è sintomo della fragilità del nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo. Le nuove regole europee di fatto hanno smantellato il già fragile sistema asilo e introdotto meccanismi di solidarietà su base volontaria che consentono agli Stati di aprire e chiudere i loro confini a piacimento e di rifiutarsi di supportare i Paesi di arrivo e assumersi le proprie responsabilità sulla migrazione. Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch: “Il nuovo Patto è crollato alla prima prova: gli arrivi a Ceuta, la cui strumentalizzazione politica ha creato un effetto domino di chiusura dei Paesi UE con cui ora il governo si trova a fare i conti. Non sapendo come reagire punta ancora una volta il dito contro le Ong e si guarda bene dall’affrontare l’altissimo costo umano di queste politiche: a Ferragosto 14 corpi senza vita galleggiavano davanti agli ombrelloni piantati sulle spiagge del Mediterraneo.” Sea Watch
August 24, 2026
Pressenza
Sull’immigrazione l’Europa implode. Meloni ha innescato la miccia
La sospensione di Schengen da parte dell’Italia nei confronti della Spagna a seguito della crisi migratoria a Ceuta, ha suscitato reazioni deflagranti in Europa. La mossa della Meloni è stata come una miccia che ha innescato tutto il resto. La Spagna ha reagito adottando la medesima misura nei confronti degli […] L'articolo Sull’immigrazione l’Europa implode. Meloni ha innescato la miccia su Contropiano.
August 19, 2026
Contropiano
Dalla rivoluzione all’ONG: la metamorfosi dell’intellettuale latinoamericano
Erano i primi tempi della transizione negoziata quando la rivista Punto Final pubblicò un articolo di James Petras che suscitò indignazione negli ambienti intellettuali della Concertación. Intitolato “La metamorfosi degli intellettuali in America Latina”, il testo evidenziava un aspetto inquietante: in balia di influenze esterne – soprattutto finanziarie – questi […] L'articolo Dalla rivoluzione all’ONG: la metamorfosi dell’intellettuale latinoamericano su Contropiano.
July 17, 2026
Contropiano
I signori dei cancelli
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Nilde Guiducci -------------------------------------------------------------------------------- Il nuovo “migration pact” dell’Unione Europea, quello fortemente voluto da Meloni perché oltre a limitare pesantemente il diritto di asilo, sdogana le pratiche di deportazione di esseri umani in campi di internamento appositamente costruiti in paesi extra UE sul modello albanese, entrerà in vigore il 12 giugno. Ma non è che “i signori dei cancelli”- cancelli come quelli delle prigioni, delle celle, dei contemporanei campi di concentramento su base etnica – abbiano proprio la strada spianata, nemmeno sul piano istituzionale. Due avvenimenti non di poco conto danno nuova linfa alla lotta per la giustizia e contro le aberrazioni del diritto rappresentate dalle politiche nazionali e comunitarie in tema di migranti. Il primo, anche in ordine di importanza, è sicuramente l’inizio del processo El -Hisri alla Corte Penale Internazionale. Il compare di Almasri, catturato in Germania e presente fisicamente all’Aja, potrebbe essere rinviato a giudizio, aprendo finalmente la strada ad un processo storico. Sotto accusa infatti, rischiano di finire concretamente anche le trame oscure che caratterizzano almeno dal 2017, i rapporti tra Italia e Libia. Il vergognoso e indicibile sodalizio stipulato con milizie criminali che spadroneggiano in Libia da dopo la guerra di “regime change” voluta dal condannato Sarkozy, più per le 143 tonnellate d’oro con cui Gheddafi voleva dare vita alla moneta panafricana che avrebbe scalzato il franco africano – la moneta con la quale i francesi hanno proseguito il colonialismo in Nordafrica con altri mezzi – che per i “diritti umani”, potrebbe finalmente essere disvelato con nomi e cognomi, circostanze, prove delle efferatezze che certo non si possono attribuire solo alle carogne umane che le hanno compiute sul campo. Anche i “padrini” di quel patto, blocco degli esseri umani in cambio di denaro e privilegi per i boss, rischiano di finire sotto la lente d’ingrandimento dei public prosecutors della Corte Penale internazionale. La decisione sul rinvio a giudizio o meno del torturatore libico arriverà a luglio. Task force Il