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I signori dei cancelli
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Nilde Guiducci -------------------------------------------------------------------------------- Il nuovo “migration pact” dell’Unione Europea, quello fortemente voluto da Meloni perché oltre a limitare pesantemente il diritto di asilo, sdogana le pratiche di deportazione di esseri umani in campi di internamento appositamente costruiti in paesi extra UE sul modello albanese, entrerà in vigore il 12 giugno. Ma non è che “i signori dei cancelli”- cancelli come quelli delle prigioni, delle celle, dei contemporanei campi di concentramento su base etnica – abbiano proprio la strada spianata, nemmeno sul piano istituzionale. Due avvenimenti non di poco conto danno nuova linfa alla lotta per la giustizia e contro le aberrazioni del diritto rappresentate dalle politiche nazionali e comunitarie in tema di migranti. Il primo, anche in ordine di importanza, è sicuramente l’inizio del processo El -Hisri alla Corte Penale Internazionale. Il compare di Almasri, catturato in Germania e presente fisicamente all’Aja, potrebbe essere rinviato a giudizio, aprendo finalmente la strada ad un processo storico. Sotto accusa infatti, rischiano di finire concretamente anche le trame oscure che caratterizzano almeno dal 2017, i rapporti tra Italia e Libia. Il vergognoso e indicibile sodalizio stipulato con milizie criminali che spadroneggiano in Libia da dopo la guerra di “regime change” voluta dal condannato Sarkozy, più per le 143 tonnellate d’oro con cui Gheddafi voleva dare vita alla moneta panafricana che avrebbe scalzato il franco africano – la moneta con la quale i francesi hanno proseguito il colonialismo in Nordafrica con altri mezzi – che per i “diritti umani”, potrebbe finalmente essere disvelato con nomi e cognomi, circostanze, prove delle efferatezze che certo non si possono attribuire solo alle carogne umane che le hanno compiute sul campo. Anche i “padrini” di quel patto, blocco degli esseri umani in cambio di denaro e privilegi per i boss, rischiano di finire sotto la lente d’ingrandimento dei public prosecutors della Corte Penale internazionale. La decisione sul rinvio a giudizio o meno del torturatore libico arriverà a luglio. Task force Il governo, o meglio la “task force” formata da funzionari e tecnici che, sotto gli ordini di Mantovano e Piantedosi, curano le analisi strategiche sulla Libia, e predispongono le mosse che poi le traballanti “istituzioni” libiche compiono, dall’istituzione della zona SAR ( la prima al mondo senza un Place of Safety) al finto e tardivo ordine di arresto per Almasri mentre si preparava la sua esfiltrazione dall’Italia, sta monitorando la situazione con preoccupazione. È chiaro che quel processo nel cuore dell’Europa, se ci sarà, diventerà l’epicentro di un terremoto politico e reputazionale per l’Italia e di conseguenza, per Von Der Layen, camerata di merende di Meloni in tema di politiche aggressive contro i diritti umani. Ma non solo: le vittime, migliaia e migliaia, che hanno patito sofferenze, torture, schiavitù, stupri in Libia a causa di un piano sistematico e preordinato che ha sempre avuto come obiettivo la creazione di una “cortina di ferro” da Tripoli a Bengasi, capace di impedire che profughi e richiedenti asilo potessero giungere sulle coste meridionali dell’Europa, le vittime, loro in prima persona, potrebbero ricevere un messaggio forte: si può avere giustizia. Anche dopo anni, anche se non sei importante o ricco, anche se devi denunciare potenti, ministri, governi, alti gradi, puoi avere giustizia. D’altronde questo è uno dei motivi principali che costringe i giudici della Corte Penale Internazionale, a vivere blindati: sono le “democrazie migliori del mondo” quelle che vorrebbero farli fuori, anche fisicamente, ma questa è una storia che ben conosciamo qui da noi: viene ripetuta ogni anniversario dell’uccisione di Falcone e Borsellino. Ma l’Aja non è l’unico pensiero per chi si occupa di “ragion di Stato”. Pochi giorni fa è stata recapitata al governo italiano dalla CEDU, Corte Europea per i Diritti Umani, la comunicazione dell’acquisizione formale di due ricorsi contro l’Italia presentati da due vittime del torturatore Almasri, che è stato fatto scappare dalla cattura proprio dal governo, con tanto di volo di Stato sul Falcon dei servizi. L’Italia è già stata deferita all’Assemblea degli Stati per il “lavoretto” di Almasri, che aveva come obiettivo non fare aprire il processo internazionale. Ma poi, siccome il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi, è capitato El-Hisri. Di macellai ne bastava uno per poter aprire un processo. La “task force” ha dunque suggerito e preparato il ricorso alla Corte presentato dallo stesso Almasri: gli incontri tra il Generale Caravelli (AISE) e Al-Siddiq Ahmad al-Sour, Procuratore Generale di Tripoli, non devono essere stati solo l’occasione di assaggiare datteri e the alla menta: il suo ufficio si occupa della grana Almasri, ex capo della polizia giudiziaria libica, oltre che torturatore e stupratore di bambini. Il fulcro della strategia è quello sulla messa in discussione della “illegittimità per vizio di giurisdizione” dell’azione della Corte penale Internazionale. È anche la sostanza del ricorso presentato da Almasri contro il mandato di cattura internazionale per i suoi crimini. “Si tratta di fatti che riguardano la Libia, sono una questione nazionale, non internazionale” – gli hanno suggerito di dire. Alla CEDU invece, per ora, la questione è solo ai preliminari: la task force deve preoccuparsi di inviare una memoria che serve alla Corte per valutare se ci sono gli estremi per accettare il ricorso e mettere sotto accusa non i macellai, ma i padroni della macelleria. Grandi preoccupazioni dunque, a fianco degli indubbi successi: Meloni gioisce per aver contribuito in maniera determinante alla proliferazione nel Mediterraneo di nuovi campi di internamento che non si vedevano dall’epoca coloniale, ma deve buttare un occhio a questo fastidioso diritto internazionale che disturba la campagna d’Africa. Piantedosi gongola per il calo degli sbarchi di donne, uomini e bambini. Il quaranta per cento in meno. Non dice nulla sul conseguente aumento del 155% dei morti in mare, e dunque non si può dire se gongola anche per questo. Ma di contro tutta questa gioia governativa per così tante conquiste di civiltà, dalla distruzione del diritto di asilo alla neutralizzazione delle Convenzioni di Amburgo e di Ginevra, ci sono anche i fallimenti, che cominciano ad arrivare a raffica, degli strumenti amministrativi di punizione usati contro chi soccorre vite in mare. Il Decreto Piantedosi sta per essere seppellito da decine di sentenze che riconoscono ogni volta la sua totale pretestuosità e illegittimità. Non manca molto che i fermi arbitrari e illegali operati dal governo contro navi di soccorso, si tramutino anche in ricorsi per danni morali e materiali, così che sarebbe finalmente lo Stato, grazie a Piantedosi, a sovvenzionare economicamente il soccorso civile in mare. Cosa peggiore per il Viminale non ci sarebbe. E poi nel mentre c’è il processo per la strage di Cutro, che prima o poi, udienza dopo udienza, tornerà a far parlare di sé. Gli imputati sono ufficiali della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza, non esattamente un bel vedere per “la legalità che rappresentano le istituzioni” come ebbe a dire quel grandissimo legalitario del ministro Salvini, mentre i cadaveri di una delle peggiori omissioni di soccorso della storia, venivano restituiti dal mare sulla spiaggia. Nuovi piani La “task force” strategica però è al lavoro, in cerca di nuove strategie per impedire che le navi di soccorso possano operare per salvare più vite che possono. Da un lato verrà presto varato un nuovo decreto sicurezza – ma un governo che fa decine di decreti sicurezza, quanta insicurezza trasmette? – quello del “blocco navale”. Il tentativo è di capitalizzare il migration pact europeo, per dotarsi di nuovi strumenti di rappresaglia e impedimento del soccorso