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Il diabete non mette fuori gioco i sogni. Lo spiega un corto
ALLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA LA PROIEZIONE DI STILL GAME, CORTOMETRAGGIO DI RICCARDO DENARO: IL DIABETE DI TIPO 1 ATTRAVERSO LA STORIA DELLA GIOVANE ANNA Anna ha diciotto anni, gioca a pallavolo ed è appassionata di musica. La diagnosi di diabete di tipo 1 arriva inaspettata e spezza il ritmo della sua quotidianità, lasciandole addosso paura, rabbia e smarrimento. A offrirle una prospettiva diversa è l’incontro con Samu, un ragazzo che convive con la stessa patologia e che le mostra come sia possibile trovare un nuovo equilibrio senza rinunciare allo sport, all’amicizia e ai propri progetti. La consapevolezza della malattia non coincide con la rinuncia alla propria identità: è piuttosto l’inizio di un percorso per riprendere in mano la propria vita. In altre parole: anche quando una diagnosi cambia le regole, restano la possibilità di scegliere, la forza delle relazioni e il diritto di guardare avanti. Still game, ovvero “ancora in gioco”. Il 22 ottobre alla Casa del Cinema di Roma (alle 10.45 sala Cinecittà, nell’ambito della Festa del Cinema di Roma) verrà proiettato Still Game, il film di Riccardo Denaro, prodotto da ELIVE Multimedia, racconta il diabete di tipo 1 proprio attraverso la storia di Anna. Dopo la proiezione partirà un tour nazionale di sensibilizzazione che proseguirà fino al 2027. L’appuntamento segna una nuova tappa del progetto, già presentato in anteprima lo scorso 23 settembre nella sede del CONI, e anticipa un tour nazionale di proiezioni e incontri che coinvolgerà scuole, festival, associazioni, strutture sanitarie e realtà sportive fino al 2027. Realizzato in collaborazione con Diabete Italia – Rete Associativa ODV, che riunisce oltre 140 associazioni impegnate accanto alle persone con diabete e alle loro famiglie, il film sceglie il linguaggio del cinema per affrontare una condizione cronica spesso accompagnata da stereotipi e pregiudizi. Al centro non c’è la malattia come elemento che definisce una persona, ma la persona stessa, con i suoi desideri, le sue relazioni e la possibilità di continuare a costruire il proprio percorso. Lo sguardo di Riccardo Denaro è rivolto soprattutto alle nuove generazioni. Sport, musica, amicizia e tecnologia accompagnano il racconto senza trasformarlo in una lezione e senza ridurre i personaggi alla loro condizione clinica. Il diabete di tipo 1 richiede attenzione e gestione quotidiana, ma i progressi della ricerca e la disponibilità di sensori e dispositivi per il monitoraggio consentono oggi di affrontarlo con strumenti sempre più efficaci. «Raccontare una storia come questa significa restituire dignità e verità a una condizione spesso fraintesa – spiega il regista Riccardo Denaro – il cinema può essere uno strumento potente per creare consapevolezza e generare uno sguardo nuovo. Still Game vuole parlare soprattutto ai ragazzi e dire loro che una diagnosi cambia molte cose, ma non cancella la possibilità di scegliere chi diventare». Nel cast, Ludovica Longhini interpreta Anna, Simone Bertoncini è Samu e Isabella Pisani veste i panni di Sara. Tra gli interpreti anche Germano Lanzoni, attore e autore noto al grande pubblico per il personaggio del Milanese Imbruttito, Gloria Anselmi e William Angiuli, nel ruolo del diabetologo. La dimensione sportiva si avvale della partecipazione di Consolini Volley, della pallavolista professionista Veronica Minati, che convive con il diabete di tipo 1, e della campionessa Serena Ortolani. Le riprese si sono svolte tra Milano, San Donato Milanese e San Giovanni in Marignano, coinvolgendo professionisti dell’audiovisivo, giovani interpreti e protagonisti del mondo della pallavolo. Per Lanzoni, il progetto è stato anche un’occasione di confronto personale: «È stata un’esperienza emotivamente molto forte. Sono abituato a interpretare ruoli differenti, ma questo film mi ha permesso di mettermi in gioco in modo nuovo, sia dal punto di vista creativo sia da quello umano». La proiezione romana sarà accompagnata da un programma di incontri dedicati al ruolo delle associazioni, alla divulgazione attraverso il cinema e alla capacità delle collaborazioni tra imprese e Terzo settore di generare un impatto sociale concreto. Medici, psicologi, rappresentanti del mondo associativo, giornalisti e professionisti della comunicazione discuteranno di come raggiungere pubblici diversi, superare i luoghi comuni e creare occasioni di informazione e confronto. Tra i relatori sono previsti, tra gli altri, Fabiano Marra, presidente di Diabete Italia, la diabetologa pediatra Elisabetta Del Duca, il responsabile Marketing e Innovazione di Rai Cinema Carlo Rodomonti e il giornalista Alessandro Banfi. Il progetto proseguirà oltre la Festa del Cinema di Roma. Le successive tappe saranno definite insieme alle associazioni territoriali di Diabete Italia, alle scuole, agli enti, ai festival, alle strutture sanitarie e alle realtà sportive interessate a ospitare le proiezioni. Gli appuntamenti potranno essere accompagnati da incontri con medici, atleti, rappresentanti delle associazioni, autori e interpreti. Gli aggiornamenti saranno disponibili sul sito stillgame.it, mentre la diffusione del cortometraggio potrà contare anche sul contributo di Rai Cinema Channel, media partner dell’iniziativa.   The post Il diabete non mette fuori gioco i sogni. Lo spiega un corto first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Il diabete non mette fuori gioco i sogni. Lo spiega un corto sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 20, 2026
Popoff Quotidiano
L’imbarazzo degli sguardi, la vergogna dell’impotenza
FINO AL 25 OTTOBRE IL FESTIVAL DELLA FOTOGRAFIA ETICA DI LODI UTILIZZA LA FORZA DELLE IMMAGINI PER ACCENDERE UN FARO SULL’INGIUSTIZIA SOCIALE nella foto di copertina: Un sopravvissuto osserva la costa siciliana durante l'interminabile attesa di una risposta dalla Marina Militare italiana per ottenere un luogo sicuro dove sbarcare (@ Max Cavallari for SOS Humanity) L’imbarazzo dello sguardo, nell’imbarazzo della scelta. Dove deve chinarsi uno sguardo che non si voglia sottrarre alla sofferenza degli altri? A quale dolore, a quale dramma dare la priorità, nella consapevolezza che scegliere qualcosa o qualcuno è sempre omettere qualcos’altro o qualcun altro? ICE – BROKEN FAMILIES Ragazzine angosciate si aggrappano al padre Luis, un migrante proveniente dall’Ecuador, mentre viene arrestato dall’ICE al termine dell’udienza presso il tribunale dell’immigrazione nel Jacob Javits Federal Building di New York, NY, il 26 agosto 2025. Tanto più durante questi tempi ultimi, che consumano la mutazione antropologia irreversibile di un homo videns che aveva una media di esposizione a 25 immagini (sacre) nel Rinascimento fino all’iperproduzione di migliaia di immagini al giorno che minaccia oggi di travolgerlo da tutte le parti. Urban Relics Una ruota panoramica azionata manualmente se ne sta immobile nella notte, sovrastata dai grattacieli che si ergono alle sue spalle. Un tempo simbolo di semplice svago, oggi riflette la tensione tra la fugace gioia umana e l’inesorabile espansione verticale della città. Da diciassette anni il Festival della Fotografia Etica di Lodi si muove sull’aspro crinale di questi interrogativi.  Nato infatti  nel 2010 con l’obiettivo di focalizzare l’attenzione del grande pubblico su contenuti di rilevanza etica, avvicinandolo a tematiche sociali, ogni anno, attraverso un programma di 30 mostre con oltre 150 fotografi internazionali pluripremiati, conferenze, talk d’autore, visite guidate, videoproiezioni, presentazioni di libri e progetti educational per studenti, il Festival utilizza la forza del linguaggio fotografico per accendere un faro sull’ingiustizia sociale nel mondo. LIFE BEHIND THE NEW IRON CURTAIN ©Per Kristian Aale E offre anche quest’anno, fino al 25 ottobre, una selezione di scatti che coniuga nella medesima profondità di campo qualità tecnica e rilevanza dei contenuti. Dalle issues da tempo al centro dell’attenzione mediale, come il comportamento dell’ICE negli Stati Uniti e alle sue azioni di arresto illegale dei migranti in istituzioni un tempo considerati santuari inviolabili come ospedali, scuole e tribunali, a storie sconosciute che sconosciute sarebbero rimaste come le conseguenze sulla popolazione dei test delle armi nucleari dell’India, oppure il lato in ombra dell’industria del riciclo energetico, col racconto del recupero a mani nude e senza alcuna protezione delle batterie per auto. Elements of Wonder ©Jon McCormack Centro focale della manifestazione si conferma infatti il World Report Award – Documenting Humanity. Giunto alla sua sedicesima edizione, il premio rappresenta uno dei riconoscimenti più importanti che vengono assegnati da una giuria internazionale nell’ambito del fotogiornalismo e della fotografia documentaria. Tra i lavori in mostra spicca ICE – Broken Families di Carol Guzy, vincitrice della categoria MASTER, che documenta l’impatto emotivo e il trauma dei minori di fronte alle deportazioni di massa negli Stati Uniti tra giugno e dicembre 2025. Per la sezione SPOTLIGHT, Chinky Shukla racconta la memoria e la silenziosa resistenza delle comunità del Rajasthan legate ai test nucleari indiani con When Buddha Stopped Smiling, mentre Carlos Folgoso Sueiro indaga il declino ambientale della Galizia in Beyond The Lake, premiato grazie alla partnership siglata quest’anno con The Alexia Foundation della rinomata NewHouse School of Public Communications di Syracuse. La narrazione dei conflitti passati e presenti trova uno spazio toccante nella categoria SHORT STORY grazie ad Abdulmonam Eassa e al suo Sudan War, a Nation Trapped, una cronaca della devastante guerra civile esplosa nel 2023. Lo sguardo dei giovani autori emerge nella sezione STUDENT con Mashruk Ahmed, che analizza l’insurrezione studentesca del 2024 in Bangladesh in Broken Promises: July of Memory, e con Jubair Ahmed Arnob, che esplora l’urbanizzazione frenetica di Dhaka con The Place Where I Used to Play…. La categoria SINGLE SHOT va invece a Gianluca Panella con Boy with Kippah, un’immagine che cattura l’attesa carica di tensione per la liberazione degli ostaggi a Tel AvivL’ampia offerta espositiva si sviluppa e si articola poi attraverso le diverse anime che da sempre caratterizzano la mappa culturale del festival. ©Gianluca Panella Boy with Kippah La sezione Le vite degli altri permette di calarsi in realtà quotidiane e culture lontane dai riflettori della cronaca mainstream, coi lavori di Amy Gaskin che ripercorre l’eredità culturale e sociale di Marilyn Monroe; Deanne Fitzmaurice che ci fa entrare nella vita di Saleh Khalaf, segnato per sempre da un terribile incidente durante l’invasione dell’Iraq nel 2003; Aleksandra Kossowska che racconta la quotidianità di bambini ciechi e ipovedenti di una scuola in Etiopia; con Kristian Aale che osserva la quotidianità russa dal 2022, segnata da militarizzazione e una guerra impossibile da contestare apertamente. 01. In seguito alla caduta del primo ministro Sheikh Hasina, avvenuta il 5 agosto 2024, alcuni manifestanti a Dhaka hanno abbattuto una statua di suo padre, Sheikh Mujibur Rahman, leader della Guerra di Liberazione del Bangladesh del 1971, in un clima di indignazione diffusa nei confronti del governo della Lega Awami. Dhaka, Bangladesh. E’ la fedeltà alla mission del Festival di illuminare di scatti fermati nel tempo ciò che, a volte, preferiremmo non vedere. Per sottrarci alla fatica dell’empatia, ma anche alla disperazione dell’impotenza. Quando, come per esempio con Gaza, vediamo ormai tutto ma non riusciamo più a fare nulla. E tutto sembra consumarsi come dietro un vetro blindato infrangibile, impossibile solo da incrinare. Quando l’imbarazzo dello sguardo si colora allora della vergogna dell’impotenza. Per quanto ancora? When Buddha stopped smiling Shaheeda, Sabira e Kammo, braccianti senza terra che lavoravano in una fattoria vicina, ricordano vividamente il giorno del test nucleare del 1998, a soli 5 chilometri dal villaggio di Chacha, nel deserto di Pokhran, un comune della provincia nord-occidentale del Rajasthan, in India   Informazioni www.festivaldellafotografiaetica.it     The post L’imbarazzo degli sguardi, la vergogna dell’impotenza first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo L’imbarazzo degli sguardi, la vergogna dell’impotenza sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 20, 2026
Popoff Quotidiano
Pirandello il pupazzista
IL CAOS TRA LE RIGHE: I DISEGNI DELLO SCRITTORE IN MOSTRA AL CASTELLO DI SANTA SEVERINA, FINO AL 23 OTTOBRE Che Luigi Pirandello avesse dimestichezza con la parola, con l’animo umano e l’indicibile che ne è specchio, è cosa cògnita, come direbbe un suo conterraneo. Che avesse pratica col disegno è cosa meno nota assai, eppur vera. Per questo è di sommo interesse la mostra Pirandello disegnava, il caos tra le righe, in corso al castello di Santa Severina (Crotone), fino al 23 ottobre. Già presentata in anteprima alla terza università di Roma ma qui allestita in una veste nuova, l’esposizione viene portata al grande pubblico fuori dal contesto accademico per la prima volta. Schizzi, disegni, figurini e pupazzetti, a volte poco più che scarabocchi, altre disegni compiuti velati d’amara ironia, specchio dei tempi. C’è la ragazzetta che spicca le ali sul bel voto in vista del traguardo e il somaro dalla testa d’asino, il collega compìto e la professorina vezzosa, gattacci e civette; insomma il lato oscuro, o meglio gaudioso, d’una sessione d’esami in una scuola della Belle epoque. UNO SPACCATO DEL TEMPO CHE FU Non è dato sapere cosa ne pensassero i colleghi o gli esaminandi, ma par di vederlo il futuro nobel della letteratura, fiore all’occhiello del regime fascista, vergare annoiato distratto i brogliacci d’esame coi suoi pupazzetti, sotto il sorriso sornione dei commissari d’esame e lo sguardo altero del presidente di commissione. La mostra è, a tutti gli effetti, uno spaccato non solo dei sentimenti dello scrittore del Kaos – come contrada girgentana e dimensione esistenziale – ma del tempo che fu. D’una scuola dove il principio d’autorità, qualesia, non era menomamente messo in discussione e guai a dileggiare un insegnante, si sarebbe stati espulsi da ogni scuola del regno. Oggi, nel mondo a rovescio, provate a farlo con uno studente e verrete esposti al pubblico ludibrio o peggio, linciati da scalmanati genitori. Allora, invece, si poteva, e per fortuna il lascito è giunto fino a noi. IL RISO, MASCHERA DELLA FOLLIA D’ESISTERE Realizzati dallo scrittore durante il suo insegnamento durato cinque lustri, dal finire del XIX secolo all’avvento del fascismo, al regio istituto femminile di magistero, primo nucleo dell’università di Roma Tre, nei cui archivi sono confluiti i registri in mostra, i disegni mostrano anche altro, oltre il tempo che fu. Il tratto bozzettistico che dall’umorismo travalica nella compassione e forse nella complicità per l’amaro destino umano, preda dell’equivoco, di casa nel labirinto dell’esistenza. La cifra poetica che l’ha reso immortale, certo. E forse, con le sue pupazzerie, lo scrittore getta la maschera del docente esigente e bilioso verso le giovinette a cui insegnava lingua, stile e letteratura. Quelle studentesse che dettero alla moglie, Maria Antonietta Portulano, motivo ultimo della gelosia che ne segnò l’esistenza, conducendola alla pazzia. Il riso, la pupazzata a maschera della follia dell’esistere, allora e sempre. Il caos disegnato tra le righe della vita. The post Pirandello il pupazzista first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Pirandello il pupazzista sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 20, 2026
Popoff Quotidiano
Guccini, la biblioteca cantata
LETTERATURA, STORIA E MEMORIA NELLA CANZONE DI FRANCESCO GUCCINI 1. DUE DATE PER COMINCIARE Con una certa dose di ironia, il calendario sembra quasi aver preparato a Guccini un’entrata e un’uscita degne del personaggio: nato lo stesso giorno del Che e morto nel giorno di Hiroshima, della Trasfigurazione e di Paolo VI, ma anche di Jorge Amado e Theodor Adorno. È nato il 14 giugno 1940, lo stesso giorno in cui, dodici anni prima, era nato Ernesto Guevara, il Che. Una coincidenza curiosa: da una parte il rivoluzionario che avrebbe imbracciato il fucile, dall’altra un ragazzo che avrebbe finito per imbracciare soprattutto la chitarra e la penna, “perché con questa spada vi uccido quando voglio”, come dice il suo Cirano. Due destini diversissimi, quelli del Maestrone e del guerrigliero rivoluzionario, ma entrambi destinati a diventare, ciascuno a modo proprio, simboli di una generazione. Una coincidenza che a Guccini piaceva ricordare con il consueto sorriso ironico: “È nato il 14 giugno. Come me e come, purtroppo, anche Trump”, disse una volta. Non è difficile immaginare che, fra i due il Maestrone avrebbe preferito essere accomunato al Che, per il quale ha scritto due canzoni: Stagioni, iniziata a scrivere “a botta calda” e poi rivista e terminata nel 2000 per essere inserita nell’omonimo album, e Canzone per il Che, del 2004, contenuta in Ritratti e influenzata da un testo di Manuel Vázquez Montalbán costruito a partire da parole e discorsi di Guevara. Ma, a ben vedere, Guccini e Guevara non avevano in comune solo il calendario: il primo era un cantautore, scrittore e coltivatore professionale di dubbi; il secondo un rivoluzionario che, sui dubbi, aveva probabilmente un rapporto più sbrigativo. Ma entrambi una rivoluzione l’hanno fatta davvero. Il Mastrone anche senza guerriglia e senza Sierra Maestra. La sua arma è stata la parola, e la sua rivoluzione quella di dimostrare che una canzone poteva contenere storia, politica, filosofia, memoria, letteratura e perfino qualche dubbio senza per questo smettere di essere una canzone. C’è La locomotiva, con il suo anarchico lanciato contro l’ingiustizia, che negli anni Settanta divenne una sorta di inno rivoluzionario; ma c’è anche L’Avvelenata, dove il rivoluzionario, per così dire, scende dal piedistallo e manda allegramente al diavolo critici, etichette e sacerdoti della canzone impegnata. Ed è forse proprio qui che sta il Guccini più autentico: uno che poteva scrivere una canzone come La locomotiva e subito dopo ricordarci, con L’Avvelenata – che il Nostro tuttavia non amava particolarmente – , di non prenderlo troppo sul serio. La sua rivoluzione non era quella di chi pretende di cambiare il mondo con una formula. Semmai, proprio come il poeta di Non chiederci la parola, Guccini sembrava diffidare delle formule definitive, delle risposte assolute e delle verità confezionate. La sua era una rivoluzione più ostinata: quella di chi pretendeva di poter usare le parole per interrogare il mondo, senza ritenere di possederne la verità, era quella, molto più ostinata, di chi pretendeva di poter dire ciò che pensava senza farsi mettere un’etichetta addosso. E poi c’è l’altra data. Il 6 agosto 2026, il giorno di Hiroshima, Guccini è morto a Pavana – “e Pavana un ricordo lasciato tra i castagni dell’Appennino” (Amerigo, 1978). Anche qui, naturalmente, nessun destino da cercare e nessuna cabala da costruire. Ma la coincidenza è troppo singolare per non essere almeno osservata. Hiroshima è la catastrofe atomica, e il suo day after è già inscritto nell’immaginario gucciniano de Il vecchio e il bambino (1972): un mondo perduto, una natura devastata, un passato che può ormai essere restituito soltanto attraverso il racconto e la memoria. A ricordare la particolare densità di quella data è stato anche il cardinale Matteo Zuppi[1], durante l’ultimo saluto a Pavana: il 6 agosto è per la Chiesa il giorno della Trasfigurazione, ma è anche l’anniversario della morte di Paolo VI, morto nel 1978; e proprio Paolo VI, da Papa, quando nel 1967 uscì Dio è morto, permise che quella canzone venisse trasmessa da Radio Vaticana, mentre la Rai l’aveva censurata e ne aveva inizialmente ostacolato la diffusione. Tra le due date ci sono ottantasei anni di canzoni, libri, amori, politica, osterie, viaggi, amici, vino, dubbi e soprattutto parole. Ottantasei anni durante i quali un uomo ha passato la vita a trasformare il tempo in racconto. Ed è proprio attraverso queste parole che è possibile comprendere la singolarità della sua opera. Guccini ha infatti costruito la propria scrittura intorno a due grandi patrimoni della memoria: la letteratura e la storia. La prima gli offre personaggi, miti, immagini, modelli narrativi e forme del pensiero; la seconda gli offre eventi, conflitti, individui e memorie collettive. Ma nella canzone questi due patrimoni non rimangono separati. La letteratura diventa uno strumento per interpretare la storia, mentre la storia viene trasformata attraverso forme e dispositivi propri della letteratura. È in questo spazio di intersezione che si colloca la poetica gucciniana. 