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Dalla Tunisia: chi lotta per la Palestina lotta per la libertà
In questa puntata di Harraga, una compagna tunisina ci racconta della recente escalation repressiva iniziata con l’arresto, nel marzo di quest’anno, di quattro tra gli organizzatori della Sumud Flottilla in Tunisia. La loro prolungata detenzione amministrativa, tuttora in corso, li ha portati ad agosto ad iniziare uno sciopero della fame, a cui si sono uniti altri prigionieri politici. Dopo 38 giorni, Wael Nawar, in condizioni di salute critiche, è stato portato in ospedale. Il suo appello ha riportato centinaia di persone in strada, con conseguenti 13 persone arrestate per aver cantato slogan contro il regime. La crescente repressione contro ogni forma di dissenso in Tunisia si allarga, dai cortei per la Palestina alle proteste scoppiate quest’estate a causa dei prolungati blackout energetici e la mancanza d’acqua in gran parte del paese, alle rivolte di Ben Guerdane dopo il naufragio del 20 agosto e la morte di dieci ragazzi che tentavano di attraversare il Mediterraneo. Eppure, il regime apertamente dittatoriale messo in piedi da Kais Sayed dopo il colpo di stato del 2021 ha il beneplacito dell’Unione Europea, che ne ha sancito la legittimità – governo italiano in primis – per poter appaltare alla Tunisia un pezzo importante dell’esternalizzazione delle frontiere, e continuare indisturbati ad estrarre energia, risorse e forza lavoro. Conseguenza del “EU-Tunisia “Memorandum of understanding” firmato nel 2023 è stata una propaganda governativa sempre più apertamente razzista, di cui fanno le spese le persone provenienti dall’Africa subsahariana e lx militanti antirazzistx incarcerati per essersi mobilitatx. Per approfondimenti sulle mobilitazioni in corso in Tunisia: https://tunisiansolidarity.org/en/ Altre risorse: https://nawaat.org/ https://shs.cairn.info/revue-participations-2025-3-page-191?lang=fr
October 11, 2026
Radio Blackout - Info
Greta Thunberg e Francesca Albanese a Napoli per Marea Village, quattro giorni di pace, diritti ed ecologia
Dall’8 all’11 ottobre, l’ex base NATO di Bagnoli ospita incontri, dibattiti, mostre e concerti. Al centro il Mediterraneo, la Palestina, la difesa dei beni comuni e il futuro del territorio. Prende il via oggi, giovedì 8 ottobre, al Parco San Laise di Bagnoli, nell’ex base NATO di Napoli, Marea Village, il festival indipendente che fino a domenica 11 ottobre riunirà associazioni, comitati territoriali, movimenti e realtà civiche impegnate sui temi della pace, dei diritti umani e della tutela ambientale. Marea, acronimo di Mediterraneo, Arte, Resistenze, Ecologia e Azione, nasce dall’incontro di esperienze diverse, accomunate dall’opposizione alla guerra e dalla volontà di difendere i beni comuni. Quattro giornate di confronto, partecipazione e cultura, con incontri pubblici, assemblee, laboratori, mostre, performance artistiche e concerti a ingresso libero. Tra le presenze più attese figurano Greta Thunberg, annunciata per la prima volta a Napoli, e Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati. Entrambe sono attese sabato 10 ottobre, a partire dalle ore 16:30, al dibattito dedicato alla guerra e alle resistenze nel Mediterraneo, insieme a Luciana Castellina, Luigi Daniele ed Emiliano Brancaccio. Previsto anche un intervento poetico di Luca Persico, noto come Zulù dei 99 Posse. Il Mediterraneo rappresenta il filo conduttore del festival: uno spazio attraversato da conflitti, migrazioni e disuguaglianze, ma anche un luogo di incontro tra popoli e culture. Tra i temi affrontati figurano la solidarietà con la popolazione palestinese, il diritto alla vita e alla libertà di movimento, le politiche migratorie e la salvaguardia ambientale. Il programma prevede inoltre approfondimenti sui Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), sulla crisi economica e sociale del Mezzogiorno e sulle prospettive di sviluppo del territorio. Particolare attenzione sarà dedicata a Bagnoli, dove il percorso di riqualificazione dell’ex area industriale e gli interventi legati all’America’s Cup 2027 continuano ad alimentare il confronto tra istituzioni, comitati e cittadini. Domenica 11 ottobre è prevista un’assemblea pubblica dedicata al futuro dell’area. La scelta del Parco San Laise assume un valore simbolico: un luogo che per decenni ha ospitato strutture militari diventa spazio di confronto civile, partecipazione e iniziative culturali. Un’occasione per