governo, o meglio la “task force” formata da funzionari e tecnici che, sotto gli ordini di Mantovano e Piantedosi, curano le analisi strategiche sulla Libia, e predispongono le mosse che poi le traballanti “istituzioni” libiche compiono, dall’istituzione della zona SAR ( la prima al mondo senza un Place of Safety) al finto e tardivo ordine di arresto per Almasri mentre si preparava la sua esfiltrazione dall’Italia, sta monitorando la situazione con preoccupazione. È chiaro che quel processo nel cuore dell’Europa, se ci sarà, diventerà l’epicentro di un terremoto politico e reputazionale per l’Italia e di conseguenza, per Von Der Layen, camerata di merende di Meloni in tema di politiche aggressive contro i diritti umani. Ma non solo: le vittime, migliaia e migliaia, che hanno patito sofferenze, torture, schiavitù, stupri in Libia a causa di un piano sistematico e preordinato che ha sempre avuto come obiettivo la creazione di una “cortina di ferro” da Tripoli a Bengasi, capace di impedire che profughi e richiedenti asilo potessero giungere sulle coste meridionali dell’Europa, le vittime, loro in prima persona, potrebbero ricevere un messaggio forte: si può avere giustizia. Anche dopo anni, anche se non sei importante o ricco, anche se devi denunciare potenti, ministri, governi, alti gradi, puoi avere giustizia. D’altronde questo è uno dei motivi principali che costringe i giudici della Corte Penale Internazionale, a vivere blindati: sono le “democrazie migliori del mondo” quelle che vorrebbero farli fuori, anche fisicamente, ma questa è una storia che ben conosciamo qui da noi: viene ripetuta ogni anniversario dell’uccisione di Falcone e Borsellino. Ma l’Aja non è l’unico pensiero per chi si occupa di “ragion di Stato”. Pochi giorni fa è stata recapitata al governo italiano dalla CEDU, Corte Europea per i Diritti Umani, la comunicazione dell’acquisizione formale di due ricorsi contro l’Italia presentati da due vittime del torturatore Almasri, che è stato fatto scappare dalla cattura proprio dal governo, con tanto di volo di Stato sul Falcon dei servizi. L’Italia è già stata deferita all’Assemblea degli Stati per il “lavoretto” di Almasri, che aveva come obiettivo non fare aprire il processo internazionale. Ma poi, siccome il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi, è capitato El-Hisri. Di macellai ne bastava uno per poter aprire un processo. La “task force” ha dunque suggerito e preparato il ricorso alla Corte presentato dallo stesso Almasri: gli incontri tra il Generale Caravelli (AISE) e Al-Siddiq Ahmad al-Sour, Procuratore Generale di Tripoli, non devono essere stati solo l’occasione di assaggiare datteri e the alla menta: il suo ufficio si occupa della grana Almasri, ex capo della polizia giudiziaria libica, oltre che torturatore e stupratore di bambini. Il fulcro della strategia è quello sulla messa in discussione della “illegittimità per vizio di giurisdizione” dell’azione della Corte penale Internazionale. È anche la sostanza del ricorso presentato da Almasri contro il mandato di cattura internazionale per i suoi crimini. “Si tratta di fatti che riguardano la Libia, sono una questione nazionale, non internazionale” – gli hanno suggerito di dire. Alla CEDU invece, per ora, la questione è solo ai preliminari: la task force deve preoccuparsi di inviare una memoria che serve alla Corte per valutare se ci sono gli estremi per accettare il ricorso e mettere sotto accusa non i macellai, ma i padroni della macelleria. Grandi preoccupazioni dunque, a fianco degli indubbi successi: Meloni gioisce per aver contribuito in maniera determinante alla proliferazione nel Mediterraneo di nuovi campi di internamento che non si vedevano dall’epoca coloniale, ma deve buttare un occhio a questo fastidioso diritto internazionale che disturba la campagna d’Africa. Piantedosi gongola per il calo degli sbarchi di donne, uomini e bambini. Il quaranta per cento in meno. Non dice nulla sul conseguente aumento del 155% dei morti in mare, e dunque non si può dire se gongola anche per questo. Ma di contro tutta questa gioia governativa per così tante conquiste di civiltà, dalla distruzione del diritto di asilo alla neutralizzazione delle Convenzioni di Amburgo e di Ginevra, ci sono anche i fallimenti, che cominciano ad arrivare