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Ridurre le temperature delle città fino a 4 gradi è possibile, con riforestazione e depavimentazione
Le città italiane sono sempre più esposte all’isola di calore urbana, ma con differenze molto marcate. Quasi tutti i capoluoghi superano i 40 °C in estate: Milano 43,1 °C, Torino 43,0 °C, Napoli 42,7 °C, Bologna 42,7 °C, Cagliari 42,9 °C, la città costiera con la temperatura urbana più alta. Le aree rurali sono più fresche, con differenze in media di 5,6 °C, che a Napoli arrivano a 9,4 °C. Nelle zone urbane cemento e asfalto, suolo naturale e vegetazione scarsi, superfici impermeabilizzate trattengono calore. Ridurre le temperature delle città fino a 4 gradi è possibile. Lo dimostrano le simulazioni del progetto MIRIFICUS nelle aree di Roma e Firenze, dove l’introduzione di pavimentazioni che non trattengono calore, la realizzazione di nuovi spazi verdi e la piantumazione di nuovi alberi, producono un calo netto delle temperature nelle ore più calde della giornata. A Settecamini, nella Capitale, e nell’area Mercafir/Piazza Artom del capoluogo toscano, la differenza tra la situazione attuale e quella simulata supera i 4 °C tra le ore 9 e le ore 15. Su base giornaliera, la riduzione si mantiene stabile intorno ai 2–2,2 °C, mostrando che l’effetto non è momentaneo ma continuo. Sono questi i principali risultati del Progetto MIRIFICUS (Monitoraggio degli Intervento di RIForestazione per l’Isola di Calore Urbana tramite i Satelliti), che vede coinvolti l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e l’Istituto per la BioEconomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IBE) in qualità di coordinatore, con il sostegno dell’Agenzia Spaziale Italiana. Il progetto mostra che contrastare le isole di calore non rappresenta solo una necessità ambientale, ma un’opportunità concreta per rendere le città più fresche e più vivibili attraverso soluzioni semplici: più alberi, più suoli naturali, superfici che non si scaldano e una pianificazione urbana che tenga conto dei dati. A Roma, dove la temperatura superficiale estiva dell’area urbana raggiunge in media 43,7 °C, il raffrescamento con l’intervento simulato è evidente già dal mattino. A Firenze, che registra una media urbana superiore ai di 44,°C, il calo è superiore ai 4 °C nelle ore centrali confermando che nelle zone più cementificate è possibile migliorare il microclima. Un altro elemento decisivo è la forma dei quartieri. MIRIFICUS ha analizzato la struttura urbana come un “DNA climatico” delle città, mostrando come disposizione degli edifici, altezza e materiali usati influenzino direttamente la distribuzione del caldo. A Firenze, le zone con edifici compatti di media altezza raggiungono i 44,6 °C, mentre nelle aree con boschi urbani le temperature si riducono a 35,9 °C, un raffrescamento naturale di quasi 9 °C. A Roma, i quartieri industriali con grandi superfici esposte al sole arrivano a 57,2 °C. Infine, la piattaforma webGIS del progetto permette di consultare i dati di ogni comune italiano e di osservare come cambiano le temperature in relazione al consumo di suolo e alla presenza di aree verdi. “I risultati di MIRIFICUS, ha sottolineato Michele Munafò, responsabile del Progetto per ISPRA, ci dicono una cosa molto semplice: possiamo ridurre il caldo nelle città e sappiamo come farlo. Le simulazioni di Roma e Firenze mostrano che gli interventi adottati nei due casi studio riducono le temperature fino a 4 gradi. È una prova concreta che le soluzioni esistono e svolgono più funzioni contemporaneamente: riducono, oltre alla temperatura, gli impatti dei cambiamento climatici, i rischi per salute, benessere e qualità urbana. I dati indicano la strada da seguire, gli interventi corretti le scelte per rendere le città più vivibili e migliorarne la qualità della vita.” E Marco Morabito, CNR-IBE, coordinatore del Progetto, ha aggiunto: “MIRIFICUS dimostra come i dati satellitari possano trasformarsi in strumenti operativi a supporto delle Pubbliche Amministrazioni, per contrastare gli effetti del caldo e rafforzare la resilienza nelle città, permettono di intervenire in modo mirato sulla struttura dei quartieri. Inoltre, la piattaforma webGIS del progetto permette a ogni Comune di consultare i dati e simulare il rapporto tra temperature superficiali, consumo di suolo o aree verdi, di capire dove intervenire e con quali priorità. Con il rilascio della piattaforma e di una Web App basata su Google Earth Engine, accessibili gratuitamente, decisori pubblici, cittadini e tecnici dispongono di mappe interattive, indicatori di stress termico e simulazioni ex ante ed ex post, un supporto scientifico per la pianificazione degli interventi di forestazione urbana e delle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici”. Come sostiene Legambiente: “Gli alberi in città non sono solo un elemento decorativo. Le foreste urbane sono vere e proprie infrastrutture verdi che rendono le città più vivibili e capaci di affrontare la crisi climatica. Non si tratta soltanto di parchi. Le foreste urbane comprendono alberature stradali, giardini, gruppi di alberi e aree verdi urbane e periurbane che, insieme, formano una rete ecologica continua. Questa rete migliora la qualità dell’aria, abbassa le temperature estive e contribuisce a gestire l’acqua piovana, riducendo il rischio di allagamenti. Oltre ai benefici ambientali, il verde urbano ha un impatto