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8 Marzo: la festa delle discriminazioni di genere
«La parità è un diritto non una concessione» tuona Giorgia Meloni in un convegno dedicato agli 80 anni del voto alle donne. E quindi le donne non devono chiedere concessioni come il sistema delle quote o un welfare agevolato. Ma non si sa bene a quali concessioni si riferisca Meloni, in Italia, infatti, non ci sono quote obbligatorie nelle elezioni politiche, ma solo nella composizione delle liste elettorali. Questo sistema non è particolarmente efficiente, infatti, l’attuale Parlamento Italiano ha meno parlamentari donne rispetto al precedente, e in ogni caso la percentuale delle donne nell’organo legislativo non ha mai superato il 35%, ben lontano dalla parità. E non va meglio negli enti locali. L’altra legge che esiste sulle quote per le donne riguarda la composizione dei Consigli di amministrazione delle società quotate in borsa (L.120/2011), oggi in questi C.d.a la percentuale di donne si attesta intorno al 40%, ma se cerchiamo quanto donne oggi sono CEO nelle grandi società noteremo che, anche secondo le migliori stime, non superano il 7%. Ma non è verso il soffitto di cristallo che dobbiamo guardare per renderci conto di quanto siamo distanti dalla parità, ma nel mercato del lavoro in generale, dove i risultati sono agghiaccianti. E lo si evince dal Rendiconto di genere elaborato da Inps e CIV per il terzo anno consecutivo. Premessa necessaria è che i dati continuano a riportare solo ed esclusivamente due generi, e né l’Inps né l’Istat includono o prendono in considerazioni le persone trans e non binarie nelle loro indagini statistiche ordinarie.  Il rendiconto ci spiega che le donne nel nostro Paese studiano di più e hanno risultati migliori in tutti i livelli educativi. Le ragazze si iscrivono maggiormente ai licei: il 61% delle iscrizioni ai licei sono ragazze contro un 39% di maschi, vale il contrario nella filiera tecnica e professionale. Concludono il percorso di studi con successo in numeri superiori rispetto ai ragazzi (52,6% di diplomate e 47,4% di diplomati). Si iscrivono maggiormente all’università e la concludono più facilmente (il 57,8% di laureate magistrali sono donne) e stanno aumentando anche i numeri nelle discipline STEM. Ma appena arriviamo al capitolo sul mondo del lavoro la situazione si ribalta. > Le donne trovano meno lavoro, sono più precarie, guadagnano di meno, sono a > rischio licenziamento nel periodo precedente e successivo la gravidanza, hanno > pensioni più basse, nonostante siano più longeve, e sono quindi più povere.  «Nel 2024, il tasso di occupazione femminile in Italia si è attestato al 53,3%, rispetto al 71,1% degli uomini, evidenziando un divario di genere significativo pari al 17,8%. Inoltre, le assunzioni femminili hanno rappresentato solo il 42,2% del totale». Praticamente, in Italia lavora una donna su due, e la situazione rispetto all’anno precedente è stabile. E qui ritornano in mente le parole della Presidente del Consiglio «La vera libertà però rimane potersi guadagnare sul campo la propria posizione e quello che lo Stato può fare è garantire che la partita non sia truccata». Ecco, però, i numeri ci raccontano proprio di una partita truccata, e di quanto la meritocrazia sia una parola vuota che corre lungo le linee della discriminazione di genere e di razza. «L’instabilità occupazionale coinvolge soprattutto il genere femminile in quanto, fra le assunzioni a tempo indeterminato, solo il 36,7% sono donne, a fronte del 63,3% di uomini. Le lavoratrici con un contratto a tempo parziale sono il 67,2% del totale e anche il part time involontario è prevalentemente femminile, rappresentando il 13,7% degli occupati, rispetto al 4,6% dei maschi». Il gap retributivo è importante: le donne guadagnano fino a un 25% in meno. «In particolare, fra i principali settori economici, la differenza è pari al 19,7% nelle attività manifatturiere, 23,6% nel commercio, 15,7% nei servizi di alloggio e ristorazione, 31,7% nelle attività finanziarie e assicurative». E sono meno presenti nei ruoli apicali. Ma certo oggi sono molte le voci maschili – come il giornalista nella sala stampa di San Remo – che si alzano per dire «è colpa loro: le donne hanno poca voglia di lavorare».  