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Life Support: lo sbarco naufraghi soccorsi è previsto a La Spezia il 12 aprile
Jonathan Nanì La Terra, capomissione della Life Support: “In questa missione siamo stati spesso seguiti da asset non identificati o della guardia costiera libica che ostacolano i soccorsi”. La Life Support si sta dirigendo al porto di La Spezia, che non può essere considerato un POS in linea con le convenzioni SAR. Domenica 12 aprile, di primo mattino, è previsto l’arrivo nel porto di La Spezia della Life Support, la nave di ricerca e soccorso di EMERGENCY, per lo sbarco delle 71 persone soccorse mercoledì 8 nelle acque internazionali della zona SAR libica.  L’imbarcazione in pericolo, un gommone sovraffollato e non in grado di affrontare la traversata del Mediterraneo con a bordo 59 uomini e 12 donne compresi 17 minori di cui 11 non accompagnati, è stata avvistata direttamente dal ponte di comando della Life Support. I naufraghi hanno riferito di essere partiti dalle coste libiche, da Garabulli, e sono originari di Mali, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Guinea Conakry, Camerun e Ciad, Paesi colpiti da violenze, povertà, violazioni di diritti e insicurezza alimentare. Concluso il soccorso la nave di EMERGENCY ha ricevuto dalle autorità italiane competenti il POS (Place of Safety) di La Spezia che dista oltre 640 miglia nautiche, equivalenti a oltre 3 giorni di navigazione, dal luogo dell’intervento. Una decisione che significa costringere i naufraghi, soggetti vulnerabili che hanno già alle spalle esperienze difficili e lunghi viaggi e che dovrebbero raggiungere un posto sicuro nel minor tempo possibile, a ulteriori giorni di navigazione, posticipando la richiesta di protezione e l’accesso a servizi sanitari e di supporto psicologico. E che porta la Life Support lontano dall’area operativa del Mediterraneo centrale, dove la presenza di navi della flotta civile è quanto mai necessaria. Lo dicono i numeri vertiginosi delle persone vittime del mare lungo questa rotta nei primi tre mesi di quest’anno: 766 al 6 aprile, contro le 1.330 di tutto il 2025, stando ai dati OIM. Per tutti questi motivi il porto di La Spezia non può essere considerato un POS in linea con le Convenzioni SAR e le Risoluzioni del diritto internazionale. La Life Support ha sperimentato anche una maggior presenza di asset libici, che ostacola i soccorsi in acque internazionali. “Sta diventando difficile realizzare interventi di soccorso nelle acque internazionali della zona SAR libica: in questa missione siamo stati spesso seguiti da asset non identificati o appartenenti alla Guardia costiera libica” spiega Jonathan Nanì La Terra, capomissione della Life Support. In questi giorni di navigazione abbiamo seguito 6 casi di barche in difficoltà senza trovare il mezzo di cui avevamo ricevuto segnalazione, o individuandolo vuoto e semi affondato. Tra questi sei casi ce ne sono almeno due in cui gli elementi di cui siamo a conoscenza fanno supporre una loro possibile intercettazione da parte della Guardia costiera libica e un possibile respingimento illecito verso la Libia. Ad esempio lunedì 6 aprile la Life Support ha ricevuto una segnalazione di una imbarcazione in difficoltà a 10 miglia nautiche dalla sua posizione e si è diretta sul caso. L’avrebbe intercettato in 45 minuti, ma a circa 4,5 miglia nautiche a sud est da dove era, l’aereo Seabird operato dall’Ong Sea-Watch ha visto una barca bianca non identificata ma presumibilmente libica con 35 persone a bordo e che trainava un gommone. La direzione di quest’ultimo assetto era compatibile con quella del mezzo in difficoltà che stavamo seguendo. “In almeno due dei casi di barca in pericolo verso cui ci stavamo dirigendo – aggiunge Jonathan Nanì La Terra, capomissione della Life Support – la Guardia costiera libica ha intercettato e respinto illegalmente le persone che erano a bordo del mezzo sulle coste libiche prima che noi arrivassimo”. Martedì 7 aprile la Life Support ha ricevuto un mayday relay dall’aereo Eagle 3 di Frontex che segnalava un gommone in difficoltà con 40 persone a bordo in navigazione verso nord in zona SAR libica. Noi abbiamo risposto al caso informandone le autorità, arrivati vicino alla posizione del mezzo in difficoltà ci ha contattato via radio la Guardia costiera libica intimandoci di andare a nord. Quando la Life Support ha risposto di essere impegnata in un’operazione di ricerca e soccorso di 40 persone, la Guardia costiera libica ha risposto di essere già intervenuta sul caso.  “Oltre ad essere illegittimi come tutti i respingimenti collettivi, ricordiamo che quelli verso la Libia sono da considerarsi illegali non essendo quest’ultima un Paese sicuro ma un luogo dove violenze, detenzioni arbitrarie e tratta di esseri umani sono documentate dalle Nazioni Unite e da organizzazioni indipendenti” conclude il capomissione della Life Support Jonathan Nanì La Terra. La Life Support sta compiendo la sua 42esima missione nel Mediterraneo centrale, operando in questa regione dal dicembre 2022. Durante questo periodo, la nave SAR di EMERGENCY ha soccorso complessivamente 3.442 persone. Emergency
April 10, 2026
Pressenza
MIGRANTI: PER IL GOVERNO ITALIANO “DIMINUITE LE VITTIME NEL MEDITERRANEO”. ONU, SEA WATCH E OPEN ARMS SMENTISCONO I NUMERI DELLA MELONI.
