La Questura di Trieste ostacola l’accesso alla procedura d’asiloGIULIA STELLA INGALLINA E ARIANNA LOCATELLI
Le associazioni del territorio pubblicano un report che denuncia le prassi
illecite, i diritti negati e il sistematico abbandono delle persone in
movimento.
La conferenza stampa: in rilievo il diritto d’asilo
Mercoledì 17 dicembre 2025 a Trieste, al Circolo della Stampa, è stato
presentato il rapporto “Accesso negato. Rapporto sugli ostacoli nell’accesso
alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale e alle
misure di accoglienza a Trieste” 1, frutto di un lavoro di ricerca e
monitoraggio durato diversi mesi, condotto congiuntamente dalle associazioni
ICS, IRC, Diaconia Valdese, Linea d’Ombra, No Name Kitchen, Goap, Fondazione
Luchetta e Cdcp.
Il documento denuncia le persistenti difficoltà di accesso alla Questura di
Trieste e mette in luce un insieme di prassi illegittime e tecniche di
deterrenza adottate in modo sistematico nel corso del 2025.
Tali pratiche risultano funzionali nell’allontanare i richiedenti asilo e a
ostacolare l’accesso alla procedura per il riconoscimento della protezione
internazionale, in aperta elusione del diritto nazionale ed europeo.
Alla conferenza stampa sono intervenuti Gianfranco Schiavone (ICS), Alessandro
Papes (IRC), Marta Pacor (Diaconia Valdese), Arianna Locatelli (No Name
Kitchen), Lorena Fornasir (Linea d’Ombra)
Gianfranco Schiavone, presidente di ICS 2, ha aperto la conferenza stampa
richiamando le fonti del diritto, chiarendo fin da subito l’illegittimità delle
prassi adottate per negare l’accesso alla procedura di protezione
internazionale.
«La normativa è di una lampante semplicità; non c’è nessuna ipotesi per cui la
domanda d’asilo possa non essere accolta.»
In queste poche parole è implicito il rimando a quelli che dovrebbero essere gli
obblighi giuridici: l’art. 10, comma 3, della Costituzione 3 sancisce il diritto
d’asilo, mentre l’obbligo per lo Stato di accogliere e registrare le domande di
asilo è chiaramente illustrato nella normativa ordinaria, al Decreto legislativo
28 gennaio 2008, n. 25 4 (attuazione della direttiva UE sulle procedure di
asilo). All’articolo 6 “Presentazione della domanda”, la norma stabilisce che:
* ogni cittadino straniero ha diritto di presentare domanda di protezione
internazionale,
* le autorità competenti hanno l’obbligo di riceverla e registrarla, anche
quando la domanda è presentata alla frontiera o sul territorio,
* la registrazione deve avvenire senza ritardo 5
In conferenza stampa, al richiamo dei principi giuridici fa immediatamente
seguito la denuncia delle prassi con cui le Questure di Trieste e Gorizia
disattendono gli obblighi previsti dalla legge.
«Negli ultimi mesi abbiamo assistito all’aumento delle prassi illegittime con
l’obiettivo di non registrare le domande. Le persone si accumulano così
nell’attesa in strada; la maggior parte hanno manifestato la volontà di chiedere
asilo, ma la loro richiesta non è stata accolta.»
Gianfranco Schiavone, dalla conferenza stampa del 17.12.2025
UNA SGUARDO AL REPORT: L’“ACCESSO NEGATO” E LE STRATEGIE CON CUI VIENE
OSTACOLATO IL DIRITTO D’ASILO
L’elaborato nasce da un anno di monitoraggio congiunto da parte delle
associazioni che lavorano quotidianamente sul territorio in supporto alle
persone in movimento e ai richiedenti asilo. Nel corso del 2025 sono state
raccolte centinaia di testimonianze che hanno coinvolto oltre 1.400 persone
tramite una presenza costante e attiva negli spazi fulcro della vicenda: la
questura di Trieste, la piazza della Libertà 6, gli edifici dismessi del porto
vecchio 7 e il Centro Diurno 8.
Le osservazioni condotte davanti alla questura, fin dalle prime ore del mattino,
hanno mostrato come decine di persone si mettano quotidianamente in fila nella
speranza di essere selezionate per formalizzare la richiesta di protezione
internazionale.
Ogni giorno tra le 70 e le 140 persone attendono all’esterno dell’Ufficio
Immigrazione; negli ultimi mesi, tuttavia, solo 10–15 di esse vengono
selezionate per accedere agli uffici e, spesso, solo circa la metà riesce
effettivamente a formalizzare la domanda.
Tale selezione avviene in maniera del tutto casuale e arbitraria: vengono
chiamate alcune nazionalità, alle quali le persone in attesa devono rispondere
per alzata di mano. In un secondo momento viene selezionato un numero limitato
di persone, generalmente una dozzina, mentre tutte le altre, dopo ore di attesa,
vengono immediatamente allontanate senza ricevere alcuna informazione.
