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BERGAMO: GIOVEDÌ 8 OTTOBRE PRESIDIO CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE E “LA COMPLICITÀ DI GOVERNO E ISTITUZIONI”
La Rete bergamasca contro la violenza di genere torna in piazza giovedì 8 ottobre con un presidio contro la violenza di genere e l’inerzia di governo e istituzioni a fronte di un tema che coinvolge più della metà della popolazione del Paese. Parole d’ordine dell’iniziativa – in programma alle 18,30 in largo Rezzara a Bergamo –  “Prevenzione zero, educazione zero, femminicidi 69. Governo e istituzioni complici di una strage che non si ferma”. Al centro del discorso i femminicidi, ma anche le violenze fisiche, sessuali, psicologiche ed economiche con cui molte donne e soggettività femminilizzate sono costrette a fare i conti quotidianamente. Anche giovanissime. Secondo gli ultimi dati Istat, sono circa 3 milioni (circa il 15% della popolazione) le persone che in Italia hanno subito violenze fisiche o sessuali prima del sedicesimo anno d’età. A tutto questo, si aggiungeranno anche diversi riferimenti a una serie di episodi che dimostrano quanto la cultura patriarcale pervada le istituzioni e l’attuale governo: “Un Ministro che proclama l’importanza di scegliere donne che abbiano “le gonne più lunghe”, o un Generale a capo di un partito che diffonde un’immagine provocante falsificata con l’Intelligenza Artificiale di una deputata del nostro Parlamento – atto che potrebbe essere punibile secondo il codice penale, peraltro – non sono un caso: sono il sintomo di un problema da affrontare. – scrive la Rete nel comunicato di lancio del presidio – Non c’è da stupirsi che queste stesse persone vogliano vietare di intraprendere fin dalla più tenera età una strada che può consentire di cambiare le cose, ovvero l’educazione al rispetto di ogni persona -a prescindere dall’identità, dall’espressione di genere e dall’orientamento affettivo.” Ai nostri di Radio Onda d’Urto, Caterina della Rete bergamasca contro la violenza di genere Ascolta o scarica
October 6, 2026
Radio Onda d`Urto
La violenza non ha genere?
Le riflessioni del collettivo Maschile Plurale di Modena su un convegno al di sotto di ogni sospetto (*)   Il 21 di questo mese a Modena si è svolto il convegno – LA VIOLENZA NON HA GENERE – però senza il punto interrogativo che trovate nel titolo. E’ stato duramente contestato da diverse organizzazioni femministe e dal gruppo Maschile Plurale.
September 26, 2026
La Bottega del Barbieri
Lacrime e pallottole – le gang hondureñe
In Honduras, le gang esercitano un controllo quasi totale su alcune aree del Paese, soprattutto nelle comunità più colpite dalla povertà, dalla disoccupazione e dal limitato accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria. In questi contesti, per molti giovani, l’emarginazione e la mancanza di prospettive possono trasformarsi in un senso di disperazione. È proprio dentro questo vuoto che le gang riescono a trovare spazio, offrendo qualcosa che lo Stato e, in alcuni casi, la stessa famiglia non riescono a garantire, ovvero un senso di appartenenza, protezione, identità e sostegno economico. All’interno di un penale di alta sicurezza La storia delle “maras” affonda le sue radici lontano dall’Honduras. Le “maras” si svilupparono inizialmente tra giovani fuggiti dalle guerre civili dei loro Paesi d’origine che, arrivati negli Stati Uniti, si ispirarono alle gang di strada di Los Angeles e si organizzarono per proteggersi dai gruppi rivali. Nel corso degli anni, molti membri delle gang furono deportati nei loro Paesi d’origine, dove il fenomeno si consolidò principalmente attorno a due grandi organizzazioni: la MS-13, o Mara Salvatrucha e il Barrio 18. Con il tempo, le gang sono diventate parte della struttura sociale di alcune comunità.I loro membri sono ragazzi giovanissimi, tra i 12 e i 25 anni, e le attività criminali comprendono lo spaccio di droga al dettaglio e le estorsioni, spesso ai danni di piccoli commercianti e autisti. Ma dietro la dimensione criminale esiste una realtà sociale più complessa. Disoccupazione, povertà, violenza domestica, gravidanze precoci, famiglie monoparentali e una cultura fortemente patriarcale possono contribuire a creare condizioni nelle quali un ragazzo cresce senza strumenti e opportunità sufficienti per immaginare un futuro diverso. Per alcuni bambini e adolescenti, la gang finisce così per sostituire l’assenza della famiglia e diventare uno dei pochi luoghi in cui sentirsi riconosciuti. La violenza e