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Grosseto, avanza la presenza delle forze armate e delle forze dell’ordine negli spazi civili ed educativi
Non solo nelle scuole, ma anche nelle fiere, negli eventi sportivi e nelle manifestazioni pubbliche. A Grosseto, – come nel resto del Paese – continua a crescere la presenza militare in tutti quegli spazi dedicati all’educazione, alle attività di svago e scambio sociale e a quelle civiche e della società civile. Una presenza raccontata come educativa, rassicurante o perfino ludica, ma che contribuisce a normalizzare una cultura dell’obbedienza, della militarizzazione e della sicurezza come principio dominante della vita sociale (clicca qui per la notizia). L’ultimo episodio risale alla visita degli alunni della scuola primaria “P. Aldi” alla caserma dei carabinieri. L’iniziativa è stata presentata come un momento di curiosità e scoperta tra uniformi, mezzi in dotazione e cani antiesplosivo. Ma dietro questa narrazione apparentemente innocua emerge una questione pedagogica e politica molto più profonda. Non si insegnano, infatti, la convivenza, la cooperazione e la gestione non violenta dei conflitti. Il messaggio, neanche tanto implicito, è piuttosto un altro: il rispetto delle regole coincide con l’obbedienza all’autorità e la loro violazione comporta controllo, punizione e repressione. La legalità viene ridotta a disciplina. Queste attività non sono casi isolati. Open day militari, PCTO (così si chiama l’ormai famigerata alternanza scuola-lavoro) con l’esercito, incontri con le forze dell’ordine, orientamento scolastico nelle caserme e presenza di uomini in divisa negli istituti scolastici stanno diventando una componente sempre più ordinaria della scuola italiana. Adolescenti, ma anche bambini della scuola primaria, vengono progressivamente abituati a considerare naturale la presenza degli apparati militari e securitari dentro gli spazi della formazione pubblica. La stessa dinamica si ritrova anche fuori della scuola. Sempre a Grosseto, ad esempio, la 33^ edizione di Game Fair Italia, svoltasi dal 24 al 26 aprile, ha ospitato i paracadutisti della Brigata Folgore, del reggimento “Savoia Cavalleria”, trasformando così una manifestazione ricreativa e familiare in una vetrina promozionale delle forze armate. Succede così che i mezzi militari, le tecnologie e le divise vengono presentati in forma spettacolare e accattivante, soprattutto verso i più giovani, mentre scompaiono completamente gli effetti reali della guerra: morte, distruzione e devastazione sociale. SI NORMALIZZA, IN TAL MODO, LA PRESENZA MILITARE E DELLE FORZE DELL’ORDINE DENTRO LA VITA CIVILE, PRESENTANDONE GLI ELEMENTI COME NEUTRI, EDUCATIVI E PERFINO RICREATIVI. Questa narrazione entra però in contraddizione con la realtà quotidiana. Ogni volta che emergono episodi di violenza, abuso o corruzione da parte delle forze dell’ordine, il discorso pubblico parla immediatamente di casi isolati, le “mele marce”. Ma quando casi simili si ripetono, il problema non può più essere liquidato come eccezione individuale. Le vicende giudiziarie, passate e recenti, che coinvolgono appartenenti alle forze dell’ordine, e anche il dibattito sul cosiddetto “scudo penale”, mostrano il rischio di una progressiva deresponsabilizzazione degli apparati repressivi dello Stato. Parallelamente, il nuovo decreto sicurezza amplia ulteriormente i poteri coercitivi e restringe gli spazi del dissenso, spostando l’equilibrio sempre più verso il controllo sociale. In questo contesto risultano emblematiche anche le violente cariche contro gli studenti avvenute a Pisa e Firenze nel febbraio 2024. Di fronte a manifestazioni studentesche pacifiche, la risposta è stata quella della repressione fisica. Eppure, gli stessi apparati che manganellano studenti inermi vengono poi invitati nelle scuole come modelli educativi e rappresentanti della “legalità”. La questione assume un significato