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IncluKIT, un Kit di formazione sulla comunicazione interculturale inclusiva per la prima accoglienza dei migranti
SARAH IKEKHUA 1 MIGRAZIONE: UN TEMA NELLE UNIVERSITÀ La migrazione come pratica sociale e politica è un tema importante nella ricerca transdisciplinare sulla migrazione, che riunisce prospettive provenienti dalle scienze sociali, dalle scienze politiche, dalle discipline umanistiche, dall’educazione e da molte altre discipline. Essendo una questione trasversale, l’attenzione principale è rivolta alla ricerca di soluzioni etiche, orientate alla giustizia e lungimiranti ai molteplici conflitti e alla visione critica della migrazione in termini di rapporti di potere, sia nei luoghi di origine e di destinazione, sia negli spazi intermedi (Mecheril et al. 2013). La comprensione del post-migrazione come nuova realtà è evidente almeno dal transnational turn nelle scienze sociali e culturali e si riflette anche in una comprensione più ampia e dinamica dei principi metodologici della ricerca empirica (Amelina, Faist e Nergiz 2013). FORTHEM – L’IDEA DI UN CAMPUS EUROPEO In risposta all’appello dell’Unione Europea, sono state create diverse alleanze tra campus universitari sullo sfondo di un mondo in continua evoluzione. L’Alleanza FORTHEM, che è un’associazione di nove università nazionali della regione dell’UE (compresa la Norvegia), è una di queste. Nove laboratori di ricerca e insegnamento, organizzati per tema, si concentrano su questioni chiave contemporanee, tra cui il Laboratorio Diversità e Migrazione. Attraverso progetti di ricerca che possono aiutare i migranti e coloro che sono coinvolti nel campo della migrazione nel mondo politico o pratico, le attività del Laboratorio contribuiscono anche a una migliore comprensione delle aree di conflitto e delle sfide correlate nelle università stesse. I metodi partecipativi e il fatto che molti dei ricercatori che lavorano nei Laboratori abbiano esperienza diretta nell’accoglienza dei rifugiati sono due fattori che facilitano questo processo. IncluKIT coinvolge sei università membri dell’Alleanza FORTHEM: Università degli Studi di Palermo (Italia), Université Bourgogne Europe (Francia), Uniwersytet Opolski (Polonia), Universitat de Valencia (Spagna), Jyväskylän Yliopisto (Finlandia) e Johannes Gutenberg University Mainz (Germania). FIT FORTHEM, un progetto Horizon 2020, sostiene i laboratori creati dall’Alleanza FORTHEM. COMUNICAZIONE INTERCULTURALE INCLUSIVA – IL TOOLBOX INCLUKIT I programmi di formazione su argomenti legali e amministrativi, la consulenza e il supporto psicologico, così come i corsi di lingua, si sono rivelati insufficienti e in qualche modo inadeguati a soddisfare le esigenze pratiche sia del personale volontario che di quello professionalmente preparato. Pertanto, il compito urgente di promuovere la comunicazione interculturale e la comprensione tra i migranti e il personale delle organizzazioni di prima accoglienza in tutta Europa è stato affrontato in modo efficace da una collaborazione internazionale guidata dagli scienziati del Diversity and Migration Lab di FORTHEM. IncluKIT, acronimo di Inclusive Intercultural Communication Training for the Initial Reception of Migrants (Formazione sulla comunicazione interculturale inclusiva per la prima accoglienza dei migranti), è il risultato di un progetto pilota di co-creazione condotto da ricercatori e attori della società civile che hanno studiato congiuntamente come superare gli “spazi vuoti” nella comunicazione interculturale. Questi spesso causano irritazione e persino gravi difficoltà a causa di problemi di traduzione socioculturale. L’esperienza empirica in varie città dei partner FORTHEM (Digione, Magonza, Opole, Valencia, Palermo e Jyväskylä) ha evidenziato differenze culturali nell’interazione tra i migranti appena arrivati e i dipendenti delle istituzioni di accoglienza. Inoltre, c’è una persistente aspettativa che i migranti si assimilino immediatamente ai parametri socio-culturali della loro destinazione, cosa psicologicamente difficile da realizzare, soprattutto nel contesto delle esperienze ad hoc dei rifugiati. Il kit, quindi, mira a offrire ai dipendenti e/o ai volontari delle organizzazioni che operano nel campo della migrazione una serie ampliata di metodi e strumenti di riflessione che possono utilizzare per condurre conversazioni con i migranti in modo efficace ed evitare malintesi. Ciò include, ad esempio, una guida sul trasferimento sistematico di informazioni e lo scambio di esperienze, nonché strumenti per rafforzare la partecipazione dei cittadini e la fornitura multilingue di servizi. IncluKIT mira a ridurre le tensioni tra i migranti e il personale o i volontari delle organizzazioni che si occupano di migrazione e a mitigare i numerosi rischi derivanti da incomprensioni e persino da violenze (verbali, fisiche o istituzionali). Inoltre, vengono poste domande sull’integrazione riuscita, poiché il kit è stato sviluppato come strumento per l’apprendimento dinamico bidirezionale e l’adattamento. Il progetto si basa sulle più recenti scoperte scientifiche nel campo interdisciplinare della ricerca interculturale e va oltre i metodi tradizionali di sensibilizzazione alle differenze culturali. Realizzato da un team di esperti di varie discipline e sostenuto da una rete di partner di diversi paesi, il progetto utilizza approcci critici che sono stati implementati utilizzando una gamma innovativa di metodi, e i risultati sono disponibili in un formato di facile utilizzo, presentato come una ritraduzione dei risultati della ricerca. Il kit è disponibile gratuitamente per le istituzioni finanziate dallo Stato, le ONG, le comunità educative/di ricerca, le aziende private, ecc. e può essere adattato al rispettivo contesto regionale. Per IncluKIT, l’inclusione nel contesto della comunicazione interculturale significa principalmente creare un ambiente in cui la diversità sia accolta con tolleranza, apertura e rispetto e che incoraggi gli incontri interculturali nel senso di uno scambio reciproco continuo. Ciò è sottolineato nel kit (che consiste in schede informative scaricabili organizzate per tema su aree o sfide specifiche nell’accoglienza iniziale dei migranti) e spiegato caso per