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ROMA: MIGLIAIA IN CORTEO IN MEMORIA DI VALERIO VERBANO MILITANTE COMUNISTA ASSASSINATO DAI FASCISTI
Oggi a Roma migliaia in corteo in ricordo di Valerio Verbano, militante dell’Autonomia Operaia ucciso dai neofascisti il 22 febbraio del 1980 davanti ai suoi genitori. In testa al corteo i genitori di Maja T militante antifascista condannata a 8 anni, senza prove, per i fatti di Budapest durante il giorno dell’onore del 2023. In corteo anche l’europarlamentare Ilaria Salis. Studente del Liceo Archimede, Valerio era impegnato nei collettivi autonomi e nei mesi precedenti all’agguato stava lavorando alla costruzione di un dossier sui gruppi eversivi di estrema destra, lo squadrismo neofascista e i rapporti tra questi e lo Stato. Dopo essere stato sequestrato il dossier è sparito. Chi lo ha ucciso non è mai stato identificato. Il collegamento in diretta alle 16.56 minuti con il nostro collaboratore da Roma Stefano Bertoldi che ha intervistato Giulia di Potere al Popolo, Francesco di OSA, Luca Blasi del movimento per il diritto all’abitare, Gianluca Peciola della rete No ddl sicurezza e l’attivista cilena Marianela. Ascolta o scarica Stefano Bertoldi ha intervistato anche Wolfran, padre di Maya T, condannat in Ungheria a otto anni di carcere. Ascolta o scarica  
February 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Eric Gobetti e le aggressioni alla storia: la polarizzazione del Giorno del ricordo
Con puntualità svizzera anche in occasione del Giorno del ricordo 2026 Azione Studentesca condanna e chiede di impedire gli interventi che da anni lo storico Eric Gobetti conduce nelle scuole per fare riflettere le ragazze e i ragazzi sulla storia del confine orientale, una vicenda complessa che non può essere affrontata riducendola semplicisticamente alla pur propagandisticamente felice accoppiata “foibe ed esodo”. In questo specifico caso, che è uno dei tanti in cui il ricercatore torinese è stato attaccato per il suo lavoro e per le sue posizioni antifasciste, l’intervento si è svolto presso l’istituto superiore “G.B. Vaccarini” di Catania, a proposito del quale gli studenti e le studentesse dell’organizzazione giovanile legata a Fratelli d’Italia qualificano Gobetti come uno dei “fantomatici studiosi che ridimensionano il dramma delle foibe e dell’esodo” (https://www.facebook.com/share/r/1B8xLxhDX6/). Gobetti rappresenta plasticamente, nelle tante aggressioni subite (sempre in questi giorni e sempre in Sicilia, si veda https://osservatorionomilscuola.com/2026/02/06/proposito-censura-eric-gobetti-parlare-iis-rapisardi-paterno/), un esempio evidentissimo dell’uso pubblico della storia con cui la cultura di destra mette in discussione non solo i principi dell’antifascismo, a cui la Costituzione nata dalla Resistenza si ispira, ma anche tesi denunciate come “riduzioniste” o persino “negazioniste” volte alla ricostruzione di una “storia di parte che offende le vittime”. Proprio ciò di cui viene accusato Gobetti – utilizzare la storia a fini di propaganda – è in effetti l’operazione tentata da chi lo contesta, riducendo lo studio della storia a una polarizzazione semplificante che non rende conto di fenomeni complessi e articolati, che solo un attento studio delle fonti può aiutare a ricostruire. Azione Studentesca adotta un paradigma “vittimario” in cui le vicende del confine orientale sono ricondotte a mito fondativo dell’identità nazionale, imperniato sulla categoria degli “italiani brava gente” di cui già Angelo Del Boca aveva evidenziato la funzione politica. Il lavoro dello storico impone di rintracciare le origini e le cause profonde dei fenomeni studiati, che nel caso in esame risalgono a decenni prima delle vicende legate alle foibe e all’esodo e che non è questa la sede per ricostruire (rimandiamo all’efficace intervento dello stesso Gobetti su https://osservatorionomilscuola.com/2026/01/31/giorno-ricordo-10-febbraio-parliamo-storico-eric-gobetti/) Gli studenti e le studentesse di destra propongono di sostituire uno storico dal curriculum scientifico indiscutibile con un’intervista a un testimone, dimenticando (o meglio: ignorando) che anche le fonti orali, il ricorso alle quali è assolutamente fondato, deve essere a sua volta mediato dal metodo storico e da una conduzione consapevole delle interviste. Mai, in ogni caso, si è negata da parte degli storici l’importanza delle testimonianze e mai si è voluta mettere a tacere la soggettività di chi ha vissuto sulla propria pelle o su quella dei propri cari violenza e oppressione, ma occorre anche chiedersi se non sia a sua volta una violenza peraltro subdola e manipolatrice utilizzare a fini politici questa stessa vicenda di dolore e sofferenza. Non possiamo che evidenziare che proprio il dibattito sul Giorno del Ricordo si riduce di anno in anno a uno sterile rituale di contrapposizione ideologica, con le e i giovani di destra impegnati nella rivendicazione di una sorta di “compensazione” emotiva/ideologica/politica del Giorno della Memoria. La polarizzazione e la vittimizzazione sono però nemici giurati della verità storica e in particolare in questo caso dobbiamo sottolineare come Gobetti non neghi il carico di sofferenza e morte legato a queste vicende, ma lo riconduca a un contesto in cui tale violenza risulta leggibile e comprensibile (che non significa giustificabile) come reazione alla violenza dell’occupante, ribaltando la visione (questa sì parziale) della persecuzione comunista degli italiani. L’assunzione da parte dell’Italia delle proprie responsabilità nel corso della seconda guerra mondiale non è in tal senso propedeutica a una mortificazione del paese (secondo la lettura di Azione studentesca), quanto piuttosto a una maturazione, attraverso la storia, di una coscienza civica e politica che sola può porre un argine alle attuali tendenze nazionaliste, razziste e belliciste alle quali come docenti ci vogliamo opporre, anche attraverso la lotta per una libertà di insegnamento alla quale da troppe parti si vuole attentare (https://osservatorionomilscuola.com/settimana-di-mobilitazione-per-la-liberta-dinsegnamento/). A chi, infine, fosse ancora convinto che nel nostro paese la “sinistra” impone un mortificante silenzio a chi voglia commemorare le vicende del fronte orientale, non potremmo che ricordare che è in corso un’indagine del Ministero dell’Istruzione e del Merito su una commemorazione questa sì di parte, tenutasi a Chioggia, nel corso della quale le e gli studenti delle di una scuola media hanno intonato una canzone neofascista dedicata alla memoria dell’esodo (https://www.ansa.it/veneto/notizie/2026/02/13/canzone-neofascista-nel-giorno-del-ricordo-polemica-a-chioggia_514a9c28-95e6-40c9-8227-1396f3302a15.html). Irene Carnazza, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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Pensare contro se stessi – di Tiziana Villani
Pubblichiamo su Effimera l'introduzione tratta dal libro di Tiziana Villani, Territori dell'infanzia. Sovvertire l'immaginario del presente, Ortothes, Napoli 2025 * * * * * In alcune fasi della vita, della storia che si attraversano e dalle quali siamo attraversati, occorre a un certo punto fermarsi e riflettere sui modi e gli strumenti attraverso i [...]