Bugie e numeri lontani dalla realtà, drammatica, del Mediterraneo Centrale, una delle rotte più letali al mondo per il passaggio di migranti. La Meloni, nell’informativa in Parlamento di giovedì 9 aprile, ha parlato (anche) di migranti, sostenendo che “grazie all’azione del Governo italiano sono calati gli sbarchi, aumentati i rimpatri e soprattutto abbiamo ridotto il numero delle morti in mare”. Dichiarazioni che sono, cifre ufficiali (quelle dell’Oim, agenzia Onu per le migrazioni) semplicemente false. Secondo i dati Oim, ripresi dal quotidiano La Stampa, tra il 1 gennaio e il 6 aprile 2026  le persone ufficialmente morte e disperse sono state 765, contro le 303 del medesimo periodo 2025 e le 409 di inizio 2024. Un aumento a 3 cifre. Sea Watch, organizzazione dedicata al soccorso civile nel Mediterraneo, ha fatto un video di vero e proprio fact checking (clicca qui) delle parole della Meloni, “dichiarazioni fatte alla Camera dei Deputati e false…ma questa è la logica di questo governo: usare i dati a proprio piacimento per alimentare una retorica falsa e propagandistica, al servizio del consenso elettorale. Nulla di nuovo. Mentre un governo bugiardo guarda dall’altra parte, noi continuiamo ad opporci a ogni violazione dei diritti di chi muore in mare”. Alle parole della Meloni replica anche Open Arms, una delle realtà umanitarie che – nonostante le norme europee e italiane contro i salvataggi in mare – sono impegnate al fianco dei migranti nella rotta del Mediterraneo Centrale. “Il Presidente del Consiglio – spiega a Radio Onda d’Urto Valentina Brinis, advocacy officer di Open Arms –  ha parlato di una diminuzione dei morti in mare in riferimento al funzionamento delle sue politiche migratorie. Parole che secondo noi sono un insulto alle persone che in questi primi mesi del 2026 hanno perso la vita, un insulto alle loro famiglie e un insulto al lavoro delle organizzazioni internazionali che in questi mesi hanno fatto un calcolo ben diverso rispetto a quelle che sono le vittime della rotta del Mediterraneo Centrale. Infatti, come testimoniano agenzie dell’Onu – come l’OIM – questi primi 4 mesi si sono dimostrati i più letali degli ultimi anni e fanno presagire un trend del 2026 in totale aumento rispetto al passato. Ci chiediamo su quali basi il formuli delle dichiarazioni di questo tipo”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Valentina Brinis, advocacy officer di Open Arms. Ascolta o scarica
April 10, 2026
Radio Onda d`Urto
Il cielo cupo di Sigonella
Due giorni dopo l’informativa “lacunosa” di Guido Crosetto sul coinvolgimento della base aerea di Sigonella nelle guerre in corso, riprendiamo da Comune-info.net questo documentato intervento di Antonio Mazzeo, proprio sui movimentiche hanno coinvolto la base negli ultimi anni.  Il cielo cupo di Sigonella di Antonio Mazzeo L’analisi dei tracciati dei velivoli con e senza pilota delle forze armate Usa di
Nel silenzio del Mediterraneo
-------------------------------------------------------------------------------- Da Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- L’ultimo naufragio, nel giorno di Pasqua, ha lasciato dietro di sé almeno ottanta morti. I sopravvissuti sono 32. Tra loro, un ragazzo egiziano di quindici anni, partito da solo, arrivato a Lampedusa e poi chiuso in un silenzio che è quello del trauma. Nel silenzio del Mediterraneo si continua a morire. Le immagini parlano da sole: persone aggrappate a uno scafo rovesciato, corpi già dispersi nel mare. Non è un incidente. È una tragedia che si ripete. Nel 2026, nel Mediterraneo centrale, sono già morte o scomparse 765 persone. Più del doppio rispetto allo scorso anno. Oggi muore una persona ogni nove che tenta la traversata. Eppure gli arrivi sono diminuiti. Questo significa una cosa sola: non è il numero delle partenze a determinare la morte, ma l’assenza di soccorsi, il vuoto di responsabilità, le politiche che tengono lontani gli