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Corpo a corpo. È uscito il numero 70 di «Zapruder»
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Corpo a corpo. È uscito il numero 70 di «Zapruder»
Il numero 70 di «Zapruder» è dedicato al tema della riproduzione, delle sue
tecniche e dei conflitti che ne fanno oggetto, mettendo al centro il diritto
all'autodeterminazione.
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Corpo a corpo
Il numero 70 di «Zapruder» è dedicato al tema della riproduzione, delle sue
tecniche e dei conflitti che ne fanno oggetto, mettendo al centro il diritto
all'autodeterminazione.
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AMERICA LATINA: UN CORPO CHE CAMMINA
Mappatura delle alternative all’economia sociale in America Latina Sul portale
ecor.network1 il 24 maggio scorso è stato presentato (e reso scaricabile in pdf)
un lavoro di Mar Soler Masgrau2, che ispirandosi al concetto di Corpo-Territorio
paragona l’America latina ad un corpo e cerca di delinearne le malattie.
America Latina, un corpo che cammina. Mappatura delle alternative di economia
Per un’immaginazione femminista anticoloniale: intrecciare le …
… le radici contro capitalismo e patriarcato Riprendiamo, per gentile
concessione di autrice e editore, un interessante “saggio” di Alice Salimbeni da
Machina C’è una rimozione che attraversa l’Europa – e l’Italia – come una
ferita mal cicatrizzata: l’idea di essere «oltre» il colonialismo, di averlo
relegato altrove, in un tempo e, soprattutto, in uno spazio che non ci riguarda
Spot 25.03.26 Aurora Vanchiglia Transfemminista – Sport e Ciclo mestruale; Che cosa è successo alla squadra iraniana di calcio femminile; Nuovi regolamenti Fifa
Torna la primavera e torna anche l’Aurora Vanchiglia Transfemminista! Nella
puntata di oggi raccontiamo come il ciclo influenza energie, infortuni e
performance, eppure la maggior parte dei metodi di allenamento è stata
sviluppata su corpi maschili e gli studi sono pochissimi.
Seguiamo con un aggiornamento della Coppa d’Asia femminile, dove la nazionale
iraniana ha deciso di non cantare l’inno prima della partita contro la Corea, il
che le è costato caro: alcune giocatrici sono state definite “traditrici” in
patria e sette hanno chiesto asilo in Australia.
Infine, la FIFA sta introducendo nuovi regolamenti per aumentare la
rappresentanza femminile negli staff tecnici delle squadre nazionali femminili.
Abbiamo ancora bisogno che qualcuno dica che non solo gli uomini sanno allenare
le squadre di calcio?
PUBBLICATE CON DUE ANNI DI RITARDO LE RILEVAZIONI NAZIONALI SUI CENTRI ANTIVIOLENZA, 61MILA DONNE HANNO CHIESTO AIUTO
È un quadro stabile ma disarmante quello che emerge dai dati pubblicati oggi
dall’Istat nel rapporto intitolato “I Centri Anti Violenza e le donne che hanno
avviato il percorso di uscita dalla violenza”. Il documento fa riferimento
all’anno 2024, “durante il quale poco più di 36.400 donne hanno affrontato il
percorso di uscita dalla violenza grazie all’aiuto dei 409 centri anti violenza
(Cav) presenti sul territorio italiano. Si sono rivolte ai Cav “61.370 donne, in
media 169 donne per Cav, con valori più alti nel Nord-ovest (241) e nel Nord-est
(238) e più bassi nel Sud (72)”.
Secondo l’analisi dei dati di Viviana Cassini, presidente del Cav – Casa delle
donne di Brescia, il ritardo della pubblicazione dei dati a livello nazionale,
potrebbe rallentare la conoscenza e quindi le strategie da mettere in campo da
parte delle istituzioni nazionali, in primis, il governo. Tuttavia, nei casi
analoghi a quello del Cav da lei presieduto, i dati a disposizione sono
decisamente più recenti (2025) e questo permette loro di essere più tempestive
nell’adottare azioni adeguate.
