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Radio Africa: Senegal, Burkina Faso, Sudan
Lo spazio redazionale si apre con il ricordo della strage di Addis Abeba, uno dei più efferati crimini del colonialismo italiano, avvenuta tra il 19 e il 21 febbraio 1937, allorché almeno 20.000 persone vennero massacrate dai fascisti e dalla popolazione italiana residente in Etiopia. Iniziative di commemorazione si terranno a Roma, a Torino, a Bologna e in diversi altri luoghi. Senegal: lunedì 9 febbraio Abdoulaye Ba, studente di medicina dell’Università Cheikh Anta Diop di Dakar (UCAD), è morto nel corso di violenti scontri tra studenti e polizia all'interno del campus universitario. Gli studenti delle università senegalesi protestavano contro la mancanza di pagamento delle borse di studio che, per molti, rappresentano l’unica fonte di reddito. A seguito di questi scontri, le autorità senegalesi hanno chiuso la residenza studentesca "fino a nuovo avviso", costringendo gli e le studenti a tornare dalle loro famiglie, spesso lontane, senza indicazioni sul proseguimento delle lezioni. Burkina Faso: il Burkina Faso è stato colpito, nel fine settimana, da una serie di attacchi da parte di presunti jihadisti contro distaccamenti militari nel nord e nell'est del paese. Il bilancio delle vittime ha raggiunto almeno venti morti. Il Burkina Faso, governato dalla giunta del capitano Ibrahim Traoré, è vittima di violenze da parte di gruppi jihadisti legati ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico da oltre un decennio. Mentre la giunta ha promesso un ritorno alla sicurezza entro pochi mesi dalla presa del potere, il Paese rimane intrappolato in una spirale di violenza che ha causato decine di migliaia di vittime tra civili e militari dal 2015 Sudan: l’ Agenzia Reuters ha riferito che l'Etiopia ospita un campo di addestramento segreto per le forze paramilitari sudanesi che combattono l'esercito sudanese da quasi tre anni. Questa rivelazione fa luce sull’ulteriore coinvolgimento di attori esterni nella sanguinosa guerra civile sudanese che ormai divide il paese in due entità separate e coinvolge civili innocenti producendo una crisi umanitaria che sembra senza fine.
February 18, 2026
Radio Onda Rossa
Ubuntu e Panafricanismo – la biblioteca che cambia il mondo
Un incontro sul tema del Panafricanismo e la filosofia Ubuntu si è svolto sabato 17 Gennaio 2026 dalle ore 17 alle 19 nei locali della Biblioteca umanista Ubuntu di Dakar. All’evento organizzato dal Centro di studi, riflessione e azione di Pikine hanno partecipato numerose persone del quartiere i rappresentanti di tre associazioni panafricaniste e alcuni osservatori provenienti da altri Paesi. Parimenti i membri delle aurorita locali sono stati informati e invitati a partecipare. L’incontro si è svolto in un atmosfera amichevole con la presenza di circa 35 partecipanti. Come seguito di questo incontro sono previste in un prossimo futuro attivita in ambito panafricanista nel segno dell’eredità culturale di Cheikh Anta Diop. La Biblioteca Umanista “Ubuntu” è stata inaugurata il 17 ottobre 2025 nel quartiere di Pikine Icotaf, in collaborazione con l’associazione “Énergie per i Diritti Umani Sénégal”. È uno spazio dedicato alla promozione della pace e della nonviolenza attraverso la lettura, il dialogo e la partecipazione attiva della comunità. In un mondo segnato da conflitti, la nonviolenza viene proposta come uno stile di vita da apprendere e praticare. Libri, cultura e attività collettive diventano strumenti di trasformazione capaci di favorire comprensione, rispetto reciproco e coesione sociale. La biblioteca non offre solo prestito di libri, ma promuove il pensiero critico e la consapevolezza sui principi della nonviolenza personale e sociale. Ogni mese il centro propone un calendario di attività aperte a tutti: cineforum, conferenze con esperti, presentazioni di libri, gruppi di lettura e laboratori teatrali. Le iniziative, già apprezzate nel quartiere, coinvolgono giovani e adulti, favorendo espressione creativa, confronto e benessere. Particolare attenzione è rivolta ai giovani, anche attraverso incontri nelle scuole di Pikine con letture animate, laboratori e dibattiti sui temi della cittadinanza attiva e della responsabilità sociale. Aperta alla collaborazione con le associazioni locali, la biblioteca vuole generare un impatto duraturo, offrendo strumenti concreti per gestire i conflitti in modo costruttivo e formare cittadini più consapevoli e responsabili. L’obiettivo è rendere la nonviolenza non solo un ideale, ma una pratica quotidiana. N'diaga Diallo
February 18, 2026
Pressenza
RADIO KALAKUTA 02/02/2026
In questa puntata ripercorriamo la scena dell’hip hop dell’Africa occidentale a cavallo fra gli anni 90 e il 2000 . Playlist NEGRISSIM -QUAND JE SUIS NE’ JE N’ETAIS PAS A POIL FRERE MOKOBE-BEYONCE COULIBALY SOFAA-K-PAK MANGUE’ PEE FROISS-MILLION DJOLOFF-YEURMANDE PBS-L’AFRIQUE ABASS ABASS-AFRICA CHILD APKASS-LA VICTOIRE DES VAINCUS MC SOLAAR-PROSE COMBAT SYNAPS-ZONE GRISE BALOJI-TROPISME START UP AWADI-ENSEMBLE BISSO NA BISSO-L’UNION TIKEN JAH FAKOLY-QUITTE LE POIVOIR
February 8, 2026
Radio Blackout - Info
Criminalizzazione, rotte migratorie e accordi di cooperazione alla frontiera euro-africana occidentale