ancora più grave nel contesto internazionale attuale. Come ricorda il fisico Carlo Rovelli, “il mondo sta riproducendo molti dei meccanismi che precedettero le grandi guerre del Novecento: corsa al riarmo, nazionalismi, logica dei blocchi contrapposti e convinzione che la pace possa essere garantita attraverso la deterrenza armata”. È esattamente questa logica che ha accompagnato tutte le grandi guerre moderne. Con una differenza decisiva: oggi esistono migliaia di armi nucleari capaci di distruggere la civiltà umana. Continuare a normalizzare la cultura militare proprio dentro gli spazi educativi significa allora contribuire ad abituare le nuove generazioni all’idea che guerra e riarmo siano elementi inevitabili della società. Anche per questo la presenza dei militari nelle scuole entra in conflitto con l’articolo 11 della Costituzione: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Eppure, la narrazione proposta agli studenti insiste spesso sul fascino della tecnica militare, del volo, delle missioni all’estero e dell’innovazione tecnologica, evitando accuratamente di affrontare il rapporto tra ricerca scientifica, industria bellica e distruzione. La militarizzazione è inoltre anche una questione economica e sociale. A Grosseto, la presenza di militari e forze dell’ordine viene stimata intorno alle quattromila unità in una città di circa ottantamila abitanti: una proporzione altissima. Mancano studi specifici per Grosseto su quanto questa presenza possa incidere sull’assetto sociale ed economico della città, ad esempio sul mercato immobiliare. Ma il fatto che, pur non essendo una città economicamente “ricca” come Firenze o Milano, mantiene canoni relativamente sostenuti e domanda stabile come avviene per altre città a forte connotazione militare (La Spezia, Taranto, Vicenza) o addirittura per paesi come Aviano, in provincia di Pordenone, dove il canone suddetto si estende nelle aree limitrofe interessando più municipalità. Dando uno sguardo più generale, cresce costantemente la spesa militare del pianeta e l’Italia non fa eccezione. Si tratta di miliardi di euro destinati a riarmo, missioni militari e apparati di sicurezza, ma anche alla ricerca in settori duali in cui la linea di confine fra spesa militare e civile è inesistente. Il bilancio della difesa di numerosi paesi riporta solo una parte delle spese effettuate lasciando fuori capitoli di bilancio che risultano a carico di altri ministeri. La conseguenza è che scuola, sanità e servizi pubblici continuano a soffrire tagli cronici. In questo quadro, emerge anche la debolezza crescente della scuola e del corpo docente. Sempre più schiacciati da burocrazia, precarizzazione e conformismo istituzionale, molti insegnanti faticano a esercitare una reale funzione critica e autonoma. Le decisioni sull’ingresso dei militari negli istituti spesso aggirano persino il collegio docenti, mentre la partecipazione alle mobilitazioni sindacali diminuisce. Una scuola impoverita culturalmente e resa sempre più passiva diventa più permeabile alla propaganda militarista e securitaria. La domanda finale allora è inevitabile: la scuola deve formare cittadini critici, capaci di cooperazione e partecipazione democratica, oppure individui educati principalmente all’obbedienza, alla gerarchia e alla normalizzazione della guerra? Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Grosseto -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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11 aprile: seconda Conferenza Urbanistica Civica
In questo redazione abbiamo avuto come ospite telefonico a Gaia, parte del Comitato per la Tutela degli ex Mercati Generali. Con lei abbiamo presentato la seconda Conferenza Urbanistica Civica, che si terrà il sabato 11 aprile al Caffè Letterario di via Ostiense 95, per parlare della situazione degli ex Mercati Generali e fare una riflessione aperta su spazio pubblico, sviluppo e diritti urbani.
