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Come il Corsera tirò la volata alla repubblica
UN SAGGIO DI DINO MESSINA ANALIZZA IL RUOLO DEL QUOTIDIANO MILANESE NELLA QUESTIONE ISTITUZIONALE CHE SEGUÌ ALLA FINE DELLA II GUERRA MONDIALE Dino Messina è giornalista e scrittore noto soprattutto per la sua lunga collaborazione con il Corriere della Sera, dove si è occupato in particolare di cultura, di storia del Novecento italiano, di memoria pubblica e del ruolo degli intellettuali e dei media nei processi politici e culturali. All’interno di tali interessi si colloca La Repubblica nasce in via Solferino (Solferino, 2026, 223 pagine, 17,5 euro), in cui analizza il ruolo del Corriere della Sera nel passaggio dalla monarchia alla Repubblica, come si evince dal sottotitolo “2 giugno 1946. Quando il Corriere della sera ha fatto la storia”. A 80 anni dal referendum che ha cambiato l’assetto politico e costituzionale del nostro Paese e in occasione del 150° anniversario del Corriere della Sera, il volume si inserisce nel solco della saggistica storico-giornalistica italiana con un obiettivo preciso: ricostruire il ruolo di questo quotidiano nella fase cruciale che condusse alla nascita della Repubblica nel 1946. Il libro si concentra in particolare sui quattordici mesi della direzione di Mario Borsa, figura chiave nel processo di orientamento del giornale verso una posizione apertamente repubblicana. Il “demiurgo della Repubblica”, come lo definisce Marzio Breda nella prefazione, riprendendo forse le parole di Ugo La Malfa sulla soglia dei settantacinque anni, alla vigilia del 25 aprile 1945 viene scelto dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, e in particolare da Ferruccio Parri, per guidare il Corriere della Sera, che aveva dovuto lasciare alla fine del 1925 perché cancellato dagli organi professionali dalla dittatura fascista e arrestato due volte. L’energico giornalista si prepara a schierare il maggior quotidiano di informazione italiana, che egli dirigerà dal 25 aprile 1945 al 6 agosto 1946, a favore della causa repubblicana: rammaricato per la caduta del governo a guida azionista, mobilita la redazione, ignorando le pressanti richieste dei proprietari del Corriere, i fratelli Crespi, che vorrebbero un giornale schierato per la sopravvivenza della corona (p. 10), e si concentra sul grande obiettivo di far vincere la Repubblica. Dopo un primo capitolo dedicato al Corriere nella transizione del fascismo alla democrazia, il saggio traccia il percorso politico e lavorativo di Borsa, definito “un radicale alla francese, un liberale all’inglese, un azionista, repubblicano, socialista, federalista” (p. 51), forte della pluriennale esperienza nelle testate anglosassoni, convinto assertore della libertà di espressione come il pamphlet del ’25 Libertà di stampa dimostra. Per Borsa, la libertà di stampa rappresentava non soltanto un diritto formale, ma una condizione essenziale per il funzionamento di una società democratica, fondata sul pluralismo delle opinioni e sulla possibilità di un dibattito pubblico informato. In questa prospettiva, non era concepita come arbitrio o licenza, ma come responsabilità: il giornalista doveva operare nel rispetto della verità dei fatti, secondo pratiche di impegno etico e pedagogico, contribuendo alla formazione di un’opinione pubblica consapevole e autonoma. Nel contesto del 1945–1946, la sua direzione del Corriere della Sera si tradusse concretamente in una linea editoriale che promuoveva il dibattito politico e sosteneva la costruzione di un ordine democratico, anche attraverso una posizione esplicita a favore della Repubblica. Con il terzo capitolo, “La lunga strada verso il referendum istituzionale”, il saggio di Messina entra nel vivo, intrecciando la macrostoria di Italia (ruolo del Vaticano incluso) in quei 15 mesi con la microstoria della testata giornalistica, restituendo un quadro vivido dell’Italia del dopoguerra, segnata da profonde divisioni territoriali e politiche. Particolarmente efficace è la descrizione del contesto sociale e psicologico dell’epoca, dominato da paure, speranze e incertezze, che contribuiscono a spiegare la complessità del passaggio dalla monarchia alla Repubblica. L’autore mostra come gli editoriali di Borsa, da un lato abbiano fugato la paura del salto nel buio e incusso fiducia in un futuro repubblicano, dall’altro abbiano denunciato le malefatte del fascismo e le responsabilità della monarchia; fa emergere così come “dato inequivocabile” con un piglio quasi apologetico (p. 187)  che le pagine del Corriere abbiano contribuito a quel 54,3% di voti a favore della Repubblica, la cui vittoria è annunciata proprio sul Corriere il 6 giugno con un titolo a nove colonne “È nata la Repubblica italiana” (p. 182). Il capitolo finale, dal titolo “Un amaro commiato”, accompagna la fine della carriera giornalistica dell’anziano Borsa, rammaricato dall’ambiguità della nuova politica (p. 194) e osteggiato dalla proprietà del giornale, fino alla nota di addio al suo giornale e alla morte dei giusti, nel sonno, il 5 ottobre 1952, all’età di ottantadue anni. La tesi centrale dell’opera è chiara e ben argomentata: la nascita della Repubblica italiana non fu soltanto il risultato di dinamiche politiche e militari, ma anche di un decisivo intervento culturale e mediatico. Messina dimostra come il Corriere della Sera, quotidiano di riferimento per la borghesia moderata, abbia contribuito in modo significativo a orientare l’opinione pubblica in favore della Repubblica, rompendo con la tradizionale prudenza liberale e assumendo una posizione esplicitamente politica. Dal punto di vista metodologico, il volume si segnala per un approccio rigoroso ma accessibile. Messina si distingue per uno stile che, rifiutando la prosa difficile e il belletto inutile, combina rigore documentario e attenzione narrativa, spesso fondato sull’uso di fonti archivistiche, testimonianze e materiali giornalistici d’epoca, che non riporta in nota per non appesantire la lettura ma in una apposita sezione di Fonti e Bibliografia alla fine del saggio. Uno dei punti di forza del libro è proprio la capacità di intrecciare microstoria e macrostoria: la vicenda interna del giornale si fonde con quella nazionale, mostrando come istituzioni mediatiche e trasformazioni politiche siano profondamente interdipendenti. Tuttavia, questa impostazione comporta anche un possibile limite: l’attenzione quasi esclusiva al Corriere rischia talvolta di ridurre la pluralità del panorama mediatico dell’epoca, lasciando in secondo piano il ruolo di altri attori e giornali. Ma d’altro canto l’autore, sin dal titolo, dichiara di concentrarsi su una unica testata. Nel complesso, La Repubblica nasce in via Solferino è un saggio solido e ben documentato, che contribuisce a illuminare una dimensione spesso trascurata della storia italiana: quella del giornalismo come agente attivo nei processi di transizione politica. Più che una semplice ricostruzione storica, il libro si propone come una riflessione sul ruolo pubblico della stampa e sulla sua responsabilità nei momenti di crisi, offrendo spunti di grande attualità anche per il presente.   The post Come il Corsera tirò la volata alla repubblica first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Come il Corsera tirò la volata alla repubblica sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 20, 2026
Popoff Quotidiano
Andare al Festival del verde e del paesaggio a Roma riflettendo sui danni climatici delle guerre
Confesso che non ero mai stata al Festival del verde e del paesaggio perché immaginavo  fosse più che altro una occasione per espositori del settore del verde, oltre ad interessanti presentazioni di libri e di dibattiti; ma comunque continuavo a pensare che fosse prevalente l’aspetto espositivo. Roma è la città più verde d’Europa, e ogni metro di quel verde comporta per gli Amministratori una decisione. Anche quella di ospitare una manifestazione del genere utile per riflettere sul destino di questo nostro Pianeta, sempre più sconvolto dai cambiamenti climatici. È notizia di questi giorni che la guerra in Iran ha inquinato come un milione di automobili a benzina e provocato danni climatici superiori a 1,3 miliardi di dollari. Sono dati emersi da un’analisi della Queen Mary University di Londra, della Lancaster University e del Climate and Community Institute. Tra il 28 febbraio e il 14 marzo 2026, sono state generate oltre 5 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente: più di quante ne produca l’Islanda in un intero anno. Se la crisi in Medio Oriente dovesse andare avanti per un anno, spiega lo studio, l’inquinamento prodotto peserebbe come un’economia ad alta intensità di combustibili fossili come il Kuwait, oppure come gli 84 Paesi con le emissioni più basse messe insieme: 131 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente. E noi facciamo i Festival…e dovremmo farne sempre di più per sensibilizzare i cittadini ed educarli al pacifismo. A Roma il verde non è arredo: è carattere è l’anima degli abitanti. Boschi urbani ai margini del raccordo anulare. Ville storiche che tengono insieme secoli di potere e ombra. Pini che spaccano l’asfalto e dividono le opinioni e i Comitati di Quartiere. Orti urbani, uliveti, vitigni, frutteti, aziende agricole che riportano la campagna dentro la città. Molto interessanti sono stati i laboratori proposti “Mangiare il paesaggio. Siamo ciò che mangiamo (ma non solo)”, singolare l’incontro sui fiori edibili, ne sono uscita con uno sguardo diverso e più consapevole. Ma tutti i laboratori erano tesi a fa capire che ogni scelta alimentare riguarda la città che abitiamo. Il Festival è concepito per dare modo ai cittadini, partecipando alle numerose occasioni di incontri pubblici lungo l’arco di un fine settimana, di confrontarsi con architetti, urbanisti, paesaggisti e ricercatori che raccontano nuovi modi di progettare la città. Auditorium Festival del verde Insomma, tre giorni di incontri e dialoghi per immaginare come trasformare strade, cortili e spazi pubblici in compagnia dei bambini (attrezzatissima l’area bambini con tanto di biblioteca) i dei nostri animali domestici. Per riflettere sul concetto di paesaggio e sui versi del poeta lusitano Fernando Pessoa È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. The post Andare al Festival del verde e del paesaggio a Roma riflettendo sui danni climatici delle guerre first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Andare al Festival del verde e del paesaggio a Roma riflettendo sui danni climatici delle guerre sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 15, 2026
Popoff Quotidiano
Arte, amore e rivoluzione. Una mostra antologica sui cinquant’anni del Laboratorio di Nola
