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A Madrid come a Roma: ci tolgono la casa, ci abbassano i salari
Maricarmen aveva 87 anni e da settant’anni viveva nello stesso appartamento del quartiere Retiro, a Madrid. La società proprietaria voleva alzarle l’affitto da 450 a 1.650 euro al mese, più di tutta la sua pensione, e il 23 settembre l’hanno sfrattata e portata via in barella. È morta in ospedale il 7 ottobre, […] L'articolo A Madrid come a Roma: ci tolgono la casa, ci abbassano i salari su Contropiano.
October 20, 2026
Contropiano
In tutta la Spagna si stanno espandendo le proteste per il diritto alla casa
Quella dell’87enne Maricarmen Abascal pareva essere una delle tante storie di sfratto, invece è diventata il simbolo della crisi abitativa che da anni imperversa in Spagna. Sabato scorso decine di migliaia di persone — 300mila secondo il Sindicato de las Inquilinas — si sono date appuntamento a Madrid, sfilando per le strade della capitale. Il giorno dopo oltre 150 tende sono state piantate a Puerta del Sol, nel cuore di Madrid, in segno di protesta contro sfratti e affitti sempre più elevati. Nel fine settimana le piazze si sono moltiplicate su tutto il territorio nazionale, lanciando un messaggio chiaro al governo. Dal Palazzo della Moncloa, Pedro Sánchez ha promesso un intervento immediato, atteso nei prossimi giorni. Fino a quel momento — fanno sapere i promotori — la mobilitazione continuerà, per Maricarmen e per tutti i residenti che negli ultimi anni hanno dovuto fare i conti con le conseguenze della speculazione immobiliare.  Maricarmen Abascal, 87enne con una disabilità al 50%, è stata sfrattata mercoledì scorso dalla casa in cui abitava da oltre 70 anni, a pochi passi dal Parque del Retiro. Pagava regolarmente un affitto di circa 500 euro, pari a un terzo della sua pensione. Fino al cambio di proprietà e all’arrivo di Urbagestión, società spagnola attiva nella compravendita immobiliare e coinvolta in dinamiche di gentrificazione. A Maricarmen Abascal è stato ad esempio proposto un nuovo contratto da 1.600 euro mensili, il 200% in più rispetto al vecchio, abbondantemente al di fuori  delle possibilità economiche della pensionata. Il caso è arrivato in tribunale, risolvendosi a favore dei nuovi proprietari. Nulla ha potuto il cordone di attivisti giunto mercoledì scorso in via Alcalde Sainz de Baranda, che si è trovato di fronte a un imponente dispiegamento di agenti. Maricarmen Abascal è stata portata via in barella, diventando presto il volto della crisi abitativa spagnola.  «Sono in pochi a potersi permettere di non venire qui a protestare. Maricarmen potrebbe essere nostra nonna o nostra madre, se non addirittura noi stessi», ha dichiarato un giovane manifestante a El País. Secondo il Consiglio generale del potere giudiziario spagnolo, soltanto nel 2025 sono stati effettuati oltre 25mila sfratti. È proprio la condizione di precarietà diffusa a spiegare i numeri della protesta, confluita sabato in un corteo partecipato da diverse decine di migliaia di persone. Partito da Puerta del Sol poco dopo le 6 del pomeriggio, il serpentone si è snodato tra le strade della capitale, muovendosi verso il Parlamento. Poi il ritorno a Sol e l’allestimento dell’acampada per il diritto alla casa.  A promuovere la protesta madrilena è stato il Sindicato de las Inquilinas, che tra giovedì e venerdì ha organizzato presidi e cortei su tutto il territorio nazionale: da Bilbao a Granada, passando per Murcia e Salamanca. In occasione della visita del premier Pedro Sánchez, questa mattina sono stati messi in atto a Barcellona dei blocchi stradali, paralizzando il traffico cittadino. In serata è previsto un presidio nei pressi della zona universitaria.  > Maricarmen, tengo un mensaje para ti. > > El Gobierno está trabajando contra reloj para llevar el próximo martes al > Consejo de Ministros el Real Decreto Ley sobre Vivienda. > > Y pido a los grupos parlamentarios que hagamos un último esfuerzo para que sea > convalidado en el Parlamento.… pic.twitter.com/EuHCibJCqf > > — Pedro Sánchez (@sanchezcastejon) September 27, 2026 Il Sindicato de las Inquilinas è pronto a convocare uno sciopero generale nel caso in cui il “decreto Maricarmen” non venga recepito dal governo. La proposta punta a impedire gli sfratti senza un’alternativa di alloggio (proposta dall’amministrazione pubblica), a rinnovare automaticamente i contratti in scadenza e a congelare i canoni d’affitto vigenti. «Maricarmen, ho un messaggio per te. Il Governo sta lavorando per portare martedì prossimo al Consiglio dei Ministri il decreto sulla casa», ha dichiarato Pedro Sánchez. Sull’esecutivo pesano la mobilitazione dal basso e le pressioni interne provenienti da Sumar, alleato di coalizione dei socialisti. Sullo sfondo si stagliano le elezioni legislative in programma il prossimo anno. The post In tutta la Spagna si stanno espandendo le proteste per il diritto alla casa appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 28, 2026
L'INDIPENDENTE
La città non è una merce
LA RIGENERAZIONE URBANA NON PUÒ RIDURSI A UN’ETICHETTA APPLICATA A QUALSIASI OPERAZIONE EDILIZIA. RIGENERARE SIGNIFICA PRODURRE UN CAMBIAMENTO SOCIALE INTENZIONALE, RESTITUIRE VITALITÀ AI LUOGHI E RAFFORZARE IL DIRITTO DELLE PERSONE ALLA CASA, AGLI SPAZI PUBBLICI E AI SERVIZI. DI FRONTE ALL’AVANZATA DELLA CITTÀ-MERCATO, LA VERA SFIDA È RIPORTARE LE COMUNITÀ E L’INTERESSE COLLETTIVO AL CENTRO DELLE TRASFORMAZIONI URBANE Foto tratta dal sito by bizzarrobazar Oggi è tutto un “fare rigenerazione urbana”: dalle grandi città ai piccoli centri, ogni intervento urbanistico o immobiliare oggi è definito come un intervento di rigenerazione.