civile in mare. Con questi nuovi poteri, il governo potrà “chiudere temporaneamente i confini” a quelle navi che, in ragione di allarmi quali terrorismo e pandemie, avessero a bordo naufraghi migranti. Ma da ambienti ben informati – risulterebbe che gli esperti siano stati messi al lavoro anche su qualcosa di più audace: trovare il modo “legale” di far sequestrare le navi ong dalle milizie libiche in acque internazionali. Il piano allo studio, che coinvolgerebbe anche la Procura Generale Libica, prevede queste fasi: costruzione di fattispecie di reato create ad arte, attraverso la messa in scena delle cosiddette “runaway boat”, barche veloci che affiancano le navi di soccorso e “scaricano” alcune decine di persone migranti alla volta e poi ripartono tornando in Libia. La messa in scena serve a rappresentare la “contiguità” tra navi ong e trafficanti. La seconda fase è l’apertura, in seguito ai rapporti della cosiddetta “guardia costiera libica”, presso il tribunale di Tripoli, di un fascicolo riguardante la “continuazione del reato di tratta di esseri umani” posto in essere su suolo libico, in acque internazionali ad opera delle navi di soccorso. Per fare questo si tenterà, si dice, di richiamarsi alla direttiva onu anti trafficking del 2000 e successive. I rapporti della cosiddetta “guardia costiera libica” dopo ogni caso di messa in scena delle “runaway boat”, vengono inviati anche alla struttura Ncc del Viminale, e a Frontex. La polizia giudiziaria dei porti assegnati in Italia per lo sbarco successivo dei naufraghi li acquisisce e li sottopone al magistrato competente. Il quale potrebbe aprire subito, in Italia, un fascicolo per articolo 12 – favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – contro il comandante della nave. Ma il punto “innovativo” non è questo, ma il lato libico: sulla base del perseguimento di un reato, iniziato su suolo nazionale libico e “continuato” in acque internazionali, il tentativo è di legittimare un intervento coercitivo con ordine impartito al comando delle navi, di dirigersi su Tripoli “per accertamenti giudiziari”. Al rifiuto del comandante della nave, che ha la responsabilità del suo equipaggio e dell’incolumità delle persone soccorse, la procedura allo studio è di regole d’ingaggio che prevedono anche l’uso di armi da fuoco in termini di “deterrenza”. È questa la parte pi delicata del piano: l’addestramento del personale libico, che fa il doppio lavoro tra attività criminali delle milizie e “ufficiali” del governo libico, non da ancora il livello di sicurezza adeguato. Agli italiani non ai libici. Ma su questo, dice la fonte ben informata, stanno lavorando. Proprio un bel lavoro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I signori dei cancelli proviene da Comune-info.
June 4, 2026
Comune-info
Da invasori a invasi
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Pozol Chiapas, che ringraziamo -------------------------------------------------------------------------------- Nel 1971, tre accademici studiarono e analizzarono il ruolo delle “istituzioni caritatevoli” nelle baraccopoli (formatesi a seguito delle occupazioni abusive) di Lima, pubblicando un’opera profonda e rigorosa intitolata “Dagli invasori agli invasi”, diffusa su Cuadernos de DESCO*. L’opera si concentra sugli effetti che l’intervento dei “benefattori” (oggi diciamo ONG) ha sugli abitanti. Dopo aver documentato l’enorme espansione delle baraccopoli conseguenti alle occupazioni (“invasioni”, come le chiamano i media), in cui milioni di persone si concentrano nelle periferie della capitale, sottolineano come le istituzioni caritatevoli cerchino la “smobilitazione politica degli abitanti”. Esse rappresentano l’imperialismo, la “borghesia nazionale” e gli imprenditori che, “aiutando” gli abitanti, riescono a “neutralizzare politicamente ampi settori urbani che non possono organizzarsi altrove se non all’interno delle baraccopoli”. Aggiungono che i “benefattori” mirano anche a organizzare i consumi dei residenti, e il loro successo è in gran parte dovuto alla defezione della sinistra, che non è stata in grado di unire questo ampio settore urbano. Un secondo tema che affrontano è l’atteggiamento degli “scienziati sociali”, in particolare americani, che hanno condotto studi nelle baraccopoli. Citano il sociologo tedesco Martin Nicolaus: “Gli occhi professionali del sociologo sono fissi sulle classi inferiori, mentre i palmi delle mani sono rivolti verso le classi dominanti”. Sottolineano come il lavoro sul campo di questi professionisti sia stato “di grande utilità per il Peace Corps, l’USAID, altri benefattori, il loro prestigio accademico, le fondazioni che finanziano i loro studi, le loro tesi di dottorato, la gioia degli americanisti, ecc., ma con poche eccezioni per gli abitanti delle baraccopoli”. Il terzo punto affronta l’analisi del modus operandi dei “benefattori” che, avvicinandosi ai settori più attivi delle baraccopoli, “creano clientelismo tra i leader delle associazioni di residenti, i quali, per mantenere la loro leadership, devono rispondere alle richieste degli abitanti”. Inoltre, diffondono l’idea che non esista una classe dominante e che la povertà sia colpa dei poveri, non un problema strutturale. Infine, sebbene ci sia molto altro da dire, i tre autori dicono di non essere interessati a presentare uno studio accademico, bensì a smascherare le istituzioni che “sono solo strumenti di demobilitazione popolare e di trasmissione dell’ideologia dei settori nazionali e stranieri dominanti”. Vogliono che il loro lavoro aiuti le persone a conoscere meglio i loro “benefattori”. Basandomi su questo breve glossario di un’opera eccellente, vorrei ricordare a tutti che i programmi sociali esistono nel nostro continente da oltre mezzo secolo, lo stesso lasso di tempo di coloro che li denunciano senza che le loro indagini vengano prese in considerazione. Certamente, ci sono stati cambiamenti nei metodi e negli stili della cooperazione internazionale per lo sviluppo e la promozione, ma gli elementi essenziali erano già presenti più di mezzo secolo fa. Questo solleva alcuni interrogativi. Perché le organizzazioni di sinistra e i movimenti di base continuano ad accettare questi programmi che, da mezzo secolo, sappiamo essere contrari agli interessi del popolo e dei settori popolari? Perché migliaia e migliaia di accademici e sociologi si lasciano strumentalizzare da chi detiene il potere, quando, con le loro qualifiche, avrebbero altre opzioni e potrebbero lavorare in altri campi? Credo che questi atteggiamenti non possano essere compresi senza considerare che il trionfo del capitalismo, seppur temporaneo, ha convinto molte persone e partiti politici che opporsi al sistema sia pericoloso. Non sto dicendo che le loro vite siano in pericolo, perché non vivono a Gaza, né in quartieri operai o comunità indigene. Il pericolo che percepiscono riguarda le loro carriere professionali, il successo individuale e, soprattutto, la sicurezza economica e lavorativa. Se osserviamo attentamente, sia i partiti di sinistra che gran parte delle dirigenze dei movimenti, sono attualmente composti da persone con titoli accademici, in possesso di qualifiche che fungono da lasciapassare per l’ascesa sociale, e che appartengono a quella che Emmanuel Todd, non senza un pizzico di malizia ma con notevole perspicacia, definisce “oligarchia di massa”. Ciò riflette l’enorme mutamento del sistema, che ha integrato i vertici dei settori popolari, indicando al resto la via per il successo individuale. In particolare, è riuscito a cooptare i leader (o a “clientelizzarli”, come afferma l’opera di cui sto parlando). Questi leader sono fondamentali per stabilizzare il sistema di dominio. Pertanto, l’impegno degli zapatisti a non arrendersi, a non cedere e a non svendersi rimane un punto di riferimento etico imprescindibile, soprattutto in questi tempi di sconvolgimento sistemico. . *Gli autori sono Alfredo Rodríguez, Gustavo Riofrío e Eileen Welsh. L’opera è disponibile online. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Da invasori a invasi proviene da Comune-info.