l’abbandono diventano, in questo senso, due facce della stessa medaglia. Negli ultimi anni, questo sistema è stato condizionato da ciò che è accaduto nel vicino El Salvador. Il presidente Nayib Bukele ha imposto uno stato d’emergenza e lanciato una delle più dure campagne repressive mai condotte contro le gang dell’America Centrale. Decine di migliaia di persone sono state arrestate con l’accusa di appartenere alla MS-13 o al Barrio18. Operazioni militari nelle strade dell’Honduras Ma l’effetto della politica di Bukele non si è fermato ai confini salvadoregni, la sua strategia, infatti, ha mostrato alle organizzazioni criminali dei Paesi vicini che essere riconoscibili può diventare una condanna. Per anni, infatti, i tatuaggi, i simboli, l’abbigliamento e persino determinati comportamenti hanno rappresentato una forma di identità e di appartenenza alla gang. Con la repressione di Bukele, quegli stessi segni sono diventati potenziali strumenti di identificazione da parte delle forze di sicurezza, tanto che la loro visibilità è diventata un fattore di rischio. È qui che le gang dei Paesi vicini hanno dovuto iniziare a trasformarsi. In Honduras l’esperienza salvadoregna ha rappresentato un avvertimento: ciò che prima permetteva di mostrare apertamente l’appartenenza a una struttura criminale può oggi diventare una vulnerabilità. Le gang sono quindi spinte verso una maggiore discrezione, riducendo i segni di appartenenza.Non si tratta necessariamente di una scomparsa, ma della loro capacità di adattamento. Il cambiamento delle gang, però, non ha eliminato il problema, nonostante lo stato di emergenza dichiarato nel 2022 per contrastare la criminalità, l’Honduras continua a confrontarsi con livelli elevati di violenza, omicidi e criminalità legata alle armi da fuoco.A questo si aggiungono la corruzione e i rapporti tra politica e criminalità organizzata, che hanno contribuito a indebolire la fiducia nelle istituzioni. La vicenda dell’ex presidente Juan Orlando Hernández rappresenta uno degli esempi più controversi di questo intreccio. Condannato negli Stati Uniti per traffico di droga e successivamente graziato da Donald Trump, Hernández è tornato in Honduras nel 2026, riaccendendo il dibattito sull’influenza delle reti criminali all’interno delle istituzioni. Di fronte a questa realtà, la risposta dei governi è spesso stata quella della repressione. La sicurezza, però, non può essere considerata soltanto come una questione di arresti e controllo del territorio. Le politiche esclusivamente repressive rischiano di produrre abusi senza intervenire sulle condizioni che permettono alle gang di continuare a reclutare giovani. Il punto non è quindi contrapporre sicurezza e politiche sociali, come se fossero alternative. La sicurezza è necessaria per proteggere gli abitanti e permettere loro di vivere senza paura, ma può esistere una sicurezza duratura senza interrogarsi su ciò che accade prima che un ragazzo venga assorbito dalla criminalità? E non significa forse chiedersi quali luoghi, quali opportunità e quali figure di riferimento possano permettere a un ragazzo di studiare, praticare sport, imparare un mestiere e, soprattutto, immaginare un futuro che non dipenda dall’appartenenza a una gang? Perché un ragazzo può diventare autore di violenza dopo essere stato, a sua volta, vittima di abbandono, povertà o violenza. Questo non cancella la responsabilità delle sue azioni e non giustifica i crimini commessi ma permette però di comprenderne il percorso. La storia delle “maras” è, in fondo, anche una storia di giovani cresciuti troppo presto. Ragazzi che dovrebbero studiare, giocare e immaginare il futuro e che invece possono imparare a controllare un territorio, riscuotere un’estorsione o riconoscere una minaccia. Un’adolescenza che può essere sostituita da responsabilità e paure appartenenti al mondo degli adulti. Perché la violenza, per molti giovani, può diventare una lingua imparata fin dall’infanzia: una lingua fatta di paura, silenzio, appartenenza e sopravvivenza. La vera sfida, allora, non è soltanto impedire che quella lingua venga parlata ma è insegnare ai ragazzi che ne esiste un’altra. Ed è forse proprio da qui che dovrebbe iniziare ogni racconto sulle gang, ovvero non dalla domanda su quanti ragazzi siano diventati criminali, ma da quella, più difficile, su quanti avrebbero potuto diventare altro. Tutte le foto sono dell’autore Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Lacrime e pallottole – le gang hondureñe proviene da DINAMOpress.