April 9, 2026
Radio Onda Rossa
Il nuovo piano regolatore di Torino
il 16 marzo è stato approvato il progetto preliminare del nuovo piano regolatore di Torino che introduce un cambiamento radicale: riduce il potere decisionale del consiglio comunale sull’uso del suolo, favorendo accordi diretti tra giunta comunale e privati. Alessandro Mancuso, insegnante e studioso di urbanistica, ci aiuta a ragionare su questi cambiamenti rispondendo ad alcune domande. Trovate qui sotto la diretta e la trascrizione dell’intervista. 1) A che punto si è della approvazione del nuovo Piano regolatore della città e che spazio viene dato per la coprogettazione civica? E le osservazioni? Quali sono le direttrici attorno cui si sviluppa il piano? Il 16 marzo 2026 è stato approvato il progetto preliminare del nuovo piano regolatore di Torino che introduce un cambiamento radicale: riduce il potere decisionale del consiglio comunale sull’uso del suolo, favorendo accordi diretti tra giunta comunale e privati. Questo rischia di limitare la trasparenza e la partecipazione dei cittadini, che potrebbero essere esclusi dalle decisioni.  La cosiddetta “regia pubblica” è evocata, ma senza strumenti chiari, e soprattutto il baricentro del processo sembra spostato verso la negoziazione tra amministrazione e operatori privati piuttosto che verso forme di partecipazione ampia dei cittadini. Anche il tema delle osservazioni non è trattato, e questo rafforza l’impressione che il piano, pur dichiarandosi inclusivo, sia costruito più come dispositivo tecnico-strategico che come processo realmente aperto, dove la partecipazione incide in modo sostanziale sulle scelte. Il piano si sviluppa attorno a una serie di direttrici che non sono più quelle tradizionali della zonizzazione rigida, ma piuttosto sistemi strategici e narrativi che organizzano la città per ambiti e vocazioni. Emergono chiaramente alcune linee forti: da un lato il ruolo dell’accessibilità come criterio guida della densificazione, dall’altro la costruzione di grandi sistemi urbani tematici-ambientali, sportivi, produttivi e dell’innovazione  che si appoggiano a infrastrutture e polarità già esistenti o previste. A queste si affianca l’uso delle Figure di Ricomposizione Urbana e delle aree di trasformazione, che funzionano come dispositivi flessibili per attivare processi di rigenerazione selettiva, insieme a un forte richiamo al mix funzionale e alla produzione di valore pubblico. 2)Molti commenti indicano il nuovo piano regolatore come necessario dopo il precedente che ha guidato la città nella transizione post-industriale. Possiamo parlare di questo processo come qualcosa di davvero concluso? Il piano mostra chiaramente che quel processo è ancora in corso, ma si è trasformato. Non siamo più nella fase in cui la città deve semplicemente riconvertire aree dismesse o uscire dalla crisi industriale; siamo piuttosto in una fase successiva, in cui la città viene riorganizzata attraverso logiche di valorizzazione, attrattività e competizione. Le grandi strategie su Mirafiori, Porta Susa o corso Marche indicano che la riconversione produttiva non è finita, ma continua sotto nuove forme legate all’innovazione, alla tecnologia e ai servizi avanzati, come quello legato alla società dell’”Aerospace” di Leonardo. Inoltre, la transizione appare tutt’altro che omogenea. Alcune parti della città sono fortemente investite da processi di trasformazione e valorizzazione, mentre altre restano ai margini, con il rischio di una crescente polarizzazione. In questo senso, più che conclusa, la transizione post-industriale sembra essersi evoluta in una nuova fase in cui la questione centrale non è più solo il riuso degli spazi, ma la distribuzione dei benefici e dei valori generati da queste trasformazioni. Ed è proprio su questo punto che il piano appare più debole. 