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BRESCIA: MARTEDI’ 13 GENNAIO PRESIDIO “RISE UP FOR ROJAVA” IN PIAZZA ROVETTA
Da Csa Magazzino 47, Diritti per Tutti e Collettivo Onda Studentesca: “RISE UP FOR ROJAVA! La rivoluzione della Siria del nord e dell’est è di nuovo sotto attacco nel silenzio della comunità internazionale. Dal 6 gennaio 2026, i quartieri curdi di Aleppo Sheikh Maqsoud e Ashrefyie (parte dell’Amministrazione autonoma DAAENS) subiscono l’ennesimo attacco atroce da parte delle milizie jihadiste che le potenze capitaliste hanno messo al potere a Damasco perché garantisca i loro affari, senza curarsi della realtà composita – dal punto di vista culturale ma anche politico – della società siriana. Da Aleppo arrivano immagini di attacchi ai civili, agli ospedali, massacri e torture. Le milizie salafite, sostenute dalla Turchia (quindi dalla NATO), stanno attaccando anche la diga di Tishrin, nel cantone di Kobane, e gli aerei da guerra turchi sorvolano l’area minacciosi. Chi è dalla parte dei lavoratori e delle lavoratrici, chi è dalla parte degli oppressi, chi crede nella solidarietà, nell’autodeterminazione e nell’uguaglianza, contro capitalismo, nazionalismo e imperialismo, deve scendere in piazza in difesa della rivoluzione del Rojava! MARTEDÌ 13/01/2026 ORE 18.30 – Largo Formentone (piazza Rovetta) – Brescia – RISE UP FOR ROJAVA!”. Per informazioni ulteriori clicca qui.
ALEPPO E TISHRIN: RAID DI DAMASCO E ANKARA. CORRISPONDENZA CON UNA COMPAGNA INTERNAZIONALISTA DAL ROJAVA
Siria. Da una settimana i quartieri autogovernati a maggioranza curda – Sheikh Maqsoud, Ashrefye e Bani Zeid – sono aggrediti da parte delle milizie salafite e jihadiste, ora inquadrate nell’esercito di Damasco, quello dell’ex jihadista e oggi autoproclamatosi presidente Al Jolani. Le forze del confederalismo curdo hanno accettato un cessate il fuoco, con trasferimento di civili e delle proprie forze in direzione del Rojava, pur continuando “la resistenza e la lotta delle nostre forze, attraverso vari mezzi e metodi”. Difficile capire in questi momenti la situazione sul terreno, anche perché Damasco – sostenuta esplicitamente dalla Turchia – ha nel contempo attaccato la diga di Tishrin, nel cantone di Kobane, fondamentale per l’approvvigionamento elettrico della regione. In questo caso direttamente le Fds, Forze democratiche siriane, fanno sapere che “i cieli sopra e intorno alla diga di Tishrin sono stati teatro di intensi voli di droni suicidi appartenenti a fazioni affiliate al governo di Damasco, mentre i dintorni della diga sono stati sottoposti a pesanti bombardamenti di artiglieria da parte di queste fazioni. Gli aerei da guerra turchi continuano a sorvolare intensamente la zona. Le nostre forze stanno monitorando attentamente la situazione”. Intanto la resistenza curda (ma non solo) ha attaccato siti web di sei ministeri siriani, al posto dei quali sono state mostrate immagini di combattenti morti per difendere il territorio dagli attacchi di Damasco. Stessa situazione riguarda altre centinaia e centinaia di siti web siriani vicini ad Al Jolani e alle sue milizie. Su Radio Onda d’Urto la corrispondenza con una compagna internazionalista che si trova in Rojava. Ascolta o scarica   Nella serata di domenica 11 gennaio, le Forze di Sicurezza Interne di Sheikh Maqsoud, legata al confederalismo democratico, hanno diffuso un comunicato stampa: “A partire dal 6 gennaio 2026, bande mercenarie affiliate al Governo provvisorio di Damasco, con il supporto di aerei da ricognizione dello Stato turco e utilizzando carri armati, artiglieria, veicoli blindati e ogni tipo di arma pesante, insieme a migliaia di militanti armati, hanno lanciato un brutale attacco contro i nostri quartieri. Questi attacchi miravano a sottomettere il nostro popolo nei quartieri allo sterminio, alterare la composizione demografica della zona e infrangere la dignità del nostro popolo. Tuttavia, le nostre forze, sulla base di una decisione del Consiglio popolare dei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, hanno deciso di resistere e difendere la loro dignità. Su questa base, è stata lanciata una resistenza sacrificale e i nostri combattenti non hanno esitato a offrire la loro vita in difesa dei quartieri e della dignità della nostra gente. Non c’è stata alcuna ritirata e la resa non è stata accettata. Le informazioni relative all’identità dei martiri saranno condivise con il pubblico in un secondo momento. Durante questa fase della guerra, il nostro popolo è stato sottoposto ad attacchi barbarici e violenti, che hanno causato numerose vittime e martiri. I feriti si sono riuniti per ricevere cure nell’unico ospedale del quartiere, il Khalid Al-Fajr Hospital. Le bande hanno preso di mira questo ospedale decine di volte con armi pesanti, oltre ai droni turchi Bayraktar, nel tentativo di compiere un massacro al suo interno. Alla fine, per impedire massacri e garantire l’evacuazione in sicurezza dei feriti, dei civili, delle donne e dei bambini dall’ospedale e il loro trasferimento in zone sicure, è stato dichiarato un cessate il fuoco parziale. Le nostre forze hanno affrontato il cessate il fuoco con un alto senso di responsabilità fino a quando l’ospedale non è stato svuotato e i feriti sono stati evacuati. D’ora in poi, le nostre forze continueranno, senza esitazione e fino alla fine, a seguire le orme dei loro martiri in difesa del libero arbitrio e della dignità del nostro popolo. La resistenza e la lotta delle nostre forze persisteranno attraverso vari mezzi e metodi. Forze di sicurezza interne – Sheikh Maqsoud 11 gennaio 2026″.