In effetti, le donne nel nostro paese non solo si sobbarcano il lavoro di produzione, ma anche quello di riproduzione. Continua il Rendiconto di genere: «Nel 2024, le giornate di congedo parentale utilizzate dalle donne sono state 15,4 milioni, contro appena 2,8 milioni degli uomini». E il 2026 non sarà l’anno in cui avremo un congedo parentale equiparato tra uomini e donne perché è stato appena affossato dalla maggioranza parlamentare per fondi insufficienti. I soldi però si sono trovati per gli aerei da guerra della Leonardo, ma non per dare il giusto spazio al ruolo di padre nella nostra società. Meglio continuare a sobbarcare tutto sulle spalle delle madri. Peccato che le voci maschili su questo siano state flebili, mentre proprio quei primi mesi di vita sono centrali per instaurare una relazione significativa con figli e figlie. E potremmo continuare con la situazione degli asili nido, delle scuole primarie senza tempo pieno, delle attività per il tempo libero per l’infanzia tutte a pagamento. Basterebbe questo per comprendere perché da dieci nel nostro paese l’8 marzo non è più una festa ma un giorno di sciopero lanciato dal movimento transfemminista Non una di meno. Leggiamo nell’appello: «Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori».  Uno sciopero che chiede pieni diritti e piena partecipazione per tutte le donne, persone trans, non binarie, con qualsiasi orientamento sessuale, non solo ricche, non solo bianche. In questi giorni, gli Usa e gli Stati Uniti hanno cominciato una guerra contro l’Iran che rischia di portare il mondo intero sull’orlo del baratro, dopo due anni di genocidio in Palestina, e quattro anni di guerra in Ucraina. La guerra è una sistema che ridefinisce confini territoriali tra cosa è dentro e cosa è fuori, riorganizza i ruoli di genere tra chi andrà al fronte e chi starà a casa, ristabilisce gerarchie tra chi è degno di vivere e chi può essere sacrificato. In questo scenario buio, risuonano forte le parole di Non una di meno nel loro appello ai sindacati: «Vogliamo uscire dalla falsa alternativa tra l’utopia fallita dell’emancipazione attraverso il lavoro e il ritorno a casa per svolgere lavoro di cura gratuito per il bene della nazione. Vogliamo contratti di lavoro stabili e salari adeguati al costo della vita, reddito di autodeterminazione per uscire da situazioni di violenza e per non entrarci, diritto alla casa, una sanità pubblica universale e gratuita e un welfare efficace per tuttə». L’8 marzo sarà una giornata di mobilitazione, e il 9 marzo è convocato lo sciopero transfemminista: «Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra». Immagine di copertina di Silvia Cleri SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo 8 Marzo: la festa delle discriminazioni di genere proviene da DINAMOpress.
March 6, 2026
DINAMOpress
Addio a Teresa De Lauretis, madre della Teoria Queer
Apprendo solo ora della scomparsa, avvenuta il 2 febbraio 2026, della grandissima sociologa, antropologa, semiologa, filosofa ed accademica Teresa De Lauretis. Teresa de Lauretis ( 1938-2026 ), bolognese d’origine e una delle intellettuali più influenti del pensiero femminista del XX e XXI secolo, è morta all’età di 87 anni nella sua residenza di San Francisco, Stati Uniti, secondo il Diario Público. La sua carriera, che ha unito il mondo accademico in Europa e negli Stati Uniti, ha lasciato un segno indelebile nelle discipline umanistiche, articolando un pensiero femminista intersezionale che integrava semiotica e psicoanalisi nello studio del desiderio e del cinema. Teresa De Lauretis si laurea all’Università Bocconi di Milano per poi trasferirsi negli Stati Uniti dove inizia il suo percorso lavorativo di docente e accademica; ha ricevuto la laurea honoris causa in filosofia presso l’Università di Lund in Svezia ed è stata Professoressa Emerita di Storia della Consapevolezza presso l’Università della California, Santa Cruz. Il suo lavoro ha trasformato gli studi di genere, gli studi postcoloniali e l’analisi cinematografica inaugurando il pensiero queer e lasciando un’eredità fondamentale che continua a mettere in discussione le norme su sesso, genere, desiderio e identità. Gli studi a cui si è dedicata includono la semiotica, la psicoanalisi, la critica e teoria letteraria e cinematografica, il femminismo, il lesbismo e le teorie queer, branca di studi che prendono il nome da una formula da lei coniata. Come ha scritto Il manifesto, in un bellissimo articolo di Barbara Bonomi Romagnoli, a darne la notizia della sua scomparsa è stato il collettivo di Asterisco Edizioni che di recente aveva collaborato con lei per la riedizione di “Soggetti Eccentrici” – la cui prima edizione risale al 1999 per Feltrinelli – con introduzione e cura di Elia A.G. Arfini, Olivia Fiorilli e Goffredo Polizzi e, per la prima volta tradotto in italiano, il saggio Teoria Queer: sessualità lesbiche e gay. Un’introduzione, che prende spunto da un convegno organizzato da De Lauretis nel lontano 1990 all’università californiana di Santa Cruz e in cui, per la prima volta, viene usata l’espressione “Teoria Queer”. E’ proprio a lei che dobbiamo per la prima volta l’utilizzo, in ambito