February 12, 2026
Effimera
Un viaggio lungo 400 anni. La maschera del diritto internazionale tra principio di sovranità degli Stati e vocazione imperiale
IN OCCASIONE DELLA SETTIMANA DI MOBILITAZIONE PER LA LIBERTÀ D’INSEGNAMENTO (CLICCA QUI PER LA PAGINA), PREVISTA DAL 9 AL 13 SETTEMBRE 2026, L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ INSIEME A DOCENTI PER GAZA HA ORGANIZZATO UNA SERIE DI INIZIATIVE E PERCORSI DIDATTICI PER LE SCUOLE. IN QUESTA PAGINA VI PRESENTIAMO IL VIDEO E IL MATERIALE RELATIVO ALL’INTERVENTO DIDATTICO DI MARCO MEOTTO, DOCENTE DI STORIA E FILOSOFIA, COAUTORE DEL MANUALE DI STORIA PER LE SCUOLE SECONDARIE DI SECONDO GRADO TRAME DEL TEMPO, E ATTIVISTA DI SCUOLE PER LA PACE TORINO E PIEMONTE. * * * * * * * INTRODUZIONE È il 1648 e nelle stanze dei palazzi di Münster e Osnabrück, i diplomatici di mezza Europa per mesi e mesi si scambiano documenti, disputano su protocolli, negoziano in sale separate. Alla fine, firmano. Pongono fine alla Guerra dei Trent’anni, un conflitto devastante che aveva dissolto molte certezze. Ma cosa nasce davvero in quelle stanze? Il principio di sovranità dello Stato. È l’autorità del principe su un territorio. È un’idea nuova e potente: entro questi confini, comando io. La mia legge. La mia, persino, religione. È il principio della sovranità territoriale. Ma guardiamo tutto questo da un’altra angolazione. Quel principio non nasce dal nulla, e non nasce puro. Nasce come soluzione a una crisi dell’impero. L’impero universale, quello degli Asburgo di Spagna e Austria – così come il potere universale della Chiesa di Roma – ha fallito nel suo tentativo di imporre un unico ordine. La sovranità è la formula giuridica che cristallizza la sua frammentazione. E qui sta il paradosso che ci accompagnerà per quattro secoli. Quel principio, che promette ordine e limite (“entro questi confini”), diventa immediatamente lo strumento per un nuovo, illimitato disordine. Perché se io sono sovrano nel mio regno, e tu sei sovrano nel tuo, tra di noi non c’è più un’autorità superiore che ci giudica. Ci sono solo il trattato e la forza. La sovranità non cancella l’ambizione imperiale. La rilocalizza. La trasforma da sogno universale in progetti concorrenti. Nasce così un sistema. Un sistema i cui attori principali non sono certo i popoli, ma, in prima battuta, le dinastie regnanti e i loro apparati. Un sistema che ha una doppia anima, una schizofrenia costitutiva. In “casa” (in Europa): la logica della sovranità. Questa si fonda sul riconoscimento formale, equilibrio, diplomazia, trattati tra (quasi) pari. Fuori “casa” – vale a dire, nel resto del mondo – è la logica dell’impero. Espansione, conquista, dominio, assoggettamento senza pari diritti. Il diritto internazionale che inizia in Westfalia non è la legge che mette fine al caos. È il linguaggio giuridico che codifica un doppio standard. È il codice che le potenze si danno per gestire i loro conflitti tra di loro, mentre insieme si spartiscono il mondo. Quella che comincia dalle paci di Westfalia in avanti è la storia di una tensione strutturale tra il principio formale della sovranità (che dice: siamo tutti uguali, autonomi) e la pratica materiale dell’impero (che dice: io comando, tu obbedisci). Nel percorso seguiremo questa tensione. Vedremo come deforma ogni tentativo di creare un ordine globale pacifico. Vedremo alcuni esempi di ipocrisie eclatanti, ma anche forme di resistenza. Questo viaggio dovrebbe permetterci di capire che, in fondo, il diritto internazionale è stato spesso un modo per camuffare esigenze di dominio. Allo stesso tempo proveremo a cogliere le possibilità datesi storicamente di respingere o contenere queste logiche. 1. IL DIRITTO DEI SOVRANI Le paci di Westfalia sono un patto di non interferenza. In fondo si ribadisce ancora il principio “Cuius regio, eius religio“, sancito già cento anni prima ad Augusta, limitatamente alla Germania e ai rapporti tra cattolici e luterani. Questa volta diventa un principio diffuso per tutta l’Europa centro-occidentale: nella sua regione, decide il sovrano la religione. È la fine delle guerre di fede universali. Ma attenzione: non è la fine dei tentativi di conquista di nuovi territori. È solo la sua razionalizzazione. La sovranità è il nuovo codice del club dei sovrani. Definisce chi è dentro e chi è fuori. Il Sultano ottomano, ad esempio, ne è fuori. E lo stesso vale per i popoli indigeni delle Americhe, che, di norma, non sono contemplati. I sovrani dei regni africani? Buoni solo per accordi capestro per appropriarsi di risorse, come fanno portoghesi e olandesi che cercano di monopolizzare la tratta degli schiavi. Insomma, il diritto internazionale tra Seicento e Settecento è un manuale di convivenza per predatori. Stabilisce come spartirsi la preda – cioè il mondo coloniale – senza azzannarsi troppo sul Vecchio Continente. La lezione è che il riconoscimento reciproco della sovranità in Europa serve a rendere più ordinata la corsa imperiale fuori dall’Europa. Basta pensare alle vicende della pirateria e della guerra dei corsari nell’area dei Caraibi e non solo. Anche quando in Europa le grandi potenze coloniali (Francia, Spagna, Inghilterra, Paesi Bassi, Portogallo) sono in pace e i loro rapporti sono regolati da accordi sottoscritti dai rispettivi governi, sui mari e nel mondo coloniale, vale il principio “no peace beyond the line”, nessuna pace oltre la linea. Significa che, al di là di una mutevole e immaginaria linea dell’ammiragliato, che passava nell’Atlantico nei pressi dei Tropici, la guerra, il saccheggio, i massacri erano sempre possibili. 