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Contro la militarizzazione della scuola, una mobilitazione degli studenti per la pace
La mobilitazione studentesca contro la militarizzazione rappresenta un esempio significativo di partecipazione politica giovanile sui temi della pace, della spesa pubblica e del ruolo delle istituzioni educative nella società contemporanea. In particolare un’iniziativa organizzata dalla Rete degli Studenti Medi e dall’Unione degli Universitari si è svolta presso il Ponte dei Serpenti a Roma, dando avvio a una giornata di mobilitazione diffusa nelle scuole e nelle università di tutta Italia, in coordinamento con analoghe mobilitazioni in altri Paesi europei, tra cui la Germania. «La mobilitazione – affermano gli studenti – arriva mentre nel mondo cresce l’escalation bellica e l’incapacità del governo Meloni è sempre più evidente. Mentre continua il genocidio in Palestina e, dopo le varie aggressioni degli ultimi mesi, gli attacchi coordinati di Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno aperto un nuovo e pericoloso fronte di guerra in Medio Oriente, con bombardamenti, vittime civili e il rischio concreto di un conflitto regionale più ampio. Mentre miliardi di euro vengono destinati alle armi e alla militarizzazione, nelle scuole e nelle università mancano fondi, spazi, trasporti e diritti». La denuncia della militarizzazione coinvolge sempre più anche il mondo delle istituzioni educative, attraverso forme di propaganda, attività di addestramento e iniziative di reclutamento promosse da organizzazioni militari. Secondo gli studenti, si tratta di un processo che rischia di normalizzare la presenza della guerra nella vita quotidiana, penetrando nei linguaggi, nelle scuole, nei giochi, nelle mode e nei media. Diventa quindi necessario smascherare i meccanismi culturali che plasmano mentalità e desideri, sviluppando una coscienza critica vigile e consapevole. Solo attraverso un’educazione alla nonviolenza e una pratica quotidiana di dialogo e responsabilità è possibile coltivare quei “semi di disarmo culturale” che contribuiscono a costruire una reale cultura della pace. Critica al riarmo e alle politiche di difesa Alla base della protesta vi è una critica al piano di riarmo promosso dall’Unione Europea e alle proposte di introduzione di forme di leva militare volontaria. Secondo gli studenti, tali politiche rappresenterebbero una risposta inadeguata alle tensioni internazionali contemporanee e rischierebbero di sottrarre risorse economiche a settori fondamentali come l’istruzione, la sanità e il welfare. La mobilitazione si inserisce in un contesto globale segnato da conflitti e tensioni geopolitiche sempre più evidenti. Nel comunicato diffuso dagli organizzatori vengono citati, tra gli esempi più rilevanti, la guerra e la crisi umanitaria in Palestina e le tensioni militari che coinvolgono Iran, Stati Uniti e Israele, considerate segnali di un’escalation bellica sempre più preoccupante. Uno degli aspetti centrali della protesta riguarda proprio il rapporto tra politiche di difesa e investimenti pubblici. Gli studenti sostengono che l’aumento delle spese militari avvenga in un momento in cui scuole e università italiane continuano a soffrire di gravi carenze strutturali: mancanza di fondi, spazi insufficienti, servizi di trasporto inadeguati e limitate opportunità per gli studenti. In questa prospettiva, il riarmo non viene percepito come uno strumento di sicurezza, ma come una scelta politica che rischia di compromettere il futuro delle nuove generazioni. Difendere la funzione educativa di scuole e università Un ulteriore elemento di critica riguarda la possibile presenza di programmi o iniziative legate al mondo militare all’interno delle istituzioni educative. I manifestanti esprimono la preoccupazione che scuole e università possano trasformarsi in luoghi di propaganda bellica o in bacini di reclutamento, snaturando la loro funzione educativa e formativa. Al contrario, gli studenti rivendicano il diritto a un sistema educativo fondato su valori di pace, cooperazione internazionale e sviluppo sociale. In questa prospettiva, scuola e università dovrebbero essere spazi di formazione critica, di dialogo e di costruzione di una cittadinanza consapevole. In effetti, la mobilitazione studentesca non rappresenta soltanto una protesta contro specifiche politiche di difesa, ma si configura come una riflessione più ampia sul modello di società e sulle priorità della spesa pubblica. Attraverso la loro iniziativa, gli studenti chiedono che le risorse dello Stato e dell’Europa vengano indirizzate soprattutto verso istruzione, sanità e welfare, considerati strumenti fondamentali per costruire un futuro più equo, solidale e pacifico. L’osservatorio contro la militarizzazione della scuola «L’operazione che porta i militari nelle scuole e gli studenti nelle caserme – spiega su Avvenire Michele Lucivero, insegnante a Bisceglie e responsabile dell’Osservatorio – è diffusa da anni e riguarda tutte le fasce d’età: dalle scuole primarie alle superiori fino all’università. Si va dagli alunni di una scuola elementare di Trani ai quali sono state fatte maneggiare armi, agli studenti più grandi che possono svolgere i Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (Pcto) in aziende del comparto militare-industriale, nelle caserme o nelle basi militari. Succede, per esempio, nella ex base Nato di Sigonella. Lunga anche la lista delle classi in cui l’armamentario bellico entra nelle aule sotto forma di computer, droni e robot “dual use”: strumenti utilizzati a scuola per esperimenti e attività didattiche ma progettati, in altri contesti, per