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“CARMINE RESISTENTE 2026”: I DIARI DEL COMANDANTE DELLA 122ESIMA BRIGATA GARIBALDI, INCONTRO CON L’AUTORE ISAIA MENSI
Giovedì 15 gennaio la sezione ANPI “Caduti di piazza Rovetta” di Brescia propone un importante appuntamento di carattere storico sulla Resistenza bresciana.  In occasione della XII edizione del Carmine Resistente verrà presentato “I diari del comandante della 122esima Brigata Garibaldi”. Presente all’incontro ci sarà l’autore Isaia Mensi, noto ricercatore bresciano e storico della lotta antifascista, il quale si è occupato di raccogliere e pubblicare i materiali diaristici del comandante Luigi Guitti “Tito Tobegia” ritrovati all’interno dell’archivio dell’ANPI. L’appuntamento è per giovedì 15 gennaio alle ore 18.00 presso lo spazio Fondazione Aref ETS, Piazza della Loggia, 11 a Brescia con ingresso libero. Abbiamo chiesto a Vanni Botticini del Carmine Resistente di presentare l’appuntamento ai nostri microfoni Ascolta o scarica.
Corso di Formazione: Formare alla pace con la pace. Palestina, storia, diritti
Dal 15 gennaio inizia il secondo modulo di formazione online e gratuito del percorso FORMARE ALLA PACE CON LA PACE‘. MODULO 2: PACE E NONVIOLENZA NELLE DISCIPLINE Tre incontri per confrontarsi su come parlare di pace e nonviolenza all’interno dei percorsi disciplinari, si parte con: PALESTINA, STORIA, DIRITTI (PER SCUOLA SECONDARIA) GIOVEDÌ 15/01/2026, ORE 17:30-19:30 L’incontro è dedicato ad un approfondimento dei temi dei diritti umani e civili, con l’obiettivo di fornire ai/alle docenti strumenti di lettura storica e pedagogica per un’educazione alla pace consapevole a partire dalle vicende storiche legate al territorio palestinese, ai tentativi di pace avviati in passato e alle questioni etiche, culturali e religiose in campo. a cura di Amira Abuamra, attivista per i diritti umani di origine palestinese e Presidente laboratorio Palestina cultura e arti e Michele Lucivero, docente di Filosofia e Storia nei Licei, PhD in Etica e Antropologia. Storia e Fondazione, promotore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Se non sei iscritto/a puoi farlo qui: https://forms.gle/az4aFVjFCZaup1FK6 Si continua con: Incontro 2 “Decostruire gli stereotipi: educare al genere, prevenire la violenza” •Giovedì 22/01/2026, ore 17:30–19:30 per Seconda/terza media e biennio superiori  •Giovedì 29/01/2026, ore 17:30–19:30 per Scuola primaria e prima media  a cura di Veleria Russo e Orietta Candelaresi Incontro 3 “Behuman: storie di chi ha scelto la nonviolenza. Spunti per attività educative e didattiche in classe” (per scuole secondarie) Martedì 3/02/2026, ore 17:30-19:30 a cura di Sabina Langer e Annabella Coiro Organizzato da rete EDUMANA e Polo Europeo della Conoscenza informazioni e iscrizioni edunonviolenza.altervista.org/pace/ Tutti i dettagli qui: https://www.edumana.it/corsoformazione2026 Il corso è valido ai fini della formazione in servizio degli insegnanti.
Perché ri-studiare la storia oggi, dentro e oltre la scuola
Connessioni fra ricerca storica e pace nel mondo In Italia, lo studio della storia è parte integrante di tutti i programmi scolastici delle scuole di ogni ordine e grado. Eppure, molto spesso questa materia viene considerata non così importante, in quanto non strettamente connessa con l’attualità che viviamo. Ovviamente, questo è un pensiero radicato nelle persone comuni o in molte di esse, non da addetti ai lavori: gli storici e le storiche, che con grande fatica fanno costantemente ricerca in questo campo, inorridiscono rispetto a tale sentire. Una delle motivazioni alla base di questa convinzione invalsa sta nel fatto che, oggi, a causa della mancanza di tempo, i programmi scolastici non riescono ad essere svolti per intero e, conseguentemente, gli studenti e le studentesse non arrivano ad approfondire, nel loro corso di studi – mi riferisco chiaramente alla platea della scuola ordinaria di secondo grado – gli accadimenti più recenti. In pratica, molte persone pensano che si dovrebbe studiare la storia del ’900 per comprendere meglio la nostra realtà e “sorvolare” su quella della età arcaica e classica, con particolare riguardo alla storia greca. Ce l’abbiamo molto con i Micenei: ma che studiamo a fare eventi accaduti nel II millennio avanti Cristo se poi non sappiamo cosa ha provocato la guerra fredda dal 1947 al 1990? E ancora, cosa c’era dietro l’attentato alle Torri Gemelle? Quest’ultimo è un argomento molto delicato e sentito fortemente dai nati nel terzo millennio ma che a scuola non si arriva nemmeno lontanamente ad affrontare. Ebbene, i Micenei non sono poi così inutili: ci consegnano un incipit della storia dell’uomo, il momento in cui si è creata una ininterrotta continuità culturale tra l’età del bronzo e l’età classica, attraverso l’uso di una lingua per redigere documenti amministrativi e la creazione di un sistema palaziale, embrionale sistema di Stato. Sapere come si sono creati gli Stati ha una grande importanza: ci serve per comprendere come viviamo oggi e, soprattutto, da cosa nascono le guerre. Senza l’esistenza degli Stati, infatti, le guerre non diventano fenomeno che riguarda intere popolazioni ma restano a livello di conflittualità locale tra gruppi di potere. In Italia, nella nostra quotidianità, le guerre, pur essendo costantemente presenti nei