Tra i principali risultati evidenziati dalla pubblicazione Istat, le violenze di
carattere economico – subite dal 39,7% delle donne che si sono rivolte ad un Cav
– ma anche “l’elevatissimo il numero di figli che assistono alla violenza subita
dalla propria madre” e l’aumento di donne con disabilità che si sono rivolte ai
Cav. Si conferma inoltre come la stragrande maggioranza delle violenze avvengano
all’interno della coppia e come trovare una sistemazione lontana dal contesto
nel quale si è verificata la violenza sia una delle difficoltà principali delle
sopravvissute alla violenza.
Alla luce dei dati Istat, abbiamo chiesto a Viviana Cassini quali dovrebbero
essere le azioni da intraprendere urgentemente da associazioni e istituzioni:
“la prevenzione” è in cima alla lista delle priorità, poi la necessità di
offrire alle vittime di violenza la possibilità concreta di “rientrare nel
circuito sociale e lavorativo”; terza cosa “costruire percorsi nuovi e diversi”
in modo che la donna possa “affrontare gente nuova, posti nuovi rispetto invece
alla famiglia d’origine”. Infine è necessario insistere sul “cambiamento
culturale” e spingere per una “legislazione più puntuale”, al contrario da
quella promossa dal DDL Buongiorno che “mette di nuovo al centro dell’accusa la
donna che deve giustificarsi se ha messo in atto tutta una serie di atti che
facilitavano la possibilità di far capire all’altro che lei non ci stava, nel
caso della violenza sessuale”.
L’intervista con Viviana Cassini, presidente del CAV – Casa delle donne di
Brescia. Ascolta o scarica
8 Marzo: la festa delle discriminazioni di genere
«La parità è un diritto non una concessione» tuona Giorgia Meloni in un convegno
dedicato agli 80 anni del voto alle donne. E quindi le donne non devono chiedere
concessioni come il sistema delle quote o un welfare agevolato. Ma non si sa
bene a quali concessioni si riferisca Meloni, in Italia, infatti, non ci sono
quote obbligatorie nelle elezioni politiche, ma solo nella composizione delle
liste elettorali. Questo sistema non è particolarmente efficiente, infatti,
l’attuale Parlamento Italiano ha meno parlamentari donne rispetto al precedente,
e in ogni caso la percentuale delle donne nell’organo legislativo non ha mai
superato il 35%, ben lontano dalla parità. E non va meglio negli enti locali.
L’altra legge che esiste sulle quote per le donne riguarda la composizione dei
Consigli di amministrazione delle società quotate in borsa (L.120/2011), oggi in
questi C.d.a la percentuale di donne si attesta intorno al 40%, ma se cerchiamo
quanto donne oggi sono CEO nelle grandi società noteremo che, anche secondo le
migliori stime, non superano il 7%.
Ma non è verso il soffitto di cristallo che dobbiamo guardare per renderci conto
di quanto siamo distanti dalla parità, ma nel mercato del lavoro in generale,
dove i risultati sono agghiaccianti. E lo si evince dal Rendiconto di genere
elaborato da Inps e CIV per il terzo anno consecutivo. Premessa necessaria è che
i dati continuano a riportare solo ed esclusivamente due generi, e né l’Inps né
l’Istat includono o prendono in considerazioni le persone trans e non binarie
nelle loro indagini statistiche ordinarie.
Il rendiconto ci spiega che le donne nel nostro Paese studiano di più e hanno
risultati migliori in tutti i livelli educativi. Le ragazze si iscrivono
maggiormente ai licei: il 61% delle iscrizioni ai licei sono ragazze contro un
39% di maschi, vale il contrario nella filiera tecnica e professionale.
Concludono il percorso di studi con successo in numeri superiori rispetto ai
ragazzi (52,6% di diplomate e 47,4% di diplomati). Si iscrivono maggiormente
all’università e la concludono più facilmente (il 57,8% di laureate magistrali
sono donne) e stanno aumentando anche i numeri nelle discipline STEM. Ma appena
arriviamo al capitolo sul mondo del lavoro la situazione si ribalta.
> Le donne trovano meno lavoro, sono più precarie, guadagnano di meno, sono a
> rischio licenziamento nel periodo precedente e successivo la gravidanza, hanno
> pensioni più basse, nonostante siano più longeve, e sono quindi più povere.