caso. I rispettivi casi di studio presentano conflitti tipici o situazioni difficili facili da immaginare e possono essere esplorati in modo ludico per stimolare la riflessività e consentire a tutte le parti coinvolte nel processo di sviluppare una comprensione reciproca e aumentare la loro competenza intersoggettiva. IncluKIT è quindi il risultato di recenti ricerche accademiche sull’interculturalità, progettato per andare oltre i limiti dei tradizionali strumenti di sensibilizzazione. Un aspetto centrale di ogni caso è il debriefing di tutti i partecipanti. Le domande e i compiti di ogni caso di studio mirano a incoraggiare l’autoriflessione e a considerare diverse prospettive nel contesto della fornitura di assistenza. Di conseguenza, tale debriefing dovrebbe aiutare a guidare i partecipanti verso risultati concreti. Una checklist affronta le rispettive dimensioni che sottolineano la comprensione dell’inclusione da parte di IncluKIT. Queste includono: (1) adottare prospettive diverse, (2) diventare consapevoli delle proprie aspettative, (3) riflettere sui propri pregiudizi, (4) comprendere che le persone possono interpretare la stessa situazione in modo diverso, (5) trovare soluzioni o approcci alternativi a una particolare questione/problema/situazione, (6) aumentare la consapevolezza delle relazioni di potere in relazione alla fornitura di assistenza, (7) raccogliere informazioni, (8) elencare le risorse disponibili, (9) promuovere il pensiero sistemico (qui l’attenzione è rivolta alla considerazione delle interazioni, delle relazioni e delle dipendenze in sistemi complessi) e (10) valutare in modo riflessivo soluzioni, situazioni e approcci. Un caso, ad esempio, si concentra sull’affrontare gli squilibri di potere nel contesto della fornitura di assistenza e, in particolare, sottolinea che la persona che fornisce assistenza ha spesso un accesso più facile alle conoscenze e alle risorse. Ciò comporta esercitarsi ad assumere posizioni e prospettive diverse, riconoscere le aspettative delle singole parti e riflettere sulle proprie aspettative. Inoltre, le soluzioni devono essere sviluppate tenendo conto del fatto che le persone nella storia e gli altri partecipanti possono interpretare la stessa situazione in modo diverso. PROCESSO DI SVILUPPO E ULTERIORE SVILUPPO DI INCLUKIT: COME SONO STATI GENERATI I DATI EMPIRICI PER INCLUKIT? Per mettere in pratica il concetto di scienza trasformazionale, che implica la produzione di conoscenza attraverso la co-creazione tra accademici e professionisti, i ricercatori del Lab mantengono stretti legami con una varietà di organizzazioni senza scopo di lucro nelle loro comunità locali. La Society for Intercultural Education, Training and Research (SIETAR), in particolare SIETAR Europa, SIETAR Svizzera e il SIETAR Special Interest Group (SIG) on Migration, sono stati gli stakeholder esterni scelti per il progetto. Attraverso una serie di iniziative legate all’accoglienza dei migranti, i membri della SIETAR hanno condiviso le loro competenze in corsi di formazione interculturale. Il processo attento di comprensione reciproca e comunicazione dei valori di apertura (verso nuove idee, approcci e peculiarità culturali), rispetto (per le differenze di opinione, credenze e altre pratiche) e diversità e inclusione sono gli elementi principali della SIETAR. Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante da sottolineare perché IncluKIT si concentra sulla promozione di un ambiente in cui gli individui possano crescere in base alle proprie esigenze e idee, a condizione che mantengano anche l’apertura e il rispetto per gli altri. Poiché il programma di formazione incorpora elementi di gamification, anche George Simons e i suoi colleghi di diversophy® sono stati invitati a lavorare al progetto. Numerosi studenti hanno partecipato alla creazione di IncluKIT, aiutando nella comunicazione (marketing, sito web, ecc.) e nella raccolta dei dati (conduzione, trascrizione, codifica e analisi delle interviste). Gli studenti della Jyväskylän Yliopisto in Finlandia e dell’Università di Palermo hanno contribuito alla fase finale di test, ottimizzazione e progettazione/produzione grafica del progetto. Inoltre, due fonti di ispirazione significative sono state il progetto Perspectives Studies di SIETAR Svizzera e il progetto Refugees and People Seeking Asylum (RAAS) di SIETAR Regno Unito. Il progetto è stato finanziato dal programma Horizon 2020 della Commissione Europea. Nel gennaio 2023 è iniziata la seconda fase del progetto, ovvero la progettazione e lo sviluppo del programma. Sulla base dei contributi degli esperti SIETAR, sono stati raccolti casi di situazioni impreviste e difficili legate alle differenze culturali nelle interazioni tra migranti e volontari durante il processo di ammissione presso le varie università partner. I casi sono stati poi rielaborati in forma di gioco, utilizzando approcci riflessivi e creativi sullo sfondo dei risultati di apprendimento. Durante la fase di progettazione sono stati affrontati due temi centrali: 1. Come è possibile integrare efficacemente eventi critici tratti da situazioni reali in uno strumento didattico destinato al personale professionale e volontario dei centri di accoglienza per migranti? 2. Come può essere progettato questo strumento per frenare il perpetuarsi di stereotipi, spesso definiti “differenze culturali”? Due prototipi del programma sono stati completati entro giugno 2023 e testati durante l’estate in varie località con diversi gruppi target. È stato utilizzato un sondaggio online per raccogliere i feedback dei partecipanti sulle sessioni di test e i ricercatori responsabili delle sessioni hanno compilato un modulo di osservazione. I contributi ricevuti hanno contribuito all’ottimizzazione del prototipo. Contemporaneamente, il gruppo target è stato consultato al fine di perfezionare e adattare il design visivo alle richieste dei partecipanti, e il design grafico è stato creato in collaborazione con i colleghi della Facoltà di Lettere dell’Università di Opole. Finalizzato nell’ottobre/novembre 2023, il kit è disponibile sul sito web creato appositamente per questo scopo. Tutte le narrazioni dei casi sono disponibili gratuitamente e possono essere scaricate da lì, insieme a una serie di