accademico, dell’espressione teoria queer per riferirsi alla branca di studi sulla sessualità e sul genere in seguito alle innovazione portate dal femminismo e dai movimenti di liberazione sessuale (gay, lesbico, trans, bisessuale) in ambito sociologico. Secondo un articolo scritto per la rivista Difference, il suo intento era quello di rompere con gli studi tradizionali su gay e lesbiche, ormai “troppo comodamente” integrati nell’ambiente universitario. Fu soltanto dopo la sua coniazione che si aprirono grandi dibattiti a livello multidisciplinare e multidisciplinare – sulla scia dei già noti studi di genere e Women’s Studies – in ambito accademico e politico con il termine queer: grandi filosofe come Judith Butler riutilizzarono l’espressione “teoria queer” per ampliarla ed approfondirla nei campi della sociologia, della filosofia e degli studi di genere; la sociologa Greta Gaard utilizzò gli strumenti della teoria queer in una prospettiva ecofemminista; la teologa femminista argentina Marcella Althaus-Reid (1), esponente della Teologia della Liberazione latinoamericana, negli anni Novanta riprendere il concetto di queer di De Lauretis, dando inizio ad un originale approccio teologico, la queer theology, in cui la tematica della liberazione è declinata nella condizione di discriminazione delle persone LGBTQ; la teologa femminista, monaca benedettina e indipendentista catalana di sinistra Teresa Forcades riprenderà De Lauretis e Althaus Reid, per dare un’ulteriore ed originale interpretazione del concetto di queer in ambito teologico; mentre in Italia l’attivista LGBTQ e filosofa queer di fama internazionale Liana Borghi, scomparsa nel 2021, ha apportato contributi fondamentali alla teoria e alla pratica femminista, lesbica e queer, favorendo in modo decisivo la traduzione e la divulgazione, in Italia, delle opere e del pensiero femminista. Oggi, a proseguire il lavoro svolto, è il filosofo queer Federico Zappino, tra i principali traduttori di Judith Butler in Italia nonchè tra i più grandi esperti del pensiero femminista e materialista di Monique Wittig.     Nonostante il grande apporto culturale ed intellettuale nel dare inizio alla teoria queer, secondo il portale “Género, Estética y Cultura Audiovisual (GECA)” dell’Università Complutense di Madrid, fu la stessa Teresa De Lauretis ad aver abbandonato il termine anni dopo, ritenendo che la parola queer fosse stata assorbita dal mercato e svuotata del suo potenziale politico. De Lauretis fu sempre critica della commercializzazione dei corpi e della strumentalizzazione dei temi della teoria queer da parte della società capitalista attraverso i settori della moda, della pubblicità e del consumismo: settori che hanno sempre avuto il fine di assimilare al sistema corpi e generi potenzialmente rivoluzionari, come potenzialmente rivoluzionario è il desiderio (citando Deleuze) laddove invece non venga mercificato. Cosa è il genere per Teresa De Lauretis? “Il genere non è una proprietà del corpo, ma delle relazioni sociali. (…) Si tratta di rappresentazione e autorappresentazione, un prodotto di diverse tecnologie sociali, discorsi istituzionalizzati, epistemologie e pratiche critiche e quotidiane. (…) La rappresentazione sociale del genere influenza la sua costruzione soggettiva e, allo stesso modo, la rappresentazione soggettiva del genere (o autorappresentazione) influenza la costruzione sociale.” (Lauretis, 1987) Il lavoro di De Lauretis è stato fondamentale nel mettere in discussione l’idea che le categorie di sesso e genere fossero “naturali“. Per capire al meglio questi processi, De Lauretis ha proposto il concetto di “tecnologie di genere“, intendendo il genere come un costrutto sociale prodotto da discorsi culturali. Inoltre, ha sottolineato l’importanza di analizzare insieme sesso, classe, razza e identità sessuale, criticando qualsiasi tentativo di omogeneizzare “moltitudini sessuali”. Secondo De Lauretis, le tecnologie di genere “Costruiscono, riproducono, rafforzano e rielaborano continuamente la “donna” sulla base degli archetipi tradizionali: madre-puttana-vittima-oggetto sessuale, status vicario.” (Lauretis, 1987). Da grande critica dell’essenzialismo di genere – in quanto cuore della cultura patriarcale che concepisce genere e sesso come un unicum che ingabbia “la donna” in un prototipo singolare, unico e sempre definibile – Teresa De Lauretis ha dato una definizione rivoluzionaria del concetto di “donna” nella storia fino ai gironi nostri:  “Si tratta di una costruzione fittizia, una sintesi dei diversi ma coerenti discorsi della cultura occidentale: la “ donna” come ciò-che-non-è-uomo. La donna è un soggetto storico. (Lauretis, 1987).” Definizione che approfondisce ciò che affermava la femminista francese Simone de Beauvoir: “Non si nasce donne, si diventa” (tratta da Il secondo sesso, 1949), teorizzando che la femminilità non è un destino biologico innato, ma una costruzione sociale e culturale imposta dalla società patriarcale. L’identità femminile si determina attraverso l’educazione e la storia, rendendo la donna l’«Altro» rispetto all’uomo.  