diretto sulla salute e sul benessere delle persone. La presenza di alberi riduce lo stress, favorisce la socialità e rende gli spazi pubblici più accoglienti e sicuri. Per questo oggi le foreste urbane sono riconosciute come Nature-Based Solutions, soluzioni basate sulla natura fondamentali per città più sane e resilienti. Ma mettere a dimora nuovi alberi funziona solo se lo si fa con criterio: servono pianificazione, competenze tecniche e gestione nel tempo. L’<<albero giusto nel posto giusto>> fa davvero la differenza”. La Regione Emilia-Romagna, nell’ambito dell’interessante progetto “Mettiamo radici per il futuro”, che ha l’obiettivo di estendere la superficie boschiva della regione, da qualche anno mette a disposizione alberi gratuitamente (la prossima distribuzione riprenderà il 1 ottobre 2026 e durerà fino al 15 aprile 2027, con i 21 vivai accreditati in tutta la regione, pronti a consegnare gratuitamente a cittadini, scuole, associazioni ed enti pubblici che ne facciano richiesta le piante di “Mettiamo radici per il futuro”).  Dall’inizio della campagna (1° ottobre 2020) fino al 15 aprile 2026 sono stati distribuiti gratuitamente 3.338.165 alberi tramite i vivai privati, accreditati nell’ambito del Bando distribuzione gratuita piante forestali. A questi nuovi alberi ne vanno aggiunti altri 118.081 dei bandi forestazione urbana promossi dalla Regione e rivolti a Comuni e imprese: https://ambiente.regione.emilia-romagna.it/it/radiciperilfuturoer/progetto.   Qui per approfondire il Progetto MIRIFICUS: https://mirificus.isprambiente.it/home/Homepage.html.  Giovanni Caprio
September 3, 2026
Pressenza
Il patrimonio culturale come terreno di conflitto e riconciliazione
L’edizione cartacea di Heritage in Transition. Interpreting Memory, Communities, and Conflict pubblicato da CNR edizioni a cura di Immacolata Caruso, Giuseppe Pace e Gianmarco Pisa sarà disponibile dal 20 settembre 2026. La presentazione del libro spiega: > Dai processi di peacebuilding nei Balcani occidentali alla memoria contesa > della guerra civile spagnola, dagli ecomusei urbani al patrimonio costruito > sotterraneo: quattordici capitoli indagano il patrimonio culturale non come > eredità da conservare, ma come processo continuamente rimodellato da pratiche > sociali, memoria collettiva e interpretazione partecipativa.Settimo titolo > della collana Heritage and Community Identity di CNR edizioni, il volume nasce > dal ciclo di seminari Il patrimonio culturale in transizione promosso > congiuntamente dall’Istituto di ricerca su innovazione, diritto internazionale > e sostenibilità (CNR-IRIDIS, già CNR-IRISS), dall’Istituto di studi sul > Mediterraneo (CNR-ISMed) e dall’Istituto di scienze del patrimonio culturale > (CNR-ISPC), con il sostegno dell’Azione COST CA18110 Underground Built > Heritage as Catalyser for Community Valorisation, cui gran parte dei > contributi fa riferimento. > > Ai seminari è seguita una fase di rielaborazione e confronto sistematico tra > gli autori. > > Il volume muove da una constatazione: il patrimonio culturale viene invocato > come fonte di continuità proprio dalle comunità più frammentate, ma decidere > cosa conservare, come interpretarlo e per chi non è mai un’operazione > neutrale. L’esclusione più profonda non riguarda i processi decisionali, bensì > l’interpretazione: comunità che possono essere estromesse dal significato del > proprio patrimonio anche quando ne restano formalmente custodi. > > Da qui l’attenzione del libro alle memorie diasporiche e migranti – narrazioni > orali, riti, pratiche quotidiane che i curatori leggono come archivi > dell’incontro, dove la memoria si produce per traduzione e reinterpretazione > anziché per conservazione – e la messa a fuoco di un’ambivalenza che i > quattordici casi documentano senza risolverla: lo stesso patrimonio che può > sostenere il riconoscimento reciproco può altrettanto bene irrigidire le > divisioni. Comprendere a quali condizioni prevalga l’uno o l’altro esito è la > domanda che attraversa il volume. > > Il volume, scritto in lingua inglese e di 320 pagine a colori, si articola in > quattro sezioni > > * inquadramento della partecipazione e dell’interpretazione del patrimonio; > * pratiche inclusive e interculturali; > * patrimonio, conflitto e memoria; > * politiche, sviluppo e metodologie; > > è curato da: > – Immacolata Caruso, politologa, già prima ricercatrice CNR-ISMed; > – Giuseppe Pace, urbanista, primo ricercatore CNR-IRIDIS e professore presso > l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa; > – Gianmarco Pisa, operatore civile di pace, esperto di studi sulla pace e > trasformazione dei conflitti, IPRI-CCP; > > e raccoglie i contributi di Donatella Biagi, Massimo Carcione, Gemma Teresa > Colesanti, Ghislaine El Abid, Szilvia Fábián, Luisa Fatigati, Vana Filipovski, > Idamaria Fusco, Claudio Gnessi, Carmen Granito, Giuseppe Maino, Valentina > Noviello, Mariarosaria Rescigno, Valentina Russo, Montserrat Soto e Paola > Vona. > > Si rivolge a ricercatori, professionisti e amministrazioni impegnati > nell’interpretazione e nella gestione del patrimonio tangibile e intangibile. Heritage in Transition. Interpreting Memory, Communities, and Conflict è anche liberamente consultabile online all’indirizzo https://doi.org/10.19257/iriss06 Redazione Italia
August 25, 2026
Pressenza
Dipendenti del CNR vogliono fermare PaSwing: no alla complicità con il governo israeliano!