2. GUCCINI LETTORE, NARRATORE E CANTAUTORE Francesco Guccini, “eterno studente” (Addio, 2000), occupa nella storia della canzone d’autore italiana una posizione singolare. La sua opera musicale, sviluppatasi nell’arco di quasi sei decenni, è stata associata alla dimensione politica, alla memoria autobiografica, all’avversione o alla nostalgia per la provincia — “la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia” (Canzone quasi d’amore, 1976) —, alla riflessione sul tempo — “Cantare il tempo andato sarà il mio tema” (Il tema, 1971) — e alla rappresentazione delle trasformazioni sociali dell’Italia contemporanea. Tuttavia, accanto a queste componenti esiste una dimensione altrettanto importante: quella letteraria. Guccini è infatti un cantautore profondamente segnato dalle proprie letture. I suoi testi non si limitano a raccontare esperienze personali o avvenimenti storici, ma dialogano continuamente con una biblioteca ideale composta da poeti, narratori, filosofi, personaggi mitologici e figure della cultura popolare. Nelle sue canzoni possono incontrarsi Omero e Dante, Gozzano e Montale, Pavese e Borges, Ginsberg e Cervantes, Rostand e Swift, Folgòre da San Gimignano e Flaubert. La presenza di questi autori non è tuttavia riconducibile a un semplice repertorio di citazioni erudite. Guccini assorbe temi, immagini, strutture narrative e atteggiamenti intellettuali e li trasforma in una voce personale. È questo il primo elemento da chiarire. Studiare i riferimenti letterari nelle canzoni di Guccini non significa compilare un catalogo delle fonti. Una simile operazione può essere utile, ma non è certamente sufficiente. La questione più interessante riguarda infatti il modo in cui un riferimento letterario cambia significato quando passa dalla pagina scritta alla canzone. Una figura come Ulisse, per esempio, non rimane semplicemente l’eroe dell’Odissea o il personaggio del ventiseiesimo canto dell’Inferno: attraverso la tradizione che va da Omero a Dante, da Foscolo a Kavafis, diventa nel testo gucciniano (Odysseus, 2004) una maschera attraverso la quale interrogare il rapporto fra viaggio, destino, conoscenza e inquietudine contemporanea. Allo stesso modo, Cyrano de Bergerac non viene riproposto soltanto come protagonista della commedia di Edmond Rostand. In Cirano (1996), il personaggio diventa uno strumento per riflettere sulla diversità, sull’amore, sull’orgoglio e soprattutto sul rapporto fra parola e società. Don Chisciotte (2000), invece, consente di mettere in scena il conflitto eterno fra utopia e realismo, fra la necessità di credere in qualcosa e la consapevolezza dell’impossibilità di trasformare il mondo. Questa caratteristica permette di considerare Guccini non soltanto come un autore che “cita” la letteratura, ma come un autore che pensa letterariamente. Una citazione può essere occasionale; una forma mentis letteraria è invece una modalità permanente di interpretare l’esperienza. Paolo Jachia, nel suo studio dedicato a quarant’anni di attività gucciniana, ha individuato una fitta rete di rapporti che va dalla poesia italiana del Novecento, con D’Annunzio, Pascoli, Gozzano e Montale, alla tradizione francese degli chansonniers e dei poeti maledetti, fino alla cultura americana della Beat Generation e del folk[2]. Altri studi sulle fonti dei testi gucciniani hanno messo in evidenza riferimenti che coinvolgono, fra gli altri, Gozzano, Gadda, Carducci, Eliot, Borges, Flaubert, Swift, Masters, Villon e Salgari[3]. La vastità di questo orizzonte rende difficile parlare di una sola “tradizione” gucciniana. Più corretto sarebbe parlare di una biblioteca mobile, continuamente ricomposta. Guccini passa dalla poesia alla narrativa, dal mito classico alla letteratura contemporanea, dal romanzo d’avventura alla cultura dei fumetti, senza costruire una gerarchia rigida fra materiali alti e bassi. Omero può convivere con una battuta quotidiana, Borges con la provincia emiliana, una reminiscenza dantesca con un’immagine appartenente alla cultura popolare. È proprio questa capacità di mescolare registri differenti a costituire una delle caratteristiche fondamentali della sua poetica. Se la letteratura costituisce, dunque, una delle principali forme attraverso cui Guccini interpreta l’esperienza, occorre ora osservare più da vicino come questa biblioteca venga concretamente riattivata nei suoi testi. Il rapporto con i modelli letterari non segue infatti un ordine cronologico né rispetta gerarchie canoniche: Guccini può attraversare secoli di poesia e narrativa, accostando autori apparentemente lontanissimi e facendo convivere il mito classico con la poesia novecentesca, la tradizione colta con la cultura popolare. In questo continuo movimento fra epoche e registri, la tradizione medievale occupa un posto tutt’altro che marginale. Essa non rappresenta per Guccini soltanto un repertorio di temi e immagini, ma costituisce una delle matrici attraverso cui egli recupera il rapporto fra poesia e concretezza dell’esistenza, fra parola letteraria e mondo quotidiano, fra ironia e memoria. 3.     FOLGÒRE DA SAN GIMIGNANO E LA DIGNITÀ POETICA DEL QUOTIDIANO Uno dei testi nei quali la biblioteca letteraria di Guccini si manifesta con maggiore evidenza è La canzone dei dodici mesi, pubblicata nell’album Radici del 1972. Il brano non è infatti un semplice racconto del succedersi delle stagioni, ma una complessa costruzione poetica nella quale il ciclo naturale diventa occasione per una vera e propria stratificazione di memorie letterarie e artistiche, partendo dalle formelle del ciclo dei mesi scolpite sulla faccia interna degli stipiti del Duomo di Modena, città natale di Guccini. Le formelle, attraverso la rappresentazione delle attività agricole, dei lavori e dei gesti che scandiscono l’anno, traducono il trascorrere del tempo in una successione di scene concrete della vita quotidiana. Quanto alla letteratura, Guccini convoca esplicitamente Folgòre e Cenne della Chitarra (o Cenne da Pistoia, come è comunemente chiamato), trasformando la canzone quasi in una moderna tenzone tra poeti medievali: “mentre la canto con la mia chitarra / brindo a Cenne e Folgòre”. Il riferimento è tutt’altro che ornamentale, perché inserisce la voce del cantautore contemporaneo all’interno di una tradizione poetica nella quale la celebrazione dei mesi, della natura, della convivialità e dei piaceri della vita costituiva già materia lirica. La struttura della Canzone dei dodici mesi conferma, del resto, la vastità della biblioteca cui Guccini attinge. Accanto alla tradizione medievale compaiono infatti richiami ad altre epoche e ad altri autori: la strofa dedicata a maggio evoca la Ballata delle rose di Angelo Poliziano, in particolare nel verso: “Ben venga maggio, ben venga la rosa / che è dei poeti il fiore”, mentre quella dedicata ad aprile “Con giorni lunghi al sonno dedicati / il dolce aprile viene / quali segreti scoprì in te il poeta / che ti chiamò crudele?”, dialoga con l’incipit della Terra desolata di T. S. Eliot, “Aprile è il più crudele dei mesi”. Anche dicembre riprende, con una significativa variazione, l’immagine eliotiana di Cristo associato alla tigre. Il brano diventa così una sorta di palinsesto letterario, nel quale il ciclo dei mesi permette di attraversare secoli diversi della poesia occidentale. Persino il mese di marzo contiene un’allusione a ʿUmar Khayyām – il cui nome compare esplicitamente in Via Paolo Fabbri 43 (1976), il cui verso “L’ala del tempo batte troppo in fretta, la guardi è già lontana”, diventa nel testo gucciniano “Riempi il bicchiere, e con l’inverno butta/ la penitenza vana,/ l’ala del tempo batte troppo in fretta”, mentre il richiamo alla tradizione dei Sonetti de’ mesi di Cecco Angiolieri amplia ulteriormente la genealogia medievale del testo. Questa densità intertestuale è importante perché mostra come Guccini non si limiti a riprodurre un modello antico, ma lo riattivi all’interno della cultura contemporanea. Il medioevo, in particolare, non appare come un repertorio museale di forme e personaggi, ma come una tradizione ancora disponibile al riuso. Folgòre e Cenne vengono evocati da un cantautore che canta accompagnandosi con la chitarra: la distanza secolare viene così annullata attraverso la continuità della voce poetica e musicale. Il verso “brindo a Cenne e Folgòre” è, in questo senso, quasi una dichiarazione di poetica: Guccini riconosce i propri predecessori e, nello stesso tempo, li porta dentro il presente. Nelle sue canzoni, infatti, osterie, bar, strade, stazioni, case, luoghi della provincia acquistano una dignità letteraria proprio attraverso la loro concretezza. Canzone delle osterie di fuori porta (1974) costituisce, da questo punto di vista, un esempio particolarmente significativo. L’osteria è – fin dai tempi medievali dei carmina potatoria e Cecco Angiolieri -, contemporaneamente un luogo concreto e un microcosmo umano: attorno ad essa si raccolgono amici, bevitori, viaggiatori, discorsi e ricordi, mentre la convivialità diventa il modo attraverso cui una generazione racconta se stessa. È proprio questa capacità di assumere il quotidiano come materia poetica, senza sottoporlo necessariamente a una trasfigurazione colta o solenne, a creare una delle consonanze più interessanti con la tradizione comico-realistica. La consonanza, naturalmente, non implica una derivazione diretta. Più interessante è riconoscere una comune disponibilità a fare della realtà ordinaria materia di letteratura, senza stabilire una rigida gerarchia fra ciò che è nobile e ciò che è umile. In Guccini questa disposizione assume però una tonalità profondamente novecentesca: il quotidiano è quasi sempre accompagnato dalla consapevolezza del tempo che passa. Il vino, l’osteria, gli amici, le strade e i luoghi della giovinezza sono contemporaneamente presenti e già consegnati alla memoria. La concretezza diventa così inseparabile dalla nostalgia. Anche l’ironia svolge un ruolo importante. La tradizione comico-realistica medievale aveva già messo in discussione la separazione fra registro alto e registro basso, introducendo nella poesia una lingua e una materia lontane dalla solennità. Guccini porta questa libertà nella canzone contemporanea, alternando continuamente riflessione filosofica, lirismo, colloquialità, sarcasmo e descrizione concreta. La cultura letteraria non allontana dunque Guccini dalla realtà quotidiana: gli fornisce gli strumenti per riconoscerla come materia poetica. Ed è forse proprio qui che il confronto con Folgòre acquista il suo significato più profondo: il cantautore non recupera il Medioevo per evadere dal presente, ma per costruire una lingua capace di raccontarlo. In questo senso, La canzone dei dodici mesi costituisce una sorta di manifesto della biblioteca gucciniana: una canzone apparentemente semplice, fondata sul ciclo delle stagioni, si rivela in realtà un testo stratificato, nel quale la memoria letteraria medievale dialoga con Poliziano, Eliot e Khayyām. La cultura alta non viene esibita, ma incorporata nel racconto e nella musica; può sfuggire all’ascoltatore, ma continua a operare nella struttura profonda del testo. Guccini dimostra così che la canzone può essere contemporaneamente racconto popolare e testo colto, memoria quotidiana e memoria letteraria. 4. GOZZANO, L’ISOLA E LA RICERCA DELL’IMPOSSIBILE Un altro dei casi più evidenti di dialogo con la letteratura italiana è L’isola non trovata, canzone che dà il titolo all’album del 1970. Il riferimento a Guido Gozzano è particolarmente significativo ed esplicitato nelle note al disco, dove il Maestrone scrive: “Profonde scuse, ovviamente, a Guido Gozzano […] per L’isola non trovata […] Sarò mai perdonato?”. La canzone riprende la suggestione della poesia La più bella sin dal suo incipit “ma bella più di tutte l’isola non trovata”, e trasforma il motivo dell’isola irraggiungibile in una riflessione sulla ricerca e sulla delusione. L’isola rappresenta ciò che potrebbe esistere ma che non può essere posseduto. È un luogo dell’immaginazione, della speranza e contemporaneamente della perdita “Svanì di prua dalla galea come un’idea, / come una splendida utopia è andata via e non tornerà mai più”. Ma l’isola è anche una metafora storica. È la rappresentazione di ciò che una generazione cerca e non riesce pienamente a raggiungere: una società diversa, una felicità possibile, una forma di autenticità. La letteratura diventa così già una modalità di interpretazione del presente storico. Guccini non riproduce semplicemente Gozzano: ne attualizza una disposizione spirituale, quella del crepuscolarismo, che con la sua ironia, la sua diffidenza verso le grandi parole e la consapevolezza della crisi dei valori tradizionali, diventa uno degli ingredienti attraverso cui il cantautore costruisce la propria voce. In alcuni casi, Guccini riprende esplicitamente immagini e movenze linguistiche gozzaniane. È quanto accade in Incontro, dove l’espressione “stoviglie color nostalgia” rinvia alla Signorina Felicita ovvero la Felicità, nella quale gli occhi della protagonista sono descritti come “azzurre di un azzurro di stoviglia”. L’immagine viene sottratta al contesto originario e profondamente trasformata: ciò che in Gozzano appartiene alla descrizione della fisionomia della Signorina Felicita diventa in Guccini una metafora della memoria e della distanza temporale. La “stoviglia” perde così la propria funzione puramente descrittiva e, attraverso l’aggiunta di “color nostalgia”, si trasforma in un oggetto della memoria, capace di condensare il sentimento di un passato ormai irrecuperabile. La “stoviglia” perde così la propria funzione puramente descrittiva e, attraverso l’aggiunta di “color nostalgia”, si trasforma in un oggetto della memoria, capace di condensare il sentimento di un passato ormai irrecuperabile. Il colore azzurro, del resto, è legato alla distanza e al desiderio già ne L’isola non trovata, dove l’isola “si tinge d’azzurro, color di lontananza”: l’azzurro non è più semplicemente una qualità cromatica, ma diventa il colore stesso dell’irraggiungibile, ciò che separa il soggetto dall’oggetto del desiderio. Se in Incontro la stoviglia si tinge idealmente di “nostalgia” e restituisce la distanza temporale del passato, ne L’isola non trovata l’azzurro traduce invece una distanza spaziale ed esistenziale. In entrambi i casi il colore trasforma la percezione in sentimento e rende visibile la distanza. Nel primo caso è la distanza dal tempo e da un’esperienza sentimentale ormai trascorsa; nel secondo è quella da un luogo che esiste soprattutto nella dimensione del desiderio. Il rapporto con Gozzano, dunque, non consiste soltanto nella presenza di una citazione riconoscibile. Guccini ne recupera una più profonda poetica del quotidiano e della disillusione: come nel poeta crepuscolare, anche nella sua scrittura le realtà umili, gli oggetti domestici e i luoghi possono diventare depositi di memoria e assumere un valore inatteso. 5. MONTALE: L’OGGETTO, L’EPIFANIA E L’OCCASIONE La memoria gucciniana procede per frammenti, associazioni ed epifanie. Il passato non si ricompone secondo un ordine cronologico, ma riaffiora attraverso immagini improvvise, dettagli apparentemente marginali, luoghi e incontri che acquistano retrospettivamente un significato inatteso. È una memoria che funziona per illuminazioni: un particolare del presente apre improvvisamente uno squarcio sul passato e trasforma l’esperienza individuale in racconto. Pensiamo a Autogrill (1978). L’incontro casuale in un luogo anonimo e transitorio della modernità — l’autogrill, appunto — diventa il punto di partenza per una memoria che si costruisce intorno a una figura femminile, a poche parole scambiate e a ciò che non è accaduto. L’episodio è minimo, quasi insignificante nella sua dimensione fattuale, ma assume nella canzone la forza di un’epifania: un istante ordinario si carica improvvisamente di un significato che lo oltrepassa. L’autogrill, spazio di passaggio per eccellenza, si trasforma così in un luogo della memoria, nel quale un incontro fugace continua a vivere proprio perché è rimasto incompiuto. In questo senso, l’epifania gucciniana non coincide necessariamente con una rivelazione risolutiva. Al contrario, spesso lascia aperta una domanda. Il ricordo non restituisce ciò che è stato nella sua completezza, ma conserva un frammento, un’immagine, una possibilità perduta. È precisamente questa incompletezza a trasformare il dettaglio quotidiano in materia poetica. Nelle sue canzoni il passato non è quasi mai semplicemente un insieme di fatti già conclusi. È una presenza che ritorna, spesso attraverso un’immagine minima: una strada, una stazione, un’osteria, una fotografia, un incontro casuale. La memoria gucciniana procede per frammenti e associazioni. Da questo punto di vista, il suo procedimento presenta significative consonanze con la lirica novecentesca, soprattutto con quella poesia che ha fatto dell’oggetto quotidiano il punto di partenza per una rivelazione improvvisa. È qui che il rapporto con Montale diventa particolarmente significativo. Non è necessario individuare una citazione letterale – anche se in Quello che non (1990) la citazione è piuttosto esplicita e “la religiosa sonnolenza d’ un orto” (Giorno d’estate, 1970) non può non far pensare a Meriggiare – per parlare di intertestualità. Può essere sufficiente riconoscere una struttura poetica comune: l’oggetto quotidiano appare improvvisamente caricato di un significato che supera la sua materialità e si fa correlativo oggettivo, diventando la forma concreta attraverso cui un’esperienza interiore si rende percepibile. È il caso particolarmente significativo dell’eskimo nell’omonima canzone di Guccini (1978). L’indumento non è semplicemente un elemento della vicenda narrata: diventa il deposito materiale della memoria di un amore, dei venti anni, di una intera generazione[4]. La strada, il viaggio, il paesaggio e l’incontro diventano occasioni. Il termine è importante perché rimanda alla poetica montaliana, ma anche perché descrive efficacemente il funzionamento di molte canzoni gucciniane. Un dettaglio apparentemente insignificante apre una fenditura nella quotidianità. Le “luci nel buio di case intraviste da un treno” di Incontro (1972) che riecheggiano la lezione di Montale (“la vita che dà barlumi / è quella che sola tu scorgi”, Il balcone) sono così una perfetta immagine della sua poetica: la realtà si lascia intravedere, non possedere; si manifesta a sprazzi[5]. Ma c’è una differenza decisiva: laddove la poesia montaliana tende a condensare l’epifania nel frammento lirico, Guccini tende a trasformare l’occasione in racconto. Il dettaglio diventa scena, la scena diventa vicenda, la vicenda diventa memoria e la memoria diventa canzone. È forse proprio in questa trasformazione che si riconosce uno degli aspetti più originali della sua scrittura: Guccini assorbe una modalità propriamente poetica e la traduce nella forma narrativa della canzone. 6.     