Zeynep Murhag: «I quartieri curdi di Aleppo resisteranno fino alla fine»
L’intervista che segue si inserisce nel contesto del perdurare degli attacchi contro i quartieri curdi di Aleppo, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, la cui storia e il cui ruolo nel contesto siriano sono stati ricostruiti in un nostro precedente approfondimento. Gli attacchi in corso sono attribuibili alle milizie del governo di transizione siriano, la cui struttura di potere si fonda in larga parte su Hayat Tahrir al-Sham (HTS), formazione jihadista che, nonostante il formale annuncio di scioglimento, continua di fatto a costituirne la spina dorsale politico-militare attraverso apparati, uomini e gruppi armati ancora pienamente operativi. Gli sviluppi attuali si collocano nel quadro degli accordi siglati nei mesi precedenti. Il 10 marzo 2025 è stato firmato un accordo tra la leadership del governo di transizione e il comando delle Syrian Democratic Forces (SDF), coalizione militare multietnica che include forze curde, arabe e assiro-siriache. A questa intesa è seguito, il 1° aprile, un accordo specifico su Aleppo, che prevedeva lo scambio di prigionieri, l’integrazione dei consigli locali nell’amministrazione provinciale e il ritiro delle SDF dalla città, con il trasferimento della sicurezza interna alle Asayish, forze civili dell’Amministrazione Autonoma. L’attuazione di tali accordi è tuttavia rimasta parziale e, dopo il ritiro delle SDF, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah sono rimasti esposti e progressivamente isolati, mentre si sono intensificati gli attacchi armati contro la popolazione. Come in numerose occasioni precedenti, i bombardamenti hanno colpito soprattutto le infrastrutture civili. L’ospedale Sehîd Xalid Fecir, nel quartiere di Sheikh Maqsoud, è stato duramente bombardato: oltre 70 feriti sono in condizioni critiche e la situazione sanitaria è sempre più drammatica. Di fronte all’aggravarsi dell’emergenza, Heyva Sor, la Mezzaluna Rossa Curda, ha lanciato un appello urgente per l’apertura di un corridoio umanitario. Un convoglio di 15 veicoli è già in viaggio verso i quartieri colpiti, mentre cresce il rischio di collasso del sistema sanitario locale. Parallelamente, da tutte le regioni dell’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (DAANES), centinaia di persone si stanno organizzando per raggiungere Aleppo in carovane di automobili. Dai cantoni di Cizîrê, Deir ez-Zor, Raqqa, Tabqa e Kobanê, la popolazione esprime la volontà di resistere, mentre i consigli locali annunciano intensi preparativi su tutto il territorio. Nei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, il Consiglio del Popolo ha assunto una posizione chiara: la popolazione resterà nei propri quartieri, determinata a proseguire la difesa contro i massacri perpetrati dalle milizie affiliate al Governo di Transizione Siriano. Di seguito riportiamo l’intervista realizzata per Dinamopress a Zeynep Murhag, 27 anni, attivista del Movimento delle Giovani Donne della Siria del Nord-Est, che da Qamişlo testimonia il protrarsi degli attacchi contro i quartieri curdi di Aleppo e la mobilitazione in corso in tutta la DAANES. Mobilitazione della popolazione di Derik (Nord-Est Siria) a sostegno della resistenza di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah La decisione di dichiarare Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah zona militare ha costretto migliaia di persone ad abbandonare le proprie abitazioni. Quali misure concrete sono state adottate per proteggere la popolazione civile e consentirne il ritorno? In questo momento è in atto una resistenza: quella della popolazione di Aleppo nei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah. Una resistenza di grande rilievo storico, poiché non è la prima volta che le forze affiliate al Governo di Transizione Siriano colpiscono queste aree, né la prima volta che la popolazione locale risponde opponendo una determinata e tenace capacità di resistenza. Attualmente l’obiettivo del governo siriano appare quello di svuotare questi due quartieri dalla loro popolazione, in particolare dalla componente curda. A questo fine si susseguono attacchi ripetuti, che la popolazione di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah ha finora costantemente contrastato. Queste aree della città hanno già conosciuto in passato forme di resistenza organizzata: già dieci anni fa si svilupparono pratiche di opposizione, grazie alle quali gli abitanti riuscirono a conquistare spazi di autonomia. Un percorso che non si è mai interrotto e che prosegue ancora oggi, mentre nelle ultime settimane gli attacchi si sono intensificati in maniera costante. Quelli in corso rappresentano i bombardamenti più violenti degli ultimi dieci anni contro questi due quartieri. La decisione assunta dal Governo di Transizione Siriano di dichiarare Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah zone militari è un messaggio di guerra rivolto alla popolazione civile, e in particolare alla comunità curda che vi risiede. Risulta altrettanto evidente come tale scelta si inserisca sotto l’influenza e la responsabilità dello Stato turco e dei gruppi armati ad esso affiliati che, in queste ore, stanno conducendo gli attacchi. Da quanto emerge, nella giornata di oggi sono stati inviati autobus ed è stato annunciato un cessate il fuoco unilaterale, accompagnato dall’ordine rivolto alla popolazione di evacuare queste aree. Un passaggio che evidenzia come l’obiettivo non sia la cessazione delle ostilità, bensì lo svuotamento dei quartieri dai loro abitanti. Proprio perché esiste una lunga storia di opposizione, contro la società locale vengono oggi impiegate strategie di guerra fondate su intimidazioni, massacri e una intensa offensiva psicologica diffusa attraverso i media, con l’obiettivo di terrorizzare gli abitanti e costringerli all’esodo. Molte persone sono state obbligate ad abbandonare le proprie case e, una volta fuggite, diverse di loro sono state sequestrate da HTS, sottoposte a torture e maltrattamenti. Per questo motivo, la narrazione proposta dai media e la realtà sul terreno appaiono profondamente divergenti. I gruppi di HTS che hanno attaccato Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah sono entrati nelle abitazioni, senza offrire alcuna protezione alla popolazione, e si sono resi responsabili di torture e uccisioni. Le vittime sono esclusivamente civili.  