occhi e le navi. E allora diciamolo con chiarezza: non si possono vincere le elezioni sulla morte e sulla sofferenza di esseri umani. Non si può trasformare il confine in un luogo dove la vita vale meno. Non si può costruire consenso sul rischio calcolato della morte. Non possiamo continuare a trasformare queste vite in numeri. Non possiamo limitarci a contare i morti. Due donne, rimaste sole con i loro bambini, hanno chiesto che i corpi dei loro mariti siano sepolti vicino al luogo dove vivranno. È una richiesta minima. È una richiesta umana. Serve un cambiamento: più operazioni di salvataggio, vie legali e sicure di ingresso, corridoi umanitari, politiche che mettano al centro la vita, non il confine. L’Europa non può continuare a voltarsi dall’altra parte. Perché ogni naufragio non è solo una tragedia: è una responsabilità collettiva. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nel silenzio del Mediterraneo proviene da Comune-info.
April 8, 2026
Comune-info
MIGRANTI: PER IL TRIBUNALE DI TRAPANI LA DETENZIONE E IL BLOCCO DELLA MARE JONIO DEL 2023 È ILLEGITTIMO
Continua a perdere pezzi, smontato nelle aule di tribunale, uno dei decreti del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, quello contro le ong che soccorrono le persone migranti nel Mediterraneo. L’ultima decisione arriva dal Tribunale di Trapani, che ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio, della ONG Mediterranea Saving Humans, disposto nell’ottobre 2023. I giudici hanno annullato le sanzioni e condannato il Viminale al pagamento delle spese legali, riconoscendo la correttezza dell’intervento di soccorso. La decisione riconosce la correttezza dell’intervento di soccorso: 69 persone, tra cui donne, bambini e un neonato, salvate da un gommone in grave pericolo. “Hanno torto lorto anche nei tribunali e questo dovrebbero portare alle dimissioni di Piantedosi. Non per il gossip o per quel sottobosco dei palazzi romani che ricorda la ‘suburra’, ma perché le sue politiche sono illegali. Il suo è un fallimento” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Luca Casarini di Mediterranea Saving Human. Ascolta o scarica. Di seguito il comunicato diffuso dall’ong: “Il Tribunale di Trapani ha pronunciato sentenza per il caso del soccorso effettuato dalla nave Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans il 16 ottobre del 2023: sono state definitivamente annullate le sanzioni – fermo amministrativo della nave per venti giorni e multa di oltre 3.000 euro – con cui il governo aveva colpito Mediterranea sulla base del Decreto Legge Piantedosi, e il Ministero dell’Interno è stato anche condannato al pagamento delle spese legali. In quella occasione, grazie alla segnalazione ricevuta dall’aereo civile di osservazione SeaBird 2 di Sea-Watch, eravamo intervenuti su un gommone in pericolo in zona SAR sotto controllo della Libia, che si trovava con “motore in avaria, i tubolari già parzialmente sgonfi e danneggiati, con una grave situazione di sovraffollamento a bordo (con donne e bambini tutti privi di dispositivi individuali di salvataggio) e con una persona già finita in acqua e a rischio annegamento”: con l’immediato intervento del nostro Rescue Team, riuscivamo a soccorrere a bordo della Mare Jonio tutte le 69 persone naufraghe, in gran parte famiglie provenienti da Sudan e Sud Sudan con diverse donne e bambini, tra cui un neonato, sbarcate il giorno successivo a Trapani. Si è trattato del primo caso di applicazione del DL Piantedosi alla Mare Jonio, con la motivazione che la nave di Mediterranea non si era sottoposta al “coordinamento delle Autorità Libiche” e non aveva chiesto agli stessi libici “l’assegnazione del porto di sbarco.” Motivazioni che sono state considerate ora dal Tribunale di Trapani del tutto illegittime, dal momento che la Mare Jonio aveva immediatamente comunicato a tutte le autorità la disponibilità della nostra nave a intervenire in soccorso