FLAUBERT: PROVINCIA, DESIDERIO E DISILLUSIONE Il rapporto fra Guccini e la tradizione letteraria ottocentesca trova una formulazione particolarmente esplicita nell’album Signora Bovary (1987), il cui titolo riprende direttamente quello del celebre romanzo di Gustave Flaubert, e nel quale la seconda traccia si intitola proprio Signora Bovary. Non si tratta, tuttavia, di una semplice allusione colta: la figura di Emma Bovary diviene per Guccini una metafora della condizione esistenziale contemporanea, della distanza fra aspettative e realtà e, soprattutto, della difficoltà di attribuire un senso a una quotidianità apparentemente ordinaria. Il personaggio flaubertiano diventa una figura attraverso la quale interrogare il rapporto fra ciò che si desidera e ciò che esiste effettivamente e concretamente “quando bene o male daremo due conti”, fra l’immagine che l’individuo costruisce della propria vita e la concretezza, spesso deludente, dell’esistenza quotidiana. In Madame Bovary, Emma è infatti una donna che ha imparato a desiderare attraverso i libri: le sue aspettative sentimentali, sociali ed esistenziali sono alimentate da un immaginario letterario che la realtà non riesce a soddisfare. Flaubert mostra così la progressiva divaricazione fra l’esperienza concreta e i modelli di vita prodotti dall’immaginazione, facendo della frustrazione del desiderio uno dei nuclei strutturali del romanzo. Il riferimento non costituisce dunque soltanto un’allusione letteraria, ma offre una vera e propria maschera interpretativa, attraverso la quale il cantautore può interrogare una condizione esistenziale più generale: quella di chi sperimenta una distanza dolorosa fra ciò che desidera e ciò che la realtà gli consente di vivere. La canzone omonima si apre significativamente con una domanda insistita “Ma che cosa c’è in fondo a quest’oggi?» trasformando l’apparente ordinarietà del presente in una domanda sul senso dell’esistenza e costruisce immediatamente uno spazio quotidiano di disgregazione e solitudine popolato da “coppie che passano sfilacciate” e da una “gente che si frantuma”, trasformando la normalità della vita borghese in una condizione di inquietudine e disgregazione incapace di corrispondere alle aspirazioni individuali. La letteratura può dunque costruire desideri, ma può anche rendere più evidente la sproporzione fra i desideri e la realtà: è precisamente questa tensione, già centrale nell’esperienza di Emma, che Guccini trasferisce nella modernità. I soggetti gucciniani sperimentano la frattura fra la realtà vissuta e un desiderio che tende continuamente verso un altrove; ma mentre il bovarismo flaubertiano nasce anche dall’assorbimento di modelli letterari e sentimentali che deformano la percezione del reale, Guccini trasferisce questa tensione nella modernità, dove l’immaginario è ormai costituito da consumi, relazioni, viaggi, media e possibilità solo apparentemente infinite. Lo mostrano le immagini delle “stazioni secondarie”, delle “avventure solitarie”, delle “valigie vuote” e dei “piaceri a rate”: un repertorio di oggetti e situazioni che sembra promettere evasione e felicità ma che non riesce a colmare il vuoto esistenziale. La Signora Bovary diventa così il nome di una condizione che può appartenere a uomini e donne, a una generazione e, più ampiamente, a una società nella quale il desiderio è continuamente alimentato da immagini di una vita diversa da quella realmente vissuta. Il confronto con Flaubert permette di approfondire ulteriormente il significato della provincia nella poetica gucciniana. In Madame Bovary, infatti, la provincia non è un semplice scenario nel quale si svolge la vicenda, ma costituisce una componente essenziale della condizione esistenziale di Emma. Tanto Tostes quanto, soprattutto, Yonville-l’Abbaye sono rappresentate come comunità caratterizzate dalla ripetizione, dalla prevedibilità dei rapporti sociali e dalla ristrettezza degli orizzonti individuali. Anche il celebre incipit della descrizione di Yonville “C’était un bourg à huit lieues de Rouen” (Flaubert, Madame Bovary, II, 1) colloca immediatamente il paese in una geografia periferica, definendolo attraverso la distanza dal grande centro urbano. Ma è soprattutto la vita sociale del paese a rendere evidente la natura claustrofobica della provincia: le conversazioni, le abitudini, gli incontri e le figure che popolano Yonville sembrano riprodursi secondo schemi immutabili, mentre Emma continua a proiettare sulla propria esistenza immagini di una vita diversa, più intensa e più raffinata. La frizione fra l’ambiente provinciale e l’immaginario della protagonista costituisce uno dei dispositivi fondamentali del romanzo. La provincia diventa così, per Flaubert, il luogo nel quale la distanza fra esperienza e desiderio assume la sua forma più evidente: quanto più ordinario, ripetitivo e prevedibile è il mondo circostante, tanto più intenso diventa per Emma il bisogno di immaginare un altrove. È precisamente questa dialettica fra provincia e desiderio di fuga che rende significativo il richiamo flaubertiano nella scrittura di Guccini. Anche nella sua opera la provincia è simultaneamente luogo dell’appartenenza e dell’insofferenza, della memoria e del desiderio di evasione. La formula di Canzone quasi d’amore (1970) “la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia”, condensa perfettamente questa ambivalenza. La provincia può essere “grazia” perché conserva relazioni, luoghi e memorie riconoscibili; ma può diventare anche “tedio a morte” proprio per la ripetizione e la limitatezza delle possibilità che offre. La provincia è uno spazio concreto, ma anche un luogo mentale nel quale le possibilità sembrano limitate e nel quale il desiderio di un’esistenza diversa può diventare tanto più intenso quanto più difficile è realizzarlo. In Canzone delle osterie di fuori porta, per esempio, le osterie e i luoghi della periferia bolognese sono osservati attraverso il passaggio del tempo e la trasformazione dei suoi frequentatori: il soggetto ritorna idealmente in uno spazio del passato e scopre che gli amici di allora hanno ormai intrapreso percorsi diversi, entrando nella vita “matura”, con “famiglia e figli”, sono diventati adulti, professionisti, coniugi, persone integrate nella normalità sociale; il cantautore registra però questa trasformazione come perdita di un orizzonte di possibilità, “una morte un po’ peggiore”. 7. SALINGER: ADOLESCENZA, FORMAZIONE E MEMORIA È proprio il tema della giovinezza come stagione della formazione, dell’immaginazione e delle possibilità non ancora determinate a introdurre il successivo riferimento alla letteratura americana e, in particolare, a J. D. Salinger. Esempio significativo è La collina, tratta anch’essa dall’album L’isola non trovata nella quale la dimensione letteraria americana entra nella poetica gucciniana attraverso il riferimento a J. D. Salinger, autore di Il giovane Holden, al quale, come a Gozzano, chiede venia. Il titolo originale del romanzo dello scrittore americano è The Catcher in the Rye (alla lettera “l’acchiappatore nella segale”) e allude a una strofa di una nota canzone tradizionale scozzese, resa famosa dal poeta Robert Burns a fine Settecento, Comin’ Through the Rye. I versi di Guccini “Anch’io tra i fiori, tempo fa, / giocavo sulla sommità, / con i compagni miei, dentro alla segale” rendono esplicito io riferimento a Salinger. La presenza di Salinger introduce un diverso modello di inquietudine. Se Gozzano permette a Guccini di confrontarsi con il crepuscolarismo italiano e con la crisi dell’individuo adulto, Salinger porta nel suo universo la voce dell’adolescenza, della marginalità e del rifiuto delle convenzioni sociali. Il giovane Holden è un personaggio liminare. Non appartiene pienamente al mondo degli adulti, ma non può nemmeno tornare all’infanzia, il cui ricordo è affidato a un’immagine concreta, quella dei bambini che giocano immersi in un campo di segale. Nel romanzo, infatti, la fantasia del protagonista di essere “il guardiano nel campo di segale” esprime il desiderio di proteggere i bambini dalla caduta nel mondo adulto. La consonanza con Guccini sta nella funzione narrativa e affettiva dell’immagine: la segale diventa uno spazio dell’infanzia, separato dal mondo adulto e associato a una condizione di libertà, gioco e innocenza. Tuttavia, quel mondo è già definitivamente trascorso: l’“anch’io” introduce una frattura temporale e trasforma il campo in un luogo della memoria. La segale non è più soltanto il luogo nel quale il bambino gioca, ma il segno concreto di un’età perduta. È proprio qui che il riferimento a Salinger diventa particolarmente significativo. Guccini sembra trasformare il simbolo letterario della soglia fra infanzia e maturità in un’immagine autobiografica della memoria. Se Holden guarda al campo di segale come al luogo nel quale vorrebbe preservare l’innocenza prima della caduta nell’età adulta, Guccini guarda retrospettivamente a quello stesso paesaggio come a qualcosa che appartiene ormai al passato. La citazione o l’eco letteraria diventa quindi esperienza personale: la letteratura fornisce a Guccini un’immagine attraverso la quale può raccontare il proprio rapporto con il tempo trascorso. 8. DALLA “MORTE DI DIO” ALLA RINASCITA: NIETZSCHE, GINSBERG E LA CRISI GENERAZIONALE 8.1 Nietzsche e Ginsberg: le matrici culturali di Dio è morto Con Dio è morto, il rapporto di Guccini con la letteratura americana assume per la prima volta una dimensione apertamente generazionale e politica, trasformando il riferimento letterario in uno strumento di interpretazione della contemporaneità. Scritta nel 1965, quando Guccini aveva venticinque anni, è stata successivamente pubblicata nell’LP Diamoci del tu di Caterina Caselli e resa celebre dall’interpretazione dei Nomadi, che la pubblicarono nell’album Per quando noi non ci saremo, e contemporaneamente lanciata come lato A del 45 giri Dio è morto (se Dio muore, è per tre giorni poi risorge)/Per fare un uomo del 1967. La canzone nasce dall’incontro di tre differenti matrici culturali: la filosofia di Friedrich Nietzsche, la poesia della Beat Generation di Allen Ginsberg e la realtà sociale e culturale dell’Italia degli anni Sessanta. Non si tratta, tuttavia, della semplice sovrapposizione di tre riferimenti eruditi. Guccini costruisce piuttosto un vero e proprio percorso di trasferimento culturale, nel quale un motivo filosofico ottocentesco e un testo poetico della cultura americana contemporanea vengono riutilizzati per dare voce a una generazione italiana che avverte la crisi dei valori tradizionali e l’esigenza di un radicale cambiamento. La canzone diventa così un esempio particolarmente efficace di quella modalità gucciniana di fare letteratura attraverso la canzone: leggere il presente attraverso testi precedenti, ma contemporaneamente trasformare quei testi alla luce di una nuova esperienza storica. Il primo elemento da considerare è il titolo, Dio è morto, che rinvia immediatamente alla celebre formula nietzscheana della “morte di Dio”. Il riferimento non va però inteso come una semplice dichiarazione di ateismo. In Nietzsche, infatti, la morte di Dio designa soprattutto la crisi del fondamento assoluto sul quale la cultura occidentale aveva costruito il proprio sistema di valori. La formula compare già nella Gaia scienza, al paragrafo 125, nel celebre racconto dell’uomo folle che corre al mercato annunciando di avere ucciso Dio e chiedendo dove siano finiti i valori che fino a quel momento avevano orientato l’esistenza; ritorna poi, in una diversa forma, in Così parlò Zarathustra, dove la crisi della trascendenza diviene il punto di partenza per la necessità di una nuova creazione dei valori. In altre parole, la “morte di Dio” non coincide semplicemente con la fine della fede religiosa, ma indica il venir meno di un sistema di certezze condivise e, di conseguenza, l’apertura di una condizione storica nella quale l’uomo è costretto a confrontarsi con il problema della costruzione di nuovi valori. È precisamente questa dimensione di crisi dei valori che Guccini trasferisce nella società italiana degli anni Sessanta. Nella canzone, infatti, “Dio è morto” non soltanto “ai bordi delle strade” o” nelle auto prese a rate” o “nei miti dell’estate”, ma anche nei “miti eterni della patria o dell’eroe”, “nella politica che è solo far carriera”, nel “perbenismo interessato, nell’ipocrisia di chi sta sempre / Con la ragione e mai col torto”, e nella perdita di autenticità. La formula nietzscheana viene dunque sottratta al suo originario contesto filosofico e trasformata in una diagnosi della società contemporanea: ciò che è “morto” è un intero sistema di valori, ormai svuotato e incapace di dare significato all’esperienza delle nuove generazioni. La crisi filosofica diventa così crisi sociale e generazionale. La ripetizione del ritornello “Dio è morto” produce un effetto quasi liturgico, ma rovesciato: non viene celebrata la permanenza di un ordine, bensì denunciata la sua dissoluzione. Il secondo elemento fondamentale è Allen Ginsberg e, in particolare, Howl (Urlo), il poema pubblicato nel 1956 che era diventato uno dei testi emblematici della Beat Generation. L’incipit di Dio è morto riprende chiaramente la struttura e il procedimento di Howl: anche Guccini comincia con una serie di immagini introdotte dal verbo “ho visto”, trasformando la canzone in una sorta di testimonianza collettiva. In Ginsberg, il celebre “I saw the best minds of my generation” introduce una lunga enumerazione di giovani distrutti dalla droga, dall’emarginazione, dalla follia e dall’impossibilità di trovare un posto nella società americana. Il poeta non parla semplicemente di sé: costruisce un “noi” generazionale attraverso una galleria di individui, corpi, esperienze e fallimenti. La sua poesia assume così la forma di un grande grido contro una società percepita come perbenista, repressiva, materialista e incapace di accogliere le aspirazioni dei giovani. Guccini conserva questo procedimento ma lo italianizza radicalmente. Là dove Ginsberg osserva la generazione americana segnata dalla marginalità, dalla droga, dalla repressione e dal fallimento dell’American Dream, Guccini osserva “la gente della mia età” – quindi riprende il riferimento generazionale di Ginsberg – nelle strade italiane, nelle automobili, nelle notti trascorse tra vino e droghe, dentro una società che egli percepisce come dominata dal conformismo e dalla ricerca del successo. La Beat Generation diventa, per il cantautore, una sorta di modello interpretativo attraverso il quale leggere la crisi della gioventù italiana. Il rapporto con Howl non si limita dunque all’incipit. In Ginsberg, la prima parte del poema costruisce un interminabile catalogo di esistenze spezzate: i giovani attraversano le città, consumano droghe, cercano esperienze spirituali e sessuali, rifiutano le convenzioni sociali e sperimentano sulla propria pelle il fallimento di una civiltà fondata sulla razionalizzazione e sul consumo. Nella seconda parte, questa civiltà assume la forma mostruosa di Moloch, figura simbolica della macchina sociale e industriale che divora i corpi, le menti e l’immaginazione. Moloch rappresenta precisamente ciò contro cui si leva il grido di Ginsberg: una società nella quale il denaro, il lavoro, la produzione e il conformismo finiscono per sostituire la libertà individuale e la ricerca di un senso. Anche Guccini costruisce una galleria di immagini nelle quali la modernità appare come una macchina che ha prodotto benessere materiale ma contemporaneamente ha svuotato l’esistenza. Guccini assume da Ginsberg il procedimento retorico, il tono profetico, la rappresentazione della crisi generazionale e la capacità di trasformare una serie di esperienze individuali in un affresco collettivo, ma sostituisce all’America le strade, le automobili e le contraddizioni dell’Italia degli anni Sessanta. La trasformazione del desiderio di libertà in consumo e integrazione sociale, la felicità prefabbricata, il carrierismo politico, il perbenismo e le ideologie irrigidite costituiscono altrettante manifestazioni di quella civiltà che la canzone sottopone a critica. Il riferimento a Ginsberg permette quindi di comprendere come la protesta di Guccini non sia soltanto politica in senso stretto: è innanzitutto una protesta contro un modello di civiltà, contro l’idea che il progresso materiale coincida necessariamente con il progresso umano. 8.2 Dalla crisi alla possibilità di un “mondo nuovo È proprio qui che Nietzsche e Ginsberg entrano in relazione. Nietzsche aveva individuato nella “morte di Dio” il venir meno del fondamento tradizionale dei valori; Ginsberg, quasi un secolo dopo, rappresenta artisticamente gli effetti di una società nella quale quei valori sembrano ormai incapaci di offrire una risposta all’esperienza individuale. Guccini compie un ulteriore passaggio: prende la diagnosi filosofica nietzscheana e la rappresentazione poetica ginsberghiana e le applica alla propria generazione. Il titolo fornisce dunque la categoria filosofica della crisi, mentre Howl fornisce la forma poetica della testimonianza generazionale. La realtà italiana degli anni Sessanta costituisce infine il terzo elemento, quello nel quale i due riferimenti acquistano un nuovo significato storico. La struttura della canzone rende particolarmente evidente questo procedimento. La prima parte è dominata dalla constatazione della crisi: la generazione descritta da Guccini “va via”, percorre strade che sembrano non condurre a nulla, cerca un sogno e finisce per incontrare la droga, l’alienazione e il vuoto. La seconda amplia la prospettiva individuale e la trasforma in critica delle istituzioni e dei valori collettivi: la fede ridotta ad abitudine, la patria e l’eroe trasformati in miti, la politica ridotta a carriera, il perbenismo e l’ipocrisia. Ma la terza parte introduce una svolta decisiva. Dopo la diagnosi della morte, compare la possibilità della rinascita: la generazione (era già nel vento l’aria del ’68) può prepararsi a “un mondo nuovo”, a “una speranza appena nata”, a una “rivolta senza armi”. Qui Guccini si allontana tanto da Nietzsche quanto da una lettura puramente pessimistica di Ginsberg. La “morte di Dio” non rappresenta infatti la conclusione della canzone, ma il punto di partenza di una possibile rifondazione. La celebre conclusione, nella quale alla morte si contrappone la resurrezione, introduce un elemento che non è presente nello stesso modo né nella filosofia nietzscheana né nella poesia di Ginsberg: la possibilità di una nuova comunità fondata sulla scelta consapevole dei valori. La ripetizione finale di “Dio è risorto” sposta il significato della formula dal piano metafisico a quello etico e storico: ciò che risorge è ciò che la generazione decide di credere, volere e costruire. La fede non viene semplicemente recuperata nella sua forma tradizionale; viene reinterpretata come possibilità di trasformazione del mondo. La relazione con Nietzsche diventa, pertanto, particolarmente interessante proprio perché Guccini non riproduce fedelmente il significato originario della formula, la morte nietzscheana viene trasformata in una condizione provvisoria che rende possibile una nuova costruzione; la negazione diventa premessa dell’affermazione. Se Nietzsche aveva posto il problema di ciò che accade all’uomo quando vengono meno i valori assoluti, Guccini trasferisce la domanda sul terreno della storia: che cosa può fare una generazione quando scopre che i valori ricevuti non sono più sufficienti? La risposta della canzone è affidata alla stessa generazione, chiamata a costruire “il mondo che faremo”. In questo senso, Dio è morto rappresenta uno snodo fondamentale nella poetica gucciniana della letteratura come strumento di lettura della storia. Guccini non cita Nietzsche e Ginsberg per dimostrare la propria cultura letteraria, ma perché quei testi gli permettono di nominare e interpretare un’esperienza storica che sta emergendo. Il procedimento è dunque profondamente diverso da quello della semplice citazione erudita: la letteratura e la filosofia diventano forme di conoscenza del presente. Nietzsche offre una parola per descrivere la crisi dei valori; Ginsberg offre una voce per rappresentare una generazione; Guccini combina le due prospettive e le trasforma nella voce di una generazione italiana. Il cortocircuito culturale prodotto da Dio è morto è quindi particolarmente significativo: Nietzsche, Ginsberg e la storia italiana degli anni Sessanta vengono posti sullo stesso piano interpretativo. Il filosofo tedesco fornisce la formula della crisi; il poeta americano ne traduce la dimensione esistenziale e generazionale nel linguaggio della controcultura; Guccini trasferisce quella stessa crisi nel contesto italiano, trasformandola in una canzone destinata a diventare uno dei testi più rappresentativi della contestazione giovanile. Tre epoche, tre linguaggi e tre contesti culturali vengono così messi in comunicazione. La letteratura americana, in questo caso, non viene semplicemente importata nella cultura italiana; viene tradotta, adattata e rifunzionalizzata. Allo stesso modo, Nietzsche non viene utilizzato come autorità filosofica, ma come una categoria attraverso la quale interpretare il presente. La canzone diventa così uno spazio di incontro fra filosofia, poesia, storia e memoria generazionale, si fa uno strumento di lettura della contemporaneità. La canzone non racconta semplicemente il Sessantotto che sta per arrivare; ne registra, prima ancora che il movimento si manifesti pienamente, il clima culturale, la crisi dei valori, il bisogno di ribellione e soprattutto la convinzione che dalla crisi possa nascere una nuova possibilità collettiva. In questo senso, Dio è morto non è soltanto una canzone di protesta. Per i giovani che si riconoscevano nella cultura emergente della contestazione, Dio è morto funzionò come una sorta di manifesto generazionale. Quando la canzone cominciò a circolare, fu immediatamente percepita come una delle espressioni più efficaci del clima di cambiamento che attraversava la società italiana. La RAI interpretò invece il titolo Dio è morto in maniera letterale e lo considerò blasfemo. Limitandosi al titolo e non comprendendo il contenuto complessivo della canzone, la escluse dalla programmazione radiofonica e la censurò “per blasfemia”. Radio Vaticana, invece, ne comprese il significato morale e Paolo VI considerò il testo “un lodevole esempio di esortazione alla pace e al ritorno a giusti e sani principi morali”. 