Criticando fortemente il separatismo femminista in quanto corrente di pensiero che volgeva a ripensare il genere attraverso categorie essenzialiste, De Lauretis preferisce parlare non di “Donna” al singolare, ma di “donne” al plurale, sottolineando ancora una volta un dato incontrovertibile, ovvero che ogni donna, come ogni uomo è attraversato da differenze che li rendono unici. Parlare di donne al posto di donna significa evidenziare come ogni tentativo di incasellare, classificare, categorizzare e definire “la Donna” sia vano perchè le differenze (sesso, classe, razza, identità sessuale, etnia, pensiero politico etc..) ci attraversano. Non esiste una donna uguale ad un’altra, come non esiste un uomo uguale ad un altro. Ecco da qui il concetto di moltitudine e la teorizzazione dei corpi non-conformi, ovvero tutti quei corpi, quelle soggettività diverse che il patriarcato non riconosce e che dunque esclude. Tra le sue opere, alcune tradotte in differenti lingue nel mondo, ricordiamo La sintassi del desiderio: struttura e forme del romanzo sveviano (1976), Alice Doesn’t: Feminism, Semiotics, Cinema (1984), Technologies of Gender: Essays on Theory, Film, and Fiction (1987), The Practice of Love: Lesbian Sexuality and Perverse Desire (1994), Sui generis: scritti di teoria femminista (1996), Soggetti Eccentrici (1999) e Freud’s Drive: Psychoanalysis, Literature and Film (2010). Con Teresa De Lauretis se ne va una delle più importanti pensatrice del Novecento che ha dato una svolta mondiale al femminismo, agli studi di genere, oltre che alla liberazione delle donne e delle soggettività LGBTQ. In tempi di “caccia alle streghe” del fantomatico “gender” e della sparizione progressiva dell’educazione sessuale delle scuole pubbliche a causa della sessuofobia puerile di una destra medievale, il pensiero di Teresa De Lauretis può essere un ottimo stimolo alla conoscenza di noi stessi, di presa di consapevolezza della storia e della realtà per crescere liberi di false definizioni, false concetti con il fine di riprendere in mano la nostra vita a partire da noi stessi.   (1) Marcella Maria Althaus-Reid (Rosario, 1952 – Edimburgo, 20 febbraio 2009) è stata una teologa argentina, impegnata nei movimenti di liberazione femminista e lgbt. Laureata in teologia presso l’Istituto Teologico Ecumenico (ISEDET) di Buenos Aires, è stata tra le prime donne del suo Paese ad accedere ai gradi accademici teologici. Al termine della sua vita, è stata senior lecturer in etica cristiana e docente di Teologia Contestuale nella facoltà di teologia presso il New College di Edimburgo (Scozia). Volendo spogliare la teologia dal corredo di “decenza” e ipocrisia che la rivestiva, ha approfondito le tematiche sulla sessualità e sugli studi di genere, con un approccio ermeneutico biblico di taglio materialista e femminista. Scandalizzò il mondo cattolico per essere autrice di Indecent Theology. Theological Perversions in Sex, Gender and Politics, Londra (2001) e di The Queer God, Londra (2003), pubblicato in italiani con il titolo Il Dio queer, Torino (2014) dala Casa Editrice Claudiana.   LIBRI E PUBBLICAZIONI: LAURETIS, T. (1980). L’immaginazione tecnologica. Macmillan Press, Londra. LAURETIS, T. (1984). Alice non più. Editoriale Catedra. LAURETIS, T. (1987). Tecnologie di genere. Macmillan Press, Londra. LAURETIS, T. (1994). La pratica dell’amore: sessualità lesbica e desiderio perverso. Dibattito femminista, pp. 34-45. LAURETIS, T. (2008). L’unità di Freud: psicoanalisi, letteratura e film.   Per info: https://www.consultacinema.org/2026/02/11/rivendicare-desideri-eccentrici-per-la-teoria-del-cinema-in-memoria-di-teresa-de-lauretis/ https://paroledequeer.blogspot.com/2023/02/cuando-las-lesbianas-no-eramos-mujeres.html > TERESA DE LAURETIS Teresa De Lauretis, Conferencia “Género y Cultura Queer”, Buenos Aires, 29 aprile 2014 Lorenzo Poli
February 11, 2026
Pressenza
Epstein Files. O dell’irriformabilità del maschio cishet (e dell’Occidente) – di Maddalena Fragnito
Quello che emerge dai cosiddetti Epstein Files — torture, abusi, stupri, sparizioni sospette e possibili omicidi di ragazze, traffico di bambini e bambine, impunità e insabbiamenti bipartisan — non è una sequenza di crimini eccezionali né l’ennesima prova della degenerazione delle élite. È un punto di condensazione oltre il quale diventa difficile continuare a [...]
