Be Free: «Il ddl Bongiorno stravolge il significato della Convenzione di Istanbul»Abbiamo intervistato Francesca De Masi e Carla Quinto della Cooperativa Sociale
Be Free impegnata da anni per contrastare la violenza di genere in merito al ddl
Bongiorno. Emerge un quadro preoccupante che – se approvato – costituirà un
grave arretramento delle tutele sociali e giuridiche nei confronti delle donne e
dei soggetti femminilizzati.
La giurisprudenza della Corte di Cassazione in questi anni ha più volte ribadito
che esiste violenza anche «quando manca il consenso» e non solo nei casi di
«dissenso manifesto». Che cosa significa questo e quali sono ancora oggi le
difficoltà nei tribunali nei casi di violenza e stupro?
La legge sulla violenza sessuale risale al 1996. É stata frutto di grandi
battaglie da parte del Movimento delle donne – durate 30 anni prima della sua
approvazione – ma certamente è una legge datata che all’epoca costruì un modello
coercitivo, nel senso che in questo dispositivo legislativo sono
indicate «violenza o minaccia o abuso di autorità» come le modalità riconosciute
perché sia violenza sessuale.
Questo modello coercitivo è stato poi superato dalla giurisprudenza degli
ultimi anni, anche alla luce della Convezione di Istanbul del 2011, che ha
riconosciuto il modello fondato sul consenso come principio cardine per valutare
se c’è stata o no violenza sessuale. Ciò non toglie che ancora oggi i processi
per stupro siano dei veri e propri calvari per le donne, nel senso che siamo
ancora intrise di una cultura che non crede alle donne, che le colpevolizza per
come erano vestite, per il fatto che erano ubriache, perché non hanno reagito, e
le sottopone a quella che viene chiamata “vittimizzazione secondaria”. Con
questo termine si indica una nuova esposizione a trauma da parte delle
istituzioni – per la mancanza di una formazione sul tema e il perdurare di
stereotipi patriarcali – che determina un atteggiamento di minimizzazione della
violenza e di svalutazione di chi la subisce.
Il ddl Bongiorno invece cancella il termine consenso introducendo la parola
dissenso, ossia manifestazione contraria, e andando a nutrire quella cultura
dello stupro che legittima possesso, controllo, prevaricazione, riportando
indietro il nostro Paese di 50 anni.
In che modo quindi il ddl Bongiorno, nella sua attuale stesura, peggiorerebbe il
perseguimento del reato di violenza sessuale in tribunale?
Proprio per quello che dicevamo prima, il ddl Bongiorno se approvato avrà
l’effetto immediato di essere un ulteriore deterrente per le denunce per stupro.
Già oggi esiste un sommerso molto consistente: è infatti assolutamente falso che
le donne denuncino stupri inesistenti, come dice Salvini. È vero il contrario:
nei Centri antiviolenza di Be free seguiamo tantissime donne che, pur avendo
subito violenza sessuale, non se la sentono di denunciare.
Anche l’Istat nell’ultima rilevazione afferma che a fronte di una maggiore
consapevolezza delle donne – che oggi sono maggiormente in grado di riconoscere
alcuni comportamenti come violenza – la propensione alla denuncia rimane sempre
molto bassa. Affermare, come fa il ddl che «la volontà contraria all’atto
sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in
cui il fatto è commesso» significa prima di tutto dare per scontata la
legittimità predatoria del rapporto sessuale, salvo la manifestazione di volontà
contraria: viene in questo modo sancita l’esigibilità dei corpi delle donne e
delle altre persone maggiormente esposte alla violenza, come quelle appartenenti
alla comunità LGBTQIA+, corpi che diventano territori a disposizione fino a che
non si dice no.
In parole semplici, tu maschio sei legittimato al rapporto sessuale, anche in
assenza di indici chiari di consenso da parte di chi quel rapporto lo potrebbe
subire, a meno che l’altra persona non manifesti la volontà contraria in modo
esplicito.
Le donne che subiscono stupro però nella maggior parte dei casi non reagiscono
perché hanno paura di essere uccise e scattano meccanismi di difesa per
affrontare il grave trauma, come il freezing [congelamento, ndr]. Quello che è
successo proprio in questi giorni a Zoe Trinchero – che ha avuto il coraggio di
dire no al suo aggressore Alex Manna e per questo è stata ammazzata – conferma
che la paura di essere uccise è reale. Questa è una conferma che l’ostinazione
con cui il Governo vuole impedire l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole non
fa altro che legittimare gli uomini a fare ciò che vogliono dei corpi delle
donne, a non rispettare i no, a non accettarne l’autodeterminazione.