9. CIRANO TRA ROSTAND E GUCCINI: LA PAROLA COME IDENTITÀ E COME OPPOSIZIONE 9.1 Rostand e la trasformazione di Cirano in Guccini Un esempio particolarmente significativo della capacità di Guccini di trasformare la letteratura in uno strumento di interpretazione del presente è rappresentato da Cirano, pubblicata nel 1996 nell’album D’amore di morte e di altre sciocchezze. Il brano si ispira al personaggio di Cyrano de Bergerac, protagonista dell’omonimo dramma di Edmond Rostand, rappresentato per la prima volta nel 1897, ma non si limita a riproporne la vicenda. Guccini assume direttamente la voce del personaggio e la trasferisce nella società contemporanea, facendo di Cirano una figura attraverso la quale esprimere una posizione etica, politica e poetica. Il personaggio teatrale diventa così una maschera attraverso cui il cantautore può parlare del proprio rapporto con la parola, con il pubblico, con il potere e con la marginalità. Nel dramma di Rostand, Cyrano è un uomo caratterizzato da viva intelligenza, una straordinaria capacità verbale, un talento poetico fuori dal comune e da un’abilità eccezionale nel duello, ma anche da una diversità fisica che egli percepisce come un ostacolo insuperabile alla realizzazione amorosa. Il lungo naso diventa il segno visibile di una condizione di esclusione: Cyrano è capace di dominare la scena attraverso la parola, ma si sente privo della possibilità di essere amato per il proprio corpo. La sua tragedia nasce dunque dalla contraddizione fra ciò che possiede interiormente e ciò che ritiene di non poter offrire esteriormente. L’amore per Rossana viene affidato alla voce di Cristiano, il giovane bello e apparentemente privo della stessa capacità espressiva, mentre Cyrano rimane nascosto dietro le parole di un altro. La scena del balcone, nella quale il protagonista parla nell’oscurità e conquista Rossana attraverso la propria eloquenza senza rivelare la propria identità, costituisce il momento più evidente di questa separazione fra corpo e linguaggio. Guccini riprende questa struttura fondamentale, ma la trasforma in una dichiarazione poetica. La figura del poeta-spadaccino diventa una voce capace di contestare i nuovi poteri; il conflitto amoroso fra Cirano, Rossana e Cristiano diventa una riflessione più generale sulla diversità, sull’identità e sul bisogno di essere riconosciuti e amati per quello che siamo. Il personaggio letterario non viene semplicemente citato, ma assunto come interlocutore e come alter ego. Cirano non è un eroe invulnerabile, ma un uomo che conosce la solitudine, il desiderio e la sconfitta, la sua figura consente a Guccini di proporre un’idea dell’intellettuale libero, non asservito al potere, che critica con la forza della parola poetica, e, nonostante tutto, non abdica al sogno. 9.2 La parola come arma: poesia, politica e critica del potere Il suo Cirano non è soltanto l’uomo che soffre per un amore impossibile: è soprattutto colui che possiede la parola e la utilizza come strumento di difesa, di denuncia e di opposizione. L’incipit della canzone, rivolto ai “signori imbellettati”, introduce immediatamente una situazione di conflitto. Il personaggio non entra in scena per chiedere di essere accolto, ma per contestare coloro che rappresentano il potere, il decoro sociale e l’autocompiacimento. La parola assume fin dall’inizio una funzione aggressiva: è una forma di combattimento che sostituisce e insieme accompagna la spada. Nel passaggio dalla scena teatrale alla canzone, la dimensione cavalleresca viene quindi trasferita nel campo della polemica civile e culturale. Il parallelismo fra penna e spada è decisivo. Nel dramma di Rostand, Cyrano è uno spadaccino capace di difendere il proprio onore attraverso il duello; nella canzone di Guccini, la penna diventa una vera e propria arma simbolica. La scrittura è presentata come un potente strumento di opposizione e di denuncia. Il poeta può colpire l’orgoglio degli avversari “vi infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio”, smascherarne l’ipocrisia e mettere in discussione la loro autorità. La parola possiede dunque una forza che non coincide con il potere istituzionale: è una forma di potere alternativa, fondata sulla capacità di nominare ciò che la società preferirebbe nascondere. La trasformazione del duello in invettiva mostra come Guccini trasferisca il conflitto di Rostand dal terreno dell’onore individuale a quello della critica sociale. La vis polemica emerge soprattutto nella dimensione politica della canzone. Cirano si rivolge ai “nuovi protagonisti”, ai “politici rampanti”, ai “portaborse” e ai rappresentanti di una società nella quale il potere sembra riprodursi attraverso il clientelismo, l’opportunismo e l’autopromozione. Il personaggio oppone alla mediocrità la propria parola, alla falsità il proprio orgoglio, al conformismo la propria capacità di sognare. La resistenza comincia dalla lingua, dal rifiuto di chiamare valore ciò che valore non è. In questa prospettiva, Cirano è anche una riflessione sul ruolo dell’intellettuale contemporaneo. L’intellettuale non è rappresentato come colui che possiede una verità definitiva o che può guidare direttamente la trasformazione della società. È piuttosto colui che mantiene aperto lo spazio della critica, che rifiuta le parole convenzionali e che impedisce al linguaggio del potere di presentarsi come l’unico linguaggio possibile. La sua funzione consiste nel denunciare la distanza fra i valori proclamati e i comportamenti reali, fra l’immagine pubblica e la sostanza morale. La figura di Cirano permette così a Guccini di mettere in scena una particolare idea dell’artista: non un individuo separato dalla storia, ma un soggetto che entra nella storia attraverso la parola. Il suo gesto poetico non è neutrale, perché implica una scelta di campo contro l’ipocrisia, l’arrivismo e la mediocrità; ma non è neppure onnipotente, perché la parola non coincide con l’azione politica e non può sostituirla. La canzone conserva quindi una tensione fra orgoglio e impotenza, fra la convinzione che la parola abbia una forza propria e la consapevolezza che essa non basti, da sola, a modificare il mondo. Il riferimento a Cirano consente inoltre a Guccini di riflettere sul rapporto fra poesia e successo. La canzone si rivolge non soltanto ai politici e ai rappresentanti dell’establishment, ma anche ai “poeti sgangherati” e agli “inutili cantanti” che hanno trasformato la parola in una merce. Il bersaglio polemico è costituito da coloro che dispongono di versi e di visibilità, ma che, secondo il giudizio del personaggio, non possiedono autentica forza morale. La contrapposizione fra “soldi e gloria” e “scorza” introduce una distinzione fra il successo esteriore e la consistenza interiore: il riconoscimento pubblico non garantisce necessariamente né il valore dell’opera né l’integrità di chi la produce. In questo senso, Cirano diventa una figura attraverso la quale Guccini difende un’idea esigente della funzione poetica, fondata sulla sincerità, sull’autonomia e sulla capacità di resistere alle convenzioni. 9.3 Diversità, sogno e identità Questa critica del successo si collega a una più ampia polemica contro l’arrivismo e il conformismo. Quando il personaggio dichiara di non sopportare “la gente che non sogna”, la contrapposizione non riguarda semplicemente chi possiede o non possiede immaginazione. Sognare significa, in questo contesto, rifiutare una vita interamente subordinata all’interesse, al prestigio e all’adattamento sociale. Il sogno rappresenta la possibilità di immaginare un ordine diverso, mentre gli “orpelli” e “l’arrivismo” indicano tutto ciò che sostituisce l’autenticità con l’apparenza. Il Cirano gucciniano è dunque anticonformista non perché si collochi al di fuori della società, ma perché rifiuta i criteri con i quali la società stabilisce il valore degli individui. La diversità fisica del personaggio “con questo naso al piede” assume, a sua volta, un significato che va oltre la vicenda amorosa. Nel dramma di Rostand, il naso è il segno di una condizione di inferiorità percepita, ma anche il tratto che rende Cyrano immediatamente riconoscibile e irriducibile. In Guccini, questa diversità diventa una metafora della posizione dell’intellettuale e dell’artista rispetto alla società. Cirano è colui che non si adegua, che non accetta di nascondere la propria eccentricità e che trasforma ciò che potrebbe essere vissuto come una debolezza in una forma di identità. Il naso, la spada e la parola costituiscono così tre aspetti della stessa figura: il corpo segnato dalla differenza, l’orgoglio che rifiuta l’umiliazione e il linguaggio che consente di reagire all’esclusione. 9.4 Rossana, la parola d’amore e il diritto all’autenticità Il rapporto con Rossana introduce però una dimensione diversa e impedisce di ridurre il personaggio a un semplice portavoce dell’invettiva. Dopo la prima parte, dominata dalla polemica contro i potenti e contro la mediocrità, la canzone si apre infatti alla confessione amorosa. Cirano riconosce di avere perduto le donne amate – “per colpa o per destino le donne le ho perdute” – e di vivere una condizione di solitudine; quando rimane solo, la rabbia si spegne e lascia spazio al dolore. È proprio in questo passaggio che la figura del poeta si rivela nella sua complessità: l’uomo capace di affrontare i nemici “giganti” attraverso la parola è anche colui che, nell’esperienza privata, si scopre fragile e vulnerabile. La forza pubblica e la debolezza privata non si escludono, ma convivono nello stesso soggetto. La parola, allora, non è soltanto un’arma contro gli altri: è anche il mezzo attraverso il quale Cirano può esprimere ciò che non riesce a dire direttamente: “a parlarle non riesco / le parlerò coi versi”. Nel rapporto con Rossana, la scrittura diventa una forma di mediazione fra il desiderio e l’impossibilità di manifestarlo. Il personaggio può parlare alla donna amata soltanto attraverso i versi, proprio come nel dramma di Rostand la sua voce raggiunge Rossana attraverso l’oscurità e attraverso la mediazione di Cristiano. La canzone conserva dunque il nucleo romantico dell’opera teatrale, ma lo rilegge in chiave metapoetica: il poeta è colui che riesce a dire l’amore proprio quando non riesce a viverlo pienamente. Il contrasto fra Cirano e Cristiano può essere letto, in questa prospettiva, come una contrapposizione fra parola e apparenza. Cristiano possiede la bellezza del corpo, ma non la capacità di esprimere il sentimento; Cirano possiede la parola, ma non si ritiene degno di essere amato a causa della propria diversità fisica. Il problema non è soltanto che la società privilegia la bellezza rispetto all’intelligenza, ma che l’individuo interiorizza i criteri sociali del valore e finisce per giudicarsi attraverso di essi. Cirano è escluso anche perché ha assimilato l’idea secondo cui il corpo costituisce la condizione preliminare dell’amore (un po’ come la Saffo leopardiana “virtù non luce in disadorno ammanto”). La sua liberazione passa quindi attraverso il riconoscimento di un valore diverso, fondato sulla possibilità di essere amato “come sono”. In questo senso, il finale della canzone è particolarmente importante. La richiesta di essere amato nella propria autenticità non rappresenta un semplice lieto fine sentimentale, ma una vera e propria dichiarazione di principio. Il personaggio non chiede di diventare diverso, di correggere il proprio corpo o di adeguarsi alle aspettative altrui; chiede che la propria identità venga riconosciuta nella sua interezza e amata. La conclusione privata risponde alla polemica pubblica: contro una società fondata sull’apparenza, sull’arrivismo e sul successo, Cirano afferma il diritto a essere riconosciuto per ciò che è. 10. DON CHISCIOTTE: UTOPIA, REALTÀ E MEMORIA DELLA SCONFITTA 10.1 Cervantes: Don Chisciotte e l’utopia Lo stesso procedimento di riscrittura letteraria ritorna in Don Chisciotte, pubblicata nell’album Stagioni del 2000. Se in Cirano Guccini assume la voce di un personaggio teatrale per riflettere sulla parola, sulla diversità e sul ruolo dell’intellettuale, in Don Chisciotte sceglie una delle figure più celebri della letteratura occidentale per interrogare il rapporto fra ideale e realtà, fra immaginazione e concretezza, fra aspirazione alla giustizia e consapevolezza della propria impotenza. Anche in questo caso il personaggio di Cervantes non viene semplicemente citato: viene riattivato e trasferito nel presente. Il cavaliere della Mancia diventa infatti una figura attraverso la quale Guccini può parlare del proprio tempo e, più precisamente, della difficoltà di conservare un ideale in una società nella quale prevalgono il disincanto, il pragmatismo e la convinzione che ogni tentativo di trasformazione sia destinato al fallimento. Il riferimento a Cervantes è immediatamente dichiarato dal protagonista stesso, che apre la canzone presentandosi come un uomo che ha letto “millanta storie di cavalieri erranti / di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti”. Il rapporto con la letteratura è dunque inscritto direttamente nella costruzione del personaggio: Don Chisciotte è diventato ciò che è anche attraverso i libri che ha letto. La sua follia nasce precisamente dalla sovrapposizione fra il mondo della letteratura cavalleresca e il mondo reale. Ma Guccini introduce una modifica decisiva rispetto alla tradizionale interpretazione del personaggio: non presenta la lettura come una fuga dalla realtà, bensì come ciò che rende intollerabile l’ingiustizia della realtà stessa. Don Chisciotte non può più limitarsi a rimanere “chiuso” fra i libri perché ciò significherebbe accettare passivamente la sofferenza che lo circonda. La letteratura, dunque, non conduce all’evasione: produce una forma di responsabilità nei confronti del mondo e assume un significato quasi militante. Il protagonista stesso dichiara di avere costruito il proprio immaginario attraverso le storie dei cavalieri erranti. I libri, dunque, non sono soltanto un patrimonio culturale: hanno prodotto un modo di guardare il mondo. È proprio perché Don Chisciotte ha letto quelle storie che non riesce ad accettare passivamente l’ingiustizia. La lettura genera un’aspettativa etica nei confronti della realtà. Da questo punto di vista, Guccini propone implicitamente un’idea molto alta della funzione della letteratura: leggere significa anche imparare a immaginare ciò che il mondo potrebbe essere. È questo il punto nel quale la figura di Don Chisciotte si collega direttamente alla poetica gucciniana della letteratura come strumento di interpretazione e azione nella Storia. Il protagonista riconosce che “nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia”, ma proprio questa consapevolezza lo induce ad agire. La formulazione è significativa perché colloca la vicenda cavalleresca di Cervantes nel presente: il problema non è più soltanto quello dei mulini a vento o dei cavalieri erranti, ma quello di un mondo contemporaneo nel quale l’ingiustizia continua a esistere. Il passato letterario diventa quindi una lente attraverso la quale osservare il presente. Don Chisciotte non appartiene più soltanto alla Mancha di Cervantes: è un individuo contemporaneo che si domanda se sia ancora possibile opporsi all’ingiustizia. 10. 2. L’ingiustizia e il valore della sconfitta La risposta del personaggio è volutamente paradossale: proprio perché “non abbiamo più” cavalieri capaci di combattere i prepotenti, diventa necessario un nuovo slancio ideale “generoso”, anche se questo dovesse apparire come un “sogno matto”. Il sogno, qui, non è sinonimo di evasione dalla realtà, è invece ciò che permette di immaginare una realtà diversa da quella esistente. L’apparente follia di Don Chisciotte acquista quindi un valore etico: egli sa, o almeno intuisce, che il mondo non corrisponde all’immagine ideale che porta dentro di sé, ma rifiuta di considerare questa distanza una ragione sufficiente per rinunciare all’azione. È precisamente questa la forza del personaggio: l’ideale può essere irrealizzabile senza per questo essere inutile. Don Chisciotte può essere sconfitto nella dimensione pratica, può confondere i mulini con giganti, le “pecore indifese “con “un esercito di Mori”, e può subire continuamente le conseguenze della propria ingenuità; tuttavia, dal punto di vista etico, la sua sconfitta non coincide con il fallimento. Se il valore di un’azione fosse determinato esclusivamente dal suo risultato, ogni tentativo di modificare una realtà ingiusta sarebbe destinato a essere giudicato inutile quando non producesse immediatamente il risultato sperato. Guccini, rispondendo agli incalzanti interrogativi del “realista” Sancho, introduce invece una concezione diversa dell’impegno: ciò che conta è anche la capacità di mantenere vivo un principio, persino quando le condizioni storiche sembrano renderne impossibile la realizzazione. In questo passaggio il personaggio letterario diventa uno strumento per formulare una domanda politica: che cosa accade quando una società smette di credere nella possibilità di cambiare se stessa? La risposta di Don Chisciotte è radicale: anche quando l’impresa appare folle, non bisogna scegliere l’immobilità. 10.3. Sancho e Don Chisciotte: idealismo e realismo Il personaggio di Sancho Panza svolge, in questo senso, una funzione essenziale. Non è semplicemente la caricatura dell’uomo pragmatico contrapposto al folle idealista. Sancho rappresenta il principio del realismo, della concretezza e della sopravvivenza quotidiana. La sua prospettiva è quella di chi osserva le conseguenze materiali delle imprese del padrone: i calci ricevuti, la fame, la mancanza di una direzione concreta e soprattutto la sproporzione fra gli ideali di Don Chisciotte e ciò che effettivamente accade. Quando si definisce “più realista” e dichiara di accontentarsi di un castello, Guccini costruisce un’ironia che impedisce di trasformare il conflitto fra i due personaggi in una semplice opposizione fra bene e male. Sancho, infatti, non è semplicemente il personaggio “sbagliato”. Il suo buon senso ha una funzione necessaria: ricorda continuamente al folle Don Chisciotte che gli ideali devono confrontarsi con la realtà. Ma, contemporaneamente, Don Chisciotte, interpreta la realtà attraverso categorie che non le corrispondono, rivela qualcosa che il realismo di Sancho non riesce completamente a vedere e fa capire al suo “scudiero” che una realtà priva di ideali rischia di diventare semplicemente l’accettazione dell’esistente. Il cavaliere vede un mondo nel quale potrebbe esistere la giustizia perché rifiuta di considerare l’ingiustizia come una condizione naturale e definitiva. La sua illusione diventa quindi una forma di critica: vedere il mondo diversamente significa anche rendere visibile ciò che il mondo reale ha normalizzato. I due personaggi formano così una coppia dialettica: l’uno impedisce all’altro di essere completamente autosufficiente. Senza Sancho, l’idealismo rischierebbe di trasformarsi in pura follia; senza Don Chisciotte, il realismo rischierebbe di trasformarsi in rassegnazione. La dialettica fra i due viene resa esplicita dalla struttura stessa della canzone, costruita come un dialogo nel quale le due voci si alternano. La scelta di affidare la parte di Don Chisciotte a Guccini e quella di Sancho a Juan Carlos Biondini “Flaco” rafforza ulteriormente questa dimensione teatrale e permette di trasformare il conflitto filosofico fra idealismo e realismo in un confronto concreto fra due voci. Non siamo quindi di fronte a una narrazione tradizionale in terza persona: il personaggio parla direttamente e si presenta attraverso le proprie parole, proprio come accadeva in Cirano. Guccini fa di Don Chisciotte il suo alter ego e costruisce ancora una volta un io letterario attraverso il quale esprimere una posizione sul presente. 