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Diritto all’accoglienza anche se la richiesta è avanzata dopo 90 giorni dall’ingresso
Una importante ordinanza del Tar Veneto che ordina l’immediata collocazione in accoglienza del richiedente asilo che aveva richiesto l’ingresso nel sistema di accoglienza dopo 90 giorni dall’ingresso. In particolare, il Tribunale “Considerato che secondo quanto risulta dal provvedimento impugnato: – il ricorrente ha presentato la domanda di protezione internazionale oltre il termine di novanta giorni previsto dall’art. 1, comma 2 bis, d.lgs. n. 142/2015; – la Prefettura di Rovigo ha rigettato la domanda di concessione delle misure di accoglienza presentata il 18 luglio 2025 perché tardiva“, decide, tenuto conto: A) del prospettato obbligo di disapplicare la norma interna (art. 1, comma 2bis, d.lgs. n. 142/2015), per contrasto con la direttiva UE n. 33/2013, in quanto l’art. 20, par. 2, della direttiva stessa non ricollega al ritardo nella presentazione della domanda di protezione internazionale l’impossibilità di fruire delle misure di accoglienza, ma soltanto la facoltà dell’Amministrazione procedente di ridurre le misure stesse; B) della prospettata violazione del principio di proporzionalità che, ai sensi del par. 5 della direttiva UE n. 33/20, deve ispirare l’azione amministrativa; C) della dubbia non tempestività dell’istanza avuto riguardo al dies a quo del termine per la presentazione della domanda di protezione internazionale. Su quest’ultimo punto segnalo che la Prefettura sostiene che si conterebbe come primo ingresso anche il mero transito anni prima dello straniero che abbia attraversato l’Italia per poi andare in altri Paesi salvo poi fare reingresso in Italia e fare domanda di asilo. T.A.R. per il Veneto, ordinanza n. 21 del 15 gennaio 2026 Si ringrazia l’Avv. Giovanni Barbariol per la segnalazione e il commento.
Nella Bolzano del turismo centinaia di persone lasciate al gelo
L’Alto Adige e in particolare il suo capoluogo Bolzano non possono essere raccontati come un territorio “impreparato” alle migrazioni. Da almeno un decennio, a partire dal 2016, la provincia autonoma, e tra le più ricche d’Europa, è un crocevia strutturale delle rotte migratorie europee: da sud arrivano persone che hanno attraversato il Mediterraneo, spesso con l’obiettivo di raggiungere altri Paesi dell’Unione; da nord tornano invece coloro che vengono respinti o “dublinati” da Germania e Austria, oppure persone in transito lungo l’asse che collega la rotta balcanica al corridoio alpino del Brennero. Il Brennero, oggi trasformato in una posticcia cartolina alpina con un centro commerciale e qualche manciata di abitanti, è uno dei principali corridoi commerciali d’Europa, attraversato ogni anno da oltre 2 milioni di camion. Le merci circolano senza ostacoli, mentre i corpi delle persone migranti continuano a essere fermati, selezionati e respinti. Il confine non è scomparso: si è riconfigurato come dispositivo politico, aperto per il capitale e impermeabile per le persone. Che si tratti dell’esercizio del diritto di scegliere il proprio percorso di mobilità o dell’esasperazione prodotta da ripetuti respingimenti, da anni decine e decine di persone si fermano stabilmente sul territorio provinciale. La loro presenza non è un’anomalia né un’improvvisa emergenza. A cambiare, in Alto Adige, è il livello di violenza delle politiche pubbliche attuate per “governare” il fenomeno migratorio: politiche che in questi anni hanno messo in campo strategie con l’obiettivo da una parte di respingere e rendere invisibili le persone, dall’altra di sfruttarle come mano d’opera e, quando non più utili al mercato del lavoro stagionale, di abbandonarle. Le amministrazioni comunali e provinciali, con continuità, hanno compiuto delle scelte politiche precise: non investire in servizi strutturali di accoglienza e abitare l’emergenza come forma ordinaria di governo. Un modello fondato sulla precarietà programmata e sulla deterrenza, che ha già prodotto conseguenze drammatiche, in un territorio che avrebbe tutte le risorse per evitarle. Tra morti di confine e di assideramento si contano quindici vittime accertate dal 2016. Emblematico, in questo senso, il regolamento provinciale prodotto dalla giunta SVP 1 e PD  – la cosiddetta “Circolare Critelli” dell’ottobre 2016 – da cui è iniziato tutto. Notizie/A proposito di Accoglienza BOLZANO, UNA CIRCOLARE DELLA PROVINCIA BUTTA IN STRADA I RICHIEDENTI ASILO ANCHE VULNERABILI Antenne Migranti 3 Ottobre 2016 Bolzano, principale polo economico della provincia, concentra queste contraddizioni. È qui che si trovano le pochissime strutture a bassa soglia per le persone senza dimora: mense, servizi igienici largamente insufficienti, dormitori temporanei per persone senza tetto con una capienza di 70 posti letto 2. Ed è qui che la condizione di marginalità colpisce in modo crescente persone con background migratorio. Una realtà strutturale, nota da anni alle istituzioni locali, che continua tuttavia a essere raccontata come un’emergenza contingente. Con l’insediamento della nuova giunta comunale di destra avvenuto a giugno 2025, questa impostazione è stata ulteriormente irrigidita. I primi mesi della nuova amministrazione guidata da Fratelli d’Italia sono stati caratterizzati dal rafforzamento di un approccio securitario e repressivo: riduzione dei posti disponibili nei dormitori  di oltre la metà, nessun ampliamento delle strutture nemmeno durante l’inverno, sgomberi sistematici degli insediamenti informali, “architettura ostile” per i senza tetto, narrazione costante della povertà come problema di ordine pubblico. L’emergenza freddo, invece di diventare un banco di prova per politiche di tutela e prevenzione, è stata gestita come una questione residuale. Uno dei tanti sgomberi di insediamenti informali e un esempio di architettura ostile sotto i piloni autostradali, a ridosso del centro città. Al di là di pochissime esperienze dignitose – come il progetto della Caserma Schenoni a Bressanone – rapidamente chiuse per il timore di presunti “effetti attrattivi”, l’accoglienza in Alto Adige si riduce oggi a grandi capannoni temporanei. Spazi disumanizzanti, dove si dorme su brandine della Protezione civile e si è sottoposti a un sistema di turnazione che non garantisce continuità: un mese un posto al caldo, quello successivo il ritorno in strada. Un sistema volutamente instabile, che produce insicurezza e conflitti tra persone già impoverite. A Bolzano, queste strutture sono collocate quasi esclusivamente nella zona industriale a sud lontano dagli sguardi, dai percorsi turistici e dal racconto ufficiale della città. La povertà viene nascosta, mentre il centro storico viene progressivamente trasformato in vetrina: svenduto al turismo di massa, alla speculazione immobiliare, ai grandi investitori che stanno ridisegnando Bolzano come uno spazio esclusivo, espellendo chi non è funzionale a questo modello economico. L’Alto Adige ha un bisogno strutturale di manodopera a basso costo: alberghi, ristorazione e agricoltura intensiva si reggono sul lavoro di persone migranti. Mentre molti giovani autoctoni abbandonano il territorio a causa del carovita e dell’impossibilità di trovare casa, centinaia di lavoratori e lavoratrici migranti vengono impiegati in lavori stagionali, sottopagati e privi di tutele, senza alcuna politica abitativa. Per loro, l’alloggio resta una tenda sotto un ponte, un cartone lungo un fiume o, nel migliore dei casi, una brandina in un capannone. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Bozen Solidale (@bozen_solidale) Nella prima settimana del 2026, solo nella città di Bolzano, oltre cento persone sono state costrette a dormire all’addiaccio, con temperature notturne prossime ai dieci gradi sotto lo zero. Un primo bilancio dell’emergenza freddo, con il centro destra ad amministrare la città, che non può essere liquidato come eccezione o inesperienza, ma che rappresenta il peggio di quanto visto finora. Mentre si spengono le luci di un mercatino di Natale sempre più estraneo alla realtà sociale della città, le istituzioni accettano consapevolmente il rischio che qualcuno possa morire di freddo. Non semplice incuria o disattenzione, ma violenza istituzionale che considera alcune vite tranquillamente sacrificabili in nome del decoro, del turismo e del profitto. 1. Südtiroler Volkspartei, ossia il Partito Popolare Sudtirolese, governa la Provincia ininterrottamente dal dopoguerra, ed è perno delle ultime coalizioni di giunta. Al momento, questa è formata con Fratelli d’Italia e Forza Italia ↩︎ 2. I posti ufficiali sono i seguenti: 838 posti per richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale in varie strutture nel territorio provinciale – di cui 200 circa i posti in alberghi per famiglie, che stanno subendo una riduzione ↩︎
Richiedenti asilo senza riscaldamento nel CAS di Vaccamozzi
Sessanta richiedenti asilo e un operatore sono senza riscaldamento dal 24 dicembre nel Centro di accoglienza straordinaria (CAS) di Vaccamozzi nel comune di Erbezzo, in provincia di Verona, a oltre 1.100 metri di altitudine. A denunciarlo è l’Osservatorio Migranti Verona, che il 4 gennaio ha inviato una lettera al prefetto di Verona segnalando una situazione definita «di estrema gravità» che nel momento in cui scriviamo non si è ancora risolta. Secondo quanto riportato, nelle settimane di Natale e Capodanno le temperature nella zona hanno raggiunto «punte minime di meno 5,3 gradi con previsioni di meno 6 gradi nella notte tra il 4 e il 5 gennaio». In queste condizioni, scrive l’Osservatorio, «il riscaldamento è una cosa seria, molto seria». La causa del disservizio sarebbe la mancanza di gasolio necessario al funzionamento dell’impianto. Una responsabilità che, secondo l’Osservatorio, ricade direttamente sulla Prefettura: «La fornitura del gasolio nel Cas demaniale di Erbezzo è competenza con costo a carico della Prefettura». Da qui la richiesta urgente: «Chiediamo immediatamente di rifornire di gasolio il Cas di Vaccamozzi e, nell’impossibilità, di trasferire immediatamente gli ospiti in centri di accoglienza degni di questo nome». La lettera non si limita solo a chiedere un intervento immediato, ma solleva interrogativi sulle responsabilità e sulle eventuali negligenze: «La Prefettura, i funzionari incaricati non ne erano a conoscenza? E dopo che lo hanno saputo perché non si sono attivati in modo urgente e indifferibile, prima di andare in ferie?». Secondo informazioni raccolte informalmente, la necessità di un nuovo rifornimento di gasolio sarebbe stata segnalata già a novembre. Il “CAS di Vaccamozzi” è situato in una ex base militare nel comune montano di Erbezzo, nel Parco Naturale Regionale della Lessinia. E’ definito il CAS più