di questa imbarcazione e che – come si legge nella sentenza – “viene espressamente e chiaramente escluso che la Libia, paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco a seguito di soccorso in mare, alla luce della volatile situazione di sicurezza in generale e dei particolari rischi per la protezione dei cittadini stranieri (compresa la detenzione arbitraria e illegale in condizioni inadeguate nei centri di detenzione gestiti dallo Stato e le segnalazioni di gravi violazioni e abusi contro richiedenti asilo, rifugiati e migranti da parte, tra gli altri, di milizie, trafficanti e contrabbandieri.)” Illegittima è stata quindi la richiesta da parte delle Autorità italiane di riferirsi e sottomettersi al coordinamento delle cosiddette “autorità competenti libiche”, mentre del tutto legittimo è stato “l’operato del comandante della Mare Jonio, non ricorrendo un arbitrario rifiuto di osservare le indicazioni date dall’autorità di bandiera, quanto piuttosto un motivato discostamento dalle stesse in ragione della corretta esclusione della possibilità di poter richiedere alle autorità libiche la indicazione del porto ove far sbarcare i naufraghi per le ragioni sopra espresse.” Non si contano più le sentenze pronunciate dai Tribunali della Repubblica Italiana con cui viene puntualmente smontato l’impiego del Decreto Legge Piantedosi per colpire, intralciare e impedire l’attività di soccorso delle navi civili. Nei confronti della nostra Mare Jonio questo è accaduto per tre volte (due procedimenti sono ancora aperti e andranno a sentenza entro quest’anno) costringendo la nave a fermarsi per mesi, sottraendola agli interventi di salvataggio in mare e costringendoci a sostenere costi molti gravosi per il suo mantenimento. Questo impiego illegittimo e strumentale del DL Piantedosi è tanto più grave di fronte alla situazione in Nord Africa e nel mar Mediterraneo Centrale: detenzioni arbitrarie, deportazioni, violenze e torture in Libia e Tunisia e, solo dall’inizio di quest’anno, più di 1.600 donne, uomini e bambini hanno perso la vita nel Mediterraneo. Il fallimento delle politiche governative purtroppo, costa la vita a migliaia di persone: i naufragi si susseguono in mare, mentre il Ministro ridacchia sbandierando il “successo” della diminuzione degli sbarchi; donne, uomini e bambini muoiono di ipotermia, di freddo, abbandonati alla deriva per giorni. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite certifica la natura criminale delle cosiddette “istituzioni libiche”, della cosiddetta “guardia costiera libica”, con i quali i nostri servizi segreti ( AISE) “intrattengono ottimi rapporti di collaborazione” ( cit. Prefetto Caravelli in audizione al Copasir). Sul vergognoso caso Almasri l’Italia viene deferita per aver fatto fuggire un pericoloso ricercato per crimini contro l’umanità. Sempre l’Onu indaga sulla violazione dell’embargo sulle armi alle milizie libiche da parte del governo italiano, che addestra e rifornisce i clan locali. La moralità e l’etica di un ministro della Repubblica non vanno misurate con le gesta da “Suburra” dei palazzi romani di cui ogni giorno abbiamo evidenza. Ma sulla sofferenza e sulla morte, sulle ingiustizie e sulla illegittimità ed illegalità dei suoi atti.  Dopo questa ennesima prova rappresentata dalla sentenza sul fermo illegittimo ed illegale di Mare Jonio, andremo avanti ancora più convinti nel soccorso civile in mare: con la barca Safira già in missione a Lampedusa, e con nave Mediterranea che sta rendendo più efficienti ospedale di bordo e mezzi di intervento rapido, e che presto tornerà in mare. Invitiamo tutti coloro che praticano solidarietà, soccorso, cura, protezione verso i più fragili, in terra e in mare, a continuare e a disobbedire alle leggi ingiuste messe in atto da politiche disumane. Un giorno questi potenti risponderanno anche nei tribunali per i loro crimini. Davanti alla Storia lo stanno già facendo.”