Lo scorso 25 giugno 62 dipendenti di 21 istituti del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) ha inviato una lettera alla dott.ssa Alessandra Sanson, direttrice dell’Istituto di Scienza, Tecnologia e Sostenibilità per lo Sviluppo dei Materiali Ceramici (ISSMC) per chiedere di fermare PaSwing, un progetto nato nel 2024 tra l’ISSMC di Faenza e il Ministero della Difesa dello Stato di Israele. Finanziato con 250.ooo €, ha come finalità quella di sviluppare ceramiche trasparenti utili per blindare mezzi terrestri e per proteggere sensori elettro-ottici e sistemi di puntamento. Dunque, ricercatori e ricercatrici sarebbero impiegate nello sviluppo di tecnologie a favore di uno Stato colpevole di pratiche genocidarie nella striscia di Gaza e che continua a perpetrare violenze in tutti i territori occupati della Palestina. Già il 15 maggio, anniversario della Nakba, era stata stilata una lettera che venne letta davanti ai cancelli dell’ISSMC di Faenza, in occasione dell’open day dell’Istituto. Come risposta i dirigenti si appellarono alla neutralità della scienza e della tecnologia aggiungendo che, in ogni caso, non avrebbero avuto il potere di sciogliere un accordo internazionale dipendente esclusivamente dalla direzione centrale del CNR. La rete “La ricerca che non va in guerra” – rete che sostiene attivamente la protesta – ci tiene invece a ribadire che scienza e tecnologia non sono neutre e che nell’indirizzare la ricerca è dovere di tutte e tutti non solo rispettare l’articolo 11 della Costituzione ma spendere anche le proprie energie per la salute pubblica e il bene comune. Come ha raccontato a L’Espresso Marco Cervino, ricercatore e referente dell’iniziativa, uno dei problemi fondamentali è la mancanza di trasparenza, ossia l’impossibilità per i dipendenti del CNR di monitorare se i risultati del proprio lavoro vengano utilizzati a fini bellici. D’altronde, anche nel caso del progetto PaSwing, è stato necessario un accesso agli atti per comprendere pienamente tutte le implicazioni militari del progetto. Una tale situazione impedisce inoltre l’istituzione di canali formali per l’obiezione di coscienza, uno strumento fondamentale per chi crede fermamente nella pace ma che non può essere utilizzato se chi opera viene tenuto all’oscuro delle conseguenze ultime del proprio lavoro. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università siamo sempre vicini a chi non si piega alle logiche della guerra e ribadiamo con forza la nostra convinzione: il progresso della scienza può essere solo quello che migliora la condizione delle persone, la loro salute e l’ambiente in cui vivono. Qualsiasi forma di conoscenza che semina morte e distruzione non merita di essere né finanziata né sostenuta. Fonti: https://lespresso.it/c/attualita/2026/7/31/stop-ricerca-guerra-cnr-progetto-faenza/63767; https://www.pressenza.com/it/2026/06/la-scienza-e-davvero-neutra-il-dissenso-etico-dei-ricercatori-cnr-unisce-litalia-da-nord-a-sud/ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
MACCHINE CHE EDUCANO-TENTATIVI DI APPROCCIO DEI SERVIZI SEGRETI- OBIEZIONE DI COSCIENZA ANTIMILITARISTA IN UNIVERSITA’@0
Estratti dalla puntata del 6 Luglio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia INTELLIGENZA ARTIFICIALE A SCUOLA Commentiamo i decreti attuativi del mese scorso che disciplinano l’applicazione dell’intelligenza artificiale a scuola, nei luoghi di lavoro e nelle operazioni di polizia. Torniamo ad intervistare Stefano Barale, uno tra i promotori dell’appello neo-luddista I.A.Basta! che promuove una sottrazione dall’adozione imposta dell’intelligenza artificiale nella didattica nella scuola pubblica. Oltre alle argomentazioni razionali chi domandiamo “che genere di mutamento antropologico rende possibile, perfino indifferente, la sostituzione della relazione umana con l’interazione con una macchina? Che genere di umanità produce l’utilizzo massivo dei Large Language Models in ambiti sociali particolarmente densi di relazione come quello dell’educazione? Con quale idea di vita degna di essere vissuta accettiamo l’adozione dell’I.A. a scuola? E ancora, nella pratica quotidiana, come può resistere un* insegnante all’imperio dell’innovazione tecnologica? TENTATIVI DI INFILTRAZIONE DEI SERVIZI SEGRETI A partire dalla recente vicenda di un compagno e lavoratore accademico che ha subito ripetuti tentativi di approccio da parte dei servizi segreti, ragioniamo sull’utilizzo sempre più diffuso degli infiltrati e dei tentativi di arruolamento di persone interne ai movimenti come dispositivo repressivo. Come socializzare e gestire queste ingerenze limitandone i danni? Allargando lo sguardo, come si sta evolvendo l’istituzione accademica, sempre più aruolata sul fronte interno ed esterno? OBIEZIONE DI COSCIENZA IN UNIVERSITA’, CONTRO LA GUERRA Marco Cervino, professore al CNR di Faenza ci racconta la mobilitazione dei tecnici e ricercatori del CNR per interrompere le collaborazioni con Israele e con le industrie belliche. Partito dall’istituto ISSMC di Faenza, il dissenso contro l’accordo militare con lo Stato d’Israele si esteso a livello nazionale, con una certa rilevanza mediatica negli scorsi giorni. Discutiamo di possibili strumenti pratici e canali formali per la sottrazzione dalla partecipazione alla macchina bellica e all’occupazione sionista come l’obiezione di coscienza.
