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Grande attesa per la quarta Assemblea del Forum Umanista Mondiale
In un momento critico della situazione mondiale, in cui riaffiorano violenze neocolonialiste e sembra scomparire ogni traccia di rispetto per i diritti umani e l’autodeterminazione di ogni popolo, assume grande rilevanza l’invito del Forum Umanista Mondiale a riflettere e agire collettivamente per costruire il mondo in cui vogliamo vivere. Come espresso dal titolo di questa Quarta Assemblea, l’appello di questo spazio di scambio e azione congiunta è quello di superare la crisi e l’incertezza globale attraverso una decisa mobilitazione umana a favore del bene comune. L’interesse suscitato dall’Assemblea, che si terrà il 24 e 25 gennaio dalle 13:00 alle 15:00 (ora UTC, Londra, in Italia calcolare un’ora in più), si è manifestato con intensità nell’iscrizione di organizzazioni e attivisti provenienti da 42 paesi di tutti i continenti. Artisti, collettivi di educatori, promotori della pace e della nonviolenza, sportivi, ricercatori, economisti, rappresentanti del mondo accademico, operatori sanitari e alimentari, difensori dei diritti umani e dell’habitat, tra le altre espressioni della base sociale, confluiranno in questa Assemblea con spirito umanista per condividere visioni ed esperienze che contribuiscano ad aprire il futuro in questa fase complessa che gli esseri umani stanno affrontando. Sebbene la connessione internazionale avverrà tramite videoconferenza, ci saranno diversi momenti in cui si svolgeranno anche scambi di persona. La prima giornata, dopo brevi relazioni su alcune attività di rilievo svolte nell’ambito del Forum Umanista Mondiale negli ultimi mesi, sarà dedicata allo scambio partecipativo per cercare di generare una visione globale della situazione attuale. Durante la seconda giornata si lavorerà su 17 tavoli tematici per rafforzare l’applicazione di proposte e azioni in aree specifiche. Il programma dettagliato è disponibile qui La partecipazione all’Assemblea del Forum Umanista Mondiale, la cui assemblea fondativa si è tenuta a Mosca nel 1993, è aperta a tutte le persone e organizzazioni, con l’unica condizione di non promuovere né sostenere atteggiamenti violenti o discriminatori. Per iscriversi e ricevere il link alla piattaforma virtuale, cliccare qui. Javier Tolcachier
Ha vinto la Teranga
La finale della Coppa d’Africa, disputata domenica nella capitale del Marocco, Rabat, ha visto affrontarsi la squadra locale e quella del Senegal, popolarmente conosciuta come i Leoni della Teranga. Entrambe le squadre sono arrivate alla fase decisiva del più importante torneo calcistico del continente con l’obiettivo di conquistare il loro secondo trofeo, un traguardo che soprattutto il Marocco, in qualità di paese ospitante, aspirava a raggiungere dopo 50 anni dal suo primo titolo. La partita non è stata esente da polemiche ed emozioni estreme. A pochi minuti dalla fine del secondo tempo, dopo aver annullato un gol senegalese, l’arbitro ha fischiato un rigore contro il Senegal, provocando proteste rabbiose e l’abbandono del campo da parte della squadra ospite. Tuttavia, alla ripresa del gioco, Brahim Díaz, giocatore del Real Madrid, ha tirato malissimo, consegnando docilmente la palla al portiere. Si è così arrivati ai tempi supplementari, con il punteggio di zero a zero. La Teranga “Teranga” non è solo il soprannome della nazionale di calcio del Senegal. In wolof significa qualcosa di più della semplice “ospitalità” – definizione che è stata adottata soprattutto dalle guide turistiche – ed è un concetto profondamente radicato nella filosofia di vita del popolo senegalese. Basato sull’idea di generosità, è presente nella vita quotidiana degli abitanti. Seguire la Teranga equivale a mettere l’altro a proprio agio, indipendentemente dalla sua nazionalità, religione o classe sociale. Lo storico senegalese Ibra Sène spiega che la Teranga consiste, in particolare, nel consigliare e trattare le altre persone come se fossero membri della propria famiglia. Nell’alimentazione, la Teranga si riflette nel fatto che le famiglie senegalesi preparano un piatto in più nel caso in cui arrivi un visitatore. La convivenza tra le religioni è un altro aspetto della Teranga: ad esempio, i cristiani preparano per i musulmani il ngalax (miglio, burro di arachidi, polvere di baobab) quando si avvicina la Pasqua. Allo stesso modo, i musulmani condividono il cibo dell’Eid. I diversi gruppi etnici del Senegal convivono e il Senegal non conosce conflitti legati a questa diversità, grazie alla teranga, secondo Ibra Sène. Secondo l’interpretazione storica, la Teranga è stata importante nel collaborare alla coesistenza dei diversi gruppi etnici e nel contribuire all’unità necessaria per ottenere l’indipendenza dal regime coloniale. Il primo presidente del Senegal, il famoso poeta internazionale della negritudine Léopold Sédar Senghor, propose che la Teranga fosse lo strumento e il mezzo che avrebbe permesso l’unione dell’intero Paese, diventando la base della sua identità nazionale. Sebbene da allora il Paese non sia stato esente da conflitti interni, tentativi di colpo di Stato e secessionisti, il Senegal è riuscito nel tempo a consolidare una pace relativa e ad aumentare la propria sovranità. Nel luglio 2025, la Francia ha ceduto le sue ultime basi in territorio senegalese, ponendo fine a 65 anni di presenza militare francese nel Paese. Il risultato della partita I lettori si chiederanno quale sia stato il risultato finale della finale. Appena iniziato il tempo supplementare, al 93° minuto, Pape Gueye del Senegal ha segnato da fuori area il gol che ha rotto l’equilibrio. Un gol che, nonostante gli strenui tentativi marocchini, ha deciso la partita e consacrato il Senegal campione della Coppa d’Africa 2026. Forse lo spirito della Teranga, della solidarietà, della cura per il prossimo, dell’umanesimo, finirà per trionfare anche in questi tempi turbolenti, pieni di attacchi al benessere dell’umanità. Javier Tolcachier
L’arte e la cultura sono sempre state e sempre saranno la bandiera della pace