(disegno di irene servillo) La cosa che ci piaceva di più è avere un rapporto vero con gli altri artisti… perciò io li amo tutti, anche quello più giovane, che si avvicina a questo mondo e che ha delle cose da dire, è uno che poi appartiene a questo nostro mondo, che è fatto di rapporti umani… e di amore. [Vittorio Avella] Il 17 di aprile presso i locali dell’Archivio di Stato di Napoli inaugurerà una importante mostra antologica sull’attività editoriale de Il Laboratorio di Nola, un soggetto tra i più significativi a livello nazionale e internazionale per una vasta serie di ragioni, che vanno dall’unicità dei suoi prodotti a tiratura limitata alla postura culturale, alla missione che si è dato. Ma il Laboratorio è anche una stamperia d’arte tra le più importanti al mondo e infine, ma non meno importante, un luogo di incontro, formazione, socialità, accoglienza. In quarantacinque anni di militanza il Laboratorio ha messo insieme anarchici, vagabondi, patafisici, ricercatori estetici, i mille altri che attraversano il mondo dell’arte, e che nell’arte cercano un posto nel mondo. Coerentemente con questa filosofia, le iniziative del Laboratorio sono veri e propri happening, come la Festa del Merlo, l’appuntamento che ogni anno da trent’anni porta in un cortile della provincia napoletana artisti e poeti da tutto il mondo con l’idea dell’arte come strumento di condivisione e cittadinanza. Ho avuto la fortuna di vivere le mille anime del Laboratorio in quanto autore di un documentario, Il Laboratorio (Lapej, 2024, 65’). Nei due anni in cui ho lavorato al progetto insieme a Daniela Allocca, non sono mancati gli incontri, i caffè, le scoperte, ma soprattutto è la prima volta in cui risconto un sentimento unanime verso il tema che racconto: dagli artisti delle controculture cittadine alle star dell’arte contemporanea internazionale, ai poeti, agli scrittori, non ho mai sentito altro che non fosse stima e amore nei confronti del Laboratorio e i suoi fondatori, Vittorio Avella e Tonino Sgambati. Vivendo questi due anni d’amore per e con il Laboratorio, ho capito alcune cose, che provo a mettere insieme: Si può fare arte contemporanea seguendo un’idea politica Come afferma Goffredo Fofi all’interno del film, l’opera del Laboratorio è stata in grado di incarnare all’interno dell’oggetto (e del processo) artistico i valori delle rivoluzioni, a partire da libertà, eguaglianza e fraternità. Non a caso, nella stampa d’arte la creazione è sempre co-creazione: non solo tra l’artista e lo stampatore, ma anche tra gli operai della cartiera che hanno prodotto quella carta, l’editore, il designer che ha progettato la collana all’interno della quale uscirà quell’edizione, il poeta che mariterà i suoi versi con il segno grafico. Nella storia del Laboratorio questa co-creazione è un’ibridazione tra arte, politica, spazio e tempo, all’interno della quale il processo creativo coincide con la vita stessa, come racconta Tonino Sgambati: “Non abbiamo mai avuto clienti, nessuno qui si è mai sentito un cliente. La nostra piuttosto è stata un’impresa, nel senso letterale del termine, abbiamo avuto i cavalieri, le armi, gli amori, le audaci imprese… perché fare un libro è anche un’esperienza esistenziale”. È in virtù di questo atteggiamento esistenziale che i prodotti del Laboratorio sono politica anche quando non parlano direttamente di politica, riuscendo a porre in essere un cambio di paradigma decisivo: dall’arte che parla di politica a fare arte in maniera politica, a fare del proprio essere nel mondo esso stesso politica. È un avamposto contro la turistificazione della città storica Un altro tema emerso durante la lavorazione del film è stato quello del ruolo che i laboratori artistici hanno assunto in questi anni come possibile necessario argine alla monocultura turistica nella città storica di Napoli. Spazi di pensiero laterale, dove non si vende nulla (o non esclusivamente), ma in cui silenziosamente si costruisce un mondo diverso, attraverso la più rivoluzionaria delle attività: lavorare insieme. Di tutti questi luoghi di ozio, creatività e cultura materiale il Laboratorio è stato il più utopico. A Napoli oggi questi luoghi sono messi a repentaglio da un turismo acefalo, eterodiretto dalle piattaforme e ossessionato dal cibo che sta desertificando un territorio storicamente straripante di vita: una teoria di pizzerie e friggitorie ha preso il posto di tutto il resto, con ovvie implicazioni sulla produzione culturale e sulla qualità del vivere. Proprio per questo, l’artista può contribuire a migliorare l’ecosistema in cui vive, e in questo senso l’esperienza del Laboratorio è stata anche una riflessione sul ruolo dell’artista nella società. Nell’attraversare cinquant’anni di arte contemporanea Avella e Sgambati hanno messo al centro del loro operare l’incontro, la rete, contribuendo a rendere migliore l’ambiente in cui hanno operato, portando l’arte anche dove non c’era, come nell’esperienza con l’Istituto Patafisico Partenopeo sul Vesuvio, e dando la possibilità a tanti giovani artisti di confrontarsi e imparare un linguaggio. Si può fare arte senza prostituirsi alle logiche di mercato Nel 1978 Avella e Sgambati fondano Il Laboratorio con in testa un’idea rivoluzionaria: mettere il proprio ingegno al servizio della realizzazione di lavori altrui. Una scelta di vita che è un manifesto politico e che scompagina i ruoli del processo creativo autoriale, con leggerezza e voglia di giocare, azzerando le gerarchie. Lo dice Avella all’inizio del film, quasi in forma di epigrafe: “La stamperia è la stamperia, e tutti gli artisti sono uguali. Tutto il nostro impegno è uguale. Sia per un giovane sconosciuto, che per l’artista famoso, questa è una regola”. E ancora: “È avere la voglia di contrapporre un mercato al mercato, di fare delle azioni contro il mercato che potessero cambiare l’idea delle persone… poi il mercato fino a un certo punto, comunque è il tempo il vero giudice. Però… si combatte ancora”. Infine il punto più importante, quello che rappresenta in qualche modo la sintesi di tutti gli altri: se vuoi custodire il sogno, il sogno di fare l’artista, devi farne una ragione di vita e un progetto politico. Pagherai un prezzo, ma ne varrà comunque la pena. (pasquale napolitano)
April 15, 2026
Napoli MONiTOR
La mia infanzia nel Weather Underground
I MIEI GENITORI FONDARONO IL GRUPPO RIVOLUZIONARIO. SONO NATO IN CLANDESTINITÀ E HO TRASCORSO I MIEI PRIMI ANNI IN FUGA Zayd Ayers Dohrn da The New Yorker Una fredda mattina del 1980, quando non avevo ancora quattro anni, mia madre mi svegliò mentre era ancora buio, premendo il viso contro la mia guancia. «Dobbiamo andarcene», mi sussurrò. «Subito.» Rotolai giù dal materasso, mi infilai dei vestiti e la seguii giù per cinque rampe di scale senza dire una parola, portando le mie scarpe da ginnastica e camminando in punta di piedi per non svegliare i vicini. Fuori, mio padre stava già raschiando il ghiaccio dal parabrezza della nostra station wagon arrugginita. Mia madre era in piedi sulla soglia. I suoi capelli, che aveva tenuti corti e tinti di rosso come parte di un travestimento, stavano ricrescendo, lisci e scuri fino alle spalle. Se ne stava immobile, cullando il mio fratellino, ma i suoi occhi continuavano a sbirciare verso l’incrocio di Harlem, seguendo ogni auto che passava. Alla fine, mio padre fischiò due volte, il nostro solito segnale – uno corto, uno lungo – e lei mi condusse sul sedile posteriore. Mio padre si voltò una volta a guardare dietro di noi per vedere se fossimo seguiti, mi fece l’occhiolino nello specchietto retrovisore e poi sterzò verso l’Interstate 80, in direzione ovest. I miei ricordi di quel periodo sono vaghi, ovviamente. Li ricordo nel modo in cui chiunque “ricorda” i momenti importanti della propria infanzia: sovrapposti alle tradizioni di famiglia, alle storie raccontate dai miei genitori e ai dettagli che ho ricostruito da conversazioni recenti. Ma sotto sotto ci sono memorie sensoriali autentiche. Tra le più remote, forse segnate dalla paura di quella notte: l’odore freddo della città e il confuso senso di disorientamento del risveglio mentre fuori era ancora buio. Ricordo di essermi chiesto perché ce ne stessimo andando e cosa ci sarebbe successo dopo. Un decennio prima, mia madre, Bernardine Dohrn, aveva dichiarato guerra al governo degli Stati Uniti. Lei e mio padre, Bill Ayers, avevano contribuito a fondare il gruppo rivoluzionario militante Weather Underground e si erano impegnati a opporsi alla guerra del Vietnam e a combattere violentemente contro quello che consideravano uno Stato di polizia fascista qui in patria. Loro e i loro amici fecero esplodere bombe al quartier generale della polizia di New York, al Campidoglio, al Dipartimento di Stato e al Pentagono. Indossavano travestimenti, vivevano sotto falso nome, costruirono una rete di rifugi sicuri e divennero il bersaglio di una caccia all’uomo internazionale. Nel 1970, il direttore dell’FBI J. Edgar Hoover definì mia madre “la donna più pericolosa d’America”. Quell’ottobre, divenne solo la quarta donna nella storia a figurare nella lista dei “Dieci più ricercati” dell’FBI. Sono nata nella clandestinità e ho trascorso i miei primi anni in fuga. Nel 1980, però, i miei genitori avevano finalmente deciso di costituirsi. A Chicago ci aspettava un patteggiamento, ma, affinché l’accordo funzionasse, dovevamo presentarci di persona in tribunale. Se fossimo stati catturati lungo il tragitto, mia madre avrebbe trascorso decenni in prigione. Quella notte il viaggio in auto fu teso; mio padre dice che mantenne la nostra station wagon ben al di sotto del limite di velocità. La mattina seguente ci fermammo in un’area di sosta dove c’era un Burger King. Mentre mia madre rimaneva in macchina ad allattare il bambino, io e mio padre entrammo nel locale, e una simpatica coppia di anziani iniziò a parlarmi mentre ero in fila, solo per fare due chiacchiere. «Ehi, tesoro», mi disse l’uomo, sorridendomi dall’alto. All’epoca avevo i capelli biondi lunghi fino alle spalle e la gente pensava sempre che fossi una bambina. «Siete in vacanza?» Sapevo che non avrei dovuto parlare con gli sconosciuti, ma mio padre era impegnato a ordinare da mangiare e mi sentivo in dovere di dire qualcosa. La mia risposta, negli anni successivi, è diventata uno scherzo ricorrente in famiglia. «Stiamo andando a Chicago», dissi loro, «così mia madre può costituirsi all’FBI». Mio padre si voltò, sorpreso, cercando di capire. «Oh. Sì, non lo so», disse, cercando di far una risata forzata. «Forse qualcosa che ha visto in TV? Ehi, Z, devi andare in bagno prima di partire? Saluta.» Salutai con la mano. E, prima che arrivasse il nostro cibo, mi prese in braccio e corse verso la nostra auto. Mentre si immetteva di nuovo sull’autostrada, disse a mia madre che pensava che qualcuno lo avesse riconosciuto. Stava cercando di proteggermi, credo. Mio padre sapeva che non volevo deludere mia madre a tutti i costi, che non avrei voluto ammettere di aver infranto i rigidi codici di segretezza della resistenza clandestina. La ammiravo. La stimavo. Volevo essere come lei. Naturalmente, crescendo, le cose si sono complicate. Ora so che il tipo di resistenza violenta dei miei genitori ha avuto conseguenze tragiche per la nostra famiglia e un costo mortale per le persone che ci circondavano. Tre delle persone più vicine ai miei genitori furono uccise da un’esplosione accidentale mentre preparavano un attentato a una base della US Army. Altri hanno trascorso decenni dietro le sbarre, lasciando i propri figli senza madre o senza padre. E anni dopo, quando il gruppo si frammentò in fazioni sempre più militanti, alcuni presero parte a una disastrosa rapina in banca che causò la morte di una guardia innocente e di due agenti di polizia: tre uomini che quel giorno stavano semplicemente facendo il loro lavoro e che hanno lasciato i propri figli, le proprie famiglie. Naturalmente, all’epoca non sapevo nulla di tutto questo. Ricordo solo di aver