10.4. Don Chisciotte e Cirano: due figure dell’outsider La scelta di Don Chisciotte è particolarmente significativa perché il personaggio possiede una caratteristica che lo avvicina profondamente a molti altri protagonisti della poetica gucciniana: è un outsider. Non riesce a coincidere con il mondo nel quale vive perché continua a giudicarlo sulla base di un sistema di valori che il mondo stesso non riconosce più. La sua marginalità non nasce dunque soltanto dalla follia, ma dalla distanza fra ciò che egli considera giusto e ciò che la società considera normale. In questo senso, Don Chisciotte è vicino sia a Cirano sia ad altre figure gucciniane: tutti condividono, in forme differenti, l’impossibilità di adattarsi completamente alla realtà senza tradire una parte fondamentale di sé. Il parallelismo con Cirano è particolarmente evidente nel rapporto con la parola. Cirano combatte attraverso la lingua; Don Chisciotte attraverso l’azione. Il primo dispone della parola come arma, il secondo trasforma la parola in promessa e in impegno. Quando dichiara di voler “colpire con la mia lancia” l’ingiustizia, il personaggio non sta semplicemente descrivendo un’avventura cavalleresca: sta formulando un programma etico. La lancia di Don Chisciotte diventa, nella riscrittura gucciniana, il corrispettivo simbolico della penna di Cirano. Entrambi combattono contro ciò che percepiscono come ingiusto, ma entrambi devono confrontarsi con i limiti della propria efficacia. Questo confronto permette di precisare ulteriormente l’idea gucciniana dell’intellettuale. Se Cirano rappresenta colui che dispone della parola ma non del potere, Don Chisciotte rappresenta colui che dispone dell’ideale ma non della forza e dei mezzi necessari per realizzarlo pienamente. Guccini non costruisce eroi invincibili; sceglie personaggi che continuano a combattere pur sapendo, implicitamente o esplicitamente, di poter essere sconfitti. Questa è precisamente la ragione per cui Don Chisciotte diventa una figura della resistenza all’esistente. Resistere non significa necessariamente vincere; significa rifiutare l’idea che ciò che esiste sia anche ciò che necessariamente deve esistere. L’utopia svolge allora una funzione critica: anche quando non può essere realizzata integralmente, permette di misurare la realtà con un criterio diverso e di individuarne le contraddizioni. La storia gucciniana non coincide con quella dei vincitori. Al contrario, tende spesso a concentrarsi sui marginali, sui perdenti, sui ribelli e su coloro che hanno tentato di modificare il corso degli eventi senza necessariamente riuscirci. Il valore della loro esperienza non dipende soltanto dall’esito finale, ma dalla scelta di non accettare passivamente ciò che appariva inevitabile. In La locomotiva (1972), per esempio, il protagonista è un ferroviere anarchico che tenta un gesto estremo contro l’ordine sociale e va incontro alla sconfitta e alla morte. Significativamente, Guccini apre il racconto proprio sottolineando l’anonimato del personaggio: “Non so che viso avesse, / neppure come si chiamava”, per poi sostituire alla conoscenza documentaria la costruzione di un’immagine mitica: “gli eroi son tutti giovani e belli”. Il gesto del protagonista nasce inoltre da una precisa esperienza di disuguaglianza sociale. Il treno di lusso che quotidianamente passa davanti alla sua stazione diventa il simbolo di una società divisa fra privilegiati e lavoratori: egli vede “un treno pieno di signori”, mentre pensa al “magro giorno” della propria gente. La decisione di agire viene quindi ricondotta a una “rabbia antica” e alle “generazioni senza nome”: l’individuo non è soltanto un ribelle isolato, ma diventa il punto di condensazione di una più ampia esperienza collettiva di esclusione. La sconfitta concreta dell’azione, tuttavia, non coincide con l’annullamento del suo significato. Il racconto storico registra la fine della corsa “la storia ci racconta come finì la corsa” e il fallimento dell’impresa; la canzone, invece, ne conserva e ne rilancia il valore simbolico. È significativo che, nell’ultima parte, Guccini abbandoni il piano della semplice ricostruzione storica e introduca esplicitamente quello della memoria collettiva: “a noi piace pensarlo ancora” mentre la locomotiva continua a correre “contro l’ingiustizia”. La formula “a noi piace pensarlo ancora” è decisiva: il protagonista non viene ricordato perché abbia vinto, ma perché il suo gesto continua a offrire un’immagine della possibilità di ribellarsi all’esistente. In questa prospettiva, anche figure letterarie come Don Chisciotte e Cirano possono essere ricondotte alla stessa costellazione. Il valore della loro esperienza, dunque, non dipende soltanto dall’esito finale, ma dalla scelta di non accettare passivamente ciò che appariva inevitabile. È questo uno dei punti di contatto più significativi fra la poetica letteraria e quella storica di Guccini: tanto i personaggi della letteratura quanto le figure della storia diventano strumenti attraverso i quali interrogare il rapporto fra individuo e potere, fra ideale e realtà, fra sconfitta e memoria. La canzone non modifica retroattivamente l’esito degli eventi, ma può modificare il modo in cui quegli eventi vengono ricordati. In questo senso, raccontare i perdenti significa sottrarre la storia alla sola logica della vittoria e restituire dignità anche a chi, pur avendo perso, aveva scelto di non arrendersi. 11. ODYSSEUS: LA BIBLIOTECA DENTRO IL VIAGGIO 11.1 Una biblioteca in movimento: le fonti di Odysseus Odysseus rappresenta probabilmente uno dei punti più complessi dell’intero sistema intertestuale gucciniano. Pubblicata nell’album Ritratti (2004), la canzone si presenta infatti come una vera e propria dichiarazione di poetica: il sottotitolo recita “con ringraziamenti e scuse a Omero, Dante, Foscolo, C. Kavafis, J. C. Izzo, A. Prandi”, rendendo esplicita la fitta rete di riferimenti letterari sulla quale il testo è costruito. Non si tratta infatti di una semplice lista, ma una biblioteca mobile e stratificata che caratterizza la scrittura di Guccini: una biblioteca nella quale il canone classico e quello moderno convivono con letture personali e persino con riferimenti appartenenti alla sfera familiare. In un’intervista rilasciata a Vincenzo Mollica in occasione dell’uscita di Ritratti nel 2004 (https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=62106&lang=it&noimg=1&printpreview=1&utm), Guccini chiarì infatti la diversa natura dei propri debiti: Omero è all’origine delle “concavi navi dalle vele nere”, Dante del “folle volo”, Foscolo della “petrosa isola”, mentre Kavafis interviene soprattutto nella parte finale del viaggio; Jean-Claude Izzo gli aveva fornito “alcune impressioni sulla vita marinara»”, mentre Alberto Prandi, suo cugino, aveva scritto diverse poesie dedicate ai personaggi dell’Odissea. La presenza di Izzo e Prandi è particolarmente significativa proprio perché amplia la nozione di intertestualità oltre il rapporto con i grandi autori della tradizione. Jean-Claude Izzo (1945–2000), scrittore francese legato a Marsiglia e alla cultura mediterranea, rappresenta infatti una modernizzazione dell’immaginario del viaggio: il mare non è più soltanto lo spazio mitico dell’epica, ma anche un luogo concreto di partenze, approdi, attraversamenti, identità e marginalità. Con il riferimento ad Alberto Prandi, cugino del cantautore, la biblioteca di Guccini esce definitivamente dai confini del canone letterario e diventa anche biblioteca privata, affettiva e familiare. Omero e Dante, Foscolo e Kavafis convivono così con una voce appartenente alla cerchia personale dell’autore: la tradizione non viene soltanto ereditata dai grandi testi della cultura occidentale, ma anche trasmessa attraverso relazioni, letture condivise e memorie individuali. È un dettaglio apparentemente marginale, ma decisivo per comprendere la natura della scrittura di Guccini: la sua biblioteca non è un catalogo gerarchico di autorità letterarie, bensì un archivio in continuo movimento nel quale canone, contemporaneità e memoria privata possono occupare lo stesso spazio. È proprio a partire da questa pluralità di voci che va letto Odysseus. La canzone non si limita infatti a ripercorrere l’Odissea omerica, ma costruisce un Odisseo composito, nel quale confluiscono l’eroe antico, l’Ulisse dantesco, l’esule foscoliano, il viaggiatore di Kavafis e la moderna sensibilità mediterranea filtrata attraverso Izzo. A questi riferimenti si aggiunge la dimensione personale rappresentata da Prandi. Il viaggio di Odisseo diventa così anche il viaggio attraverso una biblioteca: non un percorso lineare dalla fonte all’imitazione, ma una successione di incontri, reminiscenze, sovrapposizioni e trasformazioni. 11.2. Omero: la patria, il mare e il desiderio della partenza Da qui prende avvio la complessa riscrittura gucciniana dell’eroe omerico. L’elenco degli autori a cui il Maestrone si dice debitore rende esplicita la natura stratificata del testo e suggerisce che l’Odisseo gucciniano non possa essere ricondotto a un’unica fonte. La sua identità nasce piuttosto dall’intreccio di diverse tradizioni, che il cantautore riunisce e rielabora all’interno di sette strofe di endecasillabi a rima alternata. La forma metrica, a sua volta, colloca una materia profondamente contemporanea entro un orizzonte poetico che dialoga con la tradizione italiana e con la dizione dell’epica. L’Odisseo di Guccini non è dunque semplicemente un personaggio della mitologia classica: è il risultato di una lunga storia di riscritture e porta con sé, come una vera “biblioteca mobile”, le diverse interpretazioni che la letteratura ha costruito intorno alla sua figura. Il punto di partenza è naturalmente l’Odissea omerica, come il titolo greco della canzone rende subito evidente. L’Odisseo di Omero è innanzitutto l’eroe del nostos, del ritorno: dopo la guerra di Troia, il suo lungo viaggio attraverso il Mediterraneo è orientato verso Itaca, la patria, la moglie Penelope e il figlio Telemaco. Il mare costituisce lo spazio della prova, dell’errore e dell’avventura, ma anche ciò che separa l’eroe dalla propria casa. Guccini conserva questo nucleo originario, ma lo sottopone immediatamente a una significativa trasformazione. Il suo Odisseo dichiara infatti “non appartenevo al mare”, e si presenta attraverso immagini legate alla terra e alla cultura contadina: l’“anima mia che è contadina” è associata all’“aratro”, al “frumento”, al “vino” e all’”olio”. Prima ancora di essere il navigatore, dunque, l’Odisseo gucciniano è un uomo radicato in una terra dalla quale tuttavia sente progressivamente il bisogno di allontanarsi. Questa caratterizzazione richiama, per contrasto, la descrizione omerica di Itaca. Nell’Odissea l’isola è definita τραχεῖα cioè aspra, scabra, accidentata, in Odissea IX, 27 e XIII, 242. L’epiteto non coincide letteralmente con l’espressione gucciniana “isola petrosa” (di cui tratteremo poco più avanti), ma ne costituisce un antecedente semantico significativo. L’Itaca omerica è infatti una terra aspra, poco adatta ai cavalli, ma al tempo stesso fertile e capace di nutrire i propri abitanti. La descrizione insiste sulla presenza di pascoli, capre, coltivazioni e alberi: un paesaggio nel quale la dimensione rurale non è un elemento secondario, ma parte integrante dell’identità dell’isola. Guccini riprende questo immaginario attraverso una serie di immagini concrete: “ulivi e armenti”, “aratro e frumento”, “vino e olio”. Non si tratta di semplici dettagli paesaggistici, ma di elementi che contribuiscono a definire la patria e, insieme, il soggetto che la abita. L’espressione “l’anima mia che è contadina” costituisce, in questo senso, una delle principali trasformazioni operate dal cantautore. L’eroe antico viene trasferito dalla dimensione mediterranea dell’epica a un universo rurale che richiama la sensibilità autobiografica e provinciale di Guccini. L’Ulisse moderno non è quindi un uomo privo di radici: è, al contrario, colui che parte proprio perché possiede una terra da cui allontanarsi e alla quale continuare a appartenere attraverso la memoria. Anche il riferimento al vino e all’olio assume una funzione precisa. Nell’Odissea essi appartengono al mondo materiale dell’ospitalità e dei banchetti; in Guccini diventano invece gli “ori” del protagonista. La ricchezza non è rappresentata dal possesso di metalli preziosi o di tesori conquistati durante il viaggio o presi come bottino di guerra, ma dai prodotti della terra. Il cantautore sostituisce così all’immaginario eroico della conquista una concezione della ricchezza fondata sul lavoro, sulla fertilità e sull’appartenenza comunitaria. L’Odisseo gucciniano è, prima di tutto, un uomo che riconosce il valore della propria origine contadina. Questa tensione fra appartenenza e partenza costituisce uno dei nuclei fondamentali della canzone. L’orizzonte produce continuamente un altro orizzonte: il monte che si trova al di là del primo, l’isola che si intravede oltre un’altra isola, il mare che sembra invitare a una navigazione senza termine. Guccini trasforma così il viaggio da semplice percorso geografico in una condizione esistenziale: l’uomo parte non soltanto perché desidera raggiungere una meta, ma perché ciò che non conosce esercita su di lui una forza irresistibile. In questo senso, l’Odisseo gucciniano si allontana dall’eroe esclusivamente omerico e si avvicina alla figura elaborata da Dante nel canto XXVI dell’Inferno. 11.3. Dante: il folle volo e il superamento del limite Il passaggio da Omero a Dante comporta infatti una trasformazione radicale del significato del viaggio. L’Ulisse dantesco non è più principalmente l’uomo del ritorno a Itaca: è l’uomo che, una volta raggiunto il limite conosciuto, decide di oltrepassarlo. Dopo aver superato le colonne d’Ercole, con la “oraccion piccola” persuade i compagni a proseguire il viaggio attraverso il celebre richiamo alla “virtute e canoscenza” (Inferno, XXVI, 120). Il viaggio diventa così ricerca, esperienza, conoscenza del mondo e superamento dei limiti imposti all’uomo. Ma proprio questa aspirazione conduce al “folle volo” e al naufragio. L’Ulisse dantesco è quindi una figura ambivalente: la sua grandezza consiste nella tensione verso ciò che ancora non conosce, ma questa stessa tensione può trasformarsi in hybris e condurlo alla rovina. Guccini riprende esplicitamente questa immagine quando fa dire al proprio Odisseo di aver trasformato “i remi […] in ali al folle volo”, riprendendo l’immagine dantesca di Inferno XXVI, 125. Il riferimento è troppo preciso per essere considerato un semplice richiamo ornamentale. Guccini assume la concezione dantesca del viaggio come superamento del limite e la trasferisce in una dimensione esistenziale moderna. Il “folle volo” non rappresenta più soltanto la colpa di chi oltrepassa un confine proibito: diventa la condizione di chi non riesce ad accettare come definitivo il mondo che gli è stato consegnato. L’Odisseo gucciniano è dunque colui che continua a cercare perché non si accontenta dell’orizzonte già conosciuto. Il lessico della navigazione contribuisce a rendere riconoscibile questa matrice epica. L’espressione “concavi navi” richiama infatti la formula omerica κοῖλαι νῆες, cioè le “navi cave” o “concave”, una delle formule ricorrenti della dizione dell’Iliade e dell’Odissea. L’aggettivo κοῖλος, “cavo” o “concavo”, rinvia alla forma dello scafo e caratterizza la nave come elemento tipico dell’epica. Allo stesso modo, il riferimento alle “vele nere” richiama le formule omeriche relative alle navi scure, spesso designate attraverso espressioni come νῆες μέλαιναι, “navi nere”. Guccini non si limita dunque a nominare le navi: ne recupera una caratterizzazione lessicale che conserva, all’interno dell’italiano moderno, qualcosa della dizione formularia dell’epos. La scelta di parlare di “concavi navi dalle vele nere” è significativa anche per un’altra ragione. Il cantautore inserisce un frammento di linguaggio epico in una canzone che, al tempo stesso, mette in discussione l’identità eroica di Odisseo. Il protagonista dichiara infatti di non appartenere al mare: il lessico tradizionale della navigazione viene così pronunciato da un uomo che non si presenta come navigatore per natura, ma come individuo costretto o spinto a diventarlo da “Dei di Olimpo e umana gente”. L’effetto è quello di una doppia operazione: da un lato, Guccini evoca immediatamente l’universo omerico; dall’altro, lo trasforma in una metafora della condizione moderna. Anche la triade asindetica “timone, vela, remo” appartiene a questo processo. I tre elementi ricostruiscono concretamente il lessico della navigazione antica e richiamano le numerose scene dell’Odissea nelle quali i marinai governano la nave, remano, issano le vele e cercano di orientarsi nel mare. Tuttavia, nel testo gucciniano, tali oggetti compaiono soprattutto in relazione alla memoria. Il vecchio Odisseo non conserva più un’immagine perfettamente ordinata del proprio viaggio: i nomi, gli incontri e gli strumenti della navigazione si sovrappongono e si confondono. Il lessico epico, dunque, non serve soltanto a ricostruire l’avventura, ma anche a rappresentare la sua progressiva trasformazione in ricordo. Il viaggio finisce per coinvolgere anche la memoria: Odisseo attraversa il proprio passato e incontra nuovamente le figure della tradizione omerica — Nausicaa, le Sirene, Circe, Calipso, Polifemo — ma queste esperienze appaiono ormai lontane, quasi indistinte. Il tempo ha trasformato l’esperienza in racconto e il racconto in leggenda. Il riferimento all’ “Orsa” e al “nord della Polare” richiamano l’orientamento attraverso le stelle della navigazione antica, ma la presenza della stella Polare introduce anche un elemento di riflessione sul bisogno umano di trovare una direzione. In una canzone nella quale il viaggio appare continuamente esposto all’incertezza, le stelle rappresentano il tentativo di individuare un ordine nel movimento. La stessa funzione è svolta dal riferimento al destino: Guccini presenta il proprio Odisseo come un uomo che procede “come spinto dal destino, / verso la guerra e verso l’avventura”. Il concetto è profondamente radicato nell’universo omerico, nel quale il rapporto fra volontà individuale, intervento divino e necessità costituisce uno dei nuclei fondamentali della narrazione. Guccini traduce questa concezione greca in una formula moderna. Il viaggio non è presentato come il risultato di una libertà assoluta, ma come l’intreccio di desiderio e necessità. Odisseo parte perché vuole partire, ma anche perché è spinto da eventi, circostanze, dèi e paure. La canzone insiste così sulla tensione fra libertà e destino: l’individuo non sceglie interamente le condizioni della propria esistenza, ma costruisce la propria identità attraverso il modo in cui risponde a ciò che gli accade. La formula “verso una guerra, verso l’avventura” condensa inoltre i due grandi nuclei dell’epopea omerica: la guerra di Troia iliadica, da cui prende avvio la vicenda di Odisseo, e il lungo itinerario di prove e incontri che costituisce il contenuto principale dell’Odissea. In poche parole, Guccini riunisce la biografia mitica dell’eroe: la guerra, il viaggio, il pericolo, la perdita e il ritorno. Ma la presenza di questi elementi non produce una semplice sintesi narrativa, essi vengono selezionati e ricomposti per costruire un personaggio che vive il viaggio come una condizione permanente dell’esistenza. 11.4. Foscolo e Kavafis: patria, esilio e senso del viaggio Accanto a Omero e Dante emerge poi la presenza di Ugo Foscolo. Il riferimento all’ “isola petrosa” richiama A Zacinto, dove l’isola natale di Foscolo, Zacinto, è definita “petrosa” e viene ricordata proprio attraverso la figura di Ulisse, l’eroe classico che, a differenza del poeta, eroe romantico, riuscirà a tornare alla propria patria dopo il lungo viaggio. Il confronto con Foscolo introduce nella canzone una dimensione ulteriore: quella della nostalgia, dell’esilio e del rapporto fra identità e luogo d’origine. L’isola non è più soltanto il punto di partenza o di arrivo di un viaggio, ma diventa il luogo della memoria. Partire significa allontanarsi fisicamente da uno spazio che, tuttavia, continua a vivere dentro chi lo ha lasciato. L’Itaca gucciniana, come quella foscoliana, è dunque contemporaneamente patria e distanza, origine e nostalgia. È proprio questa dialettica fra radicamento e movimento a rendere particolarmente significativo l’Odisseo di Guccini. Il suo eroe è attaccato patria e il nostos acquista significato proprio perché esiste una terra alla quale appartenere. Ma la patria non è sufficiente a esaurire l’esperienza dell’individuo. L’identità nasce dalla tensione fra ciò che si conosce e ciò che ancora deve essere conosciuto, fra il luogo d’origine e il desiderio di oltrepassarlo. In questo senso, l’Odisseo gucciniano può essere letto anche come una figura dello stesso Guccini: un uomo profondamente legato ai luoghi dell’infanzia e alla provincia, ma contemporaneamente spinto dalla necessità di attraversare altri mondi, altre culture e altre esperienze. A modificare ulteriormente questa concezione del viaggio interviene il poeta neogreco di inizio Novecento, Kostantinos Kavafis. Nella poesia Itaca, il significato dell’itinerario viene infatti rovesciato rispetto alla concezione tradizionale del nostos. Itaca rimane la meta del viaggio, ma il suo valore consiste soprattutto nell’aver reso possibile il viaggio stesso. Kavafis invita il viaggiatore a desiderare un percorso lungo, ricco di esperienze, conoscenze e incontri: “Quando ti metterai inviaggio per Itaca / devi augurarti che la strada sia lunga, / fertile in avventure e in esperienze”, ciò che conta non è semplicemente arrivare, ma ciò che accade durante il tragitto. La meta, in altre parole, è necessaria perché il viaggio possa iniziare, ma non costituisce necessariamente il suo significato ultimo: “Itaca ti ha dato il bel viaggio, /senza di lei mai ti saresti messo in viaggio: / che cos’altro ti aspetti?”. È precisamente questa idea che Guccini sembra fare propria quando trasforma il viaggio in un processo continuo di conoscenza e reinvenzione. Nel suo Odisseo, ogni esperienza modifica il viaggiatore e ogni “incontro” contribuisce a “ridisegnare” la sua percezione del “mondo”. Il viaggio non conduce dunque verso una conoscenza definitiva, ma produce una conoscenza sempre provvisoria, destinata a essere nuovamente messa in discussione. In questo senso, l’Odisseo di Guccini è più vicino al viaggiatore di Kavafis che all’eroe che semplicemente aspira a recuperare la propria condizione originaria: Itaca non è la soluzione del viaggio, ma la condizione che gli conferisce un senso: “fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso / gia’ tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare”. 