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L’integrazione militare tra Ue e Ucraina è un fatto compiuto. Perché serve una rottura
Da “donatori” di soldi e armamenti a partner vincolati e vincolanti. La Ue sta utilizzando e si sta facendo utilizzare dall’Ucraina – il “porcospino d’acciaio voluto dalla Von der Leyen – per accelerare i passaggi verso un complesso militare-industriale integrato e la guerra in Europa come exit strategy dalla propria […] L'articolo L’integrazione militare tra Ue e Ucraina è un fatto compiuto. Perché serve una rottura su Contropiano.
August 18, 2026
Contropiano
Datacenter hyperscale, incentivi e proteste. La situazione
A che punto è la corsa agli hyperscale, i colossali datacenter presentati come presupposto indispensabile per lo sviluppo tecnologico? Qual è l'impatto socio-ambientale di questi piani, sostenuti da Stati e Big Tech, e come risponde la cittadinanza? Naturalmente il sottotesto è che senza questi nuovi data center lo sviluppo dell'AI non sarà possibile e saremo tutte sottomesse alle bigh tech USA o cinesi. Facciamo una breve panoramica segnalando una serie di recenti articoli, interviste e statistiche. COMINCIAMO DALL'ITALIA. In Italia i data center sono circa 270, concentrati principalmente nella provincia di Milano (99) e nella provincia di Roma (28). Nel 2024 hanno consumato 5,8 TWh, pari a circa il 2% dei consumi elettrici nazionali. Secondo l’Osservatorio "Data Center del Politecnico di Milano", negli ultimi tre anni sono stati investiti nel settore oltre 7 miliardi. Da qui al 2028 la cifra potrebbe triplicare. Sempre secondo l'Osservatorio, entro il 2035 potrebbero arrivare a consumare tra 24,5 e 42 TWh, pari al 7-12% del totale nazionale. Nelle intenzioni di governo e attori privati se ne vogliano costruire altri 83. A questo proposito il MIM ha pubblicato "Una strategia per l'attrazione in Italia degli investimenti industriali in data center", mentre Il Ministero dell’Ambiente ha pubblicato le indicazioni operative, in cui vengono definiti iter burocratici semplificati e messa in funzione agevolata attraverso strumenti temporanei. Secondo Legambiente le indicazioni operative mostrano l'intento del governo di accelerare l’approvazione e la costruzione di data center sul territorio italiano per fane l'Hub del Mediterraneo, a discapito dei controlli sull'impatto socio-ambientale. A maggio, la regione Lombardia è stata la prima in Italia ad approvare una legge dedicata a queste infrastrutture, nonostante le proteste di Legambiente, Cgil e diversi rappresentanti istituzionali o della società civile di comuni della città metropolitana. Nel frattempo sono aumentate le proteste in vari comuni della città metropolitana milanese e in PIemonte. * Il caso più discusso è Apto Campus a Lacchiarella, dentro il Parco Agricolo Sud Milano. Il progetto complessivo riguarda un'area di 700.000 metri quadrati, di cui 228.000 destinati al sito specifico sotto esame. È ancora in fase di valutazione ed è il bersaglio diretto della protesta di luglio. * A poca distanza, tra Opera, Locate di Triulzi e Pieve Emanuele, Edge ConneX propone un impianto da 30.000 metri quadrati con un edificio alto 18 metri. * Il progetto di dimensioni economiche più rilevanti è quello di Amazon Data Services Italia a Zibido San Giacomo: un edificio principale di circa 203 per 68 metri * Nel quadrante sud, un progetto identificato con la sigla K2 a Badile viene descritto dalle fonti locali solo come iniziativa di "una multinazionale", senza che il nome del promotore sia stato reso pubblico. Le dimensioni non sono note * A Siziano, in provincia di Pavia, STACK Infrastructure, gruppo controllato da IPI Partners che ha rilevato il sito ex Supernap Italia nel 2021-22 * A Vimercate si è formato il comitato spontaneo “Ferma Ecomostro” e a Bornasco le “Sentinelle del Territorio” denunciano un modello industriale estrattivo, fondato su infrastrutture mastodontiche che consumano suolo agricolo e risorse idriche garantendo un’occupazione irrisoria. * A Bollate il circolo locale di Legambiente ha presentato ricorso al Tar contro un progetto su 12 ettari di area verde * A Settimo Torinese le proteste attaccano il campus Microsoft da 1 GW. La comunità residente denuncia il pericolo di colonialismo energetico legato a rincari previsti del 12% sulle bollette locali. * A Travagliato, nella sera del 22 luglio, oltre 300 persone hanno manifestato dentro e fuori le aule del consiglio comunale interrompendo la seduta tre volte per chiedere spiegazioni sul progetto. Qui si può trovare una mappatura con datacenter e punti di approdo dei cavi sottomarini (e relative proprietà). CHE SUCCEDE NEGLI USA Una mappa delle proteste e dei siti che presentano criticità per la costruzione di nuovi data center la trovate nel sito di Erin Bronchovich: Data Center AI & Le nostre comunità. Bronchovich è la donna nota per la causa intentata contro la Pacific Gas & Electric nel 1993 per la contaminazione con cromo esavalente delle acque della città di Hinkley in California per oltre 30 anni. Vinse la causa. La sua ultima iniziativa a protezione dell'ambiente e dei diritti dei cittadini si chiama "Brockovich AI Data Center Reporting", si tratta di un progetto per mappare le costruzioni di data center negli Stati Uniti e l'impatto che questi hanno sull'ambiente e sulla vita della popolazione circostante. Il progetto raccoglie le segnalazioni di nuovi progetti di costruzione di Data-center o di impatti negativi sulla popolazione di Data-center esistenti. Ma le proteste contro i data center, le contestazioni e gli attacchi verso tecnomiliardari come Eric Schmidt e Sam Altman, le pressioni su politici locali e la definizione di un esteso bacino di dissenso trasversale alle identità politiche, stanno allarmando le agenzie repressive, a partire dallo U.S. Capitol Police Intelligence Services Bureau. Ne ha fatto un approfondimento Radio Backout che potete ascoltare in una nostra pillola E NEL RESTO D'EUROPA CHE SUCCEDE? L'Irlanda pur di diventare un HUB europeo per i data center, oltre a detassare gli investimenti delle Big Tech, ha sacrificato a questo altare i suoi obiettivi climatici. I data Center consumano circa il 20% dell'energia elettrica totale. Ma la situazione è cambiata ultimamente: le proteste sono cresciute anche in Irlanda (e non solo) costringendo il governo a dei cambiamenti nelle norme per la costruzione di nuovi impianti. In ogni caso molti grandi attori, comprese le Big Tech, stanno progettando di spostare in altri paesi europei la costruzione di nuovi data center. In Gran Bretagna Lo scorso febbraio le strade di Londra sono state attraversate dalla “March against the machine” davanti agli uffici di OpenAI, di Meta e di Google. La manifestazione ha denunciato che la proliferazione dei data center (circa 450) sta mettendo a rischio gli obiettivi climatici britannici. L’autorità britannica di regolamentazione dell’energia ha ricevuto 140 richieste di allaccio, per un totale di 50 gigawatt. Il picco del Paese, l’11 febbraio 2026, arrivava a 45. In Spagna, a settembre 2025 c’è stata la prima grande manifestazione a Saragozza contro il consumo idrico degli impianti, il perno della battaglia contro i data center in Spagna. A questo proposito, potete ascoltare l'intervista a Tu Nube Seca Mi Rio nella puntata del 27 luglio 2026 di Le Dita nella Presa che spiega in maniera chiara come vanno le cose in Spagna, i siti critici e le motivazioni della protesta, con focus particolare sulla situazione di Talavera de la Reina. Your browser does not