[1] Posto che ri-generare vuol dire generare di nuovo, dare nuova vita. Rigenerazione urbana richiama l’idea di ri-portare in vita un pezzo della città (assumendo che prima fosse morto o moribondo; il che peraltro è spesso tutt’altro che dimostrato). Quindi, la rigenerazione dovrebbe essere un esito, un obiettivo e, in quanto tale, incerto nel suo raggiungimento. Quello che dovrebbe caratterizzare un intervento come “di rigenerazione” dovrebbe essere quindi il processo che lo contraddistingue e lo rende diverso da un intervento “normale” di ristrutturazione; nel senso che viene progettato, gestito e valutato per il raggiungimento di outcome e impact “intenzionali”, cioè condivisi e decisi ex-ante tramite un’analisi approfondita di interessi e bisogni collettivi della comunità e degli altri stakeholders che abitano, vivono, agiscono nei luoghi interessati. Di sicuro, non è certo una caratteristica che si può dare a priori. Ma oggi è l’operatore immobiliare che decide se un intervento è rigenerante: può auspicarlo, non può garantirlo, però. È l’amministrazione comunale invece che, teoricamente, dovrebbe averne maggior consapevolezza e controllo!!! Soprattutto la rigenerazione ha a che fare con entità vive, cioè le persone, le comunità che abitano (o abiteranno) uno spazio; non solo, quindi, gli edifici. La rigenerazione dovrebbe lavorare soprattutto sui contenuti e non solo sui contenitori. Il cambiamento del modo di fruire gli spazi urbani (pubblici o privati che siano) e del loro livello di accessibilità, passa dalla presa in carico sia della dimensione hardware (quella architettonico-urbanistica) sia di quella software (quella sociale e culturale). Se da un lato all’interno dell’hardware non possono solo essere considerati gli “edifici” ma anche i luoghi del quotidiano (strade, verde urbano, piazze, corsi d’acqua, ecc… la città pubblica!!!), dall’altro lato il software fa riferimento alle iniziative di coinvolgimento delle parti interessate, di attivazione sociale e culturale, di comunicazione delle attività e dei loro risultati, di sensibilizzazione sui temi di interesse collettivo, di mediazione fra i differenti interessi particolari a favore dell’interesse collettivo o pubblico: di partecipazione della popolazione, in sostanza. La rigenerazione, quindi, è un processo dagli esiti non completamente prevedibili. I cambiamenti attesi vanno circostanziati: Quale rigenerazione si punta a realizzare? Per chi? Come? Quando? Ecco quindi che l’esplicitazione di una teoria del cambiamento sollecita il riconoscimento dei trade off (scambi)e smaschera la retorica delle operazioni in cui tutti vincono. Perché non c’è un’unica strada per governare le trasformazioni urbane La capacità del capitale finanziario di plasmare i processi sociali e organizzativi, a partire da quelli istituzionali, è stato forse il principale fattore di cambiamento della politica delle città degli ultimi decenni. Il capitale finanziario-immobiliare implica rapidità, tempestività, capacità di adattamento; e più questo si fa tendenzialmente transnazionale e più, naturalmente, è definito dalla sua mobilità, o ancora più precisamente, dalla propaganda della sua mobilità e dalla conseguente minaccia di andare altrove. Di fronte a questa situazione (di fatto da sempre) (sebbene in un quadro assai costretto e con capacità d’azione assai limitata) chi “controlla” le amministrazioni locali (chi governa) può percorrere però strade diverse. La prima è quella di lasciare che la logica di tale capitale sia fattore egemonico di governo sgombrando il campo da quasi qualsiasi mediazione, se non quelle rimovibili solo a condizione di un deciso e risolutivo cambiamento dell’ordine politico (è il motivo per cui le petro-monarchie costituiscono il contesto ideale per il grande capitale finanziario immobiliare). La seconda, al contrario, è mobilitare le istituzioni locali per fare l’opposto di quanto la mobilità del capitale richiederebbe, ovvero rallentare, selezionare e diversificare. Che significa, essenzialmente, condizionarne e quindi contenderne, l’egemonia: promuovendo discussioni pubbliche al fine di imporre criteri di selezione degli investimenti privati; istituendo contro-poteri istituzionali che possano contrastarne il monopolio dei processi di trasformazione urbana; imponendo forme di forte prelievo pubblico sul valore generato dalle trasformazioni urbanistiche per impiegarlo in investimenti che vadano in direzioni opposte a quelle che la sua logica di accumulazione inevitabilmente preferisce. La terza e ultima strada consiste nell’impedire loro l’accesso, preservando il monopolio di attori immobiliari di vecchio tipo (quelli che potremmo definire palazzinari, relativamente localizzati e non molto finanziarizzati), o percorrendo strade molto radicali, quali quelle del congelamento di qualsiasi attività edilizia. Questa terza strada può rivelarsi problematica, perché in quanto meramente difensiva può avere effetti distributivi paradossali: avere un sistema immobiliare dominato da palazzinari tradizionali, come è il caso di tante città italiane, non è garanzia di maggiore equità distributiva; e le politiche di decrescita attraverso il congelamento dell’attività edilizia si sono spesso rivelate funzionali alle strategie di preservazione del valore immobiliare e dell’esclusività sociale di città e territori. Per questa ragione, storicamente, quando le forze progressiste hanno ottenuto il controllo di amministrazioni locali (il governo della città), hanno solitamente battuto la seconda strada, diversificando il campo degli attori immobiliari in direzione del rafforzamento di attori pubblici e cooperativi, e contrastando i comportamenti speculativi sul mercato attraverso nuove regolazioni. E, attraverso tutto questo, rendendo visibili all’opinione urbana i processi dell’economia immobiliare e quindi i processi di pianificazione, al fine di renderli contendibili. Come si vede, sono queste, strategie eminentemente politiche in quanto “istituenti”, nel senso che intendono modificare il campo degli attori e trasformare gli istituti e le logiche attraverso le quali si realizzano le trasformazioni urbane. Sono quindi strategie che affermano anche un determinato modello di governo, contestualmente a un diverso modello di accumulazione. In altri tempi, questo tipo di strategia sarebbe stata definita riformista, ma oggi sarebbe