Nel 2025 il Mediterraneo e le rotte atlantiche verso la Spagna si confermano tra i confini più letali d’Europa. Secondo i dati raccolti dall’organizzazione Caminando Fronteras, tra gennaio e metà dicembre, almeno 3.090 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere il territorio spagnolo via mare. Numeri drammatici, contenuti nel rapporto “Derecho a la Vida 2025” 1, pubblicato il 29 dicembre: tra le vittime si contano 192 donne e 437 bambini. Un bilancio che riaccende l’attenzione sulle politiche migratorie, sulle operazioni di soccorso e sul diritto alla vita lungo una delle rotte più pericolose al mondo. Caminando Fronteras registra un record di oltre 10.000 morti in mare durante il viaggio verso la Spagna nel 2024. In un quadro globale sempre più caratterizzato da deportazioni verso Paesi terzi, incarcerazioni e detenzioni il continuo tentativo di controllo e restringimento alla mobilità delle persone si fa pietra angolare delle pratiche di violenza razziale e coloniale dell’impianto securitario europeo. Le modalità di controllo dei corpi gettano le basi di una struttura oppressiva in grado di poter decidere delle sorti e del futuro delle persone. La visione intrinsecamente islamofobica e razzializzante, che connota gli organi europei, favorisce una totale e deliberata violenza istituzionale in grado di cancellare qualsiasi diritto alla vita, alla cittadinanza e alla mobilità. Tale visione, costruita discorsivamente e materialmente nei confronti delle persone in movimento, produce una divisione binaria tra un corpo sociale interno “noi” ed una minaccia esterna “loro”. Questa narrazione, che favorisce l’esclusione, alimenta un sistema nazionale e transnazionale basato sulla sicurezza, il controllo e la criminalizzazione. In questo contesto i dati pubblicati all’interno del report annuale 2 del collettivo Caminando Fronteras ci vengono in aiuto per svelare nella sua interezza l’architettura di frontiera. Tra il 1° gennaio e il 15 dicembre 2025 le morti causate dall’impianto frontaliero lungo il confine euro-africano occidentale 3 sono state 3090. Di queste 192 sono state donne e 437 bambinɜ e adolescenti. Le imbarcazioni scomparse con innumerevoli persone a bordo arrivano invece a quota 70. Caminando Fronteras è un collettivo nato nel 2002, frutto dell’incontro e della sinergia di vari difensori dei Diritti Umani su diversi territori del confine euro-africano occidentale. Lotta per la tutela dei diritti delle persone migranti e delle loro comunità e per un diritto alla vita, all’informazione, alla giustizia e alla memoria. Le stragi sulla frontiera spagnola sono strettamente collegate all’attivazione tardiva o inesistente delle operazioni di ricerca e soccorso, alla mancanza di coordinamento tra gli Stati coinvolti nell’area e all’omissione del dovere di salvataggio. Il rapporto, nonostante registri una diminuzione nel numero dei tentativi di attraversamento verso la Spagna, dimostra un aumento delle tragedie in mare. Al 15 dicembre 2025 si possono infatti rilevare 303 imbarcazioni andate incontro a una tragedia in mare aperto. I risultati della ricerca di Caminando Fronteras riconducono la causa principale delle morti e delle scomparse all’influenza delle politiche di controllo migratorio sull’impiego delle operazioni SAR 4. Questo fenomeno, ampiamente documentato anche dai report precedenti, risulta essere comune a tutte le rotte migratorie che conducono allo Stato spagnolo. ACCORDI DI ESTERNALIZZAZIONE E CRIMINALIZZAZIONE I numeri riportati dal collettivo spagnolo sono il riflesso di una politica europea che, mediante accordi formali e informali con Paesi terzi o Stati membri, attua pratiche di esternalizzazione e criminalizzazione delle persone in movimento. Il rapporto del 2025 presenta un’interessante mappatura di tutto un ventaglio di accordi di cooperazione transnazionale in materia di controllo e gestione delle frontiere. L’aumento dei finanziamenti a Paesi terzi mira ad estendere la frontiera il più lontano possibile dal territorio europeo. Ciò rivela e cela un tentativo di contenimento e limitazione di ogni singolo spostamento da e verso i diversi territori nazionali. La Mauritania, il Senegal, il Gambia, il Marocco e l’Algeria si ritrovano pertanto interconnessi a dinamiche di cooperazione e criminalizzazione che, seppure con sfumature diverse, condividono la stessa matrice di controllo dei corpi e della mobilità. Che sia un accordo siglato con l’UE, Frontex 5 o il governo spagnolo l’’apparato securitario svela in tutta la sua violenza la struttura dell’impianto politico. UNA COSTELLAZIONE DI SPOSTAMENTI Il report fornisce una panoramica approfondita sulle diverse rotte e pericoli della persona in movimento. I nuovi meccanismi di controllo migratorio, implementati delle politiche mauritane, ad esempio, hanno comportato una significativa diminuzione negli spostamenti lungo la rotta atlantica 6. Sebbene si sia mostrato quest’andamento ciò “non ha determinato uno spostamento dei migranti verso la rotta del Mediterraneo occidentale” 7 Questo perché si tratta di “due circuiti migratori completamente differenti, con profili, traiettorie e dinamiche non intercambiabili e che non possono essere interpretati come una sostituzione l’uno dell’altro” 8. La rotta che parte dalle coste della Mauritania ha comunque continuato a registrare il numero più alto di vittime nel 2025. L’osservatorio di Caminando Fronteras ha documentato un totale di 1319 morti in 27 tragedie, con 17 imbarcazioni scomparse. Sul lato Mediterraneo la rotta algerina, in continuità con gli anni passati, continua ad essere la più pericolosa in termini di mortalità. Nel solo anno del 2025 si contano un totale di 1037 vittime con una percentuale del 70% per quanto riguarda gli incidenti marittimi. Delle 70 imbarcazioni scomparse sul confine euro-africano occidentale 47 sono partite proprio dalle coste dell’Algeria. L’aumento delle attività migratorie fa di quest’ultima la principale rotta di transito verso lo Stato spagnolo. Lo studio di Caminando Fronteras è in grado di fornirci un’analisi dettagliata su una moltitudine di rotte migratorie connotate da diversità nelle scelte e storie di vita. Adottare un approccio di complessità si mostra sempre più necessario per evitare di osservare, mediante uno sguardo semplicistico e/o superficiale, le diverse e più svariate modalità di spostamento. Le rotte lungo il confine euro-africano occidentale sono difatti attraversate da una eterogeneità di individui che si muovono su traiettorie che chiamano in causa più di 30 Paesi differenti. «Ha 16 anni, è mio fratello. Quel giorno