«Nel 2024, il tasso di occupazione femminile in Italia si è attestato al 53,3%,
rispetto al 71,1% degli uomini, evidenziando un divario di genere significativo
pari al 17,8%. Inoltre, le assunzioni femminili hanno rappresentato solo il
42,2% del totale». Praticamente, in Italia lavora una donna su due, e la
situazione rispetto all’anno precedente è stabile. E qui ritornano in mente le
parole della Presidente del Consiglio «La vera libertà però rimane potersi
guadagnare sul campo la propria posizione e quello che lo Stato può fare è
garantire che la partita non sia truccata». Ecco, però, i numeri ci raccontano
proprio di una partita truccata, e di quanto la meritocrazia sia una parola
vuota che corre lungo le linee della discriminazione di genere e di razza.
«L’instabilità occupazionale coinvolge soprattutto il genere femminile in
quanto, fra le assunzioni a tempo indeterminato, solo il 36,7% sono donne, a
fronte del 63,3% di uomini. Le lavoratrici con un contratto a tempo parziale
sono il 67,2% del totale e anche il part time involontario è prevalentemente
femminile, rappresentando il 13,7% degli occupati, rispetto al 4,6% dei maschi».
Il gap retributivo è importante: le donne guadagnano fino a un 25% in meno. «In
particolare, fra i principali settori economici, la differenza è pari al 19,7%
nelle attività manifatturiere, 23,6% nel commercio, 15,7% nei servizi di
alloggio e ristorazione, 31,7% nelle attività finanziarie e assicurative». E
sono meno presenti nei ruoli apicali. Ma certo oggi sono molte le voci maschili
– come il giornalista nella sala stampa di San Remo – che si alzano per dire «è
colpa loro: le donne hanno poca voglia di lavorare».
In effetti, le donne nel nostro paese non solo si sobbarcano il lavoro di
produzione, ma anche quello di riproduzione. Continua il Rendiconto di genere:
«Nel 2024, le giornate di congedo parentale utilizzate dalle donne sono state
15,4 milioni, contro appena 2,8 milioni degli uomini». E il 2026 non sarà l’anno
in cui avremo un congedo parentale equiparato tra uomini e donne perché è stato
appena affossato dalla maggioranza parlamentare per fondi insufficienti. I soldi
però si sono trovati per gli aerei da guerra della Leonardo, ma non per dare il
giusto spazio al ruolo di padre nella nostra società. Meglio continuare a
sobbarcare tutto sulle spalle delle madri. Peccato che le voci maschili su
questo siano state flebili, mentre proprio quei primi mesi di vita sono centrali
per instaurare una relazione significativa con figli e figlie. E potremmo
continuare con la situazione degli asili nido, delle scuole primarie senza tempo
pieno, delle attività per il tempo libero per l’infanzia tutte a pagamento.
Basterebbe questo per comprendere perché da dieci nel nostro paese l’8 marzo non
è più una festa ma un giorno di sciopero lanciato dal movimento transfemminista
Non una di meno. Leggiamo nell’appello: «Siamo noi i soggetti che la società
patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio
funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa
crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro
riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di
genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui
territori».
Uno sciopero che chiede pieni diritti e piena partecipazione per tutte le donne,
persone trans, non binarie, con qualsiasi orientamento sessuale, non solo
ricche, non solo bianche. In questi giorni, gli Usa e gli Stati Uniti hanno
cominciato una guerra contro l’Iran che rischia di portare il mondo intero
sull’orlo del baratro, dopo due anni di genocidio in Palestina, e quattro anni
di guerra in Ucraina. La guerra è una sistema che ridefinisce confini
territoriali tra cosa è dentro e cosa è fuori, riorganizza i ruoli di genere tra
chi andrà al fronte e chi starà a casa, ristabilisce gerarchie tra chi è degno
di vivere e chi può essere sacrificato.
In questo scenario buio, risuonano forte le parole di Non una di meno nel loro
appello ai sindacati: «Vogliamo uscire dalla falsa alternativa tra l’utopia
fallita dell’emancipazione attraverso il lavoro e il ritorno a casa per svolgere
lavoro di cura gratuito per il bene della nazione. Vogliamo contratti di lavoro
stabili e salari adeguati al costo della vita, reddito di autodeterminazione per
uscire da situazioni di violenza e per non entrarci, diritto alla casa, una
sanità pubblica universale e gratuita e un welfare efficace per tuttə». L’8
marzo sarà una giornata di mobilitazione, e il 9 marzo è convocato lo sciopero
transfemminista: «Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la
cura e la vita, non il profitto e la guerra».