istruzioni. Il kit può essere utilizzato con o senza un facilitatore ed è necessario un approccio empatico e sensibile, poiché alcuni degli argomenti trattati potrebbero suscitare reazioni emotive nei partecipanti. Il kit viene continuamente ottimizzato e perfezionato sulla base dei feedback ricevuti, poiché è essenziale mantenerlo aperto a ulteriori miglioramenti. I creatori del progetto prevedono che questa ottimizzazione continua sarà resa possibile dalla più ampia diffusione e visibilità possibile del kit. A tal fine, IncluKIT è stato presentato in occasione di vari eventi all’interno e all’esterno delle università partner; sono in fase di formazione altri facilitatori; i materiali didattici sono stati tradotti e sono attualmente disponibili in sei lingue (inglese, spagnolo, francese, italiano, tedesco e polacco). Sulla base dei feedback ricevuti finora, lo sviluppo del kit è uno strumento prezioso che può aiutare i migranti a comprendere meglio la loro nuova situazione sociale e, di conseguenza, ad alleviare le tensioni nella fase iniziale di accoglienza. Bibliografia AMELINA, A., T. FAIST e D.D. NERGIZ (a cura di) (2013): Methodologies on the Move. The Transnational Turn in Empirical Migration Research. Londra/ New York. MECHERIL, P., O. THOMAS-OLALDE, C. MELTER, S. ARENS e E.ROMANER (a cura di) (2013) : Migrationsforschung als Kritik? Konturen einer Forschungsperspektive. Wiesbaden. 1. Studentessa (Master) in Intercultural Management, attivamente coinvolta nel progetto IncluKIT. Supporta il progetto conducendo e trascrivendo interviste con persone migranti e operatori istituzionali che lavorano con assistenti sociali e/o migranti. Si occupa della raccolta, codifica e analisi dei dati qualitativi e contribuisce allo sviluppo del sito web IncluKIT. Questo articolo è stato scritto per conto del team IncluKIT e si basa sulla pubblicazione: Bousquet, D., Cummings, V., & Poersch, J. M. (2024). IncluKIT (Comunicazione interculturale inclusiva – KIT): un programma di formazione per l’accoglienza iniziale dei migranti. Mainzer Kontaktstudium Geographie, Band 23, 62–69. ↩︎
Dal linguaggio alle relazioni
L’articolo nasce dall’incontro di rete “Ridurre le distanze fra mercato del lavoro e cittadini”, svoltosi il 4 novembre 2025 alla sede di Coges Don Milani a Mestre nell’ambito del progetto PASSI PLUS, finanziato dal PR Veneto FSE+ 2021–2027. L’iniziativa ha riunito enti del terzo settore, istituzioni, sindacati e rappresentanti della società civile per riflettere sull’accesso alle politiche attive del lavoro da parte delle persone più fragili, con un focus sulla comunità bengalese veneziana. Nonostante il divario occupazionale tra cittadini italiani e stranieri sia ormai minimo, persistono forti criticità legate al genere e all’accessibilità dei servizi 1. Barriere linguistiche, culturali e informative, insieme a una rete pubblico-privata frammentata, rendono complesso l’orientamento tra sigle, enti e procedure. I destinatari delle politiche attive del lavoro (PAL) – e quindi dei programmi come PASSI PLUS, GOL2 e altri – sono spesso persone con bassi livelli di alfabetizzazione o fragilità sociali, che necessitano non solo di formazione, ma di un accompagnamento relazionale. L’incontro ha posto al centro proprio questa dimensione: ripensare le politiche attive come strumenti di tutela attiva e di valorizzazione delle risorse individuali, capaci di ridurre la distanza tra servizi e cittadini e di rendere il mercato del lavoro più accessibile e inclusivo. Di seguito l’articolo di Camilla Zampini. PPA, DID, SPID, PAL, CPI, CPIA 3. Le sigle non sono solo un linguaggio tecnico: sono il primo filtro dell’accesso. Chi non le capisce resta fuori. E non succede soltanto alle persone meno alfabetizzate o non italofone: spesso inciampano anche gli operatori, perché acronimi e procedure cambiano più velocemente della vita delle persone. Quando il mercato del lavoro diventa una traduzione continua, l’inclusione non dipende dalle competenze, ma dalla capacità di decifrare i servizi. Il tema non riguarda solo l’utenza, ma il sistema. L’accesso ai servizi spesso dipende dalla fortuna di incontrare qualcuno che “traduce”. Qui la rete fa la differenza (quando c’è, e quando funziona davvero). A Venezia, il Centro per l’Impiego ha scelto una posizione rara: non essere il punto finale della presa in carico, ma un alleato dei cittadini nel superare gli ostacoli. Non tutti i nodi si sciolgono, ma molti sì, perché l’orientamento non viene trattato come un adempimento, bensì come una relazione. È un esempio concreto di come il pubblico possa agire non solo come erogatore, ma come infrastruttura di accessibilità. Il confronto tra gli enti ha mostrato che le criticità più ricorrenti non sono nuove – informazioni frammentate, passaggi poco leggibili, accesso affidato al passaparola – ma ha evidenziato una direzione condivisa: l’inclusione non dipende dall’introduzione di nuovi strumenti, bensì dalla capacità di fare funzionare quelli esistenti attraverso legami stabili. Collaborazioni tra pubblico e privato sociale che non si attivano solo a progetto, il riconoscimento del ruolo dei mediatori culturali e dei peer educator, spazi di prossimità che non siano eccezioni ma dispositivi ordinari. È qui che il welfare territoriale smette di essere un concetto astratto e diventa una pratica quotidiana. PASSI PLUS non sostituisce le politiche attive: le rende praticabili. Lavora prima del lavoro, ma non fuori dal lavoro. Non riduce il tempo dell’attesa, ma trasforma l’attesa in capacità. L’inclusione non coincide con l’attivazione di una misura, ma con il momento in cui una persona riesce a entrarci senza sentirsi smarrita. Forse la vera innovazione sta tutta qui: non produrre nuove sigle, ma restituire significato a ciò che precede le sigle. Le politiche attive iniziano molto prima dei corsi e molto prima dei tirocini — iniziano quando qualcuno, finalmente, capisce dove può andare e sente di avere il diritto di farlo. È da qui che nasce l’idea di una pre-politica attiva: tutto ciò che serve prima di essere pronti a entrare in una misura. Non è un passaggio in più, ma il livello che mancava. PASSI PLUS lavora in questo spazio: non promette occupazione immediata, ma costruisce condizioni reali di accesso – lingua, orientamento, fiducia, prossimità – senza le quali le politiche attive restano teoriche. Lo si è visto durante l’incontro di rete “Ridurre le distanze fra mercato del lavoro e cittadini”, svoltosi a Mestre lo scorso novembre. Non un appuntamento celebrativo, ma un momento di confronto tra enti del terzo settore, associazioni, istituzioni e operatori. Il punto non era raccontare un progetto, ma osservare cosa succede quando le politiche incontrano le persone e non solo le procedure. La comunità bengalese è numerosa a Venezia, ma spesso invisibile nei servizi. In sala c’era un solo rappresentante diretto, e tuttavia il segnale più interessante arriva dai percorsi di lingua e autonomia attivati dal Progetto Guarda Avanti, inscritto nella DGR 1143/2024 – PASSI PLUS. Si nota infatti come sempre più donne partecipino alle attività, non per avvicinarsi subito al lavoro, ma per iniziare a far parte del territorio. In un welfare in transizione, questi spazi non producono risultati immediati, ma generano competenze trasversali: comprensione, orientamento, il coraggio di interfacciarsi con il territorio senza timore. Ma anche ascolto, prossimità e rispetto. Ridurre le distanze fra cittadini e mercato del lavoro significa innanzitutto tradurre linguaggi, bisogni e aspettative. Significa fare rete e gettare le basi per una partecipazione futura, in cui la rete diventi reale, tangibile, quotidiana. Dove ogni parola imparata, ogni conversazione, ogni incontro contribuisce a costruire fiducia e consapevolezza, che sono le vere premesse per un’inclusione duratura. 1. I dati: il divario occupazionale tra italiani e stranieri è ormai molto contenuto: 0,8 punti percentuali. Resta critica la questione di genere con una tasso di occupazione delle donne stranieri che passa dal 34,59% del 2020 al 32,61% del 2024 ↩︎ 2. Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori, programma nazionale di politiche attive del lavoro finalizzato a favorire l’inserimento o il reinserimento lavorativo attraverso percorsi personalizzati di orientamento, formazione, riqualificazione e accompagnamento al lavoro ↩︎ 3. PPA: Proposta di Politica Attiva, un patto individuale che delinea le azioni concordate per favorire l’occupazione; DID: Dichiarazione di Immediata Disponibilità al lavoro, necessaria per l’accesso ai servizi per l’impiego; SPID: Sistema Pubblico di Identità Digitale, credenziale unica per l’accesso ai servizi online della Pubblica Amministrazione; PAL: Politiche Attive del Lavoro, insieme di interventi volti a favorire l’occupabilità e l’inserimento lavorativo; CPI: Centro per l’Impiego, struttura pubblica che eroga servizi per il lavoro; CPIA: Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti, istituzione scolastica dedicata all’istruzione e alla formazione degli adulti ↩︎
“Uscite d’emergenza”: sbloccato il ricongiungimento dei familiari dal campo UNHCR in Ciad
Un’importante ordinanza del Tribunale di Roma è stata emessa nella causa promossa da un rifugiato sudanese accolto da Baobab Experience Odv di Roma e assistito dall’Avv. Ludovica Di Paolo Antonio 1 contro il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) e l’Ambasciata d’Italia a Yaoundé (Camerun). Il Tribunale ha infatti ordinato in via d’urgenza, ex art. 700 c.p.c., all’Ambasciata competente il rilascio del visto per l’ingresso in Italia in favore della madre e della figlia del titolare di status di rifugiato residente in Italia. Il cittadino sudanese aveva avviato oltre un anno fa la procedura di ricongiungimento familiare per la propria madre e la propria figlia di soli 8 anni, entrambe rifugiate in condizioni di grave vulnerabilità in un campo UNHCR in Ciad. Nonostante il completamento della procedura telematica, il decorso dei termini previsti dalla legge, l’invio di numerosi solleciti e l’attivazione dei poteri sostitutivi presso l’Ispettorato Generale di Amministrazione, il cittadino sudanese non era riuscito a ottenere il nulla osta al ricongiungimento familiare. Per tale ragione, aveva presentato direttamente istanza all’Ambasciata italiana competente, con sede a Yaoundé, in Camerun. L’Ambasciata aveva tuttavia rifiutato di avviare il procedimento e di rilasciare il visto alle familiari del rifugiato residente in Italia, nonostante fosse stato adeguatamente evidenziato e documentato, anche tramite specifiche relazioni dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che le due donne versavano in condizioni di grave insicurezza e vulnerabilità. Con l’ordinanza in esame, il Tribunale di Roma ha affermato, tra l’altro, che: «Non v’è dubbio, dunque, che il silenzio della pubblica amministrazione, che ha omesso di pronunciarsi sull’istanza di rilascio del nulla osta, costituisca un ingiustificato inadempimento dell’obbligo gravante sulla stessa di provvedere espressamente sull’istanza presentata, come disposto dal comma 8 dell’art. 29 del D.lgs. n. 286/1998, così come modificato dal D.L. n. 13/2017, convertito nella L. n. 46/2017, che prescrive l’obbligo per l’amministrazione di pronunciarsi entro il termine di novanta giorni dalla richiesta». «Pertanto, il silenzio-inadempimento della pubblica amministrazione, che ha continuato nel suo stato di inerzia malgrado i solleciti del ricorrente, appare illegittimo in quanto ingiustificato e lesivo del diritto fondamentale del ricorrente al ricongiungimento familiare, espressamente sancito sul piano sovranazionale dall’articolo 8 CEDU e dall’art. 7 della Carta dei diritti fondamentali, rispettivamente consacranti il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Inoltre, già da tempo, la Corte costituzionale ha affermato che la garanzia della convivenza del nucleo familiare trova il proprio fondamento nelle norme costituzionali che assicurano protezione alla famiglia (Corte cost. n. 202/2013)». «Contrariamente a quanto sostenuto dall’Amministrazione resistente, il mancato ottenimento del nulla osta non preclude una pronuncia dell’autorità consolare sulla domanda di visto, come chiaramente desumibile dall’art. 6, comma 5, del d.p.r. n. 394/1999, il quale prevede che “le autorità consolari, ricevuto il nulla osta di cui al comma 4 ovvero, se sono trascorsi novanta giorni dalla domanda di nulla osta, ricevuta copia della stessa domanda e degli atti contrassegnati