Queste ultime sono quindi costrette a ripresentarsi nei giorni successivi, con
un’elevata probabilità di trovarsi nella medesima situazione. Le discriminazioni
sistematiche vengono perpetrate sia a livello individuale sia collettivo,
basandosi, ad esempio, sulla nazionalità. Emblematico è il caso dei cittadini
nepalesi, che risultano essere costantemente respinti reiteratamente, senza che
venga fornita alcuna spiegazione di natura logica o legale.
«Io sono del Nepal, da un mese sono in Italia, vado ogni giorno ma non vengo
selezionato mai. Andiamo tutti i giorni davanti alla questura però in genere noi
nepalesi veniamo discriminati».
Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze 9
(minuto 5:40).
Anche i tempi medi di registrazione risultano allarmanti per la loro
imprevedibilità: attualmente la formalizzazione della richiesta di protezione
internazionale avviene, in media, circa tre settimane dopo il primo tentativo,
con picchi che arrivano fino a 60 giorni.
Il modello di selezione non trasparente genera insicurezza e incertezza tra le
persone interessate, ledendo un loro diritto fondamentale in assenza di
qualsiasi garanzia.
È inoltre necessario ricordare che, prima della formalizzazione della domanda di
protezione internazionale, le persone si trovano in una condizione di totale
invisibilità giuridica, nella quale non hanno accesso ad alcuna forma di tutela.
L’arbitrarietà di tale situazione produce inoltre un’ulteriore grave
conseguenza: le operatrici e gli operatori attivi quotidianamente sul campo si
trovano nell’impossibilità di fornire risposte chiare alle persone interessate,
con il conseguente progressivo indebolimento della fiducia non solo nei servizi,
ma anche nei loro confronti.
LE PRASSI ATTUATE DALLA QUESTURA DI TRIESTE E LA LORO ILLEGITTIMITÀ, ALLA LUCE
DEL REPORT
La raccolta di testimonianze e i monitoraggi hanno evidenziato una serie di
azioni informali messe in atto quotidianamente dal personale in servizio presso
la Questura; prassi illegittime che non seguono alcuna normativa ma che mostrano
la volontà di allontanare le persone attraverso una serie di strategie politiche
di deterrenza.
* Richiesta di documenti:
Nonostante la legge sia, ancora una volta, estremamente chiara:
“la volontà di chiedere asilo può essere espressa oralmente e indipendentemente
dalla disponibilità di documenti di identità” (art. 6 D.Lgs. 25/2008 e art. 8
Direttiva 2013/32/UE)
Le persone in fila davanti alla questura di Trieste vengono selezionate sulla
base del possesso di un passaporto originale. Chi non è in possesso di un
documento viene invitato a denunciare lo smarrimento dello stesso presso altri
uffici di Polizia e costretto ad allontanarsi.
I documenti non costituiscono però in alcun caso un requisito per l’avvio della
procedura, poiché il legislatore, evidentemente più lungimirante dell’odierno
personale amministrativo, ha pienamente considerato come i viaggi affrontati
comportino spesso lo smarrimento, il sequestro o altre circostanze che lasciano
la persona priva di documenti.
«Mi hanno chiesto dove sia il mio passaporto, io l’ho perso durante il viaggio;
mi hanno detto di uscire fuori e fare la denuncia di smarrimento. […] Sono
andato alla polizia però […] mi hanno detto che non si può fare la denuncia di
smarrimento qua perché l’hai perso in un altro paese».
Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze
10 (minuto 2:18).
* Mancato riconoscimento delle segnalazioni via PEC:
Viste le difficoltà di accesso alla questura, molte persone, dopo aver fallito
nel tentativo di manifestare la volontà di fare richiesta d’asilo davanti alle
autorità, si rivolgono alle associazioni del territorio, in particolare allo
sportello legale di ICS e di Diaconia Valdese aperto tutte le mattine al Centro
Diurno.
Sulla base dei principi di collaborazione tra autorità e organismi di tutela 11,
le operatrici legali hanno la facoltà e l’onere di inviare via PEC, a nome
dell’interessato, le segnalazioni relative alle volontà di richiedere la
protezione internazionale.
Anche questi interventi vengono però ignorati da parte della questura di
Trieste, le segnalazioni non vengono prese in considerazione eludendo nuovamente
gli obblighi di registrazione imposti dal diritto.
* Controlli informali dei cellulari:
«Sono da un mese in Italia vado ogni giorno a fare richiesta di asilo […] il
problema è che il telefono era spaccato dalla polizia serba e rotto, e quindi mi
hanno detto di riparare il telefono e venire qua. Senza riparare il telefono non
mi faranno la domanda d’asilo».
Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze
(minuto 1:10)
Diverse persone hanno riferito di essere state sottoposte, all’ingresso della
Questura, al controllo del proprio telefono cellulare, con l’obiettivo apparente
di raccogliere informazioni da utilizzare contro il loro diritto di richiedere
asilo.
Alcuni testimoni hanno segnalato l’uso di dispositivi in grado di scaricare la
cronologia di tutte le applicazioni, google maps, app di trasporti pubblici
oltre che fotografie. Le persone vengono poi respinte bruscamente, con
l’indicazione di presentare la domanda di asilo in altre città in cui sarebbero
transitate; tale rifiuto di presa in carico dovrebbe essere comunicato con atto
scritto e motivato, e invece viene trasmesso informalmente a voce.
Inoltre, le modalità informali di controllo non rispettano le garanzie previste
dalla legge 12: la persona ha diritto ad essere presente e di poter fruire della
traduzione di un mediatore, l’operazione deve essere verbalizzata indicando
finalità, criteri, dati controllati ed esito, e il verbale deve essere inviato
al giudice di pace entro 48 ore per la convalida, che deve avvenire con
provvedimento motivato nelle successive 48 ore.
Alla persona devono essere consegnati verbale e provvedimento; in caso di
mancata o parziale convalida, i dati acquisiti sono inutilizzabili e devono
essere cancellati.
* Raccolta e conservazione informale di fotografie:
Diverse persone hanno riferito che, mentre si trovano in fila all’ingresso della
Questura, vengono fotografate dal personale presente (ufficiali di Polizia e
mediatori culturali).
«La seconda volta mi hanno fatto entrare, hanno controllato il loro telefono, mi
hanno mostrato la foto mia dicendomi sei questo ero io, gli ho detto “si sono
io” e mi hanno detto vai via».
Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze
(minuto 3:00).
Tali immagini sembrerebbero essere raccolte e conservate in un “archivio”
impiegato, con finalità illecite, per selezionare o escludere determinate
persone. Privato di fondamento giuridico e privo di criteri espliciti, questo
procedimento solleva gravi criticità in termini di protezione dei dati
personali, trasparenza e non discriminazione, incidendo direttamente sulle
garanzie di accesso alla protezione internazionale.
* Assenza di tutela per le persone in condizioni di vulnerabilità:
L’accesso in Questura risulta estremamente complesso anche per le persone in
condizioni di salute visibilmente critiche, che per legge dovrebbero essere
considerate “vulnerabili”: queste vengono spesso costrette a lunghe attese o
addirittura allontanate, in violazione degli obblighi di protezione e assistenza
previsti dalla normativa vigente e in aperta contraddizione con le indicazioni
del Ministero dell’Interno – Dipartimento della Pubblica Sicurezza – riportate
nel Vademecum per la rilevazione, il referral e la presa in carico delle persone
portatrici di vulnerabilità in arrivo sul territorio e inserite nel sistema di
protezione e di accoglienza.
Tra le pratiche più preoccupanti vi sono le modalità con cui vengono allontanati
in maniera assolutamente arbitraria i dichiaranti di minore età. Ai ragazzi
viene chiesto di dimostrare la propria età tramite il passaporto o altri
documenti d’identità originali (come certificati di nascita); quando vengono
presentate fotocopie o fotografie di tali atti, queste sono spesso ritenute
false o non attendibili.
In assenza di prove considerate valide, invece di seguire la procedura prevista
dalla legge, si ricorre frequentemente a un semplice “esame visivo”, che nella
maggior parte dei casi si conclude con il rifiuto dell’accesso all’assistenza.
«Non è su base discrezionale […] esistono delle norme, e le norme vanno seguite;
anche quando non piacciono».
Gianfranco Schiavone, dalla conferenza stampa del 17.12.2025
Anche in questo caso però le previsioni normative sono specifiche ed
estremamente chiare. La Legge 7 aprile 2017 n. 47, cosiddetta Legge Zampa,
definisce le modalità con cui l’identità di un MSNA deve essere accertata dalle
autorità di pubblica sicurezza, coadiuvate da mediatori culturali, alla presenza
del tutore e comunque solo in seguito a un’immediata assistenza fornita al
minore.
In casi di dubbia identità, è oltremodo disciplinata la procedura relativa
all’accertamento socio-sanitario dell’età svolto da professionisti, e con la
presenza di un mediatore culturale. Qualora i risultati siano ambigui, si
presume la minore età ad ogni effetto di legge (art. 19-bis, comma 8, d.lgs.
142/2015).
* Mancata attivazione del Regolamento Dublino III:
«Mi hanno fatto entrare una volta, dopo aver controllato nel sistema mi hanno
detto “Hai le impronte in Francia, devi tornare in Francia.»
Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze
(minuto 4:38)
Durante i primi colloqui alle porte della Questura emerge frequentemente che le
persone hanno attraversato altri Paesi europei; tale informazione viene
immediatamente utilizzata come ulteriore motivo per negare l’accesso alla
protezione internazionale.
In questi casi, invece di attivare la procedura prevista dal Regolamento Dublino
III (UE) n. 604/2013 – secondo cui l’Italia dovrebbe comunque accogliere la
richiesta di protezione internazionale e, solo successivamente, comunicare con
il Paese di primo ingresso per un eventuale trasferimento di competenza – la
persona viene invitata informalmente e oralmente a recarsi nel presunto Paese.
Se confermata, questa prassi costituirebbe una violazione del diritto
dell’Unione europea, compromettendo le garanzie riconosciute al richiedente
asilo.
* Emissione di provvedimenti di espulsione:
La situazione diventa particolarmente allarmante se si considera che, oltre
all’impossibilità di accedere alla Questura, si genera anche un clima di paura:
proprio mentre le persone tentano di esercitare un diritto fondamentale,
rischiano di essere soggette all’obbligo di allontanarsi dal territorio.
Alcuni cittadini stranieri riferiscono di essere usciti dalla Questura con la
notifica di un provvedimento di espulsione dopo essersi presentati
spontaneamente per richiedere protezione internazionale. Tale modalità annulla
il diritto d’asilo e le garanzie ad esso connesse, come ricordato dalla Corte di
Cassazione nella sentenza n. 32070 del 20 novembre 2023, secondo cui deve essere
considerato richiedente asilo chiunque manifesti anche semplicemente la volontà
di farlo.
Inoltre, ai sensi dell’articolo 7 del d.lgs. 25/2008, lo status di richiedente
asilo attribuisce il diritto a rimanere nel territorio nazionale fino alla
conclusione della procedura. Pertanto, una persona che si presenti in Questura
per richiedere protezione internazionale deve essere considerata richiedente
asilo e non può essere espulsa per tutta la durata della procedura.
Prima di formulare pareri di manifesta infondatezza, espressi discrezionalmente
e talvolta sulla base di profilazioni razziali o supposizioni legate a
caratteristiche somatiche e presunti Paesi di provenienza sicuri, la richiesta
deve essere presa in carico e valutata adeguatamente secondo quanto previsto
dalla normativa europea e nazionale.
«Quando sono andato in questura di Trieste a fare domanda d’asilo gli ho
mostrato il mio visto scaduto e anche il passaporto e loro non mi hanno dato la
domanda di asilo però mi hanno dato l’espulsione dall’Italia. […] Sono arrivato
qua ho chiesto aiuto a delle associazioni, abbiamo trovato un avvocato, abbiamo
fatto ricorso il tribunale ha dato ragione a me poi al seguito hanno preso la
mia domanda di asilo in carico».
Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze
(minuto 5:40)
DA TRIESTE A GORIZIA: FUORI DALLA PROCEDURA D’ASILO O DALL’ACCOGLIENZA
Con il tempo, tra gli aspiranti richiedenti asilo presenti e in arrivo sul
territorio, si è diffusa la consapevolezza delle difficoltà nell’accesso alla
Questura di Trieste. Negli ultimi mesi, questo fenomeno si è intensificato,
intrecciando le risposte spontanee messe in atto dalle persone di fronte
all’inefficienza degli uffici pubblici con le conseguenze a catena che ne
derivano: nuovi vuoti istituzionali, soluzioni alternative improvvisate e
continui diritti negati.
«Se viene sistematizzato il respingimento a Trieste, di conseguenza le persone
si spostano».
Marta Pacor, durante l’incontro in questura del 18.12.2025
Durante la conferenza, l’operatrice legale di Diaconia Valdese, Marta Pacor, ha
descritto la prassi che porta allo spostamento dei richiedenti asilo dalla
Questura di Trieste a quella di Gorizia. In un primo momento, questo spostamento
consentiva una maggiore probabilità di vedere accolta la domanda d’asilo e di
essere formalmente riconosciuti come richiedenti.
Tuttavia, tale riconoscimento, anche a Gorizia, è stato svuotato delle garanzie
a esso connesse, a partire dal diritto all’accoglienza. La Direttiva Accoglienza
dell’Unione Europea (2013/33/UE) stabilisce norme minime per l’accoglienza,
imponendo agli Stati di garantire condizioni di vita dignitose fin dalla
presentazione della domanda e per tutta la durata della procedura.
Recepita nell’ordinamento italiano dal d.lgs. 142/2015, tale normativa impone
allo Stato l’obbligo di assicurare l’accoglienza ai richiedenti asilo.
Nonostante ciò, Gorizia non riesce a garantire la presa in carico sociale e, a
causa della grave mancanza di coordinamento tra Questura e Prefettura, non
vengono individuate soluzioni alternative di accoglienza.