isolato del Veneto e, fin dalla sua apertura, l’Osservatorio Migranti Verona ha denunciato la gestione problematica, evidenziando l’isolamento della struttura tanto da chiederne la chiusura e il trasferimento di tutte le persone accolte. Una situazione che, secondo l’Osservatorio, non sarebbe un caso isolato. «Era già successo negli anni scorsi – e anche nell’ultimo recente autunno – che i riscaldamenti nel Cas di Vaccamozzi venissero accesi oltre un mese dopo quelli degli abitanti di Erbezzo», sempre per mancanza di gasolio. Una responsabilità che viene attribuita nuovamente alla Prefettura. Nel documento vengono richiamate anche le regole europee sulle condizioni di accoglienza: già nel 2016 le linee guida EASO (oggi EUAA) prevedevano che «in tutti gli spazi della struttura è disponibile un sistema di regolazione della temperatura adeguato», stabilito in base alle condizioni climatiche locali. L’Osservatorio denuncia da anni «l’inadeguatezza del Cas di Vaccamozzi», una struttura isolata che oggi ospita il doppio delle persone rispetto al passato. «Ora la Prefettura da tempo ne ha collocate il doppio in condizione logistica isolata ed inaccettabile». Particolarmente critica anche la gestione quotidiana del centro. Secondo quanto riportato, «a gestire la struttura c’è in presenza 24 ore su 24 un unico operatore della cooperativa Stella di Varese, un ex ospite, senza alcuna formazione professionale». Un contesto in cui il «clima relazionale è estremamente problematico» e in cui chi segnala problemi «si vede spesso minacciato di ritorsioni». La segnalazione del freddo sarebbe arrivata all’esterno solo la sera del 2 gennaio. Nel frattempo, racconta l’Osservatorio, agli ospiti veniva promesso che il problema sarebbe stato risolto di giorno in giorno. Dopo una telefonata ai funzionari, riferisce ancora la lettera, «come primo effetto c’è stata l’immediata attivazione dell’operatore della cooperativa che si è messo alla ricerca dell’ospite informatore». L’Osservatorio arriva a ipotizzare una discriminazione: «Abbiamo il sospetto che quanto è successo rappresenti un atto discriminatorio, possibile solo perché chi è ospitato a Vaccamozzi non è considerato una persona». Le persone accolte, si legge, hanno «profili giuridici fragili e quindi facilmente ricattabili», motivo per cui «l’accoglienza dovrebbe essere rigorosamente più rispettosa». Per questo la segnalazione è stata inviata anche al Garante regionale dei diritti della persona e al sindaco di Erbezzo, ricordando che «persone costrette al freddo certo non sono in condizioni sanitarie adeguate».
La Questura di Trieste ostacola l’accesso alla procedura d’asilo
GIULIA STELLA INGALLINA E ARIANNA LOCATELLI Le associazioni del territorio pubblicano un report che denuncia le prassi illecite, i diritti negati e il sistematico abbandono delle persone in movimento. La conferenza stampa: in rilievo il diritto d’asilo Mercoledì 17 dicembre 2025 a Trieste, al Circolo della Stampa, è stato presentato il rapporto “Accesso negato. Rapporto sugli ostacoli nell’accesso alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale e alle misure di accoglienza a Trieste” 1, frutto di un lavoro di ricerca e monitoraggio durato diversi mesi, condotto congiuntamente dalle associazioni ICS, IRC, Diaconia Valdese, Linea d’Ombra, No Name Kitchen, Goap, Fondazione Luchetta e Cdcp. Il documento denuncia le persistenti difficoltà di accesso alla Questura di Trieste e mette in luce un insieme di prassi illegittime e tecniche di deterrenza adottate in modo sistematico nel corso del 2025. Tali pratiche risultano funzionali nell’allontanare i richiedenti asilo e a ostacolare l’accesso alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale, in aperta elusione del diritto nazionale ed europeo. Alla conferenza stampa sono intervenuti Gianfranco Schiavone (ICS), Alessandro Papes (IRC), Marta Pacor (Diaconia Valdese), Arianna Locatelli (No Name Kitchen), Lorena Fornasir (Linea d’Ombra) Gianfranco Schiavone, presidente di ICS 2, ha aperto la conferenza stampa richiamando le fonti del diritto, chiarendo fin da subito l’illegittimità delle prassi adottate per negare l’accesso alla procedura di protezione internazionale. «La normativa è di una lampante semplicità; non c’è nessuna ipotesi per cui la domanda d’asilo possa non essere accolta.» In queste poche parole è implicito il rimando a quelli che dovrebbero essere gli obblighi giuridici: l’art. 10, comma 3, della Costituzione 3 sancisce il diritto d’asilo, mentre l’obbligo per lo Stato di accogliere e registrare le domande di asilo è chiaramente illustrato nella normativa ordinaria, al Decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25 4 (attuazione della direttiva UE sulle procedure di asilo). All’articolo 6 “Presentazione della domanda”, la norma stabilisce che: * ogni cittadino straniero ha diritto di presentare domanda di protezione internazionale, * le autorità competenti hanno l’obbligo di riceverla e registrarla, anche quando la domanda è presentata alla frontiera o sul territorio, * la registrazione deve avvenire senza ritardo 5 In conferenza stampa, al richiamo dei principi giuridici fa immediatamente seguito la denuncia delle prassi con cui le Questure di Trieste e Gorizia disattendono gli obblighi previsti dalla legge. «Negli ultimi mesi abbiamo assistito all’aumento delle prassi illegittime con l’obiettivo di non registrare le domande. Le persone si accumulano così nell’attesa in strada; la maggior parte hanno manifestato la volontà di chiedere asilo, ma la loro richiesta non è stata accolta.» Gianfranco Schiavone, dalla conferenza stampa del 17.12.2025 UNA SGUARDO AL REPORT: L’“ACCESSO NEGATO” E LE STRATEGIE CON CUI VIENE OSTACOLATO IL DIRITTO D’ASILO L’elaborato nasce da un anno di monitoraggio congiunto da parte delle associazioni che lavorano quotidianamente sul territorio in supporto alle persone in movimento e ai richiedenti asilo. Nel corso del 2025 sono state raccolte centinaia di testimonianze che hanno coinvolto oltre 1.400 persone tramite una presenza costante e attiva negli spazi fulcro della vicenda: la questura di Trieste, la piazza della Libertà 6, gli edifici dismessi del porto vecchio 7 e il Centro Diurno 8. Le osservazioni condotte davanti alla questura, fin dalle prime ore del mattino, hanno mostrato come decine di persone si mettano quotidianamente in fila nella speranza di essere selezionate per formalizzare la richiesta di protezione internazionale. Ogni giorno tra le 70 e le 140 persone attendono all’esterno dell’Ufficio Immigrazione; negli ultimi mesi, tuttavia, solo 10–15 di esse vengono selezionate per accedere agli uffici e, spesso, solo circa la metà riesce effettivamente a formalizzare la domanda. Tale selezione avviene in maniera del tutto casuale e arbitraria: vengono chiamate alcune nazionalità, alle quali le persone in attesa devono rispondere per alzata di mano. In un secondo momento viene selezionato un numero limitato di persone, generalmente una dozzina, mentre tutte le altre, dopo ore di attesa, vengono immediatamente allontanate senza ricevere alcuna informazione. Queste ultime sono quindi costrette a ripresentarsi nei giorni successivi, con un’elevata probabilità di trovarsi nella medesima situazione. Le discriminazioni sistematiche vengono perpetrate sia a livello individuale sia collettivo, basandosi, ad esempio, sulla nazionalità. Emblematico è il caso dei cittadini nepalesi, che risultano essere costantemente respinti reiteratamente, senza che venga fornita alcuna spiegazione di natura logica o legale. «Io sono del Nepal, da un mese sono in Italia, vado ogni giorno ma non vengo selezionato mai. Andiamo tutti i giorni davanti alla questura però in genere noi nepalesi veniamo discriminati». Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze 9 (minuto 5:40). Anche i tempi medi di registrazione risultano allarmanti per la loro imprevedibilità: attualmente la formalizzazione della richiesta di protezione internazionale avviene, in media, circa tre settimane dopo il primo tentativo, con picchi che arrivano fino a 60 giorni. Il modello di selezione non trasparente genera insicurezza e incertezza tra le persone interessate, ledendo un loro diritto fondamentale in assenza di qualsiasi garanzia. È inoltre necessario ricordare che, prima della formalizzazione della domanda di protezione internazionale, le persone si trovano in una condizione di totale invisibilità giuridica, nella quale non hanno accesso ad alcuna forma di tutela. L’arbitrarietà di tale situazione produce inoltre un’ulteriore grave conseguenza: le operatrici e gli operatori attivi quotidianamente sul campo si trovano nell’impossibilità di fornire risposte chiare alle persone interessate, con il conseguente progressivo indebolimento della fiducia non solo nei servizi, ma anche nei loro confronti. LE PRASSI ATTUATE DALLA QUESTURA DI TRIESTE E LA LORO ILLEGITTIMITÀ, ALLA LUCE DEL REPORT La raccolta di testimonianze e i monitoraggi hanno evidenziato una serie di azioni informali messe in atto quotidianamente dal personale in servizio presso la Questura; prassi illegittime che non seguono alcuna normativa ma che mostrano la volontà di allontanare le persone attraverso una serie di strategie politiche di deterrenza. * Richiesta di documenti: Nonostante la legge sia, ancora una volta, estremamente chiara: “la volontà di chiedere asilo può essere espressa oralmente e indipendentemente dalla disponibilità di documenti di identità” (art. 6 D.Lgs. 25/2008 e art. 8 Direttiva 2013/32/UE) Le persone in fila davanti alla questura di Trieste vengono selezionate sulla base del possesso di un passaporto originale. Chi non è in possesso di un documento viene invitato a denunciare lo smarrimento dello stesso presso altri uffici di Polizia e costretto ad allontanarsi. I documenti non costituiscono però in alcun caso un requisito per l’avvio della procedura, poiché il legislatore, evidentemente più lungimirante dell’odierno personale amministrativo, ha pienamente considerato come i viaggi affrontati comportino spesso lo smarrimento, il sequestro o altre circostanze che lasciano la persona priva di documenti. «Mi hanno chiesto dove sia il mio passaporto, io l’ho perso durante il viaggio; mi hanno detto di uscire fuori e fare la denuncia di smarrimento. […] Sono andato alla polizia però […] mi hanno detto che non si può fare la denuncia di smarrimento qua perché l’hai perso in un altro paese». Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze 10 (minuto 2:18). * Mancato riconoscimento delle segnalazioni via PEC: Viste le difficoltà di accesso alla questura, molte persone, dopo aver fallito nel tentativo di manifestare la volontà di fare richiesta d’asilo davanti alle autorità, si rivolgono alle associazioni del territorio, in particolare allo sportello legale di ICS e di Diaconia Valdese aperto tutte le mattine al Centro Diurno. Sulla base dei principi di collaborazione tra autorità e organismi di tutela 11, le operatrici legali hanno la facoltà e l’onere di inviare via PEC, a nome dell’interessato, le segnalazioni relative alle volontà di richiedere la protezione internazionale. Anche questi interventi vengono però ignorati da parte della questura di Trieste, le segnalazioni non vengono prese in considerazione eludendo nuovamente gli obblighi di registrazione imposti dal diritto. * Controlli informali dei cellulari: «Sono da un mese in Italia vado ogni giorno a fare richiesta di asilo […] il problema è che il telefono era spaccato dalla polizia serba e rotto, e quindi mi hanno detto di riparare il telefono e venire qua. Senza riparare il telefono non mi faranno la domanda d’asilo». Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze (minuto 1:10) Diverse persone hanno riferito di essere state sottoposte, all’ingresso della Questura, al controllo del proprio telefono cellulare, con l’obiettivo apparente di raccogliere informazioni da utilizzare contro il loro diritto di richiedere asilo. Alcuni testimoni hanno segnalato l’uso di dispositivi in grado di scaricare la cronologia di tutte le applicazioni, google maps, app di trasporti pubblici oltre che fotografie. Le persone vengono poi respinte bruscamente, con l’indicazione di presentare la domanda di asilo in altre città in cui sarebbero transitate; tale rifiuto di presa in carico dovrebbe essere comunicato con atto scritto e motivato, e invece viene trasmesso informalmente a voce. Inoltre, le modalità informali di controllo non rispettano le garanzie previste dalla legge 12: la persona ha diritto ad essere presente e di poter fruire della traduzione di un mediatore, l’operazione deve essere verbalizzata indicando finalità, criteri, dati controllati ed esito, e il verbale deve essere inviato al giudice di pace entro 48 ore per la convalida, che deve avvenire con provvedimento motivato nelle successive 48 ore. Alla persona devono essere consegnati verbale e provvedimento; in caso di mancata o parziale convalida, i dati acquisiti sono inutilizzabili e devono essere cancellati. * Raccolta e conservazione informale di fotografie: Diverse persone hanno riferito che, mentre si trovano in fila all’ingresso della Questura, vengono fotografate dal personale presente (ufficiali di Polizia e mediatori culturali). «La seconda volta mi hanno fatto entrare, hanno controllato il loro telefono, mi hanno mostrato la foto mia dicendomi sei questo ero io, gli ho detto “si sono io” e mi hanno detto vai via». Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze (minuto 3:00). Tali immagini sembrerebbero essere raccolte e conservate in un “archivio” impiegato, con finalità illecite, per selezionare o escludere determinate persone. Privato di fondamento giuridico e privo di criteri espliciti, questo procedimento solleva gravi criticità in termini di protezione dei dati personali, trasparenza e non discriminazione, incidendo direttamente sulle garanzie di accesso alla protezione internazionale. * Assenza di tutela per le persone in condizioni di vulnerabilità: L’accesso in Questura risulta estremamente complesso anche per le persone in condizioni di salute visibilmente critiche, che per legge dovrebbero essere considerate “vulnerabili”: queste vengono spesso costrette a lunghe attese o addirittura allontanate, in violazione degli obblighi di protezione e assistenza previsti dalla normativa vigente e in aperta contraddizione con le indicazioni del Ministero dell’Interno – Dipartimento della Pubblica Sicurezza – riportate nel Vademecum per la rilevazione, il referral e la presa in carico delle persone portatrici di vulnerabilità in arrivo sul territorio e inserite nel sistema di protezione e di accoglienza. Tra le pratiche più preoccupanti vi sono le modalità con cui vengono allontanati in maniera assolutamente arbitraria i dichiaranti di minore età. Ai ragazzi viene chiesto di dimostrare la propria età tramite il passaporto o altri documenti d’identità originali (come certificati di nascita); quando vengono presentate fotocopie o fotografie di tali atti, queste sono spesso ritenute false o non attendibili. In assenza di prove considerate valide, invece di seguire la procedura prevista dalla legge, si ricorre frequentemente a un semplice “esame visivo”, che nella maggior parte dei casi si conclude con il rifiuto dell’accesso all’assistenza. «Non è su base discrezionale […] esistono delle norme, e le norme vanno seguite; anche quando non piacciono». Gianfranco Schiavone, dalla conferenza stampa del 17.12.2025 Anche in questo caso però le previsioni normative sono specifiche ed estremamente chiare. La Legge 7 aprile 2017 n. 47, cosiddetta Legge Zampa, definisce le modalità con cui l’identità di un MSNA deve essere accertata dalle autorità di pubblica sicurezza, coadiuvate da mediatori culturali, alla presenza del tutore e comunque solo in seguito a un’immediata assistenza fornita al minore. In casi di dubbia identità, è oltremodo disciplinata la procedura relativa all’accertamento socio-sanitario dell’età svolto da professionisti, e con la presenza di un mediatore culturale. Qualora i risultati siano ambigui, si presume la minore età ad ogni effetto di legge (art. 19-bis, comma 8, d.lgs. 142/2015). * Mancata attivazione del Regolamento Dublino III: «Mi hanno fatto entrare una volta, dopo aver controllato nel sistema mi hanno detto “Hai le impronte in Francia, devi tornare in Francia.» Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze (minuto 4:38) Durante i primi colloqui alle porte della Questura emerge frequentemente che le persone hanno attraversato altri Paesi europei; tale informazione viene immediatamente utilizzata come ulteriore motivo per negare l’accesso alla protezione internazionale. In questi casi, invece di attivare la procedura prevista dal Regolamento Dublino III (UE) n. 604/2013 – secondo cui l’Italia dovrebbe comunque accogliere la richiesta di protezione internazionale e, solo successivamente, comunicare con il Paese di primo ingresso per un eventuale trasferimento di competenza – la persona viene invitata informalmente e oralmente a recarsi nel presunto Paese. Se confermata, questa prassi costituirebbe una violazione del diritto dell’Unione europea, compromettendo le garanzie riconosciute al richiedente asilo. * Emissione di provvedimenti di espulsione: La situazione diventa particolarmente allarmante se si considera che, oltre all’impossibilità di accedere alla Questura, si genera anche un clima di paura: proprio mentre le persone tentano di esercitare un diritto fondamentale, rischiano di essere soggette all’obbligo di allontanarsi dal territorio. Alcuni cittadini stranieri riferiscono di essere usciti dalla Questura con la notifica di un provvedimento di espulsione dopo essersi presentati spontaneamente per richiedere protezione internazionale. Tale modalità annulla il diritto d’asilo e le garanzie ad esso connesse, come ricordato dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 32070 del 20 novembre 2023, secondo cui deve essere considerato richiedente asilo chiunque manifesti anche semplicemente la volontà di farlo. Inoltre, ai sensi dell’articolo 7 del d.lgs. 25/2008, lo status di richiedente asilo attribuisce il diritto a rimanere nel territorio nazionale fino alla conclusione della procedura. Pertanto, una persona che si presenti in Questura per richiedere protezione internazionale deve essere considerata richiedente asilo e non può essere espulsa per tutta la durata della procedura. Prima di formulare pareri di manifesta infondatezza, espressi discrezionalmente e talvolta sulla base di profilazioni razziali o supposizioni legate a caratteristiche somatiche e presunti Paesi di provenienza sicuri, la richiesta deve essere presa in carico e valutata adeguatamente secondo quanto previsto dalla normativa europea e nazionale. «Quando sono andato in questura di Trieste a fare domanda d’asilo gli ho mostrato il mio visto scaduto e anche il passaporto e loro non mi hanno dato la domanda di asilo però mi hanno dato l’espulsione dall’Italia. […] Sono arrivato qua ho chiesto aiuto a delle associazioni, abbiamo trovato un avvocato, abbiamo fatto ricorso il tribunale ha dato ragione a me poi al seguito hanno preso la mia domanda di asilo in carico». Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze (minuto 5:40) DA TRIESTE A GORIZIA: FUORI DALLA PROCEDURA D’ASILO O DALL’ACCOGLIENZA Con il tempo, tra gli aspiranti richiedenti asilo presenti e in arrivo sul territorio, si è diffusa la consapevolezza delle difficoltà nell’accesso alla Questura di Trieste. Negli ultimi mesi, questo fenomeno si è intensificato, intrecciando le risposte spontanee messe in atto dalle persone di fronte all’inefficienza degli uffici pubblici con le conseguenze a catena che ne derivano: nuovi vuoti istituzionali, soluzioni alternative improvvisate e continui diritti negati. «Se viene sistematizzato il respingimento a Trieste, di conseguenza le persone si spostano». Marta Pacor, durante l’incontro in questura del 18.12.2025 Durante la conferenza, l’operatrice legale di Diaconia Valdese, Marta Pacor, ha descritto la prassi che porta allo spostamento dei richiedenti asilo dalla Questura di Trieste a quella di Gorizia. In un primo momento, questo spostamento consentiva una maggiore probabilità di vedere accolta la domanda d’asilo e di essere formalmente riconosciuti come richiedenti. Tuttavia, tale riconoscimento, anche a Gorizia, è stato svuotato delle garanzie a esso connesse, a partire dal diritto all’accoglienza. La Direttiva Accoglienza dell’Unione Europea (2013/33/UE) stabilisce norme minime per l’accoglienza, imponendo agli Stati di garantire condizioni di vita dignitose fin dalla presentazione della domanda e per tutta la durata della procedura. Recepita nell’ordinamento italiano dal d.lgs. 142/2015, tale normativa impone allo Stato l’obbligo di assicurare l’accoglienza ai richiedenti asilo. Nonostante ciò, Gorizia non riesce a garantire la presa in carico sociale e, a causa della grave mancanza di coordinamento tra Questura e Prefettura, non vengono individuate soluzioni alternative di accoglienza. Questa situazione rende necessario un ulteriore spostamento verso Trieste, dove, pur essendo disponibili posti presso strutture come Casa Malala e Campo Sacro, le persone non possono accedere al sistema di accoglienza essendo la loro domanda di protezione internazionale formalizzata presso la Questura di Gorizia e quindi la competenza per l’inserimento in accoglienza resta in capo alla Prefettura di Gorizia. L’unica alternativa disponibile sono edifici