a norma del medesimo comma 4, rilasciano il visto d’ingresso […]”». «Mentre in caso di rilascio del nulla osta questo viene trasmesso telematicamente all’ambasciata competente per il visto ed ha inizio la seconda fase sopra menzionata, ove questo venga negato, o come nella specie vi sia un silenzio-inadempimento dell’amministrazione deputata al rilascio, il richiedente il ricongiungimento può chiedere direttamente al giudice di ordinare il rilascio del visto di ingresso, senza necessità di nulla osta, ove ne sussistano i presupposti di legge». «Sussiste altresì il requisito del periculum in mora, posto che al nucleo familiare del ricorrente deve essere garantito il diritto fondamentale all’unità familiare […] A ciò deve aggiungersi un ulteriore profilo di vulnerabilità determinato dalle precarie condizioni di vita della madre e della figlia del ricorrente che, fuggite dal Sudan, hanno raggiunto il Ciad il 5 maggio 2024 e qui hanno trovato rifugio nel Campo Rifugiati UNHCR di Touloum, nella regione di Wadi Fira, confinante con il Sudan. Come emerge dalla documentazione in atti, le donne vivono in condizioni di vulnerabilità estremamente gravi, con cibo e acqua potabile sempre scarsi, situazione peraltro diffusa in Ciad, soprattutto lungo il confine con il Sudan, come confermato da autorevoli fonti». Tribunale di Roma, ordinanza del 16 ottobre 2025 1. La campagna “Uscite d’emergenza” di Baobab Experience è stata attivata proprio per sostenere questa e altre importanti iniziative di evacuazione ↩︎
«Il diritto allo studio contro ogni frontiera»
Studiare, per migliaia di giovani provenienti da contesti di guerra e crisi, non è solo una scelta formativa ma «un atto di resistenza». È da questa consapevolezza che nasce il rapporto annuale 2024-2025 di Yalla Study Project 1, un progetto promosso dal Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, che documenta le attività annuali del servizio e le barriere sistemiche all’accesso all’istruzione universitaria in Italia per studenti e studentesse provenienti da Siria, Palestina, Libano, Africa subsahariana e Asia. Scarica il rapporto completo Nei contesti di conflitto la crisi educativa è devastante. In Siria oltre 2,4 milioni di bambini sono fuori dalla scuola e più di 7.000 edifici scolastici sono stati distrutti; in Palestina, nella Striscia di Gaza, «il 100% delle università è stato annientato dai bombardamenti» e più di 625.000 studenti hanno perso l’intero anno scolastico. In Libano, i rifugiati palestinesi restano esclusi dall’istruzione secondaria e universitaria a causa di «barriere strutturali, economiche e legali» che alimentano abbandono scolastico e lavoro minorile. Non a caso, ricorda il report, «meno del 6% dei rifugiati nel mondo ha accesso all’università». Il rapporto è il risultato di un anno di accompagnamento legale e sociale: oltre 200 richieste di supporto raccolte tra novembre 2024 e il 2025, 212 persone assistite, 62 casi seguiti legalmente e 16 ricorsi contro rigetti di visto giudicati illegittimi. Un lavoro che parte dal principio che «l’istruzione è un diritto inalienabile», sancito dall’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani, ma ancora oggi negato a intere generazioni. In questo quadro globale, l’Italia secondo Yalla Study appare marginale e miope. Le borse di studio MAECI – circa 5 milioni di euro l’anno per 480 posti – risultano fortemente squilibrate: solo 23 borse alla Siria, 12 alla Palestina e 127 all’intera Africa subsahariana, mentre Cina e India ne ricevono 60 ciascuna. Una sproporzione che il rapporto mette in relazione con le scelte di spesa pubblica: «le risorse destinate alle missioni militari all’estero superano di quattro volte quelle investite nella cooperazione educativa». Un capitolo centrale del report riguarda il sistema dei visti, definito «arbitrario e discriminatorio». I rigetti monitorati da Yalla Study si fondano spesso su «motivazioni standardizzate e prive di personalizzazione»: presunta insufficienza economica, dubbi sull’intenzione di rientro, incoerenza del percorso di studi o assenza di certificazioni linguistiche già valutate dalle università. Prassi che, secondo il dossier, violano la normativa vigente e trasformano il diritto allo studio in «un privilegio per pochi». Accanto alla denuncia, il rapporto racconta anche le risposte dal basso. In particolare, la mobilitazione della società civile italiana in sostegno agli studenti e alle studentesse palestinesi ha dato vita a reti di solidarietà, tutoraggio e accoglienza, capaci di trasformare l’indignazione in percorsi concreti di studio. Emblematico il caso di tre studentesse di Gaza ammesse all’Università di Siena: grazie a un ricorso promosso da Yalla Study, il TAR del Lazio ha imposto procedure consolari flessibili, riconoscendo che «in contesti di guerra le regole ordinarie non possono diventare ostacoli insormontabili». Il report si chiude con una serie di raccomandazioni: un osservatorio nazionale sui visti per studio, più borse di studio umanitarie, criteri economici contestualizzati, canali educativi permanenti per Palestina e Siria, e un maggiore coinvolgimento delle università. Perché, come ribadisce Yalla Study, «difendere il diritto allo studio significa difendere il diritto al futuro». 1. Scarica il rapporto completo ↩︎
«Auto-etnografia dell’accoglienza»