11.5. Dalla biblioteca al mito: la memoria dell’eroe e la poetica gucciniana La sovrapposizione di questi modelli produce una figura di Odisseo profondamente diversa da quella di ciascuna delle sue fonti. Da Omero Guccini eredita il motivo del ritorno e il legame con la patria; da Dante quello della conoscenza e del superamento del limite; da Foscolo la nostalgia dell’isola e il rapporto fra viaggio e identità; da Kavafis la concezione del percorso come esperienza il cui valore risiede più nel viaggio che nella meta. La biblioteca gucciniana non funziona dunque per semplice accumulazione: ogni autore modifica il precedente e contribuisce a costruire un Odisseo nuovo. Questa dimensione metapoetica diventa particolarmente importante nella parte conclusiva della canzone. L’Odisseo di Guccini non sopravvive soltanto perché ha viaggiato, ma perché qualcuno, un Omero cieco, ha raccontato il suo viaggio: “solo leggende perse nella notte / perenne di chi un giorno mi ha cantato / donandomi però un’eterna vita”. Il personaggio omerico è diventato, attraverso Dante, Foscolo, Kavafis e innumerevoli altre riscritture, una figura letteraria continuamente reinventata. Quando Guccini riprende il mito, dunque, non racconta soltanto la storia di un eroe: racconta anche la storia della sua trasmissione attraverso la letteratura. Odysseus costituisce pertanto uno degli esempi più compiuti della “biblioteca mobile” gucciniana. La tradizione non viene conservata come un patrimonio immobile, ma rimessa continuamente in movimento: Omero conduce a Dante, Dante a Foscolo, Foscolo a Kavafis, e tutti confluiscono nella voce di un cantautore contemporaneo. Il passato letterario non viene semplicemente ricordato, ma riattivato per interpretare il presente. È proprio in questo movimento fra epoche, testi e identità che la letteratura gucciniana diventa storia: non una storia fatta soltanto di eventi, ma una storia delle idee, delle esperienze e delle forme attraverso cui gli uomini hanno cercato di dare un significato al proprio viaggio. 12. UNA BIBLIOTECA MOBILE IN FORMA DI CANZONE La canzone gucciniana nasce dall’incontro fra una formazione profondamente letteraria, un’attenzione costante alla dimensione storica e una specifica disposizione alla memoria. Libri, personaggi, vicende storiche e biografie individuali entrano nel testo non come semplici riferimenti culturali, ma come strumenti attraverso i quali leggere l’esperienza contemporanea e attribuire significato alle contraddizioni del proprio tempo. Da questo punto di vista, la biblioteca occupa nella poetica di Guccini una funzione che supera quella dell’erudizione. Essa costituisce un vero e proprio archivio attraverso il quale il cantautore seleziona, conserva e riattiva forme di esperienza appartenenti a epoche diverse. Anche la dimensione autobiografica assume una funzione specifica. Il ricordo personale non costituisce semplicemente una materia privata, ma diviene un dispositivo attraverso cui entrare in rapporto con processi storici e culturali più ampi. La provincia, l’infanzia, i luoghi della formazione, i viaggi e le esperienze individuali diventano punti di osservazione privilegiati sul cambiamento sociale. La memoria individuale e quella collettiva non risultano quindi contrapposte: la prima costituisce spesso la soglia attraverso cui la seconda viene resa percepibile. È dunque possibile leggere l’intero percorso analizzato come una progressiva ridefinizione del rapporto fra parola, storia e memoria. La parola poetica non pretende di offrire formule definitive sul reale; al contrario, conserva nel proprio interno il dubbio, la contraddizione e la consapevolezza della distanza fra ciò che si vorrebbe dire e ciò che è possibile dire. La letteratura offre tuttavia gli strumenti per attraversare questa distanza: attraverso la citazione, la riscrittura, il racconto storico e il recupero della memoria individuale, Guccini costruisce una forma di conoscenza non sistematica ma narrativa, nella quale il passato continua a interrogare il presente. In questa prospettiva, le canzoni del Maestrone si configurano come un particolare dispositivo di memoria culturale: rendono nuovamente disponibili testi e figure della tradizione, ma anche eventi e soggetti marginalizzati dalle narrazioni dominanti; li sottrae all’oblio e, nello stesso tempo, li sottopone a una nuova interpretazione. La “biblioteca” di Guccini può essere intesa, in conclusione, come un archivio dinamico, nel quale continua è la circolazione fra passato e presente, esperienza e memoria, letteratura e storia che si colloca una delle caratteristiche più rilevanti della poetica gucciniana: la capacità di fare della canzone non soltanto uno spazio di espressione personale, ma un luogo di conservazione, trasmissione e interrogazione critica della memoria culturale. [1] M. Zuppi, L’eco di un controcanto ironico, “L’Osservatore Romano”, 13 agosto 2026. [2] P. Jachia, Francesco Guccini. 40 anni di storie, romanzi, canzoni, Roma, Editori Riuniti, 2002. [3] Cfr. Francesco Guccini: musica, parola, memoria e storia italiana, Passerino Editore (consultato il 27 agosto 2026). [4] C. Giusberti, Il critico Bertoni: “Leggete i versi di Guccini, sono vere poesie”, “La Repubblica”, 7 agosto 2026. [5] N. Ferrara, «Musica parolabile, parole musicabili»: echi e suggestioni letterarie nel canzoniere di Francesco Guccini, Rossocorpolingua, Anno IV, Numero 3, Settembre 2021, p. 49-58. The post Guccini, la biblioteca cantata first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Guccini, la biblioteca cantata sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 5, 2026
Popoff Quotidiano
Angoli morti di Roberto-C. Da oggi in libreria
(disegno di roberto-c.) È in libreria a Napoli, e a breve in altre città italiane, Angoli morti. Corpi, arti e lingue nella città merce, un libro di Roberto-C.   Pubblichiamo a seguire un estratto dell’introduzione, a cura di Francesco Migliaccio.  *     *     * Sono passati vent’anni – era il 2006 – dall’uscita del primo numero mensile di Napoli Monitor. Il giornale e, in seguito, il sito napolimonitor.it e la rivista Lo stato delle città sono stati gli spazi editoriali che hanno stimolato e accolto la scrittura di Roberto-C. Al contempo, Roberto ha fatto parte per tre decenni – tra il 1994 e il 2024 – del collettivo di artisti noto come cyop&kaf. Gli scritti selezionati e qui raccolti sono nati dall’intersezione tra le esperienze artistiche di cyop&kaf e il lavoro editoriale della redazione di Monitor. Napoli è il contesto materiale e affettivo da cui s’origina la scrittura di Roberto-C. ed è importante, per comprenderla, tenere conto della forma della città e dei suoi cambiamenti nell’arco di questi vent’anni. Un primo, parziale spunto è nell’anno stesso che origina questo percorso, il 2006. Allora usciva per Mondadori Gomorra. L’opera di Saviano è stata oggetto di un fraintendimento che ha avuto conseguenze nefaste: il memoir ipertrofico di un io dallo sguardo allucinato – interessante se letto in questo senso – è stato interpretato come documento realistico sulla città e le sue dinamiche criminali. Ossessive visioni iper-realistiche sono state così assunte come descrizione materiale della realtà e hanno contribuito a costruire uno scenario semplificato, adatto alla scena spettacolare, che ha ispirato il linguaggio giornalistico, le serie televisive, il discorso della cultura egemone. Da qui si è generato un paradosso su cui la scrittura di Roberto-C. insiste spesso. Ecco il paradosso. Esiste una classe sociale metropolitana – un proletariato marginale, di formazione antica – sfruttata dalle varie configurazioni assunte dal sistema produttivo moderno e sottoposta a insicurezza economica e precarietà lavorativa. Chi appartiene a questo mondo è spesso invisibile ai ceti superiori, oppure detestato e marchiato dallo stigma. Roberto cita Ellison di Invisible man: “Io sono un uomo invisibile. No, non sono uno spettro […]. Sono un uomo che ha consistenza, di carne e ossa, fibre e umori, e si può persin dire che posseggo un cervello. Sono invisibile semplicemente perché la gente si rifiuta di vedermi: capito?”. Nella concretezza della quotidianità gli invisibili, o negri napoletani, sono evitati dalle classi appena un po’ più garantite, ma al contempo – qui la sostanza del paradosso – sono trasformati in uno stereotipo adatto allo spettacolo: i loro fantasmi abitano i prodotti culturali costruiti per il consumo di massa. Un’elisione delle tracce materiali – che si traduce in rimozione di relazioni, incontri e scontri nella città concreta – corrisponde a una rappresentazione bulimica delle ombre di un proletariato incivile e criminale. Rovesciare questo paradosso – dunque andare contro il discorso simbolico dominante – è una sfida lanciata dagli scritti di vent’anni e da un lavoro artistico che ha dieci anni in più̀.
September 29, 2026
Napoli MONiTOR
Quasi una storia di vita. Intervista a Luisa Passerini
(copertina di otarebill) Dal numero 15 de Lo stato delle città Incontriamo Luisa in un pomeriggio di ottobre al CIRSDe, il Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne e di Genere, afferente all’Università di Torino. L’intervista viene aperta a un pubblico di persone interessate, Luisa ci spiega che ha voluto incontrarci qui per «situarsi in un contesto storico e politico», quello del Centro che ha contribuito a far nascere nel 1988 e di cui ha seguito i lavori fino a oggi. Barbara: «Luisa, quello che vorremmo indagare nel ripercorrere la tua storia è la relazione tra la tua biografia, gli strumenti di ricerca che hai usato e gli oggetti di studio a cui ti sei dedicata. Cominciamo dalla tua partecipazione ai movimenti politici durante gli anni Sessanta e Settanta». Luisa: «Da un lato c’è l’impegno nella storia orale, dall’altro la mia storia di lavoro politico. Sono due cose collegate, ma l’impegno della storia orale comincia per me negli anni Settanta, mentre nel ’68 ero in Africa, lavoravo su e con i movimenti di liberazione del Mozambico, dello Zimbabwe, e del Sudafrica. Però dobbiamo guardare ancora a prima, alla fine degli anni Cinquanta-inizio dei Sessanta: per quanto riguarda quel periodo, è difficile trasmettere il senso di anomia, impotenza, immobilità che si viveva in Italia. Noi infatti (un piccolo gruppo di cinque-sei persone) ci volgemmo verso la Francia. In particolare verso i situazionisti, grazie a un caro amico mancato troppo presto, Mario Perniola, la cui figura è fondamentale nella cultura italiana. In quegli anni abitavo nel profondo nord, ad Asti, il che aveva qualche vantaggio, nel senso che mi diede la possibilità di conoscere i partigiani dell’Alto Monferrato. Inoltre, negli ultimi anni del liceo partecipavo a un intervento di giovani, alle porte di una delle poche fabbriche della zona. Il nostro era un Collettivo operai, contadini, studenti. In realtà, di contadini ce n’erano uno o due, si trattava soprattutto di operai e studenti… Su questa base c’eravamo avvicinati ai situazionisti. Nel ’67 il sindacato studentesco dell’Università di Strasburgo aveva indetto le elezioni per il suo comitato direttivo. Si erano presentati degli studenti vicini ai situazionisti e avevano vinto. Questi giovani avevano usato i fondi del sindacato per pubblicare un bel libretto che si chiamava De la misère en milieu étudiant, la miseria nell’ambiente studentesco, perché trattava di una miseria non soltanto materiale, ma soprattutto intellettuale. La loro iniziativa aveva suscitato uno scandalo ed erano stati portati in giudizio per l’uso che avevano fatto di quei fondi. In Italia il libro era stato pubblicato da Feltrinelli su iniziativa del nostro piccolo gruppo, con l’ingenua dichiarazione che non era coperto da copyright, il che naturalmente andava solo a vantaggio di Feltrinelli. La situazione era questa: si proclamavano opinioni che erano anche dirompenti, però da una posizione assolutamente minoritaria. «In quel tempo possiamo rintracciare un legame non esplicito ma molto stretto tra storia orale e politica radicale, perché era “storia orale” in senso letterale quella che facevamo andando ai cancelli delle fabbriche per portare i volantini su cui avevamo scritto gli eventi di fabbrica che gli operai ci avevano raccontato il giorno prima. Contemporaneamente chiedevamo loro che cosa fosse successo quel giorno stesso – per esempio sulla linea della Cinquecento – in modo da poterlo scrivere sul volantino del giorno dopo. In quei mesi erano nati Lotta continua, Potere operaio e, per quanto mi riguarda, un gruppo molto più piccolo, il Gruppo Gramsci, che voleva creare una “terza tendenza” tra gli operaisti e gli spontaneisti. “Gramsci”, perché volevamo riferirci alla realtà storica italiana e non solo a ideologie o a illusioni di partiti rivoluzionari. Avevamo però interlocutori anche nel sud Italia, per esempio il Circolo Lenin di Puglia. Proprio nel “Gramsci” si formò il primo gruppo di sole donne di cui ho fatto parte: creammo il Collettivo delle donne – così come costituivamo collettivi di lavoratori, di studenti, di impiegati –, che poi si sarebbe sviluppato nel senso del femminismo…». Barbara: «Prima di arrivare al femminismo ti chiedo se c’è una corrispondenza tra questi due fenomeni: il tuo interesse per la storia orale e il fatto che la militanza politica a un certo punto fosse diventata un territorio difficile da praticare». Luisa: «La nostra storia orale è nata su una sconfitta. Siamo andati davanti alle fabbriche a lungo, finché si è capito, con la marcia dei quarantamila quadri Fiat nel 1980, che avevamo perso, che era finita, chiuso. Anche il Gruppo Gramsci si è sciolto. Allora, tra le altre cose, è nata la storia orale: non siamo più andati a distribuire volantini, ma a intervistare gli operai, ovviamente non solo davanti alle fabbriche. «Nella mia esperienza, l’approccio alla pratica della storia orale risale alla metà degli anni Settanta, quando il Comune di Torino e la Galleria d’Arte Moderna, la GAM, avviarono una vasta ricerca che doveva portare a una serie di mostre e manifestazioni intitolate Torino tra le due guerre. All’interno di questa iniziativa venne affidato a Giovanni Levi l’incarico di occuparsi di una storia popolare di Torino durante quel periodo. Giovanni coinvolse alcune persone, tra cui me, e scelse un quartiere, Borgo San Paolo, dove già durante la prima guerra mondiale c’era stato un movimento di popolo che aveva coinvolto anche le donne “per il pane e per la pace”. Riuscimmo ancora a trovare delle persone che avevano vissuto quei momenti, e così cominciò nel mio caso la raccolta di testimonianze che sarebbe confluita in Torino operaia e fascismo (titolo infelice imposto da Vito Laterza); più aderente al testo è quello della traduzione inglese: Fascism in Popular Memory. «All’inizio c’era stato anche un movente un po’ macabro nella nascita della storia orale, perché si diceva che queste persone stavano morendo, e bisognava sentirle prima che morissero. In effetti era così, siamo riuscite a intervistare persone molto anziane che avevano vissuto gli eventi straordinari di Borgo San Paolo, un quartiere di periferia che però, dal punto di vista politico, era stato un cuore della città. Raccogliemmo le interviste e le fotografie, allestimmo la mostra proprio lì, e in seguito presentammo il nostro lavoro a un convegno a Bologna su antropologia e storia, nel 1976. In generale, il lavoro della storia orale, che prima era esistita sotto altri nomi, comincia a essere chiamato così con la oral history, la pratica avviata in Inghilterra da Raphael Samuel e Paul Thompson. Veniva chiamata anche history from the bottom, storia dal basso, nell’intento di registrare le voci che non erano mai state sentite. Nonostante la curvatura positivistica (per alcuni storici orali, riscoprire il passato “così come veramente era”), questa storia orale riguardava piuttosto il rapporto tra presente e passato, l’intersoggettività tra due periodi storici, tra diverse generazioni e tra due o più persone. Era un tipo di storia orale che andava oltre l’ispirazione populistica a “salvare la voce del popolo”, che pure c’era, dando una forte scossa metodologica alla storiografia, e forse per questo era molto mal vista dall’accademia. I nostri colleghi al Dipartimento di Storia di Torino sostenevano che al massimo si poteva parlare di “storia fatta con le fonti orali tra le altre fonti”, non cogliendo la carica di mutamento che conteneva la storia orale: carica che si ripercuoteva anche sulle memorie del passato, lo studio delle autobiografie e il modo di leggere le fonti scritte. «In realtà, fuori dall’accademia la storia orale in Italia esisteva da molto tempo, anche se non portava questo nome. Negli anni Cinquanta e Sessanta Danilo Montaldi, Gianni Bosio, il Circolo De Martino, antropologi e sociologi avevano raccolto le storie di vita di operai, contadini, donne, militanti politici, le cui esperienze avevano foggiato la storia dell’Italia. Secondo l’accademia la storia orale non esisteva. Certo non esisteva ancora, nel senso che le mancava una critica delle fonti appropriata. Non c’è storiografia senza la critica delle fonti. E come la si fa? Nel nostro caso, bisognava riconoscere fino in fondo che le fonti orali sono espressione di soggettività e intersoggettività e trarne le conseguenze sviluppando una critica apposita in queste direzioni; non si fa storia orale se si prendono le sue fonti come storie di fatti, di eventi accaduti. Allora saremmo fuori della storiografia, staremmo nella narrativa». Barbara: «Dai picchetti fuori delle fabbriche alla ricerca su Borgo San Paolo, quando per te la storia orale ha incontrato l’accademia?». Luisa: «L’accademia nella mia esperienza c’entra poco, serve piuttosto per aprire la polemica e permettere di svilupparla. Per fare in modo che le fonti orali diventassero fonti utilizzabili bisognava criticarle, come ho accennato: scoprire quello che c’era dentro di soggettivo, di intersoggettivo, di psicoanalitico, di narrazioni tramandate che venivano riprese nelle storie di vita raccolte, e che discendevano dalle tradizioni, dalle fiabe popolari, oppure riprendevano formule fisse. Per esempio, il modo in cui le persone cominciavano i loro racconti – questo l’ho già scritto in Torino operaia e il fascismo –: “io sono sempre stato un buon lavoratore”, “io sono sempre stato cattolico”, “io sono sempre stata ribelle…”. Se leggete Vasco Pratolini, è così che fa parlare il popolo che rappresenta letterariamente: l’“essere sempre stato” come forma di narrare, opposta alla modalità narrativa nel romanzo sulla Bildung, la “formazione” in cui l’io progressivamente si trasforma, “diventa” invece di “essere stato”. Oggi suppongo che raccogliendo storie orali si troverebbero altri tipi di formule e tradizioni, che nel frattempo hanno infiltrato la memoria e il raccontare; che so, i fumetti, oppure certi film… Il problema, comunque, è sempre stato di non farsi assorbire dall’accademia, ma nello stesso tempo di non esserne completamente fuori, come se si avesse diritto a una presunzione di innocenza, di non coinvolgimento con le istituzioni, che invece ritengo debba esserci. Tra l’altro, una caratteristica fondamentale del CIRSDe, che oggi ci ospita, è proprio questa: che il CIRSDe unisce la capacità di riferimento ai movimenti con lo stare in un’istituzione, e non ha mai sacrificato l’uno all’altro. Questa per me è la cosa più preziosa ed è quello che continuamente ci guida nelle diverse iniziative che portiamo avanti». Luca: «Molte persone che hanno partecipato alla stagione del ’68 le hai intervistate quando si era già lontani dagli accadimenti; e da questo ritornare su alcune esperienze politiche è nato poi il tuo libro Autoritratto di gruppo, che da un lato si avvaleva di materiali di una ricerca collettiva più ampia, sul ’68 internazionale, dall’altro rappresentava anche un tuo modo, crediamo, di sperimentare una maggiore libertà espressiva, intersecando le storie di vita dei sessantottini con la riflessione sulla tua esperienza personale e il tuo percorso di formazione». Luisa: «Ti ringrazio di questa lettura. In realtà, il libro è nato perché io mi ero immersa in un trattamento psicoanalitico. Era l’inizio degli anni Ottanta e tutto era veramente… stava crollando. Era il momento di riconsiderare tutto, e il libro è venuto da lì. A un certo punto con Giovanni Arrighi e Romano Madera, che facevano parte come me del Gruppo Gramsci, andammo a parlare con Elvio Facchinelli, che aveva tra l’altro il grande merito di fare la bellissima rivista L’Erba Voglio. Erano riunioni, a casa sua a Milano, in cui ci si sedeva tutti intorno alla stanza e si parlava. Noi gli dicemmo che volevamo tirar fuori qualcosa che mancava alla nostra pratica politica e lui rispose: “Voi non avete bisogno di venire qui a Milano, restate a Torino, parlate tra voi, la psicoanalisi non vi è necessaria…”. Non era vero, però aveva ragione: la decisione di giungere alla psicoanalisi non doveva nascere in modo strumentale o esterno, ma dall’interno di un discorso collettivo e poi personale». Barbara: «Prima dicevi che nella tradizione popolare ci si descrive come “l’essere sempre stati…”; invece nei tuoi scritti sulla storia