riflettere sulla possibilità di destinare luoghi e risorse alla convivenza, alla tutela dell’ambiente e ai bisogni delle comunità. Accanto ai dibattiti, Marea Village propone mostre, iniziative artistiche e serate musicali con la partecipazione, tra gli altri, di Ars Nova, Andrea Tartaglia, Psyché, Ps5 e Priscilla Drag Artivist. Il festival avrà anche una finalità solidale: secondo quanto annunciato dagli organizzatori, il ricavato sarà devoluto alla cooperativa palestinese Sanabel, impegnata nell’assistenza ai bambini autistici nella Striscia di Gaza, dove la guerra ha reso ancora più difficili le condizioni di vita e la continuità delle attività educative e di cura. Marea Village si presenta così come uno spazio aperto alla città, nel quale le questioni internazionali si intrecciano con le vertenze locali, attraverso il dialogo tra movimenti, cultura e partecipazione collettiva. Fonte e approfondimenti: > Marea Village Redazione Napoli
October 8, 2026
Pressenza
“INCEPPARE LA MACCHINA BELLICA”. I PORTUALI DI 40 SCALI DEL MEDITERRANEO SI ORGANIZZANO PER UNA NUOVA MOBILITAZIONE INTERNAZIONALE
Il prossimo 30 ottobre in oltre 40 porti del Mediterraneo e dell’Europa si svolgerà una giornata internazionale di mobilitazione contro la guerra, il genocidio, il riarmo e la militarizzazione dei porti, lanciata dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori portuali. Per questo motivo sabato scorso, 3 ottobre, a Genova si è tenuta una partecipatissima assemblea generale in preparazione della mobilitazione, per decidere collettivamente le forme e le modalità con cui allargare e rafforzare la mobilitazione e lo sciopero. All’appuntamento erano presenti comitati, associazioni, organizzazioni sindacali e studentesche e collettivi. La giornata del 30 ottobre 2026 rappresenta la seconda tappa di lotta internazionale dei lavoratori portuali contro la guerra, dopo lo sciopero dello scorso 6 febbraio 2026. Alla data aderiscono varie organizzazioni sindacali con rappresentanze in almeno 40 porti distribuiti su 6 paesi tra Europa e Nord Africa, con l’obiettivo di estendere ulteriormente la rete. Su Radio Onda d’Urto Riccardo del Collettivo Autonomo Lavorati Portuali (Calp) di Genova. Ascolta o scarica.
October 5, 2026
Radio Onda d`Urto
Nereidi Project: la più giovane flotta per il soccorso nel Mediterraneo
Gli ultimi anni possono essere definiti gli anni delle grandi flottiglie: gruppi di imbarcazioni civili con a bordo attiviste e attivisti da tutto il mondo sono partiti per aiutare chi in questo momento si trova sotto gli artigli dei potenti di turno, da Gaza alla vicina Albania passando per Cuba. La linea tracciata da queste flottiglie continua nel progetto Nereidi, una collettività autogestita nata principalmente per fornire supporto alla missione di Mediterranea Saving Humans, composta da persone molto giovani che hanno deciso di mettersi in gioco per aiutare in mare i migranti in difficoltà. Seguendo quella linea, stanno per partire da Lampedusa due barche a vela, la Blue Moon e la Blue Soleil, dirette verso sud. Affiancheranno la Mare Jonio e la Safira, le due navi di Mediterranea, presidiando il tratto di mare tra Malta, Italia, Tunisia e Libia. Qui svolgeranno attività di ricerca e soccorso, individuando le imbarcazioni in difficoltà. Va ricordato a chi sta leggendo che Mediterranea è un’ONG impegnata nel soccorso dei migranti in difficoltà nel Mediterraneo centrale. Insieme ad altre organizzazioni umanitarie, continua a fare ciò che gli Stati dovrebbero garantire ma non fanno: salvare vite umane. > È esattamente da questa esigenza che nasce il collettivo Nereidi: un progetto > nato dall’incontro di alcuni giovani provenienti da diversi spazi sociali > romani che in autonomia hanno deciso di sfidare le direttive dei governanti > europei riguardo al tema delle migrazioni. Dalle dichiarazioni espresse da questa collettività c’è la volontà di gettare un guanto di sfida al ministro Piantedosi e al decreto legge che porta il suo nome. Quest’ultimo obbliga le navi che soccorrono qualcuno in mare a dirigersi non verso il porto sicuro più vicino, ma verso un porto assegnato arbitrariamente dalle autorità italiane. Quasi sempre i porti assegnati dalle nostre lungimiranti autorità distano giorni (o addirittura settimane) di navigazione, allontanando così dalle zone di salvataggio le navi delle ONG per periodi lunghi. Se per un qualsiasi motivo una nave decide di violare il decreto, lo Stato può rispondere con sanzioni e