Nel 2011 le Primavere Arabe attraversarono il Nord Africa e il Medio Oriente e migliaia di persone raggiunsero l’Europa. Per gestire quegli arrivi, l’Italia dichiarò l’“Emergenza Nord Africa”, dando avvio a un sistema di accoglienza straordinaria. È in questo contesto che Davide Biffi inizia il suo percorso di operatore e ricercatore all’interno di un Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS), strutture nate proprio in quegli anni per accogliere i richiedenti asilo. Il libro, pubblicato da Edizioni Junior, racconta il lavoro nei servizi per richiedenti asilo e rifugiati da una prospettiva interna, restituendo la traduzione quotidiana delle politiche migratorie nei luoghi dell’accoglienza. L’autore spiega di aver descritto il suo lavoro nei servizi dedicati a richiedenti asilo e rifugiati «da una prospettiva emica, mostrando la concretizzazione quotidiana delle politiche, caratterizzate da controllo, esclusione, abbandono, discrezionalità da una parte, ma anche creatività, professionalità, militanza e cura, dall’altra». Ne emerge un sistema che produce esiti alterni e contraddittori: «Ho descritto – scrive Biffi – un sistema che favorisce a intermittenza l’inclusione, il sostegno, la marginalizzazione e l’abbandono delle persone al proprio destino, in un continuo movimento oscillatorio tra questi poli». Dalla presa in carico delle persone definite “vulnerabili” alla costruzione delle biografie presentate in Commissione Territoriale, dalle relazioni burocratiche con le istituzioni alle loro assenze di fronte ai bisogni primari, il volume affronta i nodi centrali del lavoro nei servizi: «Ho incontrato, affrontato e selezionato per la scrittura vari temi: la presa in carico delle persone definite “vulnerabili”; i processi di co-costruzione delle biografie dei richiedenti asilo presentate all’audizione in Commissione Territoriale; la costruzione di relazioni burocratiche istituzionali; le assenze istituzionali di fronte ai bisogni primari di esseri umani con o senza fragilità». Queste spesso si producono e si aggravano proprio nei contesti dell’accoglienza: «Fragilità personali che si creano qui, nella presunta società d’accoglienza, che si esasperano sino a diventare patologie difficilmente reversibili». L’analisi si fonda su un lavoro etnografico costruito “dal di dentro”, in dialogo con diversi ambiti dell’antropologia. «Ogni tema è stato esplorato a partire dall’etnografia dei campi di lavoro attraversati, in dialogo con l’antropologia medica, l’etnopsichiatria, l’antropologia politica. Il risultato è un’etnografia delle migrazioni e dello Stato, intrecciata costantemente alla riflessione sulle questioni politiche ed etiche sul ruolo pubblico dell’antropologia e degli antropologi», precisa Biffi. Un’etnografia che diventa inevitabilmente anche auto-etnografia: «Un’etnografia dello Stato costruita là dove le cose accadono, in una di quelle migliaia di situazioni dove lo Stato si concretizza in carne e ossa, in uffici, persone, scelte. Un’etnografia che diventa necessariamente auto-etnografia». Uno degli interrogativi centrali che attraversano il libro riguarda il destino della sofferenza sociale prodotta dal sistema: «Uno degli obiettivi che mi sono sempre posto è quello di seguire – e capire – dove finisce, che ne è, della sofferenza sociale così prodotta in un tale sistema». Il volume si rivolge in primo luogo a chi lavora nei servizi, ma non solo: «Il dialogo impostato attraverso il volume si rivolge alle operatrici e agli operatori dei servizi pubblici e privati che si relazionano con richiedenti asilo e rifugiati, ma anche a un pubblico più vasto: cittadini e cittadine, solidali, politici, collettivi, associazioni, enti». Il libro invita infine a immaginare alternative possibili: «Gli echi basagliani – conclude l’autore – spronano lavoratori del settore e organismi decisionali a pensare a un nuovo modello di accoglienza e accompagnamento: ripensare il sistema basato su campi e progetti, immaginare nuove soluzioni, progettare un welfare davvero inclusivo. Si può fare». L’AUTORE Davide Biffi, educatore dal 2006, lavora dal 2011 nel settore delle migrazioni forzate. Ha ricoperto differenti ruoli in più realtà del terzo settore tra le province di Milano, Monza e Lecco. Nel 2021 ha terminato un Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca con un’etnografia sulla sua esperienza di ricercatore-operatore. Attualmente coordina un progetto SAI.
Formatori e formatrici dell’inclusione – Corso gratuito in presenza e online
Sono aperte le iscrizioni al nuovo corso gratuito di aggiornamento “Formatori e formatrici dell’inclusione. Percorsi di diritto antidiscriminatorio e pratiche di mediazione interculturale”, promosso dall’Università degli Studi di Milano in collaborazione con Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) e diverse associazioni attive nella mediazione interculturale e nel contrasto al razzismo.  Il corso ha lo scopo di formare figure professionali capaci di promuovere l’inclusione di persone con background migratorio in diversi contesti (pubblico, lavorativo, sociale). Il programma è articolato in diversi moduli: * Diritto antidiscriminatorio, diritto dell’immigrazione e tutela dei diritti umani * Mediazione linguistica e comunicazione interculturale * Diversity management e progettazione inclusiva * Laboratori e workshop, curati da Il Razzismo è una brutta storia con il coinvolgimento del Network Europeo Antirazzista. Le lezioni potranno essere seguite in presenza o online e si svolgeranno dal 5 febbraio a giugno 2026.  E’ possibile iscriversi fino al 12 gennaio 2026 seguendo queste istruzioni: DOMANDE DI AMMISSIONE Le domande di ammissione devono essere presentate improrogabilmente entro le ore 23:59 del 12 gennaio 2026. Per iscriversi i candidati dovranno: 1. Registrarsi al portale di Ateneo accedendo al servizio https://registrazione.unimi.it. Questa operazione non è richiesta a coloro che sono già registrati al portale, che sono in possesso delle credenziali di Ateneo (laureandi o laureati da non più di un anno presso l’Università degli Studi di Milano) o di SPID. 2. Autenticarsi con le proprie credenziali e presentare domanda di ammissione al corso utilizzando il servizio online_ http://studente.unimi.it/ammissioni/a/corsiPerfezionamento/checkLogin.asp. 3. Effettuare l’upload dei seguenti documenti in formato .pdf, .jpg oppure .rtf: Per tutti: * Curriculum vitae et studiorum (in cui deve essere specificata la denominazione della laurea conseguita), utile per la selezione e l’assegnazione delle eventuali borse di studio; * Ogni altro documento eventualmente richiesto nella scheda del singolo corso. Per i candidati iscritti o laureati in un’università estera, in aggiunta: * Certificato d’iscrizione all’università o di conseguimento del titolo; * Traduzione del titolo in italiano o inglese (verranno accettati i certificati in originale in lingua spagnola, francese o tedesca). La comunicazione di dati non veritieri e la mancanza dei requisiti comporteranno l’esclusione dal corso. Modalità di selezione I partecipanti saranno selezionati sulla base della valutazione del curriculum vitae et studiorum, in data 16 gennaio 2026. Graduatorie La graduatoria degli ammessi sarà pubblicata il giorno 21 gennaio 2026 online al link: http://studente.unimi.it/ammissioni/g/graduatoriaperfezionamento/checkLogin.asp. La pubblicazione ha valore di notifica a tutti gli effetti, non verrà pertanto inviata alcuna comunicazione personale ai candidati. N.B. A seguito di alcune richieste di chiarimento che gli organizzatori hanno ricevuto, gli stessi specificano che ai fini dell’iscrizione al corso NON è necessario essere laureati. I candidati e le candidate non laureati posso dunque procedere all’iscrizione seguendo le istruzioni sopra descritte. Tutte le informazioni sono disponibili nel bando di ammissione. Consulta il programma completo * Per informazioni scrivere a: corsoinclusione@unimi.it 