September 23, 2026
DINAMOpress
Educare alle differenze: anticorpi contro isolamento e autocensura a scuola
A pochi giorni dall’inizio del nuovo anno scolastico Giuseppe Valditara è tornato a occuparsi con insistenza di educazione affettiva, sessuale e di genere, riproponendo una sequenza che ormai conosciamo bene. Al Meeting di Rimini, il 25 agosto, ha rivendicato il consenso informato come una scelta di «libertà educativa», ha parlato di libri per bambine e bambini che lo  avrebbero fatto «rabbrividire», della necessità di non compromettere l’innocenza dell’infanzia e di mettere fine ai «lavaggi del cervello». Il 3 settembre, intervistato da Famiglia Cristiana, è stato ancora più esplicito: con il consenso informato, ha spiegato, si vuole tenere fuori dalla scuola la «cultura woke» e impedire l’insegnamento delle cosiddette teorie gender. Poi il registro cambia. Quando il discorso torna sui femminicidi, sulla prevenzione e sul ruolo della scuola, Valditara rivendica di avere introdotto per la prima volta tra gli obiettivi di apprendimento l’educazione al rispetto, all’empatia, alle relazioni e alla parità di genere. È la stessa risposta utilizzata in questi giorni di fronte a chi, dopo l’uccisione di Lorena Isceri e l’appello del padre a lavorare nelle scuole, ha chiesto di non arretrare sull’educazione sessuo-affettiva. Ed è anche la linea utilizzata nelle rettifiche a comizi e articoli, come quello pubblicato da Chiara Franceschini su “Domani” alla fine di agosto. > La questione di fondo è questa: se la violenza di genere non è un’emergenza ma > un fenomeno strutturale, la prevenzione non può limitarsi a intervenire quando > la violenza è già accaduta o a insegnare alle donne a riconoscerla prima, ma > deve agire sulle condizioni culturali e sociali che la rendono possibile. A questa domanda Valditara risponde rivendicando rispetto, empatia e parità tra gli obiettivi della scuola. Ma il rispetto, se viene separato da un lavoro sui rapporti di genere, sugli stereotipi, sul consenso, sulla sessualità e sulle relazioni di potere, rischia di restare un principio astratto, incapace di interrogare i meccanismi che producono la violenza. Ed è precisamente su quei terreni che il ministro torna, contemporaneamente, a evocare «propaganda gender», cultura woke e bambini da proteggere. Si rivendica dunque la prevenzione della violenza mentre si sottopongono a sospetto alcuni degli strumenti necessari a praticarla. Questa apparente oscillazione consente a Valditara di rivolgersi contemporaneamente a target diversi: da una parte verso chi grida a una scuola invasa dal gender e dal woke; dall’altra una narrazione più rassicurante, destinata anche al mondo docente e alle famiglie che non si riconoscono in un progetto oscurantista e considerano utile e ovvio che la scuola si occupi di prevenzione e relazioni. I due messaggi non si annullano, si completano. Il primo costruisce e mobilita il nemico; il secondo neutralizza le critiche che quella costruzione produce. Si può rivendicare davanti a un pubblico la vittoria contro il gender e, davanti a un altro, sostenere che nessuno abbia mai voluto limitare l’educazione alle relazioni. La rettifica diventa così parte della stessa operazione politica della dichiarazione che l’ha resa necessaria. LA LEGGE SUL CONSENSO INFORMATO È in questa doppia operazione che la Legge 104/2026 diventa ancora più grave. Entrata in vigore il 7 luglio, la legge non vieta tutte le forme di educazione affettiva, ed è proprio su questo che Valditara costruisce le sue smentite. Ma introduce un regime speciale di sospetto e controllo intorno alla sessualità e alle identità e ruoli di genere. Non serve definire giuridicamente che cosa sia “gender” se il confine viene costruito ogni giorno nel discorso politico. > Il rischio più concreto, a questo punto, è l’autocensura. Una dirigente che > rinuncia a un progetto per evitare contestazioni, un collegio che ne riduce i > contenuti, un’insegnante che sceglie di non utilizzare un materiale non stanno > semplicemente applicando una legge: stanno anticipando un possibile conflitto. Ed è così che una scuola può restringere il proprio campo d’azione senza che sia necessario vietare formalmente ciò che decide di non fare. Le ispezioni degli ultimi mesi rafforzano questo meccanismo. Dal liceo Vivona di Roma, dove una lettera su Gaza inviata da un docente a studenti ormai diplomati ha prodotto un accertamento poi concluso senza criticità, alle verifiche intorno ad assemblee con Francesca Albanese e ad altre iniziative considerate