fatti di cronaca, sembrano ancora appartenere ad altri mondi. Eppure intorno a noi sono aperti vari fronti di guerra nel mondo, oltre cinquanta. Da notare la terminologia utilizzata dagli inviati speciali e dagli stessi studiosi: oggi, non si parla più di guerra globale ma di guerra “a pezzi”. Paradossalmente, quindi, anche se in tantissimi luoghi del pianeta c’è gente che muore a causa di un conflitto bellico, a noi sembra di vivere in un’epoca di pace perenne. Questa percezione è leggermente cambiata da quando, purtroppo, c’è stata l’invasione della Russia in Ucraina, essendo questo territorio molto vicino a noi, con tutte le implicazioni che questo comporta, anche per i legami che, dalla fine della seconda guerra mondiale, il nostro paese ha con la NATO, nonché della presenza in Italia di tante persone di nazionalità sia ucraina che russa. Il riflesso di queste dinamiche sulla vita di tutti i giorni è stato comunque estremamente residuale, se not per il fatto che esse sono confluite nel dibattito sull’approvazione, da parte dell’Unione Europea, del piano ReArm Europe. Tante sono le voci che si sono levate contro l’adozione di questa misura di intervento; ma, al di là di questo, l’impatto visibile sulla nostra vita non c’è stato. Il che costituisce sicuramente un problema, in quanto stiamo assistendo, più o meno consapevolmente, a uno spostamento delle risorse pubbliche sul rafforzamento dei sistemi di difesa e sugli armamenti. Questa, però, è un’altra questione che merita appositi approfondimenti. Torniamo ai Micenei e alla storia della civiltà greca. Abbiamo già detto delle novità che essi hanno portato sulla terra. Un altro aspetto rilevante, che avvalora la tesi dell’importanza di effettuare studi storici sull’antichità, è dato dal fatto che, proprio in relazione alla storia greca – e anche romana – è cambiato il modo di acquisizione delle informazioni: se, fino alla seconda metà del Novecento, si attingeva prevalentemente dalle fonti letterarie – le guerre persiane immortalate da Erodoto, la guerra in Peloponneso da Tucidide, solo per fare degli esempi – oggi si ritiene fondamentale lo studio dell’archeologia, che diventa essenziale documentazione storica. Per citare Marco Bettalli: “Un conto è avere una forma mentis che stabilisce comunque una graduatoria… (tra fonti), altra cosa è servirsi dell’archeologia per fare storia nel senso più completo del termine; un tipo di storia senza avvenimenti, ma con l’ambizione di ricostruire modelli e strutture in cui operavano date comunità in un dato periodo”. In pratica, questa corrente storiografica ritiene che sia centrale acquisire le informazioni attraverso l’analisi delle stratificazioni fisiche che l’uomo ha prodotto nei luoghi. Quindi, sul campo. Però, affinché gli scavi siano effettivamente realizzabili, oltre ad avere disponibilità di risorse finanziarie da dedicarvi, è necessario che vi sia la possibilità di effettuarli: in particolare, che vi sia una cooperazione internazionale tra i governi in cui i siti sono presenti. A sua volta, la cooperazione internazionale può avvenire solo dove c’è la pace. In alcuni luoghi, ciò non solo è impossibile ma, addirittura, l’archeologia viene usata come arma: è il caso dello Stato di Israele, dove lo studio dell’archeologia viene effettuato secondo un metodo che viene definito “archeologia biblica”, in base al quale “l’archeologia è stata, cioè, chiamata a rinforzare le connessioni tra il moderno Stato e l’Israele antico che esiste nelle Scritture. Era questo il suo ruolo principale. Per ottenere questo obiettivo si è concentrata sui siti menzionati nella narrazione biblica, per poter fornire quei simboli nazionali e per creare una nuova narrazione che legasse gli israeliani di oggi all’antico popolo biblico. Questa si è rivelata, col tempo, un’operazione problematica. A segnalare l’esistenza di incongruenze non siamo stati solo noi archeologi palestinesi. Oggi ci sono anche archeologi israeliani, soprattutto giovani, che riscontrano problemi… Ecco, per un palestinese studiare archeologia in un’università ebraica rappresenta decisamente una sfida, perché bisogna continuamente scendere a patti con la propaganda sionista.” (Intervista a Mahmoud Hawari, 2011). È evidente che, in questo caso, si va in controtendenza rispetto a quanto affermato da Bettalli: la produzione storica non viene effettuata a partire dall’analisi dei reperti con metodo scientifico; a priori, è orientata a confermare tesi presenti in fonti letterarie (in questo caso specifico, testi religiosi) e funzionali all’affermazione di un tipo di politica o di ideologia. Ed allora: ri-studiare la storia è necessario. La storia, in questo senso, rappresenta un vero e proprio anticorpo contro i disastri della geopolitica. Non serve solo a farci sapere come siamo arrivati fino a qui, ma soprattutto a renderci consapevoli che il modo in cui vengono ricostruiti gli avvenimenti del passato – è nota l’affermazione secondo cui la storia la scrivono i vincitori – influenza il modo in cui interpretiamo i fatti di oggi. Per questo motivo, la storia arcaica è tanto importante quanto quella contemporanea e dovrebbero essere soprattutto le persone giovani a essere messe in condizione di desiderare di studiarla. https://www.corriere.it/opinioni/23_aprile_28/importanza-studiare-storia-vite-altri-memoria-fd2de200-e5db-11ed-b98e-227d9ceb5d4e.shtml https://youtu.be/_UdWqR5WPYk?si=ZuZBsw0DJ1Qqw4bm https://www.geopop.it/panoramica-dei-56-conflitti-in-corso-nel-mondo-e-davvero-la-terza-guerra-mondiale-a-pezzi/ https://www.consilium.europa.eu/it/policies/european-defence-readiness/ https://www.agendadigitale.eu/sicurezza/rearm-europe-la-svolta-storica-nella-difesa-ue-e-il-ruolo-chiave-dellitalia/ https://altreconomia.it/rearm-europe-muove-il-primo-passo-ecco-come-si-costruisce-uneconomia-di-guerra/ https://www.youtube.com/live/DyELm603Bao?si=sfJWuW_N7g81Cc8g https://www.unacitta.it/it/intervista/2168- Nives Monda