addirittura con il sequestro preventivo dell’imbarcazione. In pratica, con questo provvedimento si lasciano scoperte intere zone del Mediterraneo centrale per tempi lunghissimi, aumentando drasticamente la probabilità di naufragi delle imbarcazioni con migranti in difficoltà, e quindi il numero di morti in mare. Per inquadrare meglio il problema, secondo le stime dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) 32.000 esseri umani sono annegati nel Canale di Sicilia nell’ultimo decennio. Un’ecatombe a pochi chilometri a sud delle nostre spiagge. A questo discorso si aggiunge anche quello riguardante la deriva securitaria che in tutta Europa si sta diffondendo: ai confini aumentano le reti e il filo spinato, all’interno aumentano i dispositivi securitari che colpiscono principalmente (ma non solo) le soggettività migranti. Ma questo nuovo collettivo non è soltanto un gruppo a supporto di una missione umanitaria. È anche, e forse soprattutto, un luogo di confronto tra soggettività che analizzano il quotidiano con uno sguardo critico, cercando di scovare dove si formano le disuguaglianze. Il tentativo è quello di tenere insieme, in un unico discorso, problematiche che, a persone meno politicizzate, possono sembrare scollegate: le frontiere, il lavoro, la casa, la salute, la repressione. Come raccontano le attiviste e gli attivisti di Nereidi sui social: «Navigare verso le vite che, a centinaia, continuano a perdersi in mare. Spezzate dalle onde, ancor di più dai calcoli geopolitici e disumani degli Stati, che, incapaci di offrirci tutela sociale, lavoro, sanità pubblica o diritti, sanno soltanto costruire paure da cui poi pensiamo di doverci difendere». Difenderci da ciò significa riannodare i fili e tracciare nuove narrazioni, in grado di erodere quel muro costruito intorno alla verità. Un muro fatto di silenzi, omissioni, fake news e narrazioni tossiche. > In un momento storico in cui parole come “guerra” e “reimmigrazione” sono > diventate quotidiane, mentre “umanità” e “soccorso” vengono demonizzati nel > dibattito pubblico, la nascita di questo collettivo è una boccata d’ossigeno > per la nostra società.  Un altro elemento chiave che si può associare alla missione intrapresa dal collettivo è “replicabilità”. Come ha dichiarato Laura Marmorale, presidente di Mediterranea: «Vogliamo che sempre più persone possano conoscere, partecipare, formarsi ed essere in grado di contribuire alle attività di soccorso. L’obiettivo è moltiplicare le esperienze, costruire competenze diffuse e rendere il soccorso civile sempre più partecipato e riproducibile». La partenza di nuove imbarcazioni di salvataggio è come l’immagine di un faro nella tempesta: ci indica una strada da intraprendere, ci ricorda che un’altra direzione è possibile. È paradossale come dei e delle giovani si stiano mettendo in gioco per portare aiuto a chi scappa, mentre le nostre governanti, dall’alto dei loro programmi elettorali, non solo non si muovono di un centimetro, ma ostacolano attivamente il soccorso civile: fermano le imbarcazioni, multano gli equipaggi, sequestrano le navi. Eppure, proprio da questo paradosso nasce la forza di iniziative come quella di Nereidi. > In conclusione, riprendendo ancora le parole della presidente Marmorale: > «davanti a una strage che continua nel cuore del Mediterraneo, aumentare il > numero di chi è disposto a intervenire significa aumentare le possibilità di > soccorre vite e costruire una rete sempre più ampia di solidarietà e > responsabilità». Perché, mentre le istituzioni alzano muri, la società civile costruisce ponti. Mentre i governi esternalizzano i controlli a milizie e regimi autoritari, le organizzazioni di soccorso civile continuano a presidiare quel tratto di mare. E lo fanno con mezzi di fortuna, con giovani volontari, con una determinazione che non si lascia intimidire né dai decreti né dalle campagne di odio. La loro presenza in mare non è solamente un atto di disobbedienza civile. È la dimostrazione che un’altra Europa, solidale, accogliente, antirazzista esiste già. la copertina è di Neredi Project Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Nereidi Project: la più giovane flotta per il soccorso nel Mediterraneo proviene da DINAMOpress.
September 30, 2026
DINAMOpress
#Pisa | 18–20 settembre FESTIVAL MEDITERRANEO 2026 Tre giorni di incontri, musica, workshop e confronto su #Mediterraneo, #migrazioni, #guerra, #pace, militarizzazione, colonialismo e lotte dal Mediterraneo ai Balcani.