Yumac Ortiz è artista, antropologa e attivista. Ci siamo incontrati all’Assemblea dei Popoli per la Pace e la Sovranità, tenutasi a Caracas, capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, lo scorso dicembre. Abbiamo scambiato riflessioni non solo su politica e impegno civico, ma anche sul valore pubblico e sociale dell’arte, dell’estetica e del patrimonio culturale. Indubbiamente, due ispirazioni si sono intersecate. Il tema dell’arte per la pace è alla base del progetto in cui sono impegnato per Corpi Civili di Pace in Kosovo, e ha dato vita a una pubblicazione in uscita al gennaio 2026: “Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento. L’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della pace” (Multimage, Firenze, 2026). Inoltre, questo stesso tema ispira iniziative istituzionali e lotte sociali, e il caso di Yumac Ortiz è esemplare in questo senso. È un’artista visiva, antropologa culturale, comunicatrice, difensora dei diritti umani e attivista ecuadoriana. Internazionalista, attualmente ricopre il ruolo di Direttore Esecutivo della Corporazione per la Promozione Culturale e Turistica (Procultur); Presidentessa del Coordinamento per la Pace, la Sovranità, l’Integrazione e la Non-Ingerenza (CPAZ), Movimento sociale per i diritti umani; e produttrice radiofonica del programma “Tracce della Nostra Identità”. Le abbiamo rivolto alcune domande e la ringraziamo per la sua disponibilità e attenzione. Nel tuo impegno pubblico, coniughi arte e attivismo. Come può l’arte rivitalizzare gli spazi pubblici e quale contributo può dare alla promozione dei valori autenticamente umani di dignità, libertà e giustizia?  Grazie per l’intervista, compagno Gianmarco Pisa. Un saluto fraterno, rivoluzionario e solidale a tutte le sorelle e i fratelli rivoluzionari da queste terre equatoriali dell’Ecuador, che difendono la pace, la vita e l’autodeterminazione dei popoli. Personalmente, credo che gli spazi pubblici siano spazi per l’arte e per la cultura. I paesaggi urbani sono in continua trasformazione attraverso graffiti e muralismo, che esprimono un’estetica alternativa con una narrazione controculturale e antisistema, in solidarietà con le lotte dei popoli del mondo contro i processi di alienazione e degrado culturale globalizzante, guidati dal decadente sistema capitalista e dall’egemonia che tenta di disumanizzare l’essenza stessa dell’essere e l’identità unica di ogni cultura. Due elementi spiccano nel tuo lavoro: la simmetria e il colore. Come definiresti la tua arte e quali sono i suoi contenuti, i suoi messaggi e, se possibile, le sue fonti di ispirazione? Il mio lavoro è intimamente legato alla geografia equatoriale in cui vivo, con mare, catene montuose e foreste pluviali in un territorio piccolo quale è l’Ecuador, un paese andino e amazzonico con una storia millenaria e una popolazione pluriculturale e multietnica. Questo ci offre diversità all’interno di un patrimonio culturale nutrito dal realismo ancestrale e magico delle sue antiche leggende e tradizioni. Il mio lavoro recupera l’iconografia dell’arte e dell’artigianato popolare ecuadoriano. Mi ispiro alla Madre Terra, o Pachamama, e ai suoi elementi costitutivi: acqua, vento, terra e fuoco, da cui traiamo forza e sostentamento. Dipingo la Madre Terra, nera nell’essenza, femminile e maschile, di cui siamo parte. Catturo i colori della natura con cui abbiamo smesso di entrare in contatto, di annusare, di vedere, di sentire, senza comprendere che ne siamo parte integrante e che i nostri antenati sapevano vivere a stretto contatto con essa, comprendendone il comportamento e misurando il tempo per continuare ad evolversi e ad esistere attraverso la filosofia del vivere bene, o “Sumak Kausay”, una pratica quotidiana di solidarietà e di rispetto tra gli esseri umani e con Madre Natura, tramandataci dai nostri antenati. Mi ispiro alle coraggiose donne guerriere, o “Sinchi Warmi Kuna” in quechua, alle nostre comunità e al mondo, che resistono e lottano per i diritti e per l’autodeterminazione. Che poi significa lottare per la vita e per la pace.  Quando parliamo di pace, non parliamo solo di assenza di guerra; la pace è la costruzione e la difesa dei nostri diritti, per la giustizia sociale e la dignità. Credo fermamente che Arte e Attivismo debbano essere strettamente legati e, nel mio caso, il mio lavoro riflette questo impegno raffigurando processi di recupero e decolonizzazione della nostra memoria storica, profondamente femminile nella sua visione di lotta. È stato un piacere e un onore incontrarti alla recente Assemblea dei Popoli per la Pace e la Sovranità, tenutasi lo scorso dicembre a Caracas. Di fronte all’aggressione statunitense e al rapimento del legittimo presidente, Nicolás Maduro, qual è la tua posizione come antropologa e artista e quale contributo ritieni che l’arte possa apportare alla lotta contro la guerra e alla costruzione della pace?  Come essere umano amante della pace, artista rivoluzionaria e comunista, antimperialista, antifascista, impegnata per la giustizia sociale, esprimo la mia più ferma condanna del vile attacco terroristico perpetrato dall’imperialismo statunitense nell’invasione della sovranità e nel rapimento del legittimo presidente costituzionale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro, e di sua moglie e deputata, Cilia Flores.  Questo atto riprovevole crea un pericoloso precedente nelle relazioni e nel diritto internazionale e mette a repentaglio non solo la pace in Venezuela, ma anche nella regione, nel continente e nel mondo. In Ecuador, fin dall’inizio, ci siamo mobilitati con diverse organizzazioni sociali per respingere e condannare pubblicamente questa nuova aggressione dell’imperialismo statunitense contro i popoli del mondo. La cultura, l’arte e le loro diverse espressioni sono sempre state e sempre saranno la bandiera della pace, della resistenza dei popoli e un mezzo per preservare l’identità culturale. Oggi più che mai, l’arte deve essere un’arma per combattere la globalizzazione e il totalitarismo fascista. Per una seconda indipendenza, lottiamo insieme. Sempre in dignità e unità: con un solo cuore – SHUC SHUNGULLA, un solo pensiero – SHUC YUYAILLA, una sola mano – SHUC MAQUILLA, una sola voce – SHUC SHIMILLA. Gianmarco Pisa