SENEGAL: 81 ANNI FA IL MASSACRO DI THIAROYE, I FRANCESI SPARARONO AI SOLDATI AFRICANI CHE CHIEDEVANO GLI ARRETRATI
Il Senegal ricorda il massacro da parte dell’esercito coloniale francese dei fucilieri africani a Thiaroye avvenuto 81 anni fa. Il mattino del 1 dicembre 1944, nel campo militare non lontano dalla capitale Dakar, truppe coloniali spararono per ordine di ufficiali dell’esercito francese su fucilieri rimpatriati dopo aver combattuto per l’esercito francese in Europa, durante la Seconda Guerra Mondiale. I soldati, originari di Senegal, Mali, Costa d’Avorio, Guinea e Burkina Faso, chiedevano il pagamento degli arretrati prima di tornare a casa, ricevendo in risposta il piombo dell’esercito coloniale transalpino. Le vittime ufficiali furono 35, ma storici africani, considerando che nel campo erano radunati quasi 2mila fucilieri, parlano in realtà di svariate centinaia di morti. Ricordiamo quanto accaduto a Thiaroye con Cornelia Toelgyes, vicedirettrice di www.africa-express.info con la quale facciamo anche il punto su alcune altre notizie che giungono dal Sudafrica e dal Mali. Ascolta o scarica
Camposanto fantasma. Il Cimitero dei Colerosi e la memoria dimenticata di Napoli
Alle porte di Napoli, tra i quartieri Barra e San Giovanni a Teduccio (Napoli) San Giorgio a Cremano e Portici, si trova un luogo che il tempo e l’indifferenza hanno quasi cancellato: il Cimitero dei Colerosi, costruito nel 1836 per accogliere le vittime dell’epidemia di colera che travolse la città e i paesi vesuviani. Da allora, in quella terra di confine, riposano migliaia di uomini, donne e bambini, testimoni silenziosi di una tragedia che segnò profondamente la storia del territorio e la memoria delle sue comunità. Nel corso degli anni, quello che era nato come segno di pietà e di necessità si è trasformato in un simbolo di abbandono. L’erba alta, i cancelli arrugginiti, i monumenti funerari ormai instabili parlano di un degrado che non è solo materiale, ma anche morale. Eppure, dietro quei muri dimenticati, si custodisce un frammento di identità collettiva: un luogo che ricorda la fragilità umana e la forza di una città capace di rialzarsi anche nei momenti più duri. Il 2 novembre, nel giorno dedicato ai defunti, cittadini e associazioni si sono ritrovati davanti ai cancelli chiusi del Camposanto dei Colerosi, in Cupa Sant’Aniello, per una messa celebrata all’aperto. Entrare era impossibile, le condizioni di degrado dell’area lo impedivano. La funzione si è trasformata in un gesto di civiltà e di resistenza, un modo per riaffermare il diritto alla memoria e chiedere alle istituzioni di intervenire con urgenza. Le famiglie dei defunti che riposano in quel luogo, insieme a volontari e rappresentanti delle comunità locali, hanno espresso il desiderio di restituire dignità a uno spazio che appartiene alla storia di tutti. La cerimonia è stata promossa da un ampio gruppo di realtà civiche e sociali impegnate nella difesa e nel recupero del sito. Tra le associazioni aderenti figurano “Voce nel Deserto”, il Comitato Civico di San Giovanni a Teduccio, la Società Operaia di Mutuo Soccorso di Barra, “Barra R-Esiste”, la Biblioteca sociale “La Casa di Francesca”, le ACLI di San Giovanni a Teduccio – Beni Culturali, il Comitato No Inceneritore e “Il Mondo che vorrei”. Alla celebrazione hanno preso parte anche sacerdoti e rappresentanti delle parrocchie dei comuni dell’antico consorzio ottocentesco che realizzò il camposanto, a testimonianza del legame profondo tra fede popolare, territorio e memoria storica. Tra le organizzatrici anche Maria Rosaria De Matteo, membro del comitato promotore e attivista impegnata nel sociale e nella difesa della memoria collettiva, che ha voluto lanciare un appello alla coscienza della città: «Noi dovremmo scuotere le coscienze di un’intera collettività e dovremmo far ricordare che in questa città c’è il culto dei defunti, il culto delle anime pezzentelle, dove i napoletani hanno avuto sempre a cuore i cimiteri, dove le persone si recano sempre a portare un fiore, un lumino, una preghiera, e quindi dovremmo cercare di metterci in un tavolo comune e trovare un equilibrio che possa rendere rispetto, giustizia e omaggio ai defunti che sono seppelliti in questo cimitero.» L’iniziativa non è stata solo un atto di commemorazione, ma un invito a riflettere su come le città si prendano cura, o smettano di prendersi cura, dei propri luoghi della memoria. Prendersi cura di un cimitero dimenticato significa prendersi cura del passato e del senso di comunità che lo attraversa. Napoli, che da sempre vive un rapporto speciale con i morti, dall’antico culto delle anime pezzentelle alla tradizione dei lumini accesi nei vicoli, non può permettere che un luogo come il Cimitero