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Tumore al seno, in trent’anni la sopravvivenza in Italia è salita quasi al 90%
Il tumore al seno continua a essere la neoplasia più diagnosticata tra le donne italiane, ma oggi ricevere una diagnosi significa affrontare prospettive molto diverse rispetto a trent’anni fa. La sopravvivenza a cinque anni ha raggiunto l’89,5%, contro il 78% registrato all’inizio degli anni Novanta, mentre la mortalità continua a diminuire. Tra il 2007 e il 2019 sono stati registrati 10.223 decessi per tumore della mammella in meno rispetto a quelli attesi mantenendo i tassi medi del 2003-2006, pari a una riduzione del 6%. Le stime indicano che ogni anno in Italia ricevono una diagnosi di car... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.   ABBONATI / SOSTIENI   L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. Username Password Ricordami     Password dimenticata The post Tumore al seno, in trent’anni la sopravvivenza in Italia è salita quasi al 90% appeared first on L'Indipendente.
October 9, 2026
L'INDIPENDENTE
Prevenire gli incendi usando vacche, capre e asini: l’esperimento della Spagna
A Vincios, comune della Galizia spagnola, un incendio nel 2017 spazzò via ettari di sottobosco e convinse gli abitanti a fare i conti con il passato. Le associazioni che gestiscono collettivamente il territorio hanno rimesso al pascolo la vacca Cachena, la razza bovina più piccola della penisola iberica, insieme a capre e pecore, perché brucassero la vegetazione secca prima che potesse essere arsa dal fuoco. Da allora la pratica si è allargata ad altre regioni spagnole: pastori, sindaci e volontari riportano in campo un metodo vecchio quanto la pastorizia, mentre il Paese esce da un 2025 da record per superficie bruciata e affronta un’estate 2026 con temperature di luglio superiori di oltre 5 gradi rispetto alla media 1961-1990. La Cachena, chiamata localmente “vacca-capra” perché mangia quasi di tutto e si arrampica dove le mandrie più grandi non passano, era quasi scomparsa a causa della piantumazione intensiva di pini ed eucalipti per l’industria del legno, mentre la popolazione rurale migrava verso le città e i terreni restavano incolti. Il risultato è stato un accumulo di sterpaglie e arbusti proprio nella regione che nel 2025 è stata l’epicentro della peggiore stagione di incendi mai registrata in Spagna. Il ritorno della Cachena racconta la scala del fenomeno: il capo di bestiame è passato da circa 400 a 8mila esemplari all’inizio del 2026, mentre anche in Andalusia, Catalogna e Castiglia-La Mancha proprietari terrieri e collettivi scelgono l’allevamento come prevenzione. Le capre restano l’animale più usato: tra i pochi erbivori che si nutrono volentieri di arbusti spinosi e piante secche, il materiale più infiammabile, e per questo creano le fasce tagliafuoco. La tecnica, riconducibile all’agroforestazione, è stata adottata quest’estate anche nelle aree colpite dagli incendi di Ávila e Madrid. Raquel Tejedor, tecnica di ricerca del Centro Tecnologico Forestale della Catalogna, sostiene che questo approccio possa dare un contributo decisivo alla prevenzione degli incendi, soprattutto nelle zone di confine tra pascoli e boschi. La Commissione Europea sostiene progetti simili con i fondi LIFE. Resta un nodo economico: mantenere un gregge costa e non rende granché, così sono le amministrazioni locali a finanziare i pastori, integrando le altre pratiche di gestione del territorio. Accanto a capre e vacche, in Catalogna sono comparsi anche gli asini. Il progetto Burros Bomberos (Asini Pompieri) è nato nel 2013 a Tivissa, Tarragona, quando un incendio minacciò la proprietà del sindaco del paese: da un piccolo gruppo di animali è cresciuto fino a contare centinaia di asini impiegati per tenere puliti boschi e terreni comunali. I sentieri che scavano brucando, secondo i promotori, potrebbero servire ai vigili del fuoco per trascinare le manichette. Nel parco di Doñana, in Andalusia, l’associazione El Burrito Feliz (L’Asinello Felice) porta avanti da un decennio un’iniziativa simile con diciotto asini, i “pompieri erbivori” come li chiama il presidente Luis Manuel Bejarano: lavorano sette ore al giorno da marzo a novembre e, sostiene l’associazione, nella zona non si registra un incendio boschivo da nove anni. In Catalogna la rete Ramats de Foc, della Fondazione Pau Costa con i vigili del fuoco della Generalitat, mette in contatto allevatori e servizi antincendio. Che non si tratti solo di buon senso contadino lo conferma uno studio pubblicato sulla rivista Land che ha analizzato il caso della Sierra de Gata, in Estremadura, dove un incendio nel 2015 bruciò quasi 8mila ettari. Il progetto Mosaico-Extremadura, nato in risposta al rogo, ha coinvolto pastori e agricoltori in 23 interventi su 732 ettari, il 18% zootecnici. Le simulazioni del comportamento del fuoco mostrano che le aree pascolate hanno migliorato la capacità di estinzione dell’incendio nell’84% della superficie analizzata nello scenario più moderato, e nel 76% in quello estremo, soprattutto sui pendii scoscesi dove le capre arrivano dove i mezzi meccanici non passano. In Andalusia il programma RAPCA (Red de Áreas Pasto-Cortafuegos de Andalucía, in italiano Rete di Aree Pascolo-Tagliafuoco dell’Andalusia), coinvolge già 220 pastori su quasi 6mila ettari di fasce tagliafuoco nei boschi pubblici. La pratica non è un’esclusiva iberica. In California, tra Fresno e San Clemente, le capre pascolano il cardo giallo, pianta molto infiammabile; in Italia, sul monte Magnodeno sopra Lecco, i pastori ricevono dal 2023 terreni comunali gratuiti in cambio della pulizia del sottobosco. Il filo che lega queste storie è lo stesso: dove l’uomo ha abbandonato la montagna, il fuoco ha preso il suo posto, e a contenerlo, paradossalmente, non sono i droni o gli elicotteri, ma un gregge che bruca come accadeva prima che venissero inventati gli idranti.   The post Prevenire gli incendi usando vacche, capre e asini: l’esperimento della Spagna appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 5, 2026
L'INDIPENDENTE
Puntata del 21/07/2026@0
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Sandro, lavoratore in università di Torino iscritto al sindacato di base CUB. Con lui abbiamo commentato quanto riportato nel loro ultimo comunicato: “La gestione del cambio d’appalto per i servizi di portierato e supporto logistico dell’Università di Torino è inaccettabile. Tra proroghe infinite e totale mancanza di comunicazioni ufficiali, i lavoratori si trovano ad affrontare un momento delicato basandosi solo su voci di corridoio. Ricordiamo alla nuova azienda subentrante che esistono diritti che NON possono essere messi in discussione: Salvaguardia del contratto e dell’anzianità Mantenimento delle mansioni Nessuna riduzione di ore o stipendio“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata è stato quello dei controlli dell’Ispettorato del Lavoro, infatti in compagnia telefonica di Valeria, Ispettrice iscritta al sindacato USB, siamo andati a discutere su come vengono fatti i controlli, con che limiti e come si potrebbero migliorare le cose. Abbiamo voluto fare questo approfondimento per fare capire in quali condizioni versa questo istituto, che se organizzato e finanziato meglio di come lo è allo stato attuale, potrebbe essere davvero efficace per sgominare situazioni criminogene o rischiose per chi lavora e per la popolazione in generale. Buon ascolto
Puntata del 21/07/2026@1