delle donne emerge questo sentirsi le “prime”, questo smarcarsi dalle generazioni precedenti per fare un nuovo femminismo, in cui piuttosto ci si sentiva “orfane”, è così?». Luisa: «In realtà, “voglio essere orfano” era una scritta che comparve sui muri nel ’68, ed era una bellissima scritta, però non era una scritta femminista. Si trovava a Pisa, dove c’è stato il primo forte movimento studentesco con occupazioni che allora erano una pratica dirompente, nel ’65 (Trento è subito dopo, nel ’66), e una grande circolazione di persone che portavano queste parole d’ordine e le diffondevano. Invece il nostro discorso era un altro: non volevamo “essere chiamate femministe” – basta! Il femminismo per noi era stato il suffragismo, la richiesta di parità: nessuna delle due cose ci interessava. Sì, abbiamo anche fatto i cortei per il divorzio, l’aborto, ma questo era secondario, l’aspetto centrale non era per niente la parità con gli uomini. Quello che ci appassionava erano i rapporti tra le donne, tra le donne come soggetti “a parte intera”, come dicevano le francesi, che avevano avuto molta influenza su di noi: il gruppo di psychanalyse-et-politique, Psych et po, un grande gruppo di lacaniane, con Antoinette Fouque, la loro leader, che era un personaggio veramente interessante. Avevano fondato una casa editrice, una libreria, e riviste…». Barbara: «E in questi rapporti tra donne quali erano le pratiche che utilizzavate? Mi viene in mente quella dell’autocoscienza, magari a te ne vengono in mente anche altre. Aggiungo un’altra questione, come compare in alcuni tuoi saggi sulla storia delle donne, che concerne il binomio continuità-discontinuità, una coppia concettuale interessante per i nostri lavori». Luisa: «Quel binomio è un’accoppiata che vale in generale per il modo di pensare la storia, e quindi come critica a qualsiasi storia che parli di evoluzione, declino, progresso, cioè qualsiasi continuità attribuita alla storia. La storia è una storia di rotture e quindi di discontinuità, e la continuità sta sempre dentro la discontinuità, la discontinuità prevale. Questo si vede in tutte le storiografie, non solo nella storia delle donne. La mia storia come femminista è nata all’interno della sinistra radicale, però riconosco la giusta rivendicazione di donne che invece l’hanno creata a partire dal di fuori. In generale, si può dire che non è soltanto dall’interno del movimento politico radicale che è nata la storia del movimento di liberazione delle donne; per esempio, l’Erba Voglio era collegata a un gruppo femminista dentro il quale c’era Elvio Facchinelli, c’era Lea Melandri, c’era Luisa Muraro. Questi raggruppamenti femministi avevano origini diverse, e contava anche molto l’influsso di altri paesi; per il femminismo torinese, ma non solo, ebbero per esempio una grande importanza una serie di documenti dagli Stati Uniti – Our Bodies, Ourselves – che vennero portati in Italia (tra altri e altre, anche da Nanni Arrighi), poi tradotti da Angela Miglietti, decana del femminismo torinese. Quando arrivava una “nuova” nel nostro gruppo femminista, era Angela che la accoglieva e la familiarizzava con le nostre pratiche, mentre noi eravamo talmente immerse nei nostri litigi, anche teorici… Il nostro gruppo torinese non voleva chiamarsi femminista, anzi non voleva chiamarsi in nessun modo, soltanto “gruppo di via Lombroso”, dalla strada dove affittavamo una sede: la nostra era una specie di assemblea che si suddivideva in piccoli gruppi, il luogo principe dell’autocoscienza e anche della storia orale, seppure non esplicitamente. In realtà, c’erano stati dei nomi, a volte ironici, come Sorelle Benso; c’era stato il Collettivo comunicazioni rivoluzionarie, e attiviste-i come Sandro Sarti (che girava per la città a piedi nudi), Maria Teresa Fenoglio, Edda Melon, Mariangela Pastorello, altre e altri di cui dovrei rintracciare i nomi. «Il “piccolo gruppo” è proprio una creazione del femminismo, della parola e dello scambio, su cose mai dette prima. Ricordo riunioni sconvolgenti in cui alcune donne parlavano delle loro esperienze del parto… Nello stesso tempo la pratica dell’autocoscienza è pura storia orale, e se conoscete le due riviste effe e Sottosopra, riviste storiche del femminismo italiano, sapete che sono piene di trascrizioni di sessioni di presa di coscienza o presa di parola. In particolare, ricordo un nostro articolo collettivo che si intitolava: “E continuavano a chiamarci femministe”, ironizzando sul titolo del western italiano Continuavano a chiamarlo Trinità (non si usavano i cognomi, sono soltanto nomi quelli che firmano gli articoli). E quindi, sì, era la pratica privilegiata, però ce n’erano parecchie altre. Una era la pratica corporea: ci si metteva in cerchio in queste nostre sedi fumose e si cominciava a muoversi, era una specie di danza, ma non una danza in senso stretto, è difficile descriverla… se guardate queste riviste ci sono anche delle foto di pratiche corporee… Io ero stata in Vandea, sull’Oceano Atlantico, in Francia, dove le donne di psychanalyse-et-politique avevano organizzato un campeggio e avevano messo in atto la pratica della nudità. Vivevano sulle dune battute dal vento in questo modo “scandaloso” per le comunità nei dintorni…». Luca: «Vorrei citare una breve frase presa da uno dei saggi del tuo libro Storia di donne e femministe, dove ti riferisci a un’affermazione fatta da Tina Magnano a proposito del rapporto col gruppo di Lea Melandri. Magnano diceva: “Non ci inculcavano un modo di fare, ci raccontavano quello che facevano e noi avevamo la libertà di trovare la nostra strada”. Ti cito la tua frase: “…la mia e la nostra fissazione di non voler insegnare niente funziona solo se ci si impegna a trasmettere senza avere l’aria di farlo”. Tu sei stata anche un’insegnante, però questa frase mi sembra che alluda a qualcosa di più, intanto a un “noi” collettivo, e questa idea di “voler trasmettere senza avere l’aria di farlo” vorrei che la spiegassi meglio». Luisa: «Si era capito che non era questione di trasmettere, perché la tradizione nel senso di tramandare tout court non funziona. Si dice, si lancia un messaggio, e se viene raccolto, bene. Io ho insegnato tanto in tutti i livelli di scuola: medie, superiori, università, dottorato, post-dottorato. Gettavo delle parole, naturalmente cercando un dialogo, facendo anche delle domande, e qualcuno alla fine raccoglieva, ma non raccolgono quello che tu hai gettato, raccolgono qualcos’altro. Tra le mie allieve più brillanti c’è Ioanna Laliotou, una studiosa greca che ha prodotto cose straordinarie, ma quando le leggo non vedo la mia traccia in senso letterale, la vedo trasformata completamente, lei l’ha sviluppata a modo suo, in modo creativo… Quindi non devi sperare di essere semplicemente seguita o continuata, non devi sperare di trasmettere qualcosa di specifico, perché ciò che trasmetti non è tout court quello che tu pensavi di trasmettere. Se c’è qualcosa di importante che devi dire, per ragioni politiche o personali, lo dici, e fai di tutto per dirlo, nello scritto, nell’orale, nel visivo, ma senza aspettarti niente. Mi pare che sia Roland Barthes, in Frammenti di un discorso amoroso, che osserva: c’è solo la madre che può scrivere lettere senza aspettarsi risposta. Ecco, bisogna fare come questa madre utopica. Io con la maternità non ho un’esperienza personale, però è così, non devi aspettarti risposta: se viene, viene portando l’altra, l’altro e l’altra, non te». Luca: «Tu hai allievi e allieve che oggi proseguono il tuo discorso?». Luisa: «Sì, è una grande consolazione, ne ho molti sparsi per il mondo. Ieri è arrivata una lettera di Xiaoyan Li, che sta nella zona nord-ovest della Cina. Lei era stata mia allieva alla New York University, e ogni tanto mi chiede di parlarci, facciamo degli zoom, mi racconta le tappe della sua ricerca e mi chiede notizie della mia. Sta facendo una storia orale di Tienanmen, che è una bella impresa, molto complessa e potenzialmente rischiosa, quindi ha anche bisogno di sostegno. Bisogna sostenere ciò che vuole fare l’altra persona, bisogna condividere l’energia, ma accettando la strada che l’altra ha voluto scegliere». Luca: «In molti tuoi libri c’è un assiduo lavoro di montaggio. Oltre che alle necessità del contesto, il tuo modo di lavorare i testi risponde anche ad altri tipi di criteri? Non so, la musicalità, un ritmo… Prima parlavamo del trattamento “letterario” delle storie di vita. Tu tieni conto anche di questo tipo di criteri nel tuo lavoro o sei più legata ai concetti quando scrivi?». Luisa: «Il montaggio nasce come desiderio di far sentire più voci, da qui il “taglia e incolla”, per esempio, della citazione dall’intervista che inserisci nel tuo discorso. Ho sempre avuto l’ambizione di far notare che le voci sono almeno due, e che entrambe sono incarnate, di soggetti incarnati, embodied subject. Molti libri di storia orale sono strutturati così: che so, “alle contadine non importa la bellezza”, due punti, e segue la citazione dall’intervista a una contadina che supporta la tua tesi. Questa è una generalizzazione, assolutamente indebita, perché avresti dovuto dire: “io ho avuto l’impressione/avanzo l’ipotesi che…”. In un articolo che mi avete detto di aver letto, sul numero 8 della rivista Memoria, Anna Bravo e io avevamo espresso due opinioni opposte su quello che raccontavano le testimoni, e quindi le nostre interpretazioni e i nostri modi di introdurre e di montare le interviste citandole erano diversi. Ma il nostro disaccordo era una forma di dialogo, un confronto tra forme di comprensione. «Per di più molte di quelle interviste erano in dialetti vari; quindi cercavo di mettere a piè di pagina l’originale, mi ero anche fatta insegnare dal Centro Studi Piemontesi dei criteri per la trascrizione dei dialetti. Però questo è poco, spesso non basta. Il grande problema è la trasposizione dall’orale allo scritto. Per lungo tempo ho pensato che le fonti orali fossero un modo per smuovere la rigidità della storiografia tradizionale e per invitarla a leggere, a interpretare diversamente anche le altre fonti. Adesso penso che le fonti orali non siano più l’avanguardia; credo che il primo fronte siano le fonti visive, e quindi ho cominciato a lavorare con l’arte, con le immagini artistiche e altre immagini qualsivoglia, prima in modo strumentale, come appoggio a un discorso, e poi sulle immagini stesse, su quale sia la potenzialità conoscitiva dell’arte e del visivo in generale». Luca: «Il tuo ultimo libro si chiama Artebiografia e indaga i percorsi di tre artiste tra Italia e Africa. Ci dici qualcosa rispetto al trattamento che fai delle fonti visive, e perché hanno a che fare anche con il lavoro storiografico?». Luisa: «Far entrare la visualità nella storiografia non è che sia una gran novità, ma quello che conta è apprendere una lezione di metodo da questo utilizzo. Ho soprattutto cercato di coniugarlo con qualcosa di diverso, con l’ibridità. L’ibridità di visuale, scritto e orale si coniuga con l’ibridità tra bianco e nero, e forse italiano e africano. Questo incrocio mi sembra sia oggi all’ordine del giorno. E contamina anche il discorso sull’Europa. L’Europa vista da chi è esterno e l’Europa che riceve o non riceve gli stimoli e le persone dall’esterno. Direi che questo è uno dei grandi problemi di adesso. Ho lavorato molto sullo scardinare l’eurocentrismo dall’interno, ma adesso si può fare anche dall’esterno». Barbara: «In alcuni saggi hai parlato della storia orale come forma di intervento politico. Mi chiedevo se il ruolo d’avanguardia che riconosci alle fonti visive può essere utilizzato anche in funzione politica». Luisa: «Certo, un pensiero che tiene dentro di sé l’azione o che guarda a un modo di agire… Mi viene subito in mente Bertina Lopes, perché è collegata al Mozambico. Le sue opere sono quadri, ma sono anche sculture, entrambe fortemente politiche. Infatti venne poi esiliata dal Portogallo e riparò a Roma. A volte siamo incapaci di vedere il messaggio eversivo nell’opera d’arte o nel visivo, abbiamo bisogno di sviluppare lo sguardo per capirlo. Si tratta di studiare il rapporto tra una certa opera e la congiuntura dell’esistenza dell’artista, il momento in cui quest’opera è stata costruita, più in generale la relazione tra l’aspetto esistenziale e la creazione artistica. Mi ha aiutato partire da Louise Bourgeois, che in questo senso è molto significativa, e poi ho lavorato anche su altre artiste». (barbara russo, luca rossomando)
September 23, 2026
Napoli MONiTOR
Un viaggio nel tempo e nella storia. Maria Pace Ottieri in Benin
(disegno di sam3) “Se credi nell’invisibile, raddoppi il volume dell’esistenza, io li invidio gli africani, diceva Ulisse”. Maria Pace Ottieri La prima volta che siamo stati bianchi, di Maria Pace Ottieri, Sellerio, pubblicato nel 2026, ha la vestizione classica dell’editore palermitano: formato tascabile, copertina morbida, pagina snella. È rassicurante, come certi prodotti che abbiamo tra le mani da molti anni e sono diventati oggetti cari. Anche il nome della collana in cui è inserito – il divano – ci rassicura. Ma tutto ciò depista, perché mentre leggiamo, ci rendiamo conto di essere davanti a un libro col doppio fondo, cha parte da un viaggio, e dentro quel viaggio cadono una a una tutte le cose rassicuranti, mettendoci di fronte a interrogativi inediti, o forse dimenticati, evidenziando lo sfondo da cui emerge ciò che siamo oggi. Nel 1975, poco più che ventenne, l’autrice si ritrovò a far parte di una spedizione nel Dahomey, oggi Benin, per girare un film documentario sulla cultura vudu. Siamo nell’Africa Occidentale subsahariana, sul golfo di Guinea, stretti tra Togo a occidente e Nigeria a oriente. Un viaggio in un territorio che corrisponde a meno dell’un per cento di quello che noi da fuori, superficialmente, chiamiamo Africa. Questo libro è il resoconto di quelle settimane, dentro un paese in grande cambiamento dopo l’indipendenza dalla Francia, che nel 1960 prende il nome di Repubblica del Dahomey. Dopo un decennio caratterizzato da numerosi golpe e cambi di potere, Mathieu Kérékou, instaurò un regime di tipo marxista-leninista e nel 1975 il paese fu rinominato Repubblica Popolare del Benin. Forse l’arrivo di questo nuovo regime, spinge il re Aho René Glelé in persona, erede della monarchia decaduta e capo vodun, a invitare la troupe a documentare “la magia dell’Africa, le divinità, le medicine, i miti”. Un invito inaspettato, da chi contrastava il nuovo regime che vedeva nella religione vudun un retrogrado apparato a uso delle monarchie decadute. Il viaggio assume da subito un carattere epico, tra la ricerca di qualcosa di mai visto, di spettacolare, da mostrare in televisione, e il susseguirsi di una serie di ostacoli burocratici che aprono strade inaspettate: alternative e coraggiose. Un’esperienza rocambolesca di un manipolo di yovo (letteralmente: uomo bianco, europeo) alla ricerca di autenticità. Il libro descrive gli incontri con Aho, ultimo esponente della dinastia monarchica, avvolto in un alone di mistero; le feste danzanti, il sacrificio legato al culto degli antenati e l’incontro con una vodunsi: una delle numerose sorelle di Aho, attraversata dall’esperienza dell’invisibile, che svela la costruzione dell’altare di un vodun: “Ci vuole una stoffa pulita che copra una tavoletta, poi sopra ci metti tutto ciò che in natura possiede una qualche vibrazione: pietre, piante, foglie, una piccola zucca con l’acqua, un’altra zucca per la farina coi cereali, di miglio, di fagioli, di riso, così rinfreschi gli antenati e li nutri”. Il libro è una ricerca, ai limiti del tempo possibile, in un mondo in via di estinzione, o meglio, in via di trasformazione, con una religione ostacolata dalla nuova Repubblica, ma fortemente radicata nel passato impero del Dahomey, con la ferita aperta di quattro secoli di tratta degli schiavi. “L’atmosfera cupa e arcana del luogo – scrive Ottieri – ricordava a ogni passo l’odiosa piaga della schiavitù, ma non la si nominava mai, quattro secoli di abominio non avevano ancora trovato il loro posto nella memoria del paese, milioni di vite cancellate senza traccia […], ad Abomey tutto era riverbero di un’epoca di barbarico, purpureo splendore”. Un viaggio in Africa è molto di più che un viaggio. È un affaccio nell’inconscio dell’Occidente, un luogo – come suggerisce il titolo – dove il punto di vista è ribaltato. Un viaggio verso quella parte ancestrale che probabilmente ha richiesto all’autrice un allontanamento nel tempo e cinquant’anni di elaborazione. Ottieri torna in Benin all’inizio degli anni Novanta – quasi vent’anni dopo il viaggio del ’75 –, quando per la prima volta nel dibattito pubblico si parla apertamente dei quattro secoli di tratta degli schiavi e di un secolo di colonialismo, che hanno depresso buona parte dell’Africa. Dopo la caduta del regime marxista-leninista, il vodun “riemerge, come indispensabile culto dell’identità ancestrale, espressione di un’essenza primordiale africana perduta e da ritrovare tutti insieme. […] Sono gli anni in cui irrompe ovunque, sulla scena culturale e politica, la questione dell’identità; e poiché la carne dell’identità è la memoria, ecco che un’identità inquieta, discorde e conflittuale, tutta da ricomporre e reinventare, non può che richiamarsi alla memoria. Ma la memoria di chi?”, insiste l’autrice. Degli eredi di chi era deportato o di chi deportava? “Memoria privata e memoria storica si mescolano in un’intricata foresta di rimozione, vergogna, ricerca di riscatto, in cui le differenze tra le vittime e i carnefici appaiono sfocate, se non addirittura cancellate in nome dell’invenzione di una nuova comunità omogenea”. Le cerimonie del vudu sono state impacchettate a uso dei turisti e quindici anni dopo quella spedizione, molti dei suoi elementi costitutivi non sono riconoscibili. “Molti viaggiatori cercano illusione dell’autenticità”, ma “il vudu plasticamente si adatta”, rimane e si mostra, nella sua messa in scena, chissà se ancora nella parte autentica. Ma, come chiosa Ottieri, “forse l’autentico è, e può essere, solo nel desiderio dello sguardo di chi osserva”. Il viaggio della Ottieri assume il carattere di un viaggio nel tempo e la storia del Benin diventa emblematica di come si possa provare a raccontare una cultura, contraddittoria, oppressa, deturpata… ma viva, nonostante tutto. Questo libro mi pare che trovi la sua forma nel tentativo di costruire uno sfondo di conoscenza e di storia a favore di quelle donne e uomini, talvolta appena neonati, che raggiungono – o non raggiungono – le coste d’Europa, non più deportati con le pesanti catene della tratta atlantica, ma costretti a viaggi senza speranza dalla chiusura delle frontiere, dall’essere considerati fuorilegge per nascita e usati come arma di ricatto tra stati e merce di scambio. “Nella tratta degli schiavi convergono gli interessi delle classi dirigenti dei due continenti”, scrive l’autrice. Il potere cambia volto, ma non la sostanza. (daniele balzano)
September 3, 2026
Napoli MONiTOR
Il tramonto dei baby boomer, tra la morte di Guccini e l’Ulisse di Nolan