Immagine di copertina di Silvia Cleri
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Addio a Teresa De Lauretis, madre della Teoria Queer
Apprendo solo ora della scomparsa, avvenuta il 2 febbraio 2026, della
grandissima sociologa, antropologa, semiologa, filosofa ed accademica Teresa De
Lauretis.
Teresa de Lauretis ( 1938-2026 ), bolognese d’origine e una delle intellettuali
più influenti del pensiero femminista del XX e XXI secolo, è morta all’età di 87
anni nella sua residenza di San Francisco, Stati Uniti, secondo il Diario
Público. La sua carriera, che ha unito il mondo accademico in Europa e negli
Stati Uniti, ha lasciato un segno indelebile nelle discipline umanistiche,
articolando un pensiero femminista intersezionale che integrava semiotica e
psicoanalisi nello studio del desiderio e del cinema.
Teresa De Lauretis si laurea all’Università Bocconi di Milano per poi
trasferirsi negli Stati Uniti dove inizia il suo percorso lavorativo di docente
e accademica; ha ricevuto la laurea honoris causa in filosofia presso
l’Università di Lund in Svezia ed è stata Professoressa Emerita di Storia della
Consapevolezza presso l’Università della California, Santa Cruz.
Il suo lavoro ha trasformato gli studi di genere, gli studi postcoloniali e
l’analisi cinematografica inaugurando il pensiero queer e lasciando un’eredità
fondamentale che continua a mettere in discussione le norme su sesso, genere,
desiderio e identità.
Gli studi a cui si è dedicata includono la semiotica, la psicoanalisi, la
critica e teoria letteraria e cinematografica, il femminismo, il lesbismo e le
teorie queer, branca di studi che prendono il nome da una formula da lei
coniata.
Come ha scritto Il manifesto, in un bellissimo articolo di Barbara Bonomi
Romagnoli, a darne la notizia della sua scomparsa è stato il collettivo di
Asterisco Edizioni che di recente aveva collaborato con lei per la riedizione di
“Soggetti Eccentrici” – la cui prima edizione risale al 1999 per Feltrinelli –
con introduzione e cura di Elia A.G. Arfini, Olivia Fiorilli e Goffredo Polizzi
e, per la prima volta tradotto in italiano, il saggio Teoria Queer: sessualità
lesbiche e gay. Un’introduzione, che prende spunto da un convegno organizzato da
De Lauretis nel lontano 1990 all’università californiana di Santa Cruz e in cui,
per la prima volta, viene usata l’espressione “Teoria Queer”.
E’ proprio a lei che dobbiamo per la prima volta l’utilizzo, in ambito
accademico, dell’espressione teoria queer per riferirsi alla branca di studi
sulla sessualità e sul genere in seguito alle innovazione portate dal femminismo
e dai movimenti di liberazione sessuale (gay, lesbico, trans, bisessuale) in
ambito sociologico. Secondo un articolo scritto per la rivista Difference, il
suo intento era quello di rompere con gli studi tradizionali su gay e lesbiche,
ormai “troppo comodamente” integrati nell’ambiente universitario.