politicamente sensibili, il punto non è soltanto l’esito delle singole procedure. Il punto è il messaggio che la loro ripetizione invia all’intero sistema scolastico: alcuni contenuti espongono più di altri all’attenzione del ministero. > È qui che consenso informato e ispezioni, pur essendo strumenti molto diversi, > finiscono per incontrarsi. Il primo aumenta il controllo preventivo su alcune > attività; le seconde mostrano che su alcuni terreni il controllo può arrivare > anche dall’alto. Tra i due cresce lo spazio dell’autocontrollo: quello in cui scuole, dirigenti e docenti cominciano a selezionare preventivamente ciò su cui conviene esporsi. Oltre alla legge 104/2026, le nuove Indicazioni nazionali, le battaglie contro il woke e il linguaggio inclusivo, l’enfasi sul primato educativo delle famiglie e il ricorso agli strumenti ispettivi compongono un’idea di scuola nella quale il ministro forza i confini culturali del dicibile, zittisce il corpo studentesco, annichilisce la libertà di insegnamento. EDUCARE ALLE DIFFERENZE A NAPOLI È su questo terreno che il dodicesimo Meeting nazionale di Educare alle Differenze, che si terrà a Napoli il 26 e 27 settembre, assume quest’anno un valore politico particolare. Da più di dieci anni il Meeting mette in relazione insegnanti, dirigenti, studenti, associazioni, famiglie, movimenti, sindacati, servizi e amministrazioni locali. > Nel nuovo quadro normativo, però, questa rete può diventare anche un antidoto > molto concreto a uno dei principali meccanismi attraverso cui l’autocensura si > diffonde: l’isolamento. Perché, se ogni insegnante deve capire da sola ciò che può fare, se ogni dirigente deve valutare individualmente quanto sia conveniente esporsi, se ogni scuola considera la propria contestazione un caso particolare, la prudenza diventa una risposta perfettamente razionale. Al contrario, conoscere collettivamente la normativa, distinguere i divieti reali dai confini prodotti dalla propaganda politica, costruire strumenti di autotutela, condividere pratiche e mettere in comune i conflitti modifica concretamente le condizioni nelle quali quelle decisioni vengono prese. È questo il significato che assume quest’anno Fuori controllo, il titolo del Meeting. Non il rifiuto delle responsabilità della scuola, ma il tentativo di sottrarsi al meccanismo per cui è la scuola stessa, per prudenza, a restringere progressivamente il proprio campo d’azione; non la ricerca dell’eroismo individuale, ma la costruzione delle condizioni collettive che permettono di esercitare l’autonomia anche quando il suo esercizio diventa politicamente più costoso. Un anticorpo all’autocensura, del resto, non si costruisce chiedendo alle persone di essere più coraggiose, ma facendo in modo che non debbano esserlo da sole. Immagine di copertina di Educare alle differenze Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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September 22, 2026
DINAMOpress
Educazione sessuo-affettiva nelle scuole: 26-27 settembre incontro nazionale a Napoli
Educare alle Differenze è la rete nazionale di associazioni che lavora nella formazione con bambin*, adolescenti e adulti per promuovere la libertà di essere se stess*, costruire immaginari e culture aperte, contrastare ogni forma di discriminazione e decostruire gli stereotipi. Il 26 e 27 settembre 2026, all’Istituto Superiore Alfonso Casanova di Napoli, ci sarà il meeting nazionale di Educare alle Differenze: due giornate di formazione, confronto e partecipazione dedicate a chi ogni giorno costruisce una scuola aperta, libera e capace di contrastare violenze e discriminazioni. Il programma ospiterà 30 laboratori, insieme a tavole rotonde, presentazioni di libri e toolkit educativi, mostre, teatro, approfondimenti politici, banchetti. il titolo di questa edizione è Fuori controllo. Un nome scelto per raccontare il tempo che stiamo attraversando e, insieme, la posizione politica ed educativa da cui Educare propone di attraversarlo. La partecipazione è gratuita e si possono trovare qui maggiori informazioni: https://www.educarealledifferenze.it/educare-alle-differenze-xii/ Ne abbiamo parlato con Margherita, una compagna di Educare che rilancia l’appuntamento. Ci confrontiamo in modo più ampio sugli ultimi attacchi alla scuola di Valditara, le dichiarazioni di Futuro Nazionale (che sceglie anche la scuola come campo di battaglia ideologico), ragionando su quello che è e deve diventare un lavoro educativo all’opposto, nella pratica, nelle scuole di tutto il territorio.