abbandonati al Porto Vecchio di Trieste, dove, come osserva Gianfranco Schiavone, le persone si accumulano a causa della progressiva inefficienza istituzionale. «A Gorizia non avendo nessuno servizio io sono costretto a dormire qua a Trieste in porto vecchio e non è una condizione umana perchè dormo fuori. […] Devo andare ogni giorno a chiedere l’accoglienza, prendo il treno, vado là [a Gorizia] e torno vado là e torno ma non c’è nessuna risposta» Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze (minuto 0:45) Nei mesi più recenti, anche chi attende la formalizzazione della domanda presso la Questura di Gorizia ha segnalato prassi informali ormai ricorrenti. Pur risultando relativamente veloce il primo accesso, i tempi per la formalizzazione tramite modulo C3 si dilatano a causa di appuntamenti continuamente rimandati. La Questura rilascia al primo accesso un appuntamento per la formalizzazione, che al momento della presentazione della persona viene spesso cancellato manualmente e rinviato a una data successiva. Numerose testimonianze riportano che sul medesimo foglio di convocazione risultino annotati anche più di cinque rinvii consecutivi, con date cancellate e riscritte a penna, determinando un prolungamento dell’attesa e collocando le persone in un limbo apparentemente senza fine: «Quello che mi sento dire da dieci mesi è sempre “ritorna…”» Testimonianza di un ragazzo incontrato a porto vecchio. LA RISPOSTA DELLA QUESTURA E DEI SINDACATI DI POLIZIA Il giorno successivo alla conferenza stampa e alla presentazione pubblica del report, si è svolto un incontro tra le associazioni coinvolte e la Questura di Trieste, con la partecipazione della questora dott.ssa Fredella e del dirigente dell’Ufficio Immigrazione, dott. Montina. Già in conferenza stampa era stata dichiarata la volontà di un confronto sui fatti, dei quali la Questura era ovviamente già a conoscenza, considerando che durante l’anno le operatrici legali di ICS avevano inviato circa 34 segnalazioni collettive e diverse PEC individuali. Durante l’incontro, il report è stato nuovamente presentato, evidenziando le difficoltà di accesso al diritto d’asilo. Si è instaurato un apparente dialogo, ma la Questura ha costantemente dirottato la discussione sulle difficoltà organizzative e sui tentativi di strutturare il procedimento di accesso agli uffici, menzionando un progetto avanzato, non ancora condiviso, volto a creare un sistema di “prenotazione facile” simile a quello sperimentato a Milano. Pur essendo rilevante l’aspetto organizzativo della prenotazione, le principali criticità segnalate dalle testimonianze riguardano non tanto l’accesso agli uffici, quanto ciò che avviene successivamente: numerosi soggetti vengono fatti allontanare con modalità illegittime senza poter formalizzare la domanda di protezione internazionale. Le associazioni hanno cercato di riportare il dibattito sul nucleo centrale della problematica, ossia l’impedimento strutturale alla registrazione della domanda, determinato dall’adozione di prassi operative irregolari. Su questo punto il dialogo si è fatto più difficile. La questura ha tentato di giustificare alcune pratiche con argomentazioni vaghe, facendo riferimento alla necessità di possedere “determinate caratteristiche” o di presentarsi con “determinati documenti”; e così la richiesta illegittima di poter fare accesso solo con un documento rispecchierebbe “solo la volontà di avere un lavoro più rapido e semplice”, mentre non sarebbe vero che i minori vengono valutati grossolanamente e visivamente e nemmeno che le persone vengono reindirizzate verso altre questure. L’accusa sulla credibilità delle testimonianze delle persone in movimento però risulta poco efficace quando al tavolo di confronto sono presenti operatori e operatrici che hanno assistito alla messa in atto di queste pratiche illecite in prima persona durante i diversi accompagnamenti. Anche i numeri risultano chiarificatori: secondo il dott. Montina, nel 2025 sono stati registrati circa 1.080 C3 (e 1.500 richieste del 2024), un numero estremamente basso rispetto alle oltre tremila persone che hanno manifestato la volontà di chiedere asilo alle associazioni. L’incontro si è concluso con l’augurio della questora di lavorare insieme con spirito costruttivo per “risolvere il problema” e portare avanti processi di organizzazione. Le associazioni hanno mantenuto un’apertura al dialogo, sottolineando tuttavia come queste prassi illegittime minino il “livello reputazionale e giuridico” dell’ente, richiedendo un impegno concreto per farle cessare. In seguito alla conferenza, non si è fatta attendere anche la replica dei due sindacati di polizia, SAP e SIULP 13. La risposta ha assunto la forma di un rimpallo di responsabilità, con accuse rivolte alle associazioni autrici del report, in particolare ICS e Gianfranco Schiavone, caratterizzate da toni risentiti e da una totale mancanza di analisi della situazione. Francesco Marino, segretario provinciale del SIULP, ha paragonato le critiche alle forze di polizia a quelle rivolte al personale medico-sanitario durante la pandemia di Covid-19. Accuse sono state mosse anche alla gestione dell’accoglienza diffusa, sistema promosso da anni da ICS in città. Tali critiche non hanno lasciato spazio a un confronto sulle reali difficoltà di accesso alla Questura, dimostrando come il report sia stato letto superficialmente e rivelando la mancata volontà di intervenire per migliorare una situazione seriamente problematica, come attestano le centinaia di testimonianze raccolte nel corso del 2025. Ciò che emerge è una diffusa mancanza di volontà, da parte delle istituzioni e delle forze di polizia, di analizzare in maniera strutturale le criticità legate all’accesso alla Questura e al sistema di accoglienza a Trieste. Il problema viene frequentemente minimizzato, mentre le associazioni vengono accusate di avanzare critiche aprioristiche nei confronti della Questura, senza riconoscere che la questione non può essere affrontata con interventi di natura emergenziale. Tali misure, infatti, finiscono spesso per aumentare la precarietà delle persone coinvolte o, nella migliore delle ipotesi, tamponano temporaneamente la situazione, placando le tensioni per pochi giorni prima che le persone siano nuovamente costrette ad affrontare l’inverno triestino in condizioni di estrema vulnerabilità. L’IMPATTO CONCRETO DI QUESTE PRASSI SULLE PERSONE IN MOVIMENTO Uno degli edifici di Porto Vecchio Come già sottolineato, il periodo precedente alla formalizzazione della domanda di protezione internazionale rappresenta un vero e proprio limbo di totale invisibilità e, di conseguenza, di sistematica violazione dei diritti umani. A Trieste, le persone si trovano costrette a ricorrere a soluzioni emergenziali, in attesa di regolarizzarsi sul territorio e di poter accedere al sistema di accoglienza, con ritardi ingiustificati imputabili alle istituzioni. Nel frattempo, sperano di ottenere uno dei pochi posti disponibili nei dormitori attivati per l’“emergenza freddo”o, in alternativa, trascorrono le notti sulle sedie di Spazio 11 14, nei magazzini occupati del Porto Vecchio o sotto i portici dell’autostazione, accanto a Piazza della Libertà. Quello che si viene a configurare è un vero e proprio abbandono organizzato delle persone in movimento che avrebbero diritto a chiedere asilo ed essere accolte. Alla conferenza stampa del 17 dicembre, le parole di Lorena Fornasir, fondatrice di Linea d’Ombra, mettono in evidenza in forma lampante la violazione dei diritti fondamentali di queste persone, come il diritto alla salute (articolo 32 della Costituzione), da intendersi in relazione all’assistenza sanitaria, ma ancor prima ad un ambiente salutare in cui vivere. In assenza di adeguate misure di accoglienza, le persone sono costrette a sopravvivere per mesi in condizioni degradanti, abbandonate tra gli edifici dismessi del Porto Vecchio e gli spazi stradali, in una situazione di sistematica esclusione che incide direttamente e gravemente sulla tutela della salute e della dignità umana. Ad essere negato dalle istituzioni diventa lo stesso diritto alla vita (Articolo 2 CEDU): in pochi mesi 4 ragazzi (in Friuli Venezia-Giulia e in Veneto) sono morti a causa dell’abbandono istituzionale di cui sono stati vittime. * Hishem Bilal Magoura, 32 anni, Algeria. Morto il 3 dicembre 2025 a Trieste in porto vecchio. * Shirzai Farhdullah, 25 anni, Afganistan. Morto il 29 Novembre 2025 a Pordenone in un casolare abbandonato. * Nabi Ahmad, 35 anni, Pakistan. Morto a Udine il 25 novembre 2025 in un casolare abbandonato. * Muhammad Baig, 38 anni, Pakistan. morto a Udine il 25 novembre 2025 in un casolare abbandonato. «Volevano solo vivere, invece sono morti, morti di abbandono.» Lorena Fornasir – 16.12.2025, alla conferenza “Un sussulto di Dignità” Lorena Fornasir non tarda a sottolineare che mentre la città spende migliaia di euro per recintare la statua di Sissi in piazza, innaffiare ogni sera (anche d’inverno) le aiuole e circa 1 milione e 300 mila euro per le decorazioni natalizie, non interviene mai nella situazione di in-accoglienza, che risulta quindi sempre più intenzionale. «E’ costruita a tavolino, come strategia di deterrenza per cacciare queste persone. […] Li trattano come piccioni che devono essere mandati via. […] Li vuole cacciare, ma dove vanno?» Lorena Fornasir, dalla conferenza stampa del 17.12.2025 Le uniche operazioni organizzate consistono nei continui sgomberi. Dalla chiusura del Silos nel 2024 si sono susseguiti interventi simili, di minore intensità, fino all’ultimo “maxi trasferimento” del 3 dicembre 2025. Notizie ENNESIMA OPERAZIONE DI SGOMBERO IN ALCUNI MAGAZZINI DEL PORTO VECCHIO DI TRIESTE Le associazioni denunciano le logiche emergenziali, securitarie e dettate da urgenze mediatiche Redazione 4 Dicembre 2025 In quella giornata, l’ultimo sgombero a cui Trieste ha assistito, le forze di polizia sono entrate a Porto Vecchio con l’obiettivo di chiudere due magazzini, il 2 e il 2A. Molte persone sono state trasferite in altre regioni o portate in Questura, ma decine sono rimaste escluse dalle operazioni. Le associazioni umanitarie non erano state avvisate dello sgombero, indicando un apparente intento di ostacolare il loro intervento. Questo episodio testimonia la continuità di una gestione, o meglio di un’in-gestione, della situazione. Dalla chiusura del Silos non si è registrata alcuna modifica nelle modalità di intervento istituzionale. Con lo spostamento delle persone nei vari edifici del Porto Vecchio, come osserva Gianfranco Schiavone paragonando la situazione al sistema di accoglienza, si è verificato un passaggio: «dal Silos al Silos diffuso». Gianfranco Schiavone – 16.12.2025, alla conferenza “Un sussulto di Dignità” Questo fenomeno mette in luce una disfunzionalità sistemica delle autorità, che sembrano più interessate a spostare, trasferire, nascondere e rendere invisibili le persone, piuttosto che tutelarne i diritti, evidenziando come: «La gestione della crisi migratoria a Trieste segua logiche emergenziali, securitarie e dettate da urgenze mediatiche. […] Il problema, creato artificialmente dalle istituzioni, non viene quindi risolto e si ripresenterà nei prossimi mesi, con una responsabilità politica sempre più pesante» Dal sito di ICS 15 Per concludere, giungendo quasi all’assurdo, alcune persone, costrette dall’inefficienza istituzionale a ricorrere a soluzioni alternative all’accoglienza e a vivere in condizioni di sopravvivenza a Porto Vecchio, hanno addirittura ricevuto – secondo alcune testimonianze – una denuncia per occupazione: «Ieri è arrivata la polizia a porto vecchio, hanno fatto un controllo, ci hanno portato in questura e ci hanno dato questa denuncia per aver occupato un posto […] io sono costretto a dormire lì perché non mi danno l’accoglienza, se me l’avessero data sarei stato da qualche altra parte». Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze (minuto 3:45) Fotografia della denuncia per occupazione di suolo privato ai sensi dell’art. 633 c.p., consegnata durante uno sgombero avvenuto nel luglio 2025. La modalità appare tuttora immutata e il ricorso a tali denunce risulta sempre più frequente. RIFLESSIONI CONCLUSIVE La situazione attuale dell’accesso alla procedura di protezione internazionale a Trieste non rappresenta una semplice disfunzione amministrativa, ma la costruzione consapevole di un vuoto giuridico che produce, a cascata, la sistematica violazione di diritti fondamentali: dal diritto d’asilo a quello all’accoglienza, dalla tutela della salute fino al diritto alla vita. Condizione, peraltro, emblematica di quanto avviene in numerose questure su tutto il territorio italiano1, a dimostrazione che non si tratta di un’emergenza, ma del risultato di scelte politiche e amministrative che negano i diritti come deterrenza. Le persone che chiedono protezione sono relegate in un limbo giuridico e costrette a vivere in condizioni in spazi inadeguati come l’ex Porto Vecchio di Trieste. Tali condizioni, secondo la giurisprudenza italiana ed europea, possono configurare trattamenti inumani e degradanti in violazione dell’articolo 3 CEDU.Il diritto d’asilo non è una concessione discrezionale, né può essere sospeso in nome dell’efficienza, della sicurezza o della gestione dei flussi: è un obbligo giuridico preciso, che vincola lo Stato e i suoi apparati. Finché questo obbligo continuerà a essere sistematicamente disatteso, Trieste resterà il simbolo di una frontiera interna, dove il diritto viene sospeso e la dignità umana lasciata deliberatamente ai margini. Giurisprudenza italiana/Guida legislativa RICHIEDENTI ASILO: CONDANNATA LA QUESTURA DI TORINO PER DISCRIMINAZIONE DIRETTA, INDIVIDUALE E COLLETTIVA ASGI: «Un'importante vittoria, la Questura dovrà anche strutturare un nuovo modello organizzativo» Redazione 12 Agosto 2025 Guida legislativa/Notizie ASILO IMPOSSIBILE A MILANO. UNA CLASS ACTION CONTRO LA QUESTURA «Ritardi sistematici nella domanda d’asilo violano i diritti fondamentali» Redazione 23 Ottobre 2025 1. Consulta il rapporto ↩︎ 2. Consorzio Italiano di Solidarietà-Ufficio Rifugiati Onlus: ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà – Ufficio Rifugiati Onlus ↩︎ 3. Qui l’articolo ↩︎ 4. Consulta il DL ↩︎ 5. Questa disposizione traduce concretamente il diritto costituzionale d’asilo in un obbligo giuridico procedurale per lo Stato che, per completezza, discende anche da: convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati, ratificata dall’Italia con legge n. 722/1954, che impone agli Stati di consentire l’accesso alla procedura di asilo; Direttiva 2013/32/UE (direttiva “Procedure”), da cui deriva proprio il d.lgs. 25/2008; d.lgs. 142/2015, che disciplina l’accoglienza dei richiedenti asilo una volta presentata la domanda ↩︎ 6. Piazza della Libertà, situata di fronte alla stazione ferroviaria, rappresenta un punto nevralgico della realtà migratoria triestina. Lo spazio è animato durante tutto l’arco della giornata, soprattutto nelle stagioni più miti, e si trasforma in luogo di aggregazione intorno alle ore 19.00, quando iniziano le distribuzioni – da parte delle associazioni – di pasti rivolte sia alle persone di passaggio a Trieste sia a chi vive in città al di fuori dei circuiti ufficiali di accoglienza ↩︎ 7. Il 21 giugno 2024, a Trieste, il Silos – una struttura adiacente alla stazione centrale che per anni aveva rappresentato un rifugio spontaneo per le persone in esilio arrivate lungo la Rotta balcanica – è stato sgomberato. A seguito dello sgombero, alcuni edifici adiacenti al Silos, i magazzini abbandonati del Porto Vecchio, sono stati occupati, dando vita al nuovo Khandwala – dal pashto “casa rotta” – che ospita diverse centinaia di persone non inserite nei circuiti ufficiali di accoglienza. ↩︎ 8. Centro diurno – ChaiKhana: chiamato così dalle persone in movimento – letteralmente “sala da tè” in pashto -, è uno spazio aperto dalle 7.30 alle 19,00, dove è possibile bere un chai, ricaricare il telefono, fare le docce, utilizzare il servizio di lavatrici e sostare in compagnia. Qui, quotidianamente, è possibile incontrare le operatrici legali di ICS e di Diaconia Valdese, mediatori culturali e personale sanitario, che forniscono supporto nelle pratiche burocratiche e legali ↩︎ 9. “Accesso negato”: alcune testimonianze ↩︎ 10. “Accesso negato”: alcune testimonianze ↩︎ 11. Art. 3 Dir. 2013/33/UE e art. 2 Cost. ↩︎ 12. Art. 15 Cost., art. 8 CEDU, D.L. 145/2024 ↩︎ 13. “Polizia lasciata sola a gestire tutto”: SIULP denuncia lo scaricabarile su immigrazione a Trieste – Schiavone attacca la questura, i sindacati di polizia: “Pensi ai finanziamenti pubblici che riceve” ↩︎ 14. Spazio gestito da DONC e UNHCR, aperto nel febbraio 2024, non come dormitorio ma come “sala di attesa solidale”. Servizio a bassa soglia e accesso rapido, con l’obiettivo di creare un posto in cui le persone potessero ripararsi nell’attesa della notte ↩︎ 15. Sgombero in Porto Vecchio: almeno 40 persone escluse, nessun coinvolgimento delle organizzazioni umanitarie (3 Dicembre 2025) ↩︎
«Auto-etnografia dell’accoglienza»
Nel 2011 le Primavere Arabe attraversarono il Nord Africa e il Medio Oriente e migliaia di persone raggiunsero l’Europa. Per gestire quegli arrivi, l’Italia dichiarò l’“Emergenza Nord Africa”, dando avvio a un sistema di accoglienza straordinaria. È in questo contesto che Davide Biffi inizia il suo percorso di operatore e ricercatore all’interno di un Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS), strutture nate proprio in quegli anni per accogliere i richiedenti asilo. Il libro, pubblicato da Edizioni Junior, racconta il lavoro nei servizi per richiedenti asilo e rifugiati da una prospettiva interna, restituendo la traduzione quotidiana delle politiche migratorie nei luoghi dell’accoglienza. L’autore spiega di aver descritto il suo lavoro nei servizi dedicati a richiedenti asilo e rifugiati «da una prospettiva emica, mostrando la concretizzazione quotidiana delle politiche, caratterizzate da controllo, esclusione, abbandono, discrezionalità da una parte, ma anche creatività, professionalità, militanza e cura, dall’altra». Ne emerge un sistema che produce esiti alterni e contraddittori: «Ho descritto – scrive Biffi – un sistema che favorisce a intermittenza l’inclusione, il sostegno, la marginalizzazione e l’abbandono delle persone al proprio destino, in un continuo movimento oscillatorio tra questi poli». Dalla presa in carico delle persone definite “vulnerabili” alla costruzione delle biografie presentate in Commissione Territoriale, dalle relazioni burocratiche con le istituzioni alle loro assenze di fronte ai bisogni primari, il volume affronta i nodi centrali del lavoro nei servizi: «Ho incontrato, affrontato e selezionato per la scrittura vari temi: la presa in carico delle persone definite “vulnerabili”; i processi di co-costruzione delle biografie dei richiedenti asilo presentate all’audizione in Commissione Territoriale; la costruzione di relazioni burocratiche istituzionali; le assenze istituzionali di fronte ai bisogni primari di esseri umani con o senza fragilità». Queste spesso si producono e si aggravano proprio nei contesti dell’accoglienza: «Fragilità personali che si creano qui, nella presunta società d’accoglienza, che si esasperano sino a diventare patologie difficilmente reversibili». L’analisi si fonda su un lavoro etnografico costruito “dal di dentro”, in dialogo con diversi ambiti dell’antropologia. «Ogni tema è stato esplorato a partire dall’etnografia dei campi di lavoro attraversati, in dialogo con l’antropologia medica, l’etnopsichiatria, l’antropologia politica. Il risultato è un’etnografia delle migrazioni e dello Stato, intrecciata costantemente alla riflessione sulle questioni politiche ed etiche sul ruolo pubblico dell’antropologia e degli antropologi», precisa Biffi. Un’etnografia che diventa inevitabilmente anche auto-etnografia: «Un’etnografia dello Stato costruita là dove le cose accadono, in una di quelle migliaia di situazioni dove lo Stato si concretizza in carne e ossa, in uffici, persone, scelte. Un’etnografia che diventa necessariamente auto-etnografia». Uno degli interrogativi centrali che attraversano il libro riguarda il destino della sofferenza sociale prodotta dal sistema: «Uno degli obiettivi che mi sono sempre posto è quello di seguire – e capire – dove finisce, che ne è, della sofferenza sociale così prodotta in un tale sistema». Il volume si rivolge in primo luogo a chi lavora nei servizi, ma non solo: «Il dialogo impostato attraverso il volume si rivolge alle operatrici e agli operatori dei servizi pubblici e privati che si relazionano con richiedenti asilo e rifugiati, ma anche a un pubblico più vasto: cittadini e cittadine, solidali, politici, collettivi, associazioni, enti». Il libro invita infine a immaginare alternative possibili: «Gli echi basagliani – conclude l’autore – spronano lavoratori del settore e organismi decisionali a pensare a un nuovo modello di accoglienza e accompagnamento: ripensare il sistema basato su campi e progetti, immaginare nuove soluzioni, progettare un welfare davvero inclusivo. Si può fare». L’AUTORE Davide Biffi, educatore dal 2006, lavora dal 2011 nel settore delle migrazioni forzate. Ha ricoperto differenti ruoli in più realtà del terzo settore tra le province di Milano, Monza e Lecco. Nel 2021 ha terminato un Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca con un’etnografia sulla sua esperienza di ricercatore-operatore. Attualmente coordina un progetto SAI.