Class action contro i ritardi delle Ambasciate italiane nel rilascio dei visti per motivi familiari
La class action è stata avviata attraverso una diffida collettiva sottoscritta da cittadine e cittadini con background migratorio o titolari di protezione internazionale e dalle associazioni ASGI, ARCI e Spazi Circolari. Con questo atto si è chiesto al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) di intervenire per ripristinare la regolarità delle procedure per il rilascio dei visti familiari, alla luce delle gravi criticità riscontrate: dalla difficoltà di prenotare un appuntamento fino al mancato rispetto del termine legale di 30 giorni per l’emissione del visto dopo il nullaosta al ricongiungimento familiare. Nonostante le reiterate richieste di incontro o di riscontro rivolte al MAECI, nessuna risposta è mai pervenuta. Persistendo dunque l’inerzia amministrativa già denunciata con la prima diffida del 4 ottobre 2024, è stato depositato al TAR Lazio il ricorso collettivo (n. r. g. 11893/2025), la cui prima udienza è fissata per il 27 gennaio 2026. Le cittadine e i cittadini con background migratorio – che hanno ottenuto il nullaosta al ricongiungimento familiare e sono ancora in attesa del visto – possono aderire alla class action tramite un legale di fiducia, entro il 5 gennaio 2026. Il progetto “Annick. Per il diritto all’unità familiare” – in collaborazione con l’APS Attiva Diritti di Roma – ha predisposto un modello di atto di intervento e offre consulenza ai legali che intendano assistere gratuitamente i propri assistiti nella partecipazione alla class action. Anche le associazioni che, per statuto e per attività, tutelano i diritti delle persone con background migratorio possono intervenire nel giudizio, sempre entro il 5 gennaio 2026. Scarica i modelli: 1) “MODELLO intervento class action ricongiungimenti mancata conclusione nei termini dopo aver formalizzato la richiesta di rilascio del visto” 2) “MODELLO intervento class action ricongiungimenti mancato accesso” * Per informazioni: annick@meltingpot.org (si prega di inserire nell’oggetto della email: “Adesione class action”) Notizie RIPARTE “ANNICK. PER IL DIRITTO ALL’UNITÀ FAMILIARE” Il progetto torna con nuove azioni di supporto, grazie al sostegno dell’Otto per Mille Valdese 2 Dicembre 2025
Riparte “Annick. Per il diritto all’unità familiare”
Dopo il forte impatto della prima edizione, Melting Pot Odv rilancia il progetto “Annick. Per il diritto all’unità familiare”, un impegno annuale che accompagnerà, anche nel 2026, persone con background migratorio e titolari di protezione internazionale nel percorso spesso tortuoso del ricongiungimento familiare. Una nuova stagione di attività ha preso ufficialmente avvio poche settimane fa. Il progetto, nato in memoria di Annick Mireille Blandine, vuole continuare a ricordare che dietro numeri e procedure ci sono vite, affetti e diritti fondamentali. La sua vicenda resta il filo rosso che guida l’iniziativa, lo specchio di un sistema che, colpevolmente, prolunga per anni separazioni forzate nonostante i 120 giorni previsti dalla legge. Quest’anno Annick riparte rafforzato dall’esperienza precedente. Intorno alla casella email dedicata annick@meltingpot.org si attiverà nuovamente una rete di operatrici e operatori legali, avvocate e avvocati, volontarie e volontari che offriranno ascolto, orientamento e consulenza anche attraverso appuntamenti online per chi non può raggiungere gli sportelli territoriali. Le oltre 85 richieste di supporto ricevute nel 2024 hanno mostrato che una risposta strutturata è non solo necessaria, ma continua ad essere urgente. Un’attenzione particolare sarà nuovamente riservata ai casi emblematici, quelli che rivelano criticità sistemiche: situazioni su cui si lavorerà sia sul piano individuale, sia su quello collettivo, con ricorsi strategici al fine di evidenziare le responsabilità delle Pubbliche amministrazioni (Prefetture, Ambasciate e MAECI) e sollecitare un cambiamento reale. Parallelamente, proseguirà il lavoro di advocacy e comunicazione pubblica, con articoli, approfondimenti e materiali utili a moltiplicare le azioni legali. Fondamentale sarà, anche quest’anno, il coinvolgimento della società civile. Per questo è previsto un primo momento pubblico: giovedì 11 dicembre alle ore 17 si terrà online la call iniziale per volontarie e volontari, un incontro aperto a operatori e operatrici, avvocate e avvocati interessati a dare un contributo concreto. Sarà l’occasione per conoscere il progetto, capire come partecipare e avviare insieme un percorso condiviso. Nei primi mesi del 2026 sono inoltre previste due sessioni di formazione online rivolte alla rete legale e a chiunque dimostri interesse: un’occasione per approfondire gli aspetti normativi del ricongiungimento familiare e per sviluppare strumenti utili all’advocacy, rafforzando così competenze e reti territoriali. Annick ribadisce che il diritto a vivere insieme ai propri cari è una questione di giustizia sociale che non può essere ostacolata da ritardi e silenzi amministrativi; per questo rinnova il proprio impegno per una società più giusta e inclusiva che riconosca il diritto dei legami familiari a tutte le persone, senza distinzione.  * Per informazioni e per partecipare alla call di giovedì 11 dicembre ore 17 scrivi a: annick@meltingpot.org . -------------------------------------------------------------------------------- Il progetto “Annick. Per il diritto all’unità familiare” è realizzato con i Fondi dell’Otto per Mille della Chiesa Valdese.