February 9, 2026
Effimera
DAI BOOMER ALLA GEN Z, I DATI CERTIFICANO CHE GLI UOMINI (E I GIOVANI) IN ITALIA GIUSTIFICANO LA VIOLENZA DI GENERE
Dati allarmanti sulla violenza di genere in Italia. La violenza economica è ritenuta accettabile da un 1 uomo su 3, ma lo è per quasi la metà dei maschi Millennial (cioè i nati tra il 1980 e il 1995) e per la successiva Gen Z (tra il 1996 e il 2012). La violenza fisica sulle donne è giustificabile per 2 maschi adulti su 10. Per 1 su 4 la violenza verbale e quella psicologica sono “colpa” delle donne. E ancora: la maggioranza (55%) dei Millennials ritiene legittimo il controllo sulla partner. Così la ricerca odierna di ActionAid su violenza di genere e giovani, che evidenzia poi come in casa il 74% delle donne si occupa ancora oggi da sola dei lavori domestici, contro il 40% degli uomini. Il 41% delle madri si occupa inoltre da sola dei figli, contro appena il 10% dei padri. Negli spazi pubblici il 52% delle donne ha provato paura (contro il 35% degli uomini), una quota che sale al 79% tra le più giovani. Il 38% delle persone ha avuto paura almeno una volta sui mezzi pubblici, ma tra le giovani donne della Gen Z il dato sale al 66%. E ancora: il 55% delle donne si è sentita svalutata nei contenuti culturali, il 70% tra le under 25. Anche online 4 donne su 10 (40%) dichiarano di aver avuto timore di reazioni sessiste ai propri contenuti online. L’intervista a Isabella Orfano, Women’s Rights Expert per ActionAid. Ascolta o scarica.
November 13, 2025
Radio Onda d`Urto
Abolire la guerra, costruire la pale - Convegno internazionale 6-7 Novembre
Il femminismo come prospettiva trasversale per parlare di conflitti, di giustizia internazionale, umanitarismo e resistenza civile.  Vinzia Fiorino, presidente della Società delle Storiche e professoressa di Storia contemporanea all'Università di Pisa ci racconta del perchè e di cosa si parlerà al Convegno internazionale del 6 e 7 Novembre dal titolo "Abolire la guerra, costruire la pace: genere, giustizia internazionale, pratiche nonviolente nei conflitti contemporanei". Al link il programma completo https://societadellestoriche.it/abolire-la-guerra-costruire-la-pace-genere-giustizia-internazionale-pratiche-non-violente-nei-conflitti-internazionali/
November 6, 2025
Radio Onda Rossa
Materiali convegno | Le guerre degli uomini. Conflitti contemporanei, patriarcato, lavoro vivo – di Cristina Morini
Una recensione al libro di S-Connessioni precarie, Nella Terza guerra mondiale. Un lessico politico per il presente, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp.116, euro 15,00 * * * * * Con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il 24 febbraio 2022, la guerra ha conquistato il tempo presente, diventando cardine della politica, dell’economia e del diritto. [...]