guardato il volto di mia madre nello specchietto retrovisore, chiedendomi cosa stesse pensando – se anche lei avesse paura – mentre scrutava le mappe del nostro sbiadito atlante stradale Rand McNally. Nella nostra famiglia, di solito era mio padre a guidare, ma non c’era mai alcun dubbio su chi stabilisse la nostra direzione. «Esci alla prossima uscita», gli ordinò. «Prenderemo le strade secondarie». Mia madre non è sempre stata una rivoluzionaria. È cresciuta come una ragazza bianca della classe media a Whitefish Bay, nel Wisconsin. Suo padre era il responsabile del credito di una catena locale di negozi di elettrodomestici, un immigrato ebreo di seconda generazione e un repubblicano di lunga data. All’inizio mia madre sembrava desiderosa di compiacere tutti; era una studentessa con il massimo dei voti e, a diciassette anni, divenne la prima della famiglia ad andare all’università, all’Università di Chicago, dove presto proseguì gli studi alla facoltà di giurisprudenza come una delle poche studentesse del suo primo anno. Ma permettere a tua figlia di vedere del mondo più di quanto tu abbia fatto significa che potrebbe arrivare a vedere quel mondo in modo molto diverso. Nel 1966, Martin Luther King Jr. venne a Chicago per guidare una serie di proteste contro il razzismo e la discriminazione abitativa. «Osservando King, sera dopo sera, mentre predicava in chiesa – mi ha raccontato mia madre di recente – ha cambiato la mia vita». «Il movimento per i diritti civili aveva bisogno di avvocati – persone disposte, idealmente, a lavorare gratis — e ben presto si offrì come volontaria. «Non ne sapevo nulla», raccontò ridendo. «Ero una studentessa del secondo anno di giurisprudenza. Indossavo una fascia al braccio con la scritta “Legal”. Era ridicolo!» Nel 1968, mia madre era a New York quando sentì delle urla provenire dalla strada. Il dottor King era appena stato ucciso a Memphis, nel Tennessee. Mia madre afferrò la borsa e prese la metropolitana per la Quarantaduesima Strada. “Non so perché l’ho fatto”, mi disse. «Ma, quando sono arrivata lì, c’erano migliaia e migliaia di persone a Times Square. Volevo stare in mezzo a una folla di persone che piangevano. E che erano arrabbiate. Entrambe le cose». Quella rabbia la allontanò dalla politica di non violenza di King e la spinse verso un’ideologia più militante. Fu presto eletta alla leadership nazionale di Students for a Democratic Society, il più grande gruppo di protesta studentesca del Paese in quel periodo. Fu attraverso l’S.D.S. che incontrò mio padre, figlio di un importante amministratore delegato di un’azienda di servizi pubblici. Lui era cresciuto in un ricco sobborgo di Chicago, aveva bruciato la sua cartolina di leva all’Università del Michigan e poi aveva abbandonato gli studi per dedicarsi a tempo pieno alla protesta. Poi, nel 1969, mia madre divise l’S.D.S. a metà, formando una fazione più radicale del gruppo chiamata Weatherman. (Il nome era tratto dal testo di “Subterranean Homesick Blues” di Bob Dylan: “Non c’è bisogno di un meteorologo / Per sapere da che parte tira il vento.”) Quell’ottobre, i Weathermen devastarono il quartiere commerciale di lusso di Chicago — il Magnificent Mile — con mattoni, catene e mazze da baseball, bruciando vetrine, spaccando macchine, e scontrandosi con agenti di polizia armati: le cosiddette rivolte dei «Days of Rage». La loro dichiarazione rilasciata dopo la protesta ha dato il titolo al recente film di Paul Thomas Anderson sui rivoluzionari americani contemporanei: Da qui in poi sarà una battaglia dopo l’altra — con i giovani bianchi che si uniscono alla lotta e si assumono i rischi necessari. Pig amerika, state attenti. C’è un esercito che cresce nelle vostre viscere e vi distruggerà. Mia madre aveva trovato un nuovo modello di riferimento, più rivoluzionario: Fred Hampton, il carismatico ventunenne presidente delle Pantere Nere di Chicago. Divennero amici e compagni. I Weathermen e le Pantere Nere tenevano riunioni insieme e si scambiavano informazioni sulla sorveglianza governativa e sugli informatori della polizia. Per un attimo sembrò che potessero contribuire a realizzare il sogno di Hampton di una “coalizione arcobaleno” interrazziale di gruppi di attivisti radicali. Ma, due mesi dopo, anche Hampton era morto, giustiziato dalla polizia di Chicago mentre dormiva nel suo letto con la sua ragazza incinta accanto a lui. Un informatore dell’FBI aveva corretto la bevanda di Fred con un sedativo in modo che non si svegliasse durante il micidiale raid notturno. Questo nuovo omicidio fece perdere la testa a mia madre e ai suoi amici. «Ero furiosa», mi disse, ancora visibilmente infuriata decenni dopo, «per l’assoluto marciume della vita americana». La notte successiva, i Weathermen posizionarono tazze di plastica da caffè piene di polvere nera sotto i cofani delle auto della polizia in tutta Chicago. L’esplosione distrusse le auto di pattuglia e fece saltare i finestrini degli edifici vicini. Pochi mesi dopo, mia madre e mio padre, insieme a circa un centinaio di altri membri del gruppo, cambiarono nome, tagliarono i ponti con le loro famiglie e scomparvero. Il 21 maggio 1970, una cassetta audio fu consegnata ai giornali di tutto il Paese a nome del loro gruppo, che aveva appena cambiato nome, il Weather Underground. «Salve, sono Bernardine Dohrn», inizia la registrazione. «Sto per leggere una dichiarazione di stato di guerra». Due settimane dopo, una bomba di dinamite esplose al secondo piano del quartier generale della polizia di New York. Il presidente Richard Nixon convocò immediatamente una riunione d’emergenza nello Studio Ovale. «Centinaia, forse migliaia di americani – per lo più sotto i trent’anni – sono determinati a distruggere la nostra società», disse ai suoi capi dei servizi segreti. «Non intendo stare a guardare mentre dei sedicenti rivoluzionari commettono atti di terrorismo in tutto il Paese». Quando ero ancora un ragazzino, viaggiando in auto con i miei genitori attraverso il Paese, credo di aver immaginato che la clandestinità fosse un luogo fisico, come se potesse avere una sua doppia pagina nell’atlante stradale che mappasse un arcipelago nascosto di rifugi, comunità e luoghi di incontro: un’intera geografia sotterranea segreta. Ma non era un luogo, in realtà; mio padre diceva che era solo uno stato d’animo. «Sono entrato nella clandestinità cambiando nome», mi disse. «Un giorno ero una cosa, e il giorno dopo ne ero un’altra». Trovare un nuovo nome fu sorprendentemente facile. Un Weatherman si recava in auto in un cimitero di campagna e si guardava intorno finché non trovava la lapide di una persona che avrebbe avuto più o meno la sua età ma era morta da neonato. Poi si sarebbe recato al tribunale della contea per richiedere un certificato di nascita sostitutivo. In breve tempo avrebbe ottenuto un documento ufficiale con la sua foto, ma con un nuovo nome e un’identità completamente nuova. Mio padre si fece crescere la barba. Mia madre si tagliò i capelli corti, li tinse di rosso e iniziò a vestirsi come una hippie californiana – occhiali grandi e abiti svolazzanti – invece che con il suo caratteristico look fatto di pelle nera, minigonne e stivali al ginocchio. Si sistemarono in alloggi sicuri – appartamenti economici in quartieri popolari. Trovarono lavoro come operai edili, scaricatori di porto e tate – lavori che non richiedevano la tessera di previdenza sociale e venivano sempre pagati a fine giornata, in contanti. Nel frattempo, la loro campagna di attentati si intensificò. A luglio, una bomba scosse una base dell’esercito statunitense vicino al Golden Gate Bridge. Il giorno dopo, un’esplosione frantumò l’atrio di vetro e marmo dell’edificio della Bank of America a New York. Il metodo che usavano era semplice: una giovane donna bianca vestita da segretaria entrava in un edificio, metteva una borsa o una borsetta in un bagno o in un ufficio vuoto, impostava un timer e se ne andava. Poche ore dopo, qualcuno avrebbe chiamato per dare l’avvertimento. Pochi minuti dopo, la bomba sarebbe esplosa. Le telefonate di avvertimento impedirono per lo più gravi perdite. Dopo che un’esplosione accidentale in una fabbrica di bombe nel West Village uccise tre Weathermen, i sopravvissuti, sconvolti dalla morte dei loro amici, giurarono di rinunciare alla violenza letale. Ma gli attacchi, sebbene volessero essere simbolici, erano comunque pericolosi e avventati. E, sebbene i Weathermen oggi continuino a sostenere di non essere stati dei terroristi — che le loro bombe non avevano lo scopo di mutilare o uccidere, ma di lanciare un messaggio — resta il fatto che far esplodere delle bombe comporta una minaccia implicita di violenza. Può terrorizzare la gente. E mentre ci possono essere momenti nella storia in cui alcuni di noi ammetterebbero la necessità di una resistenza illegale e violenta – la Germania nazista, per esempio, o il Sud sotto la schiavitù – la dinamite è uno strumento controproducente in una democrazia, per quanto imperfetta. Far saltare in aria gli edifici non aiuta a costruire un movimento di massa o a creare lo slancio per un cambiamento duraturo. Ma, se l’obiettivo era attirare l’attenzione, la campagna di attentati del Weather Underground fu un enorme successo. Trasformò mia madre in un simbolo: un’eroica fuorilegge antigovernativa per alcuni, una terrorista violenta e antiamericana per molti altri. Attori e rockstar della scena controculturale – tra cui la band Jefferson Airplane – iniziarono a donare denaro e automobili alla causa. I settimanali alternativi ristamparono la foto segnaletica di mia madre con il messaggio “Bernardine Dohrn benvenuta qui!”. Gli adolescenti appesero la pagina alle finestre o alle pareti, come i poster di Che Guevara, Malcolm X o Tupac nelle stanze degli studenti di oggi: non tanto un segno di una specifica ideologia politica quanto una manifestazione impressionistica di ribellione giovanile. Quel settembre, i miei genitori furono contattati da una setta di trafficanti di marijuana e LSD in California con l’incredibile nome di Brotherhood of Eternal Love, che voleva aiuto per far evadere il loro eroe, Timothy Leary, dalla prigione. Leary, uno psicologo di Harvard diventato guru dell’LSD, era diventato famoso per aver esortato i giovani a usare l’LSD per «accendersi, sintonizzarsi, abbandonare tutto». Era stato condannato a vent’anni di reclusione per possesso di due spinelli – uno dei primi casi-test della «guerra alla droga» del governo – e i membri della Confraternita erano determinati a liberarlo. In cambio di un sacchetto di carta pieno di contanti – ventimila dollari in banconote non contrassegnate – il Weather Underground accettò di occuparsene. Elaborarono un piano. Utilizzando le mappe introdotte di nascosto da un avvocato radicale che rappresentava sia Leary che mia madre, diedero a Leary le istruzioni su come arrampicarsi, mano dopo mano, lungo un cavo telefonico per più di sessanta metri attraverso il campus della prigione, nel cuore della notte. Una volta superato il muro di cemento, si lasciò cadere su un prato, dove un gruppo di Weathermen lo aspettava in un furgone, vestiti come una famiglia in gita di pesca. Tinsero rapidamente i capelli di Leary, gli diedero vestiti nuovi e un passaporto, e lo portarono fuori dal paese – ma non prima che lui e i miei genitori festeggiassero insieme in una radura nel bosco, fumando