a raffica, degli strumenti amministrativi di punizione usati contro chi soccorre vite in mare. Il Decreto Piantedosi sta per essere seppellito da decine di sentenze che riconoscono ogni volta la sua totale pretestuosità e illegittimità. Non manca molto che i fermi arbitrari e illegali operati dal governo contro navi di soccorso, si tramutino anche in ricorsi per danni morali e materiali, così che sarebbe finalmente lo Stato, grazie a Piantedosi, a sovvenzionare economicamente il soccorso civile in mare. Cosa peggiore per il Viminale non ci sarebbe. E poi nel mentre c’è il processo per la strage di Cutro, che prima o poi, udienza dopo udienza, tornerà a far parlare di sé. Gli imputati sono ufficiali della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza, non esattamente un bel vedere per “la legalità che rappresentano le istituzioni” come ebbe a dire quel grandissimo legalitario del ministro Salvini, mentre i cadaveri di una delle peggiori omissioni di soccorso della storia, venivano restituiti dal mare sulla spiaggia. Nuovi piani La “task force” strategica però è al lavoro, in cerca di nuove strategie per impedire che le navi di soccorso possano operare per salvare più vite che possono. Da un lato verrà presto varato un nuovo decreto sicurezza – ma un governo che fa decine di decreti sicurezza, quanta insicurezza trasmette? – quello del “blocco navale”. Il tentativo è di capitalizzare il migration pact europeo, per dotarsi di nuovi strumenti di rappresaglia e impedimento del soccorso civile in mare. Con questi nuovi poteri, il governo potrà “chiudere temporaneamente i confini” a quelle navi che, in ragione di allarmi quali terrorismo e pandemie, avessero a bordo naufraghi migranti. Ma da ambienti ben informati – risulterebbe che gli esperti siano stati messi al lavoro anche su qualcosa di più audace: trovare il modo “legale” di far sequestrare le navi ong dalle milizie libiche in acque internazionali. Il piano allo studio, che coinvolgerebbe anche la Procura Generale Libica, prevede queste fasi: costruzione di fattispecie di reato create ad arte, attraverso la messa in scena delle cosiddette “runaway boat”, barche veloci che affiancano le navi di soccorso e “scaricano” alcune decine di persone migranti alla volta e poi ripartono tornando in Libia. La messa in scena serve a rappresentare la “contiguità” tra navi ong e trafficanti. La seconda fase è l’apertura, in seguito ai rapporti della cosiddetta “guardia costiera libica”, presso il tribunale di Tripoli, di un fascicolo riguardante la “continuazione del reato di tratta di esseri umani” posto in essere su suolo libico, in acque internazionali ad opera delle navi di soccorso. Per fare questo si tenterà, si dice, di richiamarsi alla direttiva onu anti trafficking del 2000 e successive. I rapporti della cosiddetta “guardia costiera libica” dopo ogni caso di messa in scena delle “runaway boat”, vengono inviati anche alla struttura Ncc del Viminale, e a Frontex. La polizia giudiziaria dei porti assegnati in Italia per lo sbarco successivo dei naufraghi li acquisisce e li sottopone al magistrato competente. Il quale potrebbe aprire subito, in Italia, un fascicolo per articolo 12 – favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – contro il comandante della nave. Ma il punto “innovativo” non è questo, ma il lato libico: sulla base del perseguimento di un reato, iniziato su suolo nazionale libico e “continuato” in acque internazionali, il tentativo è di legittimare un intervento coercitivo con ordine impartito al comando delle navi, di dirigersi su Tripoli “per accertamenti giudiziari”. Al rifiuto del comandante della nave, che ha la responsabilità del suo equipaggio e dell’incolumità delle persone soccorse, la procedura allo studio è di regole d’ingaggio che prevedono anche l’uso di armi da fuoco in termini di “deterrenza”. È questa la parte pi delicata del piano: l’addestramento del personale libico, che fa il doppio lavoro tra attività criminali delle milizie e “ufficiali” del governo libico, non da ancora il livello di sicurezza adeguato. Agli italiani non ai libici. Ma su questo, dice la fonte ben informata, stanno lavorando. Proprio un bel lavoro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I signori dei cancelli proviene da Comune-info.