Diritti, responsabilità e autodeterminazione del popolo palestinese
Il 18 gennaio 2026, presso il Circolo ARCI di Porta al Prato a Firenze, si è tenuto l’incontro pubblico “Quale spazio per la solidarietà a Gaza?”, promosso da Ribelli in Cor e sostenuto da EducAid, ha offerto un momento di riflessione profonda sulla situazione nella Striscia di Gaza, sul ruolo della comunità internazionale e sui limiti – ma anche sulle possibilità – della solidarietà occidentale. A moderare il dibattito Ilaria Masieri, cooperante internazionale, che ha posto fin dall’inizio una domanda centrale: se e quanto le forme di solidarietà espresse dall’Occidente riescano davvero a rappresentare il popolo palestinese nella sua rivendicazione di autodeterminazione e libertà dall’oppressione: sopravvivere a Gaza dopo il “cessate il fuoco”. Yousef Hamdouna, palestinese di Gaza e Middle East Program Manager di EducAid, ha restituito un quadro netto e drammatico della situazione nella Striscia, a oltre cento giorni dal cosiddetto cessate il fuoco. Secondo Hamdouna, nulla di sostanziale è cambiato: “si bombarda di meno e se ne parla di meno”, ma la vita quotidiana resta segnata da macerie, sfollamento forzato e una densità abitativa insostenibile, con decine di migliaia di persone concentrate in pochi chilometri quadrati. L’ingresso degli aiuti umanitari continua a essere fortemente limitato. Meno di un terzo di quanto previsto dagli accordi entra effettivamente a Gaza, mentre cibo e beni essenziali vengono fatti passare prevalentemente attraverso canali commerciali controllati da Israele, con costi proibitivi per la popolazione. In questo contesto, ha sottolineato Hamdouna, la risposta umanitaria strutturata di fatto non esiste. Nonostante gli ostacoli crescenti – permessi negati, espulsioni di ONG, blocco dei finanziamenti istituzionali, compresi quelli del governo italiano – le organizzazioni continuano a operare grazie al sostegno diretto della società civile. Centrale, in questo lavoro, è il ruolo del personale palestinese: le organizzazioni internazionali possono funzionare sulla base del lavoro degli operatori palestinesi”, capaci di trovare soluzioni anche nelle condizioni più estreme. Educazione, resilienza e autodeterminazione Uno dei nodi più forti emersi riguarda l’educazione. Dopo la distruzione sistematica di scuole e università – definita da molti come “scolasticidio” – la maggioranza dei bambini di Gaza non frequenta alcuna forma di istruzione da oltre due anni. Hamdouna ha spiegato che oggi prevalgono interventi cosiddetti soft: educazione non formale e supporto psicosociale, fondamentali in una popolazione composta in larga parte da minori. Questi spazi educativi non nascono da direttive esterne, ma da iniziative comunitarie spontanee: genitori e insegnanti sfollati che organizzano attività sotto tende o strutture di fortuna. Qui, ha spiegato Hamdouna, l’educazione va oltre l’apprendimento: offre ai bambini la possibilità di esercitare, nel quotidiano, una prima forma di autodeterminazione, scegliendo un gioco, un colore, un’attività. Un gesto minimo, ma radicale, in un contesto in cui ogni aspetto della vita è controllato dall’occupazione. Tuttavia, decine di migliaia di bambini restano esclusi anche da queste esperienze. La resilienza della società palestinese, ha chiarito Hamdouna, non va idealizzata: è una necessità imposta dalla sopravvivenza, non una virtù romantica. Il silenzio mediatico e la responsabilità internazionale Secondo Hamdouna, ciò di cui meno si parla è la responsabilità diretta della comunità internazionale. Non solo delle vittime, ma di chi, pur avendo strumenti giuridici e politici, non li ha utilizzati. Ha denunciato una diffusa empatia selettiva e una rimozione sistematica delle sofferenze quotidiane: bambini che muoiono di freddo, persone che continuano a morire sotto le macerie, tra notizie sempre più marginalizzate. La delusione verso la comunità internazionale è profonda. Molti palestinesi, formati proprio dall’Europa ai valori dei diritti umani, vedono oggi quegli stessi principi traditi. Eppure, ha concluso Hamdouna, la speranza di liberazione non scompare, e il ruolo delle donne – protagoniste nei campi, nell’educazione e nella trasmissione di una visione futura – resta centrale. Il diritto internazionale sotto attacco Il contributo di Micaela Frulli, professoressa di Diritto Internazionale all’Università di Firenze, ha inquadrato il conflitto nel contesto dei meccanismi di giustizia internazionale. Frulli ha respinto l’idea che “il diritto non funzioni”: il problema non è il diritto in sé, ma la mancanza di volontà politica e la pressione insufficiente dell’opinione pubblica. Da decenni, ha osservato, la questione palestinese viene sistematicamente sottratta al linguaggio del diritto internazionale e ricondotta a quello dell’emergenza, della sicurezza o del terrorismo. Rimettere il diritto al centro è invece essenziale per contrastare i doppi standard e l’arbitrio dei più forti. Frulli ha illustrato il ruolo della Corte Penale Internazionale, che indaga sulle responsabilità individuali e ha emesso mandati di arresto contro leader israeliani e di Hamas, scatenando una durissima campagna di delegittimazione e sanzioni. Proprio questa reazione, ha sottolineato, dimostra quanto il diritto faccia paura. Ancora più decisivo, però, è il ruolo della Corte Internazionale di Giustizia. Nel caso Sudafrica contro Israele, la Corte ha riconosciuto l’esistenza di un rischio plausibile di genocidio, attivando l’obbligo di prevenzione per tutti gli Stati, compresa l’Italia (vedi articolo a riguardo). Un obbligo che implica misure concrete – diplomatiche ed economiche – finora largamente disattese. Di particolare rilievo è anche il parere del luglio 2024, con cui la Corte ha dichiarato illegale l’occupazione dei territori palestinesi, configurandola come annessione di fatto e negazione del diritto all’autodeterminazione. La conclusione è netta: l’occupazione deve finire, senza condizioni preliminari. Gaza e il futuro dell’ordine internazionale Il confronto con il cosiddetto piano Trump evidenzia uno scarto radicale: da un lato il diritto internazionale, dall’altro un cambio di paradigma che subordina i diritti a logiche politiche e di potere. Per Frulli, la questione palestinese è oggi il banco di prova dell’intero ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Difendere il diritto, anche quando appare impotente, non è solo una questione di solidarietà con la Palestina, ma una scelta che riguarda il futuro di tutte e tutti.   Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna Yousef Hamdouna Ilaria Masieri Micaela Frulli Ilaria Masieri Yousef Hamdouna Micaela Frulli Micaela Frulli Ilaria Masieri Foto Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