impieghi militari. A Palermo, recentemente, i vigili urbani hanno organizzato, alla presenza di una scuola della città, una simulazione dell’arresto di un criminale: durante la dimostrazione sono stati esplosi colpi a salve, che hanno spaventato diversi bambini». L’Osservatorio raccoglie segnalazioni e monitora attivamente la stampa locale per individuare e documentare episodi simili sul territorio. Grazie alla rete di lavoratori della scuola e alla collaborazione con associazioni pacifiste, cerca poi di intervenire dall’interno degli istituti per contrastare queste iniziative una per una. «Normalmente – racconta Lucivero – i progetti e le uscite didattiche seguono un iter di approvazione molto preciso: vengono presentati al collegio docenti e successivamente votati nei consigli di classe. Ci siamo accorti, però, che questa procedura partecipativa e democratica viene spesso aggirata quando si tratta di iniziative legate al mondo militare. Un comandante di caserma o un sindaco contatta direttamente il dirigente scolastico e annuncia una manifestazione istituzionale per la quale è richiesta la presenza di una rappresentanza della scuola. A quel punto la partecipazione avviene senza ulteriori passaggi. Per questo – conclude – è necessario formare e sensibilizzare il personale scolastico affinché queste iniziative possano essere valutate e, se necessario, fermate». Proprio con questo obiettivo l’Osservatorio ha elaborato anche un vademecum che illustra gli strumenti giuridici a disposizione di docenti e lavoratori della scuola per opporsi concretamente ad attività di carattere militare che possano violare la libertà d’insegnamento o le norme contrattuali. «Attraverso queste operazioni – conclude Lucivero – la cultura della guerra rischia di entrare nella testa dei più giovani. Diventa un modo per legittimare e diffondere consenso, tra le nuove generazioni, rispetto alla presenza delle forze armate in contesti sempre più ampi: dalle missioni internazionali all’estero fino a numerosi ambiti della vita interna del Paese, anche al di fuori delle loro competenze strettamente militari».   Laura Tussi
March 7, 2026
Pressenza
Costruire la pace. Decostruire la guerra
Costruire la pace. Decostruire la guerra E’ ora disponibile per tutti on line e gratuitamente la Rassegna stampa del sito https://padreangelocavagna.wordpress.com . E’ centrata sui temi della pace e della nonviolenza. E’ un tentativo unico in Italia. E’ una selezione di notizie e documenti tratti da siti, newsletter, riviste, quotidiani, profili social. E’ già arrivata al numero diciannove, 3 marzo 2026 Notizie 744 – 804. La Rassegna è prodotta da un gruppo informale di ex obiettori del GAVCI di Bologna e Modena ed altre persone, in ricordo di p. Angelo Cavagna, sacerdote dehoniano, strenuo difensore della obiezione di coscienza, e si occupa dei temi oggetto del suo impegno pastorale, civico, culturale, di uomo, sacerdote, giornalista … contadino ed operaio. L’invio della Rassegna stampa è gratuito per tutti. Scrivi a: 30passi@libero.it I numeri arretrati li trovate qui https://padreangelocavagna.wordpress.com/rassegna-stampa/ Redazione Italia
March 6, 2026
Pressenza
Tra paura e multilateralismo
MENTRE LA FRANCIA PUNTA SULL’INTIMIDAZIONE NUCLEARE, LA SPAGNA POTREBBE CONSOLIDARE LA PROPRIA LEADERSHIP MORALE FIRMANDO IL TRATTATO SULLA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI. Stiamo vivendo un momento critico. Il recente attacco all’Iran non solo esacerba l’instabilità in Medio Oriente, ma ci ricorda anche una scomoda verità: la guerra non offre mai soluzioni sostenibili . Ogni escalation militare apre un ciclo di violenza che ricade sempre sui più vulnerabili e sui meno responsabili. Questa guerra illegale, condotta per interesse personale, come altri conflitti simili nella storia recente, ignora la domanda essenziale: cosa succederà il giorno dopo? Pertanto, da una prospettiva etica, umanitaria e di sicurezza globale, è essenziale respingere in modo inequivocabile questa deriva verso la guerra. In questo contesto, la decisione del governo spagnolo di negare agli Stati Uniti l’uso delle basi aeree di Rota e Morón per i suoi attacchi contro l’Iran è un gesto politicamente significativo. Richiedendo il rigoroso rispetto della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, la Spagna dimostra che la coerenza tra parole, principi e azioni non è solo possibile, ma necessaria. E ora, forse, più necessaria che mai. LA DERIVA NUCLEARE DELLA FRANCIA: UNA MINACCIA AL MULTILATERALISMO Mentre la Spagna rafforza il suo impegno nei confronti del diritto internazionale, la Francia si sta muovendo nella direzione opposta. Il presidente Emmanuel Macron ha annunciato un aumento dell’arsenale nucleare francese e il dispiegamento temporaneo di aerei con capacità nucleare in otto paesi europei, nell’ambito di una strategia di ” deterrenza avanzata “. La sua affermazione secondo cui ” per essere liberi, bisogna essere temuti ” rivela una visione del mondo profondamente problematica. Questa logica di paura e intimidazione non è solo pericolosa: è incompatibile con il multilateralismo, lo stato di diritto e la sicurezza umana . La dottrina francese contempla persino la possibilità di un ” attacco nucleare di avvertimento ” se un aggressore interpreta male i suoi interessi vitali. Vale a dire, rompere il tabù nucleare e utilizzare esplicitamente la minaccia nucleare come strumento pedagogico, non contro un attacco nucleare, ma contro uno convenzionale. In altre parole, se la deterrenza nucleare fallisce e viene attaccata, la Francia ricorrerebbe a un attacco nucleare per “ripristinare la deterrenza”. La deterrenza nucleare si basa su una premessa inquietante: che la natura umana sia intrinsecamente violenta e che solo la possibilità di una distruzione di massa impedisca il conflitto. La storia, tuttavia, dimostra il contrario. La militarizzazione estrema non genera stabilità, ma piuttosto sfiducia, escalation e, in ultima analisi, guerra. Lungi dal proteggere il mondo, le armi nucleari hanno avvelenato le relazioni internazionali e incoraggiato l’aggressione sotto il manto dell’impunità. LA SPAGNA E IL “RIARMO MORALE”: UN’ALTERNATIVA NECESSARIA In contrasto con questa visione, la Spagna sta tracciando una strada diversa. Una strada basata sulla diplomazia preventiva , sul rafforzamento del diritto internazionale e sulla cooperazione per la pace. Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il presidente Pedro Sánchez ha esplicitamente respinto la deterrenza nucleare, definendola una strategia costosa e rischiosa e, in definitiva, incompatibile con una moderna nozione di sicurezza. “Non è una garanzia”, ha avvertito, “ma una scommessa”. La sua proposta di “riarmo morale” non è vuota retorica. È un invito a ridefinire la sicurezza sulla base di empatia, umanità condivisa e forza istituzionale. Non basta denunciare i rischi delle armi nucleari; è anche necessario mettere in discussione la logica che le giustifica. IL PASSO DECISIVO: LA FIRMA DEL TRATTATO SULLA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI Se la Spagna vuole consolidare questa leadership etica e politica, deve compiere il passo mancante: aderire al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPAN) , come hanno già fatto 99 paesi. Questo Trattato è uno strumento giuridico e morale che mira a un cambiamento normativo : consente la stigmatizzazione delle armi nucleari, privandole di prestigio e avviando la loro abolizione, come è accaduto con le armi chimiche e biologiche, o persino con la schiavitù. La sua firma allineerebbe la politica di sicurezza spagnola ai suoi valori democratici e al suo dichiarato impegno per il multilateralismo. UN FARO IN TEMPI DI RISCHIO ESISTENZIALE L’Orologio dell’Apocalisse segna oggi 85 secondi a mezzanotte, il più grande rischio di annientamento umano nella storia. In questo scenario, la Spagna può – e deve – diventare un modello internazionale. Non perché sia una potenza militare, ma perché può dimostrare che la pace e la libertà non si basano sulla paura , come sostiene la Francia, ma sulla giustizia, la cooperazione e l’umanità. L’opportunità c’è. La domanda è se avremo il coraggio politico e morale di coglierla. Firmare la petizione Carlos Umaña
March 4, 2026
Pressenza
All’Osservatorio Contro la Militarizzazione nelle Scuole il Premio Nesi 2025
L’Associazione Nesi/Corea e il Movimento Nonviolento di Livorno organizzano, mercoledì 11 marzo alle 17,30 a Livorno in via La Pira 11, un incontro con l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università al quale sarà conferito anche il “Premio Nesi” 2025. La cerimonia di premiazione sarà seguita da un incontro aperto sul tema della militarizzazione che da tempo sta coinvolgendo, sempre di più, anche il mondo delle istituzioni educative (attraverso forme di propaganda, addestramento e reclutamento da parte delle organizzazioni militari) e sulla necessità, sentita dai promotori del premio e organizzatori dell’incontro, di rompere l’incantesimo della “normalità” militarizzata che penetra nei linguaggi, nelle scuole, nei giochi, nelle mode, nei media. Serve smascherare il sistema e il processo che plasmano mentalità e desideri attraverso una coscienza vigile e attenta che contribuisca, assieme a molto altro, a costruire e imparare la pace, attraverso l’educazione nonviolenta e la pratica quotidiana per coltivare semi di disarmo culturale. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
March 4, 2026
Pressenza
L’urgenza di educare con il dialogo
Incontro con Pat Patfoort e le autrici del libro “Educare con il dialogo alla scuola primaria” Sabato 7 marzo 2026 alle 17,15 Biblioteca della Nonviolenza, Via Mazzali 5, Milano Già nei primi anni di vita, bambine e bambini sperimentano quotidianamente il confronto con i pari, imparano a riconoscere emozioni e bisogni propri e altrui, iniziano a costruire modalità per gestire e trasformare i conflitti. La scuola primaria è il luogo privilegiato in cui si gettano le basi delle competenze sociali e relazionali, una “esperienza di democrazia” in cui il dialogo non è oggetto di insegnamento, ma pratica quotidiana condivisa tra docenti, alunni e alunne. Le prime forme di educazione al dialogo prendono vita nei gesti e nelle parole: nel litigio per un posto, in una parola detta senza pensare, ma anche nelle lacrime trattenute, negli abbracci spontanei o nei gesti di rabbia. Il dialogo può essere una pratica concreta che si avvale anche di strumenti e dispositivi adeguati, per imparare a comunicare anche in tenera età, perché ogni giorno di scuola possa diventare un laboratorio di pace, favorendo un clima sereno e partecipativo e rafforzando il senso di comunità. Al contempo, imparare la nonviolenza non riguarda solo l’educazione di bambini e bambine: è una pratica quotidiana che riguarda le persone adulte, le relazioni, i contesti educativi, sociali e istituzionali. Conoscere e praticare la nonviolenza è una scelta consapevole e coraggiosa, oggi più che mai necessaria perché chi educa – genitori, insegnanti, adulti di riferimento, istituzioni – sia esempio e modello di riferimento. A ogni età, possiamo imparare a esprimere cosa si prova senza ferire, possiamo comprendere il punto di vista dell’altro/a e trasformare ogni possibile scontro in occasioni di riflessione e di