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Come salvarsi dall’ombra in sé e da rapporti familiari avvelenati
“ORFANI DI GENITORI VIVENTI, VISIONI DELLA PSICOLOGIA DEL PROFONDO”, UN LIBRO DI ALESSANDRO IVAN BATTISTA PER ARGENTODORATO I libri non meritano tutti di essere letti. Gli uomini, invece, meritano tutti che gli si parli. Così il buon Togliatti, ai tempi andati. Parafrasandolo, potrebbe dirsi di questo libro: merita di essere letto, perché parla agli uomini. E alle donne, soprattutto, senza indulgere nel rovesciamento semantico del politicamente corretto. Fuor di citazioni d’antan, è un libro a dir poco illuminante, quello dato alle stampe per Argentodorato da Alessandro Ivan Battista: Orfani di genitori viventi. Sottotitolo: visioni della psicologia del profondo (237 pagine, 23 euro). E già qui, nel paradosso del titolo venuto a mente in sogno e citato pure da sua santità Giovanni Paolo II, assicura Battista, vien fuori tutto il bello dell’opera. O meglio si proietta la sua ombra. Opera in qualche modo biografica, frutto di una lunga gestazione e riedizione coeva che parte dal vissuto umano e professionale dello psicoterapeuta. Flusso di coscienza più che saggio strutturato, per dirla come l’autore. Ma andiamo con ordine. L’OMBRA JUNGHIANA Punto di partenza del saggio o flusso che dir si voglia è quel gnothi seauton (γνῶθι σεαυτόν) – conosci te stesso – posto sul frontespizio dell’oracolo di Delfi, dedicato ad Apollo. Posto che la frase per esteso si completava con: e conoscerai gli uomini ed entrerai in contato con gli dei, da qui muove l’opera. Dall’oscuro che è in noi, da disvelare anzitutto a noi stessi perché illumini, o meglio non rabbuj, oltre alla nostra, la vita altrui. A partire da chi ci è più vicino, figli e compagni. È l’ombra in noi, allumata da Jung e sulla sua falsariga, da conoscere per comprendere i lati più oscuri e non farci travolgere dalla nostra voragine interiore, che muove l’opera. Altro fil rouge è la sizigia (ovvero unione, congiunzione, o allineamento) puer/senex, l’oscillazione tra termini opposti ma complementari, di cui tener conto per una sana evoluzione del sé. Già qui si vede come l’opera sia pregna di termini tecnici e inusuali ma non pecca di tecnicismo. Si presta piuttosto a una lettura non banale ma al tempo fluida, come la coscienza che vuol smuovere. IL PUER E IL SENEX Il bambino che è in noi e la persona matura; il primo da non rimuovere e la seconda da conquistare per un sano dialogo con i nostri figli, per essergli vicini senza abbuffarli d’amore malsano o – ecco il punto – troppo distanti perché proiettati sempre verso altro, distolti da altri interessi e problemi, per stargli davvero accanto, comprenderli, aiutarli nel complicato gioco della vita. Ché questo è il compito genitoriale: accompagnarli nella crescita senza soffocarli o perderli per strada. Lasciarli andare, infine. Nocciolo della questione è comprendere come, anche alla luce dei tanti fatti cronaca, figli abbandonati o uccisi dai genitori, genitori soppressi o comunque vittime dei figli, sia possibile colmare il vuoto affettivo in cui tutti, chi più chi meno, ci dibattiamo. Insomma, il libro aiuta a capire come ci si possa occupare davvero dei propri figli, e non solo preoccuparsi per essi o, peggio, ignorarli per incapacità relazionale o affettiva. L’ombra che torna, da (ri)conoscere per non esserne dominati. UNA VIA DI SCAMPO DAL LABIRINTO DELLA VITA Non è un manualetto, una guida di cui l’autore, peraltro, invita a diffidare. Ché, come non esistono genitori perfetti, tantomeno qualcuno capace d’insegnarla, la perfezione. O anche solo una strada buona per tutte le scarpe. Un modo d’essere genitori valido per tutti. Però è un libro che fa chiarezza su molte nefandezze spacciate per verità. Su certa incultura nutrita di banalità, superficialità e violenza di cui è pregno il quotidiano vissuto, familistico e non. Dalla paura di crescere all’infantilismo di ritorno; dal ruolo del padre, che sembra aver perso ogni funzione, svuotato d’ogni autorevolezza, relegato ai margini e manco più buono per il bricolage domestico, all’importanza della madre, fondamentale ai fini dell’equilibrio psichico e dell’identità sessuale della prole, ognuno trova tra le righe di Orfani di genitori viventi un pensiero, una via di scampo per districarsi nel labirinto della vita, della relazione con l’altro e coi figli. Un libro illuminante, senza dubbio. Un libro che ti cambia la vita, per dirla come Stefanos Armakolas, intervenuto alla presentazione romana dell’opera, alla Galleria dei miracoli di via del Corso. Senza giungere a tanto, un libro da leggere, avrebbe detto Togliatti. The post Come salvarsi dall’ombra in sé e da rapporti familiari avvelenati first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Come salvarsi dall’ombra in sé e da rapporti familiari avvelenati sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Spina, vent’anni di storie e fotografie. Intervista a Mario Spada
(foto di mario spada) Incontro Mario Spada nel suo studio del Centro di Fotografia Indipendente, al quinto piano di un vecchio palazzo in via Guglielmo Pepe che affaccia direttamente sulle navi da crociera del porto. È una gelida e assolata domenica pomeriggio, lo aspetto in poltrona mentre si aggira per le sale con una coppia che è venuta a visitare la mostra, e che gli fa qualche domanda su alcune delle sue foto di maggiore impatto. C’è una grossa mano sulla testa di un neonato, ad accarezzarlo o forse a colpirlo; un giovane uomo che punta una pistola contro il suo pitbull; una bimba che parla a una ricetrasmittente giocattolo; un transessuale che utilizza un orinatoio a muro e accanto a lui un uomo che cerca di approcciarlo. «Sono quei momenti in cui la tensione raggiunge il picco massimo. C’è la foto. E dopo non sai cosa succede». Nel progetto Spina, che comprende un libro con ottantadue foto in bianco e nero e una mostra inaugurata a novembre – sarà visitabile fino a fine gennaio nelle sale del CFI –, ci sono vent’anni di immagini del fotografo napoletano. Adulti, bambini, anziani, neonati. Ritratti, ma non solo. E poi la morte, che incombe in molte delle fotografie, uno dei riferimenti più forti alla città, anzi a una città, che Spada non ha voluto delimitare in confini geografici: «Potrebbe essere Napoli ma anche Palermo, una città del Sud America, o di qualche altro posto. È importante, ma non troppo». Ci sediamo, il via vai per le stanze continua, torniamo sulla vita e la morte: «Mia madre aveva una relazione molto forte con la morte, quando ero bambino almeno una volta al mese mi portava nella chiesa del Purgatorio ad Arco, ai Tribunali, quella dove ci sono i teschi, e c’è la storia della principessa Lucia. Oggi ti fanno pagare un biglietto per entrare, ho detto tutto». Dietro la scrivania di Spada c’è una gigantografia che ritrae un ragazzino con una pistola. Siamo su un set cinematografico. Il giovane ha lo sguardo nel vuoto tipico di un momento di pausa, la pistola appoggiata sul volto sbarbato. Mi viene in mente il documentario di Leonardo Di Costanzo Cadenza d’inganno, dove il protagonista fugge dall’obiettivo quando si accorge che la telecamera lo costringe a farsi delle domande. Ritornerà anni dopo per chiedere al regista di terminare il film, credendo di avere delle risposte. «Quando lavoro con il cinema mi piace fotografare le comparse, i personaggi minori», continua Spada. Il film da cui è tratta la foto è il Gomorra di Garrone. Come si fa a racchiudere vent’anni di lavoro in un solo libro e una sola mostra? Questo libro io l’ho sempre voluto fare. Da subito, quando ho iniziato a fare fotografie, sapevo che avrei dovuto fare un libro che teneva insieme tutto, o comunque tanto. Anche quando ho portato avanti singoli progetti, come quello sui pitbull, o gli ultras, avevo sempre l’idea di fare questo libro. In questo senso, ogni fotografia è anche sintesi di un’esperienza che ho fatto. Ci sono foto che tu non puoi dire: “Ah, lì è la Madonna dell’Arco!”, e ce ne sono altre che sono più riconoscibili. Le fotografie all’inizio erano migliaia, poi sono diventate centinaia e alla fine ottantadue. È come se questo corpo si fosse formato nella mia testa. Il lavoro di costruzione del libro è diverso, ma non del tutto, da quello della mostra. Quali sono le differenze? La mostra è costituita da una serie di blocchi di immagini, che sono le pareti e non le pagine. È un’altra dimensione, anche se non si discosta più di tanto dal libro, infatti ho scelto di mantenere due pareti nere che racchiudono la mostra come una copertina, perché sono le due pareti più lontane. Come hai lavorato su selezione e montaggio? C’è dietro un editing molto emozionale, parlo del libro: ci sono assonanze, dissonanze, richiami, gesti che si ripetono. Penso al dittico del bambino calvo e del cane chiuso nell’altarino: sono due entità, due soggetti che si assomigliano, quello è un editing emotivo. Per quanto riguarda la mostra avevo questa traccia delle pareti nere: su una ho deciso di esporre tutte fotografie che venivano dal nero, così che potessero diventare un’unica immagine tutte insieme, come se fossero degli squarci di bianco che escono dal buio, ma che allo stesso tempo le si potesse vedere separatamente. Per quello che riguarda i contenuti, con Patrizio Esposito, che mi ha aiutato nel percorso, abbiamo deciso di togliere tutte le rappresentazioni di una città riconoscibile, stereotipata; è stato un editing lunghissimo, abbiamo lavorato due anni e mezzo, vedendoci ogni tre, sei mesi addirittura, in modo da dimenticarci quello che avevamo fatto e verificare se funzionava ancora. (foto di mario spada) Da cosa deriva questa scelta di “autocensura” rispetto alla città? Volevo che la città non fosse riconoscibile, volevo andare oltre i suoi confini, come se fosse una specie di microcosmo. Anche perché il mio è spesso il lavoro di uno che va in posti strani, in un certo senso esotici, poco conosciuti anche all’interno della città, luoghi che un napoletano non necessariamente riconosce. E questa è una scelta precisa dal mio punto di vista. Napoli c’entra perché nel cominciare questo lavoro, all’inizio degli anni Novanta, c’entra il fatto che vivevo a Napoli. Ho cominciato a frequentare la città di sera intorno ai sedici anni, era una città che la notte era nelle mani di pochi, bellissima perché non c’era nessuno per strada. I ragazzi, e le ragazze soprattutto, dei quartieri popolari, stavano nei loro rioni, si andava il sabato sera a ballare, ma si andava nelle grandi discoteche, fuori Napoli, nella zona di Caserta, Giugliano. Forse se fossi nato vent’anni fa e stessi vivendo ora questa città anch’io andrei a fare le foto a Largo Sermoneta, non lo so, sicuramente avrei avuto una difficoltà maggiore a innamorarmi della notte di Napoli. In che termini ci sei invece tu, dentro queste foto? Da piccolo avevo un’idea precisa di quello che volevo fare. Avrei voluto fare il Conservatorio, forse perché c’era il fidanzato di mia sorella che suonava benissimo, forse perché mi piaceva la musica, ma a casa mia non era considerata un’opzione del genere. Ho avuto un percorso scolastico diciamo da impiegato, poi ho cominciato a lavorare come fotografo in uno studio di matrimoni e questa cosa mi ha dato la possibilità di conoscere tecnicamente una fotocamera. Prima parlavo del racconto di un’esperienza: queste foto sono anche dei miei autoritratti. Quando scatti hai qualcosa che in qualche modo ti rappresenta, parla di te. Poi, chiaramente, può essere diverso quando fai una foto di cronaca, una foto importante tipo quella del ministro che fu ammazzato in Turchia, o l’uccisione di Kennedy: lì, anche se la foto è tecnicamente “sbagliata”, è potente perché ti racconta un evento importante per la storia dell’umanità. La foto famosa di quando Papa Woytila fu ferito da Alì Agca, in cui si vede la pistola, probabilmente non è del fotografo, ma di una delle persone che stavano lì e che stava nella posizione giusta. Pare che il fotografo ufficiale sequestrò subito tutte le pellicole ai fedeli e ai turisti che erano lì, e da lì probabilmente è uscita quella foto. Nel mio caso è diverso, non c’è niente di fondamentale per la Storia, parliamo di emozioni che provi quando scatti, e quindi quella foto c’entra molto con te. Questo non vuol dire che l’emozione basta a tirar fuori delle foto giuste, così come non basta il contesto. Quando ho fatto il progetto sugli ultras, una volta sono andato a Brescia con loro, un viaggio incredibile, ho fatto