October 20, 2025
Effimera
La non neutralità della rete ai tempi del web 2.0: cos’è e da dove si origina la violenza digitale di genere
Nella nostra società multimediale e iperconnessa, l’uso dei social, come di altri strumenti e servizi digitali – le app, ad esempio, ce n’è una per ogni esigenza – è ormai diffusissimo, al punto tale che anche la persona più âgée non ricorda com’era la vita prima che fosse scandita dall’accendersi e dallo spegnersi della luce blu di uno smartphone. Già, com’era prima? Chi lo sa, indugia in nostalgici ricordi di telefoni analogici, dispositivi tradizionali che trasmettevano la voce convertendola in segnali elettrici che viaggiavano su cavi di rame, oppure di televisioni a tubo catodico. Sgomenta addirittura pensare che ci siano stati anni in cui non eravamo raggiungibili ovunque e comunque, come oggi siamo sempre, attraverso una rete dati, Wi-Fi o hotspot offerti da amici, colleghi di lavoro o perfetti ma generosi sconosciuti: ma come abbiamo fatto a vivere così? Per i nativi digitali, invece, un “prima” non c’è: tutto è nato nel ventunesimo secolo e il Novecento, sfondo fondamentale per le generazioni che li hanno preceduti, sembra essere retrodatato di cento anni, quasi a rappresentare un periodo della vita dell’uomo sulla Terra lontanissimo da oggi, come se non vi fosse continuità temporale tra secondo e terzo millennio. Insomma, per gli appartenenti alla Generazione Z è come se l’umanità fosse sempre vissuta all’interno dell’attuale sistema informativo-relazionale, complesso intreccio fra calcolo e connettività digitale che non si chiama più nemmeno Internet: va oltre Internet e si configura come un’infrastruttura in cui le tecnologie computazionali e quelle comunicazionali si sono saldate all’interno di piattaforme su scala globale, gestite da pochi attori privati, monarchi del regno del big tech. Visualizzare questa dicotomia fra archi generazionali è fondamentale per capire l’enorme impatto che la violenza digitale ha sulle persone, nell’ambito del più ampio fenomeno della violenza che un essere umano o un gruppo di esseri umani può dirigere verso i propri simili. Una persona nata prima dell’avvento della società della comunicazione, se parla di violenza digitale, è probabilmente incline a pensare che si tratti di un fatto relegato al virtuale e, pertanto, meno impattante sulla vita reale. Chi scrive lo può testimoniare. Questo modo di ragionare – che inevitabilmente proviene dal modo in cui, come esseri pensanti, ci siamo formati – tende a mitigare la rilevanza del fenomeno: esso è immateriale, pertanto intangibile. Invece, le persone nate nell’era digitale, soprattutto in quella che Tiziana Terranova, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università Orientale di Napoli, definisce “il dopo Internet” (primo ventennio del Duemila), hanno sperimentato, fin dalla nascita, che sul piano degli effetti violenza digitale e violenza fattuale si intrecciano in un unicum perverso e inestricabile, tanto da essere l’una la cassa di risonanza dell’altra e viceversa. Soprattutto, hanno sperimentato e introiettato come il piano di interazione su cui si riproduce, tra gli altri fenomeni sociali, anche quello della violenza digitale, sia governato dai giganti finanziari che monopolizzano le piattaforme. Negli anni precedenti al ventennio del terzo millennio, invece, se pure si stava già mostrando l’effetto fortemente impattante della connessione globale sulla vita del pianeta e dei suoi abitanti, ci si percepiva come umanità dentro un’opportunità: la società della conoscenza sembrava aprire le porte a un modo nuovo di essere collettività. O, quantomeno, così ci veniva raccontata dalla narrazione mainstream. Oggi sappiamo bene che la violenza digitale, come tutto ciò che accade attraverso e dentro le piattaforme, può essere effettiva, concreta, tangibile tanto quanto quella che avviene sul piano fattuale: usa solo strumenti, in parte, differenti. Alla luce di queste trasformazioni sociali – che Terranova descrive molto bene nel suo libro Dopo Internet (Ed. Nero, 2022) – si può facilmente comprendere che la rete non è neutra. Quando il campo di osservazione si restringe agli aspetti più specificamente di genere, l’impatto della violenza digitale sulla vita di una persona cambia in base al suo sesso e al modo in cui il suo corpo è situato nel mondo. La studiosa di innovazione sociale Lilia Giugni, attivista femminista intersezionale, ha prodotto su questo tema un testo meraviglioso quanto necessario (La rete non ci salverà, Longanesi, 2022), in cui dimostra, dati alla mano, perché la rivoluzione digitale è sessista e che: > “Molestie e minacce online, pornografia non consensuale, informazioni > personali condivise senza permesso: in tutto il pianeta milioni di donne sono > esposte alla violenza digitale. E le cose non vanno meglio dall’altra parte > dello schermo. Ingegnere IT, influencer e altre lavoratrici del tech > discriminate o sfruttate sul lavoro. Pregiudizi sessisti dell’intelligenza > artificiale e forme