support the audio tag. Infine nei Paesi Bassi le proteste hanno portato all’occupazione del tetto del data center di Microsoft a Middenmeer. In questo caso i manifestanti hanno contestato anche l’utilizzo a scopi militari delle intelligenze artificiali. LE MOTIVAZIONI DELLE PROTESTE I punti critici individuati dalle proteste sono comuni in tutti i luoghi in cui queste sono iniziate. Uno dei più importante elementi di criticità è il consumo di suolo con crescita della cementificazione. Secondo i comitati, le istituzioni locali accettano oneri urbanistici milionari e scelgono, pur di fare cassa, di sacrificare importanti risorse ecologiche. Le comunità residenti denunciano il pericolo di colonialismo energetico legato a rincari previsti sulle bollette locali. A Settimo Torinese sono previsti aumenti del 12%. Il consumo di energia elettrica è un altro importante tema. Oltre all'aumento del consumo di energia generalizzato sui territori nazionali, di per se già un problema, la concentrazione di data crenter in località ritenute favorevoli da parte delle aziende comporta uno squilibrio importante. L'esempio dell'Irlanda ci viene di nuovo in aiuto: i data center nel 2024 sono arrivati a consumare più del 20% dell'energia prodotta. C'è poi il tema delle fonti di energia. Molto spesso il sistema dei certificati non è altro che un trucco per poter utilizzare energia prodotta da fonti fossili, aumentando la produzione di CO2e. Ce lo spiega molto bene Giovanna Sissa, nel suo libro "Le emissioni segrete, l'impatto ambientale dell'universo digitale". Il consumo di acqua è un altro tema molto importante. Come sappiamo i data center producono molto calore, che deve essere raffreddata pena il cattivo funzionamento dei server contenuti nei data center (non dimentichiamolo: il cloud non è altro che il computer di qualun altro). Per farlo ci sono due strade: o si utilizza altra energia elettrica, aumentandone così il consumo, oppure si devono utilizzare grandissime quantità di acqua. Un caso esemplificativo, ma non l'unico, è quello della contea di Newton negli USA, con una popolazione di circa 120mila persone. I pozzi locali sono stati danneggiati. Il costo dell’acqua comunale è salito alle stelle. Nei prossimi due anni le tariffe idriche sono destinate ad aumentare del 33%. Più del tipico aumento annuale del 2%. E la situazione è diventata così grave che la contea di Newton è sulla buona strada per entrare in deficit idrico entro il 2030. Se l’ente idrico locale non riuscisse a potenziare le proprie strutture, i residenti potrebbero essere costretti a razionare l’acqua. Il tutto per via della presenza di un data center di Meta. Infine ci sono alcune domande che in pochi fanno. Abbiamo veramente bisogno di questi data center? abbiamo veramente bisogno di tutti questi dati? abbiamo veramente bisogno di Intelligenze Artificiali generaliste? Il prezzo che paghiamo ha un contraltare che fa bene all'umanità? Ma naturalmente si tratta di domande che sono utili anche ad altre questioni che il capitalismo della sorveglianza impone. STATISTICHE Ci sono alcune statistiche che danno forza alle motivazioni della protesta.Ne citiamo due, ma ce ne sono diversi. Il Rapporto ONU, "L’intelligenza artificiale consuma come la Francia e inquinerà come il Regno Unito". Se i data center del mondo fossero considerati uno Stato, già oggi consumerebbero la stessa energia della Francia. Entro il 2030, inquinerebbero quanto il Regno Unito. Due dati che esprimono le dimensioni degli impatti ambientali dell’intelligenza Artificiale sul pianeta. C'è poii un articolo interessante di Hannah Ritchie, pubblicato online su OurWorldinData.org, che si legge molto agevolmente e consente di confrontare velocemente le linee di tendenza. Quanta energia utilizzano i data center e l’intelligenza artificiale?. Se poi volete leggere o ascoltare le pillole che trattano l'argomento, qui c'è una raccolta
July 31, 2026
graffio articoli
Datacenter, proteste e incentivi alla costruzione. La situazione nel mondo
Come sta andando la costruzione di nuovi datacenter di dimensioni gigantesche (i cosidetti Hyperscale), senza i quali, ci raccontano, non ci sarà sviluppo tecnologico nei prossimi anni? Come reagiscono le persone a questa nuova corsa alla costruzione di datacenter? e qual'è l'impatto socio-ambientale dei piani delle grandi aziende tech appoggiate dagli Stati? Naturalmente il sottotesto è che senza questi nuovi data center lo sviluppo dell'AI non sarà possibile e saremo tutte sottomesse alle bigh tech USA o cinesi. Facciamo una breve panoramica segnalando una serie di recenti articoli, interviste e statistiche. COMINCIAMO DALL'ITALIA. In Italia i data center sono circa 270, concentrati principalmente nella provincia di Milano (99) e nella provincia di Roma (28). Nelle intenzioni di governo e attori privati si stima che se ne vogliano costruire altri 83 nei prossimi anni. Il Ministero dell’Ambiente ha pubblicato le indicazioni operative in cui vengono definiti tempi più rapidi per ottenere le autorizzazioni, iter burocratici semplificati e messa in funzione agevolata attraverso strumenti temporanei. Con questi tre elementi, le indicazioni operative mostrano il chiaro intento del governo di accelerare l’approvazione e la costruzione di data center sul territorio italiano per trasformare l'Italia nell'HUB del mediterraneo. Natrualmente come spesso capita in questi casi la norma va a discapito dei controlli sull'impatto socio-ambientale. Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, negli ultimi tre anni sono stati investiti nel settore dei data center oltre 7 miliardi. Da qui al 2028 la cifra potrebbe triplicare. A maggio, la regione [Lombardia è stata la prima in Italia ad approvare una legge dedicata]() a queste infrastrutture, nonostante le proteste di Legambiente, Cgil e diversi rappresentanti istituzionali o della società civile di comuni della città metropolitana. Nel frattempo sono aumentate le proteste in vari comuni della città metropolitana milanese e in PIemonte. * Il caso più discusso è Apto Campus a Lacchiarella, dentro il Parco Agricolo Sud Milano. Il progetto complessivo riguarda un'area di 700.000 metri quadrati, di cui 228.000 destinati al sito specifico sotto esame. È ancora in fase di valutazione ed è il bersaglio diretto della protesta di luglio. * A poca distanza, tra Opera, Locate di Triulzi e Pieve Emanuele, Edge ConneX propone un impianto da 30.000 metri quadrati con un edificio alto 18 metri. * Il progetto di dimensioni economiche più rilevanti è quello di Amazon Data Services Italia a Zibido San Giacomo: un edificio principale di circa 203 per 68 metri * Nel quadrante sud, un progetto identificato con la sigla K2 a Badile viene descritto dalle fonti locali solo come iniziativa di "una multinazionale", senza che il nome del promotore sia stato reso pubblico. Le dimensioni non sono note * A Siziano, in provincia di Pavia, STACK Infrastructure, gruppo controllato da IPI Partners che ha rilevato il sito ex Supernap Italia nel 2021-22 * A Vimercate si è formato il comitato spontaneo “Ferma Ecomostro” e a Bornasco le “Sentinelle del Territorio” denunciano un modello industriale estrattivo, fondato su infrastrutture mastodontiche che consumano suolo agricolo e risorse idriche garantendo un’occupazione irrisoria. * A Bollate il circolo locale di Legambiente ha presentato ricorso al Tar contro un progetto su 12 ettari di area verde * A Settimo Torinese le proteste attaccano il campus Microsoft da 1 GW. La comunità residente denuncia il pericolo di colonialismo