incontro. L’approccio nonviolento e il dialogo sono sempre più urgenti e necessari per superare la cultura patriarcale e ogni tipo di discriminazione e disuguaglianza. Da questa consapevolezza e da una lunga esperienza sul campo nelle scuole che educano con la nonviolenza, nasce l’incontro aperto a tutti e tutte di sabato 7 marzo alle ore 17,15 presso la Biblioteca della Nonviolenza di via Mazzali 5 a Milano. Ospite speciale sarà Pat Patfoort, antropologa belga di fama internazionale, da anni impegnata nello studio dei conflitti, delle dinamiche di potere e delle alternative nonviolente nelle relazioni umane. Il suo contributo offrirà uno sguardo ampio e profondo su come la nonviolenza possa essere appresa, praticata e incarnata, anche e soprattutto, nel mondo adulto. Durante l’incontro verrà presentato il libro Educare con il dialogo alla scuola primaria. Attività e percorsi di nonviolenza (Erickson), un volume che unisce teoria e pratica e che nasce dalla lunga esperienza e condivisione delle autrici Annabella Coiro, Gabriella Fanara e Sabina Langer nel lavoro con bambine, bambini, docenti e genitori nelle scuole attraverso la rete EDUMANA. Sarà presente anche l’illustratrice Susanna Vincenzoni, che ha contribuito con il suo tocco artistico e personale a rendere ogni attività accessibile e viva. Il libro, la cui prefazione è stata scritta dalla stessa Pat Patfoort, propone percorsi, attività e riflessioni per portare la nonviolenza nelle classi della scuola primaria, ma parla anche delle persone adulte: invita a interrogarsi sul proprio modo di stare in relazione e di affrontare i conflitti, perché creare una cultura per la trasformazione costruttiva e nonviolenta dei conflitti è oltremodo urgente e necessario e può dare – secondo le parole dell’antropologa belga – “un contributo importante a una società e a un mondo più pacifici”. L’incontro si concluderà con un piccolo buffet, per continuare il confronto in modo informale.   Redazione Milano
March 4, 2026
Pressenza
Dall’Iran un manifesto: No alla guerra
Pubblichiamo questo significativo appello di 353 attivisti e accademici iraniani — residenti in Iran — che hanno diffuso un manifesto dal titolo semplice e inequivocabile: “No alla guerra”. È fondamentale mostrare alla diaspora guerrafondaia iraniana e ai suoi sostenitori occidentali quali siano le reali richieste di chi vive nel Paese. Non è vero che gli iraniani residenti in Iran — coloro che sarebbero i primi bersagli di Trump — desiderano la guerra. Chi, dentro e fuori dall’accademia, ha ringraziato Trump per voler “liberare” gli iraniani deve sapere che non rappresenta nessuno. Non si può, dal caldo delle proprie case in Occidente, mettere a rischio la vita di milioni di innocenti. Questo manifesto condanna sia la repressione politica e il massacro dei manifestanti, sia un’invasione straniera, considerando entrambe contrarie all’interesse nazionale. > “No alla guerra contro l’Iran” > > La guerra è il male peggiore che la politica possa produrre. Uccide, > distrugge, getta le famiglie nel lutto. Annichilisce le infrastrutture, genera > povertà, sacrifica gli innocenti e alimenta nuova violenza. Riduce la nostra > capacità di affrontare le crisi e offusca qualsiasi prospettiva di sviluppo, > democrazia e giustizia per l’Iran. > > Netanyahu e i falchi di Washington puntano esplicitamente, attraverso retorica > bellicista, sanzioni e minacce, a destabilizzare e indebolire il nostro Paese. > Le tragedie del gennaio 2026 — come qualsiasi altra sofferenza — non possono > in alcun modo giustificare la guerra, né l’imposizione di ulteriori dolori ai > nostri connazionali, né la distruzione dell’Iran in qualsiasi forma. > > Noi, iraniani di diversa appartenenza politica, ci opponiamo senza esitazioni > a qualsiasi aggressione contro il nostro Paese. Siamo convinti che la > soluzione — per quanto difficile da percorrere — si trovi all’interno > dell’Iran stesso: nel cambiamento costruttivo, nel rinnovamento della società, > nella trasformazione che viene dal basso. È questa la strada. Non la guerra. > > Per questo chiediamo che si alzi una voce forte e unanime contro ogni logica > bellicista. Di fronte a qualsiasi aggressione, saremo al fianco del nostro > Paese. E invitiamo tutti i nostri concittadini — in particolare chi ha voce, > visibilità e credibilità — a unirsi a questa opposizione con ancora maggiore > determinazione. Firmato da 353 tra politici, intellettuali e attivisti della società civile iraniana, provenienti da un ampio spettro di orientamenti politici. (traduzione italiana dal testo farsi) No to War and Aggression Against Iran – ISNA https://share.google/1ONdmRzF7REm2NwFT Redazione Italia
March 2, 2026
Pressenza
Propaganda di guerra, nulla di nuovo sotto il sole
Anche riguardo all’attacco terroristico statunitense all’Iran (anch’esso praticante il terrorismo) la solita vecchia propaganda bellicista, accettata e riprodotta da chi ne ignora il carattere normalmente ricorrente La retorica della guerra mette da parte le sofferenze di tutte le persone innocenti, il diritto internazionale e le conseguenze post-belliche, e si concentra su altro. Qualcosa l’abbiamo già sentito, e non solo negli Stati Uniti ma anche in Italia. Poiché la retorica è sempre la stessa, il resto lo sentiremo (e da entrambi i belligeranti se qualcuno dei nostri media permetterà, a fatica, che ci arrivino anche le parole del ‘nemico’) nel prosieguo delle attuali azioni bellico-terroristiche internazionali, se andranno avanti. Ecco qualche esempio, che sarà opportuno tenere in mente: 1.la guerra è necessaria per la liberazione dalla minaccia del nemico, malvagio, dittatore, nuovo