avrei dovuto attraversare con lui ma non ho potuto perché c’è stata una retata nel cantiere dove lavoravo come muratore e mi hanno deportato nel deserto. Ci è voluto un po’ prima che riuscissi a tornare e, quando sono rientrato ad Algeri, i miei amici mi dissero che si era imbarcato, ma da allora non avevano più avuto sue notizie. Ho provato a chiamare i telefoni dei suoi amici ma erano spenti e da allora lo sto cercando. Mi hanno detto che la barca è scomparsa, non ha mai raggiunto la Spagna. All’inizio avevo speranza. Dicevano che poteva essere in prigione. Qui, puoi marcire in prigione solo per il fatto di essere un migrante se vieni catturato in mare. Ma ormai ho perso la speranza di trovarlo in Algeria. Non so come dirlo a mia madre, non so come dirle che il suo figlio più piccolo è scomparso» M.B., Mali, fratello di una persona scomparsa 9 SPARIZIONI L’invisibilizzazione delle vittime in mare e l’occultamento delle informazioni da parte delle autorità statali si intersecano ai perenni ostacoli incontrati dalle famiglie delle persone scomparse. Tali ostacoli sono esplicitati nella difficoltà di denuncia dei casi di sparizione, nelle barriere di accesso alle informazioni e nei ritardi di avvio delle operazioni di ricerca. Queste pratiche sistemiche fanno dell’apparato securitario transfrontaliero una struttura tentacolare in grado di controllare ed influenzare le vite delle persone migranti e delle loro famiglie tra passato, presente e futuro. «La mancanza di indagini indipendenti, di trasparenza da parte delle autorità e di responsabilità politica e giuridica consente che le violazioni dei diritti si ripetano senza conseguenze.» 10 Il lutto, sospeso tra temporalità diverse, mantiene le famiglie in una condizione di tensione costante, in un limbo di incertezza causato dall’impossibilità di conoscere il destino dei propri cari. Molo di Ceuta (Caminando Fronteras) «È già da parecchio tempo che stiamo cercando mio cugino, è figlio unico e i suoi genitori non riescono a gestire le procedure amministrative e di ricerca. Abbiamo scoperto da un articolo pubblicato su El Faro de Ceuta che è sepolto nel cimitero musulmano di Ceuta. Quando ho chiamato e fornito i suoi dati, mi hanno detto che potrebbero corrispondere a un corpo sepolto lì e ci hanno dato il numero della tomba, ma ho chiamato la polizia e ho scritto loro ma non mi hanno risposto. Nessuno ti fornisce informazioni chiare sulle procedure. Abbiamo una semplice richiesta: vogliamo sapere dove si trova il corpo di mio cugino e completare tutte le pratiche affinché i suoi resti possano essere riesumati e sepolti nella sua città natale, dove i suoi genitori possano visitare la sua tomba. Wellah kalbena mehrouk 3li (i nostri cuori sono ricolmi di dolore) e non sappiamo cosa fare, è un vero labirinto. Che Allah sia con noi”» A.H., Algeria, cugino di una vittima 11 CONCLUSIONI il report di Caminando Fronteras rappresenta ad oggi un importante strumento in grado di mostrare nelle sue varie sfumature accordi di esternalizzazione, meccanismi di criminalizzazione e pratiche di polizia. Ci fornisce pertanto una visione di insieme sulle pratiche, amministrative e materiali, di eliminazione ed obliterazione con cui le persone in movimento devono confrontarsi. La criminalizzazione della mobilità, la detenzione arbitraria, la violenza istituzionale, la persecuzione delle organizzazioni della società civile, unitesi allo spettro delle deportazioni, si rivelano essere le fondamenta su cui si erge l’intero impianto securitario europeo e di frontiera. Il rapporto va così ad unirsi a strumenti come la guida pratica 12 per orientare le famiglie delle persone scomparse nelle lunghe e burocraticamente tortuose attività di ricerca. La ricostruzione degli eventi legati alle vittime di frontiera e/o scomparse e il sostegno alle famiglie di queste ultime vanno a dar forma ad una serie di azioni volte alla ricerca di giustizia e dignità per le persone inghiottite dalla macchina securitaria. Rendere manifesta la memoria, le testimonianze, le esperienze, così come i numeri delle persone scomparse o decedute, è necessario non solo in quanto condanna di un sistema che criminalizza, detiene e respinge, ma anche per mostrare le diverse esperienze di vita, pratiche di stare al mondo ed esistenza di una collettività tutt’altro che uniforme, troppo spesso narrata in termini desoggetivizzanti e depoliticizzanti. Sperando di poter osservare, finalmente, nella sua interezza e complessità, una vasta gamma di soggettività in grado di auto-organizzarsi e riadattarsi a sistemi sempre più aggiornati di controllo e securitizzazione dello spazio e dei corpi. 1. Il rapporto è disponibile in inglese spagnolo ↩︎ 2. Rapporto “Monitoreo Derecho a la Vida 2025”, Caminando Fronteras (dicembre 2025) ↩︎ 3. La zona chiamata in causa fa riferimento alla regione di confine, comprendente le aree terrestri e marittime situate tra lo Stato spagnolo e la costa africana, che va dalla Guinea all’Algeria ↩︎ 4. SAR è l’acronimo di “search and rescue”. L’area SAR è un’area di mare assegnata ad uno Stato specifico, il quale diventa responsabile del coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio di quella zona. Il fenomeno è definito dalla Convenzione internazionale del 1979 in materia di ricerca e soccorso marittimo. Monitoring the right to life 2024, Caminando Fronteras (2024) ↩︎ 5. Frontex è l’Agenzia europea per la gestione dei confini esterni e coordina le operazioni di controllo e sorveglianza dei confini esterni, marittimi e terrestri. Attualmente è oggetto d’inchiesta da parte del Parlamento europeo oltre che di denunce presso la Corte di giustizia europea per le pratiche di respingimento illegale e violento in frontiera. Sorgoni, B. (2022), Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati, Carocci, Roma, p. 84 ↩︎ 6. La seguente rotta contrassegna tutti quegli spostamenti in uscita verso le isole Canarie. La particolare posizione delle isole Canarie, nell’Oceano Atlantico, le rende un punto cruciale per le rotte migratorie provenienti dall’Africa. Burorrepresión: quando la violenza è anche burocratica. Un rapporto sulla frontiera sud della Spagna, Melting Pot Europa (ottobre 2024) ↩︎ 7. Monitoring the right to life 2025, Caminando Fronteras (2025), p. 15 ↩︎ 8. Ibid. ↩︎ 9. Ivi, p. 28 ↩︎ 10. Ivi, p. 19 ↩︎ 11. Ivi, p. 33 ↩︎ 12. Prodotta e tradotta in diverse lingue da Caminando Fronteras. Consulta la brochure informativa sulle scomparse in frontiera ↩︎
