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I signori dei cancelli
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Nilde Guiducci -------------------------------------------------------------------------------- Il nuovo “migration pact” dell’Unione Europea, quello fortemente voluto da Meloni perché oltre a limitare pesantemente il diritto di asilo, sdogana le pratiche di deportazione di esseri umani in campi di internamento appositamente costruiti in paesi extra UE sul modello albanese, entrerà in vigore il 12 giugno. Ma non è che “i signori dei cancelli”- cancelli come quelli delle prigioni, delle celle, dei contemporanei campi di concentramento su base etnica – abbiano proprio la strada spianata, nemmeno sul piano istituzionale. Due avvenimenti non di poco conto danno nuova linfa alla lotta per la giustizia e contro le aberrazioni del diritto rappresentate dalle politiche nazionali e comunitarie in tema di migranti. Il primo, anche in ordine di importanza, è sicuramente l’inizio del processo El -Hisri alla Corte Penale Internazionale. Il compare di Almasri, catturato in Germania e presente fisicamente all’Aja, potrebbe essere rinviato a giudizio, aprendo finalmente la strada ad un processo storico. Sotto accusa infatti, rischiano di finire concretamente anche le trame oscure che caratterizzano almeno dal 2017, i rapporti tra Italia e Libia. Il vergognoso e indicibile sodalizio stipulato con milizie criminali che spadroneggiano in Libia da dopo la guerra di “regime change” voluta dal condannato Sarkozy, più per le 143 tonnellate d’oro con cui Gheddafi voleva dare vita alla moneta panafricana che avrebbe scalzato il franco africano – la moneta con la quale i francesi hanno proseguito il colonialismo in Nordafrica con altri mezzi – che per i “diritti umani”, potrebbe finalmente essere disvelato con nomi e cognomi, circostanze, prove delle efferatezze che certo non si possono attribuire solo alle carogne umane che le hanno compiute sul campo. Anche i “padrini” di quel patto, blocco degli esseri umani in cambio di denaro e privilegi per i boss, rischiano di finire sotto la lente d’ingrandimento dei public prosecutors della Corte Penale internazionale. La decisione sul rinvio a giudizio o meno del torturatore libico arriverà a luglio. Task force Il governo, o meglio la “task force” formata da funzionari e tecnici che, sotto gli ordini di Mantovano e Piantedosi, curano le analisi strategiche sulla Libia, e predispongono le mosse che poi le traballanti “istituzioni” libiche compiono, dall’istituzione della zona SAR ( la prima al mondo senza un Place of Safety) al finto e tardivo ordine di arresto per Almasri mentre si preparava la sua esfiltrazione dall’Italia, sta monitorando la situazione con preoccupazione. È chiaro che quel processo nel cuore dell’Europa, se ci sarà, diventerà l’epicentro di un terremoto politico e reputazionale per l’Italia e di conseguenza, per Von Der Layen, camerata di merende di Meloni in tema di politiche aggressive contro i diritti umani. Ma non solo: le vittime, migliaia e migliaia, che hanno patito sofferenze, torture, schiavitù, stupri in Libia a causa di un piano sistematico e preordinato che ha sempre avuto come obiettivo la creazione di una “cortina di ferro” da Tripoli a Bengasi, capace di impedire che profughi e richiedenti asilo potessero giungere sulle coste meridionali dell’Europa, le vittime, loro in prima persona, potrebbero ricevere un messaggio forte: si può avere giustizia. Anche dopo anni, anche se non sei importante o ricco, anche se devi denunciare potenti, ministri, governi, alti gradi, puoi avere giustizia. D’altronde questo è uno dei motivi principali che costringe i giudici della Corte Penale Internazionale, a vivere blindati: sono le “democrazie migliori del mondo” quelle che vorrebbero farli fuori, anche fisicamente, ma questa è una storia che ben conosciamo qui da noi: viene ripetuta ogni anniversario dell’uccisione di Falcone e Borsellino. Ma l’Aja non è l’unico pensiero per chi si occupa di “ragion di Stato”. Pochi giorni fa è stata recapitata al governo italiano dalla CEDU, Corte Europea per i Diritti Umani, la comunicazione dell’acquisizione formale di due ricorsi contro l’Italia presentati da due vittime del torturatore Almasri, che è stato fatto scappare dalla cattura proprio dal governo, con tanto di volo di Stato sul Falcon dei servizi. L’Italia è già stata deferita all’Assemblea degli Stati per il “lavoretto” di Almasri, che aveva come obiettivo non fare aprire il processo internazionale. Ma poi, siccome il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi, è capitato El-Hisri. Di macellai ne bastava uno per poter aprire un processo. La “task force” ha dunque suggerito e preparato il ricorso alla Corte presentato dallo stesso Almasri: gli incontri tra il Generale Caravelli (AISE) e Al-Siddiq Ahmad