MACCHINE CHE EDUCANO-TENTATIVI DI APPROCCIO DEI SERVIZI SEGRETI- OBIEZIONE DI COSCIENZA ANTIMILITARISTA IN UNIVERSITA’@1
Estratti dalla puntata del 6 Luglio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia INTELLIGENZA ARTIFICIALE A SCUOLA Commentiamo i decreti attuativi del mese scorso che disciplinano l’applicazione dell’intelligenza artificiale a scuola, nei luoghi di lavoro e nelle operazioni di polizia. Torniamo ad intervistare Stefano Barale, uno tra i promotori dell’appello neo-luddista I.A.Basta! che promuove una sottrazione dall’adozione imposta dell’intelligenza artificiale nella didattica nella scuola pubblica. Oltre alle argomentazioni razionali chi domandiamo “che genere di mutamento antropologico rende possibile, perfino indifferente, la sostituzione della relazione umana con l’interazione con una macchina? Che genere di umanità produce l’utilizzo massivo dei Large Language Models in ambiti sociali particolarmente densi di relazione come quello dell’educazione? Con quale idea di vita degna di essere vissuta accettiamo l’adozione dell’I.A. a scuola? E ancora, nella pratica quotidiana, come può resistere un* insegnante all’imperio dell’innovazione tecnologica? TENTATIVI DI INFILTRAZIONE DEI SERVIZI SEGRETI A partire dalla recente vicenda di un compagno e lavoratore accademico che ha subito ripetuti tentativi di approccio da parte dei servizi segreti, ragioniamo sull’utilizzo sempre più diffuso degli infiltrati e dei tentativi di arruolamento di persone interne ai movimenti come dispositivo repressivo. Come socializzare e gestire queste ingerenze limitandone i danni? Allargando lo sguardo, come si sta evolvendo l’istituzione accademica, sempre più aruolata sul fronte interno ed esterno? OBIEZIONE DI COSCIENZA IN UNIVERSITA’, CONTRO LA GUERRA Marco Cervino, professore al CNR di Faenza ci racconta la mobilitazione dei tecnici e ricercatori del CNR per interrompere le collaborazioni con Israele e con le industrie belliche. Partito dall’istituto ISSMC di Faenza, il dissenso contro l’accordo militare con lo Stato d’Israele si esteso a livello nazionale, con una certa rilevanza mediatica negli scorsi giorni. Discutiamo di possibili strumenti pratici e canali formali per la sottrazzione dalla partecipazione alla macchina bellica e all’occupazione sionista come l’obiezione di coscienza.
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Estratti dalla puntata del 6 Luglio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia INTELLIGENZA ARTIFICIALE A SCUOLA Commentiamo i decreti attuativi del mese scorso che disciplinano l’applicazione dell’intelligenza artificiale a scuola, nei luoghi di lavoro e nelle operazioni di polizia. Torniamo ad intervistare Stefano Barale, uno tra i promotori dell’appello neo-luddista I.A.Basta! che promuove una sottrazione dall’adozione imposta dell’intelligenza artificiale nella didattica nella scuola pubblica. Oltre alle argomentazioni razionali chi domandiamo “che genere di mutamento antropologico rende possibile, perfino indifferente, la sostituzione della relazione umana con l’interazione con una macchina? Che genere di umanità produce l’utilizzo massivo dei Large Language Models in ambiti sociali particolarmente densi di relazione come quello dell’educazione? Con quale idea di vita degna di essere vissuta accettiamo l’adozione dell’I.A. a scuola? E ancora, nella pratica quotidiana, come può resistere un* insegnante all’imperio dell’innovazione tecnologica? TENTATIVI DI INFILTRAZIONE DEI SERVIZI SEGRETI A partire dalla recente vicenda di un compagno e lavoratore accademico che ha subito ripetuti tentativi di approccio da parte dei servizi segreti, ragioniamo sull’utilizzo sempre più diffuso degli infiltrati e dei tentativi di arruolamento di persone interne ai movimenti come dispositivo repressivo. Come socializzare e gestire queste ingerenze limitandone i danni? Allargando lo sguardo, come si sta evolvendo l’istituzione accademica, sempre più aruolata sul fronte interno ed esterno? OBIEZIONE DI COSCIENZA IN UNIVERSITA’, CONTRO LA GUERRA Marco Cervino, professore al CNR di Faenza ci racconta la mobilitazione dei tecnici e ricercatori del CNR per interrompere le collaborazioni con Israele e con le industrie belliche. Partito dall’istituto ISSMC di Faenza, il dissenso contro l’accordo militare con lo Stato d’Israele si esteso a livello nazionale, con una certa rilevanza mediatica negli scorsi giorni. Discutiamo di possibili strumenti pratici e canali formali per la sottrazzione dalla partecipazione alla macchina bellica e all’occupazione sionista come l’obiezione di coscienza.