Il contrasto alla violenza di genere nelle periferie di Dakar
In data 10 gennaio 2026, nell’ambito delle attività promosse da Energia per i Diritti Umani, si è tenuto a Malika un incontro virtuale tra Senegal e Pakistan: dall’altra parte dello schermo e in collegamento diretto dal Pakistan il professor Hussain Mohi-ud-Din Qadri, Vicepresidente del Consiglio di amministrazione dell’Università Minhaj di Lahore (MUL), sede della Scuola di Religione e Filosofia fondata dallo stesso prof. Qadri nel 2016. Il professore si era già collegato con il Senegal un anno fa, per instaurare un dialogo con animatrici e animatori del progetto “Voix des femmes – Autonomisation féminine, droits et santé” in relazione ai contenuti del Corano relativi alla condizione femminile e alla loro corretta interpretazione. Stavolta l’incontro si è strutturato come una tavola rotonda composta dal professor Qadri, l’imam Soumaré di Yeumbeul Nord (Dakar) e l’imam Keïta di Malika (Dakar). Presenti anche le animatrici delle campagne di sensibilizzazione di “Voix des femmes” insieme a volontarie e volontari di Energia per i Diritti Umani, per ascoltare la trattazione dei relatori sui temi della violenza domestica ed economica interpretati alla luce di Corano, Sunnah e Hadith. La discussione si è aperta con l’intervento del prof. Qadri, il quale ha trattato il tema della violenza domestica evidenziando come quest’ultima sia condannata dalla religione islamica e considerata inammissibile, a discapito di quelle interpretazioni (distorte) che la vedrebbero come giustificabile in determinate circostanze. La famiglia islamica, basata sull’equilibrio e sulla parità tra marito e moglie, non risulta caratterizzata da un potere unilaterale, bensì da una partnership che consente alla coppia di sostenersi reciprocamente. Molti, infatti, gli aneddoti e i riferimenti alla vita del Profeta citati che rimandano alla cura maritale nei confronti della moglie e al giudizio di valore secondo cui un uomo probo è colui che sa trattare con amorevolezza e rispetto il genere femminile. Anche l’autonomia economica femminile appare valorizzata dai testi sacri del Corano: la donna deve poter lavorare se lo desidera, così come faceva la prima moglie del Profeta Maometto dedicandosi al commercio (con il completo sostegno del marito); numerose, anche in questo caso, le storie citate tratte dai testi sacri relative a donne impegnate in una professione. In ogni caso, il denaro non può costituire un elemento di controllo sulla vita della donna e il marito non può monitorarne le spese; inoltre, sebbene l’uomo debba offrire una dote quanto più possibile generosa per il matrimonio, non per questo egli può vantare qualche potere sulla propria moglie, dal momento che la dote si offre con amore e non per “comprare” la donna e renderla una schiava. Riprova ne è il fatto che le faccende domestiche non sono una prerogativa femminile, anzi, l’uomo secondo l’Islam e tenuto a contribuire alla gestione domestica. Sugli stessi temi sono successivamente intervenuti anche l’imam Soumaré e l’imam Keïta, rispettivamente sul tema della violenza domestica ed economica, aggiungendo alcuni spaccati della società senegalese. Ad esempio è emerso come, ancora oggi, la nascita di un figlio mschio sia accolta con maggiore partecipazione e gioia riseptto a quella di una figlia femmina, retaggio culturale di una società patriarcale del tutto in contrasto con la religione islamica, secondo cui ogni bambino/a che nasce è da considerarsi un dono di Dio, indipendentemente dal sesso di appartenenza. Le opinioni degli Imam su entrambi i temi sono risultate in gran parte coincidenti con quella del professor Qadri, raggiungendo la conclusione per cui molte donne risultano discriminate in nome della religione solo perché questa non viene studiata e, di conseguenza, le donne stesse non conoscono i propri diritti. Su alcuni punti si è registrata invece una distanza interpretativa, colmata comunque da un ascolto reciproco attento e rispettoso delle differenze di vedute. Un esempio particolarmente rilevante in tal senso è rappresentato dal controverso tema della poligamia: secondo il prof. Qadri, essa sarebbe addirittura scoraggiata dal Corano, poiché nelle scritture si dice che, per quanto un uomo possa prendere in moglie fino a quattro donne, si ritiene molto difficile che riesca a farlo garantendo a tutte parità di trattamento. Secondo gli imam, invece, l’interpretazione corretta sarebbe data dalla possibilita per l’uomo di rimanere poligamo fino a trovare la donna che raccoglie in sé tutte le caratteristiche ideali. A seguire, si è aperta una lunga sessione di domande da parte delle animatrici presenti, che hanno toccato svariati temi, dal posizionamento religioso sul tema della pianificazione familiare, al diritto all’eredità per le donne, alle possibili soluzioni per sopperire ad una scarsa educazione religiosa sia nella fascia di popolazione adulta che in quella più giovane. Su quest’ultimo punto è emerso il ruolo fondamentale dei capi religiosi che, facendosi portavoce del dettato religioso e della sua corretta interpretazione, possono fungere da cassa di risonanza per la diffusione di un’educazione religiosa che si faccia vettore di una cultura dei diritti umani e della parità di genere. A questo proposito, i relatori si sono lasciati sull’impegno di promuovere dei momenti di divulgazione comunitaria