May 29, 2026
Comune-info
Crosetto ministro dell’ipocrisia
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto oggi si vanta dell’Italia che salva vite in mare. Peccato che dimentichi di dire che il suo governo ha approvato il decreto Piantedosi, che blocca le navi delle ONG, le multa, le manda nei porti più lontani possibile e le criminalizza per aver salvato persone invece di obbedire alla Guardia Costiera libica,  quella stessa che ci spara addosso e riporta le persone in fuga nei lager libici. Mentre il governo italiano ostacola i soccorritori civili, nel Mediterraneo centrale si muore a ritmi record: solo nei primi due mesi del 2026, +150% di morti rispetto all’anno scorso. Dal 2014 a oggi: più di 20.000 persone morte o disperse nel Mediterraneo. Vantarsi dei salvataggi mentre si fermano le navi e si accusano i capitani che salvano non è orgoglio nazionale. Crosetto ministro dell’ipocrisia. Sea Watch
May 21, 2026
Pressenza
Paul Grüninger: il coraggio di disobbedire
  di Bruno Lai 12 maggio 1938: Paul Grüninger viene licenziato per aver fatto del bene. Paul Grüninger è una figura straordinaria, un uomo che paga un prezzo altissimo per seguire la propria coscienza anziché gli ordini burocratici. Prima di diventare un poliziotto ed un eroe, è un calciatore di ottimo livello. Grande appassionato di calcio, all’inizio del Novecento gioca
Migranti: l’invasione non c’è, l’emergenza è nel sistema
823 minori stranieri non accompagnati in centri per adulti, anche quando ci sono posti nei centri dedicati. Porti lontani assegnati alle ONG per gli sbarchi anche se i centri al Sud non sono sovraffollati. Città e regioni con ispezioni quasi assenti nei centri di accoglienza. L’invasione non c’è e non dovrebbe esserci neanche l’emergenza, ma è creata, programmata, da un sistema che la rende costante in quanto privo di controlli e trasparenza. È quanto emerge dal nuovo report Centri d’Italia 2026 (https://centriditalia.it/home).  L’emergenza è voluta e ricercata da scelte politiche anche in assenza di numeri di arrivi definibili “invasione”. A fine 2024 le persone accolte sono meno di 135.000, ossia lo 0.23% della popolazione residente in Italia. Eppure, lo stato eccezionale è stato trasformato in regola. Ci sono grandi centri sovraffollati, gestori profit che li gestiscono senza controlli delle prefetture e senza fornire servizi necessari all’integrazione. ActionAid e Openpolis hanno fotografato la situazione monitorando i centri governativi di prima accoglienza e SAI-centri degli enti locali con il report “La Frontiera, ovunque. Centri d’Italia 2026”. Dati inediti ottenuti con oltre 70 procedure di richiesta a Ministeri e Prefetture. “L’opacità, ha sottolineato Fabrizio Coresi, esperto Migrazioni di ActionAid, è parte dell’approccio del governo, che rende meno visibili le conseguenze delle scelte amministrative sulla vita delle persone e sottrae queste scelte al controllo parlamentare e della società civile”. Nel 2024 i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) ospitano quasi 97.000 persone, circa il 72% del totale. Non c’è programmazione e il sovraffollamento impatta quasi solo i CAS adulti. Su 6.024 strutture prefettizie attive nel 2024, 973 risultano oltre la capienza stabilita, 520 sono oltre il 120% e 13 hanno presenze pari al doppio della capienza. Parallelamente crescono i gestori for profit: tra il 2022 e il 2024 abbiamo avuto un +109%. Insieme all’assenza di competenze e alla penetrazione nel mercato di soggetti con scopo di lucro, il rafforzamento dei centri medi e grandi (il 36,0% della capacità di accoglienza è concentrata in centri sopra i 50 posti) e il maggior peso dei grandi gestori (i primi 10 controllano il 19,1% dei posti totali), mostrano che si tende a premiare la riduzione di costi dovuta a grandi volumi e scarsi servizi. La Croce Rossa  Italiana, con le sue  articolazioni  territoriali,  gestisce 5.743 posti e Medihospes ne gestisce 5.233. Per la prima volta il Report monitora gli effetti del Decreto-legge 133/2023 che consente, in via eccezionale, di accogliere chi ha almeno 16 anni nei Centri per adulti. Una norma nata in teoria come emergenziale, che crea però un fenomeno “stabile”. Sono almeno 823 i minori che risultano in questi centri nel 2023, una parte vi era già prima. Si tratta anche di permanenze lunghe: la norma consentirebbe 90 giorni, ma ci sono picchi a oltre 150 fino a 1.413 giorni.  Una forma stabile di accoglienza impropria, priva di servizi educativi e abitativi adatti alla minore età. La debolezza dei controlli è evidente e preoccupante: nel 2024 si sono svolti 1.564 controlli, ma la distribuzione territoriale è disomogenea. Ci sono poli iper-monitorati come Napoli (100% delle strutture), Potenza (93,2%) e Caserta (il 95,6%) e grandi zone cieche come le Prefetture di Roma, Frosinone e Ravenna. Queste ultime sono le prime tre prefetture italiane per posti gestiti sulle 33 totali, dove non si registrano controlli nel 2024. Anche l’assegnazione dei porti a seguito dei soccorsi in mare appare pretestuosa per la distribuzione territoriale delle persone. Una scelta non giustificata dal sovraffollamento dei Centri. Un esempio su tutti: il 31 dicembre 2023, 55 persone sono state fatte sbarcare nel Lazio, nonostante ci fosse ampia disponibilità nei Centri di accoglienza delle regioni del Sud Italia. Il Rapporto sottolinea come il monitoraggio del d.l. 145/2024, che impatta fortemente sui diritti di chi chiede protezione, sia praticamente impossibile. Tra 2024 e 2025: 334 estinzioni dei procedimenti (e 1.568 sospesi per allontanamento, poi riaperti entro 9 mesi) per ritiro implicito della domanda d’asilo. Quanto al SAI (Sistema Accoglienza Integrazione, sistema nazionale di accoglienza per titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati, attuato dagli Enti Locali con fondi del Fondo Nazionale per le Politiche e i Servizi dell’Asilo), il sistema funziona, ma è residuale e bloccato: il ricambio degli accolti scende dal 35,5% nel 2023 al 26,1% nel 2024 e al 21,3% nei primi undici mesi del 2025 e le richieste pendenti tra 2023 e novembre 2025 sono 4.725. Guardando alla geografia dell’accoglienza, l’esame della distribuzione territoriale restituisce non solo una ripartizione di posti, ma anche di funzioni. Il Mezzogiorno concentra 51.440 posti, pari al 35,2% della capienza complessiva; seguono il Nord-Ovest con 36.656 posti (25,1%), il Centro con 29.945 (20,5%) e il Nord-Est con 28.219 (19,3%). Più nel dettaglio, il Sud raccoglie il 78,5% della prima