uno spinello e ascoltando Jimi Hendrix. «È stato divertente», ricorda mia madre. «Voglio dire, eravamo lì in piedi in un boschetto di sequoie in California, e c’erano tutti quei titoli sui giornali che dicevano che se n’era andato». Con il passare del decennio, però, i miei genitori sono cresciuti – come succede ai giovani ribelli – e mia madre, inaspettatamente, ha iniziato a pensare di avere dei figli. «Forse è stato il fatto di compiere trent’anni», mi ha detto. «Ero così irremovibile fino a quel momento. «Ero davvero convinta che non sarebbe toccato a me. E invece, all’improvviso, è successo proprio a me. Non so come spiegarlo». Scoprì di essere incinta in una clinica gratuita nel quartiere di Haight-Ashbury a San Francisco. I test di gravidanza casalinghi non erano ancora molto diffusi, quindi dovette correre il rischio di presentarsi di persona alla clinica e poi chiamare qualche giorno dopo per conoscere i risultati. L’infermiera al telefono sembrava dispiaciuta mentre le dava la notizia; a quanto pare, la maggior parte delle donne non sposate sperava in un risultato negativo. «Mi dispiace davvero dirti questo», disse. «Ma sei incinta». Mia madre, però, era al settimo cielo. «Ahhh!» gridò al telefono. «È meraviglioso!» I miei genitori affittarono un appartamento malandato con una camera da letto che si affacciava su un parco nel quartiere di Fillmore. Comprarono sacchi di vestiti per neonati di seconda mano e decorarono l’appartamento con arazzi economici e peluche. «Eravamo al sicuro da molto tempo», mi disse quando le chiesi se avesse considerato i pericoli di avere un figlio mentre era una fuggitiva. «Sentivo che sapevamo come stare al sicuro». Trovarono un’ostetrica tramite amici fidati. E io nacqui a casa, nella primavera del 1977, in un rifugio sotterraneo. I miei genitori non mi hanno mai mentito su nulla di tutto questo, tranne forse per qualche omissione. Mia madre dice che ha cercato di spiegarmelo in modo che una bambina di quattro anni potesse capire. Facevamo parte di un’alleanza ribelle, come Luke Skywalker o la principessa Leia, in lotta contro un impero malvagio. Eravamo fuorilegge, come la volpe animata del “Robin Hood” della Disney, che rubava ai ricchi per dare ai poveri. Così appresi, nei miei primi ricordi, che i miei genitori trasgredivano la legge e che l’FBI dava loro la caccia. Ma non credo che avessi capito esattamente chi – o cosa – fosse “F.B.I.”. Perché l’FBI voleva catturarci? Cosa sarebbe successo se ci avesse trovati? Non riuscivo proprio a farmi un’idea di cosa fosse un’agenzia federale. Per me era solo una presenza spaventosa che perseguitava la nostra famiglia in continuazione: l’uomo nero dei miei sogni d’infanzia. Secondo i miei genitori, all’età di tre anni avevo già imparato a riconoscere tra la folla i poliziotti in borghese e gli agenti dell’FBI. Bisognava guardare le loro scarpe (mocassini di pelle economica, ben lucidati) e le loro auto (di fabbricazione americana, spoglie, ma con antenne radio potenziate e il rombo rivelatore di un V-8 potenziato). Mi insegnarono a non usare mai telefoni fissi che potessero essere rintracciati: portavamo rotoli di monete da dieci centesimi in tasca e telefonavamo dai telefoni a gettoni. Imparai a parlare in codice. “Scarpe marroni” significava agenti in borghese. Vivere in fuga significava essere “al corrente dello scherzo”. Quando avevo quattro anni, ho imparato a percorrere una “traiettoria”, quel complicato intreccio di curve e tornanti che usavamo per seminare chi ci seguiva. Su per le scale fino ai binari sopraelevati, aspettare due minuti, tornare indietro, attraversare il parco, passare dai campi da basket, girare l’angolo. Era un po’ come giocare: una versione per adulti del travestimento o del nascondino, ma solo la mia famiglia conosceva tutte le regole. In ogni posto in cui ci fermavamo per più di una o due settimane, i miei genitori trovavano nuovi lavori, si tingevano i capelli di colori strani, parlavano con nuovi accenti e assumevano nomi sconosciuti. Mia madre si faceva chiamare Louise (Lou) Douglas, Rose Brown, Lorraine Anne Jellins, H. T. Smith, Sharon Louise Naylor e Karen Lois DeBelius. Mio padre diventava Joe Brown, Tony Lee, Jules Michael Taylor, Hank Anderson, and Michael Joseph Rafferty, Jr. Io volevo sentirmi parte del loro mondo da adulti. Così, anche se tanto nessuno conosceva il mio vero nome e non avrei avuto un certificato di nascita fino all’età di cinque anni, in presenza di estranei cominciarono a chiamarmi Z. Mi sembrava tutto stranamente normale. Praticamente tutti quelli che conoscevo all’epoca erano fuggitivi. E, nel corso degli anni, incontrai altri bambini i cui genitori erano anch’essi in fuga: «cuccioli delle Pantere» e «ragazzi del Weather» come me, senza scuola e senza un posto fisso da chiamare casa. Jad Joseph, il cui padre, Jamal, era un membro clandestino delle Pantere Nere di New York, ricorda che suo padre disse alla famiglia di prepararsi per un viaggio in auto e sbottò: «Se arrivate con trenta secondi di ritardo, qualcuno potrebbe morire!». Jad mi ha raccontato: “E io ho detto: ‘Papà, nessuno morirà perché siamo in ritardo da nonna’”. Altri amici ricordano di essere stati portati in giro come “coperture” quando i loro genitori erano fuori a perlustrare i luoghi da bombardare. L’idea era che una coppia con un bambino al seguito non sarebbe sembrata troppo sospetta mentre faceva una passeggiata vicino a una stazione di polizia o a una base militare. Il mio amico Thai, i cui genitori facevano parte della leadership del Weather Underground, ricorda che un giorno suo padre, Jeff Jones, tornò a casa e trovò l’appartamento della loro famiglia a Hoboken circondato dai poliziotti: un ispettore dei vigili del fuoco aveva individuato la sua piccola coltivazione di piante di marijuana sulla scala antincendio. Jeff andò a prendere Thai all’asilo quel pomeriggio, e la loro famiglia non tornò mai più a casa. Abbandonarono tutto ciò che possedevano da un giorno all’altro: cartelle cliniche, libri, foto di quando erano bambini, giocattoli. La mia famiglia trascorse un periodo in alcune comunità in Oregon, dove giocavo con altri bambini in una cascata che chiamavamo “la lavatrice” e imparavo a mungere la muca (che, naturalmente, si chiamava Emma Goldmilk). Abbiamo alloggiato in campeggi per roulotte in Virginia e in pensioni malandate nei quartieri poveri di Detroit. Ma sfogliando l’atlante stradale, mi sono accorto che non abbiamo mai visitato i luoghi turistici suggeriti dalla guida: Disneyland, la diga di Hoover, l’Alamo. Nelle rare occasioni in cui la mia famiglia si prendeva il tempo per fare un giro turistico, era per visitare monumenti all’ingiustizia – i luoghi insanguinati di linciaggi, massacri e rivolte violente – in modo che potessi interiorizzare le lezioni di resistenza radicale. «Questi erano combattenti per la libertà», mi sussurrava mia madre. «È qui che sono stati uccisi. Ricordalo. Anche tu sei una combattente per la libertà». Non mi sentivo affatto una combattente per la libertà e, vista la fine raccapricciante e tragica che sembrava aver colpito la maggior parte degli eroi dei miei genitori, non ero affatto sicura di volerlo diventare. Eppure, nonostante tutto l’ovvio pericolo, sapevo che i miei genitori mi avrebbero sempre protetta, a qualunque costo. Questa era la base su cui si fondava il mio fragile senso di sicurezza: che la mia nascita avesse cambiato tutto. Mia madre e mio padre mi dicevano sempre che avevano smesso di partecipare ad “azioni” violente dopo la mia nascita, che si erano impegnati, per il bene della nostra famiglia, a costruire un futuro diverso. Ma, come la maggior parte delle storie sulle origini, ora so che la nostra era per lo più un mito. Alla fine degli anni Settanta, la mia famiglia era tornata ad Harlem. Mio padre, come Tony Lee, aveva accettato un lavoro come insegnante alla mia scuola materna per potermi tenere d’occhio. Mia madre era di nuovo incinta e lavorava in una boutique di abbigliamento di lusso per bambini sull’Ottantunesima Strada chiamata Broadway Baby. Come ho scoperto solo di recente, quel lavoro offriva un vantaggio inaspettato: ogni volta che mia madre incontrava una cliente di un certo tipo – una donna giovane, bianca e incinta, proprio come lei – le chiedeva un documento d’identità per verificare un assegno e poi memorizzava rapidamente i suoi dati personali. Qualche giorno dopo, una donna entrava in un ufficio della Motorizzazione Civile e diceva all’impiegato di aver perso il documento d’identità. Verificava la propria identità fornendo nome, data di nascita, indirizzo e numero di patente corretti, e le veniva rilasciato un duplicato sul posto. Questi documenti d’identità venivano poi utilizzati per noleggiare veicoli che venivano impiegati in una serie di rapine in banca da parte di ex membri delle Pantere Nere e del Weather Underground, cellule di fuggitivi determinate a mantenere viva la rivoluzione. Intorno al 1978 o 1979, i miei genitori mi portarono al mio primo campeggio, ad Alderson, nel West Virginia. I miei ricordi del viaggio sono vaghi e impressionistici, basati per lo più su storie che ho sentito in seguito. Ma lo considero un periodo divertente: la mia prima volta a piantare una tenda, a cucinare su un fornello a gas portatile, a sdraiarmi su una coperta sotto le stelle. Recentemente, però, mentre ricostruivo il percorso della mia famiglia attraverso la clandestinità, ho notato qualcosa di strano in quel particolare punto sull’atlante stradale: il nostro campeggio era proprio accanto a una prigione federale, la F.P.C. Alderson, che nel 1979 era nota soprattutto per ospitare una detenuta di nome Assata Shakur. Shakur era stata una figura di spicco delle Pantere Nere di New York, un gruppo che si era unito ai miei genitori nella clandestinità nei primi anni Settanta, si ribattezzò Black Liberation Army e diede il via a una guerra senza quartiere contro il N.Y.P.D., scatenando una serie di scontri sanguinosi in cui persero la vita sia agenti di polizia che membri della resistenza nera. Shakur era, come mia madre, giovane, militante, donna e fotogenica, e ben presto divenne un simbolo politico e l’obiettivo di una caccia all’uomo condotta congiuntamente dall’F.B.I. e dal N.Y.P.D. L’ex vice commissario della polizia di New York definì Shakur “l’anima” del B.L.A., “la chioccia che li teneva uniti, li spingeva ad andare avanti, li spingeva a sparare”. Shakur fu infine arrestata nel 1973, dopo che un controllo stradale si trasformò in uno scontro a fuoco mortale che uccise due agenti della polizia di Stato, ferì Shakur e uccise il suo migliore amico – l’uomo da cui prendo il nome – Zayd Malik Shakur. Nel 1978, quando facemmo la nostra gita in campeggio con la famiglia in West Virginia, Assata era rinchiusa da quattro anni, e i suoi amici della resistenza nera erano disperati nel volerla liberare. Quando feci notare a mio padre la “coincidenza” del luogo in cui ci trovavamo in campeggio, ammise finalmente – sebbene il loro coinvolgimento non sia di dominio pubblico – che erano stati reclutati per fare un sopralluogo alla prigione. “Scattammo un sacco di foto”, mi disse. “Disegnando mappe e cercando di capire se ci fosse un modo per far uscire Assata. C’era la sensazione che una coppia di giovani bianchi con un bambino potesse fare qualsiasi cosa senza attirare l’attenzione.” Le mappe