June 4, 2026
Comune-info
Da invasori a invasi
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Pozol Chiapas, che ringraziamo -------------------------------------------------------------------------------- Nel 1971, tre accademici studiarono e analizzarono il ruolo delle “istituzioni caritatevoli” nelle baraccopoli (formatesi a seguito delle occupazioni abusive) di Lima, pubblicando un’opera profonda e rigorosa intitolata “Dagli invasori agli invasi”, diffusa su Cuadernos de DESCO*. L’opera si concentra sugli effetti che l’intervento dei “benefattori” (oggi diciamo ONG) ha sugli abitanti. Dopo aver documentato l’enorme espansione delle baraccopoli conseguenti alle occupazioni (“invasioni”, come le chiamano i media), in cui milioni di persone si concentrano nelle periferie della capitale, sottolineano come le istituzioni caritatevoli cerchino la “smobilitazione politica degli abitanti”. Esse rappresentano l’imperialismo, la “borghesia nazionale” e gli imprenditori che, “aiutando” gli abitanti, riescono a “neutralizzare politicamente ampi settori urbani che non possono organizzarsi altrove se non all’interno delle baraccopoli”. Aggiungono che i “benefattori” mirano anche a organizzare i consumi dei residenti, e il loro successo è in gran parte dovuto alla defezione della sinistra, che non è stata in grado di unire questo ampio settore urbano. Un secondo tema che affrontano è l’atteggiamento degli “scienziati sociali”, in particolare americani, che hanno condotto studi nelle baraccopoli. Citano il sociologo tedesco Martin Nicolaus: “Gli occhi professionali del sociologo sono fissi sulle classi inferiori, mentre i palmi delle mani sono rivolti verso le classi dominanti”. Sottolineano come il lavoro sul campo di questi professionisti sia stato “di grande utilità per il Peace Corps, l’USAID, altri benefattori, il loro prestigio accademico, le fondazioni che finanziano i loro studi, le loro tesi di dottorato, la gioia degli americanisti, ecc., ma con poche eccezioni per gli abitanti delle baraccopoli”. Il terzo punto affronta l’analisi del modus operandi dei “benefattori” che, avvicinandosi ai settori più attivi delle baraccopoli, “creano clientelismo tra i leader delle associazioni di residenti, i quali, per mantenere la loro leadership, devono rispondere alle richieste degli abitanti”. Inoltre, diffondono l’idea che non esista una classe dominante e che la povertà sia colpa dei poveri, non un problema strutturale. Infine, sebbene ci sia molto altro da dire, i tre autori dicono di non essere interessati a presentare uno studio accademico, bensì a smascherare le istituzioni che “sono solo strumenti di demobilitazione popolare e di trasmissione dell’ideologia dei settori nazionali e stranieri dominanti”. Vogliono che il loro lavoro aiuti le persone a conoscere meglio i loro “benefattori”. Basandomi su questo breve glossario di un’opera eccellente, vorrei ricordare a tutti che i programmi sociali esistono nel nostro continente da oltre mezzo secolo, lo stesso lasso di tempo di coloro che li denunciano senza che le loro indagini vengano prese in considerazione. Certamente, ci sono stati cambiamenti nei metodi e negli stili della cooperazione internazionale per lo sviluppo e la promozione, ma gli elementi essenziali erano già presenti più di mezzo secolo fa. Questo solleva alcuni interrogativi. Perché