2. LA POLITICA CON ALTRI MEZZI Il Settecento affina il gioco. Le guerre hanno una valenza esclusivamente politica, mai ideologica: che sia la successione al trono, il monopolio commerciale di qualche bene (gli schiavi, ed esempio) o il controllo delle colonie. La parola d’ordine in Europa è “equilibrio”. Quando una potenza – la Francia del Re Sole, ad esempio – diventa troppo minacciosa, tutte le altre si coalizzano per riportare l’ordine. Prendiamo la Guerra di Successione Spagnola. Decine e decine di migliaia di morti per stabilire se un Borbone può sedere sul trono di Madrid. La vera questione, in realtà, è un’altra: si possono unire la Francia e la Spagna sotto una sola corona? No, l’equilibrio sarebbe rotto: nascerebbe un impero in Europa. Alla fine, i trattati di Utrecht e Rastadt altro non sono che l’ennesima riproposizione del principio di equilibrio: un Borbone va a Madrid, ma le corone non si uniranno mai. E l’Inghilterra si prende Gibilterra e la tratta degli schiavi dei portoghesi: è la rincorsa per spiccare il salto e diventare la più grande potenza commerciale e coloniale. In modo simile si svolgeranno le altre guerre europee del Settecento. Quando sarà la Prussia a diventare una minaccia per gli interessi di Austria e Francia, ecco che le due tradizionali nemiche si coalizzeranno per ridimensionare le ambizioni prussiane. Ancora una volta l’Inghilterra, in competizione globale con la Francia, ne approfitterà per impadronirsi di nuovi territori coloniali. La guerra è un calcolo spietato, ma lucido. Non è casuale che un secolo dopo il generale prussiano Von Clausewitz, dirà che la guerra è “la politica con altri mezzi”. L’equilibrio tra gli Stati non è garanzia di vera pace: non lo è nel Settecento e non lo sarà in seguito. Nel Settecento è solo il modo per gestire la competizione, il modo con cui i giocatori più importanti – gli Stati più forti – si accordano per rimanere in partita, mentre fuori dall’Europa la vera sfida – quella per le ricchezze del globo – si gioca senza regole. Il diritto è bifronte: tendenza all’uguaglianza tra pari in Europa, licenza di saccheggio nel resto del mondo. 3. UNA RIVOLUZIONE ANTICOLONIALE: IL DIRITTO NON È PER TUTTI Poi i nodi vengono al pettine e le contraddizioni esplodono nel 1789. La Rivoluzione Francese, attingendo al lessico dell’illuminismo più radicale, fa esplodere il vocabolario giuridico. La sovranità non è più del re, ma del popolo. I diritti sono universali. È un terremoto. E la guerra in Europa riesplode in modo diverso: guerra prima per difendere e poi, con Napoleone – e non senza mille contraddizioni -, per esportare la rivoluzione sulla punta delle baionette. Dall’altra parte – quella delle teste coronate – la guerra è per fermare, cancellare, estirpare la rivoluzione. Torna, in apparenza, a essere una guerra ideologica: diffondere la rivoluzione o riportare l’ordine? Eppure, il terremoto arriva anche dove la Francia meno se lo aspetta: nella sua colonia più ricca, Saint-Domingue, oggi Haiti. Qui, ci sono mezzo milione di schiavi neri, che lavorano nelle piantagioni che rendono la Francia il più importante esportatore di zucchero in tutta Europa. Gli schiavi accolgono le parole universali della Rivoluzione – libertà, uguaglianza – e le rivolgono contro i loro sfruttatori, i piantatori bianchi, i padroni dei latifondi coltivati a canna da zucchero. Nel 1791 insorgono. La loro lotta è così potente che costringe la Convenzione di Parigi, nel 1794, a un atto incredibile: l’abolizione totale della schiavitù. Sembra il trionfo dell’universalismo. Ma la maschera cade presto. Quando Napoleone prende il potere, il suo progetto è ricostruire l’impero coloniale francese e la sua macchina da soldi caraibica: la piantagione schiavista. Nel 1802 manda un esercito a Haiti con un ordine chiaro: ripristinare la schiavitù e sterminare i capi della rivolta. Catturano il leader Toussaint Louverture con l’inganno e lo deportano a morire in una prigione francese. La risposta haitiana, guidata da Dessalines, è una guerra di liberazione totale, cruenta e senza tregua, come saranno sempre, da allora, le guerre di liberazione contro i padroni coloniali. Nel 1804, Haiti dichiara l’indipendenza. L’esercito che in tutta Europa trionfa, quello napoleonico, nei Caraibi è stato sconfitto. Haiti nasce come la prima repubblica nera del mondo, la prima repubblica composta in prevalenza di ex schiavi. La prima vera rivoluzione anticoloniale trionfa, ma il cammino è subito in salita. Nessuna potenza europea la riconosce, gli Stati Uniti si rifiutano di commerciare con Haiti. Il chiaro messaggio, sul piano del diritto internazionale, è questo: la sovranità rivoluzionaria, quando minaccia il cuore economico dell’impero, deve essere schiacciata. L’universalismo si ferma dove iniziano i profitti. Haiti diventa in fretta uno stato paria, boicottato, costretto a pagare un debito mostruoso alla Francia per il “danno” della sua libertà. La sua sovranità non sarà mai considerata uguale. La rivoluzione haitiana mostra chiaramente la tensione tra l’ambizione imperiale europea e il diritto alla sovranità. Al contempo, ha chiarito un nuovo, sovversivo principio: l’autodeterminazione dei popoli è un atto di forza, non arriva come un dono. E questo incrina una volta per tutte il diritto internazionale pensato come equilibrio tra Stati europei. 4. IL TRIONFO DEL DIRITTO INEGUALE E LA SPARTIZIONE DEL MONDO Dopo Waterloo, dove cade definitivamente Napoleone, il Congresso di Vienna non vuole solo ridisegnare la mappa, ancora una volta, in nome dell’equilibrio. Vuole imbrigliare la storia. Nasce il “Concerto d’Europa”: una sorta di direttorio delle grandi potenze che si autoproclama in diritto di intervenire ovunque, per spegnere sul nascere le eventuali fiamme rivoluzionarie. Nel 1820, questo principio diventa dottrina: le potenze della Santa Alleanza (Russia, Austria, Prussia) hanno il “diritto di intervento” per salvare un monarca legittimo dai suoi stessi sudditi ribelli. È una violazione palese della sovranità dei paesi, ma con una causa ben precisa: preservare il sistema reazionario. Il diritto internazionale diventa qui il guardiano armato di un ordine sociale. Le spinte alla trasformazione sono più forti e, in Europa, l’ordine della Restaurazione, sempre più debole, crollerà definitivamente