non furono mai utilizzate, perché Shakur fu trasferita dal West Virginia a una prigione nel New Jersey. Quell’autunno, un vecchio amico contattò mio padre attraverso la rete di comunicazioni clandestina, componendo un numero stampato su un pezzo di nastro Dymo sbiadito e parlando con lui da una cabina telefonica pubblica. Qualche giorno dopo, mio padre osservò da un alto sperone roccioso l’uomo che percorreva Central Park. Alla fine, si incrociarono sul sentiero che circonda il bacino idrico, e l’uomo andò dritto al punto: il Black Liberation Army aveva un incarico da affidare a Bill – qualcosa di illegale e potenzialmente pericoloso. «Ricordo di averci riflettuto a lungo con Bernardine», mi disse mio padre, quando gli chiesi della scelta che aveva fatto quel giorno. «In un certo senso, non volevo davvero farlo. Ma, da un altro punto di vista, non desideravo altro che farlo.” “Eri un padre,” gli ricordai. “Non ci hai pensato? Ai rischi che stavi correndo?” “Beh, è come tutto il resto dell’essere coinvolti nel movimento,” disse. “Da un lato, come ogni altro essere umano, il granello dell’universo che capisci meglio è la tua vita. Quindi, vuoi averla. D’altra parte, se sei una persona che si è impegnata in qualcosa di più grande, vuoi che anche quella cosa più grande funzioni. E così questa contraddizione non mi ha mai abbandonato del tutto. Come si fa ad assumersi la responsabilità di se stessi e della propria famiglia e, allo stesso tempo, assumersi una certa responsabilità per il mondo più ampio?” Qualche settimana dopo, mio padre si è dato malato al lavoro alla mia scuola materna. Mi lasciò a casa con mia madre, che era ormai incinta di sette mesi di mio fratello, e prese il treno della linea 1/9 diretto a un parcheggio in centro. Lì trovò un furgone ad attenderlo. La chiave era sotto lo zerbino. Il biglietto del parcheggio era infilato nell’aletta parasole. Un’ora dopo, parcheggiò il furgone davanti a un grande magazzino Laneco in un centro commerciale del New Jersey e si preparò ad aspettare. A pochi chilometri di distanza, il leader paramilitare del B.L.A. Sekou Odinga arrivò alla prigione. Consegnò un documento d’identità, firmò il registro dei visitatori con un nome falso e fu accompagnato a trovare Shakur. Si abbracciarono e, approfittando dell’abbraccio, Odinga le passò una pistola Magnum calibro .357. I due presero rapidamente in ostaggio una sorvegliante della prigione. In pochi minuti, arrivarono altri due soldati armati del B.L.A., ammanettarono una guardia sotto la minaccia delle armi e, insieme a Shakur, si ammucchiarono in un furgone dirottato, uscirono dai cancelli della prigione senza sparare un colpo e si dispersero nelle auto di fuga in attesa guidate da amici bianchi della clandestinità. A pochi chilometri di distanza, il contatto di mio padre nel B.L.A. bussò al finestrino, caricò qualcosa o qualcuno nel retro del suo furgone e gli disse di guidare. Mio padre non è ancora sicuro di cosa stesse trasportando; non crede che fosse Shakur in persona, ma quel giorno la clandestinità doveva disperdere un gran numero di persone e attrezzature: armi, fuggitivi e membri della rete di supporto. «Una delle cose di un’azione come quella», mi disse, «è che la sua complessità ti permette di svolgere un ruolo molto piccolo in un angolo remoto, senza nemmeno capire bene quale fosse il quadro generale». Ma mentre imboccava una strada nel New Jersey con il furgone, diretto verso Manhattan, cominciò a sentirsi nervoso. «Tenevo le mani sul volante nella posizione delle due e delle dieci», ricordò. «Cercavo di sembrare il più normale possibile». Poi vide un posto di blocco più avanti: un agente della polizia statale faceva accostare metà delle auto per un controllo. «Si erano accorti di tutto», mi disse. «È stato davvero terrificante. Ma, ovviamente, il punto fondamentale del fatto che fossi io a guidare il furgone è che sono un ragazzo bianco che guida un furgone, e loro non stanno cercando quello». Trattenne il respiro, sperando che il vantaggio di essere bianco reggesse. «Mi guardò dritto negli occhi. E io… sono semplicemente passato. Ricordo, molto chiaramente, di aver provato un’euforia assoluta una volta superato quel poliziotto. Ce l’avevo fatta! Ero passato! Ero sopravvissuto!» Parcheggiò il furgone, lasciò la chiave e il biglietto del parcheggio, comunicò la sua posizione e tornò a casa. Assata Shakur Nel 1984, Shakur è riapparsa all’Avana, dove le è stato concesso l’asilo politico dal governo di sinistra di Fidel Castro. Ha vissuto a Cuba per decenni, tenendo conferenze e scrivendo la sua autobiografia, ed è diventata un simbolo globale della liberazione dei neri – ciò che lei definiva una “maroon”, ovvero una schiava fuggitiva. Shakur è morta l’anno scorso, dopo aver ispirato generazioni di scrittori e attivisti neri, artisti hip-hop come Nas e Mos Def, e il personaggio della militante Perfidia Beverly Hills, interpretata da Teyana Taylor, nel film “One Battle After Another”. Ma per me la storia dell’evasione di Shakur non era solo un pezzo di storia politica radicale, ma una sorprendente rivelazione riguardo alla mia famiglia. Perché, sebbene crescendo avessi sempre capito che i miei genitori erano disposti a sacrificare i loro amici, la loro libertà e persino la loro vita per la loro causa, in qualche modo non mi era mai venuto in mente che fossero disposti a sacrificare anche me e mio fratello. «Hai davvero pensato a cosa sarebbe successo se vi avessero scoperti?», ho chiesto a mio padre di recente. Ora ha ottantuno anni, porta gli occhiali e ci sono ciuffi di capelli bianchi che spuntano da sotto il berretto da baseball. «Sì», ha detto. «Pensavo che la mia vita sarebbe finita». «E allora perché?» «Perché era importante», ha detto. «Perché il mondo aveva bisogno che accadesse». La fuga di Shakur si rivelò l’ultima azione riuscita dei movimenti clandestini rivoluzionari degli anni Settanta. Due mesi dopo, all’inizio del 1980, nacque mio fratello Malik, e i miei genitori decisero di costituirsi. Il nostro rifugio a Harlem stava diventando affollato. Non di oggetti: la culla di Malik, come la mia, era un cassetto del comò rivestito di coperte. Ma, proprio come alcuni genitori si rendono conto dopo il secondo figlio che avranno bisogno di una casa più grande o di un minivan, mia madre decise che una famiglia di quattro persone era semplicemente troppo numerosa per lo stile di vita clandestino. «Mi sembrava che non ti avessimo fatto troppo male costringendoti a vivere da fuggitivo», mi disse. (Non ero proprio d’accordo, ma lasciai correre.) «Due bambini erano un’altra cosa. E tu stavi crescendo. Il mondo era andato avanti». Così, quel dicembre, i miei genitori mi svegliarono nel cuore della notte per il nostro ultimo viaggio attraverso il Paese, nascosti. In un tribunale di Chicago, circondata dalla polizia e dai microfoni, mia madre lesse una breve dichiarazione, chiarendo che arrendersi non significava rinunciare. «Non rimpiango affatto i nostri sforzi di unirci alle forze di liberazione», disse al giudice. «Rimango impegnata nella lotta che ci attende». Si dichiarò colpevole di violazione della libertà provvisoria e di aggressione aggravata, reati minori risalenti alle rivolte dei Days of Rage, dieci anni prima, quando un poliziotto aveva cercato di afferrarla e lei gli aveva dato un calcio nelle palle. Pagò una multa di millecinquecento dollari e fu rilasciata lo stesso giorno, con tre anni di libertà vigilata. Mi stupisce ancora che un’ex fuggitiva tra le più ricercate potesse cavarsela con una semplice bacchettata sulle mani. Ma mia madre era stata in clandestinità per molto tempo; la maggior parte delle accuse contro di lei erano state ritirate a causa della condotta scorretta dell’FBI smascherata nello scandalo COINTELPRO: intercettazioni telefoniche senza mandato, irruzioni, furti con scasso e tentativi di ricatto. Il governo aveva i propri crimini da nascondere. E, nel 1981, gli anni Sessanta dovevano sembrare storia antica; Ronald Reagan stava per prestare giuramento come presidente, eletto con la promessa di “rendere di nuovo grande l’America”. La maggior parte del Paese sembrava pronta ad andare avanti. A conti fatti, i miei genitori se ne andarono appena in tempo. Più tardi quello stesso anno, alcuni ex membri del Weather Underground e del B.L.A. tentarono di assaltare un furgone blindato della Brink’s nello Stato di New York; l’operazione si trasformò in uno scontro a fuoco mortale, con i rapinatori che spararono a una guardia e a due agenti di polizia. Fu una catastrofe morale e politica per il movimento; ciò portò a decine di arresti e alla fine degli ultimi residui della clandestinità. Gli amici dei miei genitori, David Gilbert e Kathy Boudin, avevano guidato il furgone utilizzato per la fuga in quella rapina. Entrambi furono condannati a decenni di reclusione. Lasciarono il loro figlio neonato, Chesa, dicendo alla tata che sarebbero tornati presto, ma semplicemente non tornarono mai più a casa. I miei genitori adottarono Chesa quando aveva appena diciotto mesi. Divenne parte della nostra famiglia, il mio secondo fratello, e un ricordo vivente, per me, di quanto facilmente avrei potuto perdere mia madre e mio padre, proprio come Chesa aveva perso i suoi. «Ero ancora allattato al seno quando furono arrestati», mi ha raccontato di recente. «Più tardi, dicevo loro: “Perché dovevate andarvene entrambi? . . . Basta una sola persona per guidare una macchina.”» Passarono gli anni. Io e i miei fratelli siamo cresciuti. Andammo al liceo. Giocavamo nella Little League. A volte c’erano dei lampi del nostro passato da fuggitivi: un ticchettio al telefono che poteva essere (o ero paranoico?) un’intercettazione dell’FBI; lettere dal Canada o da Cuba che arrivavano senza timbro postale. Ma quando diventammo adolescenti i miei genitori avevano lavori normali da classe media, e la nostra famiglia conduceva una vita americana abbastanza tipica. La nostra storia scomparve dalle notizie. La maggior parte delle persone che incontravamo non aveva mai sentito parlare del Weather Underground. Quando i nostri amici o vicini scoprivano il passato della nostra famiglia, la loro reazione era solitamente di incredulità o di lieve eccitazione, come se avessero scoperto che un genitore dell’associazione genitori-insegnanti era stato un tempo una pornostar. Chesa Boudin Dopo anni di lotta e terapia, Chesa è diventato uno studente con il massimo dei voti, ha ottenuto una borsa di studio Rhodes e ha proseguito gli studi alla Yale Law School. Alla fine è stato eletto procuratore distrettuale di San Francisco, inserendosi in un’ondata di procuratori progressisti eletti durante il dibattito sul razzismo scaturito dall’omicidio di George Floyd. In seguito è stato destituito – nell’ambito della reazione contraria a quel momento storico – e ora dirige un centro di assistenza legale presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università della California a Berkeley, impegnandosi a riformare il sistema di giustizia penale dall’interno. Anche Assata Shakur ha lasciato una figlia, Kakuya, di cinque anni, che ora è assistente sociale a Chicago e ha una famiglia sua. Ha visto sua madre per l’ultima volta più di vent’anni fa. «Ci penso spesso», mi ha detto Kakuya prima della morte di sua madre, «al fatto che lei mi ricordi come una quindicenne. Cioè, wow, mia madre non sa davvero