al-Sour, Procuratore Generale di Tripoli, non devono essere stati solo l’occasione di assaggiare datteri e the alla menta: il suo ufficio si occupa della grana Almasri, ex capo della polizia giudiziaria libica, oltre che torturatore e stupratore di bambini. Il fulcro della strategia è quello sulla messa in discussione della “illegittimità per vizio di giurisdizione” dell’azione della Corte penale Internazionale. È anche la sostanza del ricorso presentato da Almasri contro il mandato di cattura internazionale per i suoi crimini. “Si tratta di fatti che riguardano la Libia, sono una questione nazionale, non internazionale” – gli hanno suggerito di dire. Alla CEDU invece, per ora, la questione è solo ai preliminari: la task force deve preoccuparsi di inviare una memoria che serve alla Corte per valutare se ci sono gli estremi per accettare il ricorso e mettere sotto accusa non i macellai, ma i padroni della macelleria. Grandi preoccupazioni dunque, a fianco degli indubbi successi: Meloni gioisce per aver contribuito in maniera determinante alla proliferazione nel Mediterraneo di nuovi campi di internamento che non si vedevano dall’epoca coloniale, ma deve buttare un occhio a questo fastidioso diritto internazionale che disturba la campagna d’Africa. Piantedosi gongola per il calo degli sbarchi di donne, uomini e bambini. Il quaranta per cento in meno. Non dice nulla sul conseguente aumento del 155% dei morti in mare, e dunque non si può dire se gongola anche per questo. Ma di contro tutta questa gioia governativa per così tante conquiste di civiltà, dalla distruzione del diritto di asilo alla neutralizzazione delle Convenzioni di Amburgo e di Ginevra, ci sono anche i fallimenti, che cominciano ad arrivare a raffica, degli strumenti amministrativi di punizione usati contro chi soccorre vite in mare. Il Decreto Piantedosi sta per essere seppellito da decine di sentenze che riconoscono ogni volta la sua totale pretestuosità e illegittimità. Non manca molto che i fermi arbitrari e illegali operati dal governo contro navi di soccorso, si tramutino anche in ricorsi per danni morali e materiali, così che sarebbe finalmente lo Stato, grazie a Piantedosi, a sovvenzionare economicamente il soccorso civile in mare. Cosa peggiore per il Viminale non ci sarebbe. E poi nel mentre c’è il processo per la strage di Cutro, che prima o poi, udienza dopo udienza, tornerà a far parlare di sé. Gli imputati sono ufficiali della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza, non esattamente un bel vedere per “la legalità che rappresentano le istituzioni” come ebbe a dire quel grandissimo legalitario del ministro Salvini, mentre i cadaveri di una delle peggiori omissioni di soccorso della storia, venivano restituiti dal mare sulla spiaggia. Nuovi piani La “task force” strategica però è al lavoro, in cerca di nuove strategie per impedire che le navi di soccorso possano operare per salvare più vite che possono. Da un lato verrà presto varato un nuovo decreto sicurezza – ma un governo che fa decine di decreti sicurezza, quanta insicurezza trasmette? – quello del “blocco navale”. Il tentativo è di capitalizzare il migration pact europeo, per dotarsi di nuovi strumenti di rappresaglia e impedimento del soccorso civile in mare. Con questi nuovi poteri, il governo potrà “chiudere temporaneamente i confini” a quelle navi che, in ragione di allarmi quali terrorismo e pandemie, avessero a bordo naufraghi migranti. Ma da ambienti ben informati – risulterebbe che gli esperti siano stati messi al lavoro anche su qualcosa di più audace: trovare il modo “legale” di far sequestrare le navi ong dalle milizie libiche in acque internazionali. Il piano allo studio, che coinvolgerebbe anche la Procura Generale Libica, prevede queste fasi: costruzione di fattispecie di reato create ad arte, attraverso la messa in scena delle cosiddette “runaway boat”, barche veloci che affiancano le navi di soccorso e “scaricano” alcune decine di persone migranti alla volta e poi ripartono tornando in Libia. La messa in scena serve a rappresentare la “contiguità” tra navi ong e trafficanti. La seconda fase è l’apertura, in seguito ai rapporti della cosiddetta “guardia costiera libica”, presso il tribunale di Tripoli, di un fascicolo riguardante la “continuazione del reato di tratta di esseri umani” posto in essere su suolo libico, in acque internazionali ad opera delle navi di soccorso. Per fare questo si tenterà, si dice, di richiamarsi alla direttiva onu anti trafficking del 2000 e successive. I rapporti della cosiddetta “guardia costiera libica” dopo ogni caso di messa in scena delle “runaway boat”, vengono inviati anche alla struttura Ncc del Viminale, e a Frontex. La polizia giudiziaria dei porti assegnati in Italia per lo sbarco successivo dei naufraghi li acquisisce e li sottopone al magistrato competente. Il quale potrebbe