dopo il 1848 Ma c’è un’altra faccia di questo ordine. Se all’interno dell’Europa il Concerto mantiene l’ordine e tutela l’equilibrio reazionario sancito a Vienna, all’esterno promuove l’espansione dei mercati, un sistema che ormai inizia a essere governato dalle leggi del mercato capitalistico. E quando i mercati non si aprono da soli, li si apre con la forza. Guardiamo al caso della Cina. Per secoli, l’Impero Qing aveva regolato rigidamente il commercio con l’Occidente. La bilancia commerciale era fortemente in suo favore: l’Europa comprava tè, seta, porcellana, pagando in argento. Fino a quando la British East India Company non trovò la merce perfetta per ribaltare i flussi: la droga. Così l’oppio, prodotto nell’India sotto il controllo britannico, inizia a essere contrabbandato in massa in Cina. Quando la Cina tenta di fermare questo flusso di sostanze stupefacenti – un vero e proprio flagello per la stabilità interna del paese – confiscando e distruggendo tonnellate di carichi di oppio britannico, la risposta di Londra è la guerra. Anzi, due guerre: una nel 1839 e l’altra nel 1856. Non sono più guerre per conquistare terre, ma per imporre i propri beni commerciali. A vincere sono i cannoni della flotta britannica. I trattati che ne seguono – Nanking nel 1842, Tientsin nel 1858 – sono il manuale di un diritto internazionale asimmetrico: non a caso gli storici li hanno chiamati i “trattati ineguali”. Al saccheggio inglese si aggiunge quello di Francia, Russia e Stati Uniti: oltre una decina di porti cinesi sono aperti forzatamente al commercio straniero, Hong Kong viene ceduta alla Gran Bretagna, la Cina perde il controllo sulle sue tariffe doganali – cosa che manda in fallimento il suo settore manifatturiero – e, infine, viene imposta l’extraterritorialità giuridica per i cittadini britannici, che in Cina non sono più soggetti alla legge cinese, ma a corti consolari britanniche. Lo stesso privilegio verrà esteso in seguito ad americani, francesi, russi. La sovranità cinese viene svuotata: sul suo territorio, in parti delle sue città, vigono leggi europee. Il suo governo non può decidere con chi e a quali condizioni commerciare. Il “libero scambio” smette la maschera del principio astratto economico e svela il suo volto reale: un atto di dominio, sancito da un trattato. Ma la Cina non è un caso isolato. Lo stesso accade al Giappone che, dopo due secoli e mezzo di isolamento, viene costretto ad aprirsi nel 1854 a colpi di cannone dal commodoro americano Matthew Perry. Il trattato di Kanagawa segue lo stesso copione: porti aperti ed extraterritorialità. C’è poi il caso dell’Impero Ottomano, soprannominato “il malato d’Europa”. Il Sultano è ridotto, già dal Settecento, a concedere le famose “Capitolazioni”: privilegi commerciali e giurisdizionali alle potenze europee, che ne erodono l’autorità fino a renderlo una semi-colonia finanziaria. Non è diversa la sorte di paesi formalmente indipendenti come la Persia o il Siam, che sono costretti a firmare trattati con clausole di extraterritorialità e controllo sulle dogane. Questo è il vero volto del “Concerto” fuori dall’Europa. Non c’è equilibrio. C’è una gerarchia razziale e giuridica. Le potenze europee si riconoscono tra loro come sovrani uguali, ma negano quella stessa piena sovranità alle grandi civiltà d’Asia. Il diritto internazionale, in questo momento storico, non è certo universale, è invece un sistema di caste giuridiche: ci sono stati sovrani (europei), stati semi-sovrani (ad esempio Cina, Giappone, Persia, Impero ottomano), e poi c’è il resto del mondo, già spartito, o pronto per la spartizione coloniale. Il principio di Westfalia – l’autorità esclusiva sul proprio territorio – viene così brutalmente smentito appena si varcano i confini d’Europa. Dimostra di valere solo per chi ha sufficienti cannoni e navi da guerra per farlo rispettare. Per tutti gli altri, la sovranità è negoziabile, violabile, svendibile a colpi di trattati ineguali. La forza che straccia le regole non è un’eccezione. È la premessa stessa del sistema. La fine dell’Ottocento è un grande dispiegarsi di questa tendenza e ci mostra la grande corsa all’Africa. Per evitare che la concorrenza sfoci in una guerra tra Stati europei, le potenze fanno una cosa straordinaria: indicono una Conferenza a Berlino nel 1884. Quattordici stati, nessun africano presente. Con riga e squadra, i partecipanti alla Conferenza si spartiscono un intero continente. Stabiliscono regole: per rivendicare un territorio, questo va effettivamente occupato. Burocratizzano la conquista. Formalmente, si impegnano a combattere la schiavitù. In pratica, instaurano il lavoro forzato. Dicono di voler civilizzare popoli arretrati. Nei fatti sfruttano, sottomettono, annientano intere civiltà. È il trionfo della tensione tra il principio della sovranità dello stato e la vocazione imperiale. È proprio questa l’epoca definita dell’imperialismo: la sovranità delle potenze europee – il loro diritto a riunirsi, riconoscendosi reciprocamente e stipulando trattati – viene esercitata per costruire imperi coloniali e negare ogni sovranità ai popoli africani. Il diritto internazionale fornisce così la facciata legale al saccheggio più spudorato. È la perfetta sintesi di forma giuridica e violenza imperialista. 