energetico legato a rincari previsti del 12% sulle bollette locali. * A Travagliato, nella sera del 22 luglio, oltre 300 persone hanno manifestato dentro e fuori le aule del consiglio comunale interrompendo la seduta tre volte per chiedere spiegazioni sul progetto. CHE SUCCEDE NEGLI USA Una mappa delle proteste e dei siti che presentano criticità per la costruzione di nuovi data center la trovate nel sito di Erin Bronchovich: Data Center AI & Le nostre comunità. Bronchovich è la donna nota per la causa intentata contro la Pacific Gas & Electric nel 1993 per la contaminazione con cromo esavalente delle acque della città di Hinkley in California per oltre 30 anni. Vinse la causa. La sua ultima iniziativa a protezione dell'ambiente e dei diritti dei cittadini si chiama "Brockovich AI Data Center Reporting", si tratta di un progetto per mappare le costruzioni di data center negli Stati Uniti e l'impatto che questi hanno sull'ambiente e sulla vita della popolazione circostante. Il progetto raccoglie le segnalazioni di nuovi progetti di costruzione di Data-center o di impatti negativi sulla popolazione di Data-center esistenti. Ma le proteste contro i data center, le contestazioni e gli attacchi verso tecnomiliardari come Eric Schmidt e Sam Altman, le pressioni su politici locali e la definizione di un esteso bacino di dissenso trasversale alle identità politiche, stanno allarmando le agenzie repressive, a partire dallo U.S. Capitol Police Intelligence Services Bureau. Ne ha fatto un approfondimento Radio Backout che potete ascoltare in una nostra pillola E NEL RESTO D'EUROPA CHE SUCCEDE? L'Irlanda pur di diventare un HUB europeo per i data center, oltre a detassare gli investimenti delle Big Tech, ha sacrificato a questo altare i suoi obiettivi climatici. I data Center consumano circa il 20% dell'energia elettrica totale. Ma la situazione è cambiata ultimamente: le proteste sono cresciute anche in Irlanda (e non solo) costringendo il governo a dei cambiamenti nelle norme per la costruzione di nuovi impianti. In ogni caso molti grandi attori, comprese le Big Tech, stanno progettando di spostare in altri paesi europei la costruzione di nuovi data center. In Gran Bretagna Lo scorso febbraio le strade di Londra sono state attraversate dalla “March against the machine” davanti agli uffici di OpenAI, di Meta e di Google. La manifestazione ha denunciato che la proliferazione dei data center (circa 450) sta mettendo a rischio gli obiettivi climatici britannici. L’autorità britannica di regolamentazione dell’energia ha ricevuto 140 richieste di allaccio, per un totale di 50 gigawatt. Il picco del Paese, l’11 febbraio 2026, arrivava a 45. In Spagna, a settembre 2025 c’è stata la prima grande manifestazione a Saragozza contro il consumo idrico degli impianti, il perno della battaglia contro i data center in Spagna. A questo proposito, potete ascoltare l'intervista a Tu Nube Seca Mi Rio nella puntata del 27 luglio 2026 di Le Dita nella Presa che spiega in maniera chiara come vanno le cose in Spagna, i siti critici e le motivazioni della protesta, con focus particolare sulla situazione di Talavera de la Reina. Your browser does not support the audio tag. Infine nei Paesi Bassi le proteste hanno portato all’occupazione del tetto del data center di Microsoft a Middenmeer. I manifestanti hanno contestato anche, in questo caso, l’utilizzo a scopi militari delle intelligenze artificiali. LE MOTIVAZIONI DELLE PROTESTE I punti critici individuati dalle proteste sono comuni in tutti i luoghi in cui queste sono iniziate. Uno dei più importante elementi di criticità è il consumo di suolo. Secondo i comitati, Le istituzioni locali accettano oneri urbanistici milionari e scelgono, pur di fare cassa, di sacrificare importanti risorse ecologiche. Inoltre la cementificazione che questi giganti Le comunità residenti denunciano il pericolo di colonialismo energetico legato a rincari previsti sulle bollette locali. A Settimo Torinese sono previsti aumenti del 12%. Il consumo di energia elettrica è un altro importante tema. Oltre all'aumento del consumo di energia generalizzato sui territori nazionali, di per se già un problema, la concentrazione di data crenter in località ritenute favorevoli da parte delle aziende comporta uno squilibrio importante. L'esempio dell'Irlanda ci viene di nuovo in aiuto: i data center nel 2024 sono arrivati a consumare più del 20% dell'energia prodotta. C'è poi il tema delle fonti di energia. Molto spesso il sistema dei certificati non è altro che un trucco per poter utilizzare energia prodotta da fonti fossili, aumentando la produzione di CO2e. Ce lo spiega molto bene Giovanna Sissa, nel suo libro "Le emissioni segrete, l'impatto ambientale dell'universo digitale". Il consumo di acqua è un altro tema molto importante. Come sappiamo i data center producono molto calore, che deve essere raffreddata pena il cattivo funzionamento dei server contenuti nei data center (non dimentichiamolo: il cloud non è altro che il computer di qualun altro). Per farlo ci sono due strade: o si utilizza altra energia elettrica, aumentandone così il consumo, oppure si devono utilizzare grandissime quantità di acqua. Un caso esemplificativo, ma non l'unico, è quello della contea di Newton negli USA, con una popolazione di circa 120mila persone. I pozzi locali sono stati danneggiati. Il costo dell’acqua comunale è salito alle stelle. Nei prossimi due anni le tariffe idriche sono destinate ad aumentare del 33%. Più del tipico aumento annuale del 2%. E la situazione è diventata così grave che la contea di Newton è sulla buona strada per entrare in deficit idrico entro il 2030. Se l’ente idrico locale non riuscisse a potenziare le proprie strutture, i residenti potrebbero essere costretti a razionare l’acqua. Il tutto per via della presenza di un data center di Meta. Infine ci sono alcune domande che in pochi fanno. Abbiamo veramente bisogno di questi data center? abbiamo veramente bisogno di tutti questi dati? abbiamo veramente bisogno di Intelligenze Artificiali generaliste? Il prezzo che paghiamo ha un contraltare che fa bene all'umanità? Ma naturalmente si tratta di domande che sono utili anche ad altre questioni che il capitalismo della sorveglianza impone. STATISTICHE Ci sono alcune statistiche che danno forza alle motivazioni della protesta. Il Rapporto ONU, L’intelligenza artificiale consuma come la Francia e inquinerà come il Regno Unito è uno di questi. Se i data center del mondo fossero considerati uno Stato, già oggi consumerebbero la stessa energia della Francia. Entro il 2030, inquinerebbero quanto il Regno Unito. Due dati che esprimono le dimensioni degli impatti ambientali dell’intelligenza Artificiale sul pianeta. C'è poii un articolo interessante di Hannah Ritchie, pubblicato online su OurWorldinData.org, che si legge molto agevolmente e consente di confrontare velocemente le linee di tendenza. Quanta energia utilizzano i data center e l’intelligenza artificiale?. Se poi volete leggere o ascoltare le pillole che trattano l'argomento, qui c'è una raccolta
La Ue si prepara alla guerra, senza gli Usa ma insieme all’Ucraina
In un discorso tenuto alla Georgetown University di Washington in occasione della “Serata della Difesa europea”, il commissario alla Difesa europeo Kubilius, ha messo nero su bianco gli orientamenti della Ue in materia di spesa militare e di ambizioni belliciste verso la Russia ma non solo. Colpisce in un passaggio […] L'articolo La Ue si prepara alla guerra, senza gli Usa ma insieme all’Ucraina su Contropiano.