September 14, 2026
Antonio Mazzeo
Giochi del Mediterraneo, uguaglianza prêt-à-porter
I calciatori fanno ingresso in campo e si dispongono di fronte alla tribuna ovest del nuovo stadio Iacovone di Taranto. Il pubblico interrompe per qualche minuto lo sventolio dei ventagli e applaude convintamente gli atleti. I giovani giocatori, arrivati dall’Algeria e dalla Tunisia, assumono pose solenni. Risuonano gli inni nazionali. Un ultimo applauso li accompagna verso le rispettive metà campo. Non c’è la rappresentativa italiana, battuta in semifinale dal Marocco. Poco male: il pubblico dei Giochi del Mediterraneo accoglie con entusiasmo le due squadre finaliste del torneo di calcio maschile e le sostiene per tutta la partita. Ecco in scena il leggendario spirito dei Giochi. L’UGUAGLIANZA VA IN SCENA Pace, fratellanza, dialogo tra i popoli e uguaglianza hanno infarcito la comunicazione politica e istituzionale della ventesima edizione dei Giochi del Mediterraneo, organizzati a Taranto. Non è certo una novità nell’ambito dei grandi eventi sportivi, dalle Olimpiadi in giù. Nel caso dei Giochi del Mediterraneo di Taranto, vale la pena soffermarsi sull’impatto di questa retorica. I Giochi hanno un perimetro geografico e politico definito: quello di un’area – il Mediterraneo – attraversata da profonde disuguaglianze e da regimi di mobilità radicalmente differenti. Il vocabolario dell’uguaglianza, agito dalla governance dei Giochi e della politica nazionale e locale, si confronta con uno spazio concreto, tutt’altro che liscio e omogeneo.  In aggiunta, Taranto ha accolto i Giochi in una fase cruciale, segnata dalla possibile transizione dall’industria inquinante a un futuro ancora indefinito. Alla luce del provvedimento emesso dalla Corte di Appello del Tribunale di Milano, l’area a caldo – la più inquinante dell’ex-Ilva – dovrà essere spenta entro il 26 ottobre. A fare da sfondo a questo passaggio cruciale c’è una città attraversata da profonde fratture: non solo quella, iper raccontata, tra ambiente e lavoro, ma anche tra pezzi di città distanti, tra classi sociali, tra chi immagina la trasformazione in corso come un’opportunità e chi teme di subirne i costi. Cosa accade quando un evento fondato sull’uguaglianza simbolica approda in un Mediterraneo diseguale e in una città attraversata da fratture radicali?  MEDITERRANEO, UN MARE IN FRANTUMI Il Mediterraneo evocato dai Giochi è, anzitutto, un’immagine politica: il mare che unisce, il ponte tra i popoli, lo spazio nel quale la competizione sportiva dovrebbe favorire la sospensione dei conflitti e mettere tra parentesi le gerarchie di matrice coloniale. Basta affacciarsi appena oltre l’estetica dell’uguaglianza messa in scena dai Giochi per ritrovare il mare reale, turbolento e scomposto. Gli indizi sono numerosi. Non si tratta soltanto della frattura tra la sponda settentrionale e quella meridionale. La geografia mediterranea è più articolata: passa tra nord e sud, ma anche tra est e ovest; tra gli Stati membri dell’Unione europea e quelli che ne restano fuori; tra Paesi attraversati dalla guerra e Paesi che ne governano gli effetti a distanza; tra chi dispone di risorse e potere negoziale, e chi è costretto a subire decisioni prese altrove. > È un mare profondamente diseguale. Basta pochi esempi per coglierne la > portata. Lungo il suo perimetro variano radicalmente il reddito, l’accesso > alla salute e all’istruzione, la stabilità politica e la capacità di incidere > sulle agende internazionali. Cambia, soprattutto, la possibilità di > attraversare quel mare. Per alcunə il Mediterraneo è il luogo del commercio e > dell’avventura. Per altrə, una frontiera militarizzata, selettiva e letale. > Nello stadio Iacovone, le bandiere dei paesi che aderiscono ai Giochi sono > state disposte alla stessa altezza lungo le rinnovate curve nord e sud. I > Paesi coinvolti non lo sono. Soprattutto, non lo sono le persone che li > abitano. Per le persone migranti, il Mediterraneo è un confine iperfortificato, pattugliato dalle navi militari, sorvegliato dai droni e dagli apparati di controllo europei, esternalizzato attraverso accordi con i paesi di transito, disseminato di centri di detenzione, naufragi e morte. Per le navi delle organizzazioni non governative è uno spazio amministrativamente e giudiziariamente accidentato, fatto di porti assegnati lontano dalle aree di soccorso, fermi, sanzioni. Per la Flotilla, il Mediterraneo è disseminato di molteplici ostacoli. Interdizioni, minacce, arresti, pressioni diplomatiche e dispositivi militari hanno trasformato un’iniziativa compiutamente politica in un problema di ordine pubblico. In nessuno di questi casi il Mediterraneo appare – neanche in prospettiva – il ponte evocato dai Giochi. Nella cornice retorica che informa i Giochi e nelle parole dei molteplici attori pubblici che, travolti dall’entusiasmo, continuano ad applaudire alla loro efficacia organizzativa non c’è traccia — neanche controluce — delle gerarchie che organizzano il Mediterraneo e delle violenze che rendono così diseguale la possibilità di attraversarlo. La partecipazione degli atleti tunisini e algerini a uno degli eventi più attesi – la finale del torneo di calcio – offre un esempio paradigmatico della distanza tra il Mediterraneo evocato dai Giochi e quello reale. I giovani calciatori sono accolti dal convinto applauso del pubblico, riconosciuti nella loro dignità sportiva e integrati nella messa in scena dell’amicizia tra i popoli. Allo stesso tempo, quella tunisina è la prima nazionalità per numero di persone trattenute nei CPR italiani e per numero di deportazioni nel paese di origine.  