Questa situazione rende necessario un ulteriore spostamento verso Trieste, dove,
pur essendo disponibili posti presso strutture come Casa Malala e Campo Sacro,
le persone non possono accedere al sistema di accoglienza essendo la loro
domanda di protezione internazionale formalizzata presso la Questura di Gorizia
e quindi la competenza per l’inserimento in accoglienza resta in capo alla
Prefettura di Gorizia.
L’unica alternativa disponibile sono edifici abbandonati al Porto Vecchio di
Trieste, dove, come osserva Gianfranco Schiavone, le persone si accumulano a
causa della progressiva inefficienza istituzionale.
«A Gorizia non avendo nessuno servizio io sono costretto a dormire qua a Trieste
in porto vecchio e non è una condizione umana perchè dormo fuori. […] Devo
andare ogni giorno a chiedere l’accoglienza, prendo il treno, vado là [a
Gorizia] e torno vado là e torno ma non c’è nessuna risposta»
Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze
(minuto 0:45)
Nei mesi più recenti, anche chi attende la formalizzazione della domanda presso
la Questura di Gorizia ha segnalato prassi informali ormai ricorrenti. Pur
risultando relativamente veloce il primo accesso, i tempi per la formalizzazione
tramite modulo C3 si dilatano a causa di appuntamenti continuamente rimandati.
La Questura rilascia al primo accesso un appuntamento per la formalizzazione,
che al momento della presentazione della persona viene spesso cancellato
manualmente e rinviato a una data successiva. Numerose testimonianze riportano
che sul medesimo foglio di convocazione risultino annotati anche più di cinque
rinvii consecutivi, con date cancellate e riscritte a penna, determinando un
prolungamento dell’attesa e collocando le persone in un limbo apparentemente
senza fine:
«Quello che mi sento dire da dieci mesi è sempre “ritorna…”»
Testimonianza di un ragazzo incontrato a porto vecchio.
LA RISPOSTA DELLA QUESTURA E DEI SINDACATI DI POLIZIA
Il giorno successivo alla conferenza stampa e alla presentazione pubblica del
report, si è svolto un incontro tra le associazioni coinvolte e la Questura di
Trieste, con la partecipazione della questora dott.ssa Fredella e del dirigente
dell’Ufficio Immigrazione, dott. Montina.
Già in conferenza stampa era stata dichiarata la volontà di un confronto sui
fatti, dei quali la Questura era ovviamente già a conoscenza, considerando che
durante l’anno le operatrici legali di ICS avevano inviato circa 34 segnalazioni
collettive e diverse PEC individuali.
Durante l’incontro, il report è stato nuovamente presentato, evidenziando le
difficoltà di accesso al diritto d’asilo. Si è instaurato un apparente dialogo,
ma la Questura ha costantemente dirottato la discussione sulle difficoltà
organizzative e sui tentativi di strutturare il procedimento di accesso agli
uffici, menzionando un progetto avanzato, non ancora condiviso, volto a creare
un sistema di “prenotazione facile” simile a quello sperimentato a Milano.
Pur essendo rilevante l’aspetto organizzativo della prenotazione, le principali
criticità segnalate dalle testimonianze riguardano non tanto l’accesso agli
uffici, quanto ciò che avviene successivamente: numerosi soggetti vengono fatti
allontanare con modalità illegittime senza poter formalizzare la domanda di
protezione internazionale.
Le associazioni hanno cercato di riportare il dibattito sul nucleo centrale
della problematica, ossia l’impedimento strutturale alla registrazione della
domanda, determinato dall’adozione di prassi operative irregolari. Su questo
punto il dialogo si è fatto più difficile.
La questura ha tentato di giustificare alcune pratiche con argomentazioni vaghe,
facendo riferimento alla necessità di possedere “determinate caratteristiche” o
di presentarsi con “determinati documenti”; e così la richiesta illegittima di
poter fare accesso solo con un documento rispecchierebbe “solo la volontà di
avere un lavoro più rapido e semplice”, mentre non sarebbe vero che i minori
vengono valutati grossolanamente e visivamente e nemmeno che le persone vengono
reindirizzate verso altre questure.
L’accusa sulla credibilità delle testimonianze delle persone in movimento però
risulta poco efficace quando al tavolo di confronto sono presenti operatori e
operatrici che hanno assistito alla messa in atto di queste pratiche illecite in
prima persona durante i diversi accompagnamenti.
Anche i numeri risultano chiarificatori: secondo il dott. Montina, nel 2025 sono
stati registrati circa 1.080 C3 (e 1.500 richieste del 2024), un numero
estremamente basso rispetto alle oltre tremila persone che hanno manifestato la
volontà di chiedere asilo alle associazioni. L’incontro si è concluso con
l’augurio della questora di lavorare insieme con spirito costruttivo per
“risolvere il problema” e portare avanti processi di organizzazione.