July 28, 2026
Contropiano
Trump pensa all’intervento in Mali, un altro colpo all’influenza della Ue?
La stampa statunitense afferma che l’Amministrazione Trump sta valutando un intervento militare in Mali, paese dell’Africa occidentale perno dell’Alleanza degli Stati del Sahel. Fonti locali riferiscono che il pretesto sarebbe colpire un gruppo affiliato ad al Qaida e noto come Jnim (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), radicato nel nord del Paese. […] L'articolo Trump pensa all’intervento in Mali, un altro colpo all’influenza della Ue? su Contropiano.
July 27, 2026
Contropiano
Il dual use è morto… Lunga vita al dual use!
COME LE GOVERNANCE DEGLI ATENEI SI PONGONO RISPETTO ALLA RICERCA BELLICA NEL DELICATO EQUILIBRIO FRA LIBERTÀ ACCADEMICA, ETICA E COMPLIANCE Ai tempi della monarchia francese, alla morte di un sovrano, si usava dire: “Il Re è morto! Lunga vita al Re!”, indicando così la continuità nell’avvicendamento. E forse quella locuzione potrebbe essere utilizzata anche nel peculiare caso del dual use, cioè quell’ambito che riguarda prodotti, beni e tecnologie che possono avere sia un uso civile che un uso militare. NEL PERIODO FRA IL 2024 E IL 2025 SEMBRAVA QUASI CHE IN MANIERA PIÙ O MENO DIFFUSA, NEGLI ATENEI STATALI DEL NOSTRO PAESE, SI FOSSE DISPOSTI A METTERE UNA CROCE SOPRA AGLI ACCORDI DUAL USE, ALMENO IN LINEA DI PRINCIPIO. Dopo la stagione delle acampadas per Gaza e le proteste studentesche sembrava che almeno su questo punto si potesse trovare la quadra, d’accordo con le governance degli Atenei o almeno in qualche delibera del Senato Accademico. In realtà, ci si è accorti poi che in più di un caso si trattava solo di dichiarazioni d’intenti con scarse applicazioni nella pratica o che magari si poneva fine a un accordo quadro siglato a livello di amministrazione centrale e poi magari le collaborazioni continuavano a livello di singoli dipartimenti. L’Università di Pisa aveva addirittura modificato lo statuto dell’Ateneo per ribadire il NO al dual use. L’Università di Bologna aveva inserito nel merito un punto specifico nel Codice etico e tanti Atenei avevano messo uno stop agli accordi più evidenti, ad esempio quelli con Leonardo, Thales e Rheinmetall. E invece no! Questo apparente giro di vite ha avuto vita breve, perché nel frattempo la Commissione Europea si era lanciata in un triplo salto carpiato accogliendo un parere di un comitato di esperti chiamati ad esprimersi su come trattare il dual use nell’ambito della ricerca, soprattutto in vista del Piano Strategico Horizon Europe 2025-2027. Ebbene, tali esperti avevano praticamente sdoganato il dual use nel principale programma di ricerca europeo con una sorta di “tana libera tutti”, sostenendo che l’innovazione procede in modo così veloce da rendere indistinguibile i confini fra ciò che è per uso civile e ciò che è per uso militare. E quindi, contrariamente agli anni precedenti, si è concessa un’apertura per la prima volta anche ai progetti dual use dentro Horizon, il principale programma di ricerca in Europa. Insomma, nel 2025 dall’UE alle università del continente europeo si è proclamato a gran voce: “Il dual use è morto! Lunga vita al dual use!“ E nel 2026 questo input è stato trasmesso a cascata lungo tutta la filiera della ricerca accademica e quella degli Enti pubblici di ricerca, che non volevano di certo mancare un simile appuntamento coi finanziamenti europei nella ricerca. PRIMA PERÒ DI AFFRONTARE LO STATO DELL’ARTE DEL DUAL USE NEGLI ATENEI ITALIANI, È IMPORTANTE E OPPORTUNO SOTTOLINEARE COME ESISTANO DIVERSI PIANI SUI QUALI QUESTO TEMA PUÒ ESSERE AFFRONTATO E QUINDI RISULTA FONDAMENTALE COMPRENDERE SU QUALE DI QUESTI PIANI AVVIENE L’INTERAZIONE DI VOLTA IN VOLTA, PER EVITARE DI CADERE IN TRAPPOLE INTERPRETATIVE. 1) approccio etico: si può adottare un piano più ampio e onnicomprensivo nel quale per dual use si intendono tutte quelle attività che possono potenzialmente essere utilizzate, oltre che per finalità civili, anche per finalità militari di qualsiasi tipo, non solo prodotti, beni e tecnologie, ma anche attività a carattere strategico o propagandistico. Si privilegia quindi un’interpretazione estensiva delle implicazioni allargando il campo di applicazione a tutto ciò che è in qualche modo riconducibile al sistema della guerra ed al complesso militare industriale: da una parte si amplia quindi l’ambito disciplinare (non solo STEM) e dall’altra si estende la casistica delle ricadute che alcuni accordi possono comportare in relazione al più generale sistema della guerra, incluse quelle situazioni nelle quali la cooperazione accademica rischia di legittimare il Paese dei partner e quindi esserne complice in relazione a conflitti e occupazione illegale di territori, fuori dalle regole del diritto internazionale. É ad esempio il caso del boicottaggio accademico e culturale contro Israele per le sue gravissime responsabilità nel genocidio ancora in corso a Gaza e per l’occupazione in Cisgiordania. I principi etici alla base sono fondamentalmente quello di non nuocere direttamente o anche indirettamente a singoli individui o collettività, ma anche quello di avere cura dei diritti delle generazioni presenti e future rispetto ai possibili impieghi e sviluppi in prospettiva che potrebbero minacciare anche in futuro gruppi e popolazioni anche di altri Paesi, al di là delle intenzioni delle finalità progettate in origine. Pertanto, oltre agli sviluppi materiali e fisici connessi agli armamenti, si includono anche quelle attività che possono essere utilizzate impropriamente e in modo malevolo da terzi e che possono essere manipolate ad arte per raggiungere fini strategico militari, anche solo di pura legittimazione di un attore militare o di propaganda bellica. Di conseguenza, in tale accezione risultano sensibili non solo le collaborazioni con l’industria bellica, ma anche quelle con le Forze Armate, con la NATO e con gli enti e le istituzioni di Paesi che perpetrano una sistematica violazione dei diritti umani, che sono incriminati per genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e apartheid: in tale ottica, anche un semplice accordo di mobilità con un Ateneo che ha sede legale, che tanto legale non è, in territori occupati o un progetto di ricerca sulla gestione del suolo e dell’acqua può avere risvolti etici in termini di complicità e ricadute in termini di legittimazione e consolidamento dell’occupazione militare di territori fuori dalle regole ONU. In un’accezione più ampia, si potrebbero così includere, oltre alla ricerca, anche le attività di didattica, orientamento e Terza missione. Tale approccio etico è quello adottato nelle proteste studentesche e soprattutto negli orientamenti di chi porta avanti il boicottaggio accademico nelle Università (vedi la PACBI). 