MACCHINE CHE EDUCANO-TENTATIVI DI APPROCCIO DEI SERVIZI SEGRETI- OBIEZIONE DI COSCIENZA ANTIMILITARISTA IN UNIVERSITA’
Estratti dalla puntata del 6 Luglio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia INTELLIGENZA ARTIFICIALE A SCUOLA Commentiamo i decreti attuativi del mese scorso che disciplinano l’applicazione dell’intelligenza artificiale a scuola, nei luoghi di lavoro e nelle operazioni di polizia. Torniamo ad intervistare Stefano Barale, uno tra i promotori dell’appello neo-luddista I.A.Basta! che promuove una sottrazione dall’adozione imposta dell’intelligenza artificiale nella didattica nella scuola pubblica. Oltre alle argomentazioni razionali chi domandiamo “che genere di mutamento antropologico rende possibile, perfino indifferente, la sostituzione della relazione umana con l’interazione con una macchina? Che genere di umanità produce l’utilizzo massivo dei Large Language Models in ambiti sociali particolarmente densi di relazione come quello dell’educazione? Con quale idea di vita degna di essere vissuta accettiamo l’adozione dell’I.A. a scuola? E ancora, nella pratica quotidiana, come può resistere un* insegnante all’imperio dell’innovazione tecnologica? TENTATIVI DI INFILTRAZIONE DEI SERVIZI SEGRETI A partire dalla recente vicenda di un compagno e lavoratore accademico che ha subito ripetuti tentativi di approccio da parte dei servizi segreti, ragioniamo sull’utilizzo sempre più diffuso degli infiltrati e dei tentativi di arruolamento di persone interne ai movimenti come dispositivo repressivo. Come socializzare e gestire queste ingerenze limitandone i danni? Allargando lo sguardo, come si sta evolvendo l’istituzione accademica, sempre più aruolata sul fronte interno ed esterno? OBIEZIONE DI COSCIENZA IN UNIVERSITA’, CONTRO LA GUERRA Marco Cervino, professore al CNR di Faenza ci racconta la mobilitazione dei tecnici e ricercatori del CNR per interrompere le collaborazioni con Israele e con le industrie belliche. Partito dall’istituto ISSMC di Faenza, il dissenso contro l’accordo militare con lo Stato d’Israele si esteso a livello nazionale, con una certa rilevanza mediatica negli scorsi giorni. Discutiamo di possibili strumenti pratici e canali formali per la sottrazzione dalla partecipazione alla macchina bellica e all’occupazione sionista come l’obiezione di coscienza.
July 7, 2026
Radio Blackout
La scienza è davvero neutra? Il dissenso etico dei ricercatori CNR unisce l’Italia da Nord a Sud
CASO PASWING. Partito dall’istituto ISSMC di Faenza, il dissenso contro l’accordo militare con lo Stato d’Israele si estende a livello nazionale: 62 dipendenti di 21 istituti firmano una nuova lettera alla dirigenza, unendo la comunità scientifica dal Trentino a Palermo. La ricerca scientifica pubblica italiana si trova a un bivio fondamentale tra l’imperativo costituzionale della pace e le logiche dei finanziamenti all’industria bellica. Giovedì 25 giugno 2026, sessantadue dipendenti del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) hanno inviato una seconda e dettagliata lettera formale alla Direttrice dell’Istituto di Scienza, Tecnologia e Sostenibilità per lo Sviluppo dei Materiali Ceramici (ISSMC), la Dott.ssa Alessandra Sanson. L’obiettivo primario di questa mobilitazione collettiva è esigere l’interruzione immediata del contratto relativo al progetto denominato “PaSwing“. La rete denominata “La ricerca che non va in guerra”, solleva un profondo interrogativo istituzionale: come può la scienza pubblica conciliare i propri scopi di progresso sociale e tutela ambientale con lo sviluppo di tecnologie destinate a scenari di conflitto armato? Questo nuovo atto di dissenso rappresenta l’evoluzione strutturale di una protesta nata a metà maggio a Faenza, con una prima lettera scritta in occasione dell’Open Day dell’istituto ceramico. Letta pubblicamente il 17 maggio — data simbolica che coincideva con il settantottesimo anniversario della Nakba palestinese, attivisti, difensori dei diritti umani, ambientalisti e ricercatori si sono riuniti davanti ai cancelli denunciando l’ambiguità etica di una ricerca scientifica controllata da interessi economici bellici. Se inizialmente la contestazione sembrava circoscritta a un nucleo locale, oggi il panorama è radicalmente mutato. La seconda lettera unisce lo sguardo e l’impegno di professionisti provenienti da ben ventuno istituti CNR differenti, dislocati in varie sedi su tutto il territorio nazionale. Dal Trentino fino a Palermo, la comunità scientifica ha scelto di superare i confini della propria specificità disciplinare per trasformare la questione in un caso politico di rilevanza nazionale, capace di impattare direttamente sui sistemi globali di tutela dei diritti umani e del diritto internazionale. Il progetto PaSwing e la responsabilità delle istituzioni pubbliche Al centro della complessa disputa scientifica si colloca il progetto “PaSwing”, acronimo di Spinel Windows Joining by Glass. Si tratta di un accordo di cooperazione scientifica avviato nel corso del 2024 tra l’istituto ISSMC di Faenza e il Ministero della Difesa dello Stato d’Israele. Dal punto di vista strettamente tecnico, le attività di ricerca vertono sullo sviluppo e l’ottimizzazione di materiali ceramici trasparenti avanzati. I documenti tecnici e le segnalazioni fornite dai ricercatori evidenziano come tali materiali trovino applicazione diretta nella schermatura e nella componentistica di mezzi militari terrestri. La natura intrinsecamente duale o prettamente bellica di questo studio rompe la narrazione di una scienza neutra e asettica, separata dalle conseguenze materiali della sua applicazione pratica. Le strutture dirigenti locali dell’istituto di Faenza, interpellate già durante le manifestazioni di maggio, hanno