accoglienza e il 53,1% della capacità Sai, mentre il Nord-Ovest da solo concentra il 29,7% della capacità Cas nazionale. Il Sud assorbe quindi una quota decisiva delle strutture di frontiera e del secondo livello pubblico, il Nord-Ovest e il Centro reggono una parte rilevante dell’ossatura straordinaria, mentre il Nord-Est combina accoglienza diffusa e una quota non marginale di prima accoglienza legata alla frontiera terrestre e adriatica. “Il sistema di accoglienza italiano è un non sistema, si legge nelle conclusioni del Rapporto, un meccanismo di distribuzione e alloggiamento di persone che funziona secondo un equilibrio nel quale l’eccezione è diventata metodo e la tutela si è fatta intermittente, quando non del tutto inconsistente. I dati del 2024 e del 2025 mostrano la scarsa esigibilità e l’aggiramento di diritti che dovrebbero essere garantiti: l’assetto costruito per aggiustamenti progressivi e continui, relega ancora più ai margini il sistema pubblico in capo ai Comuni, ampliando la centralità della prima accoglienza e trattando la frontiera come principio organizzativo dell’intera filiera. (…) Ricostruire una filiera trasparente, programmata e responsabile significa, in concreto, riportare l’accoglienza ordinaria al centro, ridurre il ricorso ai grandi centri e ai dispositivi di frontiera come soluzione permanente, rendere nuovamente strutturali i servizi necessari a riconoscere la vulnerabilità e accompagnare all’autonomia, rafforzare il Sai come infrastruttura territoriale e non come segmento residuale, proteggere davvero la transizione dei minori alla maggiore età. Ma, prima ancora, vuol dire decidere se l’accoglienza debba restare un campo di eccezione o tornare a essere una politica pubblica leggibile, verificabile e orientata ai diritti. Da questa decisione dipende non solo la sorte di chi arriva, ma anche la qualità democratica del nostro ordinamento”. Qui il Report “La frontiera, ovunque” di ActionAid, in collaborazione con Openpolis: https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/actionaid.it/uploads/2026/04/La_frontiera_ovunque_report.pdf.   Giovanni Caprio
May 3, 2026
Pressenza
LIBANO: PIOGGIA DI BOMBE ISRAELIANE, “BEIRUT NEL CAOS”. A RISCHIO TREGUA E NEGOZIATI USA-IRAN
Israele cerca di far saltare cessate il fuoco e negoziati bombardando a tappeto il Libano. Tra ieri e oggi l’esercito di occupazione israeliano ha fatto piovere una raffica di bombe su tutto il Paese dei cedri nonostante da Teheran abbiano più volte ribadito che l’accordo, per essere valido, debba riguardare anche il territorio libanese. Tel Aviv prosegue l’offensiva e vuole occupare il sud del Paese, fino al fiume Litani. Ieri l’aviazione israeliana ha sferrato cento attacchi in dieci minuti, anche nel cuore della capitale libanese Beirut. Nelle ultime ore, tra la notte e stamattina, almeno venti i raid aerei in tutto il sud. Sul terreno, però, l’Idf trova la resistenza del movimento sciita Hezbollah. Negli scontri, ieri, un missile israeliano ha centrato un mezzo militare italiano della missione Unifil. Timide proteste dal governo Meloni. Tajani ha convocato l’ambasciatore israeliano. Dall’altra parte, Hezbollah ha lanciato razzi verso il territorio occupato dallo stato di Israele. “La città di Beirut, ma non solo, si sono ritrovate in poco tempo nel caos”, ha riferito ai nostri microfoni da Federico Patacconi, capomissione in Libano per l’Ong italiana Cesvi. “Le ambulanze difficilmente riuscivano a raggiungere il luogo dell’incidente, gli ospedali sono stati sotto grande pressione” e resta urgente la necessità di reperire sangue a causa delle centinaia di feriti giunti in poco tempo. Questa situazione, continua Patacconi, “non soltanto crea tensioni esterne con lo stato di Israele ma è anche una modalità di Israele di creare tensioni interne”. Gli aggiornamenti da Beirut con Federico Patacconi, capomissione in Libano per l’Ong italiana Cesvi. Ascolta o scarica
April 9, 2026
Radio Onda d`Urto
Il Tribunale di Trapani riconosce l’illegittimità di detenzione e blocco della Mare Jonio nell’ottobre 2023
La politica del governo contro le ONG produce solo sofferenza e morte. È il fallimento di Piantedosi, che dovrebbe dimettersi. Il Tribunale di Trapani ha pronunciato sentenza per il caso del soccorso effettuato dalla nave Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans il 16 ottobre del 2023: sono state definitivamente annullate le sanzioni – fermo amministrativo della nave per venti giorni e multa di oltre 3.000 euro – con cui il governo aveva colpito Mediterranea sulla base del Decreto Legge Piantedosi e il Ministero dell’Interno è stato anche condannato al pagamento delle spese legali. In quella occasione, grazie alla segnalazione ricevuta dall’aereo civile di osservazione SeaBird 2 di Sea-Watch, eravamo intervenuti su un gommone in pericolo in zona SAR sotto controllo della Libia, che si trovava con “motore in avaria, i tubolari già parzialmente sgonfi e danneggiati, con una grave situazione di sovraffollamento a bordo (con donne e bambini tutti privi di dispositivi individuali di salvataggio) e con una persona già finita in acqua e a rischio annegamento”: con l’immediato intervento del nostro Rescue Team, riuscivamo a soccorrere a bordo della Mare Jonio tutte le 69 persone naufraghe, in gran parte famiglie provenienti da Sudan e Sud Sudan con diverse donne e bambini, tra cui un neonato, sbarcate il giorno successivo a Trapani.  Si è trattato del primo caso di applicazione del DL Piantedosi alla Mare Jonio, con la motivazione che la nave di Mediterranea non si era sottoposta al “coordinamento delle Autorità Libiche” e non aveva chiesto agli stessi libici “l’assegnazione del porto di sbarco.” Motivazioni che sono state considerate ora dal Tribunale di Trapani del tutto illegittime, dal momento che la Mare Jonio aveva immediatamente comunicato a tutte le autorità la disponibilità della nostra nave a intervenire in soccorso di questa imbarcazione e che – come si legge nella sentenza – “viene espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco a seguito di soccorso in mare, alla luce della volatile situazione di sicurezza in generale e dei particolari rischi per la protezione dei cittadini stranieri (compresa la detenzione arbitraria e illegale in condizioni inadeguate nei centri di detenzione gestiti dallo Stato e le segnalazioni di gravi violazioni e abusi contro richiedenti asilo, rifugiati e migranti da parte, tra gli altri, di milizie, trafficanti e contrabbandieri.)” Illegittima