2) approccio tecnologico: stringendo il cerchio, si può adottare una definizione più meramente tecnica e concentrata nell’ambito della ricerca, che però pone l’accento anche sulla potenzialità dell’utilizzo dei risultati dei progetti, e in tal caso si considerano dual use tutti quei beni, prodotti e tecnologie che, pur avendo finalità civili possono implicare sviluppi possibili anche in ambito militare o essere utilizzate in modo improprio rispetto alle finalità previste in origine. Tale approccio è quello di una parte della componente dei docenti e dei ricercatori, che intende limitare il tema del dual use quasi esclusivamente alle “scienze dure”, che sono più soggette ai vincoli connessi alla produzione di armamenti o prodotti dual use e a controlli sulle esportazioni, ignorando quasi tutte le implicazioni immateriali e cognitive; 3) approccio normativo: il nucleo più ristretto del dual use fa riferimento ad una terza definizione di carattere più normativo e segue un approccio più restrittivo, arrivando a considerare dual use solo ed esclusivamente quei casi definiti come tali dal relativo Regolamento europeo sull’esportazione di armamenti, oltre che dalla normativa nazionale, per cui ci si limita soltanto alle esportazioni di materiali e risultati della ricerca non inclusi negli elenchi dei prodotti vietati, salvo eventuali licenze o autorizzazioni. Ed è proprio quest’ultima definizione, cioè il semplice limitarsi a rispettare i vincoli normativi alla lettera, a rappresentare l’orizzonte verso il quale le governance di alcuni grandi Atenei si stanno orientando rispetto al tema del dual use. PER COMPRENDERE QUALE SIA L’ORIENTAMENTO ATTUALE È POSSIBILE OSSERVARE COSA SUCCEDE IN UNO DEGLI ATENEI NEI QUALI IL DIBATTITO INTERNO SUL TEMA È STATO PIÙ VIVACE NEGLI ULTIMI ANNI: L’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA, CHE FRA L’ALTRO HA DI RECENTE DICHIARATO, IN OCCASIONE DI UN INTERVENTO FORMATIVO INTERNO SUL DUAL USE, CHE DIVERSI ALTRI GRANDI ATENEI COI QUALI SI SONO CONFRONTATI, SONO ALLINEATI SULLA STESSA POSIZIONE. MA QUALE SAREBBE QUESTA POSIZIONE? La posizione è quella che UNIBO ha deciso di abbracciare un approccio restrittivo rispetto alla nozione di dual use (che diventa l’eccezione e non la regola) nell’applicazione della normativa europea, nella fattispecie il Regolamento UE n. 821 del 2001, cioè in sintesi guardare i contenuti degli elenchi di prodotti, beni e tecnologie riportate negli Allegati 1 e 4 del Regolamento, addirittura con un orientamento ancor più minimalista seguendo la Raccomandazione 2001/1700 (quest’ultima attraverso la sua funzione interpretativa restringe ancor di più il campo di applicazione dei vincoli sul dual use). Di recente, seguendo le indicazioni contenute nella Raccomandazione del Consiglio UE del 2024, che sollecita gli organismi di ricerca a strutturare presidi interni per prevenire violazioni, UNIBO ha istituito un gruppo denominato DUSE per il monitoraggio interno sul dual use e ha predisposto delle Linee guida interne per la sicurezza della ricerca, che rappresentano i due strumenti di due diligence d’Ateneo, cioè per l’istruttoria accurata e il self-assessment da condurre rispetto alle collaborazioni con i partner internazionali sulla ricerca. Esiste poi un altro terminale per l’autovalutazione dei rischi e per la due diligence, che è invece individuale ed è rappresentato dalla figura del ricercatore, una figura cruciale nell’individuazione dei rischi potenziali legati all’uso duale e su cui quindi grava una forte responsabilità, spesso anche a fronte di contratti precari di ricerca, che agiscono come strumento di ricatto che limita ulteriormente l’imparzialità nel giudizio e la libertà di decisione. Un compito gravoso quello dei ricercatori nel dover seguire tutte le previsioni di legge, il Regolamento europeo, le linee guida interne, quelle nazionali e il Regolamento d’Ateneo per l’integrità della ricerca. Ma l’Ateneo di Bologna li ha di recente rassicurati in occasione della formazione interna, garantendo supporto attraverso il personale degli uffici preposti e tramite appunto il gruppo DUSE, individuato appositamente dalla governance fra componenti del personale docente e del personale tecnico amministrativo. Le raccomandazioni si sono indirizzate ripetutamente nel restringere il più possibile le fattispecie ed il campo di applicazione. E sui casi in cui risulterà essere presente un reale vincolo sull’uso duale, si invierà richiesta di licenza o autorizzazione all’UAMA (Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento), l’unità preposta presso il MAECI per vigilare su tale ambito. Insomma, alla fine l’ultima parola in funzione di garanzia del sistema spetterà – ahinoi – addirittura a chi opera sotto quello stesso Ministro [ndr: Tajani] che dichiarava che «il diritto internazionale vale fino ad un certo punto». Pertanto, dopo anni di proteste, di inviti accorati alla riflessione sulle conseguenze dell’attività accademica e sulla necessità di investire nell’integrità della ricerca, l’elefante accademico ha partorito il topolino: l’unico impegno dei grandi Atenei è quello di limitarsi a rispettare alla lettera i vincoli della normativa dual use, senza ampliare il campo di applicazione ad ambiti sensibili che qualsiasi riflessione etica potrebbe suggerire, se non altro per autotutelarsi nei confronti di eventuali complicità e difendere l’immagine dell’Ateneo dall’essere associato a certe realtà. Uno dei grandi equivoci nel voler controbilanciare le minacce del dual use è spesso quello di appellarsi al principio della libertà accademica, che però è un diritto individuale del singolo docente o ricercatore e non può essere accampato come pretesto e rivendicato dalla governance di un Ateneo, perché non è esigibile in quella veste. Il singolo invece può esercitarlo individualmente, quindi senza coinvolgere le responsabilità, le risorse e gli impegni dell’Ateneo, pur nella consapevolezza dei limiti normativi del dual use. INSOMMA, IL SUCCO È CHE L’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA E GLI ALTRI ATENEI MAGGIORI PIÙ IMPLICATI NELLA RICERCA BELLICA NON FARANNO NULLA DI PIÙ DI CIÒ CHE È STRETTAMENTE PREVISTO DALLA LEGGE E, ANZI, LADDOVE POSSIBILE CERCHERANNO L’INTERPRETAZIONE PIÙ RISTRETTA POSSIBILE PER AMPLIARE IL PIÙ POSSIBILE IL LORO MARGINE DI MANOVRA. Ci chiediamo quindi quale sia il merito in termini di slancio etico nel fare ciò che è previsto dalla legge, visto che rispettare la lettera delle norme in materia è obbligatorio. Da qui deriva la pratica inutilità di basare la lotta sugli accordi sensibili soltanto sul tema del dual use, in quanto sarebbe come chiedere alle governance degli Atenei di impegnarsi a rispettare la legge e su questo non potranno che dire sì. Ci aspettavamo dal mondo accademico una riflessione