delle foto stupende. Poi dopo qualche settimana sono andato a Verona e non ho fatto manco una foto buona, funziona così. Così diventa ancora più complesso catturare il momento… Io non ho quasi mai fatto attualità, non perché sia un genere meno nobile, ma per me si trattava di lavorare in un posto per giorni, non era mio interesse fare un lavoro di mezzora. Tante volte mi avevano avvisato che c’era un morto per strada, ma non sono andato a fotografarlo, non mi interessava avere la foto dell’omicidio, io volevo la foto che potesse rappresentare tutti gli omicidi. Nel libro ce n’è una perché è una storia: è la foto di un corpo solo, di un omicidio fatto esattamente sotto casa mia. Per me è importante perché è una foto di come si muore, soli, non c’è nessuno intorno a questo corpo. Mi ricordo che mi telefonò un amico, dicendomi che avevano ammazzato un uomo sotto casa mia. Io vado a casa, prendo una macchina fotografica, rompo il cordone della polizia dicendo che lavoravo in pizzeria, entro, salgo sopra e faccio la foto. Dall’alto. Questo rapporto tra il contesto e le emozioni ti è stato chiaro fin da quando hai iniziato? Beh, negli anni sono tanti i lavori dei grandi maestri, le fotografie che mi hanno colpito. Amo i lavori di Letizia Battaglia, Diane Arbus, Eugene Smith. Forse i due lavori che ho conosciuto da giovanissimo e che mi hanno spinto a fare questo tipo di percorso sono stati La Centesima Strada di Bruce Davidson e Gipsy di Koudelka. In tutti e due i casi si capiva che c’era stata un’attenzione al tema, e soprattutto c’era il tornare sul posto, passarci del tempo, creare relazione. In che termini questi due concetti, il ritorno e la relazione, sono importanti per la tua fotografia? È come quando impari a conoscere delle persone. La prima volta conosci uno strato superficiale, poi guardando quello che hai realizzato, e avendo la possibilità di ritornare, puoi capire quali sono le cose interessanti che magari non avevi notato, e che puoi eventualmente approfondire se si ripresenta l’occasione. Più ci spendi del tempo, più entri in relazione, più la forza di questo processo si moltiplica. (foto di mario spada) Questo implica anche una capacità di entrare in relazione con mondi distanti dai tuoi, penso alle fotografie sul mondo dei ricchi, della nobiltà, dei grossi imprenditori. Era necessario. Io credo che qualsiasi cosa tu voglia raccontare, che sia un popolo, una storia, una città, ci sono sempre due anime che vanno in collisione, che magari convivono, come nella morfologia umana della nostra città, dove i quartieri dei ricchi sono circondati da quartieri dei poveri: se pensi a Chiaia, ci sono i Quartieri Spagnoli, c’è Santa Lucia, c’è la Torretta. Se vuoi raccontare una cosa devi cogliere i due estremi che ci sono dentro, che sono complementari. Lo scrive Belmonte nella Fontana Rotta: per studiare un popolo puoi guardare la classe alta e la classe bassa; infatti, se guardi Spina, nella prima fotografia la macchina è rivolta verso l’alto, quando c’è il truffatore, nell’ultima è rivolta verso il basso. È una scelta che abbiamo fatto proprio perché volevamo seguire questa sorta di idea, di filo conduttore. Parlavamo dei tuoi primi lavori, come fotografo di matrimoni… Sì, era un periodo in cui mi appassionavo all’arte, conoscevo il Museo Archeologico a memoria, ho sempre avuto una passione per la bellezza. Anche quando facevo il fotografo di matrimoni avevo una grande attenzione, ero catturato dalla bellezza che mi si presentava intorno. Lì ho conosciuto Oreste Pipolo, che aveva un occhio pazzesco. E poi Cito, che voleva fare un lavoro sui matrimoni napoletani: andavo a vedere quello che faceva, sicuramente queste relazioni mi hanno aperto un sentiero. Ritorna la relazione, anche in senso formativo… Sì, perché la relazione ti apre le porte, soprattutto ti fa passare da una cosa a un’altra. Io dalle tombolate sono passato al progetto del battesimo del Nano; poi da lì sono arrivato a Madonna dell’Arco, perché la gente più o meno era la stessa; è come se si aprissero di volta in volta delle porte; conosci persone, conosci storie, se le persone sei disposto a conoscerle veramente, loro si aprono. Io mi infilavo nelle storie così, quasi per vedere cosa succedeva. La prima volta che ho fotografato la Parrocchiella, che è una sorta di enclave dei Quartieri Spagnoli, era durante i Mondiali, forse del ‘98, perché passavo di lì e vidi questa famiglia che guardava la partita in un vicolo con la televisione sull’uscio del basso, e tutti fuori a guardare. Mi fermai, chiesi se potevo fare delle foto, e lì si è aperto un mondo, la storia di Carlo, che poi si è intrecciata con quella di Francesco, che si è intrecciata con Madonna dell’Arco, e così via. Come hai fatto a decidere che era il momento di chiudere il cerchio e fare questo libro? Probabilmente perché ho capito che avevo tutto quello che mi serviva. Ero pronto. Come se mi fossi reso conto che non avevo più scuse. (intervista di riccardo rosa)
Jack London, socialista famoso a 150 anni dalla nascita
UN RITRATTO SENZA RETICENZE DELLO SCRITTORE. IL TALLONE DI FERRO, SUO ROMANZO MIGLIORE HA SEMPRE VENDUTO MOLTO MEGLIO NEL RESTO DEL MONDO CHE NEGLI USA Jonah Raskin su Counter Pick Per oltre 100 anni, il suo racconto breve “To Build a Fire” è stato una lettura obbligatoria per quasi tutti gli studenti delle scuole statunitensi, probabilmente per insegnare loro la necessità della sopravvivenza, anche se il racconto poteva essere interpretato anche come un inno alla morte. Il protagonista immaginario senza nome muore da solo nel freddo e nella neve, incapace di accendere un fuoco. È un fallito, non un esempio di successo. Ora, nell’anniversario della sua nascita a San Francisco, 150 anni fa, Jack London, come il suo protagonista immaginario, potrebbe essere definito un altro maschio bianco morto, relegato nella discarica degli autori americani in gran parte dimenticati. Forse è lì che avrebbe dovuto finire decenni fa, anche se l’anarchica di origine russa Emma Goldman lo definì “l’unico scrittore rivoluzionario in America”. Cosa pensava e cosa intendeva per rivoluzionario? È vero che appartenne al Partito Socialista per 20 anni e che si dimise, come spiegò in una lettera, “a causa della sua mancanza di ardore e combattività e della sua perdita di enfasi sulla lotta di classe”. Il Partito Socialista degli Stati Uniti era contrario all’entrata degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale. London era favorevole.  Strano tipo di socialista, voleva diventare ricco, vivere in una villa con servitù e allo stesso modo dei magnati che sosteneva essere suoi nemici. Con un socialista democratico appena eletto sindaco di New York, potrebbe valere la pena riesaminare la carriera politica del radicale Jack London, che si candidò due volte a sindaco di Oakland e perse entrambe le volte. A differenza di Zohran Mamdani, non aveva un’organizzazione di base né organizzatori locali al suo fianco. È vero, abbracciò cause genuine; fece pressioni per ottenere la giornata lavorativa di otto ore e la fine del lavoro minorile nelle fabbriche. Inoltre, a suo merito, difese Charles Moyer, William “Big Bill” Haywood e George Pettibone, i tre membri dell’Industrial Workers of the World (IWW) sotto processo in Idaho e falsamente accusati dell’omicidio del governatore Frank Steunenberg nel 1905. Nello stesso anno, sulla scia della rivoluzione fallita in Russia, tenne discorsi appassionati da Berkeley ad Harvard in cui incitava alla violenza e agli omicidi per rovesciare il vecchio ordine e inaugurare quello nuovo. Allo stesso tempo, sostenne anche l’invasione statunitense delle Filippine e di Porto Rico e sostenne che gli indiani d’America dovessero abbandonare i loro costumi e abbracciare quelli dell’uomo bianco. In una lettera datata 12 giugno 1899, scrisse: “Le razze negre [sic], le razze bastarde, le razze schiavistiche, le razze non progressiste, hanno sangue cattivo, cioè sangue che non è in grado di permettere loro di sopravvivere con successo alla selezione per cui sopravvivono i più adatti”. Undici giorni dopo scrisse dei «negri d’Africa», come li chiamava, e insistette sul fatto che il socialismo era «concepito per la felicità di alcune razze affini». Dodici giorni prima del Natale del 1899, London ribadì le sue opinioni sulla supremazia bianca e spiegò a un amico: «Il nero si è fermato, proprio come si è fermata la scimmia. Nemmeno le scimmie antropomorfe più evolute potranno mai evolversi in esseri umani; allo stesso modo, i negri [sic] non potranno mai evolversi in una specie umana superiore a quelle esistenti”. Jay Craven, che ha diretto la versione cinematografica del 2021 del romanzo autobiografico di London Martin Eden, è stato abbastanza saggio da scegliere attori neri per interpretare i personaggi bianchi immaginari, evitando così le critiche. I difensori di London (leggi anche qui, ndt) hanno sostenuto che egli si è limitato a riflettere le opinioni predominanti del suo tempo. È vero, Jim Crow governava gran parte della nazione, ma W. E. B. Du Bois pubblicò The Souls of Black Folk nel 1903, lo stesso anno in cui fu pubblicato The Call of the Wild, e nel 1909 Du Bois e i suoi amici fondarono la National Association for the Advancement of Colored People (NAACP). Stranamente, anche se forse non così tanto, London fu cresciuto da una donna di colore che chiamava “mammy” e si descriveva come il suo “piccolo negro bianco”, ben sapendo che si trattava di un insulto razziale. Sebbene London fosse socialista, era anche imperialista, sciovinista e razzista; in breve, un uomo pieno di contraddizioni che riflettevano le profonde contraddizioni sociali e politiche della società americana all’indomani della guerra civile e alla vigilia della prima guerra mondiale, una guerra alla quale voleva che gli Stati Uniti partecipassero per sconfiggere i tedeschi. Dal 1896, quando aderì al Partito Socialista, fino al 1916, quando lo lasciò, London non fu un socialista democratico. Nel saggio “How I Became a Socialist” (Come sono diventato socialista), pubblicato per la prima volta su Comrade nel 1903, scrisse che la paura di cadere nella “fossa sociale” lo spinse ad aderire al Partito Socialista. «La donna della strada e l’uomo dei bassifondi mi erano molto vicini», spiegò. «Li vedevo, vedevo me stesso al di sopra di loro… e confesso che fui preso dal terrore». Come sottolineò sua figlia Joan London nella biografia dedicata al padre, egli era attratto da figure carismatiche e forti, non da organizzatori e organizzazioni di base. Secondo Joan, aveva molto in comune con Mussolini. George Orwell notò che aveva «una vena fascista». Per sua stessa ammissione, London non partecipò mai a una riunione del Partito Socialista. Socialista famoso, socialista con un nome famoso, nonché oratore dinamico con un entourage che includeva Mother Jones ed Emma Goldman, fu utilizzato dal movimento per promuovere la causa del socialismo. Raramente, se non mai, fece sacrifici per essa. Le celebrità possono essere un peso: rendono popolari le cause, ma attirano anche l’attenzione su se stesse e sulla loro carriera, come è successo negli anni Sessanta. Infatti, le pubblicazioni socialiste hanno promosso il lavoro di London e hanno contribuito a renderlo un autore di best seller. In rare occasioni, è stato definito un falso socialista che viveva una vita di lusso al Beauty Ranch nella contea di Sonoma, lontano dalla contesa politica. Se gli insegnanti avessero assegnato le sue opere per esplorarne le contraddizioni, London sarebbe stato l’autore perfetto da inserire nelle liste di lettura. Ma per decenni gli studiosi di London hanno ignorato le sue opinioni suprematiste bianche, il suo sciovinismo e la sua paura e avversione per il meticciato. Ci sono state delle eccezioni, come Philip Foner, curatore di Jack London: American Rebel, una raccolta degli scritti di London su questioni sociali. Foner ha sottolineato che London non ha mai denunciato la schiavitù dei popoli indigeni nel Pacifico meridionale, anche se in un’occasione si è unito agli schiavisti e ha osservato la loro spedizione nella giungla. Per la maggior parte, biografi e critici hanno difeso London e i suoi libri. È vero, c’erano sempre alcune crepe nella folla di adoratori, ma ciò che sembra aver fatto davvero la differenza nel mondo degli studi e della pedagogia su London è stato il movimento Black Lives Matter. Sulla scia dell’omicidio di George Floyd, gli insegnanti non potevano continuare a essere apologeti acritici dell’autore di Il richiamo della foresta, Zanna Bianca e Il lupo di mare. Gli studenti non credevano alle lodi che venivano loro propinate. Ora, con Trump alla Casa Bianca, il risorgere del razzismo e il ritorno delle statue dei generali della Confederazione, London potrebbe essere considerato in alcuni ambienti una sorta di eroe culturale. Ma non è così semplice. Il libro di London Il tallone di ferro prediceva l’avvento di un’oligarchia negli Stati Uniti. In quell’opera profetica, descrive una sinistra cospirazione per sopprimere la libertà di parola e di riunione, imprigionare gli oppositori e i critici più schietti, controllare le notizie e le informazioni, istituire un esercito professionale di mercenari pagati, creare una polizia segreta e intraprendere una guerra globale per l’egemonia economica. Ha sempre venduto molto meglio nel resto del mondo che negli Stati Uniti. Leggete The Iron Heel, naturalmente, e poi leggete il suo libro meno razzista, The People of the Abyss, sulla povertà nel cuore dell’Impero britannico, e The Road, sulle sue esperienze di vagabondo in viaggio attraverso gli Stati Uniti, e sul suo arresto e incarcerazione a Buffalo, New York. Speriamo che Mamdani non venga risucchiato dal circolo delle celebrità e che la sua famiglia, i suoi amici e i cittadini di New York lo aiutino a rimanere onesto in una città che ha dato i natali a Trump e Giuliani. Jonah Raskin è l'autore di Beat Blues, San Francisco, 1955. 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Quello che vogliamo | Oroscopo di Foucault 2026