dei Colerosi resti sepolto nell’incuria. Ogni pietra che si sgretola, ogni croce dimenticata, rappresenta un frammento di storia che si perde. Restituire dignità al Cimitero dei Colerosi non è soltanto un dovere civile, ma un gesto di umanità. Significa riconoscere che la memoria non appartiene solo al passato, ma è parte viva del presente. E che ricordare non è un atto di nostalgia, ma una forma di resistenza. Perché ricordare, sempre, è il modo più semplice e più profondo per rimanere umani. Quando cala la sera, tra le mura di Cupa Sant’Aniello, la luce dei ceri e delle preghiere sembra ancora disegnare i passi di quelle antiche processioni che un tempo attraversavano i villaggi per chiedere la fine del contagio. Oggi, quella stessa luce torna a brillare tra le erbacce e le lapidi spezzate, come un filo di speranza che continua a legare i vivi ai morti e la memoria al futuro. Lucia Montanaro
La parola alle studentesse: Elaborato sulla storia della Palestina
Come abbiamo evidenziato nelle scorse settimane, le mobilitazioni studentesche iniziate con gli scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre sono culminate in una serie di occupazioni (clicca qui) che hanno finalmente visto le/gli studenti iniziare un percorso “politico” nelle loro scuole, spesso accompagnate/i con attenzione e discrezione dalle/i loro docenti. Mentre i media mainstream fanno sociologia spicciola sull’apatia e passività della cosiddetta “Generazione Z”, le/i ragazze/i nelle nostre scuole stanno compiendo un faticoso percorso di presa di coscienza e di crescita che li vede protagonisti non solo nelle piazze, ma anche nella produzione di riflessioni e di iniziative collettive (clicca qui). Significativo è il caso di un liceo torinese, nel quale il desiderio delle/degli studenti di approfondire i temi legati non solo al genocidio, ma anche al colonialismo e all’occupazione, ha incontrato la disponibilità di una docente, che ha ben saputo interpretare il suo ruolo fornendo alla classe gli strumenti per indagare questi argomenti e per produrre una riflessione autonoma, estremamente articolata e profonda, che qui pubblichiamo in allegato, introdotta dalle parole della stessa insegnante: Questo testo è stato scritto da cinque ragazze di una quarta liceo scientifico di Torino. È frutto di una loro rielaborazione e riflessione profonda a partire da alcune lezioni tenute da me in classe sulla storia della Palestina, come storia di colonialismo insediativo e di sradicamento di un popolo, dalla terra su cui viveva da millenni. Fino al genocidio e all’espulsione di oggi. Si intrecciano termini come memoria, dolore, testimonianza, speranza, amore per la terra e per la vita, giustizia, ritorno: parole che coinvolgono pensiero ed emozioni, soprattutto perché scritte da giovani capaci di credere, ed impegnarsi per un mondo diverso di giustizia, convivenza, solidarietà e pace. Chiara, un’insegnante. ELABORATO SULLA STORIA DELLA PALESTINA È estremamente importante ricordare ciò che è accaduto, e che sta tutt’oggi succedendo, in Palestina dopo il secondo conflitto mondiale; hanno tentato di nascondere ogni cosa, ma alla fine la verità emerge sempre. Il nostro lavoro si basa sul domandarci delle questioni: può una frase cancellare un popolo? A primo impatto sembra impossibile; una frase è solo un insieme di parole, un modo per raccontare un’idea, per riassumere un progetto; tuttavia, ci accorgiamo che alcune frasi non si limitano a descrivere il mondo: lo ricreano.  “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”. A prima vista è solo uno slogan politico. Ma se ci fermiamo a studiarla nel dettaglio, scopriamo che dentro nasconde un intero sistema di potere. Dire che una terra è “senza popolo” non è mai un’osservazione neutra: è un atto di cancellazione, è il gesto con cui si toglie il nome, poi la voce, e infine la casa.  Michel Foucault, filosofo e sociologo francese, ci ha insegnato che il linguaggio non è solo comunicazione, ma potere: chi definisce la realtà, la domina. E questa frase, nata nell’Europa di fine Ottocento, ha avuto la forza di plasmare il destino di un intero popolo. Ci chiediamo: cosa succede quando le parole diventano armi? Quando una frase determina che qualcuno, da un giorno all’altro, “non esiste”? Forse è da qui che dobbiamo cominciare per capire la Nakba, la catastrofe del popolo palestinese nel 1948.  Nel 1948 nasce lo Stato d’Israele e per il popolo ebraico è il momento dell’indipendenza, del ritorno, della rinascita, mentre per un altro popolo, quello palestinese, è l’inizio della catastrofe.  Oltre 700.000 persone sono costrette ad abbandonare le proprie abitazioni o vengono espulse con la forza. Centinaia di villaggi vengono distrutti e rasi al suolo. Alcuni spariscono completamente dalle mappe, altri vengono rinominati, come se cancellare il nome potesse cancellare la memoria. Gli ulivi vengono sradicati, le pietre delle case utilizzate per costruirne di nuove. Eppure, anche se la Nakba si è verificata più di settant’anni fa, non è mai finita del tutto. Ancora oggi, infatti, esistono milioni di rifugiati palestinesi, molti dei quali nati in esilio. Hannah Arendt, dopo aver vissuto in prima persona l’esilio e la persecuzione, ha scritto parole che ancora oggi ci fanno riflettere, parlando della “perdita del diritto ad avere diritti”.  