Una catena umana per l’Iran: Donna, Vita, Libertà. Napoli in piazza
Piazza dei Martiri teatro di una straordinaria manifestazione di solidarietà e lotta, si trasforma in simbolo di Resistenza Si è concluso con un lungo applauso e al grido corale di “Donna, Vita, Libertà. Iran libero” l’abbraccio di solidarietà del popolo napoletano all’Iran. Mani che stringono altre mani hanno formato un’enorme catena umana che ha avvolto la piazza in un abbraccio, gesto simbolico potente: non solo una protesta, ma una rete di speranza che travalica i confini, unisce le voci di chi non si arrende alla violenza e all’oppressione. Ogni mano di quella catena ha rappresentato non solo la solidarietà di Napoli, ma anche l’eco delle grida di dolore di chi, in Iran, sta sfidando il regime con il proprio corpo e con la propria vita, in nome della libertà, della dignità della persona e dei diritti umani. Domenica mattina, 18 gennaio, centinaia di persone hanno risposto all’appello lanciato da Antinoo Arcigay Napoli e sostenuto da numerose associazioni: l’Associazione Radicale Napoli “Ernesto Rossi”, l’ANPI Collinare “Aedo Violante”, il Presidio Permanente di Pace Napoli, la Comunità iraniana di Napoli, la Rete degli studenti iraniani di Napoli. Si sono radunate in un Presidio per esprimere solidarietà alle donne e al popolo iraniano, perché – come ha dichiarato Antonello Sannino, presidente di Antinoo – “Napoli non dimentica la propria storia e non volta le spalle a chi oggi combatte la battaglia contro la tirannia”. La bellissima Piazza dei Martiri, gremita e attraversata da bandiere, non è stata scelta a caso: luogo emblematico, simbolo di lotta e resistenza, conserva la memoria del dolore e dei sacrifici di chi ha combattuto per la libertà. Ogni pietra racconta una storia di coraggio e determinazione. Qui si onorano i caduti della rivoluzione della Repubblica Partenopea, le donne della rivoluzione – come Eleonora Pimentel Fonseca – che sfidarono la monarchia borbonica pagando con la vita. Qui si ricordano i martiri delle Quattro Giornate di Napoli, che liberarono la città dalla tirannia nazifascista. Questa piazza ha voluto esprimere la propria vicinanza al popolo iraniano, lanciando un messaggio chiaro: Donna, Vita, Libertà. La catena umana che ha stretto la piazza ha reso visibile un movimento che combatte per i diritti fondamentali, in particolare per quelli delle donne iraniane, protagoniste di una lotta quotidiana per la propria libertà. Non è solo una causa iraniana, ma una battaglia che riguarda ogni donna, oltre ogni confine. Ancora una volta, Napoli, città aperta, diventa simbolo di resistenza e di lotta. Alle spalle del presidio svetta l’imponente Colonna dei Martiri, sormontata da una statua alata che simboleggia la “virtù dei martiri”, e alla base quattro leoni che rappresentano i martiri napoletani di diverse epoche storiche. Simbolo di resistenza, forza e libertà, nella cultura persiana il leone (Shir) rappresenta il coraggio, la fierezza, la giustizia e la nobiltà: la forza che si oppone al Male. Spesso accostato al sole, simbolo di luce, saggezza e regalità, per secoli è stato l’emblema nazionale dell’Iran. Il leone diventa così il simbolo del “leone persiano”, dell’Iran libero che si risveglia nella lotta globale per la giustizia e la libertà. “Questi leoni non celebrano la vittoria dei forti, ma la dignità di chi resiste e ha resistito anche quando la sconfitta sembrava inevitabile”, ha detto Rosita, della Comunità iraniana di Napoli. “Il leone morente del 1799, quello sconfitto del 1820, il leone ferito del 1848 e quello in piedi del 1860: quattro posture diverse di un unico gesto, quello di non accettare il silenzio imposto. Napoli sa qual è il prezzo della libertà, perché lo ha pagato più volte. Il martirio non può essere culto della morte, ma la coraggiosa scelta di non vivere nell’ingiustizia”. Con la voce rotta dal pianto, Rosita ha poi raccontato il dolore e i martiri del suo popolo: “A cui è stato tolto il diritto di parola, sottratto il corpo, rubata la possibilità di raccontarsi. Oggi diamo voce a chi è imbavagliato, esprimiamo il coraggio di uomini e donne che hanno scelto di non piegarsi”. “La catena non è un gesto simbolico vuoto, ma una dichiarazione di responsabilità. Ogni mano che stringe un’altra mano è un anello, e ogni anello conta: una catena può spezzarsi se anche uno solo sceglie di sottrarsi. La libertà non è solo nazionale, i diritti non hanno confini e la sofferenza di un popolo riguarda l’intera umanità. Napoli, che tante volte ha saputo rialzarsi, sa da che parte stare”. Da settimane la ribellione contro la leadership religiosa iraniana è sempre più drammatica, a causa della violenta repressione del regime che risponde con arresti di massa e brutalità sulla popolazione. Si stimano oltre 24.000 arresti e, secondo fonti interne e rapporti medici, tra 12.000 e 16.000 vittime, tra cui circa 500 membri delle forze di sicurezza, sebbene i dati siano difficili da verificare a causa dell’assenza di informazioni ufficiali. Organizzazioni internazionali per i diritti umani documentano torture, abusi e arresti di minorenni. “La Repubblica Islamica utilizza armi chimiche contro il proprio popolo, che sta pagando con la vita”, ha dichiarato Sara, rappresentante degli studenti iraniani di Napoli. Da settimane il governo ha imposto un quasi totale blackout di internet e delle telecomunicazioni, isolando il Paese “per impedire che le immagini facciano il giro del mondo”. “Ma le donne e i giovani, sfidando la violenta teocrazia degli Ayatollah e la sua repressione soffocata nel sangue, resistono pagando con la vita la conquista