TARANTO, UNA CITTÀ FINALMENTE RICOMPOSTA? Se la retorica della ritrovata uguaglianza tra le sponde del Mediterraneo restasse confinata nel periodo dei Giochi, sarebbe fastidiosa ma transitoria: repertorio prevedibile, destinato a spegnersi insieme alle luci degli impianti. A Taranto, però, l’immagine della comunità ricomposta, con i conflitti che la attraversano finalmente archiviati, è in questi giorni costantemente proposta dalle classi dirigenti come una possibile forma di futuro, proprio mentre la città attraversa una fase elettrizzante e incerta. > È qui che la retorica dell’uguaglianza mostra il suo lato più oscuro. L’idea > di ricomporre ciò che la storia, la società e la politica hanno frammentato è > un modo per rappresentare il conflitto come una patologia. Come se le fratture > che dànno forma alla città fossero il residuo di una stagione ormai al > tramonto, destinata a dissolversi davanti alle promesse di transizione alle > porte. Eppure i conflitti che attraversano Taranto – tra salute e lavoro, tra fabbrica e territorio, tra centro e periferie, tra chi parte e chi resta, tra la città da abitare e quella da esibire – sono la forma concreta assunta da rapporti economici, sociali, culturali, di genere profondamente diseguali. La frattura tra salute e lavoro è la più evidente – e l’unica ad avere agibilità nello spazio pubblico. Più silenziosa – ma più profonda – è la frattura di classe: tra chi può immaginare di trasformare i grandi eventi in un’occasione economica e chi vi prende parte come forza lavoro precaria o volontaria; tra chi possiede gli spazi e chi li abita; tra chi può partecipare alla costruzione – immaginaria e reale – della città a venire e chi è chiamato a consumare quella progettata da altrə. Tra chi assiste alle gare dagli spalti e chi, pur abitando a Taranto, dei Giochi ha sentito soltanto un’eco lontana.  C’è la frattura tra il capoluogo e le borgate, amministrativamente comprese nella città ma con possibilità diseguali di partecipare alla vita urbana. E quella tra Taranto e la sua provincia, coinvolta in alcuni eventi sportivi ma non collocata allo stesso livello nella distribuzione di investimenti e visibilità. C’è inoltre un’ampia frattura generazionale, rappresentata dalla distanza tra le persone giovani coinvolte come volontarie nei giochi e ambasciatrici del futuro  e il mercato del lavoro che – ancor più a queste latitudini – continua a espellerle brutalmente. Il rischio è che – finalmente archiviata la stagione della siderurgia mortifera – sulla scia del «successo dei Giochi» alla città industriale si sostituisca la città-evento, senza che cambino i rapporti di potere che ne organizzano la vita. Le fratture che attraversano la città non sono un’immagine del passato né un difetto della sua rappresentazione: sono un fatto. Rimuoverle dal discorso pubblico significa permettere che, anche nella transizione in corso, restino intatti i rapporti di forza tra le classi sociali che agiscono a Taranto. Nel passaggio dalla città industriale all’annunciata città-evento si apre uno spazio decisivo: quello in cui immaginare forme inedite di distribuzione verso il basso di potere, parola e possibilità di azione pubblica.  Foto di copertina: Martin Rulsch, Wikimedia Commons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Giochi del Mediterraneo, uguaglianza prêt-à-porter proviene da DINAMOpress.
September 8, 2026
DINAMOpress
Come girare la frittata sul cambiamento climatico
Una formula chimica e poi una serie di numeri, diagrammi complessi, mappe, senza che venga citata la fonte o peggio utilizzando la fonte per dire l’esatto contrario di ciò che lo studio o l’analisi contiene. Aggiungi qualcuno che si definisce metereologo, qualche docente universitario senza una pubblicazione sul clima, una petizione on line, un dibattito surreale e un giornalista “illuminato” che piace a chi si ritiene “critico e alternativo”, ed ecco che viene servita la ricetta dello scetticismo o la sua variante negazionista che confonde i dati e oscura la realtà dei fatti. Congetture errate e interpretazioni personali proposte come corrette, vengono fornite al cittadino ignaro o ingenuo, e a chi è già predisposto a credere che va bene così, che la CO2 non c’entra con il riscaldamento globale, che non c’è nessun cambiamento in corso o che se c’è non dipende dalle attività umane. Uno dei metodi più utilizzati per indurre chi ascolta o chi legge in un errore di valutazione, è quello comparativo (si fa per dire). Ad esempio si prendono le medie delle minime o delle massime di alcune località europee e si paragonano con quelle di altre località del mondo. Un caso è quello utilizzato per dimostrare che oggi in Italia non ci sono le “notti tropicali” e che anzi le nostre temperature notturne sono tipicamente mediterranee. Ma si fa di più, si prendono le medie delle minime di alcune località