Dal 1° aprile le SDF hanno ufficialmente lasciato Aleppo e la sicurezza nei quartieri è affidata alle Asayish. Di conseguenza, a resistere agli attacchi dei gruppi jihadisti sono forze civili. Una società locale che si mostra compatta e determinata a restare nei propri quartieri e che ha dichiarato pubblicamente la propria disponibilità a difenderli. Per queste ragioni, i Consigli dei due quartieri hanno diffuso una dichiarazione con cui respingono ogni forma di pressione esercitata contro la popolazione e i territori. Nel testo si sottolinea come, alla luce delle azioni condotte dal governo di Damasco dal suo insediamento ai danni delle diverse componenti della società siriana — e, in particolare, dei massacri che negli ultimi giorni hanno colpito il nostro popolo — non vi sia alcuna fiducia nella sua capacità di garantire la sicurezza. Ne consegue la decisione di non arretrare nella difesa delle proprie zone e di restare nei quartieri per proteggerli. Questa dichiarazione conferma come HTS e le milizie islamiste non abbiano alcuna intenzione di proteggere la popolazione civile né di garantire un’evacuazione reale e sicura verso le regioni dell’Amministrazione Autonoma. A dimostrarlo sono i numerosi rapimenti, le torture, gli omicidi e i massacri. La popolazione è pienamente consapevole di questa realtà e sa che la propria protezione dipende innanzitutto da sé stessa. Non ripone fiducia in altre forze: per difendere il proprio futuro, la propria identità e la propria stessa esistenza, ritiene necessario opporre una determinazione collettiva. Da qui la forte volontà di restare nei quartieri e di non cedere alle strategie di guerra. È chiaro, infine, che i bisogni reali della società e le misure concrete di protezione non verranno garantiti né da HTS né dal governo di transizione siriano, ma dalla popolazione stessa. Quella in corso è una resistenza di grande rilievo, un messaggio chiaro che la popolazione rivolge contro gli attacchi a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah. È un passaggio che si iscrive in una traiettoria storica: esprime la posizione, il carattere e la determinazione di questa comunità. Per noi rappresenta una profonda fonte di speranza e di motivazione, alla quale rivolgiamo piena solidarietà. L’accordo del  1° aprile 2025 prometteva integrazione amministrativa, servizi di base e garanzie per la popolazione locale. Quali parti di quell’accordo, a suo avviso, non sono state attuate e perché? L’accordo su Aleppo del 1° aprile si inserisce in diretta continuità con l’intesa del 10 marzo, sottoscritta dal leader di HTS Jolani – Ahmed al-Shara – e dal comando delle SDF. Il testo del 1° aprile era concepito come un primo passo, una sperimentazione concreta dell’attuazione di quell’accordo nel contesto della città di Aleppo. L’accordo, articolato in 14 punti, prevedeva tra le sue disposizioni lo scambio di prigionieri e un percorso di integrazione amministrativa, che riconosceva ai consigli locali dei quartieri la possibilità di organizzarsi autonomamente e di essere integrati nell’amministrazione provinciale di Aleppo, sotto il coordinamento di un comitato civile dedicato. L’intesa includeva inoltre la garanzia dei servizi di base e misure di tutela per la popolazione locale, riconoscendo in particolare l’accesso all’acqua come un elemento essenziale. Il testo stabiliva inoltre il ritiro delle SDF da Aleppo e l’affidamento della sicurezza alle Asayish, forza civile di sicurezza interna, a condizione che fossero tutelate l’identità culturale della popolazione e i diritti della minoranza curda nei quartieri interessati. Se oggi si valutano le parti dell’intesa effettivamente attuate, emerge che alcuni passaggi iniziali hanno avuto luogo: è stato realizzato uno scambio di prigionieri che ha coinvolto circa 200 detenuti, le SDF hanno lasciato la città e diversi posti di blocco sono stati smantellati o alleggeriti, con una conseguente riduzione delle misure di sicurezza. Passaggi che hanno rappresentato segnali positivi e alimentato aspettative e speranze all’interno della società. Tuttavia, molte delle misure adottate sono rimaste unilaterali. Dopo il ritiro delle SDF, i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah sono rimasti di fatto isolati all’interno della città. Nel complesso, anziché una piena attuazione dell’intesa, si assiste all’esatto contrario. Negli ultimi tre giorni in particolare, ma già nei mesi precedenti, si sono infatti ripetuti attacchi contro la popolazione di Aleppo, colpendo in modo mirato i quartieri a maggioranza curda. Ciò indica che è in corso un’offensiva pesante contro la popolazione di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah e che, allo stato attuale, non esistono garanzie di sicurezza né di sopravvivenza per la comunità curda che vi risiede. Quanto sta accadendo oggi rappresenta l’opposto di quanto promesso nell’accordo della primavera 2025, a quasi un anno dalla sua firma. Tutto ciò dimostra come queste forze siano ostili all’idea di una Siria democratica e decentralizzata, fondata sulla convivenza pacifica tra comunità diverse, al di là delle appartenenze religiose o etniche. Gli attacchi in corso ad Aleppo trasmettono inoltre un messaggio che non riguarda soltanto la popolazione curda, ma coinvolge anche quella alawita, drusa e l’insieme delle minoranze presenti nel Paese, comprese le comunità ebraiche, ezide e molte altre. La mancata applicazione dell’accordo e la prosecuzione degli attacchi