Reprimere e punire: un nuovo «diritto della paura»?
Si profila all’orizzonte l’ennesima stretta securitaria, l’ennesimo intervento
legislativo volto a dare risposta, nell’intenzione del governo italiano, alle
emergenze sempre più pressanti della società italiana.
Un intervento normativo preceduto e accompagnato da una narrazione ben precisa
della realtà che viene veicolata in maniera ossessiva dai media e ripetuta a
sostegno e giustificazione dell’ennesima risposta repressiva e punitiva rispetto
a fenomeni sociali complessi che meriterebbero ben altro approccio e maggiore
attenzione.
Gli interventi normativi, soprattutto in campo penale, che stanno
caratterizzando le politiche dell’attuale governo, sono state ampiamente
analizzate e classificate in maniere diverse.
Alcuni commentatori hanno parlato di un “diritto penale della perenne emergenza
1” proprio per sottolineare come gli interventi normativi di questi anni
rispondano alla necessità di reprimere condotte illecite e punire colpevoli
creati dagli allarmi lanciati dalla cronaca nera e dalle ansie ingenerate nella
popolazione da media troppo spesso a caccia di sensazionalismo.
Altri autori hanno anche parlato di “diritto penale massimo”, ovvero di un
diritto penale che si caratterizza per la proliferazione delle fattispecie,
delle aggravanti, degli aumenti incontrollati delle pene.
Ma non solo. Si è anche parlato di un “diritto penale erratico, asistematico,
imprevedibile” in quanto rappresenta più che altro una reazione impulsiva del
legislatore che non tiene in alcun conto i principi di coerenza, razionalità e
ragionevolezza giuridica che dovrebbero garantire l’eguaglianza dei cittadini di
fronte alla legge penale.
Ma anche di “diritto penale di segno neocorporativo” utilizzato per compiacere
particolari settori della popolazione o categorie professionali, ma anche
segmenti delle stesse istituzioni, a danno del nemico di turno individuato
alternativamente e cumulativamente nel migrante, nel disobbediente,
nell’irregolare, sempre e comunque però in chi si trova ai margini della
società.
Ma tutti questi interventi legislativi, presentati come la risposta delle
istituzioni al malessere crescente in alcuni strati sociali della nostra
società, hanno mostrato i loro limiti e la loro incapacità di dare concreta
risposta a fenomeni sociali complessi che richiederebbero ben altro tipo di
attenzione.
Così, non solo ci troviamo a dover commentare l’ennesimo pacchetto di misure
repressive e punitive, ma dobbiamo fare i conti con l’ulteriore spostamento in
avanti dell’asticella di quel securitarismo che nel privilegiare la sicurezza,
l’ordine pubblico e la stabilità, comprime sempre di più diritti individuali e
sociali, non cercando un equilibrio tra le contrapposte esigenze ma facendo
pendere la bilancia sempre di più a favore delle prime.
In questo contesto si inserisce la bozza del nuovo pacchetto sicurezza
predisposto dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi 2.
Si tratterebbe di un insieme di nuove norme indirizzate a rafforzare strumenti e
organizzazione di Viminale e delle forze di polizia, ma anche dirette ad
intervenire nel campo della sicurezza pubblica, della gestione dell’ordine,
dell’immigrazione e della protezione internazionale.