è stata quindi la richiesta da parte delle Autorità italiane di riferirsi e sottomettersi al coordinamento delle cosiddette “autorità competenti libiche”, mentre del tutto legittimo è stato “l’operato del comandante della Mare Jonio, non ricorrendo un arbitrario rifiuto di osservare le indicazioni date dall’autorità di bandiera, quanto piuttosto un motivato discostamento dalle stesse in ragione della corretta esclusione della possibilità di poter richiedere alle autorità libiche la indicazione del porto ove far sbarcare i naufraghi per le ragioni sopra espresse.” Non si contano più le sentenze pronunciate dai Tribunali della Repubblica Italiana con cui viene puntualmente smontato l’impiego del Decreto Legge Piantedosi per colpire, intralciare e impedire l’attività di soccorso delle navi civili. Nei confronti della nostra Mare Jonio questo è accaduto per tre volte (due procedimenti sono ancora aperti e andranno a sentenza entro quest’anno), costringendo la nave a fermarsi per mesi, sottraendola agli interventi di salvataggio in mare e costringendoci a sostenere costi molti gravosi per il suo mantenimento. Questo impiego illegittimo e strumentale del DL Piantedosi è tanto più grave di fronte alla situazione in Nord Africa e nel Mar Mediterraneo Centrale: detenzioni arbitrarie, deportazioni, violenze e torture in Libia e Tunisia. Solo dall’inizio di quest’anno, più di 1.600 donne, uomini e bambini hanno perso la vita nel Mediterraneo. Il fallimento delle politiche governative purtroppo, costa la vita a migliaia di persone: i naufragi si susseguono in mare, mentre il Ministro ridacchia sbandierando il “successo” della diminuzione degli sbarchi; donne, uomini e bambini muoiono di ipotermia, di freddo, abbandonati alla deriva per giorni. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite certifica la natura criminale delle cosiddette “istituzioni libiche”, della cosiddetta “Guardia Costiera libica”, con i quali i nostri servizi segreti ( AISE) “intrattengono ottimi rapporti di collaborazione” (cit. Prefetto Caravelli in audizione al Copasir). Sul vergognoso caso Almasri l’Italia viene deferita per aver fatto fuggire un pericoloso ricercato per crimini contro l’umanità. Sempre l’Onu indaga sulla violazione dell’embargo sulle armi alle milizie libiche da parte del governo italiano, che addestra e rifornisce i clan locali. La moralità e l’etica di un ministro della Repubblica non vanno misurate con le gesta da “Suburra” dei palazzi romani di cui ogni giorno abbiamo evidenza, ma sulla sofferenza e sulla morte, sulle ingiustizie e sull’illegittimità ed illegalità dei suoi atti. Dopo questa ennesima prova rappresentata dalla sentenza sul fermo illegittimo e illegale di Mare Jonio, andremo avanti ancora più convinti nel soccorso civile in mare: con la barca Safira già in missione a Lampedusa, e con la nave Mediterranea che sta rendendo più efficienti ospedale di bordo e mezzi di intervento rapido e che presto tornerà in mare. Invitiamo tutti coloro che praticano solidarietà, soccorso, cura, protezione verso i più fragili, in terra e in mare, a continuare e a disobbedire alle leggi ingiuste messe in atto da politiche disumane. Un giorno questi potenti risponderanno anche nei tribunali per i loro crimini. Davanti alla Storia lo stanno già facendo.   Mediterranea Saving Humans
April 3, 2026
Pressenza
Alba Bonetti, presidente di Amnesty International Italia: “Le nuove normative europee sui migranti rappresentano una grave violazione dei diritti umani”
In un mondo in cui quasi due miliardi di uomini, donne e bambini (un essere umano su quattro) vivono in situazioni di conflitto e di grave crisi e pericolo, l’Unione Europea e il governo italiano attraverso nuove normative “dichiarano guerra” ai migranti con un’inedita stretta che ne riduce drasticamente i diritti umani e civili, considerati pilastri dei valori condivisi nella Dichiarazione universale dei diritti umani, redatta dall’Onu all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale. Ne parliamo con Alba Bonetti, presidente di Amnesty International Italia. Il primo dato che salta agli occhi è il numero di europarlamentari che ha approvato il “giro di vite” contro i migranti: 389 voti a favore, 206 contrari e 32 astensioni. Un voto che segna un’alleanza tra Popolari e Destra su uno dei temi più sensibili. Un elemento che non fa ben sperare per la tutela dei diritti umani, a maggior ragione in una fase storica in cui il moltiplicarsi delle guerre crea altri milioni di profughi. Il voto sul cosiddetto “Regolamento rimpatri” è il segnale della crescente tendenza verso politiche escludenti e spietate in materia d’immigrazione, con ripercussioni preoccupanti per il giusto processo e per le procedure decisionali che devono essere basate sulle prove. Altro che ridurre le situazioni irregolari: queste proposte rischiano d’intrappolare un numero maggiore di persone in situazioni pericolose. Il Parlamento Europeo ha dato via libera all’aumento di requisiti sproporzionati, sanzioni e limitazioni nell’ambito delle decisioni sui ritorni delle persone e all’espansione del ricorso alla detenzione per periodi ancora più lunghi e in contrasto con gli standard internazionali sui diritti umani. Sicuramente l’instabilità politica e le crisi climatiche spingono milioni di persone nel mondo a spostarsi in cerca di condizioni di vita migliori. E spesso sono costrette a farlo in condizioni che mettono a rischio la loro vita e quella dei loro figli. Secondo l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (Unhcr)[1] a metà dal 2025, ultimo periodo di riferimento, 117,3 milioni di persone erano state costrette ad abbandonare le proprie case in tutto il mondo a causa di persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani o eventi che hanno gravemente turbato l’ordine pubblico. Tra queste vi erano quasi 42,5 milioni di rifugiati. Inoltre, vi erano 67,8 milioni di sfollati all’interno dei confini dei propri Paesi (sfollati interni) e 8,42 milioni di richiedenti asilo. Vi sono anche 4,4 milioni di apolidi, a cui è stata negata la cittadinanza e che non hanno accesso a diritti fondamentali quali l’istruzione, l’assistenza sanitaria, l’occupazione e la libertà di movimento. Un altro elemento critico riguarda l’aumento dei Paesi definiti “sicuri”. Può spiegarci cosa comporta per la persona migrante il fatto di provenire da Paesi considerati sicuri? Il 10 febbraio 2026 il Parlamento Europeo ha approvato le norme che modificano il concetto di “Paese terzo sicuro” e