più profonda sul tema ed uno slancio etico più esteso che considerasse maggiormente le implicazioni e le esigenze espresse dalle proteste studentesche, dai ricercatori precari e da quelle componenti nelle comunità accademiche che hanno in questi anni contribuito a portare nell’arena universitaria la complessità degli aspetti sensibili nelle collaborazioni degli Atenei con il complesso militare-industriale. Emblematico un episodio verificatosi in occasione di un recente intervento di formazione interna sul dual use a docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo di UNIBO: nello spazio delle domande che seguiva la presentazione nella sessione dedicata alla prospettiva etica sull’uso duale, a fronte di un’interpretazione piuttosto estensiva del dual use da parte della Prof.ssa Mattoni contro la violazione di diritti umani di popoli e collettività, un discente ha chiesto alla docente se tali violazioni sono da considerare tali anche in caso di rischio ambientale. A quel punto la docente, dopo aver ribadito che in linea teorica ricadrebbero in quella sfera etica da tutelare, ha però preferito lasciare la parola per l’interpretazione pratica al collega giurista Prof. Casolari che, nell’ottica restrittiva adottata da UNIBO, ha escluso che tale esempio possa ricadere nella casistica del dual use, a meno che non si utilizzino espressamente le specifiche e i prodotti contenuti negli allegati al Regolamento europeo. In definitiva, l’etica abdica al suo ruolo davanti alle esigenze e ai tecnicismi della compliance normativa finalizzata agli interessi della governance. Una scenetta alla quale si è in fondo già assistito in Ateneo, quando, dopo la delibera del Senato Accademico del 23 settembre 2025 che aveva introdotto dei paletti sulle collaborazioni con Israele, a gennaio 2026 il CdA di Unibo ha rimesso tutto in gioco facendo rientrare dalla finestra quegli accordi per evitare diffide dai partner israeliani e l’apertura di un eventuale contenzioso con risarcimento danni per aver interrotto gli accordi. Il continuo rimandare al solo Regolamento europeo contraddice fra l’altro il punto specifico che la stessa Alma Mater Studiorum Università di Bologna ha inserito nel preambolo del suo Codice etico e di comportamento, nel quale ci si impegna anche a: > «una cultura della consapevolezza e della responsabilità rispetto al tema del > duplice uso dei risultati della ricerca, al fine di individuare i relativi > rischi e minimizzare gli eventuali danni [ndr orribile formulazione], nel > rispetto della normativa nazionale, europea e internazionale». Ma della normativa nazionale non vi è traccia nelle raccomandazioni di chi rappresenta la governance, eppure l’elenco dei prodotti a uso duale presenti nell’elenco vigente in Italia risulta più ricco, dettagliato e aggiornato di quello previsto in Europa. Cosa si potrebbe fare allora nelle università per affrontare seriamente dal basso la questione delle collaborazioni sensibili? * estendere le considerazioni alla sfera etica più generale e non limitarsi solo alla ricerca né guardare il problema solo con la lente del dual use, perchè fa disperdere energie nell’inseguire ogni rivolo dell’oggetto della ricerca in ogni singolo progetto perdendo di vista il problema di fondo; * spostare lo sguardo dall’oggetto della ricerca al soggetto con cui si decide di collaborare e su cosa fa in generale quel soggetto, non solo in relazione al progetto o all’accordo con l’Ateneo; * attivare negli Atenei strumenti di monitoraggio dal basso, quali comitati, ma non lasciare che vengano nominati dalla governance, in base al principio che a controllare non sia chi deve essere controllato, come invece accade nei gruppi di monitoraggio che stanno nascendo in alcune università, e renderli efficaci nella loro azione garantendo l’accesso agli atti necessari da visionare e valutare; * pubblicare ed aggiornare periodicamente l’elenco delle collaborazioni considerate sensibili per “sanzionare” le amministrazioni degli Atenei inadempienti e “mettere all’indice” chi collabora o è complice delle guerre; * garantire a tutti i componenti delle comunità accademiche l’opzione dell’obiezione di coscienza di fronte a tutte le attività che direttamente o indirettamente implicano un contributo al sistema bellico o al complesso militare industriale; * adottare soluzioni sistemiche che siano valide in tutti gli Atenei tentando di raggiungere obiettivi di carattere normativo che regolino la questione delle collaborazioni sensibili nelle università e nella ricerca. APPURATO CHE NON ESISTE LA VOLONTÀ POLITICA DI PORRE UN FRENO ALLA RICERCA BELLICA E CHE UE E GOVERNO PROCEDONO AL RIARMO, TRASCINANDOSI DIETRO IL MONDO ACCADEMICO, E NON INTENDONO NEANCHE SOSPENDERE AD ESEMPIO GLI ACCORDI DI COOPERAZIONE CON ISRAELE, VORRÀ DIRE CHE NE PRENDEREMO ATTO E RIPARTIREMO DA QUI PER UNA NUOVA STAGIONE DI LOTTA, NON CONSIDERANDO PIÙ INTERLOCUTORI PRIVILEGIATI ED AFFIDABILI QUEI CANALI ISTITUZIONALI COME LA UE, IL GOVERNO, LE GOVERNANCE DI ALCUNI ATENEI, LA CRUI… … (che ha siglato un patto con Confindustria sul trasferimento tecnologico della ricerca, presumibilmente anche bellica), che hanno scelto scientemente di restare sordi e miopi davanti alla realtà, ma cercando altre strade dal basso e dal cuore pulsante di chi studia, lavora e vive nella realtà accademica per affermare le nostre ragioni, che urlano soltanto un forte e chiaro: “FUORI LA GUERRA DALL’UNIVERSITÀ!“ Inutile esprimere quanto sia sconfortante il vedere luoghi del sapere indipendenti, come dovrebbero essere le università, appiattiti sulle esigenze belliche e ridursi a zerbino al servizio di quello che Michele Lancione ha ribattezzato come “Complesso militare – industriale – accademico”. Gli Atenei in ginocchio davanti ai diktat della Ministra Bernini per assecondare le esigenze della Difesa, come lei stessa di recente ha ribadito durante una visita a Space Industries a Settimo Torinese davanti ai rettori degli Atenei di Torino (vedi qui). Il problema è sistemico, per cui per quanto possa essere preziosa la lotta in ogni singolo Ateneo, che dovrà in ogni caso essere portata avanti, siamo arrivati al punto in cui è sempre più urgente puntare ad una soluzione che sia altrettanto sistemica per affrontare in modo più compiuto ed omogeneo il tema delle collaborazioni sensibili su tutto il territorio nazionale. E come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università abbiamo intravisto questa possibilità nella campagna LA CONOSCENZA NON MARCIA, che lo scorso 18 luglio ha lanciato pubblicamente a Paestum, insieme alle tante altre realtà che hanno aderito, l’idea di una petizione popolare (ex art. 50 della Costituzione) per stimolare sul tema il Parlamento attraverso i lavori legislativi delle Commissioni competenti. Nelle prossime