Ennesima operazione di sgombero in alcuni magazzini del Porto Vecchio di Trieste
Nella prima mattinata del 3 dicembre a Trieste è stato eseguito un nuovo sgombero nei magazzini del Porto Vecchio. Circa 150 persone migranti e richiedenti asilo, che da settimane dormivano in ripari di fortuna dopo essere state abbandonate in strada, sono state messe in fila, identificate e trasferite. La nuova operazione di sgombero e chiusura dei magazzini 2 e 2A del Porto Vecchio è stata disposta dal Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico dopo gli incendi delle scorse settimane. Notizie INCENDI AL PORTO VECCHIO DI TRIESTE, SOSPETTI SU AZIONI DOLOSE Associazioni, volontarә e attivistә solidali chiedono indagini approfondite Redazione 18 Novembre 2025 La misura, denunciata da ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà, conferma l’assenza di una strategia seria e strutturale da parte delle istituzioni: «domani, le persone che arriveranno in città, si troveranno nella medesima condizione di chi è stato allontanato oggi. Semplicemente, il problema viene spostato, non affrontato». Lo sgombero è avvenuto senza alcun coinvolgimento delle organizzazioni che in città si occupano quotidianamente di accoglienza e supporto, né dell’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). Per ICS questa esclusione rivela la cifra politica della gestione locale della mobilità migratoria: una gestione dettata da logiche securitarie ed emergenziali, spesso funzionali più a esigenze mediatiche che alla tutela dei diritti delle persone vulnerabili. Si produce così, ancora una volta, un’emergenza artificiale che si ripresenterà nei prossimi mesi, aggravando la responsabilità politica di chi governa. Ma ciò che l’organizzazione sottolinea come più grave è l’esclusione arbitraria di almeno quaranta persone che non si trovavano nei magazzini al momento dell’intervento e che non sono state trasferite né informate. Il fatto che nessuna istituzione abbia tentato di raggiungerle, proprio perché le realtà del territorio non sono state coinvolte, avrà conseguenze dirette e drammatiche sulla vita di persone già estremamente vulnerabili. Notizie TRIESTE, TRASFERITE LE PERSONE MIGRANTI DAL PORTO VECCHIO Critiche dalle associazioni: «Un’operazione tardiva e inefficace» Redazione 7 Ottobre 2025 A denunciare la situazione interviene anche Linea d’Ombra. “All’improvviso, come da copione, brusco trasferimento di migranti dagli unici ripari che hanno: i miserabili anfratti di Porto Vecchio, dove pur riescono a sopravvivere con la nostra solidarietà. Ma non solo trasferimenti – scrive l’associazione – a quanto pare anche espulsioni, talora con motivazioni grottesche. A molti altri è stato semplicemente intimato di andarsene dal Porto Vecchio”. Linea d’Ombra sottolinea come dopo mesi di accoglienza “scarsa e irregolare”, lo sgombero arrivi accompagnato dagli “echi soddisfatti dei politicanti che lucrano sulla paura e sulla sofferenza”. Nel pomeriggio nella stessa area interessata dal dispiegamento improvviso e massiccio degli apparati istituzionali è stato ritrovato il corpo senza vita di un uomo algerino di 32 anni 1. Un epilogo che mostra, una volta di più, l’assenza totale di cura e tutela per quelle vite che le istituzioni continuano a trattare come un problema da rimuovere agli occhi della città. Quello che accade a Porto Vecchio non è un evento straordinario: è il prodotto di una scelta politica. E come tale, può – e deve – essere cambiato. 1. Un migrante algerino trovato senza vita all’ex Locanda 116, RaiNews (3 dicembre 2025) ↩︎
Incendi al Porto Vecchio di Trieste, sospetti su azioni dolose
Trieste – Almeno cinque incendi in una settimana nei magazzini dismessi del Porto Vecchio di Trieste, dove decine di persone migranti trovano riparo. La zona è infatti nota per essere uno dei luoghi dove le persone sono costrette a vivere molti mesi prima di riuscire a fare richiesta di asilo e accedere al sistema di accoglienza. Notizie TRIESTE, TRASFERITE LE PERSONE MIGRANTI DAL PORTO VECCHIO Critiche dalle associazioni: «Un’operazione tardiva e inefficace» Redazione 7 Ottobre 2025 Le prime ricostruzioni della stampa locale hanno parlato di fuochi accesi per scaldarsi, lasciando intendere che la colpa fosse degli “abitanti”, ma le testimonianze raccolte da volontarә e attivistә solidali nell’area portuale raccontano una storia diversa, che punta verso possibili azioni dolose. Gli episodi più recenti risalgono al 10 e al 13 novembre, ma chi vive stabilmente negli edifici segnala altri tre casi: roghi appiccati sotto la pensilina del varco automobilistico, davanti agli ingressi del piano terra e al quarto piano del magazzino, dove sono bruciati indumenti, sacchi a pelo e scarpe di alcune persone che vi dormivano. Un ultimo tentativo sarebbe stato sventato sul retro del magazzino 2A da due cittadini afghani, che riferiscono di aver messo in fuga due individui mentre tentavano di incendiare materiale da costruzione. Nella notte tra il 15 e il 16 novembre si sono verificati altri tre tentativi, alle 20:00, all’1:00 e alle 3:00. Secondo quanto riportato da chi dorme nell’edificio, in queste occasioni sono state allontanate persone estranee che si aggiravano nei magazzini fino all’ultimo piano, cercando di appiccare fuochi in stanze vuote. Tutto ciò è stato ricostruito da volontarә e attivistә solidali insieme alle associazioni ICS – Ufficio Rifugiati Onlus, Linea d’Ombra Odv e No Name Kitchen che denunciano come gli elementi raccolti, perciò, mettono in discussione l’ipotesi dell’incidente. «In almeno due occasioni il fuoco è stato acceso al piano terra dei magazzini, in luoghi dove le persone migranti non dormono», spiegano in un comunicato congiunto. Inoltre, «le temperature attuali sono ancora miti e non richiedono l’accensione di fuochi per scaldarsi». Un dato significativo riguarda la frequenza degli episodi: «Lo scorso inverno si è verificato un solo incendio nei magazzini, mentre ora gli episodi registrati sono cinque in una sola settimana». A questo si aggiungono le testimonianze raccolte, «che raccontano di alcune presenze sospette nelle ore in cui sono divampati gli incendi». I vigili del fuoco sono intervenuti due volte, accompagnati dai carabinieri, ma non sono state raccolte dichiarazioni da chi vive nelle strutture. Nel frattempo, le persone che dormono nei magazzini hanno organizzato turni di sorveglianza notturna, affiancate da cittadini solidali che presidiano l’area per prevenire nuovi roghi. Nella nota stampa, si chiede di «accertare con urgenza se si tratti di incendi dolosi e, in tal caso, se possano essere prefigurati i reati di danneggiamento, incendio doloso nonché tentate lesioni o tentato omicidio». Il documento sottolinea che «la gravità dell’incendio ha – in almeno un caso – messo in pericolo l’incolumità e la vita delle persone che trovavano rifugio all’interno dei magazzini». Secondo associazioni, volontarә e attivistә, «appare infatti plausibile l’azione di individui che mirano a fomentare allarme sociale, alimentando narrazioni che criminalizzano le persone migranti». La richiesta è quella di un’indagine accurata che faccia chiarezza sulle dinamiche e sulle responsabilità degli episodi, in un contesto in cui le persone migranti sono «costrette a dormire nei magazzini del Porto Vecchio» a causa di quelle che vengono definite «inadempienze istituzionali».