contro la popolazione civile confermano che le forze islamiste e le milizie armate affiliate allo Stato turco, oggi responsabili delle violenze ad Aleppo e dei massacri contro la popolazione curda, si pongono apertamente contro gli accordi del 10 marzo e del 1° aprile aprile e, più in generale, contro la possibilità stessa di una Siria democratica e pacifica. Mobilitazione della popolazione di Derik (Nord-Est Siria) a sostegno della resistenza di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah Dopo questa escalation, quali scenari si delineano per il futuro di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah? Per quanto riguarda il futuro dei quartieri dopo questa escalation, ciò che possiamo affermare come popolazione del Rojava — sulla base di ciò con cui siamo cresciuti, di quanto abbiamo vissuto e osservato, e del carattere che ha segnato gli ultimi cinquant’anni di resistenza del popolo curdo — è che, anche di fronte agli attacchi contro la società e ai sacrifici che essa è chiamata a sostenere pur di non abbandonare le proprie case, la resistenza continuerà, fino alla fine. Lo abbiamo già visto a Kobanê e lo abbiamo visto in passato anche a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, che fin dall’inizio della rivoluzione siriana e delle primavere dei popoli in Medio Oriente hanno sempre resistito, e lo ha fatto con successo. Se dunque la resistenza della popolazione di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, così come quella del Rojava, riuscirà — ed è questa la nostra visione e ciò in cui crediamo — la nostra scelta sarà quella di insistere sul dialogo e sugli accordi, non su una soluzione militare né su nuovi massacri. Questo non è l’obiettivo di nessuno di noi. Per questo puntiamo sul dialogo e sugli accordi, come strumenti capaci di aprire passi in avanti verso una Siria dei popoli, una Siria democratica e pacifica, una Siria che possa diventare un esempio per l’intero Medio Oriente e una fonte di motivazione e di speranza per il mondo e per tutte le forze democratiche, in questa fase storica che viviamo e che molti definiscono come una Terza guerra mondiale, in cui ovunque le esperienze democratiche sono sotto attacco. In questo quadro, la resistenza che oggi vediamo a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah può rappresentare una speranza per l’intera umanità, con un impatto pari — o persino superiore — a quello che ebbe Kobanê dieci anni fa. Per questo nutriamo una profonda fiducia. L’autogoverno e l’organizzazione democratica della società costituiscono per noi un principio fondamentale, una linea invalicabile. La popolazione non accetterà un controllo imposto né la cancellazione della propria esistenza, ma continuerà a rivendicare una Siria dai molti colori, capace di garantire l’esistenza e i diritti di tutte le minoranze e identità. Si tratta dunque di una lotta animata da una visione ampia e da una prospettiva di lungo periodo sul futuro. Crediamo che vi sia davanti a noi un orizzonte luminoso e che questi quartieri riusciranno nella loro resistenza, non in solitudine. Ne è prova la solidarietà che stiamo ricevendo dalla comunità internazionale e dall’intera popolazione curda: negli ultimi giorni, in tutte e quattro le parti del Kurdistan, migliaia di persone sono scese in strada. Anche in Iran sono in corso sollevazioni, in particolare nelle città a maggioranza curda, dove la popolazione è in resistenza contro il regime ed esprime una forte solidarietà con Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah. Manifestazioni si sono svolte inoltre in numerose città del Kurdistan del Sud e del Nord. Nel Kurdistan del Nord, oltre alle proteste di piazza, molte persone si sono spinte fino ai confini per testimoniare concretamente il proprio sostegno alla resistenza in corso. Tutto questo dimostra che, per noi come popolo curdo, questa resistenza stia ancora una volta rafforzando un senso di unità, nonostante la separazione materiale imposta dai confini. Sta generando uno spirito profondo e una forza collettiva di grande importanza. La copertina è tratta da un video pubblicato sul canale Telegram di Rete Kurdistan SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Zeynep Murhag: «I quartieri curdi di Aleppo resisteranno fino alla fine» proviene da DINAMOpress.
Turchia, Damasco e jihadisti attaccano la popolazione curda a Aleppo
Dal 7 gennaio è iniziato un attacco contro i quartieri a maggioranza curda della città di Aleppo, bombardamenti che colpiscono la popolazione civile causando morti, feriti e fughe. Si tratta di gruppi di miliziani islamisti sostenuti sia dal governo centrale di Damasco che dalla Turchia che ha l'obiettivo della polizia etnica; da parte curda non c'è un esercito in campo.  Gli insediamenti curdi attaccati sono Sheikh Maqsoud, Ashrafiyah  e Beni Zeyd. La documentazione fornita dall’Agenzia di stampa curda ANHA riferisce che 9 persone— quasi tutte civili — hanno perso la vita, mentre almeno 46 sono rimaste ferite, tra cui molti bambini e bambine. Ne parliamo con un compagno dell'Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia
Aleppo, il ritorno della guerra nei quartieri curdi