aprire subito, in Italia, un fascicolo per articolo 12 – favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – contro il comandante della nave. Ma il punto “innovativo” non è questo, ma il lato libico: sulla base del perseguimento di un reato, iniziato su suolo nazionale libico e “continuato” in acque internazionali, il tentativo è di legittimare un intervento coercitivo con ordine impartito al comando delle navi, di dirigersi su Tripoli “per accertamenti giudiziari”. Al rifiuto del comandante della nave, che ha la responsabilità del suo equipaggio e dell’incolumità delle persone soccorse, la procedura allo studio è di regole d’ingaggio che prevedono anche l’uso di armi da fuoco in termini di “deterrenza”. È questa la parte pi delicata del piano: l’addestramento del personale libico, che fa il doppio lavoro tra attività criminali delle milizie e “ufficiali” del governo libico, non da ancora il livello di sicurezza adeguato. Agli italiani non ai libici. Ma su questo, dice la fonte ben informata, stanno lavorando. Proprio un bel lavoro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I signori dei cancelli proviene da Comune-info.
June 4, 2026
Comune-info
Il punto sulla guerra russo-ucraina
Abbiamo chiesto a Francesco Dall’Aglio, storico, esperto di est Europa e autore del seguito canale Telegram sulla guerra russo-ucrina War rooms, di fare il punto sul conflitto. Abbiamo parlato di droni e sconfinamenti di droni, delle reticenze sempre maggiori sull’ingresso dell’Ucraina nell’UE da parte dei Paesi membri – e non per la decisione di dare a un’unità militare il nome dell’Esercito Insurrezionale Ucraino, all’epoca della Seconda Guerra Mondiale alleato dei nazisti, e autore di massacri contro la popolazione polacca (cosa che comunque ha ovviamente fatto infuriare Tusk e la Polonia) e della riattivazione del fronte da parte russa. Ascolta o scarica l’interessante approfondimento.
Il GDPR 10 anni dopo: sì alla semplificazione, ma non con questo Digital Omnibus
A dieci anni dall’entrata in vigore, una semplificazione dei GDPR è più che auspicabile, ma non certamente quella del Digital Omnibus così come si sta svelando, scollegata dall’esperienza degli operatori e sbilanciata in favore degli interessi delle Big Tech A dieci anni dall’entrata in vigore del GDPR, è bene chiedersi come sia stato applicato, come abbia inciso sui modelli organizzativi, sulle responsabilità dei soggetti coinvolti, che passi avanti abbia consentito di fare in termini di cultura della protezione e valorizzazione del dato personale. Indice degli argomenti * Un decennio di GDPR: qualche chiave di lettura * In pratica: abiti su misura e scelte di buona norma * Lato Autorità: alcune sanzioni irrogate * Il DPO: alleato, ma non tutto fare * Verso una semplificazione? Sì, ma non con questo Digital Omnibus Leggi l'articolo Altri articoli sull'argomento da Pillole di Inforrmazione digitale
Ben-Gvir, il mostro perfetto che salva tutto il resto
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 16 maggio 2026. Foto di Nilde Guiducci -------------------------------------------------------------------------------- Il video di Itamar Ben-Gvir che cammina tra i fermati della Global Sumud Flotilla inginocchiati sul ponte della nave, con le mani legate dietro la schiena e i volti a terra, ha suscitato indignazione in tutto il mondo. L’immagine è diventata immediatamente simbolica: il ministro della Sicurezza nazionale israeliano che sventola la bandiera del proprio Paese davanti a corpi umiliati e immobilizzati, mentre una donna che grida “Free Palestine” viene scaraventata a terra. Le reazioni europee sono state immediate: convocazioni di ambasciatori, dichiarazioni di sdegno, parole dure contro un trattamento definito “incivile”. Ma proprio qui si apre la domanda più inquietante: perché questa scena ha finalmente scandalizzato l’Europa? Come ha giustamente rilevato Francesca Mannocchi, quelle immagini non sono insopportabili perché mostrano qualcosa di nuovo, ma perché mostrano senza più filtri una violenza che esiste da tempo. La differenza è che questa volta i corpi umiliati erano europei, occidentali, immediatamente riconoscibili dall’opinione pubblica. Per anni le organizzazioni internazionali hanno denunciato torture, detenzioni arbitrarie, umiliazioni, fame imposta e violenze sistemiche sui detenuti palestinesi. Eppure quelle denunce sono rimaste spesso confinate ai margini del dibattito pubblico europeo, trattate come questioni periferiche, interne alla “sicurezza israeliana”. Quando la stessa grammatica della violenza si è mostrata davanti a cittadini occidentali, è diventata improvvisamente uno scandalo globale. È qui che il pensiero di Edward Said torna con forza impressionante. Said ha spiegato per decenni come il palestinese sia stato trasformato, nel linguaggio politico e mediatico occidentale, non