della libertà”, ha aggiunto Sannino. “Ci aspettiamo risposte dalle istituzioni locali, nazionali e internazionali, a partire dalla sospensione di ogni rapporto economico e diplomatico con l’Iran. È un muro di silenzio che va abbattuto”, ha concluso. “Da 47 anni il popolo iraniano resiste e lotta contro l’oppressione”, ha ricordato Sara. Migliaia di persone disarmate sono state uccise dalla brutale repressione del regime. Ma in Iran esiste un movimento nazionale con una leadership riconosciuta, quella del Principe Reza Pahlavi, che potrebbe guidare una transizione verso la libertà”. Sara ha lanciato un appello alla Repubblica Italiana per un sostegno concreto: stabilire contatti con il Principe in coordinamento con i Paesi dell’Unione Europea, schierarsi con il popolo iraniano e condannare la repressione attraverso l’espulsione dell’ambasciatore iraniano dal territorio italiano. ONU, UE e ONG hanno espresso la loro condanna. In tutto il mondo si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà. Negli Stati Uniti si ipotizzano possibili interventi, ma la tensione globale resta altissima: eventuali azioni militari potrebbero innescare un conflitto più ampio, vista la minaccia di gravi conseguenze contro chi colpisse le autorità iraniane. Ma il movimento non si arresta. “Donna, Vita, Libertà” ha superato ogni barriera linguistica e culturale. Le donne iraniane, protagoniste di questa resistenza, con il loro coraggio sfidano il regime. Dopo la morte di Mahsa Amini, giovane curdo-iraniana di 22 anni, arrestata a Teheran nel settembre 2022 dalla polizia morale per una presunta violazione delle leggi sull’hijab, il velo, e morta tre giorni dopo a causa dei maltrattamenti subiti in custodia, si è scatenata una vasta ondata di proteste in Iran e nel mondo contro la repressione e per i diritti delle donne, sotto il grido “Donna, Vita, Libertà”. Un grido di speranza, un’onda di cambiamento che non si arresta. Il popolo iraniano non è solo. “Donna, Vita, Libertà”, scandito con forza in Piazza dei Martiri, nel lungo abbraccio ideale di Napoli, è diventato un mantra: una voce che oggi rimbomba in ogni angolo del mondo. Gina Esposito
Sigonella sotto assedio pacifico: le donne in piazza  per smilitarizzare la Sicilia
 Manifestazione coraggiosa davanti alla base militare di Sigonella: donne e cittadini chiedono la  fine dell’uso bellico del territorio siciliano e la trasformazione dell’isola in ponte di pace nel  Mediterraneo  Ieri, domenica 18 gennaio 2026, decine di donne e attivisti si sono radunati in un  presidio pacifico davanti alla base militare di Sigonella, storica infrastruttura italo-statunitense nel  cuore della Sicilia, per lanciare un forte messaggio contro la guerra e la militarizzazione dei  territori. L’iniziativa, promossa dal movimento “Le donne contro tutte le violenze”, si inserisce nel  35° anniversario dell’inizio della Guerra del Golfo e nella mobilitazione nazionale delle “10,  100, 1000 piazze di donne per la pace”, contro i conflitti ancora in corso nel mondo.   Un presidio tra protesta e cultura  La manifestazione — iniziata alle ore 10.30 davanti la base militare di Sigonella, ha visto la  presenza di cittadini, attiviste e musicisti. Tra slogan, canti e performance, le partecipanti hanno  espresso la loro contrarietà alla presenza militare e al suo ruolo nei conflitti globali.   Durante l’evento sono stati eseguiti canti per la pace e momenti di riflessione in solidarietà con le  donne iraniane che stanno protestando contro regimi autoritari. Una delle esibizioni di maggiore  impatto è stata una rilettura del Monologo di Lisistrata, rivisitato dai celebri autori Franca Rame e  Dario Fo, simbolo di ribellione femminile contro la guerra e il patriarcato.   Perché questa protesta  Le attiviste hanno elencato una serie di motivazioni alla base della protesta. Sigonella, secondo le  partecipanti, non può essere vista come una semplice base logistica, ma è profondamente inserita  nelle dinamiche belliche globali: operazioni di intelligence, sorveglianza e supporto a missioni  internazionali partono regolarmente da qui, collegando la Sicilia a teatri di guerra in Europa, Medio  Oriente e oltre.   Tra le richieste principali:  * La smilitarizzazione della Sicilia e la restituzione del territorio alla sua vocazione civile,  culturale e pacifica;  * La conversione della base di Sigonella in struttura aeronautica civile per uso educativo e  commerciale;  * La fine delle influenze militari nelle scuole e nella vita quotidiana dei giovani, percepite  come propaganda e presenza invadente.   Secondo le organizzatrici, la presenza militare — inclusa quella di droni e velivoli in missioni di  intelligence — rende il territorio siciliano sempre più esposto a possibili ripercussioni dovute ai  conflitti internazionali, con un impatto sociale, istituzionale e culturale che va ben oltre il semplice  ruolo operativo della base.   Ricordi storici e prospettive future “Verde Vigna” di Comiso. Nel corso della manifestazione non sono mancati riferimenti storici alle battaglie pacifiste nel  nostro Paese, come le mobilitazioni contro l’installazione dei missili Cruise nella base NATO di  Comiso negli anni ’80, che portarono alla creazione di progetti per centri di vita nonviolenta e alla  diffusione di una cultura disarmista nell’isola.   Conclusione in musica  La manifestazione si è conclusa in modo pacifico e partecipato sulle note della celebre canzone  Blowin’ in the Wind di Bob Dylan, intonata da tutte le presenti come messaggio di speranza e invito  alla riflessione sulle ingiustizie, le guerre e il valore della pace. Tra i versi cantati, che hanno  risuonato alla base di Sigonella, spiccavano parole profonde ed evocative:  “Quante strade deve percorrere un uomo, prima di chiamarlo uomo?”  “Quante volte possono volare le palle di cannone, prima che siano bandite per sempre?” “Quante volte può un uomo voltare la testa e fingere di non vedere?”  “Quante morti ci vorranno prima che capisca che troppe persone sono morte?” “La risposta, amico mio, soffia nel vento.”  Questi versi — interrogativi aperti e potenti — hanno accompagnato la conclusione del presidio,  sottolineando la richiesta di pace, giustizia e ascolto tra i popoli, mentre il coro collettivo si perdeva  nel vento del Mediterraneo, simbolo stesso di libertà e di dialogo. Redazione Sicilia