Questo pensiero restituisce con schiacciante verità l’atroce sofferenza dei rifugiati, rivelando il peso della perdita dei diritti, compresi quelli umani inviolabili, come il diritto alla vita e alla libertà.  Cosa significa, davvero, perdere il diritto ad avere diritti? Significa che non si ha più luogo dove quei diritti possono essere riconosciuti, non è solo la perdita di una casa, di una terra, ma di qualcosa di più profondo: la perdita di appartenenza. Quando nessuno Stato ti riconosce come cittadino, vieni estromesso dall’esistenza politica: resti sospeso tra la memoria di ciò che eri e l’incertezza di ciò che potrai essere. Non appartieni più ad una comunità, non hai più un posto nel mondo condiviso. Sei semplicemente un essere umano, ma senza un luogo dove poter esistere. Ed è proprio questo, secondo Arendt, il più grande scandalo della modernità. E allora viene spontaneo chiedersi: Come si sopravvive a una vita senza luogo? Come si costruisce un’identità quando la terra che ti ha generato ti è stata tolta? Chi sei, se non appartieni più a nessuno spazio, se nessuno Stato pronuncia il tuo nome come “uno dei nostri”? Per i palestinesi, dopo quanto avvenuto nel 1948, questo è diventato la quotidianità, non si tratta solo della nostalgia per la casa perduta, ma anche del fatto di essere continuamente “fuori posto”, rifugiati nei campi, sospesi tra frontiere, tra documenti provvisori e identità frammentate. È un’esistenza fatta di limiti che possiamo definirli invisibili: non poter tornare, non poter appartenere, non poter dire “questa è la mia terra”.   Arendt direbbe che in quella perdita non c’è solo ingiustizia, ma è un segnale d’allarme: quando un popolo perde il diritto ad avere diritti, tutti noi siamo più fragili. Ciò significa che i diritti non sono davvero universali, ma dipendono dal riconoscimento politico, dal potere, dalle mappe, dai confini. E allora i diritti non sono più “dell’uomo”, ma del cittadino, e chi resta fuori da quella categoria, resta invisibile.  E allora ci chiediamo: può esistere l’umanità se ci sono persone senza diritti? Può una civiltà definirsi giusta se accetta che milioni di individui vivano senza patria, senza protezione, senza nome? La riflessione di Arendt, in fondo, è un invito a guardare il mondo con occhi più responsabili. Non basta dire “poveri rifugiati”: bisogna capire che ciò che accade a loro riguarda anche a noi; ogni volta che un popolo viene reso invisibile, la nostra idea stessa di umanità si indebolisce. Perciò la Nakba non è solo un evento storico: è una ferita aperta per i palestinesi ma anche per l’intera cittadinanza umana. Ogni campo profughi, ogni documento negato, ogni bambino che cresce senza patria, ci ricorda che i diritti non sono mai garantiti per sempre, che vanno difesi ogni giorno, per tutti. E forse è proprio da qui che nasce la vera domanda: non è solo “come si vive senza radici?” ma anche “cosa succede al mondo quando lascia che qualcuno le perda?”. Cerchiamo di immaginare un villaggio palestinese prima del 1948. Le case in pietra, gli ulivi che fanno ombra, le donne che stendono il bucato, i bambini che corrono tra le strade. Tutto sembra immobile, quotidiano. Poi, in pochi giorni, tutto cambia. Le case si svuotano, le famiglie scappano, i nomi spariscono. Molti di quei villaggi oggi non esistono più. Non sono stati solo distrutti, ma anche cancellati: rasi al suolo, ricoperti, rinominati. Al loro posto sorgono nuove città e basi militari. Come se cancellare il passato potesse rendere più “puro” il presente.  E qui nasce la domanda difficile: perché si cancella? Forse per paura. Forse perché è più facile costruire qualcosa di nuovo se si finge che prima non ci sia stato niente. Forse perché accettare che qualcuno c’era, che viveva, amava, pregava, sperava, obbligherebbe a fare i conti con una colpa. Ma cancellare non è mai qualcosa di neutro. È una violenza che lascia silenzio. Togliere un nome, cambiare una mappa, sradicare un ulivo: sono gesti che vogliono dire “non sei mai esistito”.  Eppure, proprio in quel tentativo di cancellazione, nasce la resistenza della memoria. Anche se le mappe non li segnano più, quei villaggi vivono ancora nella mente di chi li ha abitati. I genitori raccontano ai figli dove stava la casa, dove passava la strada, dove crescevano i fichi. Le chiavi delle porte, portate via durante la fuga, vengono considerate come reliquie. Sono pezzi di un mondo scomparso, ma anche prove di un’esistenza che nessuno può mai negare, neanche Netanyahu.  E allora ci chiediamo: può davvero sparire un luogo se qualcuno continua a ricordarlo? Forse no. Forse la memoria è più potente della geografia. C’è qualcosa di profondamente ingiusto in questa logica del “cancellare per esistere”.  Per un popolo nuovo, costruire la propria identità è diventato possibile solo togliendo quella dell’altro e questo dovrebbe farci riflettere: può un’esistenza fondarsi sull’assenza di un altro? Può esserci vera libertà se nasce dalla negazione di qualcun’altro?  La verità è che cancellare non distrugge, lascia solo ferite aperte. Le pietre dei villaggi demoliti, riutilizzate per costruire case nuove, sono come testimoni muti. Le radici degli ulivi sradicati crescono, a volte in mezzo all’asfalto, come se la terra stessa rifiutasse di dimenticare. La cancellazione, alla fine, non è solo fisica: è anche simbolica. È un tentativo di riscrivere la storia, di dire “qui non c’era nessuno”. Ma ogni volta che un nome viene tolto da una mappa, resta una voce che lo pronuncia a voce bassa, una memoria che si lascia cancellare. E forse è proprio per questo che spaventa chi cancella: il fatto che la memoria, anche quando sembra fragile, sopravvive.  