All’alba del 7 gennaio, le strade del nord di Aleppo iniziano a svuotarsi. Famiglie curde lasciano Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh portando con sé l’essenziale, mentre altre restano. Fino a pochi giorni fa erano quartieri pienamente abitati, con scuole, negozi e una vita quotidiana intensa; oggi sono attraversati da attacchi e evacuazioni. Ancora una volta, questi quartieri tornano a essere zone di guerra. Nel primo pomeriggio, l’esercito arabo siriano ha dichiarato entrambe le aree «zona militare chiusa», imponendo un ultimatum affinché i civili lasciassero immediatamente i quartieri e designando tutti i posti di fatto controllati dalle forze curde – le Syrian Democratic Forces (SDF) e l’apparato di sicurezza Asayish – come obiettivi militari legittimi. Centinaia di colpi d’artiglieria e raid hanno risuonato tra le strade strette di questi distretti urbani, costringendo oltre 40.000 persone a cercare rifugio altrove mentre scuole, uffici e l’aeroporto di Aleppo restano chiusi. > Le famiglie in fuga parlano di esplosioni continue, di mortai che colpiscono > le case, di persone anziane e bambine e bambini trascinate fuori dai letti > nella notte. Nonostante i bombardamenti, gli assalti e l’assedio, le Asayişh continuano a presidiare i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh, respingendo ogni tentativo di infiltrazione armata. L’artiglieria e i missili lanciati dalle fazioni affiliate al governo di Damasco hanno colpito aree residenziali, edifici civili e, in alcuni casi, anche i convogli con cui si stava evacuando la popolazione. Filmati circolati nelle ultime ore mostrano l’uso di droni contro edifici abitati, l’avanzata di mezzi corazzati ai margini dei quartieri e, allo stesso tempo, civili che scelgono di restare, nonostante il rischio, per non abbandonare le proprie case. Le Asayish attribuiscono gli attacchi a fazioni armate filo-turche, già in passato accusate di gravi violazioni contro la popolazione civile. In particolare, queste formazioni sono state chiamate in causa per uccisioni, saccheggi e violenze contro civili drusi nella provincia di Suwayda e contro civili appartenenti alla minoranza alawita nelle regioni costiere della Siria, soprattutto nelle aree di Latakia e Tartus, in episodi che hanno alimentato forti tensioni settarie e denunce di impunità. Le autorità governative giustificano l’offensiva come una risposta a presunti attacchi con mortai e razzi imputati alle forze di difesa curde nelle settimane precedenti, che avrebbero colpito posti di blocco e aree sotto controllo governativo in altre zone di Aleppo. Le leadership curde respingono le accuse e denunciano invece l’avvio di una operazione punitiva contro quartieri civili, parlando di una guerra di annientamento contro popolazioni già fragili dopo anni di isolamento e violenze. In una dichiarazione diffusa il 7 gennaio 2026, il Comando Generale delle SDF afferma che Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh sono sottoposti a un assedio prolungato e ribadisce che non rappresentano in alcun modo una minaccia militare per Aleppo. Le accuse di attività armate curde vengono definite “false e costruite ad arte”, mentre viene ricordato che le SDF non hanno alcuna presenza militare nella città, da cui si sarebbero ritirate apertamente nell’ambito dell’accordo locale siglato il 1° aprile 2025 con le autorità di Damasco. La dichiarazione si chiude con un appello agli attori regionali e internazionali affinché intervengano per fermare l’assedio, segnalando che la prosecuzione dell’offensiva contro i civili rischia di produrre conseguenze che vanno ben oltre Aleppo, riaprendo una fase di instabilità e di conflitto su scala nazionale. Non è la prima volta che questi quartieri attraversano la tempesta. Per capire perché oggi Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh tornino a essere inghiottiti dalla guerra, bisogna risalire di oltre un decennio e guardare al percorso che li ha plasmati. Entrambi i quartieri rappresentano un’anomalia geopolitica incastonata nella seconda città della Siria: una enclave curda urbana sopravvissuta a guerra, assedi e compromessi. Si estendono nella parte nord e nord-orientale di Aleppo – Sheikh Maqsoud, più ampio e arroccato su un’altura che domina la città, e Ashrafiyeh, più compatto, immediatamente a ovest. Insieme costituiscono un’area a maggioranza curda che, pur completamente circondata da quartieri sotto il controllo di Damasco, ha conservato nel tempo istituzioni locali e un apparato di sicurezza legato all’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (DAANES). Questa singolarità affonda le sue radici nella storia urbana di Aleppo. Nel secondo Novecento la città cresce rapidamente, assorbendo vaste ondate di migrazione interna. In questo processo, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh diventano progressivamente un punto di approdo per famiglie curde provenienti dalle campagne del nord e del nord-est del Paese. Negli anni più recenti, a questa popolazione si aggiungono migliaia di sfollati interni, in particolare dopo le operazioni militari turche e il collasso di altre aree a maggioranza curda, come Afrin.  Con l’inizio della guerra civile, a partire dal 2012, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh entrano in una fase di isolamento forzato. Mentre Aleppo si frammenta tra aree controllate dal regime, gruppi ribelli e formazioni jihadiste, i due quartieri passano sotto l’influenza delle forze curde (YPG) e delle strutture di sicurezza locali, gli Asayish. > Negli anni più duri del conflitto urbano, in particolare tra il 2013 e il > 2016, diventano bersaglio di assedi e bombardamenti da parte dei gruppi > islamisti che controllano l’est della città. È in questo contesto che prende > forma una pratica di autogoverno di quartiere: amministrazione locale, > autodifesa armata e gestione autonoma dei servizi essenziali come risposta > diretta alla guerra. Quando, alla fine del 2016, Aleppo torna sotto il controllo delle forze governative siriane e dei loro alleati, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh non vengono pienamente reintegrati nell’assetto politico del regime. Restano, piuttosto, un’isola all’interno di una città riconquistata: oggi l’amministrazione locale continua a essere legata alle strutture della DAANES, mentre la sicurezza rimane affidata alle Asayish. La convivenza con Damasco è tesa, ma regolata da un fragile equilibrio fatto di accordi, posti di blocco condivisi, corridoi di accesso e negoziati intermittenti. Negli anni successivi, questi quartieri diventano uno degli esempi più evidenti di giurisdizione ibrida nel nord della Siria. I cambiamenti che maturano tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 