Infine, se pensiamo che quasi il 63% delle violenze sessuali avvengono
all’interno dei rapporti di coppia, ci possono essere situazioni in cui la donna
non può manifestare il suo dissenso perchè questo per lei può costituire
pericolo di vita, oltre al fatto che le violenze sessuali nella coppia avvengono
in un contesto di manipolazione, dipendenza affettiva, ecc.
Cosa dice la Convenzione di Istanbul sul tema del consenso? Esiste un
riconoscimento giuridico del concetto di consenso negli altri Paesi europei?
La convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, è rivoluzionaria da
diversi punti di vista. Innanzitutto, è il primo strumento internazionale
giuridicamente vincolante il cui principale obiettivo è creare un quadro globale
e integrato che consenta la tutela delle donne contro qualsiasi forma di
violenza e lo fa in primo luogo riconoscendo il fatto che la violenza subita
dalle donne è fondata sul genere, cioè colpisce le donne in quanto donne, ed è
il meccanismo cruciale attraverso cui tutte le donne (anche quelle che la
violenza non l’hanno ancora subita) vengono mantenute in una posizione di
subalternità rispetto al genere maschile.
All’art. 36 inoltre, dal titolo “Violenza sessuale, compreso lo stupro” si dice
espressamente che: «Il consenso deve essere dato volontariamente, quale libera
manifestazione della volontà della persona e deve essere valutato tenendo conto
della situazione e del contesto». Una definizione di questo tipo da conto della
autodeterminazione sessuale, della reciprocità che ci deve essere nell’ambito di
un rapporto sessuale, di tutta la bellezza che la sessualità condivisa può
sprigionare in termini di desiderio è benessere; quando il consenso non c’è, non
si parla di sessualità ma di violenza, dominio, esercizio di potere.
Il ddl Bongiorno fa un’operazione molto scorretta: nomina le parole situazione e
contesto, che sono le stesse usate da Istanbul, ma ne capovolge il significato e
l’utilizzo, collegandolo al dissenso; nella Convenzione di Istanbul invece la
situazione e il contesto sono collegati al termine consenso e si riferiscono
proprio a tutte quelle reazioni che possono determinarsi in chi subisce la
violenza. Bisogna aggiungere che una simile modifica sarebbe in controtendenza
rispetto a tutto quello che i Paesi europei firmatari della Convenzione stanno
facendo negli ultimi anni per introdurre esplicitamente il consenso nelle
normative nazionali.
La discussione del ddl è stata postposta di qualche mese, come vi state
organizzando voi Centri Antiviolenza e movimento femminista e transfemminista
per opporvi a questa legge?
Ci siamo mosse subito, fin da quando, il 27 gennaio scorso, la riformulazione di
Bongiorno è andata in Commissione giustizia al Senato, dove in poche ore è stata
approvata con 12 voti favorevoli e 10 contrari. Negli stessi istanti in cui in
Commissione si consumava questo scempio, sotto al Senato centinaia di operatrici
dei Centri antiviolenza, attivistə femministe e transfemministe, organizzazioni
sindacali e del terzo settore, manifestavano il proprio dissenso e venivano
represse dalle forze di polizia, tanto che le parlamentari dell’opposizione sono
intervenute per mediare con le forze dell’ordine e aggiungersi al cordone a
protezione di chi legittimamente protestava. Diverse attiviste sono state
spintonate riportando ecchimosi.
In quella sede è stata lanciata la mobilitazione permanente con lo scopo di
bloccare il ddl, mobilitazione che vedrà una prima data territoriale in tutta
italia, il 15 febbraio, per declinare la giornata, che è anche una data
simbolica ricorrendo il trentennale dell’approvazione della legge sulla violenza
sessuale, secondo modalità e pratiche proprie dei vari territori coinvolti, per
poi convergere tutte, tutti e tuttu a Roma per un grande corteo nazionale, il 28
febbraio. Stiamo ricevendo moltissime adesioni da tutta italia; la mail dedicata
a cui inviare adesione è nosuinostricorpi@gmail.com
A Roma, inoltre, il 9 febbraio alle 17, presso la Facoltà di Lettere della
Sapienza, ci sarà anche una assemblea cittadina di avvicinamento e costruzione
condivisa alle mobilitazioni territoriali del 15 febbraio, in cui potersi
confrontare su proposte, pratiche, forme di lotta e strategie da mettere in
campo per bloccare il ddl e continuare la protesta con il corteo nazionale che
abbiamo lanciato per la data del 28 febbraio qui a Roma.
La copertina è di Daniele Napolitano, corteo Nudm Roma, Novembre 2025
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