5. DALLA SOCIETÀ DELLE NAZIONI ALL’ONU Ma gli spazi coloniali a un certo punto si esauriscono. La concorrenza tra le potenze europee, invece, non si arresta. A quel punto anche l’equilibrio salta. L’esito è la Prima guerra mondiale. Possiamo dire che è la bancarotta dei princìpi che avevano governato l’Europa sino ad allora. La guerra è un massacro enorme, inimmaginabile prima. Dalle macerie del primo conflitto mondiale nasce la Società delle Nazioni. Il sogno sembra nobile: sicurezza collettiva, arbitrato, disarmo, principio di autodeterminazione nazionale. Ma anche qui esiste un doppio standard. L’autodeterminazione – dichiarata a gran voce e poi applicata alla bell’e meglio nella ridefinizione dei confini europei – non vale ovunque. L’Impero ottomano è spartito tra Francia e Inghilterra. Stesso destino per le colonie tedesche. Nel frattempo, le contraddizioni della guerra hanno portato in Russia a una rivoluzione di ispirazione socialista, la prima che abbia mai avuto successo nella storia dell’umanità. Nella Russia rivoluzionaria i bolscevichi, giunti al potere, prendono a picconate le ipocrisie del diritto internazionale vigente: rendono pubblici i trattati segreti che lo Zar aveva stipulato con le altre potenze europee e svelano che, dietro alle dichiarazioni di facciata dei governi, la guerra nascondeva precisi interessi di spartizione del mondo. La Russia rivoluzionaria, oltre a invitare gli operai di tutto il mondo a unirsi per prendere il potere, persegue il principio internazionalista dell’amicizia tra i popoli, ma allo stesso tempo invita all’autodeterminazione le popolazioni sottomesse al giogo coloniale. Non deve allora stupire che gli Stati vincitori della Prima guerra mondiale, quegli stessi che stanno dando vita alla Società delle Nazioni, si premurino di inviare soldati a supporto delle forze controrivoluzionarie, impegnate in una sanguinosa guerra civile contro la Russia socialista. Il principio di autodeterminazione non vale laddove uno Stato possa mettere a rischio il sistema. La Società delle Nazioni nasce così con il respiro corto, perché i fantasmi del passato sono al tavolo. Troppi interessi materiali da tutelare per i vincitori della guerra. La Francia vuole umiliare la Germania, l’Inghilterra vuole tenersi l’impero, gli Stati Uniti (che poi non entreranno mai nella Società) sono isolazionisti. Di ammettere la Russia sovietica non se ne parla sino al 1934. L’ammissione dell’Urss è giusto di un anno successiva al ritiro volontario della Germania di Hitler, che non vuole accettare le limitazioni all’esercito imposte dai trattati di pace successivi alla Prima guerra mondiale, e del Giappone che, nella sua campagna espansionistica, aveva occupato la regione della Manciuria. D’altra parte, la Società può solo raccomandare, non obbligare i suoi membri. Un episodio che ne segna il destino è nel 1935. L’Italia fascista di Mussolini invade l’Etiopia. L’Imperatore Hailé Selassié denuncia da Ginevra, sede della Società delle Nazioni, l’aggressione fascista e chiede giustizia. La Società decreta delle sanzioni, ma molti Stati non le rispettano e, soprattutto, petrolio e carbone sono esclusi dall’embargo. Sono, in fondo, sanzioni di facciata. Dimostrano che gli interessi di espansionismo imperialista dei singoli stati contano più del diritto collettivo. La sovranità egoistica affonda il primo tentativo di una regolamentazione mondiale dei rapporti tra Stati. La strada per la Seconda Guerra Mondiale è ormai tracciata. La stessa Italia fascista si ritirerà dalla Società delle Nazioni nel 1937, pronta a stringere un’alleanza con la Germania e il Giappone. La Società delle Nazioni, silente e attendista anche nel caso della guerra civile spagnola, riguardo alla quale si trincera dietro l’equidistanza tra fascismo e democrazia, non saprà in nessun modo evitare la guerra più distruttiva di sempre. Il secondo conflitto mondiale rappresenta l’implosione di quel sistema nato a Westfalia trecento anni prima. La sovranità assoluta, svincolata da qualsiasi limite sostanziale, degenera in progetti imperiali totali e inconciliabili. Non è più solo competizione tra Stati, ma scontro tra visioni del mondo che pretendono di ridisegnare con la violenza l’ordine globale, spazzando via persino l’ipocrisia formale del diritto. È la negazione di ogni principio, persino di quello, puramente procedurale, dell’equilibrio. La guerra totale, il genocidio, la sottomissione di interi popoli non come “effetto collaterale” ma come obiettivo politico, mostrano il volto estremo della sovranità quando, spogliatasi di ogni finzione giuridica, si erge a unico fondamento. Il conflitto diventa così la cartina di tornasole di una verità sempre presente ma spesso camuffata: il sistema degli Stati sovrani, senza un sistema di regolazione che ne contenga gli eccessi, porta in sé il germe della propria distruzione. Dalla lezione del fallimento della Società delle Nazioni nasce l’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Gli stati fondatori sono però cinici realisti. Sanno che senza le grandi potenze, tutto crolla. Così, accanto all’Assemblea Generale, dove siedono tutti i paesi indipendenti e sovrani, creano un Consiglio di Sicurezza ristretto (solo 15 membri) e danno ai vincitori del secondo conflitto mondiale – USA, URSS, Gran Bretagna, Francia e Cina – un’arma suprema: un seggio permanente e il diritto di veto. È la codificazione della disuguaglianza. L’articolo 2 della Carta proclama la sovranità uguale di tutti gli stati. Ma il veto dice il contrario: alcuni stati sono più sovrani di altri. L’ONU non nasce per superare l’impero, ma per gestire la competizione tra due “blocchi” – quello a guida statunitense e quello a guida sovietica – e prevenirne lo scontro nucleare. È un sistema basato sulla paura, che cristallizza il potere dei vincitori del 1945. A rendere teso questo equilibrio sarà la decolonizzazione, un fenomeno che dilagherà nei decenni successivi alla fine della guerra. L’Assemblea Generale dell’Onu vedrà crescere in modo esponenziale il numero dei propri membri (che quasi quadruplicano dalla nascita dell’Onu a oggi), ma il vero potere resterà nella stanza del Consiglio di Sicurezza. 