definita (specie in Italia) con pseudo-concetti quali ideologica o massimalista, circostanza che dà la misura di come si sia ristretto il campo delle opzioni politiche percepite come politicamente accettabili. Mentre, a essere definito riformista, è bizzarramente la scelta della passività politica di fronte al dispiegarsi delle logiche del capitale, piccolo, medio e grande che sia. È oramai evidente la crisi della città pubblica È all’inizio degli anni Settanta che l’equilibrio si incrina. Le città crescono, ma crescono anche le disuguaglianze. Il welfare entra in crisi sotto pressioni diverse: economiche, demografiche, culturali. Le ideologie neoliberali ridisegnano il ruolo dello Stato, riducendolo a regolatore del mercato. La città comincia a diventare merce, e non piú diritto. La città pubblica lascia progressivamente spazio alla città mercato. Il cittadino si trasforma via via in consumatore, lo spazio pubblico comincia a diventare una vetrina. Inizia la stagione delle privatizzazioni, della svendita del patrimonio pubblico, della sfiducia nelle istituzioni. La città perde la sua tensione morale: non educa più, non accoglie, non redistribuisce. Diventa la città di chi ha piú soldi, competitiva, scintillante, ma diseguale. Le città si trasformano secondo logiche di competizione globale: attrarre capitali, turisti, eventi. Nasce il marketing urbano, i grandi progetti privati, i partenariati pubblico-privato. Gli spazi pubblici si fanno ibridi: vere e proprie cittadelle commerciali, le piazze privatizzate. Tutto ciò con grande sollievo da parte delle pubbliche amministrazioni, in perenne affanno finanziario, affrancate con gioia dagli oneri relativi alla gestione del decoro e della sicurezza. Che qualcosa sia cambiato nello spazio urbano non è difficile osservarlo. Il pubblico non scompare del tutto, certo, ma si impoverisce: perde autorevolezza, risorse, fiducia. Le idee che muovono la città contemporanea oggi nascono da una logica di rendita e competizione. La città si è sostanzialmente trasformata in una macchina per attrarre capitali, la casa in un prodotto finanziario. Il linguaggio cambia di conseguenza: “valorizzare”, “rigenerare”, “rendere attrattivo”. Parole che suonano seduttive, ma che disvelano un’idea pericolosa, quella che misura il valore solo in termini di profitto. Dietro questa trasformazione si consuma anche una crisi di fiducia nel pubblico. Lo Stato, i Comuni, le istituzioni che un tempo garantivano diritti e servizi oggi appaiono svuotati, deboli, spesso complici delle logiche di mercato. Si è dissolto quel legame invisibile che faceva sentire quell’edificio «la nostra scuola», quel parchetto «di tutti». E con esso si è affermata un’altra cultura urbana: quella del rifugio privato, della sicurezza individuale, del quartiere chiuso. La città finisce cosí per perdere la sua dimensione educativa e democratica per diventare una somma di recinti, chiusi. Negli ultimi trent’anni, la svendita del patrimonio pubblico (case popolari, scali ferroviari, edifici comunali, ex caserme, giardini) è diventata una pratica ordinaria, salutata come necessaria per dare ossigeno alle casse locali. Questi beni, costruiti con la fiscalità di generazioni, vengono trattati come peso economico invece che capitale civico. Stiamo di fatto svendendo il patrimonio dei nostri padri e delle nostre madri. Dimentichiamo troppo spesso un dettaglio della nostra storia. Che stiamo vivendo ancora di rendita, godendo, oggi, della generosità delle generazioni che ci hanno preceduto: parchi e giardini storici, scuole, ospedali. Non ce ne accorgiamo, perché li diamo per scontati, come succede a molti beni di famiglia: li abbiamo trovati lì, non ne ricordiamo la genesi né la storia, e che sono il frutto delle lotte delle nostre madri e dei nostri padri; che fanno parte del nostro paesaggio quotidiano. Ho imparato dalla storia degli spazi pubblici di questi due secoli che è la forza delle idee, l’intreccio tra i saperi, la convergenza di energie e la spinta del desiderio umano ad aver generato quella forma spaziale, quei quartieri e quei progetti capaci di trasformare lo spazio urbano. In conclusione, si sta già chiudendo la parabola positiva che ci ha portati dalla città del potere alla città del welfare? Ci dirigiamo inesorabilmente verso la città mercato? Assistiamo davvero alla fine della città di tutti? O ci sono tracce di reinvenzione e resistenza in forme nuove, che si insinuano tra le crepe della città contemporanea? Forse qualcosa si muove, dopo cinque lustri di fascinazione per il profitto e la rendita. I segnali di stanchezza diffusa e di voglia di azione emergono. E il SFA è l’unica realtà rete di soggetti e realtà locali, che si occupa di affermare un potere di abitare, di affermare il nostro diritto alla casa, alla città, agli spazi pubblici e ai servizi. -------------------------------------------------------------------------------- [1] Ho tratto ispirazione da “La valutazione d’impatto delle operazioni di rigenerazione urbana”, Discussion paper, Social Value Italia, 2025, dall’articolo di Alessandro Coppola “Il modello Milano, oltre le inchieste” su Jacobin Italia, 28 luglio 2025, dagli scritti di Bertram Niessen, dal libro “La città è di tutti” di Elena Granata. L'articolo La città non è una merce proviene da Comune-info.
September 9, 2026
Comune-info
Il bluff degli Student Hotel a Pisa: il Sindaco Conti inaugura la speculazione abitativa e festeggia la distruzione del Diritto allo Studio
L’inaugurazione del nuovo studentato privato in via Alessandro Della Spina è l’occasione per il Sindaco Michele Conti di rilanciare la narrazione secondo cui l’iniziativa privata “alza l’asticella della qualità” e “calmiera il mercato”. Si tratta di un teorema economico totalmente … Leggi tutto L'articolo Il bluff degli Student Hotel a Pisa: il Sindaco Conti inaugura la speculazione abitativa e festeggia la distruzione del Diritto allo Studio sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Chi può abitare il centro di Roma?