chi sono come donna. Non conosce i miei figli». Kakuya mi ha detto che ammira ancora l’impegno radicale di sua madre, ma prova anche un senso di perdita e di rimpianto per i costi della lotta di sua madre. «Perché avere un figlio?», ha chiesto, retoricamente. «Perché l’hai fatto quando sapevi che non avresti potuto crescermi?». Tutti noi ragazzi cresciuti nella clandestinità conosciamo quella sensazione: quella di essere vittime involontarie della guerra dei nostri genitori. Nessuno di noi ha deciso di seguire le orme violente dei propri genitori. La maggior parte di noi ha dedicato la propria vita a crescere una famiglia e a un tipo di cambiamento più graduale e pacifico. I nostri genitori – gli eroi della nostra infanzia – si sono rivelati esseri umani imperfetti che non sono mai stati all’altezza della loro stessa idea rivoluzionaria, e tutti noi dovevamo convivere con la consapevolezza che le loro scelte radicali comportavano un prezzo da pagare non solo per noi, ma anche per le altre famiglie che ne erano state colpite, per gli altri bambini che dovevano crescere senza i propri genitori. Ho passato anni a cercare di distinguere ciò che ammiro di mia madre e mio padre – il loro sacrificio e il loro impegno, la loro radicale solidarietà con il movimento per la libertà dei neri – dalla violenza e dal settarismo che spesso minavano la loro causa. Quella contraddizione potrebbe essere il motivo per cui sono diventato uno scrittore invece che un rivoluzionario: perché non ho mai provato appieno la loro certezza morale in bianco e nero su ciò che verrà dopo, né il loro istinto radicale di far saltare in aria le cose nel tentativo di cambiare il mondo. Ma ultimamente ho riflettuto molto, in questa nuova era di resa dei conti razziale, violenza poliziesca e crescente autoritarismo, su come sarà il futuro per i nostri figli. Io e mia moglie abbiamo due figlie e penso spesso a come spiegare loro la storia della nostra famiglia. Naturalmente, le nostre ragazze non hanno bisogno di imparare a riconoscere i poliziotti in borghese o a seguire un percorso – non ancora – ma mi chiedo comunque quali parti della loro eredità rivoluzionaria potrebbero trovare utili, sia come ispirazione che come monito. Perché questa è la cosa curiosa dell’eredità: inizia come qualcosa che ricevi, forse a malincuore, dal tuo passato. Ma diventa qualcosa che devi decidere come trasmettere al futuro. Recentemente, mi sono seduto con mia madre nel suo salotto, a Hyde Park, nella zona sud di Chicago. Ora ha ottantaquattro anni, con i capelli brizzolati e una rete di sottili rughe che le solcano la pelle. Ma i suoi occhi verdi sono ancora intensi come sempre, e mi fissano. «Sai, è buffo», mi ha detto. «Lo capirai quando avrai la mia età… spero che tu arrivi a questa età. Penso ai miei genitori più ora di quanto abbia fatto per anni e anni. Mio padre si è allontanato dalla sua famiglia per così tanto tempo». Suo padre, Bernard, era scappato dai propri genitori a quattordici anni per inseguire la sua versione del sogno americano. «È stato ironico quando ho in qualche modo replicato quello schema», ha detto. «Sono scappata. Anche se è uno schema molto americano, da immigrati, non è vero?» «Lo è?» esordii. «Non ne sono sicura… Nessun altro nella nostra famiglia è mai diventato un rivoluzionario o un fuggitivo federale.» All’improvviso mi sorrise, guardandomi dritto negli occhi. «I tuoi figli potrebbero diventarlo», disse. «Non si può mai sapere.» tratto da “Dangerous, Dirty, Violent, and Young: A Fugitive Family in the Revolutionary Underground” Zayd Ayers Dohrn è docente di scrittura drammatica alla Northwestern University e ideatore della serie di podcast “Mother Country Radicals”.   The post La mia infanzia nel Weather Underground first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo La mia infanzia nel Weather Underground sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 14, 2026
Popoff Quotidiano
Le Fenicie: il teatro come coro impotente nell’epoca della guerra permanente
RESISTERE E CREARE, A GENOVA, GIUNGE ALLA SUA DODICESIMA EDIZIONE PROSEGUENDO IL SUO PERCORSO TRA DANZA, CIRCO, TEATRO, MUSICA DAL VIVO, ARTI VISIVE E NUOVI MEDIA Genova, aprile 2026, Le Fenicie, di e con Michela Lucenti. O dell’impotenza dell’arte nell’epoca della guerra permanente. Una condizione che ci relega nel ruolo di un coro tragico che assiste e subisce emotivamente lo spettacolo a distanza (sempre meno distante, tuttavia)  dello scatenamento della ferocia tecnologica su popolazioni indifese. Una pura testimonianza partecipe, ma del tutto inefficace sulle cose. Detta così suona malissimo, ma è il senso che si ricava nel talk con gli spettatori che ha seguito  la rappresentazione con cui la coreografa della compagnia Balletto Civile torna nella cornice genovese del festival di danza contemporanea  ReC, Resistere e Creare al Teatro della Tosse.  Una  messa in scena della tragedia di Sofocle che segna un ritorno alla dimensione teatrale per la compagnia. Con un focus di lavoro tra gesto coreografico e parola che ha imposto una postura di interpretazione quanto più aderente al testo nella sua lettura di “primo livello”. Richiedendo, cioè, una disciplina attoriale che rifugge da tutte quelle tentazioni di distanziamento ironico dai classici che abita tanta parte delle arti performative contemporanee e che il filosofo Jean-François Lyotard già indicava come connotazione fondamentale del nostro tempo nel suo La condizione postmoderna, già nel lontano 1979. Una riflessione intensamente fisica e danzata sulla nuda verità del potere e della natura cinetica della violenza come processo inesorabile che, una volta avviato, richiede di esaurirsi scaricandosi su una vittima innocente. Resistere e Creare giunge alla sua dodicesima edizione proseguendo  il suo percorso tra danza, circo, teatro, musica dal vivo, arti visive e nuovi media, sotto la direzione artistica di Marina Petrillo, affiancata dallo scorso anno da un Comitato Artistico composto da Katarzyna Gdaniec, coreografa della pluripremiata compagnia Linga, Lara Guidetti, coreografa della compagnia nazionale Sanpapié dance and physical theatre, Natalia Vallebona, coreografa della compagnia indipendente transnazionale Poetic Punkers  e Valentina Barone, curatrice indipendente basata a Colonia /De, circus and dance international development manager e editor  circus dance festival, founder & coordinator around about circus. In una visione informata a una  multidisciplinarietà e una varietà dei linguaggi con prospettive e voci differenti e che si traduce in una programmazione che si sroyìtola  fino al prossimo autunno, porta sul palo del teatro genovese, sempre in aprile, un piccolo focus scandinavo: dalla Norvegia la Jo Stromgren Kompani con A  dance tribute to the art of football, un omaggio e un’ analisi potente e ironica sul calcio e il suo rapporto con la danza, ininterrottamente sulla scena dal 2009; a seguire due lavori del coreografo e danzatore finlandese Tero  Saarinen- applaudito lo scorso anno in Islands della Carolyn Carlson Company – che torna a Resistere e Creare con Garden, nuovo lavoro presentato a Genova in prima assoluta e Westward Ho, prima coreografia prodotta per la sua compagnia presentata nella sua nuova versione. Grec-2025_Alice-Brazzit Il focus si chiude a giugno al Teatro del Ponente con un laboratorio di Cristina Caprioli,  artista italiana basata in Svezia, Leone d’Oro alla carriera per la Danza 2021. Caprioli, figura centrale della coreografia contemporanea in Europa, porta a Resistere e Creare un momento di residenza e lavoro di tre settimane in sequenza ininterrotta, parte del suo progetto annuale Ten calls 2026,  One Year Of Candid  Dancing  / Dieci appelli 2026. Un anno di danza sincera; una preziosa occasione di incontro tra l’artista e il suo lavoro con il territorio e la comunità. Dopo l’estate si riparte con il circo contemporaneo della Compagnia francese Rasposo, creata nel 1987 da Fanny e Joseph Moillens e attualmente guidata da Marie Molliens; un pilastro del nouveau cirque, che arriva a Resistere e Creare grazie al supporto di Nuovi Mecenati, Fondazione FrancoItaliana per la creazione contemporanea con Hourvari, un’esperienza intensa e potente che ha già affascinato il pubblico nazionale e internazionale; tra incanti, acrobazie estreme e una solida tessitura drammaturgica il grido di un’umanità che si ribella, in una società che fatica a svegliarsi dal suo torpore. Ad accompagnare i mesi autunnali anche la compagnia Linga di Katarzyna Gdaniec e Marco Cantalupo, che torna in scena con Kaguya Hime, nuovo spettacolo della compagnia svizzera, con il sostegno di Pro Helvetia, per la prima volta pensato appositamente per un pubblico di ragazzi: una favola poetica sulla diversità ispirata alla celebre fiaba giapponese dedicata alla principessa della luna. Ritorno in novembre per due grandi nomi a Resistere e Creare con due lavori sulla memoria dei corpi. Wim Vandekeybus e Ultima Vez tornano a Genova con What the  Body Does  Not  Remember, Revival, nuova versione dello storico spettacolo del 1987 che gettò le basi per quello che sarebbe diventato il tratto distintivo del linguaggio artistico del grande coreografo. La Compagnie Herve  Koubi dopo il trionfo della scorsa edizione con Les Nuits Barbares, ritorna in Sant’Agostino con la prima nazionale del nuovo lavoro Body Of Memory. Sempre in autunno anche la versione definitiva di Can can  il nuovo progetto di Giovanni Ortoleva, artista associato per il triennio 025/027, presentato in anteprima la scorsa primavera; una produzione Fondazione Luzzati Teatro della Tosse con Irene Mantova, che arriva a Genova dopo il debutto nazionale  a RomaEuropaFestival. ©Ryo-Ichii Anche in questa edizione si intrecciano  al programma nuovi lavori, produzioni, coproduzioni e progetti targati ReC, dentro e fuori dalle sale a consolidare la relazione con artisti e compagnie tra cui Aldes/Roberto Castello con la seconda edizione di Bambu progetto di circuitazione nazionale di giovani artisti africani; e ancora Sanpapiè, Poetic Punkers, Deos Danse  Ensemble. INFORMAZIONI Tutti gli aggiornamenti su  Teatro della Tosse e sulla pagina facebook e sul profilo instagram resisterecreare. The post Le Fenicie: il teatro come coro impotente nell’epoca della guerra permanente first appeared on Popoff Quotidiano. 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April 11, 2026
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García Márquez: l’America Latina fuori dal vicolo cieco dei sogni