in un soggetto umano e politico pienamente riconosciuto, ma in un problema di sicurezza, in una presenza amministrativa, in una minaccia astratta. Si tratta di un processo che priva un popolo non soltanto della terra, ma spesso anche della possibilità stessa di raccontare sé stesso. Il nodo centrale, allora, non è soltanto la violenza materiale, ma la gerarchia implicita delle vite umane: alcune vengono immediatamente percepite come degne di protezione e di lutto, mentre altre sembrano dover continuamente giustificare la propria umanità. Per questo Ben-Gvir non può essere liquidato come una semplice deviazione estremista. Pensarlo significherebbe assolvere tutto il resto. L’estremo, in realtà, permette di leggere il centro. Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano non nasce nel vuoto: è il prodotto di una lunga abitudine politica all’eccezione permanente. Una realtà fatta di democrazia per alcuni e dominio militare per altri; di pieni diritti da una parte e di checkpoint, detenzioni amministrative, espropri e occupazione dall’altra. La domanda allora diventa inevitabile: può una democrazia continuare a definirsi tale mentre governa per decenni milioni di persone senza uguaglianza politica, libertà di movimento e reale rappresentanza? Questa stessa domanda attraversa profondamente la poesia di Mahmoud Darwish. Tutta la sua opera è una lotta ostinata contro la cancellazione, non solo quella fisica di un popolo, ma quella simbolica che riduce gli esseri umani a numeri, a profughi, a pratiche amministrative, a massa indistinta. Quando scriveva “Su questa terra esiste qualcosa per cui valga la pena vivere”, opponeva alla logica della disumanizzazione la rivendicazione della presenza umana, del diritto alla memoria, al nome, alla voce. Ed è forse proprio questo che oggi appare più minacciato: il diritto dei palestinesi a essere percepiti come vite pienamente umane. Le testimonianze che arrivano dalle carceri, dai centri di detenzione e da Gaza parlano spesso di persone che muoiono senza processo e senza nome, senza che il mondo le conti davvero. Il rischio più grande è l’assuefazione. Che bambini amputati, corpi sotto le macerie, medici uccisi, giornalisti colpiti e detenuti umiliati diventino semplice rumore di fondo geopolitico. L’orrore, del resto, non diventa normale all’improvviso: le società ci arrivano lentamente, abituandosi alle eccezioni permanenti, convincendosi che il diritto possa valere per alcuni e sospendersi per altri, costruendo categorie di esseri umani per cui la dignità è subordinata a una condizione. Ed è qui che l’Europa entra profondamente in crisi. Perché il problema non è soltanto ciò che Israele fa, ma ciò che molti governi europei continuano a tollerare pur sapendo: gli accordi commerciali che proseguono, le armi inviate, le sanzioni evitate, il diritto internazionale trasformato in un principio selettivo. L’Europa non manca di strumenti politici e giuridici; manca, sempre più chiaramente, della volontà di usarli. Eppure qualcosa oggi si sta incrinando. Grazie alla Flotilla, ai giornalisti e alle mobilitazioni dal basso, Gaza continua a parlare al mondo nonostante tutto. E da dentro il mondo ebraico stesso arrivano voci che rifiutano la complicità. La storica Anna Foa ha scritto su La Stampa che il video di Ben-Gvir è il Male rivendicato con orgoglio, una bomba gettata in un contesto incandescente, capace di sollecitare l’antisemitismo e isolare definitivamente Israele. E ha rivolto un appello diretto agli ebrei italiani: di fronte a pratiche aberranti messe in atto senza proteste dall’esercito israeliano, il silenzio non è neutralità. È complicità. Chi tace lascia che l’intera diaspora venga trascinata nell’abisso. Per questo indignarsi per Ben-Gvir non basta. Anzi, c’è un rischio ulteriore: usare la sua brutalità esibita per evitare di guardare il sistema che lo ha reso possibile, trasformandolo nel mostro perfetto per salvare la rispettabilità di tutto il resto. Egli è soltanto la faccia più esplicita di una realtà strutturale. Il problema è che molti governi europei continuano a vedere solo fino al punto in cui non sono costretti a scegliere davvero. Indignarsi per un video è più semplice che mettere in discussione accordi, armi, alleanze e convenienze geopolitiche. Una democrazia che difende i diritti solo quando non comportano conseguenze politiche ha già smesso di essere sé stessa. I diritti o valgono per tutti o non valgono per nessuno. E un’Europa che lo ha dimenticato non può invocare i propri valori fondativi senza prima fare i conti con ciò che, in nome di quegli stessi valori, ha scelto di non vedere. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI LEA MELANDRI: > Privati di ogni dignità -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ben-Gvir, il mostro perfetto che salva tutto il resto proviene da Comune-info.