Hitler… (per questo, d’altronde bisogna costituire un Board of Peace); confronta Trump, per esempio in israele-e-usa-attacca-l-iran-trump-khamenei-e-morto: «Morto Khamenei, uno dei più malvagi della storia»; tutto già sentito a proposito di Slobodan Milošević, Saddam Hussein, Vladimir Putin … (e già detto dei Persiani dagli antichi Greci, cf. Tucidide 1.96.1 e 3.10.3: Atene, costituendo la Lega delio-attica, aveva espresso l’intenzione di devastare il territorio persiano e vendicarsi di quanto aveva subìto e voleva agire, più in generale, «per la liberazione della Grecia dal Persiano»; poi ridetto da Sparta che si dichiara a sua volta liberatrice dei Greci dall’imperialismo ateniese e può perciò assalire chiunque non la appoggi: cf. Tucidide 4.87.2-3) 2. la guerra è necessaria, o giustificabile, per la liberazione delle donne: Elena per Omero; le donne afghane per la first lady Laura Bush, come per Ellie Smeal, leader di Feminist majority nel 2001 – e nel 2002 la rivista Ms. parlò della coalizione dell’invasione in Afghanistan come di una «coalizione della speranza», mentre l’allora senatrice Hillary Clinton «votò entusiasticamente a favore della guerra, definendola il “ripristino della speranza”»: Rafia Zakaria, in femministe-afghanistan; parole simili si possono leggere oggi un po’ dappertutto, non ritengo pertanto necessario produrre fonti specifiche; 3. si tratta di make America great again, “fare di nuovo grande l’America” (in alternativa, l’Occidente). Cf. gli Spartani che volevano deliberare sulla guerra contro gli Ateniesi per riacquistare l’egemonia sul mare e così «rendere Sparta più grande e potente» (Diodoro Siculo 11.50.3 e 8), o gli efebi ateniesi, che prendendo servizio, giuravano: «trasmetterò la patria non minore ma più grande» (Licurgo, Contro Leocrate 77); 4.i nostri morti saranno degli eroi. Cf. D. Trump, p. es. in attacco-iran-trump-truth: «Potremmo perdere le vite di coraggiosi eroi americani e potrebbero esserci delle vittime, accade spesso in guerra»; e cf. Omero, Iliade 15, 494-8: Ettore incita: «orsù, combattete compatti presso le navi, e chi di voi, colpito da lontano o da vicino, incontri la morte e il destino, muoia: non è sconveniente morire difendendo la patria, ma saranno salvi la sposa e i figli, e intatti la casa e il patrimonio»; 5.la guerra sarà breve (con ‘illusione della vittoria’ che, nel migliore dei casi, ignora gli effetti successivi, compreso quello della diffusione dell’odio reciproco e del terrorismo sotterraneo della parte opposta). Cf.  D. Trump, p. es. in  iran-trump-operazioni-militari-dureranno-almeno-4-settimane-nuovi-leader-vogliono-parlare-sono-pronto: «ci vorranno quattro settimane, o meno”». E cf. Tucidide 1.121.2-4: «I Corinzi, alleati degli Spartani, per spingere alle armi precisavano che, grazie alla loro superiorità numerica, alla maggiore preparazione militare e abbondanza di risorse finanziarie, essi avrebbero prevalso sui nemici con una sola vittoria», con commento in  Cozzo 2024, 91: «una sorta di guerra-lampo – un topos (sempre falso) anche delle guerre odierne, per esempio quella di G.W. Bush al momento dell’invasione dell’Iraq e quella di V. Putin al momento dell’invasione dell’Ucraina»; 6.(da qui in avanti, punti che si trovano anche, a proposito della retorica bellicista durante la Prima guerra mondiale, in A. Ponsonby, Falsehood in War Time: Containing an Assortment of Lies Circulated Throughout the Nations During the Great War, London 1928, e in A. Morelli, Principi elementari della propaganda di guerra. Utilizzabili in caso di guerra fredda, calda o tiepida, tr. it. Roma 2005:) “noi” non vogliamo la guerra; 7.il campo nemico è il solo responsabile della guerra; 8.il nemico ha l’aspetto del diavolo o del “cattivo di turno”; 9.quella che difendiamo è una causa nobile, non un interesse particolare; 10.il nemico provoca intenzionalmente delle atrocità; noi possiamo solo commettere involontariamente errori di mira; 11.il nemico usa o userà armi illegali (l’atomica che noi già abbiamo e siamo i soli ad avere il diritto di avere); 12.le perdite del nemico sono imponenti, le nostre sono e saranno sempre assai ridotte; 13.gli artisti e gli intellettuali sostengono la nostra causa; 14.la nostra causa ha un carattere sacro; 15.quelli che mettono in dubbio la nostra verità sono dei traditori.   Analisi dettagliate di quanto qui sopra esposto, anche con precisi esempi e diversi altri luoghi comuni propagandistici, che saranno probabilmente utilizzati anche nella guerra terroristica all’Iran, si trovano in A. Cozzo, La logica della guerra nella Grecia antica. Contenuti, forme, contraddizioni, Palermo 2024, e Id., Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina. Promemoria e istruzioni per il futuro, Milano 2025 (già da noi recensito, ndr). Redazione Palermo
March 2, 2026
Pressenza
Eirenefest tra il 2025 e il 2026: un festival lungo un anno