discriminatorie di smart working. Catene di produzione > high-tech intrise di abusi e misoginia, e abissali disparità di genere > nell’accesso alle risorse tecnologiche.” Insomma, ecco descritto – in parole tutt’altro che povere – come è messo il nostro mondo tecnologicamente avanzato sotto il profilo dei diritti civili. Nel libro si dimostra che la violazione degli stessi si lega profondamente al modo in cui è costruito il nostro sistema economico. Come nelle altre industrie della globalizzazione, anche l’industria del tech è basata su discriminazioni sociali e sfruttamento del lavoro. A partire da fatti di cronaca, l’autrice descrive vari piani su cui avviene l’ingiustizia: * quello al di qua dello schermo, in cui la violenza digitale di genere si attua, per citare alcune modalità, attraverso l’odio manifesto sui social, la manipolazione della privacy, la sessualizzazione delle immagini del corpo femminile o la ridicolizzazione dei corpi non binari e queer, il cyberbullismo ai danni di chi è considerato fuori dai canoni estetici e comportamentali convenzionali; * quello dietro lo schermo, in cui si registra un costante sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori gig, cioè coloro che vengono ingaggiati con incarichi flessibili e precari attraverso piattaforme digitali nell’ambito del lavoro on demand o nella gestione di servizi di delivery; * quello delle discriminazioni attuate attraverso una digitalizzazione dei servizi che esclude progressivamente le persone prive di accesso all’educazione informatica, alimentando un vero e proprio fenomeno di ghettizzazione conoscitiva (si pensi alla difficoltà di utilizzo dello SPID); * quello dell’uso degli strumenti di riconoscimento facciale per creare esclusione dei volti non conformi agli stereotipi della whiteness, oppure per attuare forme di repressione e persecuzioni politiche. Questa breve riflessione non ha l’intento di metterci in stato di ansia rispetto all’uso della tecnologia né di favorire atteggiamenti luddisti, quanto di dare visibilità ai lavori di ricerca coraggiosi e validi – sopra citati – che su questo tema conducono con chiarezza a una consapevolezza: quella che, come Giugni scrive nella sua efficace introduzione al testo, > “la lotta per la giustizia di genere nel ventunesimo secolo non può che > passare per due binari paralleli: la denuncia della violenza e dello > sfruttamento attivati dalla tecnologia, e quella delle oscene disuguaglianze > nella sua distribuzione sociale e geografica.” Web 2.0 Dopo Internet – Edizioni Nero Generazione Z – Treccani Il privilegio della whiteness – il manifesto Gig economy: come funziona e vantaggi – Randstad La rete non ci salverà – Lilia Giugni (Google Books) Nives Monda
October 19, 2025
Pressenza
Liber* di dissentire, protestare e costruire. A Padova il meeting di Educare alle differenze
Il prossimo fine settimana a Padova si terrà l’undicesima edizione di Educare alle Differenze, il più grande meeting nazionale dal basso dedicato alla prevenzione delle violenze di genere a scuola. L’evento, per la prima volta in Veneto, si terrà come sempre in una scuola pubblica, nel Liceo Concetto Marchesi. Quest’anno la rete – composta da 15 associazioni fondatrici e da migliaia di insegnanti, attivist* e realtà territoriali – ha scelto un titolo che non è solo uno slogan, ma un posizionamento politico: “Liber* di dissentire”. > Dissentire, oggi, significa molto di più che difendere un progetto educativo: > significa opporsi a una trasformazione autoritaria che sta cambiando nel > profondo la natura della scuola pubblica italiana. Negli ultimi due anni, sotto la direzione di Giuseppe Valditara, il ministero dell’Istruzione e del Merito ha costruito una strategia coerente, fatta di riforme, linee guida, decreti e provvedimenti che insieme disegnano una traiettoria precisa: piegare la scuola al mercato, diffondere la propaganda familista, reprimere e censurare chi dissente. Le logiche del mercato entrano a gamba tesa nella scuola con le Indicazioni Nazionali e con le Linee Guida per l’Educazione civica, che vogliono trasformare le persone studenti in soggettività obbedienti e forza lavoro flessibile; la propaganda dei ProVita e Famiglia entra attraverso strumenti come il DDL sul consenso informato, che assegna a* genitor* un vero e proprio potere di veto su progetti educativi riguardanti affettività, corpi, generi, parità e prevenzione della violenza; la censura e la repressione del dissenso continua sotto gli occhi di tutte e tutti, con docenti sospes* tramite procedimenti disciplinari accelerati, studenti penalizzat* attraverso la riforma del voto in condotta, manganellat* o denunciat* per aver protestato contro le morti in alternanza scuola-lavoro o per aver manifestato solidarietà al popolo palestinese. > Il risultato è una scuola che diffonde paura: paura di sbagliare, di parlare, > di nominare i corpi e le differenze, di portare in classe temi considerati > scomodi. Una paura che produce autocensura tra insegnanti e dirigenti, > spingendo a evitare