May 24, 2026
Comune-info
Il Diritto di asilo alla prova del patto europeo
VENERDÌ 22 MAGGIO 2026, LA RETE NAZIONALE EUROPASILO – A CUI ADERISCONO ALCUNI DEI PIÙ CONSOLIDATI PROGETTI DELLO SAI (SISTEMA ACCOGLIENZA INTEGRAZIONE) – PROMUOVE A BOLOGNA IL CONVEGNO NAZIONALE CON RACCOLTA ESPERTI, OPERATORI E ISTITUZIONI PER ANALIZZARE LE NUOVE NORME EUROPEE E COSTRUIRE RISPOSTE COMUNI NEI TERRITORI. “IL NUOVO PATTO EUROPEO SULLA MIGRAZIONE E L’ASILO È UNA REALTÀ: QUALI SARANNO LE CONSEGUENZE CONCRETE SUI TERRITORI? IL CUORE DEL NOSTRO CONVEGNO SARANNO LE COMUNITÀ DI PRATICA, SPAZI DI LAVORO COLLETTIVO PER NON FARSI TROVARE IMPREPARATI…”. I TEMI DEI 4 TAVOLI DI LAVORO DEL POMERIGGIO -------------------------------------------------------------------------------- Il Nuovo Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo è una realtà: quali saranno le conseguenze concrete sui territori? A Bologna non staremo solo a guardare. Il cuore del nostro convegno saranno le Comunità di pratica, spazi di lavoro collettivo per non farsi trovare impreparati. Ecco i 4 tavoli di lavoro del pomeriggio: MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI: Analisi degli impatti delle nuove norme e costruzione di alternative possibili per la tutela dei più vulnerabili. NUOVI DIRITTI: Contro la tentazione di creare “servizi separati”, lavoriamo per un welfare universale che includa i rifugiati nelle comunità locali. LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE: Quali impatti avranno le restrizioni ai movimenti in UE sui progetti di vita delle persone e sui nostri sistemi di accoglienza? PROCEDURA ACCELERATA E TRATTENIMENTO: Strategie per garantire il diritto alla difesa e alla tutela legale nonostante l’estensione delle procedure rapide. Informazioni e iscrizioni (posti limitati per i tavoli) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il Diritto di asilo alla prova del patto europeo proviene da Comune-info.