Il 10 Aprile, presso la Fondazione Basso a Roma, Via della Dogana Vecchia 5 dalle 15 alle 17 si svolgerà l’evento conclusivo degli Eirenefest 2025 realizzato in collaborazione con Europole e grazie al contributo dell’8 per mille della Chiesa Valdese. L’evento consisterà in: dalle 15: una serie di brevi dissertazioni sulle tematiche suscitate da libri per la pace e la nonviolenza; tale parte sarà anche formazione dedicata agli insegnanti: I temi saranno – La geografia e la pace nei processi educativi – Gli adolescenti e giovani nei contesti di pace e nonviolenza sociale e umana – Cosa si cela dietro un libro per la pace – La pace nella scuola – La maieutica e la pace – La poesia della pace – strumenti educativi legati alla poesia per una riflessione sull’esistenza umana e il valore della pace – ecologia pacifista ( l’ambiente come essere vivente) -il significato educativo delle armi e della nonviolenza Seguirà tavola rotonda (relatori ancora da confermare) dal titolo: “Come proporre ai giovani  la pace e la nonviolenza: un festival del libro lungo un anno” E il 2026 è già in marcia Già sono in corso di organizzazione i prossimi festival locali ecco qua alcune prime informazioni che si vanno perfezionando sul nostro sito https://www.eirenefest.it Bergamo: Sabato 18 aprile – domenica 3 maggio in collaborazione con la Fiera dei Librai contatto: info@laportabergamo.it Verona: dal 11 al 16 Maggio 11 – 15 maggio nelle scuole  16 maggio presenza ad una conferenza su riumanizzare l’educazione contatto: poloeuropa@gmail.com Valdarno: maggio date da definire, festival itinerante in vari paesi della zona, contatto: valdarno@eirenefest.it Trieste 6-7 Giugno all’interno di Bioest contatto: tiziana.volta@gmail.com Firenze: festival itinerante dal 20 Settembre al 4 Ottobre contatto: firenze@eirenefest.it Torino: inseme al Festival della Nonviolenza, intorno al 2 Ottobre contatto: torino@eirenefest.it Milano: Durante la Human Week, date intorno al 2 Ottobre contatto: milano@eirenefest.it Roma: 2-3 ottobre allo spazio Libera : contatto: roma@eirenefest.it Messina: insieme alla Tenda della Pace, probabilmente a metà Ottobre contatto: donatosofia@yahoo.it Verbano: seconda settimana di novembre, dal venerdì alla domenica contatto: verbano@eirenefest.it Sono poi in corso di definizione altri festival a Cecina, Grosseto, in Molise, a Napoli e Bologna Se volessi organizzare un festival consulta i materiali su questo sito e scrivi a info@eirenefest.it Redazione Italia
February 27, 2026
Pressenza
Cosa abbiamo da perdere? Solo le nostre catene
Discutevo stamattina (24 febbraio, ndr) con don Corrado Lorefice, di quanto possa dare fastidio al potere e a quell’ asservimento all’odio a cui esso si affida per tentare di garantire legittimità alle sue gesta, una preghiera, come quella che abbiamo recitato in mare domenica per ricordare i dimenticati della strage, i “fatti morire” durante i giorni del ciclone. BOT pagati dagli uffici del marketing elettorale, e persone singole che appartengono a varie conventicole, le “haters chains” digitali che si attivano solo per insultare, spargere odio razziale, menzogne sulle persone, sono come impazziti di rabbia per una preghiera innalzata per i nostri morti. “Nostri”, e già questo li manda fuori di testa. L’algoritmo aiuta questa dinamica, la amplifica, perché è così che chi detiene il controllo del “mezzo di produzione”, dello strumento social, si arricchisce. Lo scontro, la polemica, il fighting, moltiplica le interazioni, aumenta il rating con il quale si stabilisce il prezzo di vendita. Lo scontro sui social media incrementa il business perché è il motore principale dell’engagement (coinvolgimento), che si traduce direttamente in maggiore visibilità, traffico e, in ultima analisi, monetizzazione attraverso la pubblicità. Le piattaforme sono progettate per premiare soprattutto la rabbia, la polarizzazione, lo scontro, l’assalto, le minacce. La violenza, testo o immagini, è fonte di valorizzazione nel tecnocapitalismo. Ma d’altronde in un mondo dove il “Board of Peace” celebra la “colonizzazione a scopo immobiliare”, e dove il più grande investimento degli Stati sono le armi di distruzione di massa, come potrebbe essere diverso? Gli haters possono essere sia macchine, come i bot ( gli agenti Smith di Matrix ) sia persone vere e proprie. Le “macchine” sono prodotte, messe in funzione e vendute da centri, aziende e organizzazioni che sviluppano “bot” (intesi come chatbot basati su intelligenza artificiale, algoritmi conversazionali o automazioni). Si concentrano principalmente negli Stati Uniti, ma con una forte crescita di realtà specializzate in Italia ed Europa. Gli “umani” delle “catene dell’odio” invece, dai loro profili spesso imbarazzanti rivelano condizioni soggettive di particolare arretratezza e disagio: sembrerebbero persone molto sole, con bassa scolarizzazione, in generale piene di rancore verso un mondo che probabilmente non gli ha dato molto. L’organizzazione e la trasformazione delle psicopatie diffuse, delle crisi fobiche, delle frustrazioni, dell’alienazione, in strumenti di intimidazione digitale, è un lavoro vero e proprio per i responsabili social di molti politicanti. Il carattere filogovernativo di questa armata di sfigati nella vita reale, ma legionari minacciosi in quella virtuale davanti a una tastiera, rivela che c’è chi li usa in maniera scientifica per tentare di costruire un immaginario del “sentiment sociale” al quale poi riferirsi per tentare di rappresentarne le istanze non più individualizzate, ma divenute collettive per auto-riconoscimento. Naturalmente la funzione primaria di queste “legioni” che si attivano e attaccano, è anche quella tipicamente squadristica della minaccia e dell’intimidazione contro gli avversari e oppositori politici: dalla “character assassination” – la distruzione della reputazione mediante un processo intenzionale e duraturo che distrugge la credibilità e la reputazione – alla minaccia vera e propria. Alcuni di questi “militanti” delle haters chains filogovernative sono talvolta querelati per diffamazione aggravata o minacce e pagano con denaro contante le loro bravate in rete: ho lettere di scuse scritte da chi mi minacciava a diffamava davvero pietose ( sto pensando di farne un libro) perché poi quando alla fine devono tirare fuori migliaia di euro – che vanno tutte a finanziare missioni di soccorso, e questo è davvero il bello – piangono come bambini. Comunque