italiane di 30 o di 60 anni fa o dei trentenni che formano il riferimento climatico, e si fa notare che le temperature vecchie e quelle nuove sono simili. Tutto torna dunque, non ci sono cambiamenti di rilievo: la sentenza dice che non abbiamo né abbiamo avuto notti tropicali. Peccato che questo metodo di comparazione non ha niente di scientifico e che non ha alcun significato oggettivo: 1) perché il confronto avviene su medie disomogenee dove le località prese in esame vivono stagioni climatiche completamente opposte. Paragonare località con clima mediterraneo (influenzato da stabilità estiva) con località di regioni soggette a clima tropicale, rappresenta una falsa simmetria climatica che pone a confronto sistemi climatici e meteorologici con dinamiche, umidità e circolazione atmosferica completamente diversi, 2) perché è sufficiente spostare l’attenzione su gran parte delle località italiane per vedere come in passato le medie delle minime estive erano al di sotto dei 20 gradi, ovvero sotto il limite che definisce le notti tropicali. E’ questo il sistema del cherry-picking, ovvero quello che seleziona solo alcune stazioni di riferimento ignorando la distribuzione geografica complessiva per nascondere il riscaldamento globale in atto, 3) perché non vi è nessuna analisi dei trend. La climatologia studia infatti le variazioni locali e globali confrontando le stesse stazioni meteo nel corso dei decenni, ed è in questo modo che si registra un chiaro aumento delle temperature minime estive in gran parte d’Europa e del Mediterraneo. Ma così funziona questo sistema di comunicazione che ha come obiettivo quello di ridimensionare (o annullare) la consapevolezza sugli scenari attuali e su quelli che mettono a rischio il funzionamento degli ecosistemi planetari e la sicurezza delle nuove generazioni. Tanto incessante lavoro serve infatti a seminare il dubbio, a nutrire diffidenza, a screditare i risultati ufficiali acquisiti nel corso di decenni, ad allontanare le decisioni politiche che possono fare la differenza tra un futuro ancora vivibile o uno potenzialmente distruttivo. Gli scettici lanciano l’accusa di catastrofismo e di terrorismo psicologico, i negazionisti quella mistificazione e di complotto, ma in concreto le differenze producono gli stessi risultati. Resta il fatto che le loro narrazioni non reggono ne logicamente, ne alla prova dei riscontri matematici, chimici e fisici, emersi e confermati da decenni. Chi gioca questa partita tutta centrata sulle inquietudini, sulle paure e sulla rabbia degli individui, sul senso di precarietà, sulle aspettative disattese, lo fa senza assumersi alcuna autentica responsabilità morale, storica o giuridica, poiché sa bene di non rischiare nulla in prima persona. Gli impatti sempre più severi del cambiamento in corso e di quello che verrà, invece mettono seriamente a rischio la salute e lo stato sociale, le categorie meno abbienti e i più fragili, i primi ma non i soli, a pagare le conseguenze dell’inazione e di chi si adopera per far apparire le cose diverse da come sono. Max Strata
August 23, 2026
Pressenza
Il mito del patriarcato mediterraneo tra ideologia e militarizzazione del potere
Prestando bene attenzione a non farne una questione con un radicamento storico o sociologico, per evitare di attribuire realtà sostanziale ad un costrutto inventato e magari finire con legittimare profezie che si autoavverano o miti di fondazione, non diversamente da come accaduto per l’entità sionista in Palestina fondata sul mito religioso della Terra promessa, sarebbe il caso di provare a circoscrivere la boutade del “patriarcato mediterraneo” dal punto di vista del riferimento politico al quale punta il generale Vannacci con il suo partito per le prossime elezioni. È chiaro che quando parla di patriarcato mediterraneo, il caudillo italiota intende strizzare l’occhio ad un elettorato di destra non propriamente liberale o liberista, ma un po’ retrogrado, conservatore e inculturato, quello che vede nella cultura femminista, LGBTQ+, woke e accogliente un pericoloso tentativo di delegittimazione del maschio o, meglio, di quello che è il mito del maschio potente, bianco e caucasico, costruito intorno all’idea dell’uomo forte che dirige persone come fossero plotoni militari. Ora, l’idea che il generale Roberto Vannacci, spezzino, cresciuto tra la Romagna, la Versilia e Parigi, i suoi voti possa prenderli nel profondo sud dell’Italia, in accordo ad un cliché elettorale, talvolta in parte confermato, che vede il meridione più conservatore, tradizionalista e incline a votare a destra, è probabilmente il motivo principale per cui gli balena in mente l’idea di rivangare il patriarcato in salsa mediterranea. Senza voler troppo andare per il sottile, bisognerebbe, intanto, fare mente locale dal punto di vista geografico sul significato di “cultura mediterranea”, sulla sua storia, che spazia dalla tradizione berbera a quella palestinese, araba, turca, fino a quella balcanica, per poi lambire le popolazioni ioniche e quelle della Magna Grecia, in un crogiuolo di realtà, aventi in comune l’affaccio sul Mar Mediterraneo, che hanno eretto insieme un patrimonio millenario fatto di scambi culturali, radici comuni, accoglienza e dialoghi di pace. Tuttavia, proprio