September 21, 2026
Radio Blackout - Info
Donne sotto attacco in America latina
“La violenza sulle donne rappresenta l’essenza dell’estrema destra”, denuncia la ex congressista brasiliana del Partido Socialismo e Liberdade Manuela D’Avila, mentre in tutto il continente cresce pericolosamente il numero di femminicidi e maltrattamenti. di David Lifodi Foto: Tiempo Argentino / Resumen Latinoamericano Sono 123 i femminicidi registrati in Argentina da gennaio a giugno di quest’anno. A denunciarlo è l’ Observatorio
September 20, 2026
La Bottega del Barbieri
La cultura del femminicidio
Dovremmo interrogarci anche sulle storie e le immagini che ci hanno insegnato a considerare il possesso una forma d’amore. Un’eredità difficile da mettere… L'articolo La cultura del femminicidio sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
September 16, 2026
L'INDISCRETO
A cosa sta servendo la legge italiana sui femminicidi
Lorena Isceri aveva 45 anni e un ex fidanzato di nove anni più giovane, Federico Vella, che non accettava la fine della relazione. Alla stampa, la madre racconta che la figlia aveva paura di lui, ma non lo aveva mai denunciato, nonostante le percosse e le violenze, per paura di danneggiarlo. Tania Terrin, 39 anni, aveva deciso diversamente. Anche quella con il suo ex, Dino Keber, era stata una relazione segnata dalla violenza. Anni di botte durante i quali i tentativi di allontanamento di lei erano venivano stroncati dalle minacce di suicidio di lui. In primavera, dopo aver subito un'aggressio... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. The post A cosa sta servendo la legge italiana sui femminicidi appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 10, 2026
L'INDIPENDENTE
BRESCIA: NON UNA DI MENO TORNA IN PIAZZA “PER TUTTƏ LƏ SORELLƏ”. PASSEGGIATA ARRABBIATA E RUMOROSA PER LE VIE DELLA CITTÀ
Martedì 8 settembre Non Una di Meno Brescia torna in piazza contro femminicidi, violenza di genere e patriarcato, e “per ricordare Luigia, Tania, Dafne, Daniela, Tania, Ornella, Joanna, Carmela, Michela, Lorena e tutt lə altrə sorelle che ci hanno lasciato a causa di uomini che non accettavano la loro libertà”. L’appuntamento è in piazzetta Bell’Italia, a partire dalle ore 19. Dal presidio partirà quindi una passeggiata arrabbiata e rumorosa per le vie del centro. Tuttavia saranno molti i nodi di Non Una di Meno che si mobiliteranno oggi, come ogni 8 del mese. L’occasione è la pubblicazione dei dati aggiornati su femminicidi, lesbicidi e trans*cidi in Italia da parte dell’Osservatorio nazionale di Non Una di Meno: dall’1 gennaio 2026 sono 56 femminicidi, 3 suicidi indotti di donne, 1 suicidio di una ragazza trans, 1 omicidio di un ragazzo e 8 casi in corso di accertamento, oltre a 92 tentati femminicidi e 12 omicidi correlati, ovvero persone rimaste coinvolte, cercando di fermare il femminicida. Dietro i numeri, le storie. Era ancora viva Lorena Isceri quando è stata buttata dall’ex dal viadotto lungo l’Autostrada del Sole a Barberino del Mugello, in Toscana. L’autopsia ha fornito la risposta a uno dei quesiti principali posti dalla procura di Firenze al medico legale che sta esaminando il cadavere della ragazza uccisa dall’ex. L’esame autoptico è in corso anche sul cadavere di Federico Vella, poiché i magistrati hanno chiesto di effettuare anche il prelievo dei tessuti ai fini dell’esame tossicologico per capire se era sotto l’effetto di stupefacenti o di psicofarmaci. “Si chiama femminicidio – scrive Non Una di Meno Brescia sui propri profili social – Non abbiamo paura a definirlo un fenomeno strutturale, solo tra il 15 ed il 18 agosto sono state uccise 4 donne, uccise dai loro mariti compagni ex per gelosia e possesso. I giornali stanno dando la solita narrazione, “sempre più tossica”, quando si parla di violenza di genere e femminicidi. Siamo stanchə. Siamo arrabbiatə. Ma questa RABBIA la vogliamo trasformare in lotta e autodeterminazione perché ci vogliamo LIBERE E VIVE”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Giulia di Non Una di Meno Brescia Ascolta o scarica
September 8, 2026
Radio Onda d`Urto
Donne anziane: né vittime né eroine, ma persone autorevoli