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Sandro, lavoratore in università di Torino iscritto al sindacato di base CUB. Con lui abbiamo commentato quanto riportato nel loro ultimo comunicato: “La gestione del cambio d’appalto per i servizi di portierato e supporto logistico dell’Università di Torino è inaccettabile. Tra proroghe infinite e totale mancanza di comunicazioni ufficiali, i lavoratori si trovano ad affrontare un momento delicato basandosi solo su voci di corridoio. Ricordiamo alla nuova azienda subentrante che esistono diritti che NON possono essere messi in discussione: Salvaguardia del contratto e dell’anzianità Mantenimento delle mansioni Nessuna riduzione di ore o stipendio“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata è stato quello dei controlli dell’Ispettorato del Lavoro, infatti in compagnia telefonica di Valeria, Ispettrice iscritta al sindacato USB, siamo andati a discutere su come vengono fatti i controlli, con che limiti e come si potrebbero migliorare le cose. Abbiamo voluto fare questo approfondimento per fare capire in quali condizioni versa questo istituto, che se organizzato e finanziato meglio di come lo è allo stato attuale, potrebbe essere davvero efficace per sgominare situazioni criminogene o rischiose per chi lavora e per la popolazione in generale. Buon ascolto
Stragi di Viareggio e Ponte Morandi. Quando la condanna è prevenzione
Le condanne ai manager privati e a pubblici funzionari per il crollo del Ponte Morandi a Genova, sono un atto di giustizia e anche di prevenzione. Dopo la sentenza definitiva verso Mauro Moretti per la Strage di Viareggio, quella in primo grado per Giovanni Castellucci ex AD delle Autostrade e […] L'articolo Stragi di Viareggio e Ponte Morandi. Quando la condanna è prevenzione su Contropiano.
July 17, 2026
Contropiano
Pisa, “Mese della prevenzione sugli abusi” diventa “Mese dei figli dei militari”: proteste dell’Osservatorio
Il mese di aprile è stato designato come “Mese della Prevenzione degli Abusi sui Minori” negli Stati Uniti nel 1983[1], allo scopo di portare particolare attenzione sul tema dei maltrattamenti delle persone piccole e sulla necessità che le comunità lavorino insieme per il sostegno alle famiglie e la prevenzione di ogni forma di violenza[2]. All’interno delle forze armate, nelle basi USA e nelle scuole per la prole delle/dei militari, qui comprese la base militare di Camp Darby e la scuola elementare e media DoWEA (Department of War Education Activity) di Livorno questa ricorrenza diventa il “Mese dei figli di militari”. Un’occasione per far conoscere ai genitori i metodi della pedagogia amorevole, così lontani dall’addestramento militare? Per uscire dalle basi, conoscere i luoghi e creare occasioni d’incontro per la prole dei militari con le persone piccole del posto? Macché, niente di tutto questo. Leggiamo sul sito del DoWEA che “il Mese dei figli di militari” è un «momento per applaudire le famiglie dei militari, i loro figli e le loro figlie per i sacrifici quotidiani e le sfide che superano» e che «nel corso del mese, la DoWEA incoraggerà le scuole a organizzare eventi speciali per onorare i bambini militari e far sì che amministratori e presidi integrino i temi di questo mese nei loro doveri e responsabilità quotidiani. Questi sforzi ed eventi speciali sottolineeranno l’importanza di fornire ai bambini servizi e sostegno di qualità per aiutarli ad avere successo nello stile di vita militare mobile».[3] Il comma 1 dell’articolo 29 della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza del 1989 recita così: «Gli Stati parti convengono che l’educazione del fanciullo deve avere come finalità: a) favorire lo sviluppo della personalità del fanciullo nonché lo sviluppo delle sue facoltà e delle sue attitudini mentali e fisiche, in tutta la loro potenzialità; b) sviluppare nel fanciullo il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dei principi consacrati nella Carta delle Nazioni Unite; c) sviluppare nel fanciullo il rispetto dei suoi genitori, della sua identità, della sua lingua e dei suoi valori culturali, nonché il rispetto dei valori nazionali del paese nel quale vive, del paese di cui può essere originario e delle civiltà diverse dalla sua; d) preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi e delle persone di origine autoctona; e) sviluppare nel fanciullo il rispetto dell’ambiente naturale».