Le indiscrezioni giornalistiche e le bozze che circolano in queste ore si
concentrano su alcune misure che, come già evidenziato, rappresentano quella
risposta impulsiva di cui si è detto in precedenza. Ecco allora la previsione
di:
* una pena ad hoc per chi non si ferma all’alt delle forze polizia, con una
pena della reclusione da sei mesi a cinque anni accompagnata dalle misure
accessorie della sospensione della patente di guida e della confisca del
veicolo, nonché dalla possibilità di arresto in flagranza differita;
* fermo di prevenzione durante le manifestazioni, ovvero la possibilità per gli
ufficiali e gli agenti di polizia, nel corso di specifiche operazioni di
prevenzione svolte nell’ambito dei servizi di ordine e sicurezza pubblica
disposti per manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico,
di accompagnare nei propri uffici e di trattenerle lì per non oltre 12 ore,
per gli accertamenti di polizia, persone sospettate di costituire un pericolo
per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e
l’incolumità pubbliche in relazione a specifiche circostanze di tempo e di
luogo, sulla base di elementi di fatto, al possesso di armi, strumenti atti
ad offendere, o all’uso di caschi o strumenti che rendono difficoltoso il
riconoscimento della persona;
* l’arresto facoltativo in flagranza nei confronti di imputati minorenni per il
porto illecito di coltelli e di altri particolari strumenti atti ad
offendere;
* una nuova aggravante per reati contro giornalisti e direttori di testata
durante lo svolgimento delle loro funzioni o a causa di esse;
* un ampliamento del catalogo dei reati per i quali si può applicare
l’ammonimento del questore nei confronti di minorenni dai 12 ai 14 anni,
inserendo anche le ipotesi di lesione personale, rissa, violenza privata e
minaccia qualora commessi con l’uso di armi o di strumenti atti ad offendere
dei quali è vietato il porto in modo assoluto ovvero senza giustificato
motivo;
* una sanzione amministrativa a carico di chi è tenuto alla sorveglianza del
minore sopra i 14 anni, salvo prova di non aver potuto impedire il fatto,
impostazione che verrebbe estesa anche a casi collegati ad ammonimenti per
atti persecutori o cyberbullismo.
Uno specifico blocco di norme riguarderebbe, poi, immigrazione e asilo con
misure per limitare ulteriormente i ricongiungimenti familiari, rendere più
efficaci le espulsioni e introdurre norme che incidono anche sulle ONG con
ipotesi di interdizione temporanea delle acque territoriali per ragioni di
sicurezza nazionale e, in casi estremi, trasferimenti verso Paesi terzi.
La bozza prevede che per lo straniero rintracciato dopo la violazione di un
secondo ordine del questore non si proceda all’adozione di un nuovo
provvedimento di espulsione, ma all’esecuzione del provvedimento in precedenza
emesso.
È anche prevista l’abrogazione della disposizione che prevede, senza alcuna
verifica reddituale, il gratuito patrocinio nella fase giurisdizionale contro il
provvedimento di espulsione del cittadino extra Ue e l’autorizzazione di una
spesa complessiva pari a oltre 8 mln a favore del Viminale, per dare esecuzione
ai rimpatri e far fronte all’attuazione del Patto europeo della migrazione ed
asilo. Inoltre, i soggetti ‘pericolosi‘ per la sicurezza dello Stato potranno
essere riconsegnati allo Stato di appartenenza dal Ministero dell’Interno.
A chiudere il quadro, infine, vi sarebbe la previsione generalizzata della
possibilità per i prefetti di creare zone rosse nelle aree caratterizzate da
gravi e ripetuti episodi di illegalità. Una possibilità che oggi è invece
prevista solo in casi eccezionali ed urgenti.
Quello che sembra emergere da questo nuovo intervento emergenziale e securitario
predisposto dal governo, è l’idea che si sta facendo sempre più strada un
diritto della paura, ovvero un ordinamento giuridico basato sull’idea
dell’esistenza di un costante pericolo per la nostra società e per la convivenza
civile che richiede pertanto interventi sempre più repressivi e anche
dimostrativi per attestare la forza dello Stato e la presenza di un potere
pronto ad intervenire prontamente per reprimere e punire.
Quanto poco efficace sia questo diritto della paura rispetto a fenomeni sociali
che hanno radici profonde e che sono frutto di processi carsici di
trasformazione della nostra società, credo che sia abbastanza evidente.
Ma altrettanto evidente è che, per altro verso, i fenomeni che si intendono
combattere con la sola repressione, sono espressione spesso del fallimento più
evidente di quelle istituzioni che non sono in grado di dare risposte adeguate a
disagi reali delle nostre comunità.
1. Il diritto penale della destra. Ovvero il diritto penale dell’insicurezza,
giuridica e sociale, Questione giustizia ↩︎
2. «Pacchetto sicurezza in Cdm a gennaio. Avanti con operazione Strade sicure»,
Intervista del ministro Piantedosi all’Adnkronos ↩︎