Mem.Med: presentazione della guida per le famiglie delle persone morte o scomparse in mare e alle frontiere italiane
Ogni anno il Mediterraneo diventa teatro non solo di arrivi, speranze e nuove partenze, ma anche di stragi troppo spesso invisibili: naufragi di cui si sa poco o nulla, persone che scompaiono tra le onde o spariscono dietro i confini istituzionali, nei CPR, negli hotspot, nelle zone di frontiera. Accanto al dolore di chi resta, cresce un’assenza insopportabile: quella delle risposte, delle certezze, dei riconoscimenti. È in questo vuoto che nasce l’iniziativa di Memoria Mediterranea, che ha realizzato la guida “Cosa fare quando una persona cara scompare nel Mediterraneo centrale e nei luoghi di frontiera”, pensata per le famiglie delle persone morte o scomparse in mare o alle frontiere italiane. La guida verrà presentata ufficialmente in un evento online lunedì 29 settembre 2025 e nasce dal lavoro con Mem.Med, CLEDU e le famiglie coinvolte, che ne sono i principali destinatari e hanno condiviso informazioni essenziali per la sua stesura. Memoria Mediterranea presenta questa guida non solo come uno strumento utile, ma come un atto politico e civile: riaffermare il diritto alla verità, alla memoria, al riconoscimento. Nessuna vita dovrebbe restare senza nome, nessuna famiglia senza risposte. Offre informazioni su come attivare ricerche, ottenere atti, contattare le autorità, organizzare un rimpatrio. Include anche contatti di realtà associative e reti di supporto che possono accompagnare i familiari dal punto di vista legale, psicologico e pratico. Non pretende di essere esaustiva – le normative restano frammentarie – ma rappresenta un punto di partenza concreto per chi non vuole rimanere solo di fronte all’assenza e al dolore. Si tratta anche di una forma di pressione verso le istituzioni italiane, chiamate a garantire trasparenza, regole chiare, responsabilità condivise, e verso la società civile, invitata a riconoscere e sostenere chi affronta queste perdite. Quando: 29 settembre 2025, ore 18:00 Per partecipare alla presentazione clicca qui (ID de réunion: 910 8591 3459 Code secret: 100250) L’evento sarà in italiano con traduzioni in inglese e francese
September 23, 2025
Progetto Melting Pot Europa
«Non esistono Paesi sicuri per chi fugge dalla tortura»
In occasione della Giornata Mondiale contro la tortura, celebrata ogni anno il 26 giugno, la Rete di Supporto per le Persone Sopravvissute a Tortura (ReSST) ha presentato il suo primo report annuale. Si tratta di un documento frutto del lavoro congiunto di enti pubblici, associazioni, ONG e specialisti attivi in prima linea nell’accoglienza e nella cura di chi ha subito torture e trattamenti inumani, spesso nel contesto di un percorso migratorio forzato. La ReSST è nata nel dicembre 2024 dalla collaborazione tra Caritas, Ciac – Centro immigrazione asilo e cooperazione internazionale, Kasbah, Medici Contro la Tortura (MCT), Medici Senza Frontiere (MSF), Medici per i Diritti Umani (MEDU), NAGA e il SaMiFo dell’ASL Roma 1, un servizio di salute specializzato per migranti forzati. A queste realtà si affiancano, in qualità di osservatori, A Buon Diritto, Amnesty International Italia, Antigone, la SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni – e un comitato scientifico composto da esperti riconosciuti a livello nazionale e internazionale. L’obiettivo dichiarato della rete è duplice: da un lato «informare e sensibilizzare sull’esperienza della tortura e sulle sue conseguenze durature», dall’altro «rafforzare la qualità dei servizi di cura, riabilitazione e tutela per le persone sopravvissute». Un lavoro che – si legge nel report – deve tenere conto della complessità dei percorsi individuali, del trauma multiplo vissuto da chi fugge, e soprattutto della violenza sistemica che spesso accompagna la migrazione. I dati raccolti nel 2024 parlano chiaro. Su 2.618 persone accolte e prese in carico dai centri della rete, la maggioranza è di sesso maschile (62,7%), ma ciò che colpisce è l’ubicazione geografica della tortura: il 64,6% delle violenze non è avvenuto nel Paese di origine, bensì lungo le rotte migratorie di transito. Solo il 35,4% dei casi, dunque, si riferisce a eventi subiti nel luogo da cui la persona è fuggita. Questa evidenza, secondo ReSST, mette in discussione una delle principali giustificazioni utilizzate dalle autorità italiane ed europee per negare l’accoglienza o il diritto d’asilo: l’esistenza di cosiddetti “Paesi sicuri”. «Le nostre evidenze dimostrano – scrive la rete – che il concetto di sicurezza non può essere ricondotto a una valutazione statica e geopolitica. Una persona può essere torturata o gravemente maltrattata anche in Paesi formalmente “sicuri”, soprattutto se si trova in condizioni di vulnerabilità, senza protezione o diritti riconosciuti». Il legame tra tortura e migrazione appare tanto forte quanto rimosso dal dibattito pubblico. La tortura è una pratica vietata dal diritto internazionale in ogni circostanza, ma è ancora largamente diffusa: oltre 140 Paesi nel mondo la praticano, direttamente o attraverso la tolleranza di forme gravi di maltrattamento, in particolare verso migranti, oppositori politici, minoranze etniche, donne e persone LGBTQIA+. I motivi che spingono le persone alla fuga – e spesso a subire torture – sono principalmente economici (51%), seguiti da motivazioni politiche (24%) e religiose (7%). Questo dato conferma che la povertà estrema, la marginalizzazione e la disuguaglianza possono essere, di fatto, condizioni di persecuzione e violenza sistemica. Le forme di tortura documentate sono quasi equamente distribuite tra fisiche (43%) e psichiche (44%), con una responsabilità attribuita ai trafficanti (33%) ma anche a pubblici ufficiali (28%) e, in misura minore, a datori di lavoro (3%). Il report mette in luce anche l’enorme lavoro clinico, psicologico e sociale svolto dai centri della rete. Nel 2024 sono stati erogati oltre 14.000 servizi sanitari. Le prestazioni più richieste sono le consulenze psicologiche individuali (43%) e le visite di medicina generale (34,2%). Evidente il dato relativo al supporto sociale, richiesto nel 77% dei casi: segno che il percorso di cura non può prescindere da un accompagnamento generale, che tenga conto della condizione legale, abitativa e lavorativa della persona. Come sottolineano gli esperti, non si tratta soltanto di guarire le ferite, ma di «ricostruire fiducia, dignità e possibilità di vita», partendo da un ascolto attento e non giudicante. In questo senso, la ReSST chiede anche un impegno più forte delle istituzioni italiane per garantire il diritto alla salute e alla protezione internazionale, evitando prassi amministrative e narrative politiche che tendono a semplificare o negare le sofferenze vissute lungo le rotte migratorie. «Dietro ogni storia di tortura – si legge nel comunicato – c’è un corpo, una mente, una storia che ci interroga. Ma c’è anche un sistema che sceglie spesso di non vedere». Per questo, conclude la rete, «non si può continuare a stabilire chi ha diritto alla protezione sulla base di liste arbitrarie di Paesi sicuri. La protezione deve partire dall’ascolto, dalla valutazione individuale e dalla consapevolezza che la tortura, oggi, è ancora una realtà concreta e vicina». Scarica il rapporto