3) La questione dell’uso transitorio sembra centrale e sembra preannunciare continui processi di rivalorizzazione dello spazio pubblico. Ci spieghi nel dettaglio cosa significa? L’uso transitorio, pur non essendo esplicitamente tematizzato nel testo, è implicito nell’impostazione generale del piano e diventa quasi una conseguenza naturale della sua flessibilità. Si tratta, in sostanza, della possibilità di utilizzare temporaneamente spazi e aree in attesa della loro trasformazione definitiva. In un sistema in cui le trasformazioni non sono rigidamente determinate a priori ma si costruiscono nel tempo attraverso negoziazioni e progetti, l’uso transitorio diventa uno strumento per attivare questi spazi, renderli produttivi e inserirli in circuiti urbani anche prima che si definisca il loro assetto finale. Questa logica prefigura una città in continuo divenire, in cui lo spazio pubblico non è più una condizione stabile ma qualcosa che può essere ridefinito progressivamente. Tuttavia, proprio questa dimensione processuale introduce alcune criticità. Gli usi temporanei possono essere precari, reversibili e non garantiti nel lungo periodo, e spesso funzionano come strumenti di valorizzazione anticipata: rendono attrattive aree che poi vengono trasformate in modo più strutturato, talvolta con effetti di aumento dei valori immobiliari e di selezione sociale. In questo senso, l’uso transitorio non è solo una pratica innovativa, ma anche un dispositivo che può accompagnare processi di gentrificazione e di progressiva trasformazione economica e sociale degli spazi urbani. 4) Come si realizza la perequazione urbanistica in questo piano e come i privati entrano nella gestione dei servizi? La perequazione urbanistica, o meglio detta urbanistica convenzionata/contrattata è uno dei pilastri del piano e si basa sul principio di separare i diritti edificatori dalla proprietà fondiaria, redistribuendoli tra i proprietari in modo formalmente equo. Questo consente di trasferire e concentrare i diritti edificatori all’interno di determinati ambiti, entro i limiti della capienza urbanistica, introducendo un sistema molto più flessibile rispetto alla pianificazione tradizionale. Tuttavia, questa equità è soprattutto procedurale: garantisce una certa indifferenza tra proprietari, ma non affronta in modo efficace la questione della redistribuzione del valore generato dalle trasformazioni. È proprio qui che si inserisce il ruolo dei privati nella gestione dei servizi. Il piano affida in larga misura ai meccanismi perequativi e negoziali la realizzazione delle dotazioni pubbliche. I privati partecipano costruendo servizi, cedendo aree o contribuendo economicamente attraverso la monetizzazione, ma tutto ciò avviene all’interno di operazioni che devono essere economicamente sostenibili per loro. Inoltre, una parte dei servizi può essere realizzata su aree private ma assoggettate all’uso pubblico tramite convenzioni, introducendo una forma di ibridazione tra pubblico e privato. Questo sistema ha il vantaggio di ridurre il ricorso all’esproprio e di attivare risorse private, ma comporta anche rischi significativi. La produzione dei servizi diventa dipendente dalle dinamiche di mercato, con possibili squilibri tra le diverse parti della città, e lo spazio pubblico può assumere caratteri sempre più condizionati da logiche privatistiche. In assenza di meccanismi forti di controllo e di redistribuzione della rendita, la perequazione rischia quindi di funzionare più come strumento di legittimazione della valorizzazione immobiliare che come reale dispositivo di equità urbana.
Mirabilia. Itinerari nell’immaginario di Roma e dintorni
a cura di Fabrizio Toppetti e Vincenzo Moschetti Quodlibet, 2026 Mirabilia è il primo tentativo di offrire un panorama sintetico della città di Roma attraverso le rappresentazioni cartografiche, iconografiche, letterarie, offerte dalle origini ai nostri giorni, da artisti, scrittori e viaggiatori. Il volume, che è innanzitutto una guida tra i tempi e gli spazi della città eterna, si presenta come un documento in grado di tenere insieme un patrimonio sconfinato e prezioso di mappe, immagini e descrizioni, che nell’insieme formano un immaginario variegato. Orchestrato sul nesso testo-immagini, si serve di un denso apparato di materiali eterogenei di varia provenienza, selezionati accuratamente e tenuti insieme da una sequenza narrativa fondata su associazioni, assonanze e contrasti. La struttura è articolata in cinque periodi (dalle origini della città ai giorni nostri) che trovano nel 1670, anno al quale convenzionalmente si ascrive l’origine del termine Grand Tour, il loro perno narrativo. Il volume è corredato da letture analitiche – ancorate ai dati così come alla cronaca d’oggi – e da saggi teorici, che alimentano una riflessione multidisciplinare. Nel suo insieme propone una visione critica che a partire dal passato attraverso rimandi e riflessi interpreta Roma e i suoi futuri possibili nell’ottica di un turismo attento e sostenibile (scheda editoriale). 