Fu soltanto dopo la sua coniazione che si aprirono grandi dibattiti a livello
multidisciplinare e multidisciplinare – sulla scia dei già noti studi di genere
e Women’s Studies – in ambito accademico e politico con il termine queer: grandi
filosofe come Judith Butler riutilizzarono l’espressione “teoria queer” per
ampliarla ed approfondirla nei campi della sociologia, della filosofia e degli
studi di genere; la sociologa Greta Gaard utilizzò gli strumenti della teoria
queer in una prospettiva ecofemminista; la teologa femminista argentina Marcella
Althaus-Reid (1), esponente della Teologia della Liberazione latinoamericana,
negli anni Novanta riprendere il concetto di queer di De Lauretis, dando inizio
ad un originale approccio teologico, la queer theology, in cui la tematica della
liberazione è declinata nella condizione di discriminazione delle persone LGBTQ;
la teologa femminista, monaca benedettina e indipendentista catalana di sinistra
Teresa Forcades riprenderà De Lauretis e Althaus Reid, per dare un’ulteriore ed
originale interpretazione del concetto di queer in ambito teologico; mentre in
Italia l’attivista LGBTQ e filosofa queer di fama internazionale Liana Borghi,
scomparsa nel 2021, ha apportato contributi fondamentali alla teoria e alla
pratica femminista, lesbica e queer, favorendo in modo decisivo la traduzione e
la divulgazione, in Italia, delle opere e del pensiero femminista. Oggi, a
proseguire il lavoro svolto, è il filosofo queer Federico Zappino, tra i
principali traduttori di Judith Butler in Italia nonchè tra i più grandi esperti
del pensiero femminista e materialista di Monique Wittig.
Nonostante il grande apporto culturale ed intellettuale nel dare inizio alla
teoria queer, secondo il portale “Género, Estética y Cultura Audiovisual (GECA)”
dell’Università Complutense di Madrid, fu la stessa Teresa De Lauretis ad aver
abbandonato il termine anni dopo, ritenendo che la parola queer fosse stata
assorbita dal mercato e svuotata del suo potenziale politico.
De Lauretis fu sempre critica della commercializzazione dei corpi e della
strumentalizzazione dei temi della teoria queer da parte della società
capitalista attraverso i settori della moda, della pubblicità e del consumismo:
settori che hanno sempre avuto il fine di assimilare al sistema corpi e generi
potenzialmente rivoluzionari, come potenzialmente rivoluzionario è il desiderio
(citando Deleuze) laddove invece non venga mercificato.
Cosa è il genere per Teresa De Lauretis? “Il genere non è una proprietà del
corpo, ma delle relazioni sociali. (…) Si tratta di rappresentazione e
autorappresentazione, un prodotto di diverse tecnologie sociali, discorsi
istituzionalizzati, epistemologie e pratiche critiche e quotidiane. (…) La
rappresentazione sociale del genere influenza la sua costruzione soggettiva e,
allo stesso modo, la rappresentazione soggettiva del genere (o
autorappresentazione) influenza la costruzione sociale.” (Lauretis, 1987)
Il lavoro di De Lauretis è stato fondamentale nel mettere in discussione l’idea
che le categorie di sesso e genere fossero “naturali“. Per capire al meglio
questi processi, De Lauretis ha proposto il concetto di “tecnologie di genere“,
intendendo il genere come un costrutto sociale prodotto da discorsi culturali.
Inoltre, ha sottolineato l’importanza di analizzare insieme sesso, classe, razza
e identità sessuale, criticando qualsiasi tentativo di omogeneizzare
“moltitudini sessuali”.
Secondo De Lauretis, le tecnologie di genere “Costruiscono, riproducono,
rafforzano e rielaborano continuamente la “donna” sulla base degli archetipi
tradizionali: madre-puttana-vittima-oggetto sessuale, status vicario.”
(Lauretis, 1987).
Da grande critica dell’essenzialismo di genere – in quanto cuore della cultura
patriarcale che concepisce genere e sesso come un unicum che ingabbia “la donna”
in un prototipo singolare, unico e sempre definibile – Teresa De Lauretis ha
dato una definizione rivoluzionaria del concetto di “donna” nella storia fino ai
gironi nostri:
“Si tratta di una costruzione fittizia, una sintesi dei diversi ma coerenti
discorsi della cultura occidentale: la “ donna” come ciò-che-non-è-uomo. La
donna è un soggetto storico. (Lauretis, 1987).”
Definizione che approfondisce ciò che affermava la femminista francese Simone de
Beauvoir: “Non si nasce donne, si diventa” (tratta da Il secondo sesso, 1949),
teorizzando che la femminilità non è un destino biologico innato, ma una
costruzione sociale e culturale imposta dalla società patriarcale. L’identità
femminile si determina attraverso l’educazione e la storia, rendendo la donna
l’«Altro» rispetto all’uomo.