si collocano dentro un tornante politico ben preciso che va dall’uscita di scena di Bashar al-Assad l’8 dicembre 2024, dopo l’avanzata delle forze ribelli guidate da Hayat Tahrir al-Sham (HTS), all’avvio di una nuova fase di transizione a Damasco. In parallelo, nel nord del Paese, la priorità dichiarata del nuovo centro di potere diventa quella di ricomporre il mosaico delle aree rimaste autonome, cioè non pienamente integrate nelle istituzioni statali: un obiettivo che passa anche dal nodo curdo e dalla questione SDF, in quanto principale attore politico-militare curdo, chiamato ora a ridefinire il proprio ruolo dentro il nuovo assetto dello Stato siriano. È in questo contesto che si intensifica la spinta verso una fase negoziale. Da un lato Damasco rivendica il rientro sotto l’autorità centrale di confini, aeroporti, risorse e apparati di sicurezza; dall’altro le leadership curde cercano di mettere in sicurezza i propri diritti e margini di autogoverno dentro la nuova architettura dello Stato. Il punto di svolta è l’accordo del 10 marzo 2025 tra governo di transizione e SDF, presentato come un’intesa per integrare istituzioni civili e militari del nord-est nello Stato siriano e aprire una traiettoria di unificazione, con comitati incaricati dell’attuazione entro fine 2025.  > Questa cornice aiuta a capire perché, pochi mesi dopo, Sheikh Maqsoud e > Ashrafiyeh vengano letti come un “laboratorio” politico fondamentale: sono uno > dei luoghi in cui quell’accordo – e la sua promessa di integrazione negoziata > – tenta di tradursi in pratica sul terreno.  Il già citato accordo locale del 1° aprile su Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh prevede il rientro formale dei due quartieri sotto l’autorità dello Stato siriano, accompagnato da una riorganizzazione della sicurezza e da una progressiva smilitarizzazione dello spazio urbano. In base all’accordo, le SDF si sono ritirate completamente dalle strade e dagli spazi pubblici dei quartieri, trasferendo la gestione dell’ordine pubblico al Ministero dell’Interno siriano, in coordinamento con gli Asayish. L’amministrazione, i servizi civili e le istituzioni educative sarebbero rimasti in funzione in attesa di una piena integrazione. In cambio, alle comunità locali venivano promesse garanzie sulla rappresentanza, sulla libertà di movimento e sulla tutela dell’identità culturale e linguistica. Fin dall’inizio, tuttavia, l’attuazione dell’accordo procede in modo diseguale. Alcuni punti vengono avviati – la rimozione parziale dei posti di blocco, il ridimensionamento visibile delle forze armate curde, l’apertura di canali amministrativi con la città – ma altri restano sospesi o affidati a comitati congiunti mai pienamente operativi. La questione della sicurezza, in particolare, si rivela il nodo più fragile: la sovrapposizione di competenze, la diffidenza reciproca e l’assenza di meccanismi di garanzia rendono l’equilibrio instabile. Oltre al nodo della sicurezza, anche altri pilastri dell’accordo restano in larga parte inattuati: dall’integrazione amministrativa alla rappresentanza politica, dalle garanzie culturali alla normalizzazione dei servizi. Secondo le autorità locali curde, molte delle promesse avanzate da Damasco sono rimaste vaghe, applicate solo formalmente o rinviate, alimentando la percezione di un ritorno sotto l’autorità centrale privo di reali contropartite. Il fragile compromesso costruito su Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh si incrina anche alla luce del mutato atteggiamento degli Stati Uniti. Se negli anni precedenti la presenza americana – legata al sostegno delle forze curde impegnate nella lotta contro l’ISIS – aveva rappresentato, almeno indirettamente, un fattore di deterrenza e una garanzia politica per le leadership curde, già dal 2019 Washington ha ritirato ogni forma di copertura a ovest dell’Eufrate, limitando la propria presenza e influenza ad alcune aree del Nord-Est. Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 questo ombrello si è ridotto ulteriormente. La linea statunitense è quella di un disimpegno netto dai dossier urbani più sensibili, Aleppo compresa, lasciando alle autorità curde il peso di negoziare da sole con Damasco e riducendo di fatto ogni margine di protezione politica esterna. In questo vuoto di garanzie, l’accordo su Aleppo perde rapidamente solidità. Per il governo di Damasco, l’assenza di una mediazione americana attiva riduce i costi politici e strategici di una linea più assertiva; per le autorità curde, diventa evidente che le intese raggiunte non sono sostenute da un meccanismo di garanzia internazionale capace di farle rispettare. Le promesse di integrazione e autonomia restano così appese a un equilibrio precario, esposto alle pressioni militari e alla sfiducia reciproca. > Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh finiscono per incarnare proprio questo punto di > rottura: quartieri troppo simbolici per essere lasciati in una zona grigia, ma > troppo isolati per essere difesi senza un sostegno esterno esplicito. Quando > l’accordo locale inizia a vacillare, la gestione della crisi torna rapidamente > sul terreno militare. È su questo equilibrio fragile – un’autonomia di fatto, circondata e negoziata, mai davvero risolta – che si innesta l’escalation di questi giorni. I combattimenti e i bombardamenti attorno a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh si sono progressivamente intensificati, accompagnati da evacuazioni di massa e da una crescente militarizzazione dei quartieri. I tentativi di tregua appaiono ancora una volta precari, esposti a un equilibrio che continua a cedere, e il destino di questi quartieri torna a interrogare non solo Aleppo, ma l’intero processo di ricomposizione della Siria. Immagine di copertina concessa da UIKI ONLUS – Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Aleppo, il ritorno della guerra nei quartieri curdi proviene da DINAMOpress.