NOVE PREMESSE SULL’IDENTITÀ E IL FUTURO DELL’AMERICA LATINA A PARTIRE DALLE IDEE DI GABRIEL GARCÍA MÁRQUEZ Orlando Oliveros Acosta per Centro Gabo Nell’ottobre del 1997, un giornalista venezuelano intercettò Gabriel García Márquez nella hall di un hotel di Manhattan. Lo scrittore colombiano era di fretta e non era dell’umore giusto per concedere interviste, ma promise una conversazione di quindici minuti. —A due anni dall’inizio del XXI secolo —gli disse l’intervistatore—, come vede la situazione dell’America Latina? Povertà, droga, violenza, corruzione… continueremo a essere un vicolo cieco dei sogni? —Sì —rispose García Márquez—. Continueremo a essere un vicolo cieco dei sogni. Sarà così. —Lo dice sul serio? —Cosa vuole che le dica? Per rispondere a quella domanda ci vorrebbero così tante ore che il risultato della conversazione basterebbe a riempire un’enciclopedia in quattro volumi. Fu una frase così scontrosa che al giornalista non restò altra scelta che passare a un’altra domanda. Ma Gabo aveva ragione: venendo da lui, una riflessione completa sull’America Latina avrebbe superato di gran lunga il quarto d’ora; poiché questo continente, lo stesso in cui si trova il suo paese natale e di cui proclamò la solitudine nel discorso del Premio Nobel, era una delle sue grandi ossessioni. Lo scrittore in lingua spagnola più tradotto in questo XXI secolo era nato ad Aracataca e viaggiava con un passaporto rilasciato in Colombia, ma quando lo interpellavano sul luogo di provenienza, rispondeva che era originario della “patria latinoamericana”. «Sono giunto a un punto in cui, pur essendo colombiano e senza rinunciare a esserlo, mi sarebbe indifferente provenire da qualsiasi paese, purché fosse latinoamericano», disse al direttore del quotidiano di Antioquia *El Mundo* nel febbraio 1982. Sette anni dopo, nel dicembre 1989, dichiarò alla rivista *Semana*: «Che altro possiamo fare se non vivere e lottare insieme, anche se come cane e gatto? È il sogno di Bolívar, più attuale che mai: l’integrazione del continente. Per continuare a lottare insieme contro la morte nelle trincee della felicità, lottando per essere noi stessi, per più pace per sempre, per più tempo e migliore salute, più cibo caldo, più feste gustose, più di tutto ciò che è buono per tutti. In una parola: più amore». L’idea di una vasta nazione continentale alla ricerca di un futuro promettente è stata ricorrente in molte interviste e interventi pubblici che García Márquez ha rilasciato alla fine del XX secolo. Ad esempio, l’8 marzo 1999 tenne a Parigi un discorso in cui invitava «i sognatori sotto i quarant’anni» ad assumersi il compito storico di risolvere i problemi dell’America Latina di fronte all’imminente arrivo del nuovo millennio. «Non aspettatevi nulla dal XXI secolo, perché è il XXI secolo che si aspetta tutto da voi», disse. «Un secolo che non viene già pronto, ma pronto per essere forgiato da voi a nostra immagine e somiglianza, e che sarà pacifico e nostro solo nella misura in cui voi sarete capaci di immaginarlo». L’America Latina non era, quindi, un vicolo cieco dei sogni. Tutto il contrario: la sua ardua battaglia per definirsi e plasmare se stessa l’ha trasformata in una regione di sogni da realizzare e in un percorso che conduce verso il mondo, come la strada che unisce Macondo alle grandi invenzioni e che Úrsula Iguarán ha scoperto cercando di ritrovare suo figlio. Nel marzo del 2026, data in cui ricorre il 99° anniversario della nascita di Gabriel García Márquez, la Fondazione Gabo ha elaborato nove premesse sul futuro e sull’identità dell’America Latina a partire dal pensiero dello scrittore colombiano. Non abbiamo scritto i quattro volumi enciclopedici che Gabo aveva immaginato, ma ne abbiamo fatto una sintesi. 1 IL FUTURO DELL’AMERICA LATINA RICHIEDE CHE TUTTI I LATINOAMERICANI POSSANO CAPIRSI NONOSTANTE LA LORO DIVERSITÀ Lo sviluppo di un territorio così variegato come l’America Latina, in cui coesistono numerose culture, richiede che i suoi abitanti possano capirsi nei punti fondamentali. García Márquez ha fatto tutto il possibile affinché ciò avvenisse. In ambito giornalistico, per contribuire alla formazione di una società critica e meglio informata, nel 1994 ha creato la Fondazione del Nuovo Giornalismo Iberoamericano (l’attuale Fondazione Gabo). D’altra parte, ha cercato l’integrazione culturale del continente attraverso il cinema con la Fondazione del Nuovo Cinema Latinoamericano e la Scuola Internazionale di Cinema e Televisione di San Antonio de los Baños, due istituzioni che ha creato rispettivamente nel 1985 e nel 1986. Ha persino promosso la redazione di un dizionario che raccogliesse tutta la terminologia cinematografica in uso nell’America Latina col proposito di facilitare la comunicazione tra cineasti di varie nazionalità e stimolare le co-produzioni internazionali. Nel maggio del 1988, convinto che i latinoamericani avrebbero finito per considerare il proprio territorio come una nazione continentale, García Márquez rivelò alla rivista Cambio 16 la seguente profezia: «Tra cento anni, l’America Latina sarà l’America Latina di Bolívar: un’unità regionale fondata sui valori di ciascun paese. Anche il Brasile si sarà consegnato completamente a quell’America Latina e il suo portoghese sarà una delle lingue sorelle della regione. Nonostante le differenze (…) ci capiremo tutti». 2 LA RICERCA DELLA FELICITÀ DELL’AMERICA LATINA È UNA QUESTIONE CHE GUARDA AVANTI, NON AL PASSATO «L’unica cosa che mi interessa è che l’America Latina vada avanti e non indietro. Siamo alla ricerca della felicità», disse García Márquez al giornalista venezuelano che lo intervistò a Manhattan nell’ottobre 1997. Con ciò, l’autore colombiano riassumeva un’idea che stava sviluppando sin da quando pronunciò il suo discorso per il Premio Nobel: l’interpretazione della realtà latinoamericana con schemi obsoleti e estranei ad essa ha impedito il vero sviluppo economico e sociale del continente. Di fronte a ciò, i latinoamericani devono proporre forme di governo nate all’interno dei propri contesti sociopolitici. Conoscere la storia è importante per non ripetere gli errori del passato, ma occorre un modo di pensare autentico e innovativo per attuare vere trasformazioni sociali. «Tutta l’America Latina deve essere analizzata di nuovo e a fondo per non continuare ad agire su realtà che non hanno più nulla a che vedere con quelle di un secolo fa», affermò Gabo in un’intervista concessa a *Proceso* nell’aprile del 1989. 3 L’IDENTITÀ LATINOAMERICANA SI APPRENDE ANCHE FUORI DALL’AMERICA LATINA È possibile scoprire la latinoamericanità lontano dall’America Latina. È quanto accadde a García Márquez quando visse a Parigi a metà degli anni Cinquanta. La via dell’hotel in cui alloggiava, situata nel Quartiere Latino, era piena di latinoamericani in esilio a causa dei regimi dittatoriali dei loro paesi. Era un’epoca di dittatori: Gustavo Rojas Pinilla governava la Colombia; Manuel Odría, il Perù; Alfredo Stroessner, il Paraguay; Rafael Leónidas Trujillo, la Repubblica Dominicana; Fulgencio Batista, Cuba; Anastasio Somoza, il Nicaragua, e Marcos Pérez Jímenez, il Venezuela. Intriso da quelle circostanze storiche simili, la convivenza con altri latinoamericani suscitò in García Márquez un sentimento di fratellanza che non aveva mai provato in Colombia. «Quando si pensa a come il mondo sia pieno di cileni, argentini, uruguaiani, brasiliani, colombiani, ecc., che sono esiliati forzati, volontari o semplicemente andati via, bisogna riconoscere che quel fenomeno, invece di essere un fattore di dispersione, è un elemento di integrazione. I latinoamericani all’estero hanno imparato a conoscersi e hanno scoperto il continente», affermò lo scrittore diversi decenni dopo, in un’intervista concessa nel 1982. 4 PER UN LATINOAMERICANO, TUTTE LE INGIUSTIZIE CHE AVVENGONO IN CIASCUN PAESE LATINO AMERICANO SONO SONO UNA QUESTIONE CHE LO RIGUARDA DA VICINO In «Cent’anni di solitudine», dopo lo scoppio della guerra civile e l’assunzione del comando delle truppe liberali da parte del colonnello Aureliano Buendía, c’è un momento in cui Aureliano e il suo esercito lasciano il proprio paese per unirsi al federalismo trionfante in altre repubbliche dei Caraibi. Il primo essere umano nato a Macondo accresce la sua leggenda all’insegna dell’unificazione delle forze liberali d’America e combatte battaglie per spazzare via i regimi autoritari dall’Alaska alla Patagonia. Questo episodio rappresenta, in chiave letteraria, l’utopia della solidarietà che García Márquez desiderava per l’America Latina. Secondo lo scrittore, la forma più elevata di coscienza politica di un latinoamericano è quella che non solo dimostra interesse per i problemi di ordine nazionale, ma agisce anche contro le ingiustizie e i conflitti sociali che affliggono gli altri paesi del continente, non più attraverso la lotta armata del colonnello Aureliano Buendía, ma attraverso l’esercizio democratico e il pensiero critico. «Una vera solidarietà con i nostri sogni e le nostre speranze dovrà concretizzarsi in atti di sostegno ai popoli che aspirano a una vita propria nella ripartizione del mondo e all’esistenza di un autentico legame universale», ha dichiarato Gabo al Correo de la Unesco nell’ottobre 1991. 5 PER GLI ARTISTI E I NARRATORI DEL CONTINENTE, I RICONOSCIMENTI INTERNAZIONALI SONO UN’OPPORTUNITÀ PER PROMUOVERE DISCORSI A FAVORE DELL’AMERICA LATINA Nel 1971, poco dopo che Gregory Rabassa avesse tradotto “Il paese dei sogni” in inglese, la Columbia University assegnò a Gabriel García Márquez un dottorato honoris causa per i  suoi contributi alla letteratura. All’inizio, lo scrittore colombiano si rifiutò di ricevere l’omaggio, ma diversi amici lo convinsero ad accettarlo. Così riuscì a ottenere un visto speciale che gli permise di entrare a New York per una settimana. Durante la cerimonia, accadde qualcosa che commosse profondamente Gabo: davanti a lui c’era un’importante comunità di latinoamericani che aveva invaso il campus e gli gridava, con orgoglio, slogan politici a favore dell’America Latina. Fu in quel momento che concluse che la fama che stava iniziando a guadagnarsi come romanziere doveva essere utile alle sue idee sull’America Latina. Guidare attraverso la fama, questa era la sua nuova scommessa. «Cosa devo fare per dare una funzione utile al fatto che mi riconoscono per strada, che le cose che dico hanno una certa importanza, che alle persone che conosco piace conversare con me?», si chiese in un’intervista radiofonica del 1976. «Credo di aver trovato la soluzione giusta: metterò questa fama al servizio della liberazione dei paesi dell’America Latina. Credo che sia il dovere di ogni latinoamericano, tanto più di un latinoamericano famoso». Quando l’Accademia Svedese gli assegnò il Nobel, García Márquez approfittò di quel riconoscimento per trasformare la cerimonia di consegna del premio in un atto politico in cui pronunciò un discorso intitolato “La solitudine dell’America Latina”, nel quale esigeva dalle potenze straniere il rispetto dell’autodeterminazione dei paesi latinoamericani. 6 LA REALTÀ NON È COSTITUITA SOLO DA TUTTO CIÒ CHE POSSIAMO SPIEGARE RAZIONALMENTE, MA ANCHE DAI MITI, DALLE CREDENZE E DALLE SUPERSTIZIONI DELLA GENTE García Márquez era solito insistere sul fatto che la componente magica delle sue storie non fosse frutto della sua immaginazione privilegiata (né del surrealismo), ma derivasse dalla realtà stessa. «Dicono che io abbia inventato il realismo magico, ma io sono solo il notaio della realtà. Non ci sono cose reali che devo scartare perché so che non si possono credere», affermò in un’intervista a El País nel dicembre 1995. «Il mio non è realismo magico, ma semplice realismo. Realismo puro e semplice. È copiato dalla strada», disse in un’altra intervista, questa volta a La Nación nel maggio 1984. Grazie alle molteplici culture che la compongono, l’America Latina possiede una realtà che supera i limiti imposti dalla scienza e dal pensiero cartesiano. A ciò che va oltre la ragione, Gabo lo chiamò “pararrealidad”, ed è costituita dai miti, dalle leggende, dai presagi, dai segni e dalle premonizioni che esercitano un’influenza decisiva sulla vita dei latinoamericani. È l’accesso privilegiato alla realtà teorizzato da Alejo Carpentier nella prefazione del suo romanzo Il regno di questo mondo. «La realtà in America Latina, la realtà in cui viviamo, in cui siamo cresciuti, quella che ci ha formato, si confonde quotidianamente con la fantasia», affermò García Márquez nel 1967 durante una conversazione con un giornalista di Enfoque Internacional, in riferimento agli eventi straordinari e quotidiani che si verificavano a Macondo. 