April 3, 2026
Radio Onda d`Urto
Il Mediterraneo continua a inghiottire persone invisibili
Il copione si ripete, ma non fa notizia. Al largo di Lampedusa, presumibilmente giunte dalla Libia, sono arrivate vive 58 persone, ma alcune in pessime condizioni, fra cui un bambino piccolissimo. Una motovedetta della Guardia Costiera aveva adempiuto al proprio dovere, a circa 85 miglia dall’isola, nella zona SAR che dovrebbe essere vigilata dal governo di Tripoli. Alcuni morti erano a bordo, deceduti per ipotermia o per le inalazioni del carburante, altri non hanno resistito per il tempo necessario ad arrivare al porto di attracco. Quasi contemporaneamente, nell’Egeo, al largo di Bodrum, nel sud ovest della Turchia, sono stati tratte in salvo 21 persone, ma almeno altre 18 invece hanno perso la vita. Discordanti le ricostruzioni: secondo alcuni c’è stato un inseguimento della Guardia Costiera turca al gommone carico e non è ancora chiaro se questo si sia ribaltato o sia stato speronato. Il bilancio non cambia. Perché non chiamarli vittime delle guerre che dall’Afghanistan al Medio Oriente fino all’Africa Sub Sahariana continuano a imperversare? Già loro non contano per i governi della Fortezza Europa che da giugno, con il nuovo patto, blinderanno ancora di più i propri confini e saranno responsabili di ulteriori tragedie. I morti, ma anche i sopravvissuti di questa notte come tante sono gli invisibili. Sono quelli per cui si è levata la voce sabato 28 marzo nella manifestazione No Kings, sono le vittime dei Re e delle Regine, ultimi fra gli ultimi. Continueremo per loro a chiedere giustizia e diritti, senza rassegnarci al suprematismo occidentale Stefano Galieni, responsabile immigrazione Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
April 1, 2026
Pressenza
Sardegna: non siamo in guerra, “siamo” la guerra
Noi in retrovia: il caso Sardegna Un veloce dossier su recenti e attuali traffici e movimenti guerreschi dal Porto di Cagliari a Capo Frasca, a Decimomannu e a Quirra   Denuncia Il porto di Cagliari pare venga usato per attività illecite La normativa italiana, a partire dalla legge 185/90, vieta esplicitamente l’esportazione di armamenti verso Paesi in guerra o responsabili
Dalla base di Aviano il rifornimento per i raid sull’Iran
“La base aerea di Aviano in Italia, è una delle principali installazioni dell’US Air Force che ospita gli aerei cisterna per il rifornimento in volo dei caccia a lungo raggio impiegati per bombardare in Iran”. Altro che – come ripetono Meloni, Crosetto e Tajani – non siamo in guerra e che non cooperiamo con le operazioni delle forze armate statunitensi ed israeliane contro Teheran. A rilevare l’importanza strategica della grande base aerea friulana per la campagna di guerra contro l’Iran è l’autorevole The Wall Street Journal che il 23 marzo ha pubblicato un lungo e dettagliato articolo su come l’Europa stia giocando “silenziosamente” un ruolo chiave nella Guerra in Iran. Non sono però solo gli aerei tanker dell’aeronautica militare statunitense ad operare con sempre maggiore intensità dallo scalo di Aviano. Nei giorni scorsi è stato registrato infatti l’arrivo di alcuni aerei radar di pronto allarme e controllo (airborne early warning) Grumman “E-2D Advanced Hawkeyes” in dotazione a US Navy. I velivoli sono giunti in Italia dalla Naval Air Station di Norfolk, Virginia, via Lajes (Azzorre) e appartengono al VAW-121 “Bluetails”, squadrone di comando e controllo aereo della Marina di guerra statunitense. I Grumman “E-2D Hawkeye” hanno un’autonomia di oltre 2.800 km e volano a 550 Km all’ora; vengono destinati principalmente a scopi di sorveglianza per la difesa delle unità di superficie. Sono dotati di sofisticate suite elettroniche, sistemi satellitari e del nuovo radar APY-9 che sarebbe in grado di individuare anche velivoli stealth e aerei di piccole dimensioni. I velivoli possono essere impiegati anche come piattaforme di controllo per guidare attacchi con sistemi missilistici di precisione come gli AIM-120 