Le associazioni hanno mantenuto un’apertura al dialogo, sottolineando tuttavia
come queste prassi illegittime minino il “livello reputazionale e giuridico”
dell’ente, richiedendo un impegno concreto per farle cessare.
In seguito alla conferenza, non si è fatta attendere anche la replica dei due
sindacati di polizia, SAP e SIULP 13.
La risposta ha assunto la forma di un rimpallo di responsabilità, con accuse
rivolte alle associazioni autrici del report, in particolare ICS e Gianfranco
Schiavone, caratterizzate da toni risentiti e da una totale mancanza di analisi
della situazione. Francesco Marino, segretario provinciale del SIULP, ha
paragonato le critiche alle forze di polizia a quelle rivolte al personale
medico-sanitario durante la pandemia di Covid-19.
Accuse sono state mosse anche alla gestione dell’accoglienza diffusa, sistema
promosso da anni da ICS in città. Tali critiche non hanno lasciato spazio a un
confronto sulle reali difficoltà di accesso alla Questura, dimostrando come il
report sia stato letto superficialmente e rivelando la mancata volontà di
intervenire per migliorare una situazione seriamente problematica, come
attestano le centinaia di testimonianze raccolte nel corso del 2025.
Ciò che emerge è una diffusa mancanza di volontà, da parte delle istituzioni e
delle forze di polizia, di analizzare in maniera strutturale le criticità legate
all’accesso alla Questura e al sistema di accoglienza a Trieste.
Il problema viene frequentemente minimizzato, mentre le associazioni vengono
accusate di avanzare critiche aprioristiche nei confronti della Questura, senza
riconoscere che la questione non può essere affrontata con interventi di natura
emergenziale. Tali misure, infatti, finiscono spesso per aumentare la precarietà
delle persone coinvolte o, nella migliore delle ipotesi, tamponano
temporaneamente la situazione, placando le tensioni per pochi giorni prima che
le persone siano nuovamente costrette ad affrontare l’inverno triestino in
condizioni di estrema vulnerabilità.
L’IMPATTO CONCRETO DI QUESTE PRASSI SULLE PERSONE IN MOVIMENTO
Uno degli edifici di Porto Vecchio
Come già sottolineato, il periodo precedente alla formalizzazione della domanda
di protezione internazionale rappresenta un vero e proprio limbo di totale
invisibilità e, di conseguenza, di sistematica violazione dei diritti umani.
A Trieste, le persone si trovano costrette a ricorrere a soluzioni emergenziali,
in attesa di regolarizzarsi sul territorio e di poter accedere al sistema di
accoglienza, con ritardi ingiustificati imputabili alle istituzioni.
Nel frattempo, sperano di ottenere uno dei pochi posti disponibili nei dormitori
attivati per l’“emergenza freddo”o, in alternativa, trascorrono le notti sulle
sedie di Spazio 11 14, nei magazzini occupati del Porto Vecchio o sotto i
portici dell’autostazione, accanto a Piazza della Libertà. Quello che si viene a
configurare è un vero e proprio abbandono organizzato delle persone in movimento
che avrebbero diritto a chiedere asilo ed essere accolte.
Alla conferenza stampa del 17 dicembre, le parole di Lorena Fornasir, fondatrice
di Linea d’Ombra, mettono in evidenza in forma lampante la violazione dei
diritti fondamentali di queste persone, come il diritto alla salute (articolo 32
della Costituzione), da intendersi in relazione all’assistenza sanitaria, ma
ancor prima ad un ambiente salutare in cui vivere.
In assenza di adeguate misure di accoglienza, le persone sono costrette a
sopravvivere per mesi in condizioni degradanti, abbandonate tra gli edifici
dismessi del Porto Vecchio e gli spazi stradali, in una situazione di
sistematica esclusione che incide direttamente e gravemente sulla tutela della
salute e della dignità umana.
Ad essere negato dalle istituzioni diventa lo stesso diritto alla vita (Articolo
2 CEDU): in pochi mesi 4 ragazzi (in Friuli Venezia-Giulia e in Veneto) sono
morti a causa dell’abbandono istituzionale di cui sono stati vittime.
* Hishem Bilal Magoura, 32 anni, Algeria. Morto il 3 dicembre 2025 a Trieste in
porto vecchio.
* Shirzai Farhdullah, 25 anni, Afganistan. Morto il 29 Novembre 2025 a
Pordenone in un casolare abbandonato.
* Nabi Ahmad, 35 anni, Pakistan. Morto a Udine il 25 novembre 2025 in un
casolare abbandonato.
* Muhammad Baig, 38 anni, Pakistan. morto a Udine il 25 novembre 2025 in un
casolare abbandonato.