May 17, 2026
Comune-info
Senza razzismo solo a parole
-------------------------------------------------------------------------------- C’è un report, appena pubblicato dall’European Network Against Racism (ENAR), che aiuta a comprendere quel che sta accadendo in questi ultimi giorni e non solo, in Italia. Un lavoro di ricerca che mette insieme, in maniera comparativa, sette rapporti nazionali e che prende il nome di Raceless in name only: whiteness and the racial governance of mobility in European Union (Privi di razzismo solo a parole: la bianchezza e la gestione razziale della mobilità nell’Unione Europea). Sin dalle prime pagine si capisce non solo il senso di quel che sarà il contenuto di questo lavoro, ma emerge in maniera nitida la chiave di lettura con cui leggere questo tempo. Chi da anni si occupa di scrivere, parlare, mettere in guardia su antirazzismo e decolonizzazione, sapeva e sa quel che sta accadendo, scrivono i curatori: la normalizzazione dell’esclusione, il diffondersi della tecnocratizzazione del sospetto, le cosiddette emergenze migratorie utilizzate per accrescere la paura, hanno rafforzato non solo politiche di profilazione razziale ma anche un sentire sociale ostile nei confronti delle persone nere. Politiche e sentire che raggiungono il picco dell’evidenza e del differente approccio quando vi è stato da dare una risposta alle persone rifugiate che fuggivano dall’Ucraina. La possibilità di muoversi nel continente europeo, così come il sentimento di solidarietà e compassione che si è creato tra la gente, sono due aspetti che non sono emersi in occasione di altri conflitti e nei confronti delle persone che scappavano e che hanno trovato e continuano a trovare sul loro cammino migratorio ostilità e barriere. Tutto questo, si legge nel rapporto, non è casuale, riflette una gerarchia di vicinanza e prossimità che ha a che fare con la whiteness, la bianchezza. Una logica che ritroviamo declinata lungo una medesima linea razziale, economica e politica che abita tanto nelle leggi quanto nelle zone di frontiera, sia interne che esternalizzate, che negli episodi di violenza più o meno visibile che ritroviamo nelle nostre città e nei racconti dei media. Con un ulteriore passo in più, sottolinea ENAR, le parole e le azioni della destra estrema non sono più confinate ma “sempre più riecheggiate e normalizzate da politiche che ne diventano espressione principale”. Basti vedere il termine remigrazione utilizzato inizialmente da frange estremiste in maniera provocatoria che diventa programma governativo. Il report Il progetto mette insieme una serie di analisi e ricerche che vanno dal giugno 2024 al dicembre 2025, lungo cinque zone di frontiera (Germania/Austria, Germania/Repubblica ceca, Italia/Francia, Croazia/Slovenia e la regione di confine basca) e tre paesi europei, Cipro, Francia e Grecia. Diversi i report presi in considerazione, così come molteplici sono le realtà che lavorano su queste tematiche e che sono state coinvolte. Tra le dodici persone che hanno condotto l’indagine, la metà ha un background migratorio e vi è chi ha personalmente subito episodi di discriminazione razziale. Ad aprire la ricerca un glossario, in modo che sia chiaro non solo il contenuto ma a cosa si riferiscono esattamente i termini utilizzati, da blackness a coloniality/decoloniality, da migranticisation a necropolitics, da racialisation a struttural racism e whiteness. Parole che sono più di un vocabolario tematico, racchiudono la declinazione di schemi razziali e nazionalistici che diventano norme che escludono e creano società escludenti. A mostrare come questo sia realtà varie testimonianze nel report. La profilazione razziale spesso raccontata vede persone nere essere perquisite senza nessun tipo di motivazione particolare, in contesti che non sono di controllo o frontiera. Azioni portate avanti da forze dell’ordine che non riconoscono un’europeità che non sia bianca e che individuano nel colore un discrimine, che per ENAR è espressione di una continuità coloniale e discriminazione razziale. Discriminazione che spesso si palesa già dal tipo di approccio con cui avviene la richiesta di documento. La preoccupazione Partendo dal presupposto che tutta la riforma del diritto europeo, che inizia dal febbraio 2024 con l’obiettivo di arrivare al famoso Patto d’asilo e migrazione del prossimo giugno, aveva come premessa quella di uniformare l’area Schengen nel rispetto del principio di non discriminazione, ENAR commissiona uno studio che vuole metter insieme, in maniera documentata, quel che accade nelle pratiche di frontiera così come nelle norme che regolamentano le procedure accelerate di controllo dei documenti, l’interpretazione di paese terzo sicuro e lo strumento del rimpatrio. I report, i racconti e le leggi sempre più escludenti rispetto alla concessione dei visti così come alla presa in carico delle domande d’asilo, mettono in luce con il tempo non solo un aumento di una sorta di continuità d’approccio coloniale, ma anche