LE VICENDE ROMANE DI SPIN TIME E DELL’EDIFICIO DENTE CARIATO, SEMPRE ALL’ESQUILINO, DICONO CHE BISOGNA DECIDERE SE IL PATRIMONIO IMMOBILIARE PUBBLICO DEBBA ESSERE SOLTANTO UN CAPITALE DA MONETIZZARE OPPURE LO STRUMENTO CON IL QUALE RIPORTARE CASA PUBBLICA, ACCOGLIENZA E WELFARE DI COMUNITÀ ANCHE NEL CUORE DELLA CITTÀ Le foto sono di Caterina Micheli (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- L’incendio e lo sgombero di fatto di oltre quattrocento persone dall’occupazione storica della Capitale, Spin Time, dall’edificio di via Santa Croce in Gerusalemme, hanno reso visibile una contraddizione che Roma ignora da tempo. A poca distanza, davanti alla stazione Termini, il palazzo ammalorato e più conosciuto come “Dente Cariato” continua a essere un grande vuoto urbano di proprietà pubblica. Da una parte, una comunità costretta ad abbandonare uno stabile privato nel quale, durante tredici anni, ha costruito non soltanto abitazioni, ma servizi, relazioni, inclusione e capacità di cura. Dall’altra, un immobile pubblico ancora privo di una destinazione capace di rispondere alla domanda abitativa e sociale del centro. Il “Dente Cariato”, va premesso, non può essere presentato come la soluzione magica nella quale trasferire meccanicamente l’esperienza di Spin Time. Le dimensioni, i tempi, i regimi proprietari e le condizioni urbanistiche sono differenti. Eppure i due luoghi pongono la stessa domanda politica: il centro di Roma deve essere progressivamente riservato a usi più redditizi e al dilagare degli alloggi temporanei, oppure può continuare a essere abitabile da persone con redditi, età e condizioni sociali diverse? La risposta dipende in larga parte dal modo in cui il patrimonio pubblico viene amministrato. Quando la valorizzazione coincide prevalentemente con la vendita o con la ricerca del massimo rendimento, gli immobili cessano di essere strumenti di politica urbana e diventano risorse da monetizzare. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- La perdita di capacità pubblica è permanente e, nelle aree centrali, spesso irreversibile. Ricostruire in futuro una presenza equivalente di abitazioni accessibili costerebbe molto più che conservarla o crearla oggi. Il patrimonio determina la geografia sociale della città Secondo la ricostruzione dell’Osservatorio Casa Roma, i programmi di alienazione promossi dal Campidoglio e dalla proprietà regionale delle case popolari, Ater, interessano complessivamente circa 14 mila alloggi popolari. Non sono immobili già tutti venduti: una volta inseriti nei piani di dismissione, vengono sottratti alle future assegnazioni e destinati alla vendita quando si liberano. Se le alienazioni previste fossero integralmente attuate, lo stock residenziale pubblico di Roma Capitale e Ater potrebbe ridursi da circa 72 mila a poco più di 50 mila alloggi. I valori derivano da basi di calcolo e periodi differenti e non vanno letti come un consuntivo, ma indicano con chiarezza la direzione del processo. La contrazione avviene mentre la domanda resta elevata. Il Secondo rapporto MEMOTEF–Sapienza censisce 66.109 alloggi di edilizia residenziale pubblica (ERP) appartenenti a Roma Capitale e Ater e registra 17.082 richieste di alloggio di nuclei nella graduatoria riferita alle domande e agli aggiornamenti pervenuti entro il 31 dicembre 2025. Le due grandezze non sono sovrapponibili: la maggior parte degli alloggi è regolarmente occupata e una quota è indisponibile per manutenzione, occupazioni senza titolo o impedimenti amministrativi e tecnici. Le assegnazioni procedono quindi lentamente e ogni alloggio sottratto allo stock riduce una capacità di risposta già insufficiente. La giunta Gualtieri ha avviato un’inversione di tendenza attraverso il Piano strategico per il diritto all’abitare e nuove acquisizioni. Considerando gli alloggi già acquistati e quelli compresi nelle operazioni autorizzate o programmate, l’incremento potenziale del patrimonio pubblico potrebbe corrispondere a poco più del 7 per cento dei nuclei in graduatoria. È tuttavia una stima teorica: una parte degli immobili non è ancora entrata nel patrimonio comunale e l’effettiva disponibilità dipenderà dal perfezionamento degli acquisti, dalle condizioni materiali e tecniche delle case, dalle eventuali occupazioni e dai tempi delle assegnazioni. Manca, però, un obiettivo territoriale esplicito: un alloggio pubblico in una periferia scarsamente servita non è uguale a uno vicino a trasporti, scuole, servizi sanitari e opportunità lavorative. Non basta stabilire quanti alloggi acquisire: occorre decidere quale quota di residenza accessibile garantire anche nel centro e nel semicentro. In assenza di questa scelta, sarà il mercato a determinare la geografia sociale di Roma e il pubblico si limiterà ad amministrarne le conseguenze. L’espulsione delle fasce meno abbienti dal centro non è un processo naturale prodotto soltanto dall’aumento dei prezzi. Dipende anche dalle destinazioni urbanistiche, dagli affitti brevi, dall’espansione della ricettività turistica e dalle decisioni sull’uso del patrimonio. Quando studentati ad alto costo, strutture ricettive e funzioni commerciali vengono preferiti alle case popolari, è già stata presa una decisione su chi possa abitare le diverse zone della città. Un centro riservato alle persone ad alto reddito e alle presenze temporanee non è soltanto più diseguale: è anche più povero di relazioni, servizi di prossimità e vita quotidiana. Garantire la permanenza di famiglie, anziani, giovani, lavoratori e persone vulnerabili produce valore pubblico e contribuisce alla vitalità dei quartieri. L’edilizia popolare nel centro non sottrae valore alla città: impedisce che quello immobiliare diventi l’unico riconosciuto. Spin Time: ciò che una politica della casa dovrebbe preservare Spin Time ha, per questo, reso visibili due distinte idee di centro urbano: da una parte, uno spazio scarso da destinare prevalentemente agli usi più redditizi e alle persone con maggiore capacità economica; dall’altra, un bene comune la cui qualità e disponibilità dipende dalla compresenza di redditi, età, provenienze e forme dell’abitare differenti. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Caterina Micheli -------------------------------------------------------------------------------- L’esperienza costruita nel rione Esquilino ha mostrato quanto siano connesse dimensioni che le politiche pubbliche tendono ad affrontare separatamente: la casa, considerata soprattutto come unità immobiliare; i servizi sociali; la cultura, l’educazione, l’accoglienza e il mutualismo. A Spin Time questi elementi si sono tenuti insieme. Vivere all’Esquilino per gli abitanti di Spin Time non ha significato soltanto disporre di una stanza, ma poter contare su relazioni, mediazione, attività culturali, spazi comuni, sostegno alle fragilità e legami con il quartiere. Riconoscere il valore di questa esperienza non significa idealizzare un’occupazione né ignorare le contraddizioni, la precarietà e la fatica che ha attraversato questa comunità per tredici anni. Significa prendere atto di un dato politico e sociale: dove il mercato e il sistema pubblico non hanno garantito risposte adeguate, si è formata nel tempo , un’infrastruttura comunitaria capace di produrre accoglienza, inclusione, protezione e partecipazione. La mobilitazione seguita all’evacuazione non è nata improvvisamente, ma è il risultato di anni di relazioni costruite dentro l’edificio e nel quartiere. Non è dunque un caso che le associazioni del vicino Polo Civico Esquilino, insieme a molte altre realtà cittadine, abbiano attivato immediatamente una rete di sostegno agli sfollati di Spin Time, garantendo accoglienza, pasti, docce, mediazione linguistica, cura dei bambini e presidio sanitario. Queste azioni hanno risposto alle necessità più urgenti, ma anche a una prospettiva più ampia: evitare che alla perdita temporanea della casa si aggiungesse la dispersione della comunità. Allontanare le famiglie senza considerare la loro vita quotidiana avrebbe potuto interrompere la frequenza scolastica dei bambini, rendere più difficili le cure, indebolire i percorsi di inclusione e spezzare reti di sostegno costruite nel tempo. L’azione del Polo Civico e delle altre realtà coinvolte indica quindi una direzione precisa per le politiche pubbliche: intervenire sulla casa senza separarla dalla scuola, dalla salute, dai servizi e dalle relazioni sociali. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Caterina Micheli -------------------------------------------------------------------------------- La solidarietà territoriale non può sostituire la responsabilità delle istituzioni, ma può accompagnarne l’intervento, renderlo più consapevole delle condizioni concrete e contribuire a soluzioni che non si limitino a contenere l’emergenza. Il punto non è soltanto trovare una collocazione temporanea, ma impedire che la perdita dell’alloggio produca anche quella della comunità. Dall’emergenza alla responsabilità pubblica Roma Capitale ha avanzato una proposta per acquistare l’immobile occupato da Spin Time da Investire SGR, subordinando il prezzo alle valutazioni degli organismi pubblici competenti. È giusto riconoscere l’importanza e l’impegno politico dell’amministrazione. C’è una domanda, tuttavia, che non può essere elusa: perché la possibilità di acquisire e mettere in sicurezza lo stabile è diventata concreta soltanto dopo l’esplosione dell’emergenza? Una politica strutturale dovrebbe arrivare prima, individuare i rischi, costruire alternative e non dipendere ogni volta dalla disponibilità negoziale di una proprietà privata. L’acquisto di Spin Time, se economicamente e giuridicamente sostenibile, era ed è una strada da perseguire, già inclusa da diversi anni tra le ipotesi del piano comunale di acquisizione di immobili da destinare all’edilizia pubblica. Ma se la proprietà non intende vendere, non può restare l’unico orizzonte. Occorre predisporre misure transitorie dignitose e una soluzione pubblica che impegni l’amministrazione ad una alternativa certa e credibile. Un’istruttoria specifica può esaminare anche gli altri strumenti consentiti dall’ordinamento, compresa l’eventuale espropriazione per pubblica utilità, verificandone rigorosamente presupposti, coerenza urbanistica, copertura finanziaria, proporzionalità e rischi di contenzioso. Qualunque sia l’esito della trattativa, la risposta non dovrebbe disperdere le persone né cancellare l’innovazione sociale prodotta in questi anni. È qui che il Dente Cariato entra nella vicenda: non come sostituto automatico di Spin Time, ma come possibilità di trasformare una lezione nata nell’informalità in una politica pubblica programmata. Il Dente Cariato come banco di prova L’area compresa tra via Giolitti, via Manin e via Gioberti, di fronte alla stazione Termini e comunemente denominata “Dente Cariato”, costituisce da decenni uno dei vuoti urbani più rilevanti dell’Esquilino. La proprietà pubblica, la posizione strategica e la consistenza dell’immobile ne fanno un banco di prova particolarmente significativo: non soltanto per la rigenerazione di una porzione incompiuta della città, ma per verificare quale funzione Roma intenda attribuire al proprio patrimonio nelle aree centrali. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Le ipotesi di valorizzazione esaminate dal Campidoglio nel 2026 rendono evidente questa alternativa. Quattro delle sei proposte attribuiscono un ruolo prevalente alla residenzialità privata, in particolare a quella rivolta agli studenti, mentre una sola contempla una componente di edilizia residenziale pubblica accompagnata da servizi sociali strutturati. Tale prevalenza non è neutrale. Mostra quali destinazioni siano considerate dal mercato immediatamente sostenibili e finanziabili e quali, invece, siano chiamate ogni volta a dimostrare la propria legittimità economica e istituzionale. Il rischio è che la valorizzazione del patrimonio pubblico venga identificata quasi automaticamente con la sua capacità di generare rendita, relegando la risposta ai bisogni abitativi e sociali a una funzione residuale o compensativa. In questo quadro si collocano le proposte avanzate dal Polo civico Esquilino insieme ad associazioni territoriali e ad alcune realtà imprenditoriali. Queste elaborazioni hanno indicato la possibilità di destinare l’immobile a una combinazione di funzioni abitative accessibili, servizi pubblici e attività di interesse collettivo: alloggi pubblici per famiglie e studenti, spazi culturali e