ALEPPO: ATTACCHI INDISCRIMINATI DI DAMASCO AI QUARTIERI CURDI. LA CORRISPONDENZA CON UNA COMPAGNA INTERNAZIONALISTA ITALIANA
Siria. Proteste di massa contro l’aggressione jihadista in corso ad Aleppo in molte città del Rojava ma pure del Kurdistan turco, come Amed. Damasco da giorni ha dato l’assalto ai quartieri curdi di Ashrafieh, Sheikh Maqsoud e Bani Zeid. Qui nella notte il ministero della Difesa del governo di transizione siriano ha annunciato un cessate il fuoco temporaneo, a partire dalle 3 del mattino. Damasco parla di “tregua temporanea” minacciando nel contempo nuovamente le forze curde di autodifesa Asayîş e dando loro un ultimatum di poche ore per ritirarsi dall’area, entro stamattina, venerdì 9 gennaio. Fino a pochi minuti prima del cessate il fuoco le milizie salafite del cosiddetto governo di transizione hanno continuano ad attaccare i quartieri autogovernati, con tentativi di entrare con carri armati e cecchini sui tetti. Tentativi respinti sul terreno dalle forze curde di autodifesa, parte del progetto rivoluzionario del confederalismo democratico. In mezzo i civili, 140mila dei quali scappati, con almeno 21 vittime e decine di feriti. Colpito anche l’ospedale Xelid Fecir, dagli attacchi con armi pesanti usate dalle milizie del governo di transizione. Intanto l’Amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale ha diffuso un comunicato: “Gli attacchi in corso ai quartieri Sheikh Maqsoud e Ashrafieh di Aleppo, compiuti da fazioni affiliate al governo di transizione siriano, costituiscono un atto criminale sistematico che prende di mira direttamente civili disarmati.  L’incapacità di queste fazioni di ottenere qualsiasi progresso militare sul campo li ha spinti ad adottare una politica di bombardamenti indiscriminati e deliberati, prendendo di mira aree residenziali, ospedali e strutture di servizio. Il targeting ripetuto di ospedali e centri sanitari non può essere considerato un incidente o un errore militare; piuttosto, è un atto deliberato volto a paralizzare la vita nei due quartieri. La continuazione di questi gravi crimini e violazioni minaccia di portare a massacri contro i civili.  Riteniamo lo Stato turco direttamente responsabile di questi crimini”. Su Radio Onda d’Urto la corrispondenza dal Rojava con una compagna internazionalista italiana, arrivata in Redazione venerdì 9 gennaio. Ascolta o scarica
SIRIA: PESANTI ATTACCHI GOVERNATIVI SUI QUARTIERI CURDI DI ALEPPO. VITTIME CIVILI E ABITAZIONI DISTRUTTE
Nel nord della Siria, ad Aleppo, le milizie di Damasco stanno di nuovo attaccando i quartieri autogovernati, a maggioranza curda, Sheikh Maqsoud e Ashrefiye, che fanno parte dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est (DAANES) anche se sono divisi, a livello territoriale, dal resto della Siria nordorientale. In corso da ieri, martedì 6 gennaio 2026, pesanti bombardamenti di artiglieria. Le milizie, inquadrate nell’esercito siriano, avanzano anche con tank e altri mezzi militari. Le forze di sicurezza interna (Asayish) dei due quartieri curdi resistono e riferiscono di aver respinto 5 tentativi di incursione. L’autodifesa dell’area è stata affidata, infatti, alla sicurezza interna e alla popolazione dopo che le Forze democratiche siriane, le Ypg e le Ypj, si erano ritirate nell’aprile 2025 in seguito a un accordo con Damasco. Gli attacchi delle milizie hanno provocato diverse vittime e decine di feriti tra i civili. In tutto i morti sarebbero 9, tra i quali due donne e un bambino. Significativi anche i danni materiali, con circa 130 abitazioni che risultano parzialmente distrutte dai colpi di artiglieria. Ad Aleppo, in teoria, è in vigore un cessate il fuoco da aprile 2025. Due giorni fa, i vertici militari delle Forze democratiche siriane si erano recati a Damasco per un nuovo round di negoziati con il governo dell’autoproclamato presidente siriano Al-Sharaa. Ieri, il ministro della Difesa della Turchia – grande sponsor di Damasco – ha ribadito che tutti i gruppi armati legati al Pkk devono deporre le armi, comprese le Forze democratiche siriane. Intanto, con la mediazione degli Stati Uniti, Siria e Israele accelerano i colloqui per la normalizzazione dei rapporti. Damasco e Tel Aviv avrebbero concordato l’istituzione di una cellula di intelligence congiunta. Washington propone inoltre una zona demilitarizzata nel sud del Paese (cioè la cessione a Tel Aviv dei territori che ha occupato militarmente). Su Radio Onda d’Urto è intervenuto Tiziano Saccucci, dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia (Uiki). Ascolta o scarica.
SIRIA: L’ESERCITO DI DAMASCO (HTS) ATTACCA I QUARTIERI CURDI DI ALEPPO. UNA VITTIMA E DIVERSI FERITI, MA L’OFFENSIVA È STATA RESPINTA
Le milizie salafite legate alla Turchia, inquadrate nell’esercito di Damasco, hanno attaccato di nuovo – martedì 22 dicembre 2025 – i quartieri a maggioranza curda di Aleppo, Sheikh Maqsoud e Ashrefyie. Si tratta del secondo tentativo in pochi mesi di entrare in quella porzione della seconda città siriana che è autogovernata secondo il modello del confederalismo democratico ed è parte dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est, con la quale però non c’è continuità territoriale. Come nello scorso mese di ottobre, l’attacco è stato respinto dalla popolazione e dalle forze di sicurezza interna confederali. Le Forze siriane democratiche, le Ypg e le Ypj si sono infatti ritirate dai quartieri curdi di Aleppo in seguito a un accordo di cessate il fuoco specifico per la situazione della città nord-occidentale siglato dalle Sdf e Damasco in aprile. Da allora, l’autodifesa dei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrefyie è dunque affidata ai loro oltre 200mila abitanti (in maggioranza curdi, ma anche arabi siriani della minoranza cristiana), alle istituzioni politiche civili e alle forze di sicurezza interna. Oggi, martedì 23 dicembre, nei due quartieri la situazione è di calma relativa, ma l’aggressione – con tank e artiglieria – ha causato l’uccisione di una donna e il ferimento di altri 19 civili, tra i quali un bambino di 9 anni. Lo scorso 10 marzo, il comandante in capo delle Forze democratiche siriane, Mazloum Abdi, e l’autoproclamato presidente siriano, Ahmed Al-Sharaa, hanno firmato un accordo di cessate il fuoco su tutto il territorio siriano. In teoria, però, il patto prevede l’implementazione – entro fine anno – di una serie di punti verso l’integrazione delle istituzioni autonome della Siria del nord-est nel nuovo assetto istituzionale della Siria “post-Assad”. I negoziati, tuttavia, vanno a rilento. Difficile trovare una mediazione tra le parti, soprattutto per quanto riguarda il nodo principale: l’integrazione delle Forze democratiche siriane, l’esercito de facto della Siria settentrionale e orientale (composto dalle Ypg/Ypj a maggioranza curda e da diversi consigli militari delle aree a maggioranza araba), nell’esercito di Damasco. Il governo siriano e la Turchia (suo principale sponsor e alleato) vorrebbero che il potere – anche militare – fosse centralizzato a Damasco. Le Sdf e l’Amministrazione autonoma del nord-est insistono sul modello di una Siria unita ma con un sistema decentralizzato, che riconosca l’autonomia, l’autogoverno e l’autodifesa (anche militare) alle comunità locali… In sostanza, sul modello del confederalismo democratico. Mediano tra le due posizioni gli Usa e gli stati europei della Coalizione internazionale anti-Isis, interessati a stabilizzare il Paese. Da alcune settimane i negoziati siriani sono – anche ufficialmente – uno dei temi sul tavolo delle trattative in corso da più di un anno tra lo stato turco e il leader del movimento di liberazione curdo Abdullah Öcalan, da 26 anni detenuto sull’isola-carcere di Imrali, in Turchia. Su Radio Onda d’Urto abbiamo fatto il punto della situazione con Jacopo Bindi dell’Accademia della Modernità Democratica. Ascolta o scarica.