(collage di stefania spinelli) “Quello che vogliamo non è mai semplice. Ci muoviamo tra le cose che pensavamo di volere: un volto, una stanza, un libro aperto e queste cose portano i nostri nomi – ora ci vogliono”. [linda pastan] QUELLO CHE VOGLIAMO | OROSCOPO DI FOUCAULT 2026 ARIETE – Se dovessimo dirlo in una sola frase, il vostro tratto principale è questo: vivete nell’urgenza del primo passo e nella fiducia cieca dell’azione. Lo sappiamo, nei segni di fuoco tutto è iniziativa, coraggio, imprudenza, apertura di varchi, autoaffermazione. Voi non attendete che le condizioni siano ideali: agite perché qualcosa accada. E spesso accade davvero, anche se il prezzo da pagare arriva dopo. Vale forse poco ricordarvi la genesi del vostro mito, eppure ci proviamo.Nella mitologia greca l’Ariete dal Vello d’Oro è inviato da Nefele per salvare i figli Frisso ed Elle da un sacrificio imminente. L’ariete compare nel momento estremo e permette loro la fuga. Durante il viaggio Elle muore, Frisso sopravvive, e quando la salvezza è compiuta l’ariete non viene premiato, anzi  viene sacrificato a Zeus come atto conclusivo. A Napoli si direbbe cornuto e mazziato. L’archetipo è chiaro: l’ariete salva, inaugura, accende – ma non resta. Chi ama pensare che le vite dipendono dal transito delle costellazioni vi ricorderà che da metà febbraio Saturno entra nel vostro segno, introducendo un lessico che vi è poco familiare: disciplina, responsabilità verso voi stessi, scelte ponderate, distinzione tra impulso e decisione. Ma nessun pianeta può farlo al posto vostro. Il punto non è diventare prudenti per forza, ma diventare consapevoli. Continuare a essere quelli che partono per primi, oppure imparare a restare un momento in più prima di scattare. Non per spegnere il fuoco, ma per orientarlo. Non per rinunciare al gesto, ma per sottrarlo al sacrificio automatico. Il mito vi ricorda che salvare tutti non è sempre possibile, e che non ogni causa merita la vostra intera vita. E allora arriviamo alla questione decisiva. Quello che vogliamo non è semplice: capire cosa merita davvero il primo gesto;  lottare, dunque, e scegliere con cura per chi e per che cosa vale la pena esporsi. TORO – In una lunga e costante tradizione astrologica il Toro è il segno della tenacia, della forza silenziosa, della perseveranza che non ha bisogno di clamore. È il segno che conserva, che protegge ciò che è stato conquistato, che difende la forma contro il caos. Governato da Venere, sotto l’apparenza pacata e ponderata custodisce un’intensità sensuale e istintiva che non ha bisogno di essere annunciata: chi la conosce, la riconosce. Per questo, per l’anno che viene, non vi servono grandi indicazioni, ma piccole prudenze nel gioco dei desideri. I desideri, per voi, non mancano mai, soprattutto nella loro forma astratta. Quest’anno, invece, vi si pone una domanda più scomoda e più rara: che cosa volete davvero, e che cosa di ciò che volete è disposto a diventare reale? E soprattutto: che cosa siete disposti a cambiare? La vostra forza, quando diventa rigidità, rischia di trasformarsi in immobilità. E allora la vera prova non sarà resistere ancora, ma scegliere consapevolmente cosa lasciare andare del vecchio per permettere a qualcosa di nuovo di crescere. Non una rottura spettacolare, ma un movimento interno, lento e profondo. C’è in voi, quest’anno, una tensione sotterranea che somiglia a una forma di disobbedienza silenziosa: il bisogno di inceppare il mondo così com’è. Non per distruggerlo, ma per costringerlo a rivelarsi. È un gesto che vi chiede coraggio, non impulsività; volontà, non semplice attaccamento. Non si tratta di rinnegare ciò che siete, ma di capire se ciò che conservate vi nutre ancora o vi trattiene. Quello che vogliamo è fare del sogno non un rifugio, ma — come direbbe Pavese — “un’unica vita, libera e palpitante”: radicata nella realtà eppure aperta al respiro più ampio dell’immaginazione. Non sarà un anno di rotture plateali, ma di scelte profonde. E come ogni vera scelta, vi chiederà lentezza, fedeltà a voi stessi e quella forza rarissima che consiste nel crescere senza tradirsi. GEMELLI – Siete il segno della mobilità mentale, della connessione, del passaggio continuo tra idee, parole, persone. Vivete nella soglia: tra una domanda e l’altra, tra il lavoro e il gioco, tra il bisogno di capire e quello di condividere. Non amate le definizioni definitive perché sapete che ogni pensiero, se resta fermo, si impoverisce. Il vostro talento naturale è il movimento, il rischio costante è la dispersione. C’è in voi una naturale inclinazione alla socialità, ma quest’anno vi mettiamo davanti a una distinzione sottile e necessaria: non tutte le relazioni nutrono allo stesso modo. Alcune stimolano, altre distraggono; alcune amplificano la vostra felicità, altre la consumano rapidamente. Secondo lo psicologo Martin Seligman ci sono tre tipi di vita felice. La buona vita, ovvero perseguire la crescita personale, essere impegnati nel lavoro e nel gioco. La vita ricca di senso, ovvero agire al servizio di qualcosa più grande di noi. La vita piacevole, ovvero cercare il piacere attraverso la socializzazione. Tre dimensioni che conoscete bene. Quest’anno il compito non è scegliere una sola via alla felicità, ma capire quali relazioni rendono queste vie reali e durature. La domanda non è se stare con gli altri – per voi è vitale – ma con chi e a quale profondità, quali sono i legami che meritano una  gioia vera e condivisa. Per avvicinarvi a ciò che Aristotele chiamava eudaimonia, vi suggeriamo un gesto meno ovvio di quanto sembri: rallentare il pensiero quanto basta per restare in profondità. Restare in una conversazione, in un progetto, in una relazione, in un luogo senza scivolare subito altrove. Non una rinuncia alla vostra natura, solo un suo affinamento. Quello che vogliamo è una “selezione consapevole”,  una felicità, che non nasca dall’accumulo di esperienze, ma dalla loro risonanza. Perché solo le relazioni autentiche – anche imperfette, anche faticose – hanno la capacità di amplificare davvero ciò che siete e ciò che potrete diventare. CANCRO – Bruno Bettelheim, psicoanalista viennese, ha vissuto in prima persona l’internamento in un campo di concentramento nazista. Ha poi raccontato e analizzato la sua esperienza in un libro che in Italia è stato pubblicato con il titolo Il prezzo della vita. In realtà (e confesso che è una scoperta per me recente) il titolo originario del suo libro, The Informed Heart (Il cuore informato), dice già tutto ciò che riguarda profondamente il Cancro. Lo scopo del libro non era tanto lo studio della vita nei lager, ma “mostrare quali siano i cambiamenti che dobbiamo operare in noi stessi” e come la vera sicurezza si trovi nella “buona vita” e nel riuscire a far coincidere gli opposti. Sappiamo che vivete da sempre in questo spazio di tensione: tra protezione e apertura, tra memoria e presente, tra bisogno di sicurezza e desiderio di appartenenza. Nei prossimi mesi questa dinamica diventa centrale e inevitabile, e questo non dipende dai  transiti planetari di quest’anno –che pure a detta degli astrologi  sollecitano l’asse emotivo e quello della responsabilità. È un processo di crescita che sta lasciando spazio a qualcosa di più complesso e più maturo. “Non possiamo più accontentarci di una vita in cui il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. Il nostro cuore deve conoscere il mondo della ragione e la ragione deve essere guidata da un cuore consapevole”. Questa frase di Bettelheim non è un’astrazione per voi: è un compito concreto per quest’anno. Alcune situazioni vi mostreranno che la sensibilità, se non è informata, può diventare chiusura; e che la razionalità, se non è nutrita di affetto, diventa arida e difensiva. I più colti e ironici di voi coglieranno che questa è la risposta al dilemma della guerra Mente e Cuore cantata da Valentina Stella, ma questo non toglie nulla alla serietà del vostro lavoro interiore per l’anno che è cominciato. “Il cuore coraggioso deve infondere nella ragione tutto il suo colore vitale e la ragione deve perdere la sua astratta simmetria per ammettere l’amore e le pulsazioni della vita”. Non è un invito a “sentire” meno, ma a sentire meglio. A non usare l’emozione come rifugio, né la lucidità come difesa. A costruire una sicurezza che non dipenda solo dal passato o dalle mura che avete eretto, ma da una capacità nuova di stare nel mondo senza smarrirvi. Quello che vogliamo non è tornare a un luogo sicuro, ma diventare noi stessi un luogo sicuro in cui cuore e ragione non si escludano, anzi si intrecciano per permettervi di vivere – per intero – la vostra buona vita. LEONE – “Ho paura che tu non sappia come amo, come in te il mio costato vada alla deriva e manchino le parole per affrontare l’invisibile (…)”. Partiamo da qui, da questa paura sottile nominata da Candiani nella poesia Per voce di amante, perché ci sembra che il Leone si trovi esattamente in questo punto: non tanto nel timore di amare invano, quanto in quello di non essere riconosciuto per la forma unica del proprio amore. Che sia con il corpo, con la presenza o con la cura, per voi amare è sempre esporsi. Del resto siete il segno della luce e dell’irradiazione, della volontà che si manifesta senza ambiguità. Ma dietro questa chiarezza c’è una vulnerabilità profonda: il bisogno che ciò che donate venga visto, accolto, compreso. Nel 2026 questa esigenza diventa centrale, e non tanto perché i transiti planetari vi costringono a rivedere il modo in cui cercate conferma, ma perché la maturità e la crescita personale passano per la consapevolezza che non tutto ciò che è autentico viene immediatamente riconosciuto e non tutto ciò che brilla ha bisogno di applausi. Abbiamo letto che Saturno, in aspetto armonico al vostro segno per buona parte dell’anno, vi chiede di distinguere tra il bisogno di essere visti e la responsabilità di restare fedeli a ciò che siete, anche quando lo sguardo dell’altro manca. Secondo altri Nettuno renderà più sottile e meno controllabile il campo affettivo: potreste sentirvi fraintesi, o avere la sensazione che le parole non bastino più. A nostro modesto avviso non è compito dei pianeti decidere, è solo una vostra scelta. Per quest’anno non vi suggeriamo di amare di meno, ma di non contrattare il vostro amore in cambio di riconoscimento. Non tutto deve essere spiegato, non tutto deve essere messo ai piedi dell’altro.  