sul territorio, all’interno delle comunità religiose locali, per parlare nello specifico di diritti di genere e contrasto alle discriminazioni. Il 10 gennaio non si è tenuto solo un seminario, ma un tentativo commovente di trascendere ciò che di più complesso caratterizza la società umana, cioè le differenze di vedute, culturali, di pensiero e geografiche, tutto in nome di una intenzionale opera di umanizzazione interna ed esterna, con la volontà e il proposito di trasmettere ad altri/e le stesse aspirazioni. Dietro questo incontro ci sono centinaia, se non migliaia di persone potenziali beneficiarie di queste comprensioni, dalla comunità religiosa alle persone che le animatrici avranno l’opportunità di sensibilizzare in scuole e case nell’ambito delle campagne di contrasto alla violenza di genere. In conclusione, il significato di questa giornata è tutto qui: lanciare azioni intenzionali può sembrare una minuscola goccia, ma è proprio dalla goccia che nasce l’oceano… E questo restituisce speranza e senso al domani di tutti/e. Federica De Luca
January 12, 2026
Pressenza
A tutti i costi
ESTERNALIZZARE LE FRONTIERE La lotta europea contro la migrazione irregolare si esternalizza adottando accordi internazionali che trasferiscono obblighi e responsabilità ai Paesi di origine o di transito nella gestione dei flussi migratori e nel controllo delle frontiere esterne dell’UE. Per i paesi extra UE, questo significa trovarsi in un perenne gioco di equilibri, destreggiandosi tra interessi di origine nazionale e opportunità di finanziamento, in una questione politica ‘internazionale’ e in una strategia proattiva che mira ad adattare norme e idee straniere alle sensibilità e agli interessi locali. In una democrazia, dove entrano in gioco – su costruzioni multiscalari – la politica dei partiti e le elezioni, attori privati e pubblici possono avvalersi dei ‘mercati’ emergenti, dettando e reinterpretando i loro interessi mentre gli attori esterni vengono coinvolti in quasi tutte le aree tematiche che definiscono la politica migratoria del Paese. PH: Emanuele Bottaro (Saint-Louis, Senegal) IL SENEGAL CONDIVIDE L’INTERESSE DELL’UE A PREVENIRE PARTENZE IRREGOLARI E GIOVANI CHE MUOIONO IN MARE Dal 2015, anno della creazione del Fondo fiduciario di emergenza per l’Africa (EUTF) dal valore di €3,2 miliardi, l’UE ha finanziato il Senegal con oltre 190 milioni di euro a sostegno della gestione delle frontiere. Concentrandosi sugli ‘aiuti’, gli attori politici, burocrati e organizzazioni della società civile hanno consentito l’ulteriore sviluppo organizzativo di ministeri, agenzie e organizzazioni, la promozione di un’ “industria della migrazione” e di una “burocrazia migratoria” nell’Africa occidentale, con i propri interessi nell’ottenere più potere e risorse. Nel luglio 2023, il Senegal presenta la Strategia nazionale decennale per combattere la migrazione irregolare (SNLMI). Punti principali, invece, della seconda fase del programma tra UE e Senegal per combattere l’immigrazione irregolare, la tratta e il traffico di migranti (POC) iniziato il 1° dicembre 2023 e concentratasi sul terrorismo e sulla radicalizzazione estremista – sottolineando la relazione tra migrazione e terrorismo del discorso nazionale ed europeo – è la creazione di una interconnessione della rete di polizia e l’incremento da 12.000 a 25.000 unità militari della Gendarmerie Nationale entro il 2025 1. Nell’agosto del 2024, l’esercito senegalese dichiarava l’arresto di 453 migranti (più della metà senegalesi) “membri di reti di contrabbando” nell’ambito di un’operazione di 12 giorni di pattugliamento lungo la costa. Nonostante gli sforzi (e i precedenti naufragi), il 9 settembre del 2024, una barca partita da Mbour si capovolse a pochi chilometri dalla costa con 150 persone a bordo, di cui almeno 39 morirono. Le ‘discussioni ad alto livello’ che seguirono tra UE e Senegal permisero di definire interessi comuni nei settori della gestione delle frontiere, della prevenzione, del contrabbando e della comunicazione delle informazioni. Il mese successivo, a Dakar, l’UE annunciava un pacchetto da €30 milioni (la maggior parte stipulata entro la fine del 2025) e la consegna di 15 imbarcazioni (entro la metà del 2025) per salvare vite umane 2. Il programma, Flexible Mechanism for Migration and Forced Displacement in Sub-Saharan Africa, diviso in 4 assi, prevedeva, inoltre, ai fini della protezione dei migranti, la costruzione di quattro centri (a Saint Louis, M’bour, il porto di Dakar e l’aeroporto di Dakar) per i migranti soccorsi/intercettati 3 con un’assistenza iniziale di circa 72h. Le persone migranti saranno adeguatamente separate dai trafficanti e dai sospetti trafficanti (audizioni, possibilità di detenzione) 4. In questo passaggio, la Divisione per la lotta al traffico di migranti e alle pratiche connesse (DNLT) – un’unità di polizia specializzata creata, formata e dotata di fondi UE – svolge un ruolo fondamentale. PH: Emanuele Bottaro (Saint-Louis, Senegal) IL SENEGAL È UN IMPORTANTE PAESE DI ORIGINE, TRANSITO E PARTENZA PER I RIFUGIATI PROVENIENTI DA TUTTA L’AFRICA OCCIDENTALE Acque esaurite, habitat marini degradati, redditi bassi, povertà crescente, disoccupazione, stress sociale e peggioramento della salute e del benessere sono le condizioni di vita segnalate nelle comunità locali senegalesi 5. Monitoreo Derecho a la Vida 2025, Caminando Fronteras Le pressioni economiche nell’Africa centrale e dell’Ovest, inasprite dalla pandemia del 2020 e dall’inflazione globale a seguito della guerra Russia Ucraina; la crisi politica del Senegal nel 2023, la limitazione della mobilità attraverso le politiche dell’UE e il lavoro di Frontex in e con Mali, Mauritania, Niger e Senegal; l’intensificarsi dei pattugliamenti marittimi della Spagna e dall’UE, la schiavitù in Libia, hanno reso, tra il 2022 e il 2024, la rotta Atlantica “una delle rotte migratorie irregolari più trafficate verso l’Europa” 6. A causa dell’insufficiente cooperazione in materia di riammissione, poi, nel novembre 2022 furono proposte al Senegal misure restrittive sui visti ai sensi dell’articolo 25a del Codice dei visti 7. In quell’anno, il 30% dei candidati africani fu respinto, rispetto al 17,5% dei candidati globali. Un rapporto del 2024 rilevava che i paesi africani rappresentavano 7 dei primi 10 paesi con i più alti tassi di rifiuto del visto Schengen nel 2022, di cui 6 dell’Africa occidentale 8. A circa 80 chilometri a sud della capitale Dakar, la città costiera di Mbour è una meta tanto ambita dai migranti in partenza per le Isole Canarie.  