Primo Levi e il Genocidio: proposte didattiche per il Giorno della Memoria 2026
Nessuno dei fatti è inventato: Giornata di studio Primo Levi,  27 gennaio 2026 Nel Giorno della Memoria 2026 l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e La scuola per la pace Torino e Piemonte propongono alle/i docenti di dedicare una giornata di studio a Primo Levi, perché dalla sua cristallina e integra figura di scrittore e testimone abbiamo imparato e interiorizzato che cosa sono stati i campi di distruzione, il genocidio, la disumanizzazione. Il risuonare della sua voce pacata e delle sue alte parole nelle nostre aule, come da molti decenni già avviene, è un antidoto alla macabra politica della sistematica distruzione dei popoli, all’idea che “ogni straniero è nemico”, alle pulsioni identitarie e alla logica eliminatoria nei confronti dell’”Altro”, che ha molti altri tragici esempi nella storia moderna del colonialismo e nell’attualità contemporanea. Primo Levi (1919-1987) era di Torino e coloro che ne hanno avuto la fortuna lo hanno ascoltato quando andava nelle scuole a parlare: proprio dall’incontro con lui molte/i hanno cominciato a sviluppare una coscienza politica antifascista. E moltissime/i di noi hanno imparato dai suoi libri, e hanno poi instancabilmente insegnato, che cosa è stata la disumanizzazione nei “campi di distruzione”. Scrive Primo Levi: «Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno (…) tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte, al di fuori di ogni senso di affinità umana». In altri termini, deprivati della loro cultura, gli esseri umani sono vuoti simulacri alla mercé dei loro aguzzini. Perché appunto noi esseri umani siamo esseri sociali e culturali, la cultura è la nostra natura, è la nostra umanità, e deprivare della cultura è disumanizzare. Ma come si arriva al Lager? Una limpida risposta di Primo Levi è nella breve introduzione a Se questo è un uomo: «A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo». Primo Levi vuole dirci che quando ogni straniero diventa nemico per un’intera società, quando si affermano fascismo e nazismo, la logica conseguenza è il lager, il genocidio. In un breve e pregnante video del 1975 egli infatti individua un filo conduttore tra le azioni delle squadre d’azione fasciste dei primi anni Venti a Torino e in Italia con i campi di concentramento e con il fascismo attuale, «a cui manca soltanto il potere per ridiventare quello che era, cioè la consacrazione del privilegio e della disuguaglianza». Questo pericolo non era scongiurato per sempre e Levi non si stancava di ripetere nelle scuole e ovunque: «Fate attenzione, alla fine del fascismo c’è il Lager». Invitiamo dunque docenti delle scuole di ogni ordine e grado a dedicare il 27 gennaio 2026 a riflettere e ripensare, costruendo i propri originali percorsi didattici in base alle loro classi, quanto Primo Levi ha insegnato, consapevoli che già molto lavoro didattico è stato fatto nel tempo. PER QUESTO CHIEDIAMO A COLORO CHE DISPONGONO DI MATERIALI DIDATTICI, BIBLIOGRAFIE O RIFLESSIONI ORIGINALI DA CONDIVIDERE DI INVIARLI AL SEGUENTE INDIRIZZO EMAIL: OSSERVATORIONOMILI@GMAIL.COM. SARANNO INSERITI IN UN DRIVE, INSIEME CON I MATERIALI QUI DI SEGUITO ELENCATI, E MESSI A DISPOSIZIONE DI TUTTE/I A SCOPO DI CONOSCENZA E ISPIRAZIONE. Un importante approfondimento e aggiornamento storiografico sul Genocidio nella didattica della storia è l’intervento di Marco Meotto al convegno dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università tenuto online il 4 novembre 2025, che consente di rileggere criticamente “il genocidio come un fenomeno strutturale e ricorrente nella modernità”. Qui il link al video (dal minuto 27’): https://www.youtube.com/watch?v=hDRJ__CI2Vs Materiali audio e video Se questo è un uomo (1947), Audiolibro, https://www.youtube.com/watch?v=ypfCf2vRUJI Documentari di Rai Cultura, Primo Levi. L’uomo, lo scrittore, il testimone https://www.raicultura.it/webdoc/primo-levi/index.html#welcome Contiene tre documentari: Gad Lerner racconta Primo Levi (1997); Gli sci di Primo Levi; La storia editoriale di Se questo è un uomo; Numerose interviste a Primo Levi, tra cui: Levi si racconta; Il mestiere di raccontare: Se questo è un uomo, EP 1, EP 2, EP 3; Scrivere sul campo di concentramento, 25 gennaio 1975; Auschwitz, la lunga ombra, 16 maggio 1979; Il veleno di Auschwitz, 1984; Ritorno ad Auschwitz, 1983.   Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Milano – Cagliari: cartelli e abbracci sfidano il silenzio su Gaza
Ci sono ponti che non nascono da protocolli istituzionali, ma da fogli di cartone scritti a pennarello. È il caso del gemellaggio ideale tra i presidi di Milano e Cagliari per Gaza, un’alleanza civile e culturale che ha unito due piazze, due città e due movimenti – Piazza del Duomo e Piazza Yenne, Can’t Stay Silent e la piazza dell’Indignazione sarda – per tenere accesi i riflettori su una guerra che, nonostante le tregue dichiarate, non ha mai smesso di produrre vittime. L’incontro simbolico si è materializzato la sera del 29 dicembre 2025, quando un gruppo di attivisti del presidio milanese – insieme a compagni di Fara Gera d’Adda e ad amici del movimento solidale per la Palestina – ha raggiunto Cagliari per portare presenza fisica alla protesta. Da quella visita spontanea è nato un filo diretto tra le due realtà, un filo che oggi racconta non solo un gesto di solidarietà, ma una visione comune di pace, diritti umani e autodeterminazione dei popoli. A parlare sono due voci diverse per storia e geografia, ma simili per urgenza: Vania Erby, portavoce del comitato Can’t Stay Silent – la piazza dell’Indignazione di Cagliari, e Antonio Arini, storico attivista vicino ad ANPI ed Emergency a Milano. Vania Erby: “Non potevamo restare spettatori di una tregua che non ferma le morti” «A settembre, mentre milioni di persone in Italia e nel mondo scendevano in piazza per denunciare quello che molti definivano apertamente un genocidio a Gaza, abbiamo capito che il dissenso non poteva