L’invisibile che vi abita non va domato: va onorato. Quello che vogliamo, nel profondo, non è essere applauditi, ma essere visti senza doverci tradire o mascherare. Non è occupare il centro della scena, è sapere che il nostro modo di amare e di essere – leale e totale – ha diritto di esistere così com’è. Quello che vogliamo non è semplice, è giusto. VERGINE – Ha scritto Marguerite Yourcenar che il grafico di un’esistenza umana si compone di tre linee sinuose, prolungate all’infinito, ravvicinate e divergenti senza posa: ciò che crediamo di essere, ciò che vogliamo essere, ciò che siamo stati. Quest’anno la Vergine si muove esattamente dentro questo disegno complesso, con la consueta attenzione al dettaglio e una lucidità che, a volte, diventa severità verso se stessa. Voi siete il segno che osserva, che analizza, che cerca coerenza tra le parti, ma spesso paga questo talento con un eccesso di controllo. La Vergine vive nell’intersezione tra volontà e misura. Non amate l’improvvisazione: preferite capire, ordinare, rendere funzionale ciò che è confuso. Ma quest’anno vi mette davanti a una tensione sottile: non tutto ciò che siete può essere corretto, non tutto ciò che è stato va migliorato. Secondo alcuni astrologi i transiti di quest’anno – in particolare quelli che sollecitano l’asse del cambiamento e della revisione profonda – vi chiedono di riconsiderare il rapporto con il passato, non come archivio di errori, ma come materia viva che ha già fatto il suo lavoro. Non sappiamo se sia vero, però sappiamo che  a volte c’è una distanza, spesso dolorosa, tra ciò che siete e ciò che vorreste diventare. Il rischio è quello di abitare perennemente la seconda linea del grafico, quella del “non ancora”, senza concedervi il diritto di riconoscere ciò che siete già. Per quest’anno vi invitiamo a un gesto meno consueto ma necessario: sospendere il giudizio, almeno per un periodo. Non per rinunciare alla vostra intelligenza critica, ma per evitare che diventi una forma di auto-sottrazione. Quest’anno non vi sarà chiesto di fare di più, solo di fare con maggiore fedeltà a voi stessi perché il perfezionamento continuo non sempre equivale alla crescita. A volte crescere significa accettare una linea sinuosa che non torna, che devia, che non obbedisce a un disegno ideale. Quello che vogliamo non è diventare una versione migliore secondo criteri astratti, ma riconoscere una continuità possibile tra ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che scegliamo di diventare. Non correggere la vita, ma abitarla con attenzione, rispetto e gentilezza rivolti prima di tutto a voi stessi. BILANCIA – Nel 1893 l’esploratore norvegese Fridtjof Nansen concepì un’impresa che, per l’epoca, appariva impossibile. Invece di tentare la sfida di forzare i ghiacci artici per raggiungere il Polo Nord, decise di affidarsi alla loro deriva naturale, trasformando un ostacolo in una via. L’idea era semplice e rivoluzionaria insieme: costruire una nave capace di resistere alla pressione della banchisa e lasciarla intrappolare volontariamente, perché fosse il ghiaccio stesso a trasportarla lentamente verso nord. Nacque così la Fram (Avanti), una nave progettata non per dominare la natura, ma per collaborare con essa. Nel 1893 la spedizione salpò verso l’Artico e la Fram venne intenzionalmente bloccata nei ghiacci vicino alla Siberia. Per quasi tre anni la nave rimase intrappolata, protetta, autosufficiente, mentre la deriva la spingeva attraverso il mare polare. Quando Nansen comprese che il movimento dei ghiacci non avrebbe condotto direttamente al Polo, lasciò la nave con un compagno per tentare l’avanzata in slitta. La Fram, invece, continuò il suo lento viaggio e riuscì infine a liberarsi, tornando in Norvegia. Nansen non riuscì a raggiungere il Polo Nord, ma vi si avvicinò come nessuno prima di lui. L’impresa fu comunque un successo scientifico e umano, e la Fram divenne simbolo di un nuovo modo di esplorare. Per quest’anno vi suggeriamo di muovervi dentro questa stessa logica. Voi siete il segno dell’equilibrio, della relazione, dell’intelligenza che nasce dal dialogo. Ma quest’anno i transiti planetari – in particolare quelli che sollecitano le scelte strutturali e i legami significativi – vi invitano a comprendere che non tutto ciò che avanza lo fa per spinta diretta. A volte il vero movimento avviene per deriva, per adattamento, per una fiducia attiva nel processo. Non è un anno in cui forzare decisioni o pretendere risposte immediate. Come la Fram, siete chiamati a costruire una forma interiore capace di reggere la pressione senza spezzarsi. Alcune situazioni sembreranno immobili, bloccate, sospese. Ma ciò che appare fermo sta lavorando, lentamente, nella direzione giusta. Quando Nansen lasciò la nave per tentare un’altra via, non rinnegò l’impresa: la completò in modo diverso. Anche voi, potreste scoprire che cambiare strategia non significa tradire l’equilibrio, ma onorarlo. Non tutto ciò che non arriva esattamente dove avevate immaginato è una sconfitta: alcuni risultati valgono perché trasformano il modo in cui attraversate il cammino. Quello che vogliamo non è controllare ogni esito, ma trovare una direzione che nasca dalla collaborazione con ciò che accade, non dalla sua forzatura. Come la Fram, anche voi potete avanzare lasciandovi portare, se saprete restare fedeli a voi stessi mentre il mondo vi muove. SCORPIONE – Ha scritto la poetessa statunitense Linda Pastan: “Quello che vogliamo non è mai semplice. Ci muoviamo tra le cose che pensavamo di volere: un volto, una stanza, un libro aperto e queste cose portano i nostri nomi ora ci vogliono. Ma quello che vogliamo appare nei sogni, indossando travestimenti”. Eccoci subito al nodo, Scorpione, perché quest’anno vi porta esattamente qui: tra ciò che pensavate di volere e ciò che vi chiama da luoghi più profondi, meno nominabili. Cosa volete davvero e cosa invece avete scambiato per desiderio? Un’amica mi ha sfidato, dicendo «per quanto puoi scrivere e studiare non comprenderai mai il nostro segno». Temo abbia ragione, non sono certo che libri o stelle contengano una risposta definitiva, anche se la vostra costellazione ospita una delle luci più intense del cielo, Antares. Forse una luminosità così potente costringe a socchiudere gli occhi; o forse non esiste stella all’altezza del vostro mistero. Di voi, del segno che conosce la morte come passaggio e non come fine, è più giusto parlare al plurale: scorpioni. In voi abitano desideri opposti, impulsi che si contraddicono, fedeltà e rottura, attaccamento e necessità di distruzione. Secondo molti astrologi quest’anno i transiti planetari che toccano le zone più profonde del tema – quelle legate al potere, all’intimità, alla trasformazione – rendono impossibile continuare a vivere scegliendo una sola voce. Sarebbe un anno durissimo se tentaste di ridurvi a una versione semplificata di voi stessi. È invece un anno potentissimo se accettate il compito che vi viene affidato: trovare spazio per ogni parte che vi compone, parole per ogni pensiero che vi attraversa, rifugio persino per ciò che punge e fa male. Siete il segno più enigmatico, legato ai cicli di morte e rinascita, dotato di un’intelligenza lucidissima e attraversato da impulsi sessuali e da un’aggressività passionale che non tollera mezze misure. Non a caso il vostro motto astrologico è semplice e assoluto: io rinasco. Quest’anno la rinascita non passa per un singolo evento risolutivo: passa per l’integrazione. Non per scegliere tra luce e ombra, ma per abitare entrambe senza ferirvi o autodistruggervi. Quello che vogliamo, nel profondo, non è liberarci delle nostre contraddizioni, ma imparare a viverle senza rinnegarne nessuna. Rinascere, ogni volta, perché “non ricordiamo il sogno, ma il sogno ci ricorda”. SAGITTARIO – Sapete perché questo oroscopo viene pubblicato il giorno dell’Epifania e non a fine anno, come tutti gli altri? Perché non è un oroscopo come gli altri e perché volevamo che le parole non si confondessero con le retoriche zuccherine del “pace, salute, prosperità” che chiudono l’anno. Non perché queste parole non siano fondamentali, ma perché, così come vengono pronunciate, restano enunciazioni. E voi, Sagittario, siete il segno che non si accontenta delle formule o degli slogan: cercate il senso delle parole, perché solo quando hanno peso possono guidare davvero l’azione. La speranza, per voi, non è mai astratta. Deve essere sporcata dalla realtà, dalle imperfezioni, dalla stanchezza, dagli inciampi lungo il cammino. È un foglio bianco che non bisogna avere timore di riempire di errori, se davvero si vuole scrivere un finale diverso. Nel 2026 questa immagine vi descrive con precisione: siete chiamati a rendere concreta una visione che avete già da tempo davanti agli occhi, ma che forse avete tenuto troppo in alto, troppo lontana dal corpo. Siete il segno dell’orizzonte, della fiducia nel futuro, del passo lungo. Ma quest’anno la domanda cambia tono. Non è più solo cosa volete, bensì come siete disposti a muovervi verso ciò che volete. Siete pronti a chiedere aiuto? A non fare tutto da soli? A rallentare il passo per non perdere chi cammina con voi? Questo non è un anno che vi chiede di smettere di credere, ma di credere in modo incarnato. Accettare che la speranza non è una fuga in avanti, ma un lavoro quotidiano fatto di compromessi intelligenti, di ascolto, di fiducia condivisa. Alcune illusioni cadranno, ed è un bene: vi costringeranno a distinguere tra ciò che vi ispira davvero e ciò che vi distrae con promesse troppo facili. Quello che vogliamo è già nell’orizzonte. È il gesto sottile e difficile di diventare poliglotti nella propria lingua madre: imparare a dire ciò che sentiamo con più registri, più voci, più umanità. Perché la vera sfida, quest’anno, è restare fedeli a ciò che ci muove, anche quando questo richiede pazienza, collaborazione e il coraggio di non sapere tutto subito. CAPRICORNO – Nel 1912, durante lo sciopero delle operaie tessili di Lawrence, in Massachusetts, il movimento sindacale e femminista statunitense marciò sotto uno slogan che aveva preso in prestito le parole di un poema scritto l’anno precedente da James Oppenheim: “Hearts starve as well as bodies / give us bread, but give us roses” (“Anche i cuori soffrono la fame come i corpi: dateci il pane, ma dateci anche le rose”). Molti anni dopo, Ken Loach riprese quelle parole per raccontare in un film una storia di lavoro sfruttato, paura, solidarietà fragile e dignità ostinata. Una storia in cui la lotta non riguarda solo la sopravvivenza, ma il diritto a una vita che abbia qualità, tempo, rispetto. Il Capricorno, più di ogni altro segno, conosce il valore del pane. Conoscete la fatica, la responsabilità, la costruzione lenta e ostinata di ciò che garantisce stabilità. Siete il segno che regge, che tiene, che non molla anche quando il peso è sproporzionato. Quest’anno vi mette davanti a una sfida meno comoda: non basta resistere. Non basta garantire la sopravvivenza materiale se il prezzo è la rinuncia sistematica al desiderio, al tempo, alla bellezza. Vale nelle relazioni, nel lavoro, nelle amicizie. Dicono gli astrologi seri che i transiti planetari di quest’anno toccano il vostro segno in profondità. Abbiamo letto che Saturno, vostro pianeta guida, vi chiede ancora rigore, ma in una forma più matura: non solo disciplina, bensì responsabilità verso voi stessi. Pare anche che Plutone continui il suo lavoro di trasformazione strutturale, smontando ciò che avete costruito solo perché “si deve”, solo perché “ha sempre funzionato”. Non sappiamo se sia vero, però vi invitiamo a fare cadere alcune certezze, non per punizione, ma perché non sono più abitabili. Il lavoro, le relazioni, gli obiettivi: tutto ciò che resta in piedi quest’anno dovrà avere un senso profondo, non solo utilità. Perciò, quest’anno, quando si tratterà di dover scegliere, non fatelo. Quest’anno qualcosa di radicale, anche se silenzioso: pretendere sempre il pane e le rose. Ci saranno divisioni interne, paure, tentazioni di tornare indietro. La vera maturità, quest’anno, non è stringere ancora i denti: è ammettere che anche il cuore ha fame. Quello che vogliamo non è solo resistere, né semplicemente riuscire, ma costruire una vita che non ci costringa a scegliere tra sopravvivere ed essere vivi. Nel 2026 siamo chiamati a una forma nuova di autorità: quella di chi sa dire che il pane è necessario, ma che senza le rose non basta più. ACQUARIO – Una mia vecchia amica ritiene che in ogni contesto, per esempio “cucinando”, sia possibile creare. E ricorda sempre che per Elsa Morante la sola frase d’amore era: “Hai mangiato?”