Ci sono storie che restano sepolte per anni, come se il tempo potesse davvero coprirle. Tantura è una di queste. Un piccolo villaggio palestinese, come tanti altri, cancellato nel 1948. Case distrutte, famiglie disperse e, secondo molte testimonianze, un massacro che per decenni nessuno ha voluto ricordare.  Per molto tempo, Tantura è stata rimossa dalla memoria collettiva: assente dai libri di storia e ignorata nei discorsi ufficiali, come se non fosse mai esistita. Ma la memoria, si sa, non obbedisce alle regole del silenzio. Resta lì, nascosta, pronta a riemergere quando qualcuno trova il coraggio di ascoltarla. È quello che è successo con il documentario “Tantura”.  Un documentario che non urla, ma dice la verità. Racconta di come lo storico israeliano Teddy Katz, raccogliendo testimonianze di ex soldati e sopravvissuti, ha scoperto una vita scomoda: che in quel villaggio è avvenuto un massacro, poi negato, dimenticato, riscritto.  Quando Katz lo ha raccontato, venne screditato, messo a tacere. Perché? Forse perché riconoscere il dolore dell’altro è la cosa più difficile che si possa fare.  Ammettere che un’ingiustizia è avvenuta non è solo un atto storico, ma anche umano. Significa guardarsi dentro e accettare che la propria identità può avere delle ombre.  E non tutti riescono a farlo. Non tutti riescono a dire: “Sì, anche noi abbiamo fatto del male” per non danneggiare la propria immagine di Paese più morale del Mondo. Come spiega Ilan Pappé, la storia che Israele ha sempre raccontato a sé stesso e agli altri è quella di una nazione pura, nata dal bisogno di giustizia, un piccolo Davide coraggioso che si è sempre difeso da un mondo ostile. Ma questa storia nasconde una verità difficile da ammettere. Mentre Israele celebrava la sua nascita, oltre 750.000 palestinesi venivano cacciati dalle loro case e dalle loro terre. Questo evento, che i palestinesi chiamano Nakba, è la parte della storia che manca in quella ufficiale israeliana. Pappé sostiene che, per mantenere intatta la propria immagine di nazione morale, Israele ha dovuto cancellare questo ricordo, trattandolo come se non fosse mai accaduto o come se fosse stato necessario per difendersi dagli Arabi che loro chiamano animali. Ammettere di essere nati da un atto di “pulizia etnica”, come lo definisce lui, farebbe crollare l’intero edificio morale su cui si basa lo Stato. Pappé spiega che l’identità ebraico-israeliana è costruita sull’essere stati vittime per secoli. La paura più grande è guardarsi allo specchio e scoprire di essere diventati il contrario: degli oppressori. Perdere lo status di vittima e riconoscere di essere la causa della sofferenza di un altro popolo sarebbe, secondo Pappé, psicologicamente devastante per la coscienza dell’intero Paese.  Come ci si sente a sentirsi sempre nella parte della ragione mentre si occupa militarmente un altro popolo? Pappé spiega che si attiva un meccanismo di difesa molto potente: la disumanizzazione. Se si smette di vedere i palestinesi come persone con sogni, famiglie, diritti e una storia, e si inizia a descriverli solo come un “problema demografico”, una “minaccia per la sicurezza” o “terroristi”, diventa molto più semplice giustificare quelle azioni e in questo modo la coscienza può rimanere pulita e l’idea di nazione “pura” può continuare a vivere.  E allora ci chiediamo: perché è così difficile ascoltare il dolore dell’altro? Forse perché la memoria non è mai neutrale, infatti Israele sceglie cosa ricordare (la propria sofferenza) e cosa cancellare (il dolore altrui).  Ricordare significa scegliere da che parte stare, o almeno ammettere che una parte è rimasta fuori dal racconto. Ma è solo accettando anche quella parte che possiamo davvero capire.  Il documentario su Tantura ci insegna una cosa semplice ma fondamentale: il silenzio non guarisce, nasconde, negare la memoria non protegge, ma avvelena e la verità, anche se fa paura, è l’unica strada per la riconciliazione. Forse il senso più profondo di questa storia è proprio questo: la memoria non appartiene a un popolo solo. È qualcosa che ci riguarda tutti. Ogni volta che un dolore viene taciuto, la nostra umanità si spegne un po’. Ogni volta che qualcuno trova il coraggio di raccontare, la storia torna a respirare. Mentre tutto questo accadeva, il mondo guardava. O forse faceva finta di vedere.  Nel 1948, quando è nato lo Stato di Israele, gran parte dell’Occidente ha visto in esso una risposta giusta dopo l’orrore della Shoah. Ma nel tentativo di riparare un dolore, ne hanno ignorato un altro. La nascita di un popolo significa, per un altro, l’inizio dell’esilio. Così, la gioia di alcuni è diventata il silenzio di altri. Dopo la Seconda guerra mondiale le tensioni tra Israele e Palestina si sono trasformate in qualcosa di più grande: un campo di battaglia politico, perfino ideologico. Durante la Guerra Fredda, il conflitto in Medio Oriente è diventato una scacchiera su cui le grandi potenze giocano le loro mosse.  Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica non videro più persone, ma alleati e nemici e gli stessi USA, per contenere l’influenza sovietica, decisero di legarsi ad Israele. Lo armarono, lo finanziarono, lo raccontarono come il “Paese della libertà” in una regione instabile.  Dall’altra parte, l’Unione Sovietica cercò appoggio nei Paesi Arabi, spingendoli contro Israele, ma senza mai impegnarsi davvero a difenderli. Così, anche la tragedia è diventata uno strumento nelle mani dei potenti.  I Paesi Arabi stessi, come Egitto, Siria, Iraq, usarono a volte il conflitto per rafforzare il consenso interno, per distrarre i propri cittadini da crisi e ingiustizie. Il risultato è stato che, mentre i governi discutevano, i palestinesi continuavano a vivere nei campi profughi, senza casa, senza diritti, senza voce. E oggi, dopo più di settant’anni, la situazione non è così diversa. Il conflitto è diventato anche un’arma mediatica. Politici, aziende e persino miliardari usano il tema di Israele e Palestina per guadagnare voti, influenza, visibilità. Si creano campagne pubblicitarie, messaggi mirati, parole che cambiano forma a seconda di chi le deve ascoltare. È lo stesso meccanismo di allora: cambiare il linguaggio per cambiare la verità.  E allora viene spontaneo chiedersi: il mondo guarda davvero, o guarda solo ciò che gli conviene vedere? Perché mentre le potenze parlano di “alleanze”, “sicurezza” o “stabilità”, milioni di persone continuano ad essere bombardate, a vivere tra i muri, check-point e campi profughi. Come si può parlare di pace, se non si parla mai di giustizia? Forse la pace non è solo la fine della guerra, ma il ritorno alle radici. Il ritorno a quel legame invisibile che ognuno di noi ha con la sua terra, con i luoghi che ci hanno cresciuto. Perché, quando perdi la tua casa, non perdi solo dei semplici muri: perdi una parte di te. Perdi i suoni, gli odori, le abitudini. Perdi l’appartenenza e senza di essa, la vita si spezza in due: da una parte c’è ciò che eri, dall’altra ciò che non puoi più essere.  Simone Weil, filosofa francese, dice che l’essere umano ha bisogno delle radici come gli organi del corpo. Le radici non sono solo terra, sono il senso, sono la dignità. Essere “radicati” significa sapere da dove vieni e sentire che quel luogo ti riconosce. Perdere le radici, invece, significa smettere di esistere agli occhi del mondo. È quello che accade ai rifugiati palestinesi: sono vivi, ma spesso invisibili. Non hanno un luogo da cui trarre forza, eppure continuano a portarlo dentro.  E allora ci chiediamo: come si vive sapendo di appartenere a un posto che non ti appartiene più? Come si fa a restare umani quando tutto intorno ti dice che non conti, che non esisti, che la tua storia non vale? Qui entra in gioco anche Frantz Fanon, psichiatra francese, che ci ha insegnato che la colonizzazione non è solo occupazione di terre, ma anche della mente. Quando viene sottratta la terra, si insinua anche l’idea di non averla mai meritata. Si comincia a dubitare di sé, della propria lingua, della propria cultura. Ma Fanon ci ricorda anche un’altra cosa: la liberazione inizia quando il silenzio si rompe, quando cioè chi è stato colonizzato smette di credere alla voce del dominatore e torna a credere alla propria. È solo adesso che la memoria diventa un’arma non violenta, ma potentissima. Non per vendicarsi, ma per guarire.  Simone Weil e Fanon, pur venendo da mondi diversi, ci parlano della stessa verità: che un essere umano senza radici è come un albero tagliato alla base, può ancora vivere un po’, ma prima o poi si secca. I palestinesi, con la loro lingua, le loro poesie, le chiavi conservate, ne sono la prova. Le radici non servono solo a ricordare il passato, ma a resistere nel presente. E la ferita più grande non è quella del corpo, ma quella dell’anima: quella di chi è consapevole di appartenere a un luogo che gli è stato tolto. Forse allora la giustizia non è solo restituire una terra, ma riconoscere un’esistenza.  Riconoscere che ogni popolo, ogni persona, ha diritto di sentirsi “a casa” da qualche parte.  Perché non c’è pace possibile se qualcuno, ancora oggi, è costretto a vivere senza radici e senza voce. E allora la memoria diventa l’unico luogo dove poter tornare. quando la terra ti viene tolta, la memoria diventa la tua casa. È lì che continui a esistere, anche se il mondo finge di non vederti. La memoria è una forma di resistenza silenziosa. Non ha bisogno di armi, ma di parole, di ricordi, di gesti. È tramandare una storia, un profumo, una lingua. È dire “io c’ero” anche quando ti vogliono cancellare.  Frantz Fanon ci ha insegnato che la colonizzazione non toglie solo la terra, ma anche la fiducia in sé stessi. Ti fa credere di non meritare la libertà, ti convince che la tua cultura valga meno, che la tua voce sia troppo piccola per essere ascoltata. È una violenza che entra dentro, che spegne la persona piano piano. Ma la liberazione inizia proprio lì, quando quel silenzio si rompe. Quando chi è stato cancellato ricomincia a raccontarsi. E come già detto prima, la memoria non serve per vendicarsi, ma per guarire. E in questa guarigione entra la poesia. Perché la poesia è la memoria che respira, è la parola che tiene in vita ciò che la storia prova a dimenticare.  