essere un’onda passeggera», racconta Vania. «La Sardegna ha risposto con forza: cortei, manifestazioni, striscioni, partecipazione popolare. Ma poi è arrivata una tregua apparente, una pausa nei comunicati, non nella realtà. Le morti non si sono fermate. Bambini, madri, civili continuavano a morire in mondovisione, come se la guerra fosse diventata uno sfondo inevitabile, una normalità insopportabile.» È in quel momento che il comitato sardo decide di interrogarsi sul passo successivo. «Ci dicevamo: cosa possiamo fare ancora per rompere l’assuefazione? E a metà ottobre la risposta è arrivata da lontano, da una città che conosciamo per le cattedrali e la nebbia, non per i presidi quotidiani: Milano. Abbiamo visto online persone radunarsi da quattro mesi ogni giorno in Duomo, con cartelli che denunciavano le atrocità in Palestina. Non un evento, ma una liturgia civile laica, ripetuta, resistente. Ci ha colpito la disciplina del cuore. Così abbiamo deciso di attivare un presidio giornaliero permanente anche a Cagliari.» Da allora, Piazza Yenne non ha più smesso di riunirsi. «Oggi siamo a 76 giorni di resistenza», dice Vania con voce ferma. «Ogni giorno in piazza. Pioggia, vento, feste, indifferenza mediatica. Perché gridare la pace non è un hashtag, è una presenza incarnata.» Antonio Arini: “Il grido delle piazze ha più eco del linguaggio dei governi quando la politica si gira dall’altra parte” Antonio riprende il filo: «Quando abbiamo deciso di partire il 29 dicembre, non c’era un’agenda. Non c’era un permesso da chiedere. C’era solo un’urgenza: incontrare chi resisteva come noi. Sapevamo del presidio di Cagliari, della sua forza identitaria, della capacità dei sardi di trasformare il lutto politico in canto collettivo. Ma non immaginavamo un’accoglienza così calda. Eravamo “ospiti”, ma siamo diventati parte della stessa piazza.» L’incontro non resta simbolico: diventa scambio culturale e politico. «Abbiamo parlato di future azioni comuni, reti tra città, iniziative coordinate. Perché la pace non si chiede, si costruisce. E la solidarietà non si proclama, si progetta.» La serata è proseguita in un ristorante palestinese di Cagliari, dove si sono ritrovate circa 50 persone già presenti al presidio. «Abbiamo cantato Bella ciao e Blowin’ in the Wind guidati dalla voce potente di Silvia Zaru, anche lei arrivata da Milano. Ma il momento più forte non è stata la musica: è stato il coro della piazza che ha risposto al nostro appello: “Da Milano a Cagliari un solo grido: Palestina libera.” Un grido che non aveva rabbia, ma chiarezza. Non aveva armi, ma eco.» Antonio non risparmia critiche alla politica italiana: «Prima o poi anche questo governo dovrà ammettere la realtà: la maggioranza del Paese vuole lo stop all’invio di armi, la fine delle guerre e il riconoscimento della Palestina. Le piazze lo dicono da mesi. Lo dicono i giovani, i lavoratori, i movimenti per i diritti. Noi non chiediamo “controllo” su altri popoli. Chiediamo fine del controllo armato sui popoli.» Geopolitica, ma soprattutto umanità Durante il Concistoro Straordinario, pur non essendo il Venezuela un tema ufficiale dell’agenda, Rueda Aparicio ha ricordato che «per i cardinali latinoamericani e africani è impossibile non portare questa crisi nel cuore». Un sentimento che riecheggia nelle parole dei due attivisti: «Non è una questione passeggera», ribadisce Vania. «È una ferita regionale che la geopolitica internazionale amplifica e strumentalizza, ma che noi viviamo prima di tutto come crisi di esseri umani.» Una diplomazia dal basso   L’intervista si chiude con uno sguardo che va oltre Gaza, oltre la tregua, oltre la geopolitica: «La nostra speranza – dice Vania – è che questa rete informale di solidarietà si estenda a tante altre città italiane ed europee, fino a quando non finiranno il massacro dei civili e l’occupazione israeliana.» Antonio conclude: «Vogliamo un mondo migliore dell’attuale. Senza guerre e senza ingiustizie sociali. E sappiamo che un mondo così non nasce dai comunicati, ma da persone che si riconoscono nella stanza accanto, si stringono la mano e decidono di restare in piazza anche quando le telecamere si spengono.» E forse è proprio questo il senso più profondo del gemellaggio Milano–Cagliari: la certezza che la pace non è un intervallo tra due conflitti, ma un atto quotidiano di presenza, memoria e resistenza civile. Laura Tussi
Supereroi senza mantello per allenarsi all’umanità
   Il 22 gennaio il Centro di Nonviolenza Attiva di Milano presenta online Passi nonviolenti nel mondo, un kit educativo e didattico – disponibile gratuitamente – nato in seno alla Biblioteca della Nonviolenza e promosso in collaborazione con scuole e associazioni. Da Gandhi a Greta Thunberg, uno strumento per docenti, educatori ed educatrici per parlare di azioni nonviolente con ragazzi e ragazze. Ne abbiamo parlato con Annabella Coiro e Sabrina Langer, che hanno curato i testi e la progettazione.  Come è nato questo progetto? Viviamo in un tempo scoraggiante: guerre atroci, polarizzazioni forti, linguaggi aggressivi che normalizzano prevaricazioni, discriminazioni e violenze di vario tipo. Ragazze e ragazzi crescono immersi in narrazioni che spesso normalizzano prevaricazione, competizione estrema, umiliazione dell’altro come strumento di affermazione. In questo scenario, riteniamo sia urgente dare riferimenti concreti su come poter agire nel mondo in modo nonviolento. A nostro avviso aiutare ragazzi e ragazze a trovare alternative ai modelli dominanti è una necessità pratica, concreta e immediata per il benessere loro e della società. ‘Passi nonviolenti nel mondo’ nasce da questa urgenza. Come palestra educativa, non come manuale teorico. È uno strumento didattico multimediale gratuito, pensato per persone adulte che si relazionano con ragazze e ragazzi dagli 11 ai 20 anni a scuola, in associazioni, in contesti informali. Non propone lezioni, ma esperienze: storie vere di uomini e donne che hanno scelto la nonviolenza. I personaggi proposti non sono mitizzati. Non volano. Non diventano invisibili. Non fermano i proiettili con il petto, eppure hanno cambiato il mondo, un pezzettino di mondo. Gandhi non aveva superforza. Malala