. Non perché l’amore si riduca alla cura pratica, ma perché ogni creazione, per esistere, ha bisogno di passare dal corpo. Ed è qui che ci viene in mente un verso di una poesia di Chandra Livia Candiani: “L’anima ha le ali, ma è il corpo che ne porta la fatica”. Se avete la pazienza di leggere, vi sarà chiaro il perché. L’Acquario vive naturalmente nel registro dell’aria: pensiero, visione, ideale. Siete capaci di immaginare forme nuove di relazione, di amicizia, di convivenza, molto prima che il mondo sia pronto ad accoglierle. In amore come nella vita, siete chiamati a trovare un equilibrio sottile tra aspirazione e realtà. L’amore ideale resta per voi una bussola imprescindibile; senza, vi sentireste traditi. Ma quest’anno vi invita a riconoscere che l’amore reale non è la negazione dell’ideale, bensì il luogo in cui l’ideale si misura con il limite, con la stanchezza, con il tempo condiviso. Ricordate: l’anima può continuare a volare, solo se il corpo accetta di portarne il peso. Secondo gli astrologi seri, Plutone nel vostro segno renderà questo processo ineludibile. Non vi chiede di rinunciare alla libertà, ma di darle più di una forma. L’amore è una pratica che può assumere più forme: a volte cucinare per l’altro, a volte insegnare all’altro a farlo, a volte semplicemente sedersi insieme senza sapere esattamente cosa verrà servito. Si tratta di trovare un equilibrio tra la vostra doppia natura: l’Acquario uraniano, che spinge verso il nuovo e teme ogni vincolo, e quello saturnino, che comprende che la libertà non è assenza di peso, ma assunzione consapevole di ciò che è reale. Quest’anno non vi si chiede di risolvere questa tensione, vi suggeriamo di usarla come motore creativo. Quello che vogliamo non è un amore pensato così bene da non dover essere vissuto, né una realtà così pesante da spegnere il desiderio. Vogliamo un amore in cui l’anima continui ad avere le ali e il corpo, nel portarne la fatica, possa dire: io esisto. PESCI –  Se dovessimo indicare uno dei “mali” del nostro tempo, potremmo dire, senza tema di smentita, che è questa sovrabbondanza di immagini che ogni giorno scorrono sugli schermi: tutto è visibile, tutto è accessibile, tutto è già visto prima ancora di essere vissuto. Non è una critica al progresso, né un rimpianto nostalgico; è la constatazione che, in questo gioco di specchi, qualcosa si incrina. Si può assistere a tutto – persino all’orrore – e restare immobili. Nel suo libro Quando il mondo dorme, Francesca Albanese cita le parole del monaco buddhista Thich Nhat Hanh: “Dopo aver visto, bisogna agire. Altrimenti, a cosa serve vedere?”. È a voi che queste parole parlano più direttamente, perché siete il segno che vede più degli altri, ma non sempre riesce a restare presente nella propria vita. I Pesci sono sensibilità pura, empatia senza confini, capacità di sentire il mondo come se non esistessero separazioni. Ma proprio questa dote, nel tempo dell’eccesso di immagini, rischia di trasformarsi in stanchezza emotiva, in ritiro, in una sorta di anestesia dolce. Sentire tutto può diventare, paradossalmente, un modo per non riuscire più ad agire. Secondo gli astrologi “seri”, il 2026 arriva come un anno di svolta perché segna la fine di un lungo ciclo: Saturno conclude il suo passaggio nel vostro segno nei primi mesi dell’anno. È stato un transito severo, che vi ha costretti a fare i conti con i limiti, con il corpo, con la responsabilità di dare forma a ciò che sentite. Ora qualcosa si allenta, ma non per tornare all’indistinto: per scegliere cosa fare di ciò che avete imparato. Nettuno, vostro pianeta guida, ha lasciato i Pesci, ma non vi ha abbandonati: ha lasciato in eredità una domanda radicale sul senso, sulla compassione e sulla verità. Non sappiamo se queste previsioni siano giuste; sappiamo però che quest’anno si presta a trasformare la vostra sensibilità in gesti concreti. Non salvare il mondo – questo vi esaurirebbe – ma salvare la vostra presenza nel mondo. Poiché sapete leggere le vite degli altri come fossero libri aperti, ma spesso ignorate i segnali che arrivano dalla vostra, il compito del 2026 è imparare una forma nuova di cura verso voi stessi: non restare inerti davanti a ciò che vi ferisce, non dissolvervi in ciò che sentite. Quello che vogliamo, nel profondo, non è smettere di vedere né proteggerci chiudendo gli occhi, ma trovare il coraggio di agire a partire da ciò che vediamo e in difesa di ciò che proviamo, anche quando è scomodo, anche quando ci espone. Fare della nostra sensibilità una forza viva.
REC 25: Eravamo venuti per danzare e invece siamo rimasti seduti
REC 25, LA RASSEGNA DI DANZA CONTEMPORANEA AL TEATRO DELLA TOSSE DI GENOVA We came to dance… Cioè Eravamo venuti per danzare e invece siamo rimasti seduti. A spiegare le ragioni perché non abbiamo più voglia di danzare. REC 25, rassegna di danza contemporanea al Teatro della Tosse di Genova, fase 1: se non hai più parole allora danza; REC 25 fase 2: ma se non puoi più danzare allora parla.  Cosa significa infatti essere un danzatore quando danzare è vietato? E come ci si sente a non poter praticare l’arte a cui si è dedicata tutta la vita? Partendo da queste domande, la drammaturga iraniana Nasim Ahmadpour e il regista Ali Asghar Dashti presentano una lettera d’amore alla danza, che prende il titolo dal verso di una vecchia canzone del gruppo britannico postpunk Ultravox. In una performance che, sviluppata tutta in sottrazione, è forse la pratica corporea più simbolicamente radicale tra quelle che si sono alternate nel nutrito programma del Festival che è coinciso, nell’anno appena concluso, con la celebrazione del mezzo secolo di vita del Teatro. Quattro danzatori iraniani, seduti a una scrivania rivolta al pubblico,  descrivono i movimenti che farebbero se potessero ballare. Attraverso le loro parole, sul palcoscenico prende vita una coreografia solo immaginata, che si intreccia al racconto di episodi reali del passato recente dell’Iran. We Came to Dance è un invito all’ascolto di parole che evocano movimenti invisibili la cui potenza rimane trattenuta nei muscoli, tesi anche da seduti, dei danzatori. E se questo spettacolo si sviluppa tutto in negativo, al suo perfetto opposto – nel segno di una fisicità esplosiva – si pone il lavoro  Les nuits barbares, ou les premiers matins du monde del coreografo franco-algerino Hervé Koubi, che ha chiuso la rassegna. Un inno alla cultura mediterranea, alla bellezza scolpita del corpo maschile dell’età classica,  alle origini comuni dei popoli che su questo mare da sempre si affacciano e al valore delle contaminazioni delle culture che hanno sempre espresso.  Persiani, Celti, Greci, Vandali e Babilonesi. Barbari e dei, quasi delle apparizioni da un tempo ancestrale, nel bagliore cupo della violenza come origine comune del rito e del mito. Echi di battaglie e sacrifici agli dei della vittoria del nemico catturato e smembrato per condividerne il valore. Sudore e odore metallico di sangue versato: nella scena finale i 7 danzatori si caricano ognuno sulle spalle un compagno caduto in battaglia, scorrendo verso il sipario nella luce crepuscolare di una gloria pensabile solo in tempi in cui la morte veniva data guardandosi negli occhi e non attraverso l’obiettivo della camera di un drone. Formalmente conclusa con la fine dell’anno, la rassegna REC ha tuttavia un ultimo appuntamento fuori formato il 10 gennaio, con la prima nazionale di Chi sopravvive fa i saluti, nuova creazione di Deos Danse Ensemble  e del coreografo genovese Giovanni DI Cicco. Un  lavoro che arriva in versione definitiva proseguendo la collaborazione pluriennale del Teatro con DI Cicco e il suo gruppo di lavoro. In un intreccio di fisicità e fragilità, lo spettacolo esplora il confine sottile tra la memoria del corpo e la sua trasformazione, traendo ispirazione da una genealogia del presente, un percorso che attraversa ed interroga il tempo. Un rito necessario in una realtà che cambia più veloce dei corpi che la abitano. INFO Chi sopravvive fa i saluti – Teatro della Tosse     The post REC 25: Eravamo venuti per danzare e invece siamo rimasti seduti first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo REC 25: Eravamo venuti per danzare e invece siamo rimasti seduti sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Che mito Brigitte Bardot (prima di diventare razzista)!
BRIGITTE BARDOT È MORTA ALL’ETÀ DI 91 ANNI. LO STORICO ÉMILIE GIAIME SPIEGA PERCHÉ LA SUPERSTAR HA INCARNATO UN MODELLO DI «DONNA POTENTE» NELLA FRANCIA RIGIDA DEI TRENTA GLORIOSI. PRIMA CHE LA SUA IMMAGINE FOSSE OFFUSCATA DAL SUO SOSTEGNO ALL’ESTREMA DESTRA E DALLE SUE DICHIARAZIONI RAZZISTE. Yann Philippin per Mediapart Una donna mitica è morta domenica 28 dicembre. Brigitte Bardot, prima superstar del cinema francese, presentata come un’icona della libertà delle donne nella Francia rigida di prima del maggio 1968, si è spenta all’età di 91 anni. Rivelatasi nel 1956 nel film Et Dieu… créa la femme (E Dio creò la donna) di Roger Vadim, all’età di 22 anni, scatenò una “Bardot mania” su scala planetaria. In una società allora profondamente conservatrice, la sua libertà sessuale e sentimentale, ma anche la sua volontà di condurre la carriera come meglio credeva, sconvolsero l’immaginario collettivo e influenzarono un’intera generazione. Brigitte Bardot è anche la storia di una donna perseguitata e molestata dai media e dai paparazzi, che nel 1973 mise fine alla sua carriera per dedicarsi alla causa degli animali. Il mito Bardot sarà tuttavia intaccato a partire dagli anni ’90, quando si avvicina all’estrema destra, sostiene Marine Le Pen e sposa un consigliere di Jean-Marie Le Pen, presidente del Front National (oggi Rassemblement National). Moltiplica le dichiarazioni razziste, che le hanno causato cinque condanne penali per istigazione all’odio razziale. Émilie Giaime, che insegna storia contemporanea e dei media all’Istituto cattolico di Parigi, ha sostenuto nel 2023 una tesi dal titolo «Brigitte Bardot “au procès de la femme moderne”: un événement d’opinion au tournant des années 1960 en France». Torna sull’influenza di questa “donna potente”, che ha contribuito alla liberazione delle donne senza mai rivendicare il proprio femminismo. Mediapart: Nella sua reazione alla morte di Brigitte Bardot, il presidente Emmanuel Macron ha affermato che era una “figura femminile nell’immaginario della nazione”. Cosa ne pensa? Émilie Giaime: Lo era, ma non sono d’accordo con la visione essenzializzata sottintesa dalla “figura della Donna”. Brigitte Bardot era una donna eccezionale, che ha saputo entrare in sintonia con le aspirazioni collettive di molte giovani donne all’inizio degli anni ’60, in una società francese ancora molto rigida. La grande filosofa femminista Simone de Beauvoir ha ampiamente decostruito quello che chiamava il “mito della Donna” in “Il secondo sesso” nel 1947. Nel 1959 ha pubblicato un articolo intitolato “Brigitte Bardot e la sindrome di Lolita”, molto elogiativo nei confronti della giovane attrice. In particolare, scriveva: “Nel gioco dell’amore, lei è sia la cacciatrice che la preda. Il maschio è un oggetto per lei, esattamente come lei è un oggetto per lui. Ed è proprio questo che ferisce l’orgoglio maschile. » Nei suoi film, ma ancora di più nella sua vita, Bardot è stata un gigantesco oggetto del desiderio, ma anche, cosa più rara, una donna che ha accettato il proprio desiderio e ha vissuto di conseguenza. Il che, dato il contesto, non è stato facile. Al di là della sua bellezza, come spiega il mito Bardot? C’è infatti questa bellezza spettacolare, ma anche la sua grande fotogenia e il suo senso dell’immagine. Da bambina ha ricevuto una formazione di ballerina classica, poi da adolescente ha fatto la modella, il che le ha forgiato il senso della presentazione di sé. Direi che ciò che ha reso Bardot una star, all’inizio, sono state le foto e la stampa, più che il cinema. Paris Match registra tirature record nei suoi “anni Bardot”. Quanto al “mito BB”, nasce con lo scandalo scatenato dall’uscita di “E Dio… creò la donna” nel 1956, a causa della franchezza sessuale del personaggio di Juliette-BB. Brigitte Bardot diventa una star immensa, la prima star di massa francese. È stata il motore dell’ingresso della Francia in una nuova era di modernità, al tempo stesso capitalista e ipermediatica. Perché? Bisogna ricollocarsi nel contesto, quello di una Francia devastata dalla guerra, una società di carestie, ancora umiliata dalla collaborazione, che si trasformerà, nel giro di soli dieci anni, in una nuova società di abbondanza, consumismo, tempo libero e immagine. Questa società è guidata da una nuova generazione, quella di Brigitte Bardot e di persone un po’ più giovani di lei, che vogliono rompere con il conservatorismo di questa società che, stranamente, assomiglia ancora molto, nelle sue norme e nei suoi valori, a quella del XIX secolo. Brigitte Bardot è un prodigioso acceleratore: con lei si passa da una società appassita, paralizzata dal moralismo… al maggio 1968. È stata il motore di questa metamorfosi della società francese e delle nuove aspirazioni dei giovani. Che ruolo hanno avuto i media nella creazione del mito? Un ruolo essenziale. Bisogna ricordare che all’epoca il diritto all’immagine e alla privacy non esisteva ancora nella legislazione francese. Il fenomeno dei paparazzi nasce insieme a Brigitte Bardot, che ne è stata la prima vittima. Ha subito molestie senza precedenti. Un esempio: nel 1960 è costretta a partorire suo figlio a casa sua, perché il quartiere è circondato dai fotografi. Ma nonostante ciò, alcuni hanno cercato di forzare il cordone di polizia all’ingresso del suo palazzo fingendo di essere ginecologi. Oggi è difficile immaginare un simile assedio, perché ora esiste una legge che garantisce il diritto all’immagine, legato al rispetto della privacy, considerato un diritto individuale inalienabile. Lo abbiamo dimenticato, ma bisogna sapere che è stata Brigitte Bardot a promuoverla. Nel 1967 vinse una causa contro i paparazzi per delle foto rubate scattate nella sua casa. La sentenza ha fatto giurisprudenza, portando all’approvazione della legge, detta “legge Bardot”, nel luglio 1970. Ma queste molestie mediatiche, questo voyeurismo unito al sadismo, hanno quasi ucciso la Bardot, che nel 1960 ha tentato il suicidio. È sopravvissuta grazie a un eccezionale desiderio di vivere e a una grande forza di carattere. Brigitte Bardot ha avuto influenza nella liberazione femminile?   