«Volevano solo vivere, invece sono morti, morti di abbandono.»
Lorena Fornasir – 16.12.2025, alla conferenza “Un sussulto di Dignità”
Lorena Fornasir non tarda a sottolineare che mentre la città spende migliaia di
euro per recintare la statua di Sissi in piazza, innaffiare ogni sera (anche
d’inverno) le aiuole e circa 1 milione e 300 mila euro per le decorazioni
natalizie, non interviene mai nella situazione di in-accoglienza, che risulta
quindi sempre più intenzionale.
«E’ costruita a tavolino, come strategia di deterrenza per cacciare queste
persone. […] Li trattano come piccioni che devono essere mandati via. […] Li
vuole cacciare, ma dove vanno?»
Lorena Fornasir, dalla conferenza stampa del 17.12.2025
Le uniche operazioni organizzate consistono nei continui sgomberi. Dalla
chiusura del Silos nel 2024 si sono susseguiti interventi simili, di minore
intensità, fino all’ultimo “maxi trasferimento” del 3 dicembre 2025.
Notizie
ENNESIMA OPERAZIONE DI SGOMBERO IN ALCUNI MAGAZZINI DEL PORTO VECCHIO DI TRIESTE
Le associazioni denunciano le logiche emergenziali, securitarie e dettate da
urgenze mediatiche
Redazione
4 Dicembre 2025
In quella giornata, l’ultimo sgombero a cui Trieste ha assistito, le forze di
polizia sono entrate a Porto Vecchio con l’obiettivo di chiudere due magazzini,
il 2 e il 2A. Molte persone sono state trasferite in altre regioni o portate in
Questura, ma decine sono rimaste escluse dalle operazioni. Le associazioni
umanitarie non erano state avvisate dello sgombero, indicando un apparente
intento di ostacolare il loro intervento. Questo episodio testimonia la
continuità di una gestione, o meglio di un’in-gestione, della situazione.
Dalla chiusura del Silos non si è registrata alcuna modifica nelle modalità di
intervento istituzionale. Con lo spostamento delle persone nei vari edifici del
Porto Vecchio, come osserva Gianfranco Schiavone paragonando la situazione al
sistema di accoglienza, si è verificato un passaggio:
«dal Silos al Silos diffuso».
Gianfranco Schiavone – 16.12.2025, alla conferenza “Un sussulto di Dignità”
Questo fenomeno mette in luce una disfunzionalità sistemica delle autorità, che
sembrano più interessate a spostare, trasferire, nascondere e rendere invisibili
le persone, piuttosto che tutelarne i diritti, evidenziando come:
«La gestione della crisi migratoria a Trieste segua logiche emergenziali,
securitarie e dettate da urgenze mediatiche. […] Il problema, creato
artificialmente dalle istituzioni, non viene quindi risolto e si ripresenterà
nei prossimi mesi, con una responsabilità politica sempre più pesante»
Dal sito di ICS 15
Per concludere, giungendo quasi all’assurdo, alcune persone, costrette
dall’inefficienza istituzionale a ricorrere a soluzioni alternative
all’accoglienza e a vivere in condizioni di sopravvivenza a Porto Vecchio, hanno
addirittura ricevuto – secondo alcune testimonianze – una denuncia per
occupazione:
«Ieri è arrivata la polizia a porto vecchio, hanno fatto un controllo, ci hanno
portato in questura e ci hanno dato questa denuncia per aver occupato un posto
[…] io sono costretto a dormire lì perché non mi danno l’accoglienza, se me
l’avessero data sarei stato da qualche altra parte».
Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze
(minuto 3:45)
Fotografia della denuncia per occupazione di suolo privato ai sensi dell’art.
633 c.p., consegnata durante uno sgombero avvenuto nel luglio 2025. La modalità
appare tuttora immutata e il ricorso a tali denunce risulta sempre più
frequente.
RIFLESSIONI CONCLUSIVE
La situazione attuale dell’accesso alla procedura di protezione internazionale a
Trieste non rappresenta una semplice disfunzione amministrativa, ma la
costruzione consapevole di un vuoto giuridico che produce, a cascata, la
sistematica violazione di diritti fondamentali: dal diritto d’asilo a quello
all’accoglienza, dalla tutela della salute fino al diritto alla vita.
Condizione, peraltro, emblematica di quanto avviene in numerose questure su
tutto il territorio italiano1, a dimostrazione che non si tratta di
un’emergenza, ma del risultato di scelte politiche e amministrative che negano i
diritti come deterrenza. Le persone che chiedono protezione sono relegate in un
limbo giuridico e costrette a vivere in condizioni in spazi inadeguati come l’ex
Porto Vecchio di Trieste.