7 L’AMERICA LATINA HA BISOGNO DI UNA CITTADINANZA CHE DIFENDA LA DEMOCRAZIA, L’UGUAGLIANZA E L’AUTONOMIA POLITICA Sebbene la sua storia politica sia costellata di dittatori e governi totalitari, l’America Latina è fatta per la democrazia. Così la pensava García Márquez. «Sono assolutamente convinto che in America Latina esista una vocazione democratica che finirà per imporsi», disse in un’intervista concessa nel 1982. Tuttavia, chiarì che, affinché ciò accadesse, doveva esistere una cittadinanza che vegliasse sui principi che consentono l’esercizio democratico. Nel 1989, in un lungo reportage realizzato dal giornalista spagnolo Juan Luis Cebrián, lo scrittore colombiano ha offerto la sua definizione di rivoluzione democratica nel continente. Disse: «Se in America Latina si raggiungerà una maggiore indipendenza nazionale dei paesi non solo rispetto agli Stati Uniti, ma rispetto a qualsiasi altro centro di potere internazionale; se si raggiungerà una maggiore democratizzazione interna, non solo per quanto riguarda le possibilità di espressione democratica, ma anche nel controllo e nella distribuzione della ricchezza, nello smantellamento delle oligarchie e delle loro alleanze con i poteri stranieri, se si raggiungerà tutto questo, sarà una rivoluzione». 8 DI FRONTE ALLE AVVERSITÀ, I LATINOAMERICANI RISPONDONO CON IL POTERE DELLA LORO IMMAGINAZIONE Di fronte alla discriminazione, alla violenza, alla corruzione, alle catastrofi naturali o alle crisi umanitarie, i latinoamericani resistono con il muscolo della loro immaginazione. «La creatività in America Latina sta vivendo, senza ombra di dubbio, uno dei suoi momenti migliori», affermava García Márquez. «Si crea al di là della censura, senza soldi e persino in esilio». Prima o poi, questa resilienza creativa, che abbraccia le espressioni musicali, lo sport, la letteratura e la gastronomia, porterà a una rivoluzione senza precedenti. Senza immaginazione, nessun atto politico potrà essere veramente rivoluzionario. «Una rivoluzione deve essere creativa, altrimenti smette di essere una rivoluzione», ribadì Gabo in una conversazione con Ángela Saballos nel giugno del 1981. «Una rivoluzione creativa deve mobilitare tutte le facoltà vitali, le più nascoste, le più represse, le più ignorate dall’uomo». 9 LA QUESTIONE DELL’IDENTITÀ LATINOAMERICANA RICHIEDE SEMPRE RISPOSTE ETICHE C’è un attributo che distingue i latinoamericani dagli altri abitanti del mondo: il crescente bisogno di sapere chi sono. I latinoamericani esistono nella misura in cui sono sempre alla ricerca del modo migliore per definirsi. Per questo, di fronte all’eterna e inesorabile domanda sull’identità, García Márquez suggerì una condizione molto semplice: che ogni risposta in tal senso, qualunque sia il suo contenuto, sia regolata dall’etica. «Una delle cose che bisogna sottolineare ancora una volta sono i principi etici», disse lo scrittore in un’intervista del 1991 concessa a Caracol Radio. «Vale a dire, l’esercizio dell’etica in ogni momento, in ogni momento della professione». Con i giornalisti latinoamericani fu più specifico. Nel discorso intitolato «Il miglior mestiere del mondo», pronunciato nel 1996 dinanzi alla cinquantaduesima Assemblea della Società Interamericana della Stampa, egli avvertì: «Tutta la formazione deve poggiare su tre pilastri fondamentali: la priorità delle attitudini e delle vocazioni, la certezza che l’inchiesta non è una specialità del mestiere, ma che tutto il giornalismo deve essere investigativo per definizione, e la consapevolezza che l’etica non è una condizione occasionale, ma deve accompagnare sempre il giornalismo come il ronzio accompagna il moscerino». The post García Márquez: l’America Latina fuori dal vicolo cieco dei sogni first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo García Márquez: l’America Latina fuori dal vicolo cieco dei sogni sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 11, 2026
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L’arte delle insurrezioni immaginarie: Carmillafest sbarca a Roma
IL 18 APRILE I REDATTORI DI CARMILLA RACCONTERANNO LA FIGURA UMANA, ARTISTICA E POLITICA DI VALERIO EVANGELISTI Il prossimo 18 aprile 2026 Roma ospiterà la seconda edizione di Carmillafest, un appuntamento che intreccia cultura, politica e immaginario, dedicato alla figura di Valerio Evangelisti, fondatore della rivista Carmilla e tra le voci più originali della narrativa e del pensiero critico contemporaneo. La scelta della data non è casuale: proprio il 18 aprile, quattro anni fa, scompariva lo scrittore bolognese. Il festival nasce quindi anche come momento di memoria attiva e collettiva, capace di tenere insieme riflessione teorica, produzione culturale e dimensione militante. Dopo una prima edizione tenutasi a Bologna nel 2019, alla presenza dello stesso Evangelisti, Carmillafest torna in una nuova città con l’obiettivo di rilanciare il dibattito attorno alla sua eredità politica e letteraria. Al centro dell’iniziativa c’è un’idea chiave del pensiero evangelistiano: l’immaginario come terreno di conflitto. Non un ambito separato o puramente simbolico, ma uno spazio attraversato da rapporti di forza, in cui si confrontano visioni del mondo antagoniste. Da un lato, chi detiene il potere e costruisce narrazioni funzionali alla conservazione dell’esistente; dall’altro, chi immagina alternative, alimentando possibilità di trasformazione. È una prospettiva che la redazione di Carmilla ha sviluppato nel corso dei suoi oltre trent’anni di attività, prima in formato cartaceo e poi digitale, e che trova espressione anche in lavori collettivi come Immaginari alterati, dove si rivendica la necessità di restituire all’immaginario una funzione strutturale nei processi sociali e politici. In questa visione, la produzione culturale diventa strumento di cambiamento, capace di mettere in discussione ciò che viene presentato come immutabile. Il programma del Carmillafest 2026 si muoverà lungo questa traiettoria. Durante la giornata, redattori e collaboratori racconteranno la figura umana, artistica e politica di Evangelisti, ripercorreranno la storia della rivista e approfondiranno alcuni dei nuclei più significativi della sua opera. Tra questi, il celebre personaggio di Nicolas Eymerich, protagonista di una fortunata saga letteraria capace di mescolare storia, fantascienza e critica del potere. Non mancheranno momenti di confronto sull’attualità, a partire dai temi della guerra e delle trasformazioni geopolitiche, già presenti in forma anticipatrice nei romanzi dello scrittore. Accanto al dibattito, spazio anche alle novità editoriali della redazione e a una dimensione più conviviale: la giornata si concluderà infatti con un momento informale tra cibo, bevande e musica. Il luogo dell’evento e il programma dettagliato saranno comunicati nelle prossime settimane. Intanto, la data è fissata: il 18 aprile, a Roma, Carmillafest torna per rimettere al centro una domanda quanto mai attuale — chi controlla l’immaginario e per quali fini. The post L’arte delle insurrezioni immaginarie: Carmillafest sbarca a Roma first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo L’arte delle insurrezioni immaginarie: Carmillafest sbarca a Roma sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 25, 2026
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Le ibridazioni di Cronenberg e la dialettica bloccata
UN VOLUME DI PAOLO LAGO E GIOACCHINO TONI ANALIZZA IL TEMA DELL’IBRIDAZIONE BIOLOGICA, MECCANICA E MEDIATICA NEL CINEMA DEL REGISTA CANADESE [LUCA CANGIANTI] Negli incubi di David Cronenberg i prodotti alienati dall’essere umano si solidificano in entità nemiche che invadono la carne, le cellule e il cervello umani. È questo il processo analizzato in Ibridazioni. Viaggio nell’immaginario tecnologico di David Cronenberg, (Rogas, 2025, pp. 284), il nuovo saggio di Paolo Lago e Gioacchino Toni dedicato alla produzione cinematografica del regista canadese. L’ibridazione, sostengono gli autori, può essere di natura biologica, meccanica o mediatica. Nel primo caso abbiamo a che fare con chip sottocutanei, organi artificiali e virus. Si pensi a pellicole come Shivers, dove un trapianto di pelle «anziché restituire l’identità fisica perduta alla vittima di un incidente, scatena incontrollate e contagiose pulsioni aggressive, quasi a sancire l’impossibilità della scienza di rimediare alla frantumazione identitaria», oppure a eXistenZ, dove si immaginano bioporte che consentono di accedere alla rete neuronale degli individui, o ancora a Rabid e a The Fly. Nel caso dell’ibridazione meccanica abbiamo Crash, pervaso dal sadomasochismo delle lamiere, e, per certi versi, anche lo stesso The Fly, in cui il già ibridato uomo-mosca continua il processo di metamorfosi con le componenti di una cabina del teletrasporto. Infine, esempi di ibridazione mediatica sono Videodrome, dedicato alla penetrazione televisiva nell’umano, ancora eXistenZ, incentrato sull’interattività digitale, oltre a Stereo, Brood, Scanners e The Dead Zone che affrontano le capacità telepatiche. Se in Hegel il soggetto si aliena divenendo «altro da sé», attraversa il travaglio della scissione, ma arriva a riassorbire l’alterità in una sintesi più alta, con Marx l’alienazione produce un mostro concreto: lo sfruttamento del lavoro vivo (salariato) crea il lavoro morto (capitale) che si materializza nel sistema delle macchine e in un rapporto sociale di natura vampirica. Per venirne a capo è necessario un atto prometeico: la rivoluzione. Ebbene, l’ibridazione in Cronenberg può esser letta come una conseguenza del blocco della dialettica, dell’assenza di rivoluzione, della stagnazione dello status quo. I mostri dell’alienazione non riescono più a essere ricondotti sotto il dominio dell’umanità che li ha prodotti. L’Aufhebung si accartoccia su se stessa e il processo di riappropriazione si trasforma quindi in un’integrazione difettosa, estrinseca, perversa, morbosa in cui l’umano viene attraversato, penetrato e contaminato dalla sua alterità. Comprensibile che uno scenario di questo tipo provochi una crisi d’identità persistente e diffusa, come gli autori del saggio mettono bene in evidenza. Guerra permanente, nuove epidemie, chirurgia plastica di massa, sussunzione dei sentimenti e della socialità nei social network, materializzazione del general intellect marxiano sotto forma di intelligenza artificiale privata, sono tutti fenomeni di questo stesso processo e conseguentemente ha ragione Pietro Ammaturo nella prefazione al volume di Lago e Toni quando afferma che l’ibrido è l’«estrema sintesi del contemporaneo». Almeno fino alla prossima rivoluzione.   The post Le ibridazioni di Cronenberg e la dialettica bloccata first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Le ibridazioni di Cronenberg e la dialettica bloccata sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 24, 2026
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