settimane vi terremo aggiornate/i e pubblicheremo sul sito il link alla piattaforma ufficiale sulla quale si raccoglieranno le firme online. In questa lotta, non si può contare sulla UE, che ha sdoganato per prima il dual use, non si può contare sul Governo, che sta cercando di allentare i vincoli sulle esportazioni di armi previsti dalla Legge 185 del 1990 e tende a legittimare il ricorso alla ricerca universitaria sull’uso duale, attraverso Linee guida nazionali per gli Atenei, come annunciato dalla Ministra Bernini, che propone anche di ribattezzare “common use”  le collaborazioni nella ricerca fra Università e Difesa. In un’epoca nella quale domina la guerra ibrida e le sorti dei conflitti si determinano anche sul piano cognitivo, sarebbe un errore di miopia madornale ignorare tutte quelle dinamiche di collaborazione che sono formalmente fuori dal dual use in senso stretto, ma che hanno profonde implicazioni sulla costruzione dei conflitti e sulla loro estensione nella società: dalla legittimazione più o meno implicita di sistemi militari e strategici alla classica propaganda militarista più o meno diretta o addirittura all’israelizzazione dei luoghi di istruzione e di ricerca. E quindi anche un corso di laurea in filosofia (Bologna docet nel caso dell’Accademia militare di Modena) può avere implicazioni dual use, così come un accordo di mobilità con università che hanno sede legale in territori occupati in Palestina, tramite il quale magari soldati e i riservisti israeliani dell’IDF vengono a studiare nelle aule universitarie italiane seduti con naturalezza accanto agli altri studenti dopo aver fatto la spola fra il genocidio e gli impegni accademici. Gruppo Università, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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33 chilometri
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Calais dista 33 chilometri dalle coste inglesi. Per alcune persone è una traversata di pochi minuti. Per altre – che arrivano da Afghanistan, Sudan, Kurdistan iracheno, Eritrea – mesi o anni di attesa tra sgomberi continui e senza diritti, in una frontiera dove si decide chi può esistere e chi no. Calais è, al pari di Ceuta e Lampedusa, di Lesbo e Bihac, una delle frontiere più dure d’Europa. Perché, anche se a tentare la traversata sono persone che nella quasi totalità dei casi hanno pieno diritto ad asilo e protezione, le istituzioni francesi e britanniche le tengono bloccate in un vergognoso rimpallo di responsabilità (e di fondi).  Dopo lo sgombero della “Jungle”, avvenuto nel 2016, migliaia di persone vivono ancora nella zona tra Calais e Dunkerque sparse nei boschi e ai margini delle strade, senza ripari stabili, in condizioni di estrema precarietà e totalmente privi di risorse. Da anni in questa zona associazioni e reti di solidarietà garantiscono ciò che le istituzioni francesi e britanniche negano: pasti, beni essenziali e supporto alle persone bloccate lungo la frontiera tra Francia e Regno Unito. Tra pochi giorni un gruppo di attiviste e attivisti di Casetta rossa, storico spazio sociale e culturale autogestito di Garbatella, a Roma, partirà per portare solidarietà, un contributo alle attività sul campo e beni di prima necessità. La loro è la scelta di campo di chi rifiuta un’Europa che respinge, alza muri e arriva a negare i più elementari diritti di base a chi fugge dall’inferno.  È in corso una raccolta di fondi e materiali a sostegno della missione, che si appoggerà a Refugee Community Kitchen e alle altre realtà che ogni giorno garantiscono pasti, beni essenziali e solidarietà a chi è in transito lungo questa frontiera. Le donazioni possono essere effettuate al link https://gofund.me/b29dd653e. I beni di prima necessità possono essere consegnati tutti i giorni dalle 16 in avanti a Casetta rossa, in via Magnaghi 14 a Roma. Servono abiti pesanti, prodotti per l’igiene personale, sacchi a pelo, tende, ma anche prodotti alimentari a lunga conservazione, guanti, mascherine, detergenti e disinfettanti.  Ogni contributo, anche piccolo, fa una differenza enorme per chi si trova bloccato lungo la frontiera, a pochi chilometri dal sogno di una vita dignitosa. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO REPORTAGE DALLA FRANCIA DEL 2015: > La chiamano la Jungle di Calais -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo 33 chilometri proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Il Parlamento europeo dà il via libera a Chat Control 1.0
Il Parlamento europeo lascia passare il #ChatControl 1.0 nonostante una maggioranza abbia votato contro (314:276) – consentendo la scansione di massa delle chat private fino al 2028. Le vittime mettono in guardia Oggi il Parlamento europeo ha approvato la scansione di massa senza sospetto delle comunicazioni private (“Chat Control 1.0”), una misura che aveva respinto due volte a marzo. Sebbene la maggioranza dei deputati europei votanti si fosse effettivamente opposta al regolamento ( 314 contrari, 276 favorevoli, 17 astensioni ), la mozione di rigetto non ha ottenuto la maggioranza assoluta di 361 voti necessaria. Di conseguenza, la scansione di massa è ora nuovamente consentita fino al 2028. È stata adottata un’esenzione simbolica per le comunicazioni crittografate, sebbene in pratica i fornitori di servizi non le analizzino comunque. Inoltre, sebbene la maggioranza degli eurodeputati votanti volesse limitare l’analisi delle comunicazioni private esclusivamente ai sospettati identificati dalla magistratura ( 322 voti contro 255 ), anche questo emendamento non ha raggiunto la maggioranza assoluta richiesta. leggi l'articolo Leggi anche l'articolo di MIrella Castigli
La conversione ecologica può salvare l’Europa
-------------------------------------------------------------------------------- Piantumazione di alberi a Soave -------------------------------------------------------------------------------- L’Europa, insieme alla sua figliastra, l’Unione Europea, si sta dissolvendo perché non ha più una visione del suo ruolo e del suo futuro, né una ragione per tenere insieme i suoi sparsi membri. Molti accorrono al suo capezzale per cercare di ridargliene una. C’è chi propone che recuperi “competitività” (per non sparire) investendo soldi che non ha in informatica, armi e tecnologia: ricetta vecchia come il cucù che ha fatto la fortuna del suo principale propagandista, ma non della sua destinataria (l’Europa, appunto). C’è invece chi, nelle vesti di critico critico, propone di rilanciare l’Europa inventando un nuovo welfare: non quello in via di dissoluzione, che non ha futuro, ma un welfare diverso, innovativo, efficiente, meno assistenziale, che potrebbe farle recuperare i suoi valori positivi (quelli negativi, come colonialismo, razzismo, militarismo, sovranismo, nazismo, meglio