Trento dice no al CPR: un’intera città contro l’accordo Fugatti-Piantedosi
Quando il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha definito l’accordo appena firmato con la Provincia autonoma di Trento «un modello da esportare in altre realtà», forse non immaginava che, nel giro di qualche giorno, ci sarebbe stata una risposta altrettanto compatta, ma nel segno opposto. Dal vescovo Lauro Tisi al sindaco di Trento Franco Ianeselli, dagli enti del terzo settore ai movimenti sociali, fino alle associazioni e alle parrocchie: la prima reazione riportata dai media locali è stata quella di un no corale al progetto di un Centro di permanenza per i rimpatri (CPR), previsto nella zona di Maso Visintainer, a pochi passi dal quartiere di Piedicastello. Il 24 ottobre 2025, nel palazzo della Provincia in piazza Dante, Piantedosi e Fugatti hanno sottoscritto l’“Accordo di collaborazione per la realizzazione di un CPR a Trento”. Il documento1 stabilisce che la Provincia “realizzi e finanzi con proprie risorse il CPR senza alcun onere a carico del bilancio dello Stato“, occupandosi di tutte le procedure amministrative ed edilizie. L’area individuata è di circa 3.000 metri quadrati, lungo la Statale 12, in una fetta di terreno stretta tra la tangenziale e l’A22 dove sorge un edificio abitato. I costi preventivati per la costruzione della struttura detentiva ammontano a oltre 1,5 milioni di euro. Il Ministero, invece, si legge sempre nell’accordo, si impegna ad “assumere, all’attivazione del Centro, gli oneri per la manutenzione ordinaria e straordinaria, nonché per la gestione» e a “riservare due terzi dei posti disponibili per i migranti destinatari di un provvedimento di espulsione rintracciati sul territorio trentino“. Fugatti, fino alla firma del contratto, ha sempre indicato una capienza di 25 posti, ma nell’accordo non vi è traccia di numeri. In cambio, Roma promette di “ridurre gradualmente il numero dei migranti ospitati nella provincia di Trento fino alla metà di quelli presenti attualmente” 2, mantenendo solo i nuclei con minori o con “concrete prospettive di inserimento nel mercato del lavoro“. Come spesso accade, si mercanteggia sulla pelle delle persone migranti il consenso e la propaganda politica. In altre parole, la realizzazione del CPR coincide con l’ulteriore diminuzione del sistema di accoglienza, che dal 2018 in poi è stato progressivamente smantellato, sia per effetto del decreto sicurezza di Salvini e del cosiddetto decreto Cutro, sia per la politica provinciale di Fugatti. Un sistema che nel 2024 ha lasciato in strada almeno un migliaio di persone che avevano fatto richiesta di asilo presso la Questura. Piantedosi, nel comunicato ministeriale, ha poi presentato il progetto come “un passo avanti nella sicurezza territoriale“, ricordando che nel 2025 in Trentino “si sono registrate 61 espulsioni, e ogni trasferimento in un CPR fuori regione richiede tre agenti per almeno tre giorni“. Ovviamente il ministro si è ben guardato dal ricordare le ignobili condizioni in cui versano i CPR, denunciate a più riprese anche dal Garante nazionale, prima che questa figura fosse declassata e allineata all’ideologia del governo. La sicurezza territoriale, ha replicato il Coordinamento regionale No CPR, non passa di sicuro per la detenzione: «I CPR non hanno nulla a che vedere con la sicurezza dei cittadini e delle cittadine: sono buchi neri dove il diritto muore, e con esso la libertà e la dignità di tutte e tutti». Per il Coordinamento, questi centri «rappresentano da oltre ventisette anni lo stesso dispositivo di criminalizzazione e disumanizzazione delle persone prive di permesso di soggiorno». E, riprendendo le parole del Forum di Salute Mentale, sono «i manicomi del presente». «Luoghi di sofferenza, isolamento e violenza. Luoghi che nessun governo è mai riuscito a rendere trasparenti, dove la libertà può essere sospesa fino a 18 mesi senza processo e senza una tutela legale, per il semplice fatto di essere stranieri, in attesa di un rimpatrio che il più delle volte non avviene». Anche la Chiesa trentina ha scelto di esporsi. Il Vescovo Lauro Tisi ha dichiarato di guardare «con preoccupazione a un progetto che rischia di compromettere il senso stesso dell’accoglienza». Per la Diocesi, i CPR «non sono soluzioni, ma luoghi di sofferenza, che riducono l’essere umano a un problema amministrativo». A questa posizione di contrarietà si sono aggiunte poi le critiche di altre associazioni del territorio, tra cui Caritas e Centro Astalli, impegnate nell’accoglienza dei richiedenti asilo. «Si investono soldi pubblici per costruire gabbie, mentre mancano risorse per l’inclusione e per i servizi sociali», ha scritto quest’ultima. «Questo accordo è stato calato dall’alto, senza alcun coinvolgimento del Comune», ha commentato il sindaco di Trento Franco Ianeselli, che non nasconde la sua irritazione. La decisione di dimezzare i posti di accoglienza straordinaria «porterà solo a un aumento della marginalità». «In questo modo raddoppieranno i senzatetto in città», ha detto. «Le persone non spariscono perché si riducono i posti: resteranno qui, ma senza un letto, senza un servizio, senza una prospettiva. È un modo miope di affrontare una questione che richiede politiche di integrazione, non di esclusione». NÉ QUI, NÉ ALTROVE! La prima iniziativa informativa, organizzata da AVS, si è svolta ieri sera a Palazzo Geremia, in una sala Falconetto gremita. Un momento di riflessione collettiva sul filo che unisce la memoria della chiusura dei manicomi alla denuncia dei CPR, mettendo in luce il parallelo tra le logiche di contenzione e medicalizzazione del passato e quelle tuttora presenti nei centri detentivi, luoghi in cui la privazione della libertà viene accompagnata da un uso abnorme di psicofarmaci e da condizioni lesive della salute mentale. Per mercoledì 12 novembre alle ore 20 è prevista un’assemblea pubblica al Centro Sociale Bruno, promossa dal Coordinamento regionale, per «costruire una mobilitazione concreta contro la detenzione amministrativa». Il Coordinamento, nato nel 2023 e sostenuto da oltre 35 realtà, punta a contrastare la realizzazione del CPR e rilanciare un modello di accoglienza diffusa, in totale discontinuità a quello esistente. «Non vogliamo solo dire no al CPR di Trento», si legge nell’appello, «ma chiedere la chiusura di tutti i CPR italiani e l’abolizione delle leggi che li rendono possibili, a partire dalla Bossi-Fini e dai decreti sicurezza». 1. Scarica l’accordo di collaborazione ↩︎ 2. Attualmente i posti disponibili nel sistema di accoglienza sono 730; l’accordo prevede di ridurli a 350 ↩︎
L’accoglienza a Caserta non era un reato: «Sette anni d’attesa per veder riconosciuta la verità»
Dopo sette anni si chiude con un’archiviazione totale una delle indagini più lunghe e controverse della provincia di Caserta. La Procura di Santa Maria Capua Vetere ha infatti disposto l’archiviazione per tutti gli indagati nell’inchiesta che nel 2018 aveva colpito attivistə del Centro Sociale Ex Canapificio, operatori dell’accoglienza, rappresentanti del mondo religioso e funzionari pubblici del Comune e del Servizio Centrale dello Sprar, il Sistema nazionale di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, attualmente conosciuto come SAI. Un’indagine che aveva messo «sotto accusa una rete di cittadini, associazioni e istituzioni che avevano scelto l’accoglienza diffusa come modello alternativo al sistema emergenziale», come ha ricordato ieri mattina in conferenza stampa uno degli ex indagati, Fabio Basile, all’epoca legale rappresentante dell’Ats costituita per l’accoglienza e presidente del Centro sociale. «Siamo qui – ha detto – per raccontare non solo la fine di un processo giudiziario, ma anche la verità su una vicenda che ha segnato la storia di Caserta». L’INIZIO DELL’INCHIESTA: LA DENUNCIA E IL CLIMA POLITICO La vicenda prende avvio nell’ottobre 2018, in un contesto politico segnato dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini e dalla triplice campagna contro le persone migranti, i progetti di accoglienza e i centri sociali. «L’indagine parte formalmente il primo ottobre 2018 per due motivi», ha spiegato Basile. «Il primo è una denuncia fatta da un ex operatore che noi stessi avevamo segnalato per gravi irregolarità. Il secondo nasce in seguito a un episodio razzista: due nostri beneficiari furono colpiti da pallini di gomma da un’auto che gridava “Salvini, Salvini!”