un accrescimento dei poteri discrezionali delle forze dell’ordine, non solo di frontiera. La preoccupazione delle ricercatrici e ricercatori è che questo loro lavoro che descrive in termini crudi quel che accade alle persone, trovi nel nuovo Patto su migrazione e asilo una sorta di ulteriore normalizzazione delle forme razziali di profilazione, di utilizzo di procedure accelerate e detentive. “L’abolizione del diritto d’asilo e il concretizzarsi dell’esternalizzazione delle persone migranti in paesi terzi, realizza la marcatura di queste persone come sgradite. La riforma del Codice di frontiera di Schengen che regolerà le forme di libero movimento all’interno dei confini europei con i controlli sulla mobilità delle persone razzializzate rimarcherà la loro differente condizione di appartenenza”. L’obiettivo Rappresentare nero su bianco cosa sta accadendo e come questa Europa stia gestendo i diritti legati alla migrazione, vuole essere un monito a una mobilitazione collettiva nei diversi paesi europei in cui le persone migranti vengono di continuo razzializzate. Gli episodi di cronaca che si susseguono ormai rendono palese non solo la quotidianità degli eventi, ma l’urgenza all’azione di contrasto a questo immaginario dominante per cui non esiste un’europeità (ma noi potremmo aggiungere una italianità) che non sia bianca. D’altra parte, altro aspetto non secondario che il report mette in luce: “la governance migratoria europea è strutturata dalla supremazia bianca, che è espressione di logiche coloniali che si ripetono e si materializzano nelle pratiche di esclusione, violenza e discriminazione che non sono più casi isolati o eccezionali, ma pratiche sistematiche e strutturali che si ripetono”. La frase di apertura del rapporto Raceless in name only è “When you kow, you know”. Quando sei a conoscenza, sei a conoscenza. Ecco, tutto si può dire rispetto a quel che sta accadendo tranne che non lo sapevamo. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Nigrizia -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Senza razzismo solo a parole proviene da Comune-info.
May 17, 2026
Comune-info
La banca dati “clandestina” di Europol
Esplode lo scandalo su "Pressure Cooker", la gigantesca quantità di dati anche sensibili che Europol, l'agenzia di polizia europea, avrebbe raccolto e conservato illecitamente su milioni di persone per anni Tre attivissime testate di giornalismo d’inchiesta, Correctiv, Wearesolomon e Computer Weekly, hanno scoperto che l’Europol, l’ente che coordina le polizie del vecchio continente, ha creato e gestito per anni piattaforme segrete piene di dati. Dati che non dovevano essere raccolti. Su milioni di persone. Qualsiasi persona, anche le più lontane dalle inchieste giudiziarie. Dati che non avrebbero dovuto raccogliere, né conservare. Dati che l’Europol ha gestito “illegalmente”, che ha detto e ripetuto di non aver raccolto. Ed ancora non si è capito se della vicenda si possa parlare al passato. L’inchiesta delle tre testate è stata minuziosa, si è avvalsa della richiesta di poter visionare i pochi documenti ufficiali accessibili, si è basata – molto, moltissimo – sui documenti, le email “riservate” che sono state fatte arrivare alle redazioni. Si è basata sulle “confessioni” di diversi ex dirigenti dell’Europol, che hanno scelto di restare anonimi ma tutte ampiamente verificate. Leggi l'articolo su "Il Manifesto"
UCRAINA: TRA TREGUE A METÀ E POSSIBILE NEGOZIATI CON L’UE. IL PUNTO CON IL GIORNALISTA SABATO ANGIERI
Il presidente russo Vladimir Putin lancia l’ipotesi di negoziati diretti tra Mosca e l’Unione Europea sul conflitto in Ucraina, autoproponendo come possibile mediatore l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, da anni vicino al Cremlino e coinvolto in rapporti economici con la Russia. Un segnale di apertura arriva dalla Finlandia, storicamente tra i Paesi meno inclini a posizioni filo-russe. Il presidente Alexander Stubb ha dichiarato che “è tempo di iniziare a parlare con la Russia. Quando arriverà non lo so”. Di tono opposto le reazioni di Bruxelles e Berlino: l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas infatti ha espresso irritazione per l’iniziativa russa, mentre il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius è atteso a Kiev per discutere “dell’ampliamento della cooperazione nel settore della difesa con l’Ucraina”. Nel frattempo l’Unione Europea conferma la propria linea di supporto militare ed economico: la prossima settimana sarà erogata a Kiev la prima tranche del prestito europeo da 90 miliardi di euro. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuto Sabato Angieri, giornalista de Il Manifesto. Ascolta o scarica. Sul terreno intanto in 24 ore 3 morti per droni russi in cielo, mentre via terra Kiev parla di 150 scontri sul campo di battaglia. Per contro Mosca parla di 57 droni ucraini abbattuti. Le parti, però, stanno preparando lo scambio di 1000 prigionieri per parte, dentro il cessate il fuoco Usa, che dovrebbe durare fino a domani.