(disegno di escif) Francesco Guccini è morto il 6 agosto scorso, all’età di ottantasei anni, a Pavana, sull’Appennino tra la Toscana e l’Emilia Romagna. Senza dubbio Guccini è stato un punto di riferimento anche per la mia generazione, quella X, che con tanta sobrietà e fatalismo benpensante è stata definita “generazione dimenticata”, nel senso di poco appetibile economicamente e politicamente. Bontà loro. Ma la generazione di Guccini è stata quella prima, la sua stessa, quella dei baby boomer, dei “gloriosi anni Trenta”, durante i quali per un attimo sembrò possibile a molti avere il “pane e le rose”. Mi piace dire baby boomer e non boomer, forse perché ho avuto un’infanzia, un’adolescenza e una giovinezza quasi interamente analogiche; forse perché sono cresciuto con i genitori e un ecosistema fortemente influenzato dai militanti del Pci; forse perché ho studiato storia e l’ho amata come disciplina, considerandola un elemento fondamentale per stare al mondo; forse perché vivo in un periodo storico in cui la storia è una disciplina disprezzata e la parola conserva una sua rispettabilità solo se riferita all’incontinenza comunicativa della sfera social; forse per questi, e altri motivi, ritengo che l’uso che si fa del termine boomer sia perfettamente in linea col general intellect dei giorni nostri: cioè una spanna oltre l’idiozia. Boomer è un cazzeggio in un mondo nel quale il cazzeggio è diventato la sola logica del senso. Baby boomer, invece, è un termine preciso, che sinteticamente ti dice quello che ti deve dire e cioè che dopo la carneficina della Seconda Guerra Mondiale, che era separata dalla carneficina della Prima Guerra Mondiale solo dalla più grande crisi economica della modernità, la demografia registrava un incremento delle nascite e della popolazione che arriverà fino ai primi anni Sessanta: un boom di bambini che seguiva i boom mortali della guerra mondiale. Guccini è stato, quindi, un riferimento soprattutto per la sua generazione, di cui ha condiviso la parabola ascendente e discendente. Lui e De André hanno costituito gli assi portanti di una narrazione generazionale che non ha precedenti e probabilmente non avrà epigoni. Sia lui che De André, per la verità, sono nati nel 1940, all’inizio della guerra e non subito dopo la sua fine, in questo senso simbolicamente rappresentano il passaggio da un mondo all’altro: dal mondo dei fascismi, del crack del ’29, della guerra e dell’Olocausto, al mondo del boom economico, della decolonizzazione, del ’68, delle grandi trasformazioni sociali e della convinta aspirazione alla rivoluzione. La rivoluzione come orizzonte, come riferimento, come generatore simbolico, come pretesto, come guarnizione e, in alcuni casi, come pratica. Questa generazione che aggrediva il potere perché vecchio e soffocante, che lo dileggiava, che voleva prenderlo, ma poi forse preferiva liberarsene, comportandosi come i bambini per i quali il cibo, nella fase in cui stanno imparando a mangiare da soli, prima che nutrimento, prima che valore, è gioco. Questa generazione ha guardato a Guccini e De André (non solo a loro certamente, ma forse nessun altro come loro due ha travalicato la dimensione corporea per diventare un’immagine oracolo) per sentir dire di sé ciò che non poteva dirsi da sola. La generazione X ha guardato a quella precedente in un modo del tutto simile a come i baby boomer guardavano ai partigiani, con un misto di senso di inferiorità, rispetto, desiderio di emulazione, risentimento per non aver fatto la rivoluzione e invidia per esserci andati tanto vicini. Nel fermento degli anni Novanta sembrava che anche questi “bamboccioni”, traditi dai loro predecessori ormai imborghesiti, fossero riusciti a trovare la loro rivoluzione globale… ma è stato un attimo. Sono rimasti un po’ di ragazzi morti, tante botte e la consapevolezza di aver perso il giro. Per loro, Guccini e De André erano i cantori di quello che, come generazione, non sarebbero mai riusciti a essere. È per questo che la morte di Guccini per un baby boomer e per una generazione X ha un peso e un senso completamente diversi. Per i cinquantenni di oggi Guccini e De André non sono mai stati vivi, ma sempre l’immagine del mondo dei padri e delle madri, l’immagine della nostalgia per quell’infanzia vissuta tra gioia e rivoluzione che poi è passata come tutte le fasi della vita, lasciando solo le canzoni, gli slogan e il vintage. Per i baby boomer, invece, la morte di Guccini è l’ennesima morte di uno di loro, che a differenza di De André non se n’è andato prematuramente ucciso da un tumore, ma è morto vecchio, come vecchi sono tutti loro. La morte di Guccini ci annuncia che i baby boomer stanno finendo per cause naturali e che quel mondo, la gioia e la rivoluzione, la lotta armata e non, il desiderio e la liberazione, finirà con loro. Rimarranno le canzoni, le immagini d’archivio e il vintage. I DUE ULISSE DEL CINEMA Quel mondo è finito e non è la morte di Guccini ad averne decretato la fine, e nemmeno il dato biologico. Quel mondo è stato ammazzato con un veleno lieve, propinato goccia a goccia per oltre trent’anni, ormai quasi quaranta. La caduta del muro di Berlino ha avuto la stessa funzione simbolica del Cavallo di Troia: sembrava un regalo, un gesto di pace, un momento di libertà e invece è stato l’inizio dello sterminio. La cosa più interessante del film di Nolan sull’Odissea è il modo in cui ha risignificato Ulisse, rendendo il suo personaggio incredibilmente corrispondente alla generazione dei baby boomer di oggi. Nel film di Nolan, Ulisse diviene il simbolo di una generazione che ha perso la strada di casa perché non è pronta a tornarci, perché ha su di sé la colpa di aver tradito se stessa. L’Ulisse del 2026 è la versione invecchiata e stanca di quello del 1954 interpretato da Kirk Douglas: dove quest’ultimo era sfrontato, irriverente, con un ghigno ironico perennemente stampato in faccia, quello di Matt Damon e corrucciato, triste, smarrito. Sono passati settantadue anni e si sentono tutti. Ulisse è invecchiato, i suoi sogni sono infranti, oggi è uno sconfitto e sa che il responsabile della sua sconfitta è lui stesso perché non ha saputo essere all’altezza della sfida che aveva lanciato alla storia. Entrato a Troia, l’Ulisse del ’54, getta a terra la statua di Poseidone; nelle sue peregrinazioni sfida e provoca gli dèi senza curarsi delle conseguenze che affliggono soprattutto i suoi compagni, che cadono uno a uno a causa delle sue trasgressioni, ma lui insiste, non arretra, gode della compagnia di Circe e di Nausicaa fino a quando non se ne sente appagato e si rimette in viaggio. L’Ulisse di Douglas parla di una giovane generazione di baby boomer che muove i suoi primi passi scoprendo libertà nuove in un mondo che voleva togliersi di dosso la puzza opprimente della morte; è la generazione delle prime culture giovanili ribelli, dedite all’omicidio simbolico del padre: un’immagine iconica della hybris dei baby boomer e l’“attentato del topless” subito da Adorno durante il ’68 tedesco, nel quale alcune studentesse mostrarono il seno allo sconcertato cofondatore della Scuola di Francoforte che in tutta risposta chiamò la polizia. La paura che avevano dei giovani i padri del pensiero critico, Horkheimer e Adorno, è l’indice più esplicito di come la violenza vitale di quella generazione ambisse a divorare la realtà. Nel 2026 l’Ulisse Matt Damon guarda rotolare sconvolto la testa della statua di Atena, che non è stato lui a tagliare, è disorientato dalla violenza e dalla brutalità che ha consentito si scatenasse grazie allo stratagemma che aveva ideato per violare le porte di Troia. Se la sua versione giovane si abbandonava alle avventure che lo portavano lontano dalla patria, a causa della collera di Poseidone, senza arretrare di un passo e con il piglio di chi vuole sperimentare le più disparate esperienze, la sua versione odierna tentenna indecisa e spaurita; non se lo dice, ma non vuole tornare a casa, forse pensa che tornando profanerebbe la sua stessa terra come aveva profanato quella di Troia fingendo un dono di pace, si sente maledetto e ha paura di portare con sé la sua maledizione, è sopraffatto dal senso di responsabilità che scaturisce dal senso di colpa, vuole salvare i suoi uomini, ma sa per certo di averli condannati a morte. Lui solo tornerà a casa ed è così che pagherà la sua colpa. Nel suo peregrinare si imbatte nell’isola dei lotofagi dove incontra Calipso, inizia a divorare fiori di loto come i baby boomer iniziarono a imbottirsi di eroina alla fine dei Settanta, per non pensare o rendere più sopportabile il peso di una inesorabile sconfitta. In settant’anni l’Ulisse Kirk Douglas diventa l’Ulisse Matt Damon; lo sfrontato, feroce, libero, si ritrova a obbedire ad Agamennone verso il quale non fa che ribadire la sua sottomissione, dal quale accetta una guerra pur sapendola sbagliata; lui che diffida delle credenze e delle ideologie dei suoi soldati, dei subalterni, non riesce a sottrarsi alla gerarchia “naturale” del potere. Se la hybris di Kirk Douglas lo portava ad aprirsi all’imprevedibile, quella di Matt Damon consiste nel negare che possa esserci altro da quello che c’è. Così la generazione dei baby boomer, quelli dell’assalto al cielo, del siamo realisti vogliamo l’impossibile, nello snodo drammatico del 1989, rinuncia all’orizzonte rivoluzionario per salvaguardare realisticamente quel benessere borghese che sente minacciato dal cambiamento del ciclo economico. Con la corsa al centro, il riformismo e i moderati, i baby boomer costruiscono un Cavallo di Troia fatto di “miglior mondo possibile”, di “capitalismo dal volto umano”, di riforme del mercato del lavoro, della previdenza, della scuola, della Costituzione, del sistema elettorale. Ma da quel cavallo di Troia non ci passa il miglior mondo possibile, ci passa il ritorno in grande stile del fascismo, della guerra, dello sfruttamento, del razzismo e del nazionalismo suprematista. Come nel film di Nolan, Ulisse scopre che sono gli Achei stessi, dopo la distruzione di Troia, il “popolo del mare” che arriverà a distruggere la propria stessa civiltà, così i baby boomer hanno finito per devastare quel mondo nuovo che avrebbero voluto costruire, hanno distrutto quella promessa di rivoluzione che era stata il segno più evidente della loro cultura. Guccini è morto. Quella storia è finita e i baby boomer un po’ alla volta lasciano il campo, più che altro per ragioni biologiche. Ma l’Ulisse Matt Damon scopre comunque una possibilità, decide di tornare a Itaca solo quando si assume la responsabilità del suo fallimento, e dopo aver opportunamente massacrato i proci sceglie l’esilio, lascia spazio al figlio e a un mondo nuovo tutto da farsi. E non importa che Ulisse e Penelope predicano che si ripeteranno gli errori del passato; con Nietzsche, infatti, potremmo dire che dimenticare è necessario perché possa esserci un futuro, perché possa esserci storia e perché possa esserci vita. Lo sa bene la “generazione dimenticata”, cresciuta nel culto dei padri e delle madri, e ridotta all’insignificanza; lo sanno bene i fascisti, che hanno dichiarato guerra agli adolescenti. L’esilio è la condizione preliminare perché ci sia la possibilità di un mondo nuovo. Guccini è morto e il mondo dei baby boomer è finito, ma quando e se la generazione Z troverà il modo per vedere se stessa oltre la brutale repressione con la quale questo vecchio mondo vorrebbe neutralizzarla, se riuscirà a tirarsi dietro gli adolescenti di oggi assurti a nemico pubblico numero uno del decoro borghese, allora può darsi che si aprirà un nuovo orizzonte, allora può darsi che si vedrà ancora in lontananza arrivare quel mostro strano, con un potere tremendo, che divora la pianura lanciato a bomba contro l’ingiustizia. Con amore, a tutti i baby boomer. (emiliano schember)
August 31, 2026
Napoli MONiTOR
Cardini: basta insegnare solo l’Occidente
Non è lontano il tempo – manca ormai una manciata di settimane – nel quale ricomincerà la scuola: e con essa forse il tormentone della “riforma dell’insegnamento” della Storia avanzata mesi fa dal ministro Valditara con l’invito a tornare a mettere al centro del lavoro scolastico la storia dell’Italia. Al […] L'articolo Cardini: basta insegnare solo l’Occidente su Contropiano.
August 26, 2026
Contropiano
La storia non ha ancora finito di parlare
LE STRAGI NAZIFASCISTE SULLE APUANE, 82 ANNI DOPO ESCE UN TESTO DI MARCO DE PAOLIS E PAOLO PEZZINO SU UNA DELLE PAGINE PIÙ DRAMMATICHE DELLA GUERRA NELL’ITALIA OCCUPATA Con Le stragi sulle Apuane. Bardine di San Terenzo, Valla, Vinca. Il processo, la storia, i documenti, pubblicato da Viella nel 2026 nella collana I processi per i crimini di guerra tedeschi in Italia, Marco De Paolis e Paolo Pezzino tornano su una delle pagine più drammatiche della guerra nell’Italia occupata. Il volume, 180 pagine, affronta gli eccidi di Bardine di San Terenzo, Valla e Vinca intrecciando tre prospettive che raramente vengono tenute insieme con altrettanta efficacia: la ricostruzione storica, la vicenda giudiziaria e la documentazione processuale. È proprio questo intreccio a costituire la cifra più interessante del libro: la strage non viene considerata come un episodio concluso nell’agosto 1944, ma come un evento destinato a produrre una lunga scia di conseguenze nella memoria, nelle indagini e nella ricerca della responsabilità. Il saggio di Paolo Pezzino ricostruisce gli eventi collocandoli nel contesto della progressiva radicalizzazione della guerra antipartigiana nell’estate del 1944. Le Apuane e la Lunigiana, con il rafforzarsi della Resistenza e l’avvicinarsi del fronte, assunsero un’importanza strategica crescente. La repressione tedesca finì così per investire non soltanto le formazioni partigiane, ma le stesse comunità civili, considerate parte dell’ambiente che offriva sostegno alla Resistenza. Uno dei meriti principali di Pezzino consiste tuttavia nel non trasformare questo quadro in una spiegazione semplicistica della violenza. La presenza partigiana è un elemento indispensabile per comprendere la dinamica degli eventi, ma non diventa mai una giustificazione delle stragi. La violenza viene invece ricondotta all’interazione fra strategia militare tedesca, ideologia persecutoria, controllo del territorio, prossimità del fronte, attività partigiana e radicalizzazione delle operazioni di rastrellamento. La ricostruzione degli episodi di Bardine, San Terenzo e Valla mostra progressivamente il salto qualitativo della repressione. A Bardine, dopo l’attacco partigiano del 17 agosto, 53 uomini catturati a Sant’Anna di Stazzema e detenuti a Nozzano Castello furono trasportati sul luogo e fucilati il 19 agosto. I cadaveri vennero lasciati deliberatamente esposti, alcuni legati alla carcassa di un automezzo tedesco, altri ad alberi e pali dei vigneti: una violenza pensata anche come messaggio rivolto alla popolazione. Nella stessa giornata la repressione colpì San Terenzo e Valla, dove oltre cento civili, soprattutto donne, anziani e bambini, furono uccisi. È proprio nella sequenza di questi episodi che il libro permette di cogliere il passaggio dalla rappresaglia alla violenza indiscriminata contro le comunità civili. A Vinca questo processo raggiunse una dimensione ancora più ampia. Dopo l’uccisione di un ufficiale tedesco lungo la strada tra Monzone e Vinca, le autorità tedesche predisposero una vasta operazione di Säuberung, una vera e propria “ripulitura” del territorio. Il 24 agosto le truppe circondarono il paese; molti uomini erano già fuggiti nei boschi e a rimanere esposti alla violenza furono soprattutto donne, anziani e bambini. Il rastrellamento proseguì nei giorni successivi, estendendosi alle montagne, alle grotte e agli anfratti in cui i civili avevano cercato rifugio. La ricostruzione di Pezzino, in accordo con i dati dell’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, individua in 162 le vittime di Vinca, all’interno di un’operazione che interessò un territorio molto più vasto. Uno degli aspetti più importanti del volume riguarda però il ruolo degli italiani. A Vinca la violenza non fu infatti esclusivamente tedesca: parteciparono all’operazione uomini della Brigata Nera di Carrara, i “Mai Morti”, e membri della Guardia Nazionale Repubblicana. La questione non è marginale, perché obbliga a fare i conti con la natura propriamente nazifascista dell’eccidio. Le diverse testimonianze raccolte nel libro divergono sul grado di autonomia con cui la Brigata Nera aderì all’operazione, ma non mettono in discussione la sua partecipazione. La documentazione processuale consente così di superare una rappresentazione degli italiani come semplici comparse o ausiliari della repressione tedesca: essi furono, in diversi casi, protagonisti attivi della violenza contro i civili. È qui che il contributo di Marco De Paolis acquista particolare rilievo. La sua ricostruzione giudiziaria allarga lo sguardo dalle figure dei comandanti ai numerosi uomini che contribuirono concretamente alla realizzazione delle operazioni criminali. La vicenda di Walter Reder rimane naturalmente centrale, ma il libro mostra quanto sia insufficiente concentrare tutta la responsabilità sulla figura del comandante. La violenza fu infatti il risultato di una macchina repressiva nella quale intervennero diversi livelli di comando, organizzazione, collaborazione ed esecuzione. Individuare le responsabilità individuali significa dunque non soltanto stabilire chi debba essere giudicato, ma comprendere come concretamente funzionò quella macchina. La storia giudiziaria raccontata da De Paolis è, a sua volta, una storia di tempi lunghissimi. Dal processo contro il generale Max Simon nel 1947 si passa al processo contro gli uomini della Brigata Nera a Perugia nel 1950 e a quello contro Walter Reder a Bologna nel 1951, fino alla riapertura delle indagini molti decenni dopo, culminata nei procedimenti del Tribunale Militare di La Spezia e del Tribunale Militare di Roma. Più di mezzo secolo separa dunque il crimine dall’ultima stagione investigativa. È proprio questa distanza temporale a porre una delle domande più difficili affrontate dal libro: che cosa significa fare giustizia quando sono trascorsi decenni dal crimine? La risposta non può essere soltanto giudiziaria. La riapertura delle indagini dimostra infatti che il processo può diventare anche uno strumento di produzione di conoscenza: il recupero dei documenti, la rilettura delle testimonianze e l’individuazione di nuove responsabilità permettono di illuminare aspetti che i procedimenti dell’immediato dopoguerra non avevano potuto o voluto approfondire. La lunga vicenda processuale assume allora un significato che va oltre l’accertamento delle responsabilità penali. I processi celebrati a distanza di decenni dagli eccidi rappresentano, per le vittime e soprattutto per i loro familiari, una forma di giustizia tardiva, arrivata quando molti dei protagonisti erano ormai scomparsi, ma non per questo priva di significato. Il tempo trascorso non cancella infatti la violenza subita, né elimina il diritto delle famiglie a conoscere ciò che accadde ai propri cari e a vedere riconosciute le responsabilità di chi partecipò agli eccidi. In questo senso, la storia giudiziaria delle stragi sulle Apuane mostra una particolare forma di “giustizia tardiva”: tardiva perché giunge oltre mezzo secolo dopo i fatti, ma ancora necessaria perché il tempo può attenuare le tracce del crimine, non necessariamente il dolore di chi lo ha ereditato. Il dolore, in questo senso, non va in prescrizione, afferma De Paolis. I processi diventano così anche luoghi della memoria: attraverso documenti, testimonianze e responsabilità individuali, restituiscono un nome e una dimensione pubblica a vicende che per decenni hanno rischiato di rimanere confinate nella memoria privata delle famiglie. In questo percorso si inserisce inevitabilmente la questione dell’“armadio della vergogna”. L’occultamento dei fascicoli sui crimini di guerra commessi durante l’occupazione tedesca ebbe conseguenze profonde sulla possibilità di perseguire tempestivamente i responsabili. Nel caso di Vinca e San Terenzo Monti, il ritardo dell’accertamento giudiziario si tradusse in decenni di attesa per le famiglie delle vittime. La storia della giustizia diventa così parte integrante della storia della strage: anche il silenzio istituzionale, l’occultamento dei documenti e la tardiva riapertura delle indagini devono essere considerati elementi da spiegare. Altrettanto importante è il rapporto fra memoria e storia. Le testimonianze raccolte nel corso degli anni restituiscono una memoria locale tutt’altro che uniforme, attraversata da ricordi differenti e talvolta contraddittori. Pezzino non utilizza queste testimonianze come semplici conferme della ricostruzione documentaria, ma le sottopone alla critica storica, considerandole anche come tracce della sedimentazione del trauma e della memoria collettiva. È una scelta metodologica importante: rispettare la memoria dei sopravvissuti non significa rinunciare alla verifica delle fonti. Al contrario, sono proprio le contraddizioni e le divergenze a diventare materia della ricerca. Ne deriva una concezione della storia della strage molto più complessa di quella suggerita da una cronologia essenziale di date, luoghi e vittime. Per comprendere Bardine, Valla e Vinca bisogna ricostruire il contesto militare, le modalità dei rastrellamenti, la composizione dei reparti, le responsabilità dei comandanti e degli esecutori, le esperienze dei civili, la memoria dei sopravvissuti e il lungo percorso della giustizia. La sezione documentaria conclusiva, con una selezione degli atti processuali, rafforza questa impostazione e offre al lettore la possibilità di confrontarsi direttamente con alcune delle fonti sulle quali si fonda la ricostruzione. È probabilmente questo il principale merito di Le stragi sulle Apuane: non separare la storia dalla giustizia e la giustizia dalla memoria, ma mostrare come queste tre dimensioni si illuminino reciprocamente. Lo storico ricostruisce contesti e dinamiche; il giudice accerta responsabilità individuali sulla base delle prove e delle norme; le testimonianze conservano l’esperienza di chi ha vissuto il trauma. Nessuna di queste prospettive, da sola, è sufficiente a restituire la complessità di una strage. Il libro di De Paolis e Pezzino ricorda così che una strage non finisce quando cessano gli spari. Dopo l’estate del 1944 vengono il tempo della memoria, quello dell’oblio, quello della ricerca e, infine, quello della giustizia. Le stragi sulle Apuane non è quindi soltanto la ricostruzione di tre eccidi: è anche un’indagine sulla lunga durata del crimine, della memoria e della responsabilità, e sulla possibilità, anche a distanza di oltre ottant’anni, di tornare sui documenti per restituire alle vittime una storia che non sia stata cancellata dal tempo. The post La storia non ha ancora finito di parlare first appeared on Popoff Quotidiano. 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August 15, 2026
Popoff Quotidiano