storicamente risposto invocando la neutralità tecnologica. La dirigenza ha inoltre precisato di non possedere i margini di autonomia giuridica necessari per decretare la rescissione unilaterale di un simile accordo internazionale, rimandando ogni responsabilità gestionale e politica alla direzione centrale del CNR a Roma. Questo rimpallo di competenze evidenzia un nodo strutturale tipico dei grandi enti di ricerca moderni: la frammentazione burocratica rischia di oscurare le responsabilità decisionali, rendendo difficile l’applicazione di principi etici fondamentali all’interno dei singoli laboratori. Di fronte a questo blocco istituzionale, la rete dei lavoratori firmatari ha deciso di denunciare l’assenza di canali formali per l’obiezione di coscienza, un limite grave che di fatto lede il diritto del personale scientifico di non cooperare a progetti in aperto contrasto con le proprie convinzioni morali. Implicazioni geopolitiche, etica, ecologica e giustizia sociale La mobilitazione dei sessantadue dipendenti non si limita a una critica burocratica, ma si inserisce in una più ampia analisi delle connessioni esistenti tra militarismo, sfruttamento della conoscenza e violazione dei diritti umani. I firmatari ricordano che i vertici governativi israeliani sono attualmente coinvolti nelle offensive militari su Gaza e nei territori palestinesi occupati. Proseguire le attività scientifiche pianificate all’interno di PaSwing espone l’ente pubblico italiano al rischio concreto di una complicità indiretta nelle violazioni del diritto internazionale e nei crimini contro l’umanità perpetrati nei teatri di guerra. L’interruzione delle collaborazioni belliche viene indicata dai lavoratori come l’unica via per dare attuazione pratica all’Articolo 11 della Costituzione Italiana, il quale sancisce in modo inequivocabile il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. L’analisi condotta dal movimento evidenzia inoltre un profondo legame con l’ecologia integrale e la salute pubblica. Le risorse economiche, l’intelligenza collettiva e le infrastrutture tecnologiche dello Stato dovrebbero essere orientate alla gestione delle gravi crisi ambientali, alla conversione ecologica e alla tutela dei beni comuni. Sottrarre fondi e competenze alla ricerca civile per destinarli all’efficienza degli apparati bellici rappresenta un danno diretto per la collettività. Durante l’Open Day dello scorso maggio, i lavoratori e vari movimenti civici di tutta la regione Emilia Romagna avevano chiesto formalmente di integrare nei programmi dei laboratori una sessione di riflessione critica sul legame tra etica e industria militare, rivendicando la necessità impellente di una piena corrispondenza tra i principi di pace professati e le scelte istituzionali quotidiane. La totale assenza di risposte concrete da parte dei vertici ha spinto i dipendenti a formalizzare un nuovo e più severo avvertimento d’azione. Verso un’ampia mobilitazione della vigilanza civile Nella missiva spedita il 25 giugno, scienziati, lavoratrici e i lavoratori del CNR hanno esplicitato i contorni di una precisa assunzione di responsabilità che chiama in causa l’intera struttura amministrativa dell’ente scientifico. Il testo dichiara testualmente la volontà di fare emergere le responsabilità individuali ai vari livelli gestionali del CNR per superare l’opacità dei processi decisionali. Il documento si conclude con una dichiarazione programmatica che delinea le prossime tappe della mobilitazione nazionale: > “Al fine di giungere quanto meno alla sospensione di tale accordo, vanno > chiarite le responsabilità ai diversi livelli di gestione dell’Ente. Le > sottoscritte ed i sottoscritti confermano il proprio impegno a promuovere > azioni tra cui manifestazioni, lettere, interviste, contributi sui mezzi di > informazione, ricorsi e interlocuzioni coerenti con l’obiettivo di evitare > ogni forma di collaborazione del CNR che possa comportare rischi di complicità > in genocidio e crimini contro l’umanità.” La rete “La ricerca che non va in guerra” non si configura come un’associazione gerarchica o formale, bensì come una rete spontanea di scienziati e tecnici che hanno scelto di esporsi in prima persona per difendere l’integrità morale della propria professione e rivendicare il diritto di fare obiezione di coscienza. La crescita del fronte del dissenso dimostra che la base lavorativa dell’ente rifiuta la logica della sottomissione alle commesse militari. Questo appello si trasforma in un invito aperto alla vigilanza democratica rivolto a tutta la società civile, al mondo universitario, al mondo della ricerca e dell’istruzione e alle reti ambientaliste: la scienza deve rimanere un presidio globale di pace, progresso e giustizia sociale, e la mobilitazione attuale rappresenta solo l’inizio di un lungo percorso di riscatto etico. Istituti coinvolti: CNR-NANO (Istituto Nanoscienze) • Istituto di Biofisica (IBF) • Istituto di Bioscienze e Biorisorse (IBBR) • Istituto di Calcolo e Reti ad Alte Prestazioni (ICAR) • Istituto di Farmacologia Traslazionale (IFT) • Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica (IRPI) • Istituto di Ricerca sugli Ecosistemi Terrestri (IRET) • Istituto di Scienza, Tecnologia e Sostenibilità per lo Sviluppo dei Materiali Ceramici (ISSMC) • Istituto di Scienze Applicate e Sistemi Intelligenti “Eduardo Caianiello” (ISASI) • Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC) • Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione (ISTC) • Istituto di Scienze Marine (ISMAR) • Istituto Nazionale di Ottica (INO) • Istituto per il Rilevamento Elettromagnetico dell’Ambiente (IREA) • Istituto per la Bioeconomia (IBE) • Istituto per la Microelettronica e Microsistemi (IMM) • Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante (IPSP) • Istituto per la Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico Moderno (ISPF) • Istituto per la Tecnologia delle Membrane (ITM) • Istituto per le Applicazioni del Calcolo (IAC) • Istituto per lo Studio dei Materiali Nanostrutturati (ISMN). Sedi territoriali: Agrate Brianza (MB), Bari, Bologna, Cosenza, Faenza, Genova, Lamezia Terme, Lecce, Milano, Modena, Napoli, Padova, Palermo, Perugia, Pisa, Porano, Pozzuoli, Rende (CS), Roma, San Michele all’Adige (TN), Sesto Fiorentino, Tito Scalo, Torino, Trento, Venezia. Articoli correlati: > Al CNR di Faenza, la ricerca che rifiuta la guerra conferenza al CNR di Bologna “La ricerca non va in guerra” (febbraio 2026) Redazione Romagna