le organizzazioni di sinistra e i movimenti di base continuano ad accettare questi programmi che, da mezzo secolo, sappiamo essere contrari agli interessi del popolo e dei settori popolari? Perché migliaia e migliaia di accademici e sociologi si lasciano strumentalizzare da chi detiene il potere, quando, con le loro qualifiche, avrebbero altre opzioni e potrebbero lavorare in altri campi? Credo che questi atteggiamenti non possano essere compresi senza considerare che il trionfo del capitalismo, seppur temporaneo, ha convinto molte persone e partiti politici che opporsi al sistema sia pericoloso. Non sto dicendo che le loro vite siano in pericolo, perché non vivono a Gaza, né in quartieri operai o comunità indigene. Il pericolo che percepiscono riguarda le loro carriere professionali, il successo individuale e, soprattutto, la sicurezza economica e lavorativa. Se osserviamo attentamente, sia i partiti di sinistra che gran parte delle dirigenze dei movimenti, sono attualmente composti da persone con titoli accademici, in possesso di qualifiche che fungono da lasciapassare per l’ascesa sociale, e che appartengono a quella che Emmanuel Todd, non senza un pizzico di malizia ma con notevole perspicacia, definisce “oligarchia di massa”. Ciò riflette l’enorme mutamento del sistema, che ha integrato i vertici dei settori popolari, indicando al resto la via per il successo individuale. In particolare, è riuscito a cooptare i leader (o a “clientelizzarli”, come afferma l’opera di cui sto parlando). Questi leader sono fondamentali per stabilizzare il sistema di dominio. Pertanto, l’impegno degli zapatisti a non arrendersi, a non cedere e a non svendersi rimane un punto di riferimento etico imprescindibile, soprattutto in questi tempi di sconvolgimento sistemico. . *Gli autori sono Alfredo Rodríguez, Gustavo Riofrío e Eileen Welsh. L’opera è disponibile online. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Da invasori a invasi proviene da Comune-info.
May 29, 2026
Comune-info
Crosetto ministro dell’ipocrisia
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto oggi si vanta dell’Italia che salva vite in mare. Peccato che dimentichi di dire che il suo governo ha approvato il decreto Piantedosi, che blocca le navi delle ONG, le multa, le manda nei porti più lontani possibile e le criminalizza per aver salvato persone invece di obbedire alla Guardia Costiera libica,  quella stessa che ci spara addosso e riporta le persone in fuga nei lager libici. Mentre il governo italiano ostacola i soccorritori civili, nel Mediterraneo centrale si muore a ritmi record: solo nei primi due mesi del 2026, +150% di morti rispetto all’anno scorso. Dal 2014 a oggi: più di 20.000 persone morte o disperse nel Mediterraneo. Vantarsi dei salvataggi mentre si fermano le navi e si accusano i capitani che salvano non è orgoglio nazionale. Crosetto ministro dell’ipocrisia. Sea Watch
May 21, 2026
Pressenza
Paul Grüninger: il coraggio di disobbedire
  di Bruno Lai 12 maggio 1938: Paul Grüninger viene licenziato per aver fatto del bene. Paul Grüninger è una figura straordinaria, un uomo che paga un prezzo altissimo per seguire la propria coscienza anziché gli ordini burocratici. Prima di diventare un poliziotto ed un eroe, è un calciatore di ottimo livello. Grande appassionato di calcio, all’inizio del Novecento gioca