AMRAAM e gli SM-6. “L’arrivo alla base di Aviano degli E-2D Hawkeye ha rafforzato temporaneamente la copertura radar e di pronto allarme di tutto il sud Europa, ma tutte le indicazioni strategiche suggeriscono che Aviano è principalmente un punto di passaggio logistico per i velivoli che si posizionano principalmente in tutto il Golfo Persico”, commentano gli analisti di ItaMilRadar. “L’arrivo coordinato di non meno di cinque E-2Ds conferma un flusso di dislocamento strutturato”, aggiunge ItaMilRadar. “I velivoli osservati a Lajes il 16 marzo scorso sono gli stessi che sono stati tracciati ad Aviano, enfatizzando il ruolo delle Azzorre quale trampolino di lancio transatlantico. Tuttavia, più che da servire come destinazione finale, Aviano opera come centro strategico di sosta per gli assetti destinati allo scacchiere mediorientale, un modello frequentemente osservato durante precedenti dispiegamenti di US Navy”. Gli analisti militari ritengono che il trasferimento di questi aerei nella regione del Golfo Persico punti a rafforzare le operazioni USA di contrasto ai velivoli senza pilota e ai missili da crociera che l’Iran sa impiegando per colpire le installazioni e i sistemi radar ospitati dai paesi arabi alleati di Washington. “È evidente lo scopo di conseguire un assetto nettamente superiore per proteggere le linee marittime e le basi militari nel Mar Rosso e nel Golfo dagli stormi di droni”, riporta ItaMilRadar. “Mentre la presenza temporanea ad Aviano degli Advanced Hawkeyes ha fornito un immediato impulso all’architettura di sorveglianza europea lungo tutti gli assetti NATO, il focus strategico resta comunque rivolto principalmente al Medio oriente. L’accresciuto supporto dei velivoli cisterna e il maggiore impiego temporale osservato recentemente supporta la teoria che essi serviranno per ultimare lo scudo anti-droni in questa regione”. In verità i cinque E-2D di US Navy insieme ad un grande aereo tanker KC-46A di US Air Force hanno lasciato Aviano nella mattinata di lunedì 23 marzo per dirigersi verso il Golfo Persico. Dalla base aerea friulana, il 17 febbraio sono decollati dodici cacciabombardieri Lockheed Martin F-16 “Fighting Falcon” (a doppia capacità, convenzionale e nucleare) in dotazione al 31st Fighter Wing della US Air Force di stanza proprio ad Aviano. I velivoli da guerra hanno attraversato tutto il Mediterraneo per poi dirigersi in uno degli scali aerei che gli Stati Uniti controllano in Medio oriente, forse in Giordania o negli Emirati Arabi Uniti. Dal 28 febbraio questi cacciabombardieri partecipano agli strike contro l’Iran. Nei giorni successivi sono stati tracciati numerosi atterraggi ad Aviano di aerei cisterna statunitensi. Mercoledì 11 marzo un grande Boeing KC-135 ha sorvolato lo spazio aereo friulano per rifornire in volo una decina di caccia F-16 del 31st Fighter Wing, decollati presumibilmente per raggiungere ancora l’area di conflitto. Sempre giorno 11 ad Aviano è atterrato un aereo cargo Lockheed C-5 “Galaxy” del 436 Airlift Wing di US Air Force proveniente dalla base di Dover, Delaware. Il velivolo viene impiegato di norma per il trasferimento ai teatri operativi di personale militare, armi, munizioni e perfino di aerei d’attacco. articolo originale: https://pagineesteri.it/2026/03/25/mondo/dalla-base-di-aviano-il-rifornimento-per-i-raid-sulliran/ Antonio Mazzeo
March 25, 2026
Pressenza
La strage di gennaio