una Messa, una preghiera, un gesto d’amore verso i nostri fratelli e sorelle fatti morire in mare, sono divenuti azione politica dirompente contro il silenzio delle autorità su una strage che non bisognava vedere. Contro il “male” fatto a sistema. La “necropolitica” che cos’è se non la strutturazione sistemica di politiche basate sul potere di imporre la morte sul desiderio di vita? La foto di don Mattia Ferrari che alza l’ostia al cielo per quei morti uccisi dal sistema e non dal mare e nemmeno dal ciclone, é una immagine potentissima contro il razzismo, contro la “globalizzazione dell’indifferenza” come diceva papa Francesco. La verità, come quella pronunciata nel suo scritto da don Corrado, fa paura a chi ha bisogno della menzogna per poter comandare. Abbiamo davanti uno straordinario esempio di che tipo di lotta e fra chi e che cosa, stia alla base di ogni idea e sogno di un mondo nuovo. Umano e disumano, verità contro menzogna, amore come arma potente e temuta in un vuoto esistenziale individualizzato e apocalittico che vogliono farci credere debba essere l’unico eterno e immutabile presente. E la “zona rossa” della religione, della fede in qualcosa che propone un sovvertimento radicale – siamo fratelli tutti – accende tutti gli allarmi degli agenti Smith di Matrix: “Dio, patria e famiglia”, o “sono madre e cristiana”, o faccio il comizio con il rosario in mano mentre aizzo la folla contro i “clandestini”, e’ l’unico cristianesimo consentito. E invece “cristiani diversi”, “poveri cristiani” come direbbe Ignazio Silone, cristiani che non blandiscono il potere ma mettono in pratica il Vangelo, e le due cose insieme, brama di potere e Vangelo, non possono stare, questi cristiani si stanno organizzando. Stanno “cospirando per il bene”. Insieme a tanti musulmani, o non credenti. Suore e sacerdoti insieme a laici. Oggi con don Corrado, sorridendo della nostra comune condizione di “lapidati” da schiere di odiatori reali e macchinici sui social, concordavamo su ciò che Madleine Debreil scriveva: “che cos’è il Male? E’ innanzitutto assenza di bene”. Praticare la cura, il soccorso, la protezione di coloro che sono esclusi, costruire comunità su queste basi, non sulle comodità di stanchi riti vuoti ma sulla strada rischiosa, perché non consentita dal potere e dalla cultura dominante, di quel “fratelli tutti” fatto di pratiche concrete e senza dover attendere il permesso di nessuno, è un atto rivoluzionario. Cosa abbiamo da perdere? Solo le nostre catene. Redazione Palermo
February 26, 2026
Pressenza
Perché ripensare la rivolta irlandese
E’ stato presentato il 24 febbraio a Palermo, ai Cantieri Culturali alla Zisa, il libro di Riccardo Michelucci (Milieu edizioni, 2025) Il giorno in cui morì la musica. La strage della Miami Showband e l’Irlanda nel caos. Riportiamo qui il resoconto di Alessandra Colonna Romano, che ne argomenta la stringente attualità A cinquant’anni dal terribile attentato alla Miami Showband, “I Beatles d’Irlanda”, Riccardo Michelucci ci riporta agli anni bui dei Troubles (1960-90), quando riesplode con virulenza il conflitto anglo-irlandese.  Con prosa fluida e intensa, l’autore ne ricostruisce il contesto storico, politico e culturale proponendo al lettore non un romanzo, né un libro di storia, come precisa nella sua Nota sulle fonti, ma «un’opera di saggistica narrativa basata su documenti ufficiali, verbali d’inchiesta, fonti bibliografiche secondarie e interviste con i protagonisti delle vicende raccontate». Vero, non è un libro di Storia, comunemente inteso; esso, tuttavia, ci restituisce un pezzo di Storia attraverso le storie di uomini e donne che, a vario titolo, sono stati protagonisti e testimoni di quel periodo, con un’attenzione particolare alla Miami Showband, che questo scritto vuole omaggiare.  Nata nel 1962, la Band nel tempo assume formazioni diverse, cresce in popolarità, attraversa l’intera isola con un fittissimo calendario di concerti. Sono quelli gli anni della swinging London, i Beatles sono leggenda vivente e una nuova gioventù rompe con la tradizione, imponendosi con una nuova moda e una nuova musica; anche in Irlanda numerosissime band calcano i più vari palcoscenici – pub, locali, sale da ballo – e queste ultime diventano un vero e proprio fenomeno sociale. Eppure, l’atmosfera è cupa: la presenza dell’esercito e della polizia britannica, di stanza nell’Ulster, tiene sotto stretto controllo i cittadini, già in una situazione di forte discriminazione sociale, politica e lavorativa, mentre continui attentati sconvolgono la vita delle città e dei villaggi, fino alle iconiche campagne dell’Ulster, in particolare quell’area di confine non a caso denominata “Il triangolo della morte”.  In questo quadro così fosco, la musica assume il ruolo di balsamo, diventa luogo di incontro e di unione: protestanti e cattolici si ritrovano insieme a condividere la musica, il ballo, il divertimento. La formazione ultima della Miami Showband stessa è, infatti, costituita da due membri della Repubblica, quattro dell’Ulster e, tra questi, due protestanti e due cattolici. Sono giovani che desiderano soltanto dedicarsi alla musica, divertire e divertirsi, testimoniando con la loro stessa vita come passione, talento e bellezza siano gli antidoti a ogni sovrastruttura divisiva generata da ideologismi e difese identitarie. Ma fuori da quelle sale da ballo la realtà è risucchiata in una spirale di violenza. In Irlanda del Nord è presente l’UDR (Ulster Defensive Regiment) con alcuni dei suoi membri appartenenti pure a una forza paramilitare lealista, l’UVF (Ulster Volunteer Force). In un clima di tensioni feroci, con l’obiettivo di sconfiggere l’IRA (Irish Republican Army), le forze paramilitari lealiste compiono attentati indiscriminati: Belfast, la capitale, è teatro di guerra; nel 1972, a Derry, paracadutisti britannici attaccano una manifestazione pacifica per i diritti civili: è il Bloody Sunday, che costa la vita a 14 persone; nel 1974 la strage di Dublino e Monaghan fa ben 34 vittime; il “terrore” si diffonde ovunque, dalle più sperdute campagne ai piccoli villaggi, dai pub e mercati, fin nelle case, dove gli attacchi sono vere e proprie esecuzioni. L’obiettivo è creare una situazione di insicurezza globale che renda necessario il rafforzamento della presenza militare britannica.  