dimenticarli) non più sostenibili alla vecchia maniera. Né l’una né l’altra ricetta, né quelle intermedie, sembrano avere però molto appeal; ma tant’è… In realtà l’Europa una “visione” e una ragione di esistere ce le ha da tempo; ma le hanno offuscate entrambe i suoi governanti, concordi solo nella corsa per spennare i rispettivi paesi finanziando l’industria delle armi per sostenere la guerra alla Russia e quella ai migranti. Quella visione nascosta circola però da tempo tra le schiere disperse ma sempre più numerose delle persone che si mobilitano per la pace (e contro tutte le guerre), per la Palestina (e contro il genocidio perpetrato da Israele), per salvaguardare il proprio territorio (contro la speculazione edilizia e le Grandi opere devastanti ), per salvare vite e accogliere profughi e migranti (contro respingimenti, torture e “remigrazione”), per la costruzione di comunità fondate su rapporti di cura e mutuo appoggio (reciprocità, contro l’individualismo, la competizione, il consumismo, lo sfruttamento e lo spreco di talenti umani e risorse della Terra). E per tanto altro. È una visione che abbina indissolubilmente la salvaguardia degli equilibri ecologici della Terra e il perseguimento di giustizia ed eguaglianza tra gli esseri umani; la pace con il pianeta e quella tra i popoli e che ha in sé una dimensione sia spirituale, culturale, che fisica, materiale. E si compendia in due nomi: Alex Langer e papa Francesco. Ma quella visione non avrebbe potuto sopravvivere all’oblio e all’indifferenza dei potenti della Terra se non fosse stata condivisa (spesso inconsapevolmente, perché chiamata spesso con altri nomi) da migliaia e migliaia di persone. Si tratta, in una formula, della “conversione ecologica”: l’unico approccio che potrebbe restituire all’Europa il ruolo che si era autoassegnata alcuni decenni fa per poi trasformarlo in pura finzione; ma anche un ruolo attuale, nel portare a mediazione le guerre in corso; se non fosse essa stessa parte in causa, apertamente schierata a sostegno degli uni contro gli altri. La conversione ecologica non è un progetto e meno che mai un sistema da instaurare, un punto di arrivo definito; è un processo in fieri che per tradursi in programmi ha bisogno del concorso attivo – questo sì, consapevole – di tutti coloro a cui deve essere affidata la sua realizzazione: a partire, oggi, dalla “convergenza” sotto il suo ombrello delle tante visioni, sigle, organizzazioni, progetti che si stanno accorgendo di avere in comune molto di più di quello che le separa. Ma soprattutto è una visione condivisa che può permettere a tutti di farsi parte del confronto diretto con l’inconcludenza (nel migliore delle ipotesi), l’irresponsabilità, l’inerzia, l’ipocrisia e il cinismo (nel peggiore e più realistico dei casi) dell’establishment europeo e con la sua attuale dedizione alla guerra. Non c’è traccia, nelle proposte che hanno accesso al dibattito politico pubblico sul futuro dell’Europa, di qualcosa che assomigli anche solo da lontano alla conversione ecologica. Non c’è nemmeno traccia, se non con qualche accenno burocratico e formale, di una preoccupazione per lo stato dell’”ambiente”, per la morte della “natura”, per il futuro catastrofico della Terra. Eppure ha appena fatto, e presto rifarà, un caldo da matti, con tante conseguenze ormai note: tanto da far capire a (quasi) tutti che il nostro pianeta ha ormai imboccato una deriva senza più molte vie di uscita. Ma in quei consessi ufficiali lo stato della Terra resta “il convitato di pietra”. Mai che venga in mente a qualcuno dei geopolitici impegnati nel gioco dei tre cantoni (in cui il problema è come farne occupare uno all’Europa), che lo sconvolgimento climatico e ambientale che sta investendo il nostro continente e il mondo non potrà non cambiarne le regole (se ci sono). L’acqua prenderà a scarseggiare davvero (con tanti saluti al raffreddamento degli impianti nucleari e dei data-center in programma). Scarseggeranno anche i raccolti, con milioni di nuovi morti per fame e aumenti vertiginosi dei prezzi del cibo. Si alzeranno i livelli dei mari, con miliardi da investire per cercare di proteggere alcune delle principali città del mondo. Si moltiplicheranno i dissesti idrogeologici e gli incendi, con le popolazioni locali che dovranno cercare di supplire con la loro iniziativa all’inerzia dei rispettivi governi. Crescerà a dismisura la pressione di profughi e migranti in fuga da terre rese inabitabili dal calore, dall’arsura, dalle alluvioni o dalle guerre. E così via. Fare la guerra per moltiplicare i disastri a cui la popolazione sarà già esposta per via dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze suonerà sempre più assurdo. Non sarebbe dunque ora di cominciare a includere queste prospettive nello scenario del gioco tra le grandi potenze? E le misure per affrontarle tra le “carte” da giocare per risollevare le sorti del continente e del mondo? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La conversione ecologica può salvare l’Europa proviene da Comune-info.
July 9, 2026
Comune-info
FRANCIA: CONDANNA DEFINITIVA PER MARINE LE PEN, USÒ I FONDI DEL PARLAMENTO UE PER PAGARE I SUOI DIPENDENTI
La Corte d’Appello di Parigi ha giudicato colpevole di appropriazione indebita di fondi pubblici Marine Le Pen, estremista della destra francese e leader del Rassemblement National, nel caso dei falsi impieghi all’Europarlamento. Confermata la condanna di prima istanza a quattro anni di carcere, due con la condizionale. Per quanto riguarda la sua ineleggibilità – in primo grado era stata condannata a cinque anni – secondo i giudici è “già stata scontata”: la leader del Rassemblement National potrebbe infatti candidarsi alle Presidenziali del 2027, che nei sondaggi la vedono favorita. Ma dovrà portare per un anno il braccialetto elettronico e lei stessa ha dichiarato più volte di non voler fare campagna elettorale con questo obbligo. Intanto scalda i motori il delfino Bardella nella corsa all’Eliseo, che dal 2021 ha preso il suo posto al vertice del partito. La sentenza “permette di mantenere al centro del dibattito il partito fascista come se fosse la principale minaccia o la principale salvezza” del paese. Alle concrete possibilità che il Rassemblement National possa prendere possesso della Presidenza il prossimo anno, si aggiunge “il sostegno massiccio dell’oligarchia francese e dei media tutti”. Così il giornalista e nostro collaboratore dalla Francia Cesare Piccolo che interpellato ai nostri microfoni, ricorda anche l’enorme potere che si concentra nelle mani del Presidente della Repubblica Francese. Che dal prossimo anno potrebbe essere un fascista! L’intervista a Cesare Piccolo, giornalista italiano che vive da anni in Francia e nostro collaboratore. Ascolta o scarica
July 7, 2026
Radio Onda d`Urto