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Queste le parole con cui Rafael Atangana Landy, un familiare del Camerun, si rivolge alle autorità competenti, alle famiglie e comunità coinvolte e alle persone in ascolto davanti all’ennesima strage di frontiera. Raphael ha contattato MEM.MED per avere supporto nella ricerca di suo figlio David Ekobena e insieme stiamo portando avanti questa battaglia.  Buongiorno, buongiorno a tutta la grande famiglia. Posso solo dire buongiorno perché è una formula di cortesia, ma le parole, l’espressione del cuore e del volto raccontano la desolazione che stiamo attraversando oggi. Denti che digrignano, cuori straziati, lacrime che scorrono. Abbiamo tutti perso persone a noi carissime in questa tragedia. Mio figlio David è partito da Sfax, faceva parte di quel viaggio verso l’Italia. Non è mai arrivato. Non abbiamo più avuto sue notizie. Non era solo: era con i suoi amici, con i suoi cari, che oggi sono diventati tutti nostri figli. È con immenso dolore, con profonda sofferenza e rabbia e tra molte lacrime che esprimiamo questa desolazione. Non posso che porgere le mie più sentite condoglianze e la mia piena solidarietà alle altre famiglie colpite, come lo sono io oggi. Chiediamo alle autorità italiane di aiutarci a ritrovare i corpi dei nostri figli, sapendo quanto sia importante celebrare le esequie, poter ritrovare, vedere e salutare per l’ultima volta i propri cari: i nostri figli, i nostri fratelli, le nostre mogli, le nostre sorelle, tutti coloro che hanno perso un familiare in questa tragedia. Tanto coraggio, e che il Signore ci sostenga. Dal Camerun, più precisamente da Douala, Grazie di cuore a chi ci sostiene Il massacro di gennaio Durante il mese di gennaio, a causa di violenze sempre più feroci in Tunisia, da Sfax, centinaia di persone hanno preso il largo, tra il 14 e il 21 gennaio, tentando di raggiungere le coste settentrionali del Mediterraneo. Nello stesso periodo, un ciclone, poi chiamato Harry, si è abbattuto sul Canale di Sicilia. Le conseguenze della crisi ambientale hanno colpito con forza le coste siciliane e tunisine per due settimane. Così come la violenza sistemica delle frontiere si è abbattuta su quei corpi in lotta per la libertà. Di quelle barche partite da Sfax solamente una è arrivata a Lampedusa, delle altre non si è più saputo nulla. Mediterranea, Refugees in Libya e Alarm Phone, parlano di più di dieci imbarcazioni e di almeno mille persone disperse in mare. Nei media, il silenzio ha inghiottito il massacro.  Nelle settimane successive, però, alcuni corpi sono riemersi tra le onde del mare, e alcuni di questi recuperati dalle navi di soccorso o dalle autorità marittime italiane. Corpi decomposti ma anche persone che hanno un nome e una storia, nonché una famiglia, che ad oggi rimane in attesa di risposte e di un riconoscimento. Per questo, insieme ad altre associazioni attive sul campo, abbiamo inviato una lettera alle autorità competenti nazionali e locali in cui si raccomanda e si sollecita  l’attivazione immediata di tutte le procedure utili all’identificazione e alla degna sepoltura. Le istanze delle famiglie Parallelamente, come per Rafael, ci siamo attivate per le familiari di persone scomparse originarie del Camerun, del Gambia, della Costa D’Avorio, dell’Algeria e del Sierra Leone partite da Sfax e dall’Algeria in quei giorni. Attraverso il tramite della legale dell’associazione è stata presentata denuncia di scomparsa e sono state mandate richieste alle autorità competenti dei territori in cui sono stati rinvenuti i corpi affinché venga verificata l’eventuale corrispondenza tra le salme recuperate e le persone scomparse segnalate. Considerato l’avanzato stato di decomposizione dei corpi rinvenuti, questo probabilmente potrà avvenire solo tramite il prelievo e la comparazione del DNA.  Come dichiarato anche da Rafael, in un’intervista dei giorni scorsi alla televisione italiana, è fondamentale il coinvolgimento delle autorità consolari dei Paesi di origine, così come del Ministero degli Affari Esteri e delle altre istituzioni competenti. È indispensabile che vengano predisposte e rese accessibili tutte le procedure necessarie alla raccolta dei campioni di DNA dei familiari residenti nei loro Paesi e al loro tempestivo invio alle autorità competenti italiane, così da consentire la comparazione con il materiale genetico prelevato dalle salme. Contro-monitoraggio e richieste Benché i media nazionali e locali parlino di circa 15/17 salme rinvenute a seguito della strage legata al ciclone Harry, secondo il nostro monitoraggio, i numeri