È stata rivoluzionaria in quel periodo perché la realtà sociale e politica era estremamente oppressiva per le donne. Nel 1960, attraverso le rappresentazioni, i media, ma anche le politiche pubbliche, la società esaltava un ideale femminile che era quello della madre, della moglie e della casalinga a tempo pieno, il che le rendeva socialmente ed economicamente dipendenti dai loro mariti. Le donne non avevano accesso alla contraccezione né all’aborto, che erano penalizzati, il che le condannava a una sessualità infelice. Si stima che tra i 250.000 e gli 800.000 siano gli aborti clandestini, praticati in circostanze traumatiche e talvolta fatali. Se l’aborto è penalizzato, lo stupro raramente è giudicato come un crimine, ma il più delle volte come un semplice reato contro il buon costume. In questo contesto, l’emancipazione delle donne è impossibile. Il desiderio femminile è tabù e proibito. In questo quadro, Brigitte Bardot infrange le regole. Sullo schermo e ancor più nella vita reale, ha una vita sentimentale molto libera, assume il proprio piacere, in contrasto con l’ideale femminile “domestico” di sacrificio e rinuncia. Questo è stato accolto dalle donne della sua generazione come un segnale molto forte. E pur rifiutando il femminismo, Bardot ha comunque compiuto atti di femminismo, ad esempio pronunciandosi con grande fermezza a favore dell’aborto prima del voto della legge Veil, che legalizza l’IVG nel 1975. Ha sconvolto altre norme dell’epoca? Oltre alla sua libertà sentimentale, Brigitte Bardot incarnava in quel periodo una figura femminile carismatica ed estremamente potente nell’industria dei media e del cinema:  i film venivano realizzati grazie al suo nome e lei incassava per il suo ruolo in La Vérité, di Henri-Georges Clouzot, quello che allora era considerato in Francia il più alto compenso per un attore o un’attrice, in un ambiente in cui le disuguaglianze di genere erano molto marcate. È una figura centrale sulla scena pubblica, un vero e proprio “evento di opinione”, come ho dimostrato nella mia tesi. Con grande disappunto di suo marito, Jacques Charrier, che fa pressione affinché smetta di recitare, cosa che lei rifiuta con vigore. Lo lascia, tra l’altro. Ma indipendentemente dagli uomini della sua vita, è sempre lei a dominare la coppia: più famosa, più ricca e più influente. È anche estremamente influente, le ragazze si vestono come lei, parlano come lei, cosa che la scrittrice Marguerite Yourcenar ricorderà quando la chiamerà per combattere il commercio di pellicce, mentre le foche vengono massacrate nelle acque canadesi. Quindi Bardot non è solo un fenomeno sessuale, è un fenomeno sociale e politico. Brigitte Bardot, che all’inizio era “una star per gli uomini”, una fantasia eterosessuale, è diventata una star che interessa principalmente il pubblico femminile, suscitando l’interesse delle donne che vedono in lei una figura emancipatoria. Il motivo di questo cambiamento è stata l’uscita di “La vérité” di Henri-Georges Clouzot. Brigitte Bardot interpreta Dominique Marceau, una giovane donna che ha ucciso il suo ex fidanzato in circostanze poco chiare, ma che durante il processo sembra essere giudicata non tanto per l’omicidio quanto per la sua “cattiva vita”. Perché ha avuto diversi amanti, è andata troppo spesso al cinema, ha frequentato i bar e non aveva fretta di sposarsi. Alla fine del film, si suicida tagliandosi le vene alla vigilia del verdetto del processo. Tuttavia, poche settimane prima dell’uscita del film, Brigitte Bardot riproduce esattamente il gesto del suo personaggio di fantasia, tentando a sua volta il suicidio. In quel momento, i media e una parte dell’opinione pubblica si scagliano contro di lei. Suscita odio perché mette in discussione il ruolo sociale delle donne, quello di essere “buone” madri e mogli. La trattano come se fosse responsabile della rovina della società! Questo episodio suscitò un’ondata di empatia e solidarietà tra le donne, che le inviarono numerose lettere di sostegno. Tutti i suoi film (ad eccezione dell’ultimo, firmato Nina Companeez) sono stati realizzati da uomini: “vecchi” registi della tradizione come Clouzot e Autant-Lara, o più giovani, quelli della Nouvelle Vague, come Godard e Louis Malle. Mi sembra interessante che, indipendentemente dall’età dei registi, questi ruoli mettano in primo piano l’aspetto di simbolo sessuale della Bardot, ma ignorino completamente la sua altra dimensione, ovvero l’emancipazione sociale che lei rappresenta per le donne della sua generazione. Nella maggior parte di quei film, d’altronde, i cineasti la fanno morire alla fine… come se Brigitte Bardot dovesse essere punita per la libertà che incarnava. In un’intervista rilasciata nel 2020, Brigitte Bardot ha dichiarato: «Non mi interessa l’emancipazione femminile, me ne frego. Per quanto riguarda la libertà sessuale, le donne non hanno aspettato me per liberarsi. Che malinteso! Non sono mai stata scandalosa, sono stata semplicemente quella che volevo essere». Non mi sorprende affatto, perché Brigitte Bardot non si è mai dichiarata «femminista», né, del resto, politicamente progressista. Ma negli anni ’50-’60 ha compiuto atti di femminismo senza mai rivendicarli. Ha offerto alle donne un modello completamente alternativo rispetto agli standard dell’epoca. E poi Bardot è una grande provocatrice, quindi quando dice «non me ne frega niente dell’emancipazione femminile», bisogna prenderla con le pinze. Infine, c’è stata un’evoluzione nel suo discorso a partire dagli anni ’90, quando ha iniziato a manifestare simpatie per l’estrema destra. Questa evoluzione a sostegno dell’estrema destra non è paradossale per una donna che incarna la libertà? Infatti. Penso che ci sia una spiegazione psicologica, che sia stata traumatizzata dalle molestie subite in gioventù e che sia diventata misantropa… E che forse si è rifugiata nella difesa della causa animale, da pasionaria, perché gli animali hanno quello status di preda che lei stessa ha potuto sperimentare come donna, come attrice e come star perseguitata, la cui intimità era venduta a caro prezzo. Ricordo comunque che poco prima dell’indipendenza dell’Algeria nel 1962, subì un tentativo di racket da parte dell’OAS, l’Organizzazione armata pro-Algeria francese. In un clima violento, reagì pubblicando una lettera aperta su “L’Express”, in cui diceva che non avrebbe pagato l’OAS perché non condivideva i suoi valori e che “non voleva vivere in un paese nazista”. Si trattava di fatto di prendere posizione contro l’Algeria francese ed era molto coraggioso, nel pieno di un’ondata di attentati. Quindi è complicato, Brigitte Bardot ha preso posizioni un po’ in tutte le direzioni. Ciò che colpisce è che ha sempre vissuto senza curarsi minimamente di ciò che si potesse dire di lei. Cosa bisogna ricordare di Brigitte Bardot? La sua libertà quasi assoluta nelle sue scelte, nella sua vita, la sua grande forza di carattere, il suo desiderio di vivere in modo piuttosto folle. È una donna tosta! Ad esempio, durante le riprese di “La Vérité”, è stata maltrattata da Henri-Georges Clouzot, noto per abusare dei suoi attori e, ancora di più, delle sue attrici per strappare loro un’immagine che riteneva realistica. In un’epoca molto lontana dal movimento #MeToo, Brigitte Bardot gli tenne testa e gli restituì gli schiaffi che lui le aveva dato, davanti a centinaia di tecnici e comparse sbalorditi! È una donna di questo calibro. Una pioniera.     The post Che mito Brigitte Bardot (prima di diventare razzista)! first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Che mito Brigitte Bardot (prima di diventare razzista)! sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Torna a Genova il più antico festival di circo-teatro
CIRCUMNAVIGANDO, FESTIVAL INTERNAZIONALE DI CIRCO TEATRO, IN SCENA A MARASSI, AL TEATRO DELL’ARCA DELLA CASA CIRCONDARIALE Se queste stanze non hanno più pareti, ma alberi infiniti…Parafrasando un genovese doc come Gino Paoli. Ma se queste stanze sono celle e se queste pareti sono quelle spesse e sorvegliate h24 di un carcere, ci vuole una vera magia per dare l’illusione, almeno per un’ora, di farle sparire. Ether©Gael-Delaite Ed è  un incantesimo che accade al Teatro dell’Arca della Casa circondariale di Genova, uno dei primi teatri in carcere in pianta stabile in Italia, in grado di conferire continuità a un’esperienza così particolare. Demiurghi di questo mondo fatato sono, in questo caso, i due componenti della compagnia francese Kirn, due ragazzi che portano in scena, in prima nazionale, in due spettacoli nella stessa giornata – uno per i detenuti e uno per gli spettatori “normali”  – un inno alla complicità e  all’unione fraterna. Anche se i due performer che condividono uno spazio semplice e spoglio infatti non sono fratelli, la coreografia è stata composta da due gemelli di cui uno solo è ora sul palco. elena zanzu_foto-filippo-serra Rimane un gioco acrobatico che porta i due interpreti  a sperimentare  la solitudine e la collaborazione, il conflitto e l’armonia alla ricerca del proprio posto e della propria luce. Disorientamento, confusione, intreccio di corpi, acrobazie in loop: una coreografia raffinata tra virtuosismo, antagonismo  e complicità come solo chi è fatto dello stesso sangue può condividere. Deserance_CircoZoe Circumnavigando Festival Internazionale di Circo Teatro ogni anno invade cortili, piazze e palcoscenici di tutta Genova, e torna in scena per la sua XXV edizione dal 6 al 31 Dicembre 2025 con un cartellone che coinvolge artisti di diverse provenienze tra Italia e estero all’insegna della parola d’ordine Fragile, che è il titolo di quest’anno. KIRN Una scelta che richiama alla mente qualcosa di prezioso, da curare e preservare perché unico nella sua fragilità, ma allo stesso tempo potente nelle sue manifestazioni, nella ricerca che esprime, nel gioco dello spettacolo per il quale si mette alla prova e mette alla prova il suo pubblico. Fragile quanto infrangibile, corpi perfetti allenati allo sforzo circense eppure corpi fragili, sempre esposti – come quelli di tutti – all’eventualità di un incidente che, da categoria grammaticale del possibile, diventa circostanza esistenziale inevitabile. Prima o poi nella singole esistenze di ciascuno. Gretel_ph-Alessandro-Villa_ Corpi quindi che, nello splendore della loro perfomance,  ci ricordano l’irripetibilità  e caducità del flusso che scorre. Il lampo, momentaneo ed eterno, di un’estetica che diventa un’etica quando ci rapisce e nutre come la migliore cura per il tutto che, anche nostro malgrado,  ci attraversa quotidianamente. Eternamente. Nessuno-Odissea-di-un-clown_ INFO E PROGRAMMA : Circumnavigando Festival The post Torna a Genova il più antico festival di circo-teatro first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Torna a Genova il più antico festival di circo-teatro sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
E se la guerra la facessero gli orsetti gommosi?