7. IL BIPOLARISMO E LA SFIDA DEL TERZO MONDO Se l’ONU nasceva con l’ambizione di “salvare le generazioni successive dal flagello della guerra”, la realtà della Guerra Fredda la trasforma rapidamente in un’arena congelata. Il diritto internazionale diventa l’arma diplomatica di un mondo bipolare. Il Consiglio di Sicurezza, paralizzato dal gioco dei veti incrociati tra USA e URSS, non riesce a fermare i conflitti, ma solo a “gestire” la reciproca convivenza tra le due superpotenze, evitando la distruzione assicurata da un eventuale conflitto atomico. Mentre in Europa regna una pace armata e apparente, il resto del pianeta diventa il teatro di guerre per procura (Corea, Vietnam, Afghanistan). In questi scenari, la sovranità degli stati minori è pura finzione: i confini vengono decisi o violati in base alla fedeltà a uno dei due blocchi. Il diritto internazionale di questo periodo è un codice di coesistenza tra due imperi ideologici ed economici. Non si tratta di giustizia, ma di “stabilità”. La legalità viene invocata solo quando serve a denunciare l’avversario, mentre le violazioni proprie vengono giustificate come “difesa della libertà” o “solidarietà socialista”. Sotto la superficie dei trattati sul disarmo, il motore resta lo stesso: il controllo delle zone d’influenza e delle risorse strategiche. Ma mentre i due giganti si sfidano, accade qualcosa di imprevisto: i “popoli senza storia” – alcuni sono quelli di Berlino del 1884 – iniziano a riprendersi la parola. Tra gli anni ’50 e ’70, la decolonizzazione travolge i vecchi imperi europei. Nel 1955, con la Conferenza di Bandung, nasce il movimento dei “Non Allineati”: un Terzo Mondo, oltre a quello del blocco occidentale liberal-capitalista e quello del blocco sovietico comunista. Per la prima volta, il diritto internazionale non è più solo un monologo europeo. I nuovi stati usano l’Assemblea Generale dell’ONU come megafono per rivendicare il vecchio principio dell’autodeterminazione dei popoli, ma declinandola in una nuova modalità. La rivendicazione non si limita all’indipendenza politica, ma richiede anche una “decolonizzazione economica”. È qui che lo scontro si fa durissimo. Questi paesi denunciano che la libertà politica è inutile se i prezzi delle materie prime sono fissati a Londra o New York, e se il debito estero diventa la nuova catena che li lega ai vecchi padroni imperiali. Tentano di proporre un diverso ordine economico internazionale basato sulla sovranità permanente sulle proprie risorse. La risposta dei mercati e delle potenze occidentali sarà brutale: colpi di stato, sanzioni e l’arma del debito. Il diritto dei popoli si scontra contro il muro invalicabile della proprietà e del profitto globale. La sovranità riconquistata con il sangue viene spesso svuotata dalla dipendenza finanziaria. 8. L’ILLUSIONE DI UN “SOLO GENDARME” MONDIALE Il crollo dell’URSS nel ’91 sembra aprire un’era unipolare. Ne è una dimostrazione la guerra del Golfo del 1991, dove l’ONU autorizza una coalizione a guida USA che muove guerra all’Iraq, responsabile dell’invasione del Kuwait. Si capisce subito che, dietro il movente della sovranità del piccolo ma ricco stato del Golfo, c’è l’interesse economico. Nei primi anni ’90, il disastro jugoslavo mostra una realtà. Tentennante, contraddittorio, quando non controproducente, è il ruolo dell’ONU in Bosnia. Tutto questo induce a un maggior protagonismo da parte della NATO che agisce fuori dal mandato ONU: bombardamenti unilaterali in Bosnia nel ’95 e, soprattutto, in sulla Serbia nel ’99, senza mandato del Consiglio di Sicurezza. Si invoca una “legittimità umanitaria” superiore alla legalità internazionale. È la vecchia ambizione imperiale che ora si veste dell’abito buono delle ragioni umanitarie. Altrettanto impotente si rivela l’ONU nel 1994, quando in Rwanda si consuma il genocidio dei Tutsi. Il passo finale lo compie l’amministrazione Bush nel 2003: l’invasione dell’Iraq basata su prove false, un atto di pura aggressione che il Segretario Generale Kofi Annan definirà “illegale”. Il gendarme unipolare agisce dove vuole, usando l’ONU se comodo, ignorandola se di intralcio. La reazione a questo momento unipolare è il mondo di oggi: multipolare e caotico. Russia e Cina, avendo imparato la lezione, usano il veto per bloccare interventi occidentali e invocano la sovranità nazionale come scudo per tutelare i loro spazi d’influenza, praticando a loro volta, però, un imperialismo regionale. L’UE è paralizzata e succube della tradizionale alleanza con gli USA. Intanto, nuovi attori sorgono. Il diritto internazionale non è morto. È più vivo che mai nei tribunali, nei trattati climatici, nelle dispute commerciali. Ma è diventato il campo di battaglia di questa nuova competizione. Tutti ne parlano, tutti lo usano, ma la sua forza dipende ancora, come nel 1648, dalla volontà di rispettarlo da parte di chi detiene il potere. La tensione tra sovranità e impero non è stata risolta. Si è moltiplicata. CONCLUSIONI Abbiamo seguito lo spettro di Westfalia per quattro secoli. Ha preso la forma dell’equilibrio, del concerto, del mandato coloniale, del veto. È la storia di come il potere cerca costantemente una veste legale, e di come quella veste sia sempre troppo stretta, sempre lacerata dalla volontà di dominio. Il diritto internazionale non è la legge che governa il mondo. È il linguaggio con cui il mondo cerca, spesso invano, di governare la forza. Comprenderne la storia non ci dà ancora la soluzione, ma ci toglie l’illusione. E forse, in un mondo di sovranità confliggenti e nuove ambizioni imperiali, non illudersi è l’unico punto da cui partire, per pensare un diritto internazionale che sia, in primo luogo, il diritto dei popoli e non il diritto degli Stati o degli interessi economici che li manovrano. Marco Meotto, Scuole per la Pace di Torino e Piemonte Meotto, Un viaggio di 400 anniDownload -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il tempo sospeso della rivoluzione in Siria del Nord-Est – di Elio Catania
Pur non sapendo ancora come evolverà la situazione in Siria, Elio Catania condivide da storico (oltre che attivista) alcune riflessioni sulla aggressione qaedista all’Amministrazione autonoma democratica della Siria del Nord-Est in questo gennaio 2026, le narrazioni tossiche degli stalinisti nostrani e dei media regionali, il carattere della rivoluzione confederale. Curdi a Gaza Nel 2019 [...]