. Noi denunciammo l’accaduto e il ministro, invece di condannare il gesto, rispose attaccandoci pubblicamente, dicendo che era assurdo che un centro sociale occupato gestisse un progetto Sprar da due milioni e mezzo l’anno». Da quel momento, ha proseguito Basile, «si è scatenata una campagna mediatica e politica che ci ha trasformato in un bersaglio. È partita una macchina investigativa imponente: intercettazioni telefoniche e ambientali per mesi, perquisizioni in tutte le case dove si svolgeva il progetto, con 80 carabinieri ed elicotteri». Ma dai controlli, ha ricordato, «non emersero irregolarità o persone accolte non presenti, ma una sola caldaia rotta. Eppure anche quella frase intercettata – “la caldaia non funziona” – fu interpretata come un codice segreto per nascondere chissà cosa». L’inchiesta, ha raccontato Basile, «sarebbe dovuta durare al massimo due anni. Invece dal settembre 2019 all’ottobre 2024 il fascicolo è rimasto nel cassetto della Procura». Un tempo lunghissimo che ha avuto, per gli indagati, il peso di una condanna anticipata. «Ci sono due pene – ha detto – una è quella che può arrivare alla fine del processo, l’altra è quella dell’attesa. Sette anni di sospetto e silenzio sono una pena che nessuno potrà restituirci». Solo nell’autunno 2024, ha spiegato, «ci è arrivato l’avviso di conclusione delle indagini. Abbiamo studiato 12.000 pagine di atti e capito che l’intero impianto accusatorio era fondato su forzature, errori, illazioni e fraintendimenti volti a dimostrare il teorema dell’accusa». Dopo mesi di memorie e interrogatori, la Procura ha infine riconosciuto che non c’erano elementi per sostenere l’accusa, chiedendo l’archiviazione per tutti i 17 indagati che però, come spesso accade, avevano già subito la gogna mediatica locale e nazionale. «Oggi – ha aggiunto Basile – la giustizia è stata fatta. Non solo per noi, ma per un’intera città che ha creduto in un sistema di accoglienza trasparente e solidale». IL RICORDO DI SYLLA MAMADOU: «NON DOVEVA MORIRE COSÌ» Prima di lasciare la parola a Mamadou, Mimma D’Amico ha voluto ricordare Sylla Mamadou, il 35enne senegalese, «un nostro amico, accolto nel progetto Sprar, scomparso meno di un mese fa nel carcere di Santa Maria Capua Vetere». «Nel 2019 – ha ricordato – girammo un video in cui una madre italiana difendeva Sylla, che allora era  autista volontario del Piedibus, quando il decreto Salvini impose l’espulsione dei richiedenti asilo dal sistema SPRAR. Noi decidemmo di non cacciare nessuno, anche se il ministero non pagava più i servizi. Quella fu una stagione durissima ma piena di solidarietà. Oggi, davanti a questa archiviazione, vogliamo dire una cosa: Sylla non doveva morire così. Abbiamo fiducia che la magistratura voglia fare piena luce sulla sua morte». KUASSI MAMADOU: «ABBIAMO DIMOSTRATO CHE A CASERTA LA BUONA ACCOGLIENZA È POSSIBILE» Poi ha preso la parola Mamadou Kuassi, uno dei protagonisti storici del progetto Sprar, mediatore e riferimento per la formazione professionale che all’epoca non fu indagato. Ha ricordato quegli anni difficili ma anche ricchi di speranza: «Queste indagini ci hanno scosso profondamente, come Movimento Migranti e Rifugiati ma anche come Centro Sociale. Insieme a Mimmo Lucano, sindaco di Riace, siamo andati a Bruxelles a rappresentare Caserta e la Campania, portando l’esempio di come qui si poteva fare una buona accoglienza. Era la prima volta che ci invitavano a parlare davanti al Parlamento europeo: raccontammo che in Italia, e proprio a Caserta, l’accoglienza si poteva fare bene, con trasparenza e umanità». L’attivista ha ricordato la notte delle perquisizioni, nel febbraio 2019: «Alle quattro del mattino iniziarono le chiamate: “Ci sono i carabinieri a casa nostra, che dobbiamo fare?”. Io dicevo: aprite le porte, lasciateli entrare. In 23 appartamenti arrivarono a perquisire tutto. Non mi aspettavo una cosa del genere, perché quei ragazzi studiavano l’italiano, facevano tirocini, cercavano lavoro. Alcuni venivano persino dal Nord per partecipare a un progetto che era riconosciuto come un’eccellenza». «Erano anni difficili – ha aggiunto -. I fondi dal Ministero ci furono bloccati a seguito dell’apertura dell’indagine per truffa, gli operatori aspettavano mesi, noi andavamo nei supermercati a chiedere aiuti per portare avanti le attività. Abbiamo chiesto prestiti alle persone comuni pur di mantenere le attività e pagare i fitti. Abbiamo dimostrato che a Caserta la buona accoglienza era possibile nonostante gli attacchi e nonostante l’indifferenza del Comune. E grazie a quel lavoro oggi tanti di quei ragazzi vivono qui, lavorano, hanno una famiglia, una casa. Alcuni sono diventati parte della comunità». Poi ha rivolto un pensiero al suo amico: «Mi dispiace che abbiamo perso Sylla, che era uno di noi, un fratello. Spero che venga fatta luce su quanto è accaduto, perché non è giusto morire così. Da lui dobbiamo ripartire, con la speranza di riaprire un progetto SAI a Caserta. Questo territorio se lo merita». GLI AVVOCATI: «UN PROCESSO POLITICO COSTRUITO SUL NULLA» Alla conferenza stampa hanno partecipato anche i legali del collegio difensivo, Carmine Malinconico, Antonello Fabrocile e Francesco Bugliatti, che hanno ricostruito il percorso giudiziario. «Questa vicenda si chiude con un decreto di archiviazione – ha spiegato Malinconico – che significa che non esistevano neppure gli elementi minimi per celebrare un processo. Non si poteva provare nulla di illecito, perché nulla di illecito era stato commesso». L’avvocato ha parlato di un «processo nato e cresciuto sul nulla, ma con un dispiego di mezzi degno di un’indagine di mafia: intercettazioni, consulenze, elicotteri». E ha sottolineato come «l’intera impostazione sembrasse finalizzata a dimostrare a tutti i costi una teoria preconcetta: che dietro l’accoglienza ci fosse del malaffare». Per Il centro sociale ex Canapificio, l’archiviazione rappresenta la fine di un incubo ma anche un punto di ripartenza. «Nessuno ci restituirà il sonno perso – ha concluso Basile – ma da oggi possiamo dire che la nostra storia è limpida. Abbiamo sempre lavorato alla luce del sole, in collaborazione con le istituzioni e la città». L’ex Canapificio, chiuso e sotto sequestro dal 2019, è stato per anni uno dei principali luoghi di solidarietà in Campania. Ora il progetto continuerà sotto una nuova forma: «Nascerà un osservatorio sociale a favore delle fasce deboli e contro la criminalizzazione dei diritti». «Questa archiviazione – ha concluso l’avvocato Malinconico – è una buona notizia per la democrazia. Dimostra che la solidarietà non è un reato, e che la giustizia, anche se lenta, può restituire la verità».
Asilo impossibile a Milano. Una class action contro la Questura
Il 10 ottobre 2025 è stato depositato al TAR della Lombardia un ricorso collettivo che accusa la Questura di Milano di violare sistematicamente i termini di legge per l’accesso alla procedura d’asilo. A promuovere l’azione – la prima nel suo genere in Lombardia – sono Naga 1 e ASGI, due realtà storiche impegnate nella tutela dei diritti delle persone migranti. L’obiettivo del ricorso non è solo quello di porre fine a una prassi amministrativa illegittima, ma anche di costringere la Pubblica Amministrazione a rispettare le norme che garantiscono l’effettivo esercizio del diritto d’asilo. La normativa italiana ed europea è chiara: le Questure devono formalizzare la domanda d’asilo entro tre giorni lavorativi dalla manifestazione di volontà, compilando il modulo C3. Solo in casi eccezionali – per esempio in presenza di arrivi particolarmente numerosi – il termine può essere esteso di dieci giorni, come stabilito dal D. Lgs. 25/2008. Questa prima fase non implica alcuna valutazione nel merito della domanda: la Questura deve semplicemente raccogliere i dati della persona e avviare la procedura. Eppure, a Milano, questi termini vengono sistematicamente disattesi, trasformando quello che dovrebbe essere un atto amministrativo semplice in un percorso a ostacoli lungo mesi. A Milano, chi intende chiedere asilo non può presentarsi direttamente in Questura. Deve invece passare attraverso un sistema di prenotazioni gestito da enti del terzo settore e sindacati che hanno firmato un Protocollo con la Questura e la Prefettura. Solo dopo l’intermediazione di questi enti è possibile ottenere un appuntamento. Secondo un monitoraggio del Naga condotto tra febbraio e marzo 2025, i tempi medi sono impressionanti: 48 giorni dalla manifestazione di volontà all’accesso all’ente che effettua la prenotazione, 85 giorni dall’accesso all’ente al primo appuntamento in Questura, 48 giorni tra il primo accesso in Questura e la formalizzazione della domanda con il modello C3. In totale, oltre cinque mesi di attesa per poter semplicemente accedere al sistema di protezione internazionale. Nel frattempo, le persone restano senza documenti, senza accoglienza, senza diritti. Il caso di Milano non è isolato. Ritardi, inefficienze e prassi illegittime sono diffusi in tutto il Paese: a marzo 2025, due ricorsi analoghi sono stati presentati al TAR del Veneto contro le Questure di Venezia e Vicenza 2. La gestione dell’accesso alla procedura d’asilo continua a variare da città a città, in un quadro frammentato e spesso arbitrario, che mina la parità di trattamento e viola le direttive europee. Guida legislativa/Notizie CLASS ACTION SULL’ACCESSO AL DIRITTO DI ASILO: IL TAR VENETO CHIEDE CHIARIMENTI AL MINISTERO DELL’INTERNO Entro 90 giorni il Ministero dovrà depositare una relazione dettagliata 1 Ottobre 2025 Quando le Questure non registrano la domanda nei tempi previsti, le conseguenze per le persone sono immediate e gravi: rischio di espulsione dal territorio nazionale nonostante l’intenzione di chiedere protezione, esclusione dal sistema di accoglienza con molte persone costrette a dormire per strada, impossibilità di iscriversi al Servizio Sanitario Nazionale o di accedere alle cure, divieto di lavorare o registrarsi all’anagrafe. In pratica, l’inerzia amministrativa trasforma un diritto garantito dalla Costituzione e dal diritto internazionale in un limbo di invisibilità e precarietà. Con il ricorso collettivo, Naga e ASGI chiedono al TAR di ordinare alla Questura di Milano di ripristinare la piena funzionalità amministrativa, rispettare i termini di legge per la formalizzazione delle domande e garantire l’effettivo esercizio del diritto d’asilo, come previsto dall’articolo 10 della Costituzione e dalle norme europee. Nelle intenzioni dei promotori, l’azione punta anche a creare un precedente giuridico utile per tutte le altre realtà italiane che vivono situazioni simili. Dietro i numeri e i ritardi ci sono vite sospese, persone costrette a rimanere ai margini per mesi senza alcuna tutela. La class action contro la Questura di Milano è dunque molto più di una controversia amministrativa: è una battaglia per l’effettività del diritto d’asilo, per il rispetto della dignità e della legalità. Come ricordano Naga e ASGI, “garantire l’accesso alla procedura d’asilo non è una concessione, ma un dovere dello Stato”. 1. Asilo impossibile a Milano ↩︎ 2. Asilo impossibile: il TAR Veneto chiede al Ministero dell’Interno e alle Questure di Venezia e Vicenza un’assunzione di responsabilità ↩︎