GENOVA, LA RASSEGNA TRA (TESTIMONIANZE, RICERCA, AZIONE) DI TEATRO AKROPOLIS HA FATTO SCOPRIRE ALLA CITTÀ UNA REALTÀ SORPRENDENTE Vedi e rilancia. E se la guerra la facessero gli orsetti gommosi? Si, proprio quelle caramelle di gelatina  colorata che si sciolgono in bocca… Teatro di questa strana guerra messa in scena della compagnia Batisfera – teatrino, a dire il vero – una scrivania di Villa Bombrini a Genova. Dove la rassegna TRA (Testimonianze, Ricerca, Azione) di Teatro Akropolis ha fatto scoprire alla città  una realtà sorprendente come il teatro da tavolo. Un teatro piccolo solo per le dimensioni del palcoscenico ma capace, come nel caso della Grande guerra degli orsetti gommosi di misurarsi con questioni grandissime come una riflessione sui conflitti che insanguinano terre sempre più vicine a noi. AKROPOLI Natsuko Kono Tutto ha inizio quando la Nazione degli orsetti gommosi  dichiara improvvisamente e inspiegabilmente guerra alla potente Federazione dei dinosauri, una specie di farraginoso impero asburgico trasportato direttamente dal Giurassico, che passa velocemente dalla sua astrusa burocrazia a una mobilitazione totale fatta di ferocia, stupri e massacri. Niente di nuovo sul fronte occidentale e le cose, bisogna dirlo,  si mettono subito malissimo per gli attaccanti, con un vorace velociraptor del governo dinosauriano che, conformemente alla sua natura,  divora con gusto l’ambasciatore degli orsetti di gomma proprio mentre consegna la dichiarazione di belligeranza. Da lì in poi va di male in peggio e guardiamo gli orsetti dire addio alle loro piccole vite, prendere congedo da amici e familiari e dalle loro piccole felicità, dai loro piccoli dolori e dalle loro piccole abitudini quotidiane. E avanzare in file compatte contro le spaventose divisioni corazzate dinosauriane fino all’inutile sacrificio dell’ultimo orsetto. Prima che il sole tramonti sul primo giorno di conflitto e prima che si spenga la lampadina da tavolo  sulla scrivania. Micropalco di uno spettacolo che altro non è che uno straordinario dispositivo scenico di dislocamento di uno sguardo – il nostro – ormai assuefatto all’atroce  nell’epoca di una società dello spettacolo che si nutre anche di immagini di guerra e genocidio che saturano ogni canale social e televisivo h24. AKROPOLI Teatringestazione_MonasDanaeFest_PhSaraMeliti_3 Uno sguardo che solo se spiazzato radicalmente  può recuperare una capacità di empatia per le sofferenze degli altri. Fossero pure caramelle gommose colorate. Nella stessa giornata un autore come Claudio Montagna ha declinato, in Aeroplani di carta e Orecchie d’asino, la medesima forma espressiva in una cifra poetica che racconta, col solo ausilio dei toni caldi  della sua voce e  di cartoni disegnati appoggiati alla scrivania, due piccole storie di esclusione e violenza nell’Italia della prima metà del Novecento. La sedicesima edizione del Festival ha offerto a una città sfrangiata tra centro e delegazioni fino allo sfilacciamento di occasioni e opportunità, anche culturali,  un programma fatto di 35 spettacoli, di cui 8 in prima assoluta e 18 in prima regionale, oltre a proiezioni, incontri e seminari per un totale di 50 appuntamenti dedicati al dialogo tra le arti performative. Un incremento di appuntamenti anche rispetto alla precedente edizione che vede e rilancia coraggiosamente in quella specie di gioco d’azzardo che è diventato fare attività culturale di ricerca dopo la sua esclusione (insieme a ben altri 28 festival)  dal contributo del Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo (FNSV) a opera di un governo che evidentemente non vede di buon occhio le occasioni di pensiero critico. AKROPOLI ClaudioMontagna_OrecchieD_asino A conclusione di un mese intero di attività il Festival ha proposto a Palazzo Ducale  la consueta 2 giorni dedicata al butoh, forme espressiva di origine nipponica nata dal trauma della bomba di Hiroshima e della quale la rassegna genovese si conferma uno  dei più importanti appuntamenti a livello nazionale. Imre Thorman ha proposto il suo “Enduring Freedom”:  debuttato a Tokyo nel 2003, il lavoro prende il titolo dall’operazione militare voluta da Bush in Afghanistan e riflette sul paradosso di una “libertà duratura” che prende la lotta al terrorismo come alibi di un’esportazione di democrazia che fu un ventennio di guerre sanguinose che continuano ancora oggi. In uno spazio delimitato da luci al neon, Thormann coinvolge direttamente il pubblico, invitandolo a indossare tute bianche che annullano l’individualità e trasformano gli spettatori in parte integrante della scena. AKROPOLI ImreThormann_EnduringFreedom In “Life under Water” la danzatrice e coreografa giapponese Natsuko Kono si è ispirata alla propria esperienza e al ricordo del disastro di Fukushima, in un lavoro che unisce, con musiche di Vladimir Rašković, dimensione personale e riflessione collettiva sul confine tra vita e morte, luce e oscurità. L’acqua, simbolo di rinascita ma anche di distruzione, diventa spazio in cui il corpo della performer si muove, cade e riemerge, raccontando in modo diretto una vulnerabilità dell’essere umano che trova espressione nell’interrogativo “come posso continuare a danzare in un mondo in cui accadono cose tanto orribili?”. Che a sua volta trova risposta, come nella migliore tradizione del pensiero, in un’altra domanda: “come potrei continuare a sopportare questo mondo se non potessi danzare?” VasilikiPapapostolou_Panopticon Le attività di Teatro Akropolis anche dopo la conclusione del festival proseguono nel progetto Extra, rivolto particolarmente  ai giovani e ai bambini. Tutte le info su  Teatro Akropolis AKROPOLI Leviathan         The post E se la guerra la facessero gli orsetti gommosi? first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo E se la guerra la facessero gli orsetti gommosi? sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Maranza di tutto il mondo, unitevi! Note sul libro di Houria Bouteldja
(disegno di giallaz) Quando chiedo alla commessa di Libraccio se abbiano in negozio il nuovo libro di Tommaso Sarti – Pisciare sulla metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei maranza (DeriveApprodi, 2025) – lei litiga con il monitor perché è convinta che ci sia. «Devo averlo confuso con un altro», mi fa, scusandosi. La guardo comprensivo: non è così usuale che nello stesso mese vengano pubblicati due libri sui maranza, anche io mi sarei confuso. L’altro libro che ho in mente è La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza di Gabriel Seroussi (Agenzia X, 2025). Eppure, non è a questo che stava pensando lei: «L’ho confuso con quello dal titolo tradotto malissimo». La guardo confuso. Sebbene la sua non sia proprio una gran pubblicità, è questo tipo di frasi che suscita l’interesse di alcuni lettori. Vado a vederlo al piano di sotto: Maranza di tutto il mondo, unitevi! Per un’alleanza dei barbari nelle periferie (DeriveApprodi, 2024). Il titolo originale è Beaufs et barbares. Le pari du nous di Houria Bouteldja (La Fabrique éditions, 2023), uscito in Francia due anni fa. Copertina stile La haine ma a colori, autrice franco-algerina militante e nota editoriale dei traduttori dal titolo: Perché maranza. Lo compro. Nella nota editoriale si spiega che la parola “maranza” traduce contemporaneamente “beaufs”, termine ai limiti dell’intraducibilità con cui generalizzando possiamo intendere il proletariato bianco, e “barbares”, che per Bouteldja sono i proletari indigeni, ovvero i nativi dei territori colonizzati, oggi immigrati, regolari e non, in Francia e negli altri paesi europei. Questa scelta la trovo coraggiosa. Sulla seconda parte della frase invece, con quell’invito a unirsi accompagnato da un altisonante punto esclamativo, sono d’accordo con la libraia: quantomeno discutibile. La prima volta che ho sentito il termine “maranza” era tre anni fa. Chi lo pronunciava alludeva a una serie di video che circolavano su TikTok in cui dei ragazzini molto giovani ostentavano azioni provocatorie e violente. I video provenivano soprattutto dal nord Italia. Maranza però non è un neologismo. La parola si trova già in una canzone di Jovanotti (Il capo della banda, 1988), che in un’intervista di quell’anno rivendicava di essere lui stesso un “maranza”, attribuendo al termine questa definizione: “è quello che si impunta”. Se prima la parola era utilizzata solo da una nicchia di persone del milanese con un’accezione più o meno positiva, dal 2022 il termine è diventato di uso comune con una connotazione fortemente negativa proprio a seguito di quei video. Difficilmente oggi Jovanotti rivendicherebbe di essere un maranza, come faceva sul finire degli anni Ottanta. Il termine oscilla tra una connotazione criminale, pericolosa, e una più burlesca, quasi comica, ma pur sempre denigratoria. LIBERTÉ MA NON PER TUTTI Ponendosi da una prospettiva diversa rispetto ai tradizionali libri di storia, Bouteldja rilegge la periodizzazione storica convenzionale in chiave razziale. La razza, parola ripudiata dal dibattito pubblico odierno, diventa qui il motore silente che aziona la macchina della Storia. Sin dall’antichità, gli schiavi erano innanzitutto un soggetto razzializzato. La Modernità, che convenzionalmente comincia con la scoperta dell’America nel 1492, ha inizio con il genocidio di un popolo: gli indigeni americani, rei di incarnare una razza fino a quel momento sconosciuta e di abitare terre piene di risorse predabili. Data l’enorme quantità di ricchezza di cui disporre, c’era bisogno di identificare chi potesse beneficiarne e chi no; per questo, negli anni a seguire, nascono gli stati moderni. Inghilterra, Olanda, Francia – ma dal 1776 anche Stati Uniti – si contendono ripetutamente l’egemonia su queste ricchezze. Con lo stato moderno l’individuo rinuncia a una parte della sua identità per identificarsi con lo stato a cui appartiene; in cambio, egli pretende che, all’interno di esso, gli siano riconosciuti una serie di diritti e di privilegi: l’istruzione, la libertà di parola, il voto; ma anche l’accesso a una parte delle ricchezze provenienti dagli stati colonizzati. Solo all’interno dello stato, perché lo stato moderno è intrinsecamente razzista e costitutivamente selettivo. È evidente allora come la Rivoluzione francese costituisca sì una liberazione, ma solo per qualcuno. La schiavitù, abolita dalla Convenzione montagnarda nel 1794, ritorna già nel 1802; la colonizzazione in Africa è al suo apice durante il diciannovesimo secolo, e la Francia ne è una dei grandi protagonisti: Liberté, Égalité e Fraternité per qualcuno, non per tutti. Gli stati moderni europei hanno però dei fratelli, figli della stessa grande madre: la razza europoide. Per questo, se non è importante quello che spetta al cittadino di un’altra razza, è però molto importante che le pretese di un cittadino di uno stato fratello siano accontentate. Qui l’autrice riprende Gramsci, che aveva teorizzato l’esistenza dello “stato integrale”, ma si spinge oltre, introducendo il concetto di “stato razziale integrale”. In questi stati, le rivendicazioni politiche esistono, non sono represse, ma sono chiuse nel recinto della razza. La lotta di classe si riduce a un conflitto tra bianchi: “La battaglia tra la borghesia e il popolo, per quanto feroce possa essere, rispetta globalmente il paradigma razziale/coloniale che stringe il campo politico come in un corsetto. I due blocchi che si fanno la guerra, separati da rapporti antagonisti di classe, sono invece uniti dalla razza”. (p. 79) Il nazi-fascismo del ventesimo secolo allora è un’anomalia: questa si spiegherebbe come l’esclusione – definitiva? – della parte più estrema dello Stato razziale integrale. Perde il nazi-fascismo, ma vincono gli “stati razziali progressisti”: Inghilterra, Stati Uniti e Francia. Isolando la parte violenta degli “stati razziali integrali”, le potenze occidentali si assicurano la sopravvivenza degli stati nati dal 1492 in poi. Arrivando alla contemporaneità, con questa prospettiva l’autrice rivaluta l’astensionismo: “Votare significa votare bianco… tranne quando – ironicamente – la scheda è bianca. Nonostante sia azzardato dare un senso definitivo e univoco allo sciopero elettorale […] la loro ‘miseria civica’ non è altro che un atto di rivolta contro un dispositivo che organizza l’impotenza, impedisce qualsiasi riforma”. (p. 