February 1, 2026
Effimera
Giorno del ricordo, 10 febbraio: ne parliamo con lo storico Eric Gobetti
La commemorazione del Giorno del ricordo arriverà puntuale anche quest’anno il 10 febbraio nelle scuole italiane, spesso accompagnata da associazioni che fanno riferimento ai familiari delle vittime e che portano tra le aule un punto di vista unilaterale e non prettamente storico-scientifico. Eppure il “caso foibe” da un punto di vista storico è un evento che non è affatto condiviso dalla storiografia e anzi all’estero le foibe vengono studiate soprattutto come caso emblematico di uso pubblico della storia. Su questo il ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara non ha sentito la necessità di richiamare i/le docenti alla necessità del “contradditorio”, mentre ha addirittura avviato ispezioni nelle scuole “colpevoli” di aver organizzato approfondimenti sui fatti di Gaza; evidentemente il contradditorio è richiesto solo e soltanto su alcuni fatti e su altri no. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università abbiamo intervistato lo storico Eric Gobetti, autore di E allora le foibe?, edito da Laterza, per fornire ai/alle docenti italiani/e alcuni seri strumenti storici per affrontare in classe il Giorno del ricordo. CLICCA QUI PER ACCEDERE AL CANALE YOUTUBE DELL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ CON ALTRO MATERIALE UTILE PER LA DIDATTICA. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
“Affinché non accada mai più?” Napoli si interroga sul senso della Giornata della Memoria
Giornata della Memoria 2026. Tra cerimonie, scuole e testimonianze, Napoli vive il 27 gennaio dentro una frattura che interroga il valore stesso del ricordare. La legge 211 del 2000, che istituisce il Giorno della Memoria, non parla solo di celebrazioni. Parla di narrazione, di riflessione, di scuole. E indica uno scopo preciso: “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico periodo della nostra storia affinché simili eventi non possano mai più accadere.” È questa frase, affinché non accada mai più, che oggi pesa più di tutte. Perché a cosa serve ricordare i genocidi di ieri se non siamo capaci di riconoscere le disumanizzazioni di oggi? A cosa serve pronunciare “mai più” se resta una formula e non diventa responsabilità? È dentro questa domanda che Napoli ha attraversato il 27 gennaio. Una giornata fatta di fiori, letture, musica, studenti. Ma anche segnata da un’assenza che ha pesato più di molte parole: per la prima volta la Comunità ebraica non ha partecipato alle iniziative organizzate dal Comune. Una scelta resa pubblica attraverso dichiarazioni riportate da diversi organi di stampa locali e nazionali, che ha attraversato l’intera giornata e che impone una riflessione sul senso stesso del ricordare. La mattina si è aperta a Borgo Orefici, nella strada intitolata a Luciana Pacifici, la più piccola vittima napoletana della Shoah: una bambina di pochi mesi morta sul convoglio diretto ad Auschwitz. Alla deposizione della corona di fiori erano presenti il sindaco Gaetano Manfredi, il prefetto di Napoli Michele di Bari, le autorità civili e militari e il vicepresidente del Consiglio regionale Luca Trapanese. In quell’occasione il prefetto ha sottolineato come “questi momenti servono soprattutto a fare memoria perché ciò che è accaduto è stata la rottura del patto di civiltà in cui l’uomo ha smarrito il senso dell’umano. Noi dobbiamo doverosamente fare memoria perché sia monito affinché non accada in futuro”. Poco dopo, altri fiori sono stati deposti in piazza Bovio, davanti alle pietre d’inciampo che restituiscono identità a chi fu cancellato. Nei teatri e nei luoghi della cultura la memoria ha assunto forme diverse. Al Teatro Mercadante si è svolta una maratona di lettura integrale di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, affidata agli studenti di numerosi istituti cittadini. Al Teatro San Carlo la commemorazione istituzionale è stata accompagnata dalla musica di Verdi, mentre in altri spazi, come la Certosa di San Martino, i protagonisti sono stati ancora una volta i giovani. Durante un incontro promosso dalla Fondazione Valenzi, centinaia di ragazzi hanno partecipato alle iniziative della Giornata della Memoria, in un confronto che ha ribadito il valore educativo del ricordare. In diversi momenti della giornata, la memoria è passata anche attraverso le testimonianze. Tra queste, quella di Mario De Simone, fratello di Sergio, il bambino napoletano deportato e ucciso dai nazisti, che ha restituito volti, affetti e famiglie ai numeri dello sterminio. Accanto alle iniziative istituzionali e culturali, la Giornata della Memoria ha attraversato anche i territori. In occasione di un incontro con gli studenti alla Municipalità 5 del Vomero, nella sala consiliare, Margherita Siniscalchi ha definito la memoria “un atto di giustizia”, sottolineando il dovere di coltivarla soprattutto nelle nuove generazioni e ringraziando il mondo della scuola per essere presidio quotidiano di valori democratici. All’incontro erano presenti, tra gli altri, la scrittrice e giornalista Titti Marrone e la presidente della Municipalità Clementina Cozzolino. Un richiamo netto al fatto che dietro i numeri dello sterminio c’erano persone, volti, sogni, famiglie, e che la memoria ha senso solo se resta ancorata all’umano. Sempre oggi, anche Lucia Fortini, assessora all’istruzione della Regione Campania, ha affidato a un intervento pubblico una domanda semplice e radicale: a che serve? A che serve parlare, spiegare, raccontare, se non riusciamo a fermare la barbarie del presente, se “mai più” rischia di restare soltanto uno slogan. Fortini ha legato questa domanda all’esperienza di anni di viaggi ad Auschwitz con gli studenti. La