June 27, 2026
Pressenza
Al CNR di Faenza, la ricerca che rifiuta la guerra
La pioggia ha accompagnato l’inizio del presidio davanti al CNR di Faenza questo venerdì. Cartelli bagnati, strumenti musicali riparati alla meglio sotto gli ombrelli in via Granarolo. Poi, lentamente, il cielo si è aperto. È uscito il sole mentre le persone continuavano a parlare di guerra, ricerca scientifica, salute, ambiente, obiezione di coscienza, diritti umani e tutela dei beni comuni. Un cambiamento atmosferico che molti hanno visto quasi come un segno poetico, un legame profondo con la natura che sembrava accogliere la richiesta di trasparenza, etica e pace. Il presidio “Ceramica per la sanità, non per le armi”, organizzato il 15 maggio davanti alla sede del CNR e dell’ISSMC di Faenza, si è svolto nel giorno dell’open day dell’istituto, mentre ricercatori e tecnici aprivano i laboratori al pubblico per mostrare le ricerche sui materiali ceramici e aerospaziali. Fuori, intanto, attivisti, associazioni e cittadini chiedevano che la ricerca pubblica non venga coinvolta in progetti militari e in collaborazioni con istituzioni israeliane legate all’industria bellica. Al megafono si sono alternati diversi esponenti della società civile e del mondo della ricerca, offrendo sguardi complementari sulla responsabilità etica delle istituzioni pubbliche, degli scienziati e dei cittadini. Ha preso la parola Linda Maggiori, giornalista, scrittrice e blogger impegnata da anni sui temi dell’ecologia integrale, della mobilità sostenibile e della giustizia sociale. È intervenuto poi Pippo Tadolini del Coordinamento Ravennate per il Clima Fuori dal Fossile, ricordando le prossime tappe della Carovana “Diritti e Rovesci”. Successivamente si sono alternati il giovane attivista Gioele Angeli, in rappresentanza di OSA, Giuseppe Curcio dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e Marco Cervino, ricercatore del CNR di Bologna e membro della rete nazionale “La ricerca non va in guerra”, una rete di ricercatori contrari all’uso militare della ricerca pubblica. Tutti gli interventi hanno ribadito con forza che istruzione, università e ricerca dovrebbero rimanere spazi di crescita collettiva, confronto e pace, sottraendosi alle logiche della guerra e della produzione bellica. Mentre fuori dai cancelli proseguivano gli interventi e i canti, Linda Maggiori è entrata all’interno dell’istituto per partecipare alle iniziative dell’open day, intervenendo nella conferenza dedicata alle tecnologie aerospaziali. In un resoconto condiviso successivamente sui social, la giornalista ha raccontato di avere posto domande precise sul rapporto tra ricerca scientifica e industria militare, contestando apertamente l’idea di una scienza neutrale, separata dalle conseguenze concrete delle proprie applicazioni. Di fronte alle risposte di chi definisce la tecnologia uno strumento “neutro”, né buono né cattivo, i manifestanti hanno ricordato che questa impostazione rischia di cancellare la responsabilità etica degli scienziati rispetto agli effetti concreti delle loro ricerche. Il fulcro della mobilitazione faentina è rappresentato dal progetto “Pa Swing”, acronimo di “Spinel Windows Joining by Glass”, una collaborazione scientifica avviata nel 2024 tra l’Istituto di Scienza, Tecnologia e Sostenibilità per lo Sviluppo dei Materiali Ceramici di Faenza e il Ministero della Difesa israeliano. Secondo documenti scientifici e segnalazioni dei ricercatori, il progetto riguarda lo sviluppo di materiali ceramici trasparenti destinati ad applicazioni per mezzi militari terrestri. La questione è stata sollevata dalla rete “La ricerca non va in guerra”, composta da ricercatori e lavoratori del CNR contrari ai progetti collegati a enti governativi coinvolti nell’attuale offensiva su Gaza e nei territori palestinesi occupati. Per i manifestanti, interrompere queste collaborazioni significa applicare concretamente il principio costituzionale che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. Nei giorni precedenti all’evento, una lettera aperta era stata indirizzata alla direttrice dell’istituto, Alessandra Sanson, chiedendo che all’interno dell’open day trovasse spazio anche una riflessione critica sul rapporto tra etica, ricerca e industria militare. Nel testo si sosteneva la necessità di “una corrispondenza fra etica che ripudia i crimini di guerra e scelte individuali e istituzionali”. Secondo quanto riferito da Linda Maggiori dopo l’incontro con la direttrice, una delegazione ha consegnato una lettera chiedendo l’interruzione della collaborazione con Israele e l’avvio di progetti sanitari con la Palestina. La dirigenza avrebbe garantito libertà di espressione e dibattito interno per il personale dell’istituto, specificando però di non avere l’autonomia necessaria per interrompere unilateralmente il progetto, decisione che spetterebbe alla direzione nazionale del CNR. Il presidio si è svolto in una data dall’alto valore simbolico, il 78° anniversario della Nakba palestinese, la “catastrofe” del 1948 che segnò l’espulsione forzata di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro terre. Per le realtà organizzatrici, questa ricorrenza ha permesso di collegare la memoria storica dei diritti violati alla riflessione contemporanea sulle guerre e sulle responsabilità collettive. L’iniziativa ha mostrato come ricerca, industria e molti ambiti considerati “neutrali” abbiano invece un ruolo concreto negli attuali scenari di guerra. Ma la giornata faentina non è stata soltanto una mobilitazione contro il riarmo. È stata anche una delle tappe centrali della Carovana ambientalista e sociale “Diritti e Rovesci”, promossa da RECA Emilia-Romagna e AMAS-ER. Da aprile a giugno, la Carovana attraversa tutta la regione coinvolgendo oltre 90 associazioni, comitati e realtà territoriali sui temi della crisi climatica, del consumo di suolo, dell’inquinamento, delle alluvioni, della salute pubblica e della conversione ecologica. La tappa di Faenza ha assunto un significato particolare proprio perché ha unito questi temi a una riflessione più ampia sui diritti umani: non soltanto ambiente e diritto alla salute, ma anche guerra, ricerca scientifica, obiezione di coscienza, industria militare e libertà di dissenso nei luoghi di lavoro. A Faenza, più che gli slogan, sono rimaste impresse le immagini: le persone ferme sotto la pioggia, i dialoghi davanti ai cancelli del CNR, gli strumenti musicali e i canti, le lettere consegnate a mano, le spillette con scritto “Io non collaboro con Israele” distribuite dai ricercatori obiettori di Faenza, il tentativo ostinato di aprire spazi di discussione dentro e fuori i luoghi della ricerca. Quando il sole è comparso, illuminando bandiere, striscioni e le strade ancora bagnate, il presidio non aveva certo risolto il conflitto aperto attorno ai progetti militari. Ma aveva reso visibile qualcosa di difficile da ignorare: l’esistenza di ricercatori, cittadini, studenti e lavoratori che rifiutano l’idea che la scienza possa procedere separata da coscienza ed etica. PROSSIMI APPUNTAMENTI DELLA CAROVANA “DIRITTI E ROVESCI” : * Calendario di tutti gli eventi: https://www.recaemiliaromagna.it/ * Appuntamento sotto la sede della Regione: Bologna, 26 maggio 2026, ritrovo ore 9.00 con le reti ambientaliste, che convergeranno nella stessa giornata con il sit-in pomeridiano della rete “Basta Complicità”, in cui confluiranno anche i Giovani Palestinesi, il BDS e i Sanitari Per Gaza di Bologna per consegnare tutte le firme raccolte finora. .. video qui. > Non ci hanno permesso di fare foto o filmare gli interventi. Non hanno > permesso ad un ricercatore venuto apposta da Reggio Emilia di leggere il suo > intervento. […]  ricercatori obiettori di Faenza non possono parlare > pubblicamente del loro dissenso, tanto che nessuno di loro ha potuto parlare > nel nostro presidio. Questo ci è stato implicitamente confermato dalla > direttrice e ci sembra una cosa gravissima, che lede anche i diritti dei > lavoratori. […] Noi allora continueremo a fare presidi, sia a Faenza sia a > Roma per chiedere di fermare questa complicità criminale, e per chiedere di > iniziare progetti in campo sanitario con la Palestina. > > Continueremo a sostenere i ricercatori e le ricercatrici, a fare emergere la > verità e a non lasciare che il silenzio ricopra tutto. Basta ricerca per il > Genocidio!! > Linda Maggiori Redazione Romagna
May 17, 2026
Pressenza
Contro la chiusura dell’Istituto di Studi Giuridici Internazionali del CNR
L’Unione Sindacale di Base esprime forte contrarietà rispetto alla decisione del Consiglio Nazionale delle Ricerche di procedere all’eliminazione dell’Istituto di Studi Giuridici Internazionali, struttura che da oltre quarant’anni rappresenta un presidio fondamentale per la ricerca pubblica nel campo del diritto internazionale, dei diritti umani, delle migrazioni, dell’ambiente e della cooperazione tra i popoli. La notizia, riportata da Il Fatto Quotidiano, conferma una deriva ormai evidente all’interno del CNR: smantellare competenze strategiche e ridurre gli spazi di ricerca critica, pubblica e indipendente. USB ritiene gravissimo che, in una fase storica segnata da guerre, crisi geopolitiche, restrizione dei diritti e ridefinizione degli equilibri internazionali, si scelga proprio di colpire un istituto dedicato allo studio del diritto internazionale e alla tutela dei diritti fondamentali. Dietro la retorica della “razionalizzazione” si nasconde ancora una volta una logica puramente aziendalista che considera la ricerca pubblica solo in funzione dell’immediata spendibilità economica, penalizzando invece quei settori che producono conoscenza critica, autonomia culturale e funzione democratica. USB denuncia inoltre l’assenza di un reale confronto con lavoratrici, lavoratori e comunità scientifica. Le scelte strategiche sul futuro degli enti pubblici di ricerca non possono essere assunte nelle stanze dei vertici amministrativi senza trasparenza e partecipazione. Difendere l’ISGI significa difendere l’idea stessa di ricerca pubblica come bene comune, libera dalle pressioni politiche ed economiche e capace di contribuire allo sviluppo civile e democratico del Paese. USB Ricerca chiede: – il ritiro immediato del provvedimento di soppressione dell’Istituto; – l’apertura di un confronto pubblico con personale e comunità scientifica; – un piano di rilancio della ricerca pubblica fondato su investimenti, stabilizzazione del personale e valorizzazione delle competenze; – il rispetto dell’autonomia scientifica degli enti pubblici di ricerca. USB sarà al fianco delle lavoratrici, dei lavoratori e di tutte le realtà accademiche e sociali che si opporranno a questa scelta sbagliata e miope. Unione Sindacale di Base
May 13, 2026
Pressenza