[4] La retorica di esaltazione dei “valori” militari che il “Mese dei figli di militari” mette in evidenza ci appare in contraddizione coi principi sopra citati. A queste persone piccole la carriera militare e la guerra vengono presentate non solo come necessarie, ma addirittura virtuose; devono convivere con l’idea che i propri genitori rischino la vita (e uccidano altre persone, magari piccole come loro, un aspetto che non viene sottolineato sul sito del DoWEA). Allora si organizzano feste e iniziative varie (aspettiamo il programma dettagliato per Camp Darby) per convincerle che sono esse stesse “Little troopers” (Piccoli soldati: è il nome di un’associazione che sostiene le famiglie delle/dei militari), protagoniste in quanto nate da soldatesse e soldati di grandi imprese patriottiche. Una manipolazione bell’e buona. Come si concilia tutto questo con l’educazione al rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali sanciti dalle Nazioni Unite e delle civiltà diverse dalla propria? O con uno “spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi e delle persone di origine autoctona”, per non parlare del rispetto dell’ambiente? Quando, storicamente e attualmente, l’esercito USA muove guerre di aggressione verso Paesi terzi e di controllo imperialistico, non certo di difesa del proprio territorio; guerre che sono sempre, anche, crimini ambientali di portata enorme. Poi, siccome a pensar male si fa peccato, ma spesso ci s’indovina, ci chiediamo anche quanta pressione e condizionamenti ricevano figlie e figli delle soldatesse e soldati USA, a indirizzare le loro stesse vite verso la carriera militare e quanto lo sforzo formativo e l’impegno economico del DoWEA per «stimolare ogni studente a massimizzare il proprio potenziale e a eccellere a livello accademico, sociale, emotivo e fisico per prepararsi alla vita, all’università e alla carriera»[5] sia indirizzato a tale scopo, violando così anche il principio sancito dal paragrafo a) del succitato comma della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e il diritto all’autodeterminazione. Il “Mese dei figli di militari” ci sembra quindi in palese e ingannevole contraddizione col “Mese della Prevenzione degli Abusi sui Minori”. La violenza sulle persone piccole in tutte le sue forme – fisica, sessuale, psicologica, emotiva, istituzionale, ecc. – nasce dalla pedagogia nera, ovvero il sistema “educativo” basato sul controllo da parte delle figure di riferimento adulte delle azioni, delle parole, del tempo, delle scelte delle persone piccole attraverso punizioni, umiliazioni, percosse, ricatti, giudizi, minacce, sensi di colpa, tecniche manipolatorie (il gaslighting, la menzogna “a fin di bene”, ma anche premi e lodi), fino agli insulti, le percosse, lo stupro, l’infanticidio. Il sistema “educativo” che insegna l’obbedienza cieca e la sottomissione a chi è più forte o comunque in una posizione di potere. Ora, quale stile educativo è meglio allineato alla pedagogia nera di quello militare che anzi ne è la massima espressione? Riusciamo a immaginare un ambito meno violento, meno rispettoso delle specificità e libertà individuali e dei diritti umani? Giustamente ci scandalizza il pensiero dei cosiddetti “bambini soldato”, le persone piccole che in alcuni Paesi sono costrette a imbracciare e usare le armi. Noi troviamo altrettanto disdicevoli la retorica militarista del “Mese dei figli di militari” e diciture come “Piccoli soldati” (“Little troopers”). A meno che, anche in questo caso, non si vogliano usare due pesi e due misure e giudicare le iniziative a seconda del Paese di provenienza, se più o meno ricco e potente. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Pisa -------------------------------------------------------------------------------- [1] Child Welfare Information Gateway Archived 2010-08-28 at the Wayback Machine, History of National Child Abuse Prevention Month. 3 April 2009. [2] https://www.childwelfare.gov/preventionmonth/about-national-child-abuse-prevention-month/ [3] https://www.dodea.edu/month-military-child [4] Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, ONU 1989. [5] https://www.dodea.edu/month-military-child