sociali, attrezzature sportive e luoghi aperti alla partecipazione degli abitanti. Il loro elemento più significativo non risiede soltanto nell’elenco delle funzioni previste, ma nell’affermazione di un principio: la rigenerazione del “Dente Cariato” deve essere valutata anzitutto per la sua capacità di rispondere ai bisogni dell’Esquilino e della città, preservando la titolarità e la regia pubblica dell’operazione e impedendo che un bene strategico venga assorbito da processi di privatizzazione o valorizzazione prevalentemente speculativa. A partire da queste proposte, e alla luce delle vicende più recenti, è possibile formulare un’ipotesi più definita, capace di assumere Spin Time non come modello da trasferire meccanicamente, ma come esperienza dalla quale ricavare indicazioni operative. La proposta potrebbe prevedere la destinazione della quasi totalità della superficie residenziale alla realizzazione di circa cento alloggi pubblici e accessibili, accompagnati da un sistema integrato di servizi e spazi collettivi. Al piano terra potrebbero trovare posto attività commerciali di vicinato, servizi pubblici e presìdi sociali aperti al quartiere; il mezzanino e i livelli seminterrati potrebbero accogliere spazi culturali, laboratori, servizi educativi e sociali e luoghi di incontro; la copertura dell’edificio potrebbe essere attrezzata per attività sportive e ricreative, compatibilmente con i vincoli strutturali, urbanistici e di sicurezza. Sulla base dello studio di fattibilità fatto per la sua valorizzazione, possiamo dedurre che circa 7.380 metri quadrati lordi sarebbero destinabili alla residenza sociale: cento alloggi corrisponderebbero a una media di 73,8 metri quadrati lordi e, considerati muri, distribuzione e impianti, a circa 50–70 metri quadrati utili. Con un mix di bilocali, trilocali e quadrilocali, unità accessibili e appartamenti predisposti per essere uniti o separati nel tempo, la capacità potrebbe attestarsi nell’ordine di 250–290 persone. È una stima preliminare, non un progetto definitivo. Non coincide con le dimensioni di Spin Time e non può risolvere da sola né la situazione delle persone evacuate né la domanda ERP cittadina. Il “Dente Cariato” può diventare il primo nodo di una rete di immobili pubblici centrali e semicentrali, non una riserva nel quale confinare un problema. Prima di utilizzare in modo intercambiabile espressioni come ERP, social housing e co-housing occorrerà definire il regime del progetto. L’ERP stabilisce criteri di accesso e canoni propri; il social housing può comprendere fasce e modelli finanziari differenti; il co-housing descrive una configurazione abitativa e gestionale, non un titolo di assegnazione. Una scelta credibile dovrebbe indicare quante unità destinare all’ERP, se prevedere una quota a canone calmierato e come integrare alloggi autonomi, spazi comuni e servizi senza comprimere la qualità della vita privata. Il collegamento con Spin Time sarebbe quindi funzionale, non quantitativo. Spin Time mostra quali relazioni e servizi una politica dell’abitare dovrebbe riconoscere; il “Dente Cariato” offre un patrimonio pubblico nel quale tali funzioni possono essere progettate fin dall’origine, dentro regole trasparenti e responsabilità istituzionali definite. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Caterina Micheli -------------------------------------------------------------------------------- Condizioni di fattibilità: costi, assegnazioni e gestione La stima preliminare di questa operazione, riadattando una delle proposte già presentate all’amministrazione capitolina dal gruppo di lavoro promosso dal Polo Civico Esquilino , si aggira intorno ai 35–40 milioni di euro e deve essere verificata con un progetto di fattibilità aggiornato, un computo metrico e un cronoprogramma autorizzativo. Rapportata a cento alloggi, equivale indicativamente a 250–300 mila euro per unità (nella media dei costi di nuovi alloggi Erp), ma comprende anche il recupero del basamento, gli spazi pubblici, i servizi e la complessità di un cantiere nel centro storico. Il confronto corretto non è soltanto con il costo di costruzione di un appartamento in periferia: deve considerare il patrimonio che rimane pubblico, l’accessibilità, il consumo di suolo evitato e i costi sociali dell’espulsione. Questi benefici non eliminano l’obbligo di dimostrare la sostenibilità economica di un’operazione tanto ambiziosa, con un piano finanziario, l’individuazione delle fonti pubbliche e degli eventuali contributi, una stima dei costi di manutenzione e gestione e la valutazione delle entrate compatibili generate dalle funzioni commerciali. Il progetto dovrebbe essere confrontato con alternative equivalenti nel centro, non con soluzioni periferiche che offrono condizioni territoriali diverse. Tradurre Spin Time senza riprodurlo Il passaggio dall’esperienza sociale alla politica pubblica richiede un’avvertenza. Non basta costruire alloggi e aggiungere qualche spazio comune: il rischio è passare dalla casa come merce alla casa come semplice contenitore pubblico. L’esperienza di Spin Time indica la necessità di un’infrastruttura sociale di gestione che preveda assegnazioni trasparenti, manutenzione programmata, accompagnamento sociale, spazi comuni gestiti in maniera comunitia e partecipazione degli abitanti. Una fondazione di partecipazione o una cooperativa di comunità abitativa con un partenariato pubblico-sociale potrebbe riunire Roma Capitale, soggetti del Terzo settore, rappresentanze degli abitanti e competenze tecniche, mantenendo inequivocabile la responsabilità pubblica. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Caterina Micheli -------------------------------------------------------------------------------- Il co-housing, in questo quadro, non sarebbe un’etichetta alla moda né un modo per rinominare in modo accettabile degli spazi privati, ma una infrastruttura sociale composta da alloggi autonomi, ambienti condivisi, servizi di prossimità e regole costruite con chi abita. La sfida è costruire una composizione sociale plurale e replicare il modello in più immobili del centro e del semicentro. Il “Dente Cariato” può essere un primo tassello di questa strategia. Dal caso singolo a una politica del centro Il “Dente Cariato” così reinterpretato avrebbe valore strategico soltanto se inserito in una politica più ampia. Il primo passo è un processo di partecipazione autentico da costruire intorno al censimento pubblico e aggiornato degli immobili inutilizzati o sottoutilizzati appartenenti a Roma Capitale, altri enti pubblici, società partecipate e grandi proprietà istituzionali, già avviato da Roma Capitale per la parte di propria comoetenza. Per ogni bene devono essere accessibili informazioni su stato, vincoli, costi di recupero, destinazioni possibili, tempi e decisioni assunte. Prima di ogni alienazione dovrebbe essere obbligatoria una valutazione dell’alternativa abitativa e sociale, accompagnata da una motivazione pubblica. Al Piano delle alienazioni deve corrispondere un Piano delle acquisizioni e delle trasformazioni per la casa, con risorse, scadenze e obiettivi territoriali. Nelle grandi trasformazioni urbane va inoltre prevista una quota strutturale di edilizia accessibile, evitando che il contributo alla casa sia residuale o negoziato caso per caso. Serve, infine, una capacità tecnica permanente: una struttura in grado di monitorare la domanda in tempo reale, acquisire, progettare, recuperare e gestire immobili con continuità. Senza questa infrastruttura amministrativa, anche le dichiarazioni più ambiziose resteranno dipendenti dall’emergenza, dai singoli finanziamenti e dalle occasioni del mercato. La vicenda di Spin Time può concludersi con un acquisto, un diverso strumento giuridico, una soluzione alternativa o una combinazione di interventi. Qualunque sia l’esito, non dovrebbe chiudersi come un caso eccezionale, ma aprire una nuova stagione politica. Il Dente Cariato può trasformare un vuoto pubblico in case, servizi e relazioni e dimostrare che un altro uso del patrimonio è praticabile, misurabile e replicabile. Nel centro ci sono altri spazi di proprietà del comune dove poter ampliare questa proposta ad esempio l’ex istituto Angelo Mai nel rione Monti, un bene di Roma Capitale la cui ristrutturazione si trascina, incompiuta, da anni. Se ne potrebbe valutare la trasformazione in un progetto di housing familiare, con circa cinquanta alloggi accessibili, spazi comuni e servizi di quartiere. Le aree centrali e semicentrali di Roma non devono essere rese accessibile alle persone con redditi più bassi come eccezione o concessione, ma conservarsi abitabii per la società intera. È questo un indicatore concreto per ogni politica pubblica della casa: non quante emergenze riesce temporaneamente a contenere, ma quanta città riesce a sottrarre all’espulsione e a restituire alle persone che la vivono. -------------------------------------------------------------------------------- Fonti * Bibliografia e sitografia: Comune-info, «Spin Time, quando un rione diventa comunità», 3 agosto 2026. * Comune-info, «Il tempo nuovo di Spin Time», 25 agosto 2026. * Diario dei nuovi appalti e concessioni, «Proposte di valorizzazione per il Dente Cariato», 30 luglio 2026. * MEMOTEF – Sapienza Università di Roma, Secondo rapporto sull’edilizia residenziale pubblica a Roma, 2026. * Osservatorio Casa Roma, «I piani vendita a Roma: programmi comunali e Ater e scenario sullo stock ERP», s.d. * Polo civico Civico IL DENTE CARIATO NON SI VENDE, SI CURA * Reti Solidali, «Intervista a Enrico Puccini sul Piano casa di Roma Capitale e sull’emergenza abitativa», 26 giugno 2026. * Roma Capitale, «Roma Capitale acquista 120 nuove case popolari», 4 gennaio 2023. * Roma Capitale, «Roma acquista nuove case popolari», comunicato relativo all’autorizzazione all’acquisto di 88 alloggi di proprietà dell’INPS, 22 marzo 2025. * Roma Capitale, «Case popolari da Enasarco: sottoscritto primo rogito», relativo all’acquisizione di 336 alloggi, 30 dicembre 2025. * Roma Capitale, Determinazione dirigenziale QC/2505/2026: Piano strategico e acquisizione di 338 alloggi ERP, 2026. * Roma Capitale, Proposta di acquisto di Spin Time, comunicato, 7 agosto 2026. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Chi può abitare il centro di Roma? proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Livorno: il 5 settembre corteo nazionale a difesa degli Orti urbani
Sarà il caldo, quel caldo che smarrisce e crea disorientamento. Proprio quel caldo che per la gestione opaca dell’eterna politica di scambio, se non ricatto, tra affari e consenso è sempre stato un alleato stagionale di formidabile distrazione, stavolta è … Leggi tutto L'articolo Livorno: il 5 settembre corteo nazionale a difesa degli Orti urbani sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
L’ennesimo hotel di lusso o un bene pe tutti e tutte? La vicenda dell’ex Ospedale Marino di Cagliari
La bellezza di una spiaggia va ben oltre il suo valore estetico, la sua capacità di riempire una cartolina e i sogni di evasione di qualche turista. Sta tutta nel suo valore sociale: il suo essere bene comune, fruibile a tutti e tutte e non solo a chi può pagare per accedervi. In questa nostra isola, così come in Albania e nel resto del mondo, il capitale turistico si sta mangiando tutto: le nostre case a Cagliari, le nostre piazze e le nostre coste, tutto questo in cambio di lavori stressanti e mal pagati che però le varie amministrazioni comunali, di colori diversi ma accomunate da una generale carenza di dignità e della capacità di inventare un futuro, salutano come grandi prospettive di sviluppo. A Cagliari noi una spiaggia che era di tutti e tutte l’avevamo. Molti e molte di noi che non hanno la possibilità di spendere per andare in vacanza si consolavano all’idea di poter staccare comunque dal lavoro e poter “fare un po’ di mare” al costo di un biglietto del CTM. Ora, chi ancora resiste a Cagliari, e non è stato espulso/a dalla turistificazione del centro cittadino, andando al Poetto si trova di fronte a una inusitata espansione delle concessioni balneari che lascia pochissimo spazio alla spiaggia libera. A questo ora si aggiunge la privatizzazione di fatto di un altro pezzo di spiaggia, quello antistante l’ex Ospedale Marino, che la giunta che si è fatta eleggere “perché sennò arrivano i fascisti” non si vergogna a chiamare “Colonia Dux”. Uno dei pochi punti, oltretutto, nei quali si può sostare nei giorni di forte maestrale senza rischiare di trovarsi la schiena