Yousafzai non lancia raggi di luce. Greta Thunberg non controlla il clima… Sono persone, nate e cresciute in un contesto specifico, persone che si mettono in gioco, tra successi, tentennamenti, errori. E la domanda che attraversa tutte le pagine non è: “Quanto erano grandi?” ma: “Che scelta hanno fatto, e che cosa possiamo imparare noi da quella scelta oggi?” Da quali contenuti e spunti pedagogici principali siete partite? ‘Passi nonviolenti nel mondo’ raccoglie storie di donne e uomini che, in contesti storici, politici e culturali molto diversi, hanno scelto di prendere sul serio l’umanità propria e altrui. Persone che hanno affrontato ingiustizie, discriminazioni, violenze e guerre senza ricorrere alla violenza e alla sopraffazione, ma piuttosto immaginando e praticando alternative nonviolente. I personaggi presentati sono: Greta Thunberg, Malala Yousafzai, Pat Patfoort, Silo (Mario Rodríguez Cobos), Danilo Dolci e Mohandas K. Gandhi. Accanto alle biografie ci sono le attività da fare con ragazze e ragazzi, un suggerimento di letture, la bibliografia completa e le risorse online per avvicinare le persone raccontate attraverso la loro voce e i loro gesti (video, film, audio ecc). Completa il kit un Laboratorio sui meccanismi della violenza, per comprendere come funziona il modello prevaricante in cui siamo immersi e poter cominciare a pensare alternative. Ci siamo basate su un approccio di apprendimento esperienziale e partecipativo, che attraverso laboratori, giochi di ruolo, discussioni guidate e risorse multimediali trasforma la nonviolenza da oggetto di studio teorico a pratica educativa concreta. Le figure proposte costituiscono modelli di comportamento etico e responsabile, favorendo lo sviluppo dell’autoefficacia morale di ragazze e ragazzi. Il confronto tra le esperienze dei protagonisti e le situazioni della vita quotidiana stimola pensiero critico, riflessione etica e competenze di cittadinanza attiva. Sembra che vi spostiate dal mito alla responsabilità. Perché? I supereroi funzionano perché raccontano il bisogno di giustizia. Passi nonviolenti nel mondo trasforma quel bisogno in responsabilità. E’ importante uscire dalla falsa convinzione che solo chi è speciale possa cambiare il mondo, perché ci giustifica a non metterci in gioco. Ma se il cambiamento nasce da persone comuni che scelgono di agire, allora la domanda diventa inevitabile: E io, che cosa scelgo di fare? A scuola, nel gruppo, online, davanti a un’ingiustizia? In un tempo storico così urgente, educare alla nonviolenza con la nonviolenza significa restituire a ragazze e ragazzi il potere di sentirsi parte attiva della storia, anziché  spettatori impotenti. Non servono superpoteri. Serve scegliere. Oggi, più che di eroi ed eroine invincibili, abbiamo bisogno di esseri umani consapevoli. Senza mantello, ma con coraggio.” So che avete già in cantiere altre idee… Grazie a questa prima produzione e grazie alla Biblioteca della Nonviolenza, stiamo raccogliendo in un libro altre storie, sperando di rendere sempre più ricca la disponibilità di materiale e informazioni. Sono sempre più le persone che ci stanno aiutando nei testi, è un lavoro collettivo molto entusiasmante. Anche il libro avrà la possibilità di essere utilizzato in modalità Creative Commons. INFORMAZIONI  BEHUMAN. Passi nonviolenti nel mondo è promosso dalla Biblioteca della nonviolenza in collaborazione con le associazioni Mondo Senza Guerre e Senza Violenza ODV – La Comunità per lo Sviluppo Umano e la Rete di scuole ED.UMA.NA ed è finanziato dall’Otto per Mille della Chiesa Valdese. Il progetto è curato da Annabella Coiro e Sabina Langer, con illustrazioni originali di Susanna Vincenzoni. Il kit sarà scaricabile gratuitamente online e utilizzabile in autonomia da docenti, educatori, educatrici, genitori, senza costi aggiuntivi. Evento di presentazione online Giovedì 22 gennaio 2026, ore 15.00 Iscrizione gratuita obbligatoria Chi è di Milano può ritirare successivamente il grande poster con i personaggi della nonviolenza da appendere (può indicarlo nell’iscrizione)   Anna Polo
Iran, la libertà sotto attacco: l’ANPI Napoli collinare al fianco del popolo iraniano
Sezione ANPI Napoli collinare “Aedo Violante” La sezione ANPI Napoli collinare “Aedo Violante” condanna con fermezza la feroce repressione messa in atto dal regime iraniano contro il proprio popolo. Da anni l’Iran è oppresso da una dittatura che nega diritti, libertà civili e dignità umana, colpendo in modo particolare le donne. Oggi quella repressione ha assunto i tratti di una vera e propria strage: centinaia, forse migliaia di morti, migliaia di arresti, violenze sistematiche contro manifestanti, studenti, lavoratori, donne e giovani che chiedono libertà, giustizia e futuro. L’ANPI collinare “Aedo Violante” si schiera idealmente e politicamente al fianco del popolo iraniano che sta lottando con coraggio contro l’oppressione, pagando un prezzo altissimo. Siamo al fianco delle donne iraniane, protagoniste di questa rivolta, che reclamano la fine di una condizione di schiavitù e rivendicano il diritto all’autodeterminazione, alla libertà e alla vita. “Donna, vita, libertà” è uno slogan che parla a tutte e tutti. L’ANPI collinare “Aedo Violante” aderisce e invita a partecipare alla manifestazione indetta da associazioni e organizzazioni democratiche per la libertà e la democrazia in Iran, che si terrà a Roma, venerdì 16 gennaio. Così come aderisce e parteciperà, con tante sue iscritte e tanti suoi iscritti, alla manifestazione di domenica 18 mattina a Napoli, alle ore 11.00 in piazza dei Martiri, dove, su impulso di “Antinoo Arcigay Napoli”, si realizzerà una “catena umana per l’Iran”. Al tempo stesso ribadisce che questa rivolta appartiene al popolo iraniano: nessun intervento esterno, nessuna potenza straniera deve tentare di strumentalizzare o “mettere il cappello” su una sacrosanta lotta di liberazione, perseguendo interessi propri. Napoli conosce il valore della libertà conquistata dal basso: nel 1943 seppe liberarsi da sola dall’oppressione nazifascista. Per questo oggi non può restare in silenzio davanti alla repressione e alla violenza. La libertà non si reprime: si difende. Redazione Napoli