Tali condizioni, secondo la giurisprudenza italiana ed europea, possono
configurare trattamenti inumani e degradanti in violazione dell’articolo 3
CEDU.Il diritto d’asilo non è una concessione discrezionale, né può essere
sospeso in nome dell’efficienza, della sicurezza o della gestione dei flussi: è
un obbligo giuridico preciso, che vincola lo Stato e i suoi apparati.
Finché questo obbligo continuerà a essere sistematicamente disatteso, Trieste
resterà il simbolo di una frontiera interna, dove il diritto viene sospeso e la
dignità umana lasciata deliberatamente ai margini.
Giurisprudenza italiana/Guida legislativa
RICHIEDENTI ASILO: CONDANNATA LA QUESTURA DI TORINO PER DISCRIMINAZIONE DIRETTA,
INDIVIDUALE E COLLETTIVA
ASGI: «Un'importante vittoria, la Questura dovrà anche strutturare un nuovo
modello organizzativo»
Redazione
12 Agosto 2025
Guida legislativa/Notizie
ASILO IMPOSSIBILE A MILANO. UNA CLASS ACTION CONTRO LA QUESTURA
«Ritardi sistematici nella domanda d’asilo violano i diritti fondamentali»
Redazione
23 Ottobre 2025
1. Consulta il rapporto ↩︎
2. Consorzio Italiano di Solidarietà-Ufficio Rifugiati Onlus: ICS – Consorzio
Italiano di Solidarietà – Ufficio Rifugiati Onlus ↩︎
3. Qui l’articolo ↩︎
4. Consulta il DL ↩︎
5. Questa disposizione traduce concretamente il diritto costituzionale d’asilo
in un obbligo giuridico procedurale per lo Stato che, per completezza,
discende anche da: convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei
rifugiati, ratificata dall’Italia con legge n. 722/1954, che impone agli
Stati di consentire l’accesso alla procedura di asilo; Direttiva 2013/32/UE
(direttiva “Procedure”), da cui deriva proprio il d.lgs. 25/2008; d.lgs.
142/2015, che disciplina l’accoglienza dei richiedenti asilo una volta
presentata la domanda ↩︎
6. Piazza della Libertà, situata di fronte alla stazione ferroviaria,
rappresenta un punto nevralgico della realtà migratoria triestina. Lo
spazio è animato durante tutto l’arco della giornata, soprattutto nelle
stagioni più miti, e si trasforma in luogo di aggregazione intorno alle ore
19.00, quando iniziano le distribuzioni – da parte delle associazioni – di
pasti rivolte sia alle persone di passaggio a Trieste sia a chi vive in
città al di fuori dei circuiti ufficiali di accoglienza ↩︎
7. Il 21 giugno 2024, a Trieste, il Silos – una struttura adiacente alla
stazione centrale che per anni aveva rappresentato un rifugio spontaneo per
le persone in esilio arrivate lungo la Rotta balcanica – è stato
sgomberato. A seguito dello sgombero, alcuni edifici adiacenti al Silos, i
magazzini abbandonati del Porto Vecchio, sono stati occupati, dando vita al
nuovo Khandwala – dal pashto “casa rotta” – che ospita diverse centinaia di
persone non inserite nei circuiti ufficiali di accoglienza. ↩︎
8. Centro diurno – ChaiKhana: chiamato così dalle persone in movimento –
letteralmente “sala da tè” in pashto -, è uno spazio aperto dalle 7.30 alle
19,00, dove è possibile bere un chai, ricaricare il telefono, fare le
docce, utilizzare il servizio di lavatrici e sostare in compagnia. Qui,
quotidianamente, è possibile incontrare le operatrici legali di ICS e di
Diaconia Valdese, mediatori culturali e personale sanitario, che forniscono
supporto nelle pratiche burocratiche e legali ↩︎
9. “Accesso negato”: alcune testimonianze ↩︎
10. “Accesso negato”: alcune testimonianze ↩︎
11. Art. 3 Dir. 2013/33/UE e art. 2 Cost. ↩︎
12. Art. 15 Cost., art. 8 CEDU, D.L. 145/2024 ↩︎
13. “Polizia lasciata sola a gestire tutto”: SIULP denuncia lo scaricabarile su
immigrazione a Trieste – Schiavone attacca la questura, i sindacati di
polizia: “Pensi ai finanziamenti pubblici che riceve” ↩︎
14. Spazio gestito da DONC e UNHCR, aperto nel febbraio 2024, non come
dormitorio ma come “sala di attesa solidale”. Servizio a bassa soglia e
accesso rapido, con l’obiettivo di creare un posto in cui le persone
potessero ripararsi nell’attesa della notte ↩︎
15. Sgombero in Porto Vecchio: almeno 40 persone escluse, nessun coinvolgimento
delle organizzazioni umanitarie (3 Dicembre 2025) ↩︎