May 11, 2026
Radio Onda d`Urto
UNGHERIA: PETER MAGYAR “EUROPEISTA PER NECESSITÀ”, NON È GARANZIA PER GLI ANTIFA IN CARCERE
Vittoria elettorale schiacciante per Peter Magyar, leader del partito conservatore “del rispetto e della libertà – Tisza“, che con il 53,2% dei voti ottiene i due terzi dei seggi in parlamento e potrà quindi modificare la Costituzione; secondo classificato e grande sconfitto Viktor Orbán che, con la lista Fidesz-KDNP, riceve 55 seggi grazie al 38,2% dei voti. Terzo e ultimo partito ad entrare in parlamento è la destra radicale del “Movimento patria nostra”, che con il 5,8%, ottiene 6 seggi. Dentro le istituzioni ungheresi “nulla rimane della sinistra” della Coalizione Democratica di Klára Dobrev, che non ha superato il 5% di sbarramento previsto dalla legge elettorale. Escluso anche il Partito del Cane a Due Code (Mkkp). L’Ungheria si è recata alle urne mentra affronta “una grave crisi economica” ed è alle prese con un pesante deficit pubblico, pari a 9 miliardi di euro. Sono questi i fattori principali che hanno spinto il partito vincitore alle elezioni “Tisza”, quello “del rispetto e della libertà” di Peter Magyar, ad assumere un atteggiamento filo europeista. Per far fronte al pesante indebitamento del paese, il nuovo governo dovrà necessariamente riuscire a sbloccare i finanziamenti provenienti dall’Unione Europea, bloccati dalle strategie “veto non veto” messe in pratica per anni da Orbán. Da non dimenticare però che il leader Peter Magyar resta esponente della destra conservatrice, “un patriota che vuole fare gli interessi del suo paese, che in questo momento storico coincidono con quelli dell’Unione Europea”. Tutto da capire anche l’evolversi delle relazioni Ungheria-Russia, dato che il paese magiaro è restato, a livello energetico, fortemente dipendente dalla Russia. Nonostante le sanzioni imposte da Bruxelles infatti, Budapest continua ad importare “gas e petrolio per circa il 92% del proprio fabbisogno”. Abbiamo intervistato Aurora Floridia, senatrice dei Verdi del Sudtirolo – Alto Adige e osservatrice elettorale in Ungheria per il Consiglio d’Europa. Ascolta o scarica Altra analisi del voto con Simona Nicolosi docente di storia delle relazioni internazionali e dottoranda per l’Università di Seghedino, in Ungheria. Ascolta o scarica Quali cambiamenti reali possiamo attenderci? Si apriranno spazi di agibilità nuovi per la sinistra e per gli e le antifascisti ungheresi? Le riflessioni di Elia Rosati, ricercatore di Storia contemporanea alla Statale di Milano, studioso delle destre europee e nostro collaboratore Ascolta o scarica In contemporanea alla sconfitta di Orban, arriva la parola fine sulla vicenda giudiziaria che vede imputata a Budapest l’eurodeputata di Avs Ilaria Salis. Il tribunale ungherese le ha comunicato l’archiviazione del processo a suo carico. “Questa archiviazione avviene a seguito del voto sull’immunità e non da un cambio di orientamento dei giudici”, chiarisce la campagna Free All Antifas. “Nulla è cambiato quindi per i processati in tutta Europa, per Maja T in carcere da oltre 600 giorni e per le richieste di estradizione di Gino e Zaid. Paradossalmente, aggiungono compagne e compagni, “il fatto che Magyar sia più gradito all’UE potrebbe rendere più facili le estradizioni”. Per questo, prosegue il comunicato, oggi è “ancora più importante rilanciare il percorso di solidarietà per tutte le persone coinvolte a partire dall’udienza di mercoledì 15 aprile a Parigi”. In conclusione, “la notte è ancora lunga”, come titola un articolo pubblicato dal blog Free All Antifas, di cui fa parte anche un compagno che ci espone la loro analisi sulla sorte di antifasciste e antifascisti rinchiusi nelle carceri ungheresi ed europee e rilancia con le prossime iniziative di piazza. Ascolta o scarica  
April 13, 2026
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Sovranità satellitare
Lo scorso 4 febbraio 2026, un report del Financial Times ha acceso i riflettori sulle attività di spionaggio da parte dei russi ai danni di alcuni satelliti europei. La denuncia, resa nel corso di un’intervista dal generale di divisione Luftwaffe della Bundeswehr tedesca Michael Traut, riguarda operazioni che hanno portato due satelliti […] L'articolo Sovranità satellitare su Contropiano.
April 3, 2026
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