perché nato e cresciuto in questa culla che è la cultura mediterranea, quella degli ulivi, delle reti da pesca e delle rotte commerciali, simboli orgogliosamente puntellati su ogni kefiah, emblema specifico di questa cultura mediterranea, vorrei provare a ribaltare la narrazione patriarcale sulla scorta di una serie di elementi fattuali derivanti da un’analisi materiale delle condizioni di vita all’interno del bacino mediterraneo. Chiunque sia cresciuto in una famiglia mediterranea, quale può essere anche quella pugliese di qualche decennio fa, sia essa di terra o di mare, tra contadini, ortolani, marinai, pescatori e commercianti, sa bene che mentre gli uomini trascorrevano la maggior parte del loro tempo a lavoro, il vero perno della famiglia era costituito dalle regole dettate in casa dalla donna, massaia, educatrice, economa, tutrice della cultura cittadina e responsabile della costruzione di un universo simbolico che poteva essere divino o demoniaco, tanto quanto le poteva valere l’attribuzione dell’epiteto di santa o di strega, secondo un meccanismo in grado di produrre inclusioni o esclusioni sociali. È questo matriarcato, di fatto, silenzioso e perdurante, la cifra reale della cultura mediterranea, quella che prevedeva in passato, sulla sua sponda araba sudorientale, la possibilità della poliandria, cioè la concessione alle donne di stare con più uomini, così come prevedeva il divorzio e il matrimonio a contratto da rescindere con uomini che prendevano la via dei commerci. È questa ginecocrazia, di fatto, che regnava all’interno di quelle famiglie allargate mediterranee, in cui la matrona era la domina assoluta della casa, custode di segreti, in grado di prendersi cura di ogni membro della famiglia e meritevole di rispetto sociale. Questo, tuttavia, non significa che il matriarcato abbia avuto anche un riconoscimento istituzionale allargato e un ruolo sociale condiviso. Il fatto che poi sia stato alimentato il mito di un patriarcato nell’area mediterranea è il risultato di un processo storico che ha visto il potere ufficiale affidato prima a una casta di uomini d’armi e dopo ad una casta di uomini di lettere. Tanto i primi quanto i secondi, in tempi di suffragio maschile, hanno continuato a sostenere il mito del patriarcato come tipo di narrazione retorica che si autosostiene all’interno di una società che fonda il suo primato sulla deterrenza della forza, dell’obbedienza o del sapere, non sulla capacità gestionale, sulla cura dei membri, sull’educazione, incombenze lasciate alle donne al fine di poter mantenere modelli sociale imposti non dettati dalle condizioni materiali. Con ciò, ovviamente, non si vuole dire che il patriarcato non sia effettivamente mai esistito, ma solo che esso sia stato imposto dall’alto, che sia stato un’immagine capovolta della realtà, un modello di potere sostenuto da una politica basata sul primato della coercizione, del controllo, della forza, prima militare e poi intellettuale, ma non materiale, non reale. Una vera e propria ideologica necessaria per mantenere e sostenere il primato politico della forza a discapito dell’educazione, della parola, della cura. Non a caso, l’ampia rassegna di studi[1] sulle culture matriarcali e matrilineari dimostra non solo il fatto che al fondo, prima che le civiltà accedessero alla divisione organica del lavoro, tutte le culture erano caratterizzate dal ruolo centrale delle madri, ma anche la propensione di queste culture per l’accoglienza e l’inclusione, per il culto della vita, per l’organizzazione assembleare orizzontale e non verticale o gerarchica, per la scarsa propensione alla guerra e alla violenza in favore della pace. È chiaro, allora, che in una cultura come quella contemporanea, che cerca faticosamente di appianare il gap di genere, anche con misure impopolari di Affirmative action, come le quote rosa, ai cultori del militarismo come forma di potere frana il terreno sotto i piedi. È da questa seria impostazione ideologica che bisogna partire, al di là della facile ironia che si attira una simile prospettiva anacronistica, per comprendere il programma politico del generale Vannacci. Si tratta del programma di un militare che candida altri militari e che, nel quadro di un generale processo di militarizzazione della società civile e di normalizzazione della guerra come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università dimostra da anni, cerca di trasformare diritti, la cultura, l’educazione, la democrazia e la partecipazione in modelli marziali di gestione del potere dall’alto, approfittando anche del vuoto di potere lasciato dagli intellettuali impegnati in politica. Lo schema, ovviamente, non è nuovo, basterebbe studiare un po’ di storia, anche quella del Mediterraneo, per capire che quando i militari si affacciano alla politica siamo davanti ad una crisi dei fondamenti della democrazia, della libera partecipazione dal basso, nell’illusione che l’ordine, la disciplina e il comando siano la modalità più efficiente ed efficace di gestire il potere. Anche questo, chiaramente, è sintomo di incultura, di mancanza di memoria, quella memoria che le donne custodivano e tramandavano di generazione in generazione insieme alle cure, ai rimedi naturali, alle fatture e ai malefici che condizionavano la vita delle comunità. Il patriarcato mediterraneo, dunque, non è che un mito ideologico, un’immagine capovolta della realtà, una narrazione retorica tanto fittizia quanto inattuale, architettata ad hoc da chi pensa di realizzare una società militarizzata e che – parafrasando Rousseau quando parlava della fondazione della proprietà privata – avrà un seguito solo se continuerà a trovare «delle persone abbastanza stupide da credergli». Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università [1] J.J. Bachofen, Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, Einaudi, Torino 2003; H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, Venexia, Roma 2013; H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia occidentale e Europa, Mimesis, Milano 2023; M. Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Venexia, Roma 2008. Pubblicato su Agora. La Filosofia in Piazza il 20 agosto 2026. Pubblicato anche su Pressenza il 20 agosto 2026. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Il punto di svolta: che cosa accade al sistema meteo-climatico euro mediterraneo
Le onde atmosferiche planetarie che portano il nome del meteorologo svedese Carl Rossby, trasportano aria calda verso i poli e aria fredda verso l’equatore, riducendo le differenze termiche globali e redistribuendo l’energia termica accumulata con l’irraggiamento solare. Senza di esse il “clima globale” sarebbe più statico ed estremo, con poli perennemente gelidi e tropici roventi. Le onde di Rossby influenzando dunque l’alternanza tra caldo e freddo, fra periodi piovosi e fasi più secche e sono fondamentali per l’equilibrio climatico del pianeta. Queste onde caratterizzano la corrente a getto polare (Jet Stream), quel potente flusso d’aria collocato tra i 7 e i 16 km di altitudine, che circonda il pianeta tra i 30° e i 60° di latitudine e che come un gigantesco fiume aereo forma ampie curve che si spostano dal Nord America verso l’Europa e l’Asia. Inizialmente le onde si muovono senza oscillazioni significative ma quando incontrano discontinuità sulla superficie terrestre come alternanze tra oceani e continenti, oppure semplici fluttuazioni atmosferiche, si innescano le prime oscillazioni che poi si propagano intorno al pianeta formando un treno di onde. Man mano che l’ampiezza delle onde cresce avviene il distacco di masse d’aria fredda verso sud, intensificando cicloni e anticicloni. Tuttavia si tratta di un processo temporaneo, auto limitante, poiché quando si riducono le differenze termiche, le onde si indeboliscono e si estinguono riportando il getto a uno stato più lineare. Negli ultimi decenni, a causa dell’aumento della temperatura globale causato dalle attività umane, queste naturali oscillazioni- in termini di latitudine e inclinazione- si sono progressivamente ridotte favorendo condizioni meteorologiche estreme come gravi siccità, sviluppo di Medicane (uragani mediterranei), piogge alluvionali, ondate di freddo e al contrario ondate di calore africano con l’ormai noto blocco ad Ω. Poichè a garantire l’equilibrio delle dinamiche atmosferiche sull’Europa è proprio la variabilità del Jet Stream, la riduzione delle oscillazioni delle onde di Roosby è dunque in grado di provocare impatti severi sui climi del continente. A modificare questa variabilità e quindi l’equilibrio climatico, interviene anche il riscaldamento dei mari (in particolare quello del Mediterraneo), poichè l’acqua più calda altera lo scambio di calore verticale e orizzontale, smorzando la differenza di temperatura che alimenta la forza del flusso d’aria in quota. La riduzione del gradiente termico produce inoltre un feedback climatico perché durante le ondate di calore le superfici marine e terrestri interagiscono in un ciclo di rinforzo reciproco. Assodato che il riscaldamento globale interviene su queste dinamiche, gli studi più recenti suggeriscono che il sistema climatico Euro- Mediterraneo potrebbe essere più sensibile a queste variazioni di quanto finora indicato dai modelli matematici utilizzati per le previsioni. ” Il segnale di cambiamento nelle osservazioni è infatti circa quattro volte più intenso rispetto a quello simulato e mostra come i modelli sottostimano la risposta dell’atmosfera ai gas serra”*, tanto da indurre a ritenere che ci troviamo di fronte ad un vero e proprio punto di svolta, ovvero una situazione in cui la modificazione del Jet Stream e delle onde di Roosby non rappresenta un fatto temporaneo ma una nuova condizione destinata a durare nel tempo almeno fino a quando non sarà diminuita la concentrazione dei gas serra in atmosfera. Una condizione che favorisce mutazioni su ampia scala con danni agli ecosistemi, alle persone, alle infrastrutture, alla logistica, alle produzioni agricole e industriali, e che in termini economici, nei prossimi 20 anni, sarà in grado di provocare ingenti perdite del PIL e una forte riduzione del reddito medio. E tutto ciò al netto dell’attività di El Niño e de La Niña e delle alterazioni dell’ AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation), il grande sistema di correnti dell’Oceano Atlantico che regola il clima della Terra. * Nature Communications Earth & Environment 2026 Max Strata
August 2, 2026
Pressenza