Si è svolta il 10 luglio, nei locali della Camera del lavoro Cgil di Palermo, la presentazione del libro Vecchie e Bastonate, pubblicato da Futura Editrice. Un libro dal titolo disturbante, scritto da Patrizia Fistesmaire, psicologa presso un consultorio di Lucca, ed Eleonora Pinzuti, ricercatrice e formatrice Aif.  Le due autrici hanno usato, volutamente, questo titolo per dare l’immediata percezione della problematica affrontata, cioè  la narrazione culturale, sociale e politica dell’età matura delle donne in una fase della vita che viene associata, spesso, alla perdita di valore, all’invisibilità e alla esclusione.  L’uso provocatorio del termine “vecchie”, restituisce, infatti, l’immagine della svalutazione che molte donne subiscono una volta superata la soglia simbolica della menopausa, quando il loro corpo invecchia e si allontana dai modelli estetici  dominanti,  in una  società come la nostra, capitalista-patriarcale, che continua a misurare  il valore delle donne sulla base dell’avvenenza fisica o della loro funzione riproduttiva e/o produttiva.  Diversamente da quanto accade, invece agli uomini, ai quali l’invecchiamento  conferisce, spesso,  autorevolezza, esperienza e prestigio. Il libro denuncia questa diseguaglianza ed invita a ripensare il significato dell’invecchiamento femminile, riconoscendo alle donne valore, dignità e piena cittadinanza, in ogni fase della loro vita.  Anche il termine ”bastonate” viene usato in senso metaforico per evocare le molteplici forme di discriminazione che colpiscono le donne anziane, tra cui le violenze fisiche e sessuali, un fenomeno di cui si parla poco e del quale è difficile reperire dati . Infatti, le donne anziane, che subiscono violenza sessuale, difficilmente ne parlano, per vergogna e per paura di non essere credute. A pesare è uno stereotipo ancora diffuso, cioè l’idea che lo stupro riguardi esclusivamente donne giovani ed attraenti. Queste aggressioni, pur essendo numericamente inferiori rispetto ad altre fasce di età, smentiscono questa convinzione e confermano, invece, che lo stupro è dettato dalla volontà di esercitare potere e controllo sulle donne.  Da dire, inoltre, che spesso questo tipo di violenza si consuma all’interno delle mura domestiche o ad opera di chi si dovrebbe prendere cura della donna anziana: un familiare, un partner o un caregiver. Questa condizione rende ancora più difficile denunciare gli abusi perché la vittima si trova spesso in una situazione di dipendenza economica, affettiva o assistenziale proprio nei confronti di chi esercita violenza. Le autrici pongono l’accento, inoltre, sulle caratteristiche delle discriminazioni che colpiscono le donne anziane, frutto dell’intreccio tra discriminazione di genere ed ageismo.  Le due forme non agiscono separatamente, ma si rafforzano a vicenda dando origine ad una condizione di svantaggio specifica, condizione che merita attenzione sociale, culturale e politica, tramite l’utilizzo del paradigma della intersezionalità e della complessità.  Questa prospettiva sposta il discorso dall’idea della fragilità delle donne anziane a quella dei meccanismi sociali che producono invisibilità e disuguaglianza. Come ribaltiamo questa narrazione che vede nelle donne anziane, soggetti fragili, irrilevanti socialmente,  bisognosi di cure e di assistenza ?  La domanda che il libro ci invita a fare non è come proteggere le donne anziane, ma,  piuttosto come riconoscere  la loro autorevolezza ed il loro ruolo sociale. E’ un cambio di prospettiva che propone, attraverso percorsi di decostruzione degli stereotipi e dei pregiudizi, una visione alternativa dell’età matura delle donne: non più una fase di marginalità ma una stagione della vita in cui esercitare libertà, autodeterminazione e potenzialità.   La sfida non è sostituire l’immagine della donna anziana fragile con quella della donna anziana eroica. La sfida è riconoscerla come una persona pienamente titolare di diritti, desideri, capacità e potere di scelta. Solo così la vecchiaia femminile smette di essere raccontata come una stagione di perdita e diventa una stagione di cittadinanza.    Redazione Palermo
July 12, 2026
Pressenza