Qui si ritrovano giovani di fronte alla disoccupazione, uomini, i tradizionali capifamiglia ma anche gruppi vulnerabili, LGBT o donne a rischio di mutilazione genitale che scelgono di migrare come ultima risorsa. Lo fanno su piroghe di legno tradizionalmente utilizzate per la pesca, la più grande delle quali può ospitare più di 100 passeggeri. PH: Emanuele Bottaro (Saint-Louis, Senegal) L’ESTERNALIZZAZIONE SI VERIFICA ANCHE NEI PAESI TERZI CHE CRIMINALIZZANO LA PARTENZA DEI PROPRI CITTADINI E STRANIERI, CHE VI RISIEDANO LEGALMENTE O MENO, ALLO SCOPO DI RECARSI IN EUROPA Alla base c’è una legge anti-contrabbando del 2005 9 per trafficanti di esseri umani, contrabbandieri e falsari di documenti che, in una formulazione vaga e generica, non distinguendo tra organizzatori, migranti e aiutanti, conferisce alla polizia e ai pubblici ministeri un’ampia discrezionalità che si traduce in “campi discorsivi mutevoli all’interno dei quali viene concettualizzato l’esercizio del potere 10“. La legge, che impone fino a 10 anni di carcere, punisce “l’immigrazione clandestina organizzata” ma non definisce cosa voglia dire “organizzare”: atti indiretti come vendere carburante, fornire cibo, non denunciare qualcuno che intende migrare, guidare brevemente le imbarcazioni; pregare per il successo del viaggio; fornire una stanza a un migrante rientrano in atti criminalizzati e procedure di detenzione arbitraria. Grazie al progetto di partenariato del valore di 9 milioni di euro, “la portata della repressione è aumentata”11. Numerose misure dissuasive, retate delle unità mobili a pescatori in mare o persone radunate sulle spiaggia, intercettazioni hanno proceduto ad arresti per limitare le partenze di migranti dalle coste senegalesi confermando l’intervento dell’amministrazione senegalese nella lotta contro l’immigrazione irregolare dettata dall’UE. Un esame della giurisprudenza dei tribunali senegalesi in materia di controversie in diritto dell’immigrazione mostra come la lotta europea passi attraverso l’azione penale, i cui fondamenti logici si sono gradualmente concentrati negli sforzi internazionali di armonizzare le strutture legali nazionali con il diritto internazionale. Attraverso la formazione dell’unità di polizia specializzata DNLT e le nuove tecnologie di sorveglianza, a Mbour, quasi 300 casi giudiziari per contrabbando – analizzati tra il 2006 e il 2024 – sono stati avviati con procedure accelerate – flagrant délit -. La metà delle accuse sono state ritirate, anche se gli imputati possano trascorrere fino a sei mesi in custodia cautelare. Sebbene per i funzionari europei queste iniziative siano essenziali per smantellare le reti del contrabbando, la repressione in Senegal prende di mira principalmente piccoli attori e membri della comunità, persone normali, gli stessi migranti o complici di basso livello piuttosto che grandi pesci nelle reti internazionali di contrabbando 12. L’articolo 12 della legge 2005 stabilisce che i migranti dovrebbero essere esclusi dal procedimento penale solo se non erano consapevoli di commettere un reato. A Saint-Louis, dei senegalesi sono stati condannati per aver preso una piroga o per aver venduto carburante o imbarcazioni o perchè si offrono volontari per guidare imbarcazioni. Altri sono parenti o vicini criminalizzati per atti di solidarietà, come nutrire o dare rifugio a persone che si preparano ad andarsene. I CONFINI NON SOLO LIMITANO LA MOBILITÀ, MA MODELLANO E GENERANO ANCHE TRASFORMAZIONI NEI LUOGHI E NELLE SOCIETÀ A causa della prevalenza dell’industria della pesca in Senegal, i pescatori senegalesi con esperienza di navigazione spesso guidano barche in partenza dal Senegal o dalla Mauritania, spesso ricevendo in cambio il passaggio gratuito. Seguendo numerosi lavori 13 riguardo le udienze giudiziarie negli archivi dell’Alta Corte di M’bour, si evidenzia come la categoria ideale della vittima anziché di agente della migrazione sia marcata in relazione alla precarietà economica e al contesto sociale: le persone migrano perchè alla ricerca di un futuro migliore. Mentre la giurisprudenza ripropone il migrante come vittima passiva, il contrabbandiere come colpevole assoluto e lo Stato come difensore e protettore dei diritti umani, i verbali delle udienze riportano un migrante ‘vittima’ della situazione economica e dell’esclusione razzializzata 14,  ragioni che condizionano in modo imperativo la decisione di partire. Inoltre, tale decisione è da contestualizzare nelle strategie di sostentamento familiari e da essa supportata, in vista di una auto-determinazione economica che può attuarsi attraverso il potenziale emancipatorio della mobilità 15. Sebbene siano essi stessi migranti – senegalesi, gambiani, mauritani – a causa delle discriminazioni e dello sfruttamento delle condizioni di vita e di lavoro – come documentano le migrazioni secondarie ed intere 16– le forze dell’ordine, seguendo una “condotta della condotta” ( Foucault 2007), si riferiscono a loro come “capitani” perseguendoli penalmente. Un aspetto importante dell’esternalizzazione è la difficoltà di stabilire le responsabilità sia degli Stati che dell’UE per le varie violazioni dei diritti umani contro le persone migranti. Mentre l’obiettivo era quello di proteggere i migranti dai trafficanti, il legislatore adotta misure