Mahmoud Darwish, poeta palestinese, ha scritto versi che non parlano di odio o di guerra, ma di amore per la vita. Nella sua poesia “Su questa terra/علَى ھَذِهِ الأرَْض”, ricorda che, anche nel dolore più grande, esistono ancora cose che meritano di essere vissute: l’aroma del pane fresco, il ricordo del primo amore, una madre che canta, la bellezza di settembre, una donna che ride.  Tutte le cose piccole, ma immense.  E poi, alla fine, Darwish scrive:  “Su questa terra c’è ciò che merita la vita… Si chiamava Palestina. Continua a chiamarsi Palestina” È un verso che non chiede pietà, ma riconoscimento. Non parla di vendetta, ma di dignità. Dice che anche chi è stato privato di tutto merita di vivere, di amare, di appartenere. La poesia, in questo senso, diventa una casa per chi non ha una casa, una patria fatta di parole, un modo per dire che loro esistono ancora. E forse è proprio per questo il valore più profondo della memoria: non lasciare che il dolore cancelli la bellezza, non lasciare che la rabbia uccida la speranza, non lasciare che la storia venga scritta solo dai vincitori.  Ricordare non significa restare fermi nel passato, ma continuare a scegliere la vita, anche quando la vita sembra ingiusta. Significa credere che, nonostante tutto, su questa terra c’è ancora qualcosa che merita di essere amato. Finché ricordiamo e le parole non si perdono, c’è la possibilità di ottenere una giustizia migliore.  Concludiamo dicendo che, forse, la storia non si misura solo con le date o con le guerre vinte, ma con le ferite che restano aperte. La Nakba non è solo un evento del passato, è una condizione dell’anima. È l’impossibilità di tornare, ma anche la forza di non smettere di ricordare.È la prova che un popolo può essere scacciato dalla sua terra, ma non dal suo nome.  E allora ci chiediamo: che cosa significa davvero “avere una patria”? È solo un confine, una bandiera, un documento? O è qualcosa che ci portiamo dentro, che fa parte di noi, del nostro modo di amare, sognare e resistere? Forse avere una patria significa avere un posto dove non devi giustificare la tua esistenza. E finché anche una sola persona non ha quel posto, nessuno può dirsi davvero libero.  Il mondo continua a parlare di “pace”, ma a volte sembra che non sappia più cosa significhi. Perché la pace non è solo assenza di guerra, è la presenza di giustizia, di ascolto, di riconoscimento. È poter dire “io esisto” senza paura.  E ci chiediamo: quante persone nel mondo, oggi, non possono ancora dirlo? Ci siamo abituati a vedere la sofferenza come qualcosa di lontano, come immagini da uno schermo. Ma ogni volto che vediamo, ogni casa distrutta, ogni nome cancellato, è una storia che ci riguarda. Perché la disumanizzazione di una persona diventa, lentamente, la disumanizzazione di tutti. E se impariamo a voltare lo sguardo di fronte a un’ingiustizia, finiamo per non vedere più nessuna.  La memoria, allora, non serve solo a ricordare ciò che è accaduto, ma a capire chi vogliamo essere. Ci obbliga a fare i conti con la nostra responsabilità. A chiederci: cosa significa stare a guardare? Cosa significa restare in silenzio? E cosa accade quando la storia viene raccontata solo da chi ha il potere di scriverla? Forse ricordare la Nakba, oggi, significa imparare a guardare con occhi più umani. Significa non lasciarsi convincere che esistano vite che valgono meno. Significa dare valore alle piccole cose, come fa Darwish nella sua poesia: il pane caldo, una madre che canta, una risata che rompe il silenzio. Sono questi gesti che tengono viva l’umanità anche nei luoghi più feriti. E allora sì, la memoria diventa un atto d’amore. Non per restare nel dolore, ma per riconoscere la vita anche dove sembra scomparsa. Perché ricordare è dire che tu sei esistito e la tua storia conta. È un modo per restituire dignità a chi l’ha persa, per ridare nome a chi è stato dimenticato.  Forse, in fondo, è questo il nostro compito: non smettere mai di vedere. Non smettere di ascoltare le voci che non si sentono più. Non smettere di credere che, anche dopo la distruzione, qualcosa di bello possa ancora crescere. E allora la vera domanda diventa: cosa ne facciamo di tutto questo dolore? Lo lasciamo marcire dentro di noi, o lo trasformiamo in un modo nuovo di guardare? Possiamo scegliere di non ripetere gli stessi errori e di scegliere la compassione al posto dell’indifferenza.  Perché come scrive Darwish, “su questa terra c’è ciò che merita la vita.” E forse il primo passo per meritarla davvero è imparare a non dimenticare. A ricordare non per restare chiusi nel passato, ma per rendere il presente più giusto, più umano, più vero.  E allora sì, concludiamo dicendo che finché qualcuno, da qualche parte, lotta per essere visto, ascoltato e ricordato, la storia non è finita. Non lo sarà finché qualcuno, in qualsiasi luogo, continuerà a lottare per avere un volto, una voce e un ricordo. È una lotta che chiede giustizia. Che chiede di riscrivere il passato. Che chiede, semplicemente, di essere umani. ILARIA, SARA, AMINA, BIANCA, MIRANDA CLASSE: 4^D
Gaza brucia – di Gennaro Avallone
A Gaza, capitalismo, imperialismo, colonialismo e i gruppi umani che concretamente ne incarnano e realizzano le logiche di funzionamento si mostrano per quello che storicamente sono: modi di produzione e governo che tendono a distruggere tutto ciò che ritengono inutile o di ostacolo al proprio dominio. È questo che il Governo e l'esercito di [...]