84). A questo punto Bouteldja avanza la sua proposta politica: un’alleanza tra i due soggetti del titolo, beaufs e barbares. Queste due forze sono in conflitto, come riconosce l’autrice stessa, dal momento che i beaufs identificano una delle cause del deterioramento del loro stile di vita proprio nella presenza dei barbares nei loro stati (non è un caso infatti che i neri e gli arabi si siano rifiutati di aiutare i gilet gialli nel 2018). Eppure, secondo Bouteldja, i due gruppi hanno un nemico in comune: l’Unione Europea, “il punto debole dello stato integrale” (p. 129). Solo con l’obiettivo comune di un’uscita della Francia dall’Unione Europea si potrebbero radunare le forze dei due schieramenti. Il problema però è che il ritorno a una prospettiva nazionale comporta inevitabilmente il rischio di una svolta nazionalista, che colpirebbe proprio i barbares. Qui l’argomentazione dell’autrice sembra più fragile: seppur si mostri consapevole di questo rischio, Bouteldja confida in un orizzonte più ampio, che scongiuri la minaccia nazionalista: “Bisogna iscrivere la Frexit decoloniale in una nuova geografia politica, che deve implicare solidarietà e fratellanza con i popoli del Sud e anche una rottura della meccanica dello sfruttamento su cui si fondano i rapporti asimmetrici tra la Ue e il Sud globale” (p. 139). Questa prospettiva, seppur affascinante, appare molto problematica: come definire chi fa parte del Sud globale e chi no? E, soprattutto, come evitare che si ripresentino le stesse dinamiche di sfruttamento che caratterizzano la geopolitica contemporanea? NOI E I MARANZA Sebbene l’autrice parli della Francia, questo saggio si inscrive molto bene anche nella cornice italiana con le sue specificità. Nonostante il diverso rapporto con la cultura islamica, anche in Italia l’islamofobia è in crescita. Secondo Bouteldja, questa è “l’arma congiunturale della controrivoluzione coloniale […], un tassello chiave al servizio dello stato razziale integrale”. (p. 126). Da quando il termine “maranza” è divenuto di uso comune, questo non si sente solo nei comizi elettorali di Vannacci e Sardone, ma si ripete spesso per strada, in televisione, sui social. È del 5 novembre scorso il post di Ryanair Italia che afferma: “Ci riserviamo il diritto di non servire chi indossa tute da maranza” (con tanto di didascalia: “facciamo noi le regole”). La parola è usata soprattutto nell’ambito della sicurezza: i maranza sembrano essere diventati il più grande pericolo per la nostra incolumità. È nota l’indagine della Digos secondo cui alcuni esponenti dell’estrema destra avrebbero organizzato delle “ronde anti-maranza” volte a riportare l’ordine e la sicurezza nelle strade milanesi; pare anche però che alcuni dei responsabili del blitz all’occupazione del liceo Da Vinci di Genova, indagati per danneggiamento aggravato e apologia di nazismo a causa delle svastiche disegnate sui muri, siano “maranza”. Ma chi sono allora i maranza? Se non è esatto che la parola maranza sia un neologismo, come affermato nella nota editoriale (p. 7), è pur vero che, nel suo nuovo utilizzo, il termine di fatto combini le due parole “marocchino” e “zanza” (Gabriel Seroussi sostiene che questa idea sia un falso mito: probabile, ma di fatto oggi la parola richiama istintivamente questi due termini). Anche la parola “zanza” ha una storia molto particolare, ma possiamo ipotizzare che derivi da “zanzara”, insetto particolarmente fastidioso. Uno “zanza” è infatti un “imbroglione, truffatore, furfante” (Treccani), oppure, in senso più ampio, un “tamarro”. I maranza sarebbero quindi dei micro-criminali di origini marocchine o, nel migliore dei casi, dei tamarri magrebini. È sempre più diffuso però un utilizzo del termine con riferimento a quegli adolescenti, anche di origine italiana, che vivono – come i ragazzi marocchini – l’emarginazione delle periferie, ascoltano un certo tipo di musica e vestono con le fantomatiche “tute da maranza”. Da qui l’idea della traduzione del titolo: Maranza di tutto il mondo, unitevi! Come ci racconta Bouteldja, in Francia il razzismo non è cosa di pochi, e lo stesso si può affermare per l’Italia. Tutti abbiamo condannato quel manipolo di ultras della Fiorentina che insultarono Kalidou Koulibaly dicendo “scimmia di merda”, ma quanti di noi rinuncerebbero al diritto di prelazione che sentiamo di avere su quanto ci circonda rispetto a un immigrato irregolare? Dire maranza vuol dire parlare dal di qua di una barricata, vuol dire che c’è un “noi” e c’è un “loro”; eppure, cos’altro ci rende diversi da “loro” se non la convinzione, sedimentata nelle tradizioni delle nostre famiglie, di meritare dei privilegi solo in quanto cittadini di uno “stato razziale”? Allora, dimenticando per un attimo quanto discutibile possa essere la traduzione del titolo, bisogna riconoscere a quest’associazione linguistica il merito di strappare la parola maranza alle connotazioni razziste sempre più diffuse di Sardone e Ryanair – ma anche di tanta gente di sinistra – e renderla, forse per la prima volta in Italia, soggetto politico attivo. (federico murzi)
L’eco dei fiori sommersi, stasera al Modernissimo. Intervista a Rosa Maietta
(disegno di manincuore) L’occasione per questo articolo è duplice: per un verso il desiderio di chi scrive di “stare” su Napoli coi suoi artisti e le sue contraddizioni, le sue “novità” e le sue puntuali bruttezze; per altro verso la proiezione del film L’eco dei fiori sommersi al Modernissimo il 5 dicembre alle ore 21; proiezione inattesa per quanto è difficile trovare un film “piccolo” al cinema, un film auto-distribuito e aggiungerei femminista. Si parla poco della lotta politica che si gioca sulla distribuzione: perché il cinema resta l’arte delle masse e se è preclusa la possibilità di vedere buoni film tutto è perduto. Ho conosciuto Rosa Maietta durante la lavorazione del film Gli ultimi giorni dell’umanità di Enrico Ghezzi e Alessandro Gagliardo. Lei lavorava sul mitico e irraggiungibile (per me) archivio-fiume di Ghezzi, e questo me la rendeva già simpatica in via pregiudiziale. In seguito, l’ho incontrata innumerevoli volte alle rassegne indipendenti che si tengono a Napoli, nei soliti quattro o cinque spazi dove si può vedere qualcosa di diverso dal cinemino italiano borghese e fasullo. Siamo diventati amici, e grazie a lei ho scoperto Julio Bressane e soprattutto Radu Jude, che per me è il Godard del nostro tempo. Lei vive a Napoli, ha studiato lettere, è cinefila e viene da Benevento. Incredibilmente siamo nati lo stesso giorno, lei però nel 1990.  L’eco dei fiori sommersi è il suo primo lungometraggio. Partendo dall’idea di un documentario sull’Archivio di Stato di Napoli, è diventato un film con tutti i crismi, scritto e messo in scena a partire da storie vere contenute nei faldoni dimenticati tra i corridoi dell’Archivio. Prendono così vita, in forma poetica e politica, vicende realmente accadute nei decenni e secoli scorsi. Sono storie di donne, e accanto a vicende atroci (stupri, aborti clandestini, amori fatti a pezzi dalla guerra) è sempre riflessa la voglia e il desiderio di liberazione dai nemici di sempre, il sistema patriarcale e quello capitalistico. Il documentario ha una durata breve, 67 minuti. Colpisce la ricchezza di soluzioni stilistiche che adotta, dovuta probabilmente sia all’abilità al montaggio della regista – che nasce come montatrice –, sia al desiderio di utilizzare al massimo le possibilità del mezzo. Si va dal registro simbolico a quello teatrale, dal realismo tipico del documentario all’inserto d’animazione, fino all’utilizzo con parsimonia di materiale d’archivio. Piuttosto ricercata la scrittura; paradosso, poiché essa deriva quasi integralmente dalla lingua burocratica utilizzata nelle carte processuali. Questo tessuto plurilinguistico e i continui shock a cui assistiamo sono la forza straniante e felice del film. Il gergo asettico della macchina della giustizia, che tutto può e a cui tutti si sottomettono, viene messo in discussione dal film, attraverso l’esplosione soggettiva delle protagoniste, i fiori sommersi che riemergono in una sorta di giudizio universale. Loro, queste donne, ci dicono “come sono andate veramente le cose”, non attraverso una contro argomentazione logico-giuridica, ma coi corpi e con la voce, luoghi privilegiati della verità e della testimonianza. Per queste ragioni mi sembra un film importante. Ho conversato con Rosa Maietta sul film a fine luglio. Sintetizzo qui alcune delle mie domande e delle sue risposte, poiché la conversazione è durata più di due ore. Perché hai scelto l’Archivio? In realtà è un film d’occasione. L’Archivio di Stato, per aprirsi a un pubblico non di soli specialisti, cercava una rappresentazione cinematografica. Mi è arrivata la proposta e l’ho accettata. Volevo evitare un documentario basico, fatto di interviste e immagini “neutre”. Ho allora cominciato a frequentare l’archivio, e ho notato che ci lavoravano soprattutto donne. Le ho conosciute, loro mi hanno fatto scoprire quelle storie che poi ho portato nel film. Loro stesse sono nel film. L’operazione poetica di portare al cinema il contenuto dei faldoni è inusuale. Qual è stato il processo creativo? Volevo evitare di fare un film su una storia, o su più storie. Ho cercato di dare una certa circolarità al racconto, a mo’ di cantastorie. Insomma, non una singola storia ma la storia collettiva per le donne. Ho voluto far emergere l’emozione (il dolore, la passione) che sta dietro quel brutto e inavvicinabile linguaggio della burocrazia processuale, linguaggio perfettamente consono alla struttura patriarcale della giustizia e del mondo. Per questo, giocando sul contrasto, uso luci calde e recitazione forte di contro a questa fredda lingua del Potere. Nel film avverto un eccellente lavoro di scrittura. Negli ultimi anni abbiamo però assistito al desiderio di liberarsi della scrittura, a un certo sperimentalismo visivo nel cinema indipendente. Tu cosa ne pensi? L’attenzione alla scrittura oggi mi sembra un modo più democratico e meno elitario di fare cinema. Quindi sì, ho fatto un enorme lavoro di scrittura. Passavo le giornate all’archivio a leggere storie, a parlare con le archiviste, anche in maniera terapeutica, per dimenticare la perdita di mio padre. La scrittura è un momento decisivo e facilita la relazione col pubblico. Qual è la differenza tra il tuo lavoro e un documentario standard? Penso che il cinema venga definito Settima Arte non a caso. Abbiamo un privilegio e anche una responsabilità con quello che facciamo. Ho provato a lavorare sul film in quanto pezzo unico, perché non volevo che un singolo procedimento formale, come la colonna sonora o frammenti simbolici, prevalessero sul resto e diventassero tappabuchi o toppe. In questo senso, non volevo abusare di materiale d’archivio anche per avere rispetto di quello che andavo a utilizzare e manipolare. Cosa ti domanda il pubblico? Resta più su questioni di stile, o sul perché hai fatto il film, cosa volevi dire? Entrambe le cose. Il pubblico è una parte del film, quando si gira si pensa a quale pubblico è indirizzato, nei limiti del possibile. Dove è stato proiettato il tuo film? Come sta girando? Il film lo sto distribuendo io, lo invio assieme alla produzione ai festival e organizzo le proiezioni in Italia e all’estero. Ovviamente circola in modo del tutto peculiare: collettivi femministi interessati (come Non Una Di Meno a Cagliari), amici e amiche via passaparola, e anche l’accademia, nell’insospettabile sezione degli storici, poiché è uno dei pochi lavori cinematografici sugli archivi. Poi ci sono i festival in Italia e all’estero. Mi piace presentarlo in presenza, vedere il pubblico e confrontarmici. Lotto, insomma, per il mio film. A Napoli manca comunicazione tra registi, mi capita di parlare di questo problema anche con altri tuoi colleghi. I registi dovrebbero frequentare di più i festival, guardare i film degli altri. Questo non lo fanno, e così c’è poco scambio. Con le ultime vicende politiche, e la riduzione dei fondi alla cultura, mi è capitato di partecipare alle assemblee dei lavoratori precari dello spettacolo, dove nessuno parla di cinema. È assurdo! Napoli è una città senza scambio, io parlo di cinema con te e pochissime altre persone. Proveremo a portare avanti pratiche per metterci insieme. Vedremo… (salvatore iervolino)