repressive contro chiunque desideri lasciare il Senegal per emigrare irregolarmente verso l’Europa, sfidando l’esclusione razziale dei cittadini africani all’interno del regime di mobilità globale. Intervenendo con politiche restrittive sulle migrazioni intra-africane, molto più importanti delle migrazioni verso l’Europa e in aperto contrasto con gli impegni assunti come membro CEDEAO (i cui protocolli stabiliscono la libertà di circolazione e di soggiorno tra gli Stati membri) il Senegal e la Legge 2005 impongono frontiere rigide all’interno del continente africano che ostacolano il contributo della manodopera migrante alle economie locali, il sostegno finanziario della diaspora dell’Africa occidentale e le attività commerciali che dipendono dal transito dei migranti 17. Nel più ampio apparato che controlla e contiene la mobilità della maggioranza delle popolazioni mondiali, la legge sul contrabbando in SenegaI e le misure adottate in accordo con l’UE conformano un progetto globale di governare la mobilità attraverso la lotta al traffico di migranti 18. 1. L’Agenzia nazionale per gli affari marittimi e la Direzione della pesca sono coinvolte nelle operazioni; sono rafforzate l’attività di intelligence e investigazione; le sezioni regionali della Divisione Nazionale per la Lotta al Traffico di Migranti e alle Pratiche Assimilate, fondata nel gennaio 2018. vedono rafforzata la loro capacità operativa: oltre alla sede centrale nella capitale, l’UE ha finanziato sedi regionali a Rosso, Karang, Tambacounda, Kédougou, Saint Louis, Saly e Ziguinchor ↩︎ 2. Si veda Exporting carceral migration “management”: €30 million from the EU to Senegal for migration control (This article was published in cooperation with Migration-Control.info) – Statewatch (novembre 2025) ↩︎ 3. Tra le misure previste, anche un centro di coordinamento per le operazioni marittime a Dakar, con quattro antenne nelle regioni costiere:. Tuttavia, gli interventi in mare con un “mandato migratorio” (compresa l’intercettazione mortale e pericolosa o respinta), sono di competenza del Ministero delle Forze Armate, con il supporto della Guardia Civil spagnola ↩︎ 4. Rafforzando le capacità del personale interessato, ogni centro disporrà di aree dedicate alle donne, ai minori e ai disabili ↩︎ 5. Vedi The Sea Was Sold: Fisheries Crisis In Senegal Drives Forced Migration To Europe (13/05/2025). La flotta industriale del Senegal e la maggior parte dei pescherecci autorizzati sono controllati da interessi stranieri e la maggior parte delle loro produzioni viene esportata all’estero ↩︎ 6. La “Rotta Atlantica” o “Rotta dell’Africa nordoccidentale” diventa sempre più attiva dal 2020. Nel 2024, un numero record di 46.000 migranti e richiedenti asilo sono arrivati alle Canarie su piccole imbarcazioni, mentre altre 11.300 sono arrivate durante la prima metà del 2025. Decine o centinaia di migliaia di altre persone sono state salvate o intercettate in mare, o impedite di partire, dalle forze mauritane, marocchine, senegalesi e gambiane, supportate da fondi dell’UE e dalle forze spagnole dispiegate in Mauritania e Senegal. Tra il 2020 e il 2024 si stima che tra 4.100 e 23.400 persone abbiano perso la vita in mare ↩︎ 7. Mentre l’UE affronta la migrazione come una minaccia alla sicurezza, il Senegal insegue la necessità di percorsi legali per la migrazione regolare attraverso la liberalizzazione dei visti ↩︎ 8. Henley & Partners, “Countries Facing the Highest Rejection Rates,” 2024 ↩︎ 9. Legge 2005 – 06 del 10 maggio 2005. Art. 4 – L’immigrazione clandestina organizzata via terra, via mare o via aria è punita con la reclusione da 5 a 10 anni e con la multa da 1.000.000 a 5.000.000, indipendentemente dal fatto che il territorio nazionale funga da zona di origine, di transito o di destinazione. Art. 5 – La frode o la falsificazione di visti, documenti o carte di viaggio o di qualsiasi altro documento attestante lo status di residente o cittadino del Senegal o di un paese straniero o che concede lo status di rifugiato, apolide, sfollato o vittima di traffico è punita con le stesse pene previste dall’articolo precedente. Art. 6 – Per i reati previsti dagli articoli 3, commi 1, 4, 5 della presente legge, la sospensione dell’esecuzione della pena non è concessa quando l’autore del reato è una persona che partecipa, in virtù della sua funzione, al rilascio di documenti di viaggio identificativi e di altri certificati di stabilimento o al mantenimento dell’ordine o del controllo delle frontiere. Art. 7 – Il tentativo di commettere i reati previsti dalla presente legge è punito come reato ↩︎ 10. N. Rose, P. Miller, P. Political power beyond the state: Problematics of government.  (2010) ↩︎ 11. L. F. Jegen, Exporting carceral migration “management”: €30 million from the EU to Senegal for migration control (20/11/2025) ↩︎ 12. A. Popoviciu, Senegal’s EU- funded Migration Crackdown puts Innocent People Behind Bars, (20/11/2025) ↩︎ 13. L. F. Jegen, “Protecting” Rights of Smuggled Migrants in the Context of State-Enforced Immobility: Legal Borderwork in Senegal (19 May 2025); Gabriella E. Sanchez, Georgis A. Antonopoulos Irregular migration in the time of counter-smuggling, (2023) ↩︎ 14. M. Agne, L’État face au phénomène de la migration irrégulière vers l’Europe (2022) ↩︎ 15. E. Tendayi , Migration as Decolonization, (2019) ↩︎ 16. L’esternalizzazione dell’UE nel corso degli anni ha incoraggiato e finanziato approcci repressivi al controllo della migrazione in Mauritania, in conflitto con gli obiettivi africani di libera circolazione e contribuendo alle violazioni dei diritti umani contro migranti, richiedenti asilo e rifugiati ↩︎ 17. Nonostante l’obbligo legale del Senegal, cittadini dei paesi membri della CEDEAO, in particolare della Repubblica di Guinea, Mali, Guinea Bissau, Nigeria, Sierra Leone, sono stati perseguiti e puniti per immigrazione irregolare durante il periodo 2008-2014 ↩︎ 18. Lorena Gazzotti, Melissa Mouthaan & Katharina Natter, Embracing complexity in ‘Southern’ migration governance, 2022 ↩︎