sarebbero più alti:  da gennaio ad oggi almeno 22 corpi sono riemersi dal mare, in diversi territori della regione Sicilia e Calabria, lungo le coste delle province di Trapani, Siracusa, Agrigento, Termini Imerese, Caltanissetta, Cosenza, Vibo Valentia. Il modo frammentario e approssimativo con cui queste informazioni sono state finora diffuse, prevalentemente attraverso fonti giornalistiche invece che canali istituzionali, oltre a denunciare la noncuranza e l’approssimazione con cui queste morti vengono trattate, impedisce di avere dati affidabili sul numero effettivo dei corpi e sui luoghi di ritrovamento, privando anche le famiglie delle persone disperse di informazioni essenziali sul destino dei propri cari. Per questo motivo, abbiamo presentato un accesso civico generalizzato agli uffici delle prefetture e dei comuni competenti nei territori interessati, con l’obiettivo di ottenere dati puntuali e verificabili. In particolare, abbiamo richiesto informazioni relative al numero dei ritrovamenti, ai luoghi esatti in cui sono avvenuti, agli attori coinvolti, alla tipologia di accertamenti e di raccolta dati effettuati sulle salme, al numero totale delle persone identificate, ai luoghi di sepoltura e, ove possibile, anche informazioni relative al genere e all’età delle vittime. Riteniamo fondamentale che le autorità competenti attivino un canale diretto di comunicazione con le famiglie, affinché queste possano essere costantemente e correttamente informate sullo stato dei recuperi e dei dati raccolti; che tutte le procedure finalizzate a una corretta identificazione vengano svolte tempestivamente. Si ritiene infatti cruciale poter restituire l’identità ai dispersi anche a distanza di tempo, e ciò è possibile soltanto se le procedure, tra cui il prelievo del DNA della salma e dei familiari, vengano rispettate scrupolosamente, e se la sepoltura sia disposta con assoluta certezza del luogo. Ribadiamo l’importanza di riconoscere che anche un corpo decomposto ha un valore, appartiene a una vita vissuta e si inserisce in una rete di affetti che ne cercano le tracce. Per questo sollecitiamo le navi di soccorso e chiunque avvisti in mare o in terra resti umani a porre ogni sforzo al fine di recuperarli. Tutti i resti corporei, anche quelli decomposti, sono tracce preziose, non residui senza significato. Infatti, anche i corpi non integri, attraverso le tecniche forensi e la comparazione del DNA, possono essere identificati, dando risposte alle loro famiglie. E così tracciare identità e nomi, opponendosi alla logica che riduce alcune morti e alcuni resti a perdite senza memoria.  Morte e incuria nella morte sono prassi politiche della gestione delle frontiere a cui non ci arrenderemo mai. Porteremo sempre l’attenzione su ciò da cui gli Stati vogliono distogliere lo sguardo: persone, famiglie e comunità distrutte dalla violenza dei confini. Affinché tutto questo dolore possa essere veramente visto. Perché queste voci esigono di essere ascoltate. In memoria delle persone martiri per la libertà di movimento. Insieme alle loro famiglie, con rabbia e con amore. Non dimentichiamo e non perdoniamo. -------------------------------------------------------------------------------- Mem.Med Memoria Mediterranea è un collettivo di ricercatorə, antropologhə, avvocatə, psicologhə, sociologhə, mediatorə, geografə e attivistə che si muovono nell’area Mediterranea per analizzare in maniera critica i confini che lo limitano, i processi migratori che lo attraversano e le politiche che li regolamentano. Mem.Med Memoria Mediterranea è un progetto nato dal lavoro congiunto e partecipato delle associazioni: Borderline Sicilia Onlus, CarovaneMigranti, Clinica Legale per i Diritti Umani (CLEDU) di Palermo, Campagna LasciateCIEntrare, Rete Antirazzista Catanese, Watch the Med-AlarmPhone. Per sostenere le attività e il progetto di Mem.Med Memoria -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La strage di gennaio proviene da Comune-info.
March 22, 2026
Comune-info