introducono una lista comune di “Paesi di origine sicuri”. Applicando il concetto di “Paese terzo sicuro”, gli Stati membri possono dichiarare inammissibili richieste di asilo senza esaminarle nel merito ed eseguire trasferimenti forzati delle persone richiedenti asilo verso Paesi coi quali non avranno alcun legame o attraverso i quali saranno meramente transitati. Viene cancellato anche l’effetto sospensivo dei ricorsi: le persone potranno essere sottoposte a trasferimento forzato ad appello in corso. Nella lista dei “Paesi di origine sicuri” sono compresi Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. Le persone che hanno nazionalità di tali Paesi saranno ritenute non bisognose di protezione e subiranno procedure accelerate di asilo, venendo private in questo modo dell’esame individuale delle loro richieste. Il concetto di “Paese sicuro” è un’astrazione priva di qualsiasi base giuridica. Una richiesta d’asilo va analizzata alla luce della situazione specifica della persona richiedente, non valutando la sicurezza di un Paese in senso astratto. Come qualcuno ha fatto notare, con questo criterio la Germania degli anni ’30 avrebbe potuto essere considerata un “Paese sicuro” per i tedeschi “ariani”, ma non certo per gli ebrei tedeschi. Oggi ci sono Stati che puniscono l’omosessualità con il carcere o addirittura con la pena di morte: questi non sono “Paesi sicuri” per le persone omosessuali. Inoltre, sarebbe “sicuro” l’Egitto di Al Sisi, dove Giulio Regeni è stato sequestrato e ucciso e dove sono detenuti 60.000 prigionieri politici? Che fine fa il diritto d’asilo, dal momento che chi proviene da questi Paesi sarà sottoposto a procedure di rimpatrio accelerate? L’attacco al diritto d’asilo contenuto nelle norme votate a febbraio ha preceduto di poco le ulteriori misure punitive votate la settimana scorsa. Il Parlamento Europeo ha capitolato di fronte a decenni di campagne contrarie ai diritti umani, a partire da quelli delle persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate. È un attacco al cuore dei principi fondamentali dell’Unione Europea, un’abdicazione all’impegno di proteggere i rifugiati e un incentivo agli Stati membri a concludere accordi con Paesi terzi per l’esternalizzazione della gestione delle domande d’asilo. La normativa votata nei giorni scorsi introduce pesanti novità per i migranti che “non collaborano” con gli ordini di espulsione. In particolare, il periodo di trattenimento passa da 18 a 24 mesi e si estende anche ai minori in genere e a quelli non accompagnati in particolare. Sarà quindi sovvertita completamente la tutela oggi garantita a bambini e ragazzi? Già oggi abbiamo casi di minori non adeguatamente tutelati. Gli adulti si spostano portando con sé i figli e nelle difficoltà che si incontrano sulle rotte terrestri e marittime, i minori e le donne sono i più vulnerabili. Molti sono anche quelli che si mettono in viaggio da soli. C’è il caso di tre persone detenute a Malta da sette anni, scappate dalla Libia nel 2019 su un gommone sovraffollato (all’epoca avevano 15, 16 e 19 anni). Quando l’imbarcazione iniziò a sgonfiarsi, furono soccorse da una nave cargo, intervenuta su richiesta dell’Unione Europea per assistere l’imbarcazione in difficoltà. Dopo il salvataggio, il comandante della nave tentò di riportare in Libia le persone soccorse, in violazione del diritto internazionale che impone di condurre le persone salvate in un luogo sicuro. Su richiesta disperata delle persone salvate, il comandante si diresse a Malta, dove le autorità accusarono i tre giovani di aver preso il controllo della nave con la forza. Sono stati quindi incriminati per reati gravi punibili con l’ergastolo secondo le leggi maltesi sul terrorismo e ancora oggi sono coinvolti in un procedimento giudiziario che non avrebbe mai dovuto essere avviato. Amnesty International esprime inoltre preoccupazione per le criticità procedurali e le lacune nelle indagini che hanno inciso sull’equità del processo, ad esempio la mancata convocazione di testimoni chiave, comprese altre persone soccorse. Nonostante l’assenza di prove di violenza, le autorità hanno continuato a sostenere accuse prive di fondamento legate al terrorismo. La gestione di questo caso da parte di Malta è segnata da una serie di gravi mancanze: a questi giovani (due dei quali minorenni al momento dell’arresto) è stato negato un processo equo e sono stati trattati come adulti, trascorrendo sette anni della loro vita in un limbo giudiziario, un periodo che avrebbero dovuto dedicare allo studio, al lavoro e semplicemente alla loro crescita, liberi dal peso di un procedimento penale. Questo è solo un esempio di violazione dei diritti dei minori migranti; l’inasprimento delle normative non può che peggiorare le condizioni di chi più dovrebbe essere tutelato. Un’altra novità importante riguarda la possibilità per i migranti di essere deportati in Paesi terzi anziché rimpatriati, anche in nazioni con cui la persona non ha mai avuto alcun legame. Cosa ne pensa? Con questo concetto di “Paese terzo sicuro” sarà più facile per gli Stati membri dichiarare inammissibili le domande di asilo, senza procedere a esami nel merito. Consentirà inoltre il trasferimento forzato di persone in cerca di protezione verso Paesi con cui non hanno alcun legame. È un modo vergognoso di aggirare gli obblighi previsti dal diritto internazionale, sposta ulteriormente la responsabilità della protezione dei rifugiati verso Paesi al di fuori dell’Europa ed è lontanissimo da una politica migratoria umana, in grado di assicurare il rispetto della dignità delle persone. Rappresenta una gravissima rinuncia agli impegni dell’Unione Europea in materia di protezione dei rifugiati e apre la strada a intese tra Stati membri e Paesi terzi per l’esternalizzazione dell’esame delle domande di asilo. Viste le ultime novità sulle politiche migratorie c’è chi paragona l’Unione Europea agli Stati Uniti: rischiamo di vedere “cacce al migrante” in stile ICE nelle nostre strade? Mi auguro di no! Sicuramente la retorica che equipara “migrante” a “minaccia” esaspera la contrapposizione “noi contro loro”, ignorando strumentalmente la realtà. Le persone migranti sono presenti e integrate in Italia, anche se il mancato riconoscimento dei loro diritti ne fa degli “Invisibili” [2] che con questo nome hanno sfilato nella manifestazione No Kings del 28 marzo scorso. Particolarmente preoccupante è il fatto che questa ideologia divisiva e violenta attecchisca nei giovanissimi, come mostra l’arresto