serigrafata. CHI GUADAGNA DALLA TRASFORMAZIONE DELLA SPIAGGIA DEI CAGLIARITANI? Da oltre un secolo il Poetto subisce una pressione continua. La sua storia è la storia di una lunga aggressione ai danni di un ecosistema costiero che ha pagato il prezzo dello sviluppo edilizio, delle speculazioni immobiliari, della militarizzazione di ampie porzioni di litorale e, più recentemente, della turistificazione. Ogni fase è stata presentata come inevitabile, necessaria, moderna. Ogni volta si è promesso sviluppo, occupazione e benessere. Ogni volta il risultato è stato un arretramento dell’interesse collettivo e un avanzamento della rendita privata. La prima ferita fu la sottrazione sistematica della sabbia. Per decenni il Poetto è stato utilizzato come una cava a cielo aperto per alimentare l’espansione edilizia di Cagliari. Si è distrutto un patrimonio naturale irripetibile per produrre profitti immediati. Poi sono arrivati gli stabilimenti, le infrastrutture, le servitù militari, la distruzione della pineta e l’occupazione progressiva degli spazi pubblici. Infine, all’inizio degli anni Duemila, è arrivato il ripascimento. Uno degli interventi più devastanti mai realizzati su una spiaggia italiana. Con il pretesto di salvare il Poetto (in realtà l’idea era quella di una riminizzazione della spiaggia) si è cancellata una parte della sua identità ambientale. La spiaggia bianca e sottile che aveva caratterizzato il litorale per generazioni è stata sostituita da una massa di sabbia grigia e grossolana. Un disastro ambientale pagato con denaro pubblico che ha prodotto benefici assai inferiori a quelli promessi e che ancora oggi rappresenta il simbolo di una gestione del territorio guidata più dagli interessi politici ed economici che dalla conoscenza scientifica. IL FALSO MITO DEL TURISMO COME SVILUPPO Oggi il Poetto è minacciato da una nuova forma di aggressione, forse meno evidente ma altrettanto pericolosa: la trasformazione della costa in una piattaforma economica destinata prevalentemente al consumo turistico. Da anni viene ripetuto che il turismo rappresenta il motore dello sviluppo.  È una narrazione potente, continuamente rilanciata da amministratori, operatori economici e mezzi di informazione. Tuttavia un numero crescente di studi dimostra il contrario.  Le ricerche sviluppate dal Nodo SET e da numerosi centri di ricerca italiani ed europei mostrano come la dipendenza dal turismo produca spesso effetti negativi sulle città: • Aumento dei prezzi delle abitazioni • Espulsione dei residenti dai quartieri centrali • Crescita del lavoro precario e sottopagato • Concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi operatori • Aumento delle disuguaglianze sociali Le città trasformate in destinazioni turistiche finiscono spesso per diventare luoghi sempre meno vivibili per chi le abita. Gli spazi pubblici vengono piegati alle esigenze del visitatore e del consumo. Il Poetto rischia di seguire esattamente questa traiettoria. L’espansione continua delle concessioni balneari rappresenta uno degli aspetti più evidenti di questo processo. Ogni anno nuovi tratti di arenile vengono occupati da strutture private, recinzioni, ombrelloni e servizi a pagamento. La spiaggia libera si restringe. Lo spazio comune arretra. Eppure le concessioni demaniali marittime rappresentano uno degli esempi più clamorosi di privatizzazione di un bene pubblico a costi irrisori. La domanda da porsi è semplice: perché un bene pubblico deve essere sottratto all’uso collettivo per garantire profitti a pochi? LA VICENDA DELL’EX OSPEDALE MARINO Non si tratta di essere contrari al turismo in quanto tale. Si tratta di rifiutare un modello economico che subordina ogni altra funzione del territorio alla massimizzazione dei flussi turistici. La vicenda dell’ex Ospedale Marino si inserisce perfettamente in questo quadro. Un bene pubblico viene lasciato degradare per anni. Le ipotesi di utilizzo pubblico vengono accantonate. Alla fine l’unica soluzione proposta diventa la trasformazione in struttura ricettiva di lusso, a vantaggio di un imprenditore Zuncheddu non nuovo a operazioni disinvolte di questo tipo. Ma perché un edificio pubblico affacciato sul mare dovrebbe necessariamente diventare un hotel? Perché non un centro culturale, un museo del mare, un polo dedicato alla ricerca ambientale o all’educazione? Perché il valore di un bene viene misurato esclusivamente in termini di rendita immobiliare? LE NOSTRE PROPOSTE: RIVOGLIAMO LA NOSTRA SPIAGGIA Difendere il Poetto significa molto più di difendere una spiaggia. Significa affermare che il mare, la costa e l’ambiente non sono merci. Noi rivogliamo indietro la nostra spiaggia. Pretendiamo: 1. Il rispetto della normativa Bolkestein (del 2006) con concessioni messe a gara. 2. Almeno l’80% di spiagge libere come previsto dal decreto 608/2006 (cioè per 100 metri di arenile, 80 devono rimanere pubblici). 3. Che un bene comune come l’Ex Ospedale Marino rimanga in mani completamente pubbliche. Con una popolazione che diventa sempre più anziana e bisognosa di cure, è spaventosa l’odissea che le famiglie devono affrontare per trovare una residenza per persone anziane nella quale le persone care possano trascorrere una vecchiaia dignitosa e ricca di stimoli, senza dover spendere migliaia di euro al mese. Vogliamo una RSA pubblica fronte mare, per far stare bene chi ha prodotto il nostro benessere di oggi. Gli spazi permetterebbero anche la creazione di campi estivi comunali per i bambini, creando un’esperienza d’incontro tra generazioni. Così la spiaggia sarebbe di nuovo di tutti e tutte e quindi bella.  Bella di comunità e di umanità. 19 agosto 2026 PaP Cagliari  Potere Al Popolo
August 24, 2026
Pressenza
Continuano le proteste in Albania. Nel mirino c’è tutta la classe dirigente
È da quasi quattro settimane che la mobilitazione in Albania continua, e i suoi caratteri e obiettivi politici si sono ormai trasformati. Partite dalla critica ambientalista riguardante la svendita del patrimonio naturale del paese alla speculazione immobiliare guidata dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, ormai le piazze sono arrivate […] L'articolo Continuano le proteste in Albania. Nel mirino c’è tutta la classe dirigente su Contropiano.
June 25, 2026
Contropiano