qualsiasi contenuto che possa essere contestato. Negli ultimi due anni la rete Educare alle Differenze ha raccolto decine di segnalazioni: docenti convocat* dai dirigenti per aver proposto progetti su affettività e parità, sospensioni e contestazioni disciplinari per aver parlato di diritti LGBTQIA+, persino intimidazioni durante le lezioni. Questi episodi non sono eccezioni o “casi isolati”: sono la manifestazione concreta di una volontà politica di ridurre la libertà di insegnamento, delegittimare chi educa e rendere la scuola uno spazio apparentemente neutro, ma in realtà profondamente controllato. In questo modello, l’insegnante “buon*” è quell* che tace, che non prende posizione, che non apre discussioni complesse su corpi, generi, relazioni, violenza, consenso. È in questa cornice che nasce il lungo lavoro sull’autotutela che la Rete porta avanti da più di un anno, e che ha dato vita a “L’educazione sessuo-affettiva non è un gioco. Vademecum di supporto e autotutela per insegnanti e associazioni”, che sarà presentato ufficialmente durante il meeting di Padova, disponibile in cartaceo e gratuitamente online da sabato sera su www.educarealledifferenze.it . Non è un semplice manuale tecnico, ma uno strumento politico e pratico pensato per chi lavora nella scuola e si trova ogni giorno a fare i conti con intimidazioni, sospensioni, pressioni e campagne di discredito. Nasce dall’ascolto di decine di testimonianze di insegnanti e associazioni che hanno visto i propri progetti boicottati o censurati, e dalla necessità di non lasciare nessun* sol* davanti a procedimenti disciplinari o a un clima di paura. * Il Vademecum si articola in tre livelli. Il primo è giuridico e normativo: spiega che la scuola ha già oggi un quadro legislativo che tutela la libertà di insegnamento, riconosce il valore educativo di percorsi dedicati alla prevenzione della violenza e sostiene il lavoro sulle relazioni e sul consenso. Il secondo è pratico e difensivo: offre strategie per affrontare situazioni di attacco, dai reclami dell* genitor* alle convocazioni da parte de* dirigenti, fino ai procedimenti disciplinari accelerati introdotti dal governo. Fornisce esempi di risposte, modulistica, riferimenti sindacali e legali, per dare a ogni insegnante la possibilità di reagire senza sentirsi isolat*. Il terzo livello è collettivo e politico: propone modalità per costruire reti di solidarietà tra docenti, associazioni e territori, perché nessuna difesa individuale può essere sufficiente se non viene accompagnata da una mobilitazione collettiva. > Questo Vademecum non serve solo a proteggersi, ma a rivendicare la legittimità > di parlare di affettività, corpi, parità e prevenzione della violenza a > scuola. È uno strumento per dire che questi percorsi non sono un’aggiunta opzionale, ma parte integrante della missione educativa pubblica. Diffonderlo significa non solo dare strumenti di difesa, ma anche rilanciare una visione politica della scuola, in cui la libertà di insegnamento sia la condizione per una comunità educante viva e plurale. Il titolo scelto per quest’edizione, “Liber* di dissentire”, parla proprio a questa condizione: a chi, ogni giorno, si trova a fare i conti con una scuola che rischia di diventare un luogo di controllo e sorveglianza, e che può essere liberata solo attraverso la pratica collettiva della libertà. Dissentire, oggi, significa non solo rifiutare la paura, ma creare alternative concrete: costruire dal basso progetti educativi che parlino di consenso, corpi, desideri, parità, anche quando le istituzioni cercano di censurarli; e collegare la scuola alle lotte sociali e internazionali, come stanno facendo in questi mesi l* studenti che manifestano per la giustizia climatica e per la Palestina, contro ogni forma di apartheid e colonialismo. di Educare alle Differenze Il meeting di Padova non sarà soltanto un momento di denuncia, ma soprattutto uno spazio di organizzazione e di resistenza: due giorni di laboratori, plenarie, autoformazione e scambio di pratiche, per dimostrare che esiste una comunità educante viva e diffusa in tutto il Paese. Proprio da qui lanceremo anche la mappatura nazionale di Educare alle Differenze, uno strumento che servirà a rendere visibili le tante esperienze di educazione sessuo-affettiva e prevenzione delle violenze che già esistono in Italia, spesso in forma frammentata o invisibile. Non partiamo da zero: ogni giorno, in molte scuole, insegnanti, associazioni e territori portano avanti un lavoro prezioso, che merita di essere riconosciuto, collegato, raccontato. Da Padova parte un messaggio chiaro: l’educazione sessuo-affettiva non si cancella, la libertà di insegnamento non si svende, il futuro della scuola si costruisce insieme, dal basso. L’immagine di copertina è di Giuditta Pellegrini SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Liber* di dissentire, protestare e costruire. A Padova il meeting di Educare alle differenze proviene da DINAMOpress.
September 25, 2025
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