ALEPPO: GLI JIHADISTI (ORA AL POTERE A DAMASCO) ASSEDIANO I QUARTIERI A MAGGIORANZA CURDA DI SHAYKH MAQSOOD E ASHRAFIYE
Calma tesa nel nord della Siria stamattina, martedì 7 ottobre, dopo una serata di scontri tra forze governative – gli ex jihadisti ora riciclatisi al potere a Damasco assieme ad Al Jolani – e forze militari rivoluzionarie (in particolare YPG) che fanno riferimento al confederalismo democratico, curdo ma non solo, ad Aleppo. Gli scontri armati hanno causato un numero ancora non precisato di vittime e feriti. Nel mirino i quartieri di Shaykh Maqsood e Ashrafiye, a forte maggioranza curda, dopo vivono secondo i dettami del confederalismo democratico circa 500mila persone, di fatto in stato di assedio permanente. Dopo 2 giorni di chiusura da parte dei governativi dei due quartieri, ieri sera migliaia di persone sono scese in strada per manifestare, represse da lacrimogeni e spari. Le truppe già jihadiste e ora cosiddette “governative” hanno provato ad assaltare con i blindati i quartieri, respinti però dalle forze democratiche curdosiriane Ora ad Aleppo regna però una calma tesa, con un dispiegamento significativo di milizie jihadiste, che hanno chiuso le principali vie d’accesso alle aree curde. Scontri armati e colpi d’artiglieria incrociati pure a est di Aleppo, a Deir Hafer, mentre l’inviato speciale Usa, Thomas Barrack, e il comandante Centcom, l’ammiraglio Brad Cooper, hanno incontrato il comandante Fds, Mazlum Abdi, per fare ripartire il processo dell’accordo di integrazione siglato a marzo tra le autorità del Rojava e quelle, traballanti, al potere a Damasco, dove oggi – a sorpresa – gli stessi Usa hanno messo attorno a un tavolo lo stesso Abdi e Al Jolani, ora “presidente Sharaa”. RIPRODUZIONE RISERVATA L’aggiornamento su Radio Onda d’Urto con Tiziano Saccucci, Uiki Onlus.  Ascolta o scarica L’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria Settentrionale e Orientale (Rojava) ha intanto rilasciato una dichiarazione scritta in merito agli attacchi sferrati dalle forze affiliate al Governo provvisorio siriano nei quartieri di Sheikh Maqsood e Ashrafiyah ad Aleppo. L’Amministrazione ha descritto gli assalti come “una continuazione delle politiche di oppressione e tirannia. In qualità di Amministrazione Autonoma Democratica della Siria Settentrionale e Orientale, condanniamo gli attacchi sferrati da gruppi affiliati al Governo Provvisorio Siriano contro i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh. Questi attacchi costituiscono una palese violazione dei diritti della popolazione di Afrin, che è stata costretta ad abbandonare le proprie case e ora è soggetta a una severa repressione da parte dei gruppi sotto il controllo del Governo Provvisorio”. La dichiarazione aggiungeva: “Gli attacchi a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh sono la continuazione delle azioni razziste e delle politiche divisive perseguite dal governo provvisorio. È chiaro che non hanno imparato nulla da ciò che è accaduto lungo la regione costiera o a Sweida. Le stesse forze e la stessa mentalità stanno trascinando la Siria verso una catastrofe e una rovina irreversibili. Chiediamo quindi a tutti i siriani amanti della libertà e patriottici di essere solidali con la nostra gente nei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh. Esortiamo inoltre le forze democratiche siriane, le organizzazioni internazionali e la comunità internazionale a porre fine alle politiche perseguite dal governo provvisorio siriano. Ciò che sta accadendo oggi conferma che non vi è alcun serio sforzo per trovare una soluzione globale alle questioni nazionali irrisolte, ed è chiaro che alcune parti continuano a fare affidamento sul linguaggio delle armi e del conflitto interno invece che sul dialogo costruttivo e sugli sforzi congiunti per costruire una Siria democratica e pluralistica per tutti”. La dichiarazione continua: “Come Amministrazione Autonoma Democratica, condanniamo fermamente questi attacchi e riteniamo gli aggressori responsabili dei disastri umanitari e politici che ne derivano. Chiediamo al popolo della Siria settentrionale e orientale di prendere una posizione nazionale e morale, di stare al fianco dei nostri fratelli e sorelle di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh e di sostenere la loro legittima resistenza contro questi attacchi”. L’Amministrazione Autonoma ha invitato “i popoli della Siria, in tutte le loro componenti, a opporsi a chiunque cerchi di seminare discordia tra i popoli del Paese e a garantire che le tragedie del passato non si ripetano mai più. L’unica via per porre fine alla crisi siriana è la pace e una soluzione democratica. Prendere di mira i civili e le zone sicure non porterà altro che ulteriore distruzione”.