avvenuto il 30 marzo di un 17enne di Pescara accusato di istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, in procinto di organizzare un massacro nella sua scuola. Il ragazzo era in contatto tramite social media con gruppi che esaltano la superiorità “ariana” e autori di stragi di massa. Altri sette minorenni risultano indagati per gli stessi motivi[3]. Non abbiamo le “cacce al migrante”, ma ci sono segnali allarmanti sulla pervasività della propaganda razzista. Per Amnesty International è più mai necessario promuovere l’educazione ai diritti umani in ogni ordine di scuola. Come se non bastasse la stretta UE, in Italia la maggioranza sta proponendo un disegno di legge che prevede il “blocco navale” e l’interdizione alle acque territoriali in caso di “rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale, pressione migratoria eccezionale, tale da compromettere la gestione sicura dei confini”. Pare fatto apposta per respingere le navi delle Ong che salvano i migranti in mare. Che fine fanno le convenzioni internazionali che prevedono l’obbligo di soccorso in mare? Il Consiglio dei Ministri ha approvato l’11 febbraio scorso il disegno di legge in materia di immigrazione e protezione internazionale inasprendo prassi e normative nazionali, introducendo una stretta ulteriore e ancora una volta securitaria, sul piano delle politiche migratorie: blocco navale, restrizioni sull’accoglienza e sui ricongiungimenti familiari, procedure di rimpatrio accelerate che permettono l’allontanamento immediato di persone proveniente dai “Paesi sicuri”. Un impianto punitivo in cui l’immigrazione è ancora considerata una minaccia alla sicurezza nazionale, non un fenomeno da gestire. Il tutto in contrasto con gli obblighi di diritto internazionale, come quelli sul soccorso in mare o sull’accesso a un esame individuale delle domande d’asilo. Inoltre, in continuità con i governi precedenti, nel novembre 2025, il governo Meloni ha scelto di proseguire la cooperazione in materia di migrazione con la Libia, rinnovando il Memorandum d’intesa automaticamente fino al 2029. Il sostegno tecnico, logistico e finanziario alle istituzioni libiche incentiva il perpetuarsi di gravi violazioni dei diritti umani e di crimini contro l’umanità.[4] Ci sono anche altri modi per fermare o disincentivare i soccorsi in mare: l’equipaggio della nave Iuventa, accusato di “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare” per i salvataggi effettuati in mare, ha subito un processo lungo sette anni ed è stato sollevato dall’accusa perché “il fatto non sussiste”. Negli anni il processo Iuventa era diventato un simbolo della tendenza a criminalizzare i difensori dei diritti umani che si occupano di assistere persone rifugiate e migranti in pericolo in mare; nonostante l’assoluzione dell’equipaggio di Iuventa, purtroppo è proseguita la prassi governativa di assegnazione di porti di sbarco distanti dai luoghi dei soccorsi, in violazione del diritto marittimo e internazionale, così come il fermo amministrativo delle navi – misure strumentali volte a bloccare legittime e indispensabili attività di salvataggio in mare, associate a una più generica criminalizzazione delle persone impegnate in operazioni di ricerca e soccorso su imbarcazioni delle ONG. Amnesty International Italia ribadisce la richiesta al governo di porre urgentemente fine alla pratica dei “porti lontani” e di astenersi dall’adottare altre misure che ostacolino il lavoro delle ONG impegnate nei soccorsi in mare. Inoltre, chiede alle istituzioni italiane di attivarsi per garantire alle ONG Sar di poter operare senza timore di rappresaglie, in conformità con gli obblighi di diritto internazionale dell’Italia. Si parla molto di inverno demografico in Europa e i conti tra popolazione attiva e pensionati non tornano, ma invece di favorire l’arrivo e l’integrazione di giovani futuri genitori, prevale la volontà di arroccarsi nei nostri Paesi sempre più vecchi. Cosa ne pensa? Amnesty International ritiene che i diritti umani vadano difesi a prescindere dalle convenienze economiche e da qualsiasi altra valutazione geopolitica, come affermato dall’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Cosa si può fare per opporsi a questa deriva? Sul tema migrazione è difficile individuare motivi di speranza (dall’ICE di Trump alla remigrazione di Vannacci) se non l’investimento nella cultura, nella contro-narrazione e nell’educazione ai diritti umani. Le nostre battaglie, proprio perché innervate su trasformazioni culturali, richiedono tempi lunghi. Adesso siamo in una fase di pericoloso ripiegamento, o addirittura inversione rispetto alla traiettoria seguita nei decenni precedenti, almeno per quanto riguarda le politiche governative. È responsabilità di tuttə contrastare le correnti ispirate a teoria suprematiste e razziste. Però qualche spiraglio c’è: le manifestazioni “No kings” di sabato 28 marzo hanno portato in piazza milioni di persone in tutto il mondo e le nostre battaglie per la giustizia possono fare la differenza: il 16 gennaio, dopo otto anni di limbo,  la Corte d’Appello di Lesbo, in Grecia, ha emesso un verdetto di assoluzione [5]**al termine del procedimento a carico di Seán Binder [6]*****, volontario impegnato nelle operazioni di soccorso, e di altre 23 persone. Tra loro Sarah Mardini, la giovane siriana campionessa di nuoto che insieme alla sorella salvò decine di migranti trascinando a nuoto il barcone in avaria: la sua storia è raccontata nel film “Le nuotatrici”. Rischiavano 20 anni di carcere per accuse assurde. Amnesty è sempre rimasta al loro fianco. [1] https://www.unhcr.org/about-unhcr/overview/figures-glance [2] https://www.romatoday.it/attualita/marcia-invisibili-colosseo-cgil-flai-lavoratori-migranti-video.html [3] https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/30/strage-neonazista-17enne-arrestato-news/8339696/ [4] https://www.amnesty.it/tre-anni-di-governo-meloni-diritti-in-caduta-libera/ [5] Grecia: Seán Binder assolto da tutte le accuse – Amnesty International Italia [6] https://www.youtube.com/watch?v=BLGiEBdMffY Claudia Cangemi
April 3, 2026
Pressenza
MIGRANTI: PER IL TRIBUNALE DI TRAPANI LA DETENZIONE E IL BLOCCO DELLA MARE JONIO DEL 2023 È ILLEGITTIMO