Roma Tre e il quartiere Ostiense. L'università come riqualificatore territoriale
di Barbara Brollo Carocci, 2026 Il volume si occupa di pianificazione urbana e valorizzazione territoriale, considerando possibilità di sviluppo umano e comunitario, speculazione e crescita di disuguaglianze socio-spaziali. Il tema viene affrontato tramite l’analisi della riconversione di aree industriali abbandonate verso funzioni culturali, in particolare universitarie: il caso dell’installazione di Roma Tre nel quadrante Ostiense-Marconi, pur specifico, illumina tendenze più generali. Osservando il passaggio da produzione materiale a economia della conoscenza, il libro mostra come i cambiamenti economici abbiano risvolti territoriali, influenzando la geografia sociale urbana. La rigenerazione può essere un’occasione per il territorio, in termini di accesso a cultura e spazi di incontro, ma è necessario considerare speculazione immobiliare e gentrificazione, che possono seguire – se non proprio plasmare – questi processi. L’estrattivismo di operatori privati e la capacità pubblica di governare e monitorare i piani sono elementi centrali. Attraverso l’analisi di piani, documenti e dinamiche socio- economiche – dalla crescita di fine Novecento alla crisi finanziaria, fino alle vicende più recenti – il testo descrive le trasformazioni del regime urbano romano e dell’abitabilità della città (scheda editoriale). 
Firenze. Abbiamo perso il Tram per il diritto alla qualità
Marx diceva che l’umanità si pone solo i problemi che può risolvere, ma ci sono problemi facili da risolvere che la gente non si pone. (Henri Lefebvre)   La tramvia risponde alla domanda di mobilità dicendo che, se si … Leggi tutto L'articolo Firenze. Abbiamo perso il Tram per il diritto alla qualità sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Spazio cantiere. Un laboratorio sperimentale a Tor Bella Monaca
di Carlo Cellamare e Francesco Montillo Bordeaux edizioni, 2025 Spazio Cantiere è il racconto corale di un laboratorio di quartiere nato nel cuore dell’R5 di via dell’Archeologia di Tor Bella Monaca a Roma, epicentro delle difficoltà ma anche delle energie più vitali della città. Un luogo di incontro tra abitanti, associazioni, istituzioni e università, dove si sperimentano nuove forme di rigenerazione urbana e sociale. Attraverso i contributi di studiosi, attivisti e operatori, il volume documenta percorsi di co-programmazione, pratiche di animazione territoriale e processi di sviluppo locale integrale, mettendo in luce come, proprio nelle periferie considerate “difficili”, possano germogliare esperienze di innovazione sociale e culturale (scheda editoriale).
Il senso dell’impunità da controlli nella città in vendita
“Stiamo aspettando la risposta, ma siamo in regola”. Così uno degli esercenti di cui scrive Leonardo Lani (qui) ha risposto lunedì 4 agosto ad un giornalista che ha partecipato alla conferenza stampa all’Arco di San Pierino a Firenze.… Leggi tutto L'articolo Il senso dell’impunità da controlli nella città in vendita sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Salviamo Petriolo. Un reportage
Paradisi bollenti: tour termale nella bassa Toscana (prima parte). Nell’entroterra della bassa Toscana, all’interno dei bacini idrografici dei fiumi Ombrone e Albegna, che toccano con i loro affluenti alcune regioni geologicamente attive come quella del Monte Amiata, non è raro … Leggi tutto L'articolo Salviamo Petriolo. Un reportage sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.