Sono attentati compiuti da uomini di cui l’autore fornisce nome e cognome, traccia i profili biografici o psicologici: li vediamo muoversi, agire, ne percepiamo le macchinazioni ideologiche. Protetti da una rete di complicità con i servizi di sicurezza britannici e certa politica, agiscono impunemente. È così che nessuno “si accorge” della sparizione di armi dagli arsenali dell’UDR; continui depistaggi e falsificazioni vengono messi in atto per far ricadere la responsabilità degli attentati sull’IRA, anche in periodi in cui l’organizzazione non avrebbe avuto le risorse per compiere tali azioni o aveva deposto le armi per favorire i negoziati di pace che, dopo il Bloody Sunday del 1972, si stavano lentamente tessendo a Sunningdale, in Inghilterra.  Anche le vittime hanno un nome. Non restano un numero, come spesso accade nei libri di storia: l’autore ne ricostruisce le vite, racconta dove e come l’evento fatale le abbia raggiunte, spezzando per sempre i loro progetti e i loro sogni. E dà voce anche a chi, da quel momento, porterà dentro di sé il segno della perdita: tra questi, Stephen Travers, il bassista della Miami Showband, la cui intervista/testimonianza chiuderà il libro. L’attentato si radicherà con forza devastante nella sua vita: vittima di un lacerante senso di colpa per essere sopravvissuto ai suoi amici, si confronterà per decenni con un dolore sordo. Riuscirà in qualche modo a ‘chiudere il cerchio’, grazie alla sua ricerca di verità, giustizia e al suo profondo desiderio di pace e pacificazione. Con rigorosa attenzione alle fonti documentali, l’autore ci restituisce l’insensatezza di questa orribile guerra, per decenni occultata, presentandola attraverso i volti, i corpi, le storie delle persone, senza mai scadere nella retorica, men che meno nella spettacolarizzazione. Sfugge al manicheismo: dà conto del processo di pentimento di chi, pur efferato esecutore di attentati, si pentirà amaramente per il dolore recato. Ma anche, e soprattutto, ci mostra come la violenza e le guerre alla fine si assomiglino tutte: si legge Irlanda ma si vede Palestina, e altri teatri di guerre perché, pur nella specificità dei contesti geopolitici e storici, lo schema è lo stesso:  * La scusa madre atta a giustificare ogni violenza: il senso di accerchiamento che muove alla difesa/attacco preventivo (IRA in Irlanda del Nord, Hamas in Palestina, ad esempio). Tuttavia, come la Storia insegna, le vittime sono soprattutto civili; * La demonizzazione e la de-umanizzazione dell’ “altro” ascritto a nemico per il sol fatto di esistere; * La menzogna, la propaganda, il depistaggio: l’autore ricostruisce le numerose operazioni di falsificazione. Tra queste, la stessa modalità dell’attentato alla band che, secondo il progetto criminale, prevedeva l’introduzione di un ordigno nel furgoncino, destinato a esplodere circa quindici minuti dopo la ripartenza del veicolo. Un piano scellerato, concepito non solo per uccidere tutti i componenti del gruppo, ma anche per farli apparire come corrieri dell’IRA, visti i loro frequenti attraversamenti di confine, infangandone così il nome. Come non pensare, allora, ai molti casi della storia, passata e recente, e a certa propaganda veicolata dai mass media? (Il corpo di Peppino Impastato venne deposto sui binari della ferrovia simulando un attentato da lui stesso organizzato);  * Il sistema del male, una “struttura di peccato”, creata scientemente nelle alte sfere della politica e dei servizi di sicurezza, i cui “soldati”sono, alla fine, pedine, più o meno consapevoli; * La derisione, la persecuzione contro chi si oppone: in Irlanda chi denunciò gli atti illegali dell’UVF, pur appartenendo ad alti ranghi di polizia o esercito, fu fatto dimettere, imprigionato o addirittura internato in ospedale psichiatrico. Quanti disertori in Ucraina, Israele, Russia subiscono persecuzioni…; * La presenza, anche in un sistema di ‘odio circolare’, di persone che, con tenacia e coraggio, si adoperano per il dialogo e la pace. In Irlanda come altrove. Poco si sa di quegli uomini e donne che, pur in una situazione di guerra, testimoniano la pace tra i popoli in conflitto: dai Combatants for Peace, Wahat al Salam/Nevè Shalom, Women of the Sun (in Israele e Palestina) ai numerosi obiettori di coscienza e membri dei movimenti nonviolenti nei tanti teatri di guerra; * L’esigenza della verità, perché non c’è pace senza giustizia e verità. Questo libro, straordinariamente ricco, coglie così i molteplici strati di una storia complessa: racconta di una Band, strappandola all’oblio; parla dell’Irlanda, la cui storia, in parte desecretata, rivela un’altra verità, smontando certezze consolidate; parla del potere del racconto: dai libri di Storia agli articoli di giornale, chi racconta propone una visione e modella l’opinione pubblica. Pone, così, interrogativi su quel passato ma anche sul nostro presente, continuando, anche a pagine chiuse, a provocare e a riecheggiare nella mente del lettore.   Redazione Palermo
February 26, 2026
Pressenza