Continua a perdere pezzi, smontato nelle aule di tribunale, uno dei decreti del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, quello contro le ong che soccorrono le persone migranti nel Mediterraneo. L’ultima decisione arriva dal Tribunale di Trapani, che ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio, della ONG Mediterranea Saving Humans, disposto nell’ottobre 2023. I giudici hanno annullato le sanzioni e condannato il Viminale al pagamento delle spese legali, riconoscendo la correttezza dell’intervento di soccorso. La decisione riconosce la correttezza dell’intervento di soccorso: 69 persone, tra cui donne, bambini e un neonato, salvate da un gommone in grave pericolo. “Hanno torto lorto anche nei tribunali e questo dovrebbero portare alle dimissioni di Piantedosi. Non per il gossip o per quel sottobosco dei palazzi romani che ricorda la ‘suburra’, ma perché le sue politiche sono illegali. Il suo è un fallimento” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Luca Casarini di Mediterranea Saving Human. Ascolta o scarica. Di seguito il comunicato diffuso dall’ong: “Il Tribunale di Trapani ha pronunciato sentenza per il caso del soccorso effettuato dalla nave Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans il 16 ottobre del 2023: sono state definitivamente annullate le sanzioni – fermo amministrativo della nave per venti giorni e multa di oltre 3.000 euro – con cui il governo aveva colpito Mediterranea sulla base del Decreto Legge Piantedosi, e il Ministero dell’Interno è stato anche condannato al pagamento delle spese legali. In quella occasione, grazie alla segnalazione ricevuta dall’aereo civile di osservazione SeaBird 2 di Sea-Watch, eravamo intervenuti su un gommone in pericolo in zona SAR sotto controllo della Libia, che si trovava con “motore in avaria, i tubolari già parzialmente sgonfi e danneggiati, con una grave situazione di sovraffollamento a bordo (con donne e bambini tutti privi di dispositivi individuali di salvataggio) e con una persona già finita in acqua e a rischio annegamento”: con l’immediato intervento del nostro Rescue Team, riuscivamo a soccorrere a bordo della Mare Jonio tutte le 69 persone naufraghe, in gran parte famiglie provenienti da Sudan e Sud Sudan con diverse donne e bambini, tra cui un neonato, sbarcate il giorno successivo a Trapani. Si è trattato del primo caso di applicazione del DL Piantedosi alla Mare Jonio, con la motivazione che la nave di Mediterranea non si era sottoposta al “coordinamento delle Autorità Libiche” e non aveva chiesto agli stessi libici “l’assegnazione del porto di sbarco.” Motivazioni che sono state considerate ora dal Tribunale di Trapani del tutto illegittime, dal momento che la Mare Jonio aveva immediatamente comunicato a tutte le autorità la disponibilità della nostra nave a intervenire in soccorso di questa imbarcazione e che – come si legge nella sentenza – “viene espressamente e chiaramente escluso che la Libia, paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco a seguito di soccorso in mare, alla luce della volatile situazione di sicurezza in generale e dei particolari rischi per la protezione dei cittadini stranieri (compresa la detenzione arbitraria e illegale in condizioni inadeguate nei centri di detenzione gestiti dallo Stato e le segnalazioni di gravi violazioni e abusi contro richiedenti asilo, rifugiati e migranti da parte, tra gli altri, di milizie, trafficanti e contrabbandieri.)” Illegittima è stata quindi la richiesta da parte delle Autorità italiane di riferirsi e sottomettersi al coordinamento delle cosiddette “autorità competenti libiche”, mentre del tutto legittimo è stato “l’operato del comandante della Mare Jonio, non ricorrendo un arbitrario rifiuto di osservare le indicazioni date dall’autorità di bandiera, quanto piuttosto un motivato discostamento dalle stesse in ragione della corretta esclusione della possibilità di poter richiedere alle autorità libiche la indicazione del porto ove far sbarcare i naufraghi per le ragioni sopra espresse.” Non si contano più le sentenze pronunciate dai Tribunali della Repubblica Italiana con cui viene puntualmente smontato l’impiego del Decreto Legge Piantedosi per colpire, intralciare e impedire l’attività di soccorso delle navi civili. Nei confronti della nostra Mare Jonio questo è accaduto per tre volte (due procedimenti sono ancora aperti e andranno a sentenza entro quest’anno) costringendo la nave a fermarsi per mesi, sottraendola agli interventi di salvataggio in mare e costringendoci a sostenere costi molti gravosi per il suo mantenimento. Questo impiego illegittimo e strumentale del DL Piantedosi è tanto più grave di fronte alla situazione in Nord Africa e nel mar Mediterraneo Centrale: detenzioni arbitrarie, deportazioni, violenze e torture in Libia e Tunisia e, solo dall’inizio di quest’anno, più di 1.600 donne, uomini e bambini hanno perso la vita nel Mediterraneo. Il fallimento delle politiche governative purtroppo, costa la vita a migliaia di persone: i naufragi si susseguono in mare, mentre il Ministro ridacchia sbandierando il “successo” della diminuzione degli sbarchi; donne, uomini e bambini muoiono di ipotermia, di freddo, abbandonati alla deriva per giorni. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite certifica la natura criminale delle cosiddette “istituzioni libiche”, della cosiddetta “guardia costiera libica”, con i quali i nostri servizi segreti ( AISE) “intrattengono ottimi rapporti di collaborazione” ( cit. Prefetto Caravelli in audizione al Copasir). Sul vergognoso caso Almasri l’Italia viene deferita per aver fatto fuggire un pericoloso ricercato per crimini contro l’umanità. Sempre l’Onu indaga sulla violazione dell’embargo sulle armi alle milizie libiche da parte del governo italiano, che addestra e rifornisce i clan locali. La moralità e l’etica di un ministro della Repubblica non vanno misurate con le gesta da “Suburra” dei palazzi romani di cui ogni giorno abbiamo evidenza. Ma sulla sofferenza e sulla morte, sulle ingiustizie e sulla illegittimità ed illegalità dei suoi atti.  Dopo questa ennesima prova rappresentata dalla sentenza sul fermo illegittimo ed illegale di Mare Jonio, andremo avanti ancora più convinti nel soccorso civile in mare: con la barca Safira già in missione a Lampedusa, e con nave Mediterranea che sta rendendo più efficienti ospedale di bordo e mezzi di intervento rapido, e che presto tornerà in mare. Invitiamo tutti coloro che praticano solidarietà, soccorso, cura, protezione verso i più fragili, in terra e in mare, a continuare e a disobbedire alle leggi ingiuste messe in atto da politiche disumane. Un giorno questi potenti risponderanno anche nei tribunali per i loro crimini. Davanti alla Storia lo stanno già facendo.”
April 3, 2026
Radio Onda d`Urto