Criticando fortemente il separatismo femminista in quanto corrente di pensiero
che volgeva a ripensare il genere attraverso categorie essenzialiste, De
Lauretis preferisce parlare non di “Donna” al singolare, ma di “donne” al
plurale, sottolineando ancora una volta un dato incontrovertibile, ovvero che
ogni donna, come ogni uomo è attraversato da differenze che li rendono unici.
Parlare di donne al posto di donna significa evidenziare come ogni tentativo di
incasellare, classificare, categorizzare e definire “la Donna” sia vano perchè
le differenze (sesso, classe, razza, identità sessuale, etnia, pensiero politico
etc..) ci attraversano. Non esiste una donna uguale ad un’altra, come non esiste
un uomo uguale ad un altro. Ecco da qui il concetto di moltitudine e la
teorizzazione dei corpi non-conformi, ovvero tutti quei corpi, quelle
soggettività diverse che il patriarcato non riconosce e che dunque esclude.
Tra le sue opere, alcune tradotte in differenti lingue nel mondo, ricordiamo La
sintassi del desiderio: struttura e forme del romanzo sveviano (1976), Alice
Doesn’t: Feminism, Semiotics, Cinema (1984), Technologies of Gender: Essays on
Theory, Film, and Fiction (1987), The Practice of Love: Lesbian Sexuality and
Perverse Desire (1994), Sui generis: scritti di teoria
femminista (1996), Soggetti Eccentrici (1999) e Freud’s Drive: Psychoanalysis,
Literature and Film (2010).
Con Teresa De Lauretis se ne va una delle più importanti pensatrice del
Novecento che ha dato una svolta mondiale al femminismo, agli studi di genere,
oltre che alla liberazione delle donne e delle soggettività LGBTQ.
In tempi di “caccia alle streghe” del fantomatico “gender” e della sparizione
progressiva dell’educazione sessuale delle scuole pubbliche a causa della
sessuofobia puerile di una destra medievale, il pensiero di Teresa De Lauretis
può essere un ottimo stimolo alla conoscenza di noi stessi, di presa di
consapevolezza della storia e della realtà per crescere liberi di false
definizioni, false concetti con il fine di riprendere in mano la nostra vita a
partire da noi stessi.
(1) Marcella Maria Althaus-Reid (Rosario, 1952 – Edimburgo, 20 febbraio 2009) è
stata una teologa argentina, impegnata nei movimenti di
liberazione femminista e lgbt. Laureata in teologia presso l’Istituto Teologico
Ecumenico (ISEDET) di Buenos Aires, è stata tra le prime donne del suo Paese ad
accedere ai gradi accademici teologici. Al termine della sua vita, è stata
senior lecturer in etica cristiana e docente di Teologia Contestuale nella
facoltà di teologia presso il New College di Edimburgo (Scozia). Volendo
spogliare la teologia dal corredo di “decenza” e ipocrisia che la rivestiva, ha
approfondito le tematiche sulla sessualità e sugli studi di genere, con un
approccio ermeneutico biblico di taglio materialista e femminista. Scandalizzò
il mondo cattolico per essere autrice di Indecent Theology. Theological
Perversions in Sex, Gender and Politics, Londra (2001) e di The Queer God,
Londra (2003), pubblicato in italiani con il titolo Il Dio queer, Torino (2014)
dala Casa Editrice Claudiana.
LIBRI E PUBBLICAZIONI:
LAURETIS, T. (1980). L’immaginazione tecnologica. Macmillan Press, Londra.
LAURETIS, T. (1984). Alice non più. Editoriale Catedra.
LAURETIS, T. (1987). Tecnologie di genere. Macmillan Press, Londra.
LAURETIS, T. (1994). La pratica dell’amore: sessualità lesbica e desiderio
perverso. Dibattito femminista, pp. 34-45.
LAURETIS, T. (2008). L’unità di Freud: psicoanalisi, letteratura e film.
Per info:
https://www.consultacinema.org/2026/02/11/rivendicare-desideri-eccentrici-per-la-teoria-del-cinema-in-memoria-di-teresa-de-lauretis/
https://paroledequeer.blogspot.com/2023/02/cuando-las-lesbianas-no-eramos-mujeres.html
> TERESA DE LAURETIS
Teresa De Lauretis, Conferencia “Género y Cultura Queer”, Buenos Aires, 29
aprile 2014
Lorenzo Poli