risposta che si è data è netta: serve a formare coscienze. Perché nei volti dei ragazzi, davanti ai campi di sterminio, qualcosa cambia. Nasce una consapevolezza della barbarie umana. E forse è proprio questo il compito più profondo della memoria: provare a fare in modo che chi ha visto, chi ha capito, chi ha sentito, fuori faccia la differenza. La memoria ha parlato anche attraverso gesti simbolici. A Napoli, l’ospedale pediatrico Santobono Pausilipon ha illuminato la propria facciata e piantato fiori bianchi nei giardini, richiamando in particolare le vittime più giovani della Shoah e la figura di Sergio De Simone, a cui è intitolato il pronto soccorso. Sempre in Campania, a Benevento, un percorso di luci bianche e rosse ha segnato il Centro Operativo della Soprintendenza nell’ex Convento di San Felice, in un’installazione pensata come spazio di silenzio, riflessione e coscienza civile. Luci accese contro il buio dell’oblio, per ricordare che la memoria non è solo parola, ma anche presenza nello spazio pubblico. Alla dimensione della luce si è affiancata quella della scrittura. Alla Biblioteca Universitaria di Napoli è stata inaugurata la mostra “Raccontare la Shoah: tra testimonianze e memoria scritta”, un percorso tra volumi rari, testi contemporanei e riproduzioni di giornali dell’epoca. Un’iniziativa che richiama il valore delle fonti, dei diari, della letteratura e della ricerca storica come strumenti fondamentali per costruire una memoria consapevole, capace di parlare al presente. Eppure, accanto a questo lavoro diffuso, si è aperta una ferita. La Comunità ebraica napoletana ha scelto di non partecipare alle celebrazioni comunali, denunciando una perdita di senso della Giornata della Memoria e una mancanza di dialogo con le istituzioni cittadine. Il sindaco ha richiamato alla necessità del confronto e alla tradizione di tolleranza della città. Ma il dato resta: oggi Napoli ha ricordato senza una parte fondamentale della propria storia viva. Ed è forse proprio questo a rendere questo 27 gennaio diverso dagli altri. Perché la memoria, quando è autentica, non è mai neutra. Non è mai solo commemorazione. Non è mai un gesto pacificato. La memoria viva non consola: interroga. Disturba. Costringe a prendere posizione. Oggi Napoli ha ricordato Luciana Pacifici, morta a pochi mesi su un treno per Auschwitz. In quella immagine c’è già tutto: la Shoah, ma anche ogni infanzia travolta dalle guerre, ogni essere umano ridotto a carico, ogni vita resa trasportabile. Forse è da qui che bisogna ripartire. Non dal rito, ma dalla responsabilità. Non dal passato, ma da ciò che il passato chiede al presente. Perché la memoria non è ciò che ricordiamo. È ciò che facciamo perché non accada di nuovo. Lucia Montanaro
January 27, 2026
Pressenza
“CARMINE RESISTENTE 2026”: I DIARI DEL COMANDANTE DELLA 122ESIMA BRIGATA GARIBALDI, INCONTRO CON L’AUTORE ISAIA MENSI
Giovedì 15 gennaio la sezione ANPI “Caduti di piazza Rovetta” di Brescia propone un importante appuntamento di carattere storico sulla Resistenza bresciana.  In occasione della XII edizione del Carmine Resistente verrà presentato “I diari del comandante della 122esima Brigata Garibaldi”. Presente all’incontro ci sarà l’autore Isaia Mensi, noto ricercatore bresciano e storico della lotta antifascista, il quale si è occupato di raccogliere e pubblicare i materiali diaristici del comandante Luigi Guitti “Tito Tobegia” ritrovati all’interno dell’archivio dell’ANPI. L’appuntamento è per giovedì 15 gennaio alle ore 18.00 presso lo spazio Fondazione Aref ETS, Piazza della Loggia, 11 a Brescia con ingresso libero. Abbiamo chiesto a Vanni Botticini del Carmine Resistente di presentare l’appuntamento ai nostri microfoni Ascolta o scarica.
January 13, 2026
Radio Onda d`Urto
Corso di Formazione: Formare alla pace con la pace. Palestina, storia, diritti
Dal 15 gennaio inizia il secondo modulo di formazione online e gratuito del percorso FORMARE ALLA PACE CON LA PACE‘. MODULO 2: PACE E NONVIOLENZA NELLE DISCIPLINE Tre incontri per confrontarsi su come parlare di pace e nonviolenza all’interno dei percorsi disciplinari, si parte con: PALESTINA, STORIA, DIRITTI (PER SCUOLA SECONDARIA) GIOVEDÌ 15/01/2026, ORE 17:30-19:30 L’incontro è dedicato ad un approfondimento dei temi dei diritti umani e civili, con l’obiettivo di fornire ai/alle docenti strumenti di lettura storica e pedagogica per un’educazione alla pace consapevole a partire dalle vicende storiche legate al territorio palestinese, ai tentativi di pace avviati in passato e alle questioni etiche, culturali e religiose in campo. a cura di Amira Abuamra, attivista per i diritti umani di origine palestinese e Presidente laboratorio Palestina cultura e arti e Michele Lucivero, docente di Filosofia e Storia nei Licei, PhD in Etica e Antropologia. Storia e Fondazione, promotore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Se non sei iscritto/a puoi farlo qui: https://forms.gle/az4aFVjFCZaup1FK6 Si continua con: Incontro 2 “Decostruire gli stereotipi: educare al genere, prevenire la violenza” •Giovedì 22/01/2026, ore 17:30–19:30 per Seconda/terza media e biennio superiori  •Giovedì 29/01/2026, ore 17:30–19:30 per Scuola primaria e prima media  a cura di Veleria Russo e Orietta Candelaresi Incontro 3 “Behuman: storie di chi ha scelto la nonviolenza. Spunti per attività educative e didattiche in classe” (per scuole secondarie) Martedì 3/02/2026, ore 17:30-19:30 a cura di Sabina Langer e Annabella Coiro Organizzato da rete EDUMANA e Polo Europeo della Conoscenza informazioni e iscrizioni edunonviolenza.altervista.org/pace/ Tutti i dettagli qui: https://www.edumana.it/corsoformazione2026 Il corso è valido ai fini della formazione in servizio degli insegnanti.