Le stragi di Natale: naufragi invisibili nel Mediterraneo e nell’Atlantico
Un altro Natale segnato da morte, disperazione e cinismo sulle rotte migratorie verso l’Europa. Tra il Mediterraneo centrale e l’oceano Atlantico, almeno 128 persone hanno perso la vita negli ultimi giorni, in naufragi avvenuti lontano dagli sguardi, nel silenzio delle autorità impegnate nelle feste natalizie e nell’assenza di operazioni di ricerca e soccorso statali ed europee. Il caso più grave riguarda il Mediterraneo centrale. Secondo Alarm Phone, nella notte tra il 18 e il 19 dicembre una barca con 117 persone a bordo, partita da Zuwara, in Libia, sarebbe affondata. L’allarme è stato lanciato il 20 dicembre, quando l’organizzazione è stata informata della scomparsa dell’imbarcazione e della perdita di contatto con il telefono satellitare. «Temiamo che nella notte del 19 dicembre si sia verificato un altro naufragio», scrive Alarm Phone. «Di fronte al silenzio e all’indifferenza delle autorità, chiediamo risposte. Le famiglie che cercano i loro cari scomparsi hanno diritto alla verità». Secondo le informazioni raccolte, l’unico sopravvissuto sarebbe stato trovato il 21 dicembre da pescatori tunisini, allo stremo delle forze, su una barca di legno. L’uomo avrebbe raccontato che, poche ore dopo la partenza, le condizioni meteo sono peggiorate drasticamente, con venti fino a 40 km orari e mare agitato. Il naufragio sarebbe avvenuto poco dopo. Il sopravvissuto sarebbe stato trasferito in un ospedale in Tunisia, ma Alarm Phone non è ancora riuscita a verificare ufficialmente la sua sorte. Nei giorni successivi, l’organizzazione ha contattato ripetutamente le guardie costiere italiana, libica e tunisina. «Ci è stato detto che non risultano soccorsi o intercettazioni e che le condizioni meteo rendevano “impossibile” uscire in mare», riferisce Alarm Phone. Dal 18 al 21 dicembre, inoltre, nessuna imbarcazione proveniente dalla Libia è arrivata a Lampedusa. Le ONG presenti nell’area non hanno potuto intervenire: la Sea-Watch 5 aveva già lasciato la zona, mentre ResQPeople non si trovava abbastanza a sud. Il 22 dicembre, l’aereo Seabird 3 di Sea-Watch ha effettuato una ricerca aerea senza individuare tracce del naufragio. Nello stesso periodo, un velivolo di Frontex – Osprey 4 – ha sorvolato la zona il 20 dicembre, due volte il 21 dicembre e nuovamente il 22 dicembre. «Cosa ha visto Frontex e perché queste informazioni non sono state rese pubbliche?», chiede Alarm Phone. «Perché non sono state avviate operazioni di ricerca e soccorso proattive una volta che l’imbarcazione è scomparsa?». Anche la società civile tunisina ha tentato di rintracciare il presunto sopravvissuto, senza ottenere risposte dalle istituzioni. «Questo silenzio riflette il restringimento dello spazio civico», denuncia l’organizzazione, ricordando casi precedenti in cui sopravvissuti a naufragi sono stati deportati nel deserto senza nemmeno ricevere cure mediche. Durissimo il commento di Mem.Med – Memoria Mediterranea, che parla di «un Natale mortale nell’ennesima strage nel Mediterraneo centrale». «Il regime di frontiera uccide altre 116 persone nell’ennesimo naufragio del 2025», scrive l’associazione che offre supporto ai familiari per la ricerca delle persone migranti disperse nel Mediterraneo e monitora le pratiche di frontiera. «Nessuna ricerca in atto per recuperare i corpi, nessuna notizia per denunciarne le cause. Pretendiamo risposte, esigiamo verità e giustizia per tutte le persone ancora disperse e per chi è ancora in mare, lontano dalle vostre tavole imbandite di indifferenza». Prima di quest’ultima strage, nel solo 2025, secondo i dati del Missing Migrants Project di OIM, 1.575 persone avevano già perso la vita nel cimitero Mediterraneo. Ma la scia di morte, come spesso avviene, non si ferma al Mediterraneo. Anche sulla rotta atlantica verso le isole Canarie si è consumata un’altra tragedia. Sempre secondo Alarm Phone e fonti dell’agenzia di stampa AFP, almeno 12 persone sono morte dopo il capovolgimento di un’imbarcazione al largo della città senegalese di Mbour. A bordo ci sarebbero state circa 100 persone: 32 o 33 i sopravvissuti, mentre altri secondo l’agenzia sarebbero riusciti a fuggire prima dell’arrivo delle autorità. «Questi naufragi, come tanti altri prima, non sono incidenti», conclude Alarm Phone. «È il risultato di una deliberata mancata assistenza, della violenza razzista alle frontiere e del rifiuto di garantire la libertà di movimento e il diritto alla vita». «Nessuna frontiera. Nessuna morte. Nessun silenzio».
Anche la protezione umanitaria dà diritto al ricongiungimento familiare
Il Tribunale di Catanzaro – Sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea – ribadisce un principio di grande rilievo in materia di diritto all’unità familiare. La controversia era sorta a seguito del preavviso di rigetto emesso dalla Questura di Cosenza in relazione a una domanda di ricongiungimento familiare, motivato dal fatto che il richiedente era titolare di un permesso di soggiorno non rientrante tra quelli espressamente previsti dall’art. 28 del d.lgs. n. 286/1998. Nel corso del procedimento, il ricorrente aveva dimostrato di aver avviato la conversione del proprio titolo di soggiorno in lavoro autonomo, essendo titolare di partita IVA e iscritto alla Camera di Commercio come piccolo imprenditore artigiano. Il Tribunale, accogliendo il ricorso, ha affermato che la normativa in materia di immigrazione, letta in chiave costituzionalmente orientata e alla luce della giurisprudenza nazionale ed europea, non può escludere i titolari di protezione umanitaria dal diritto al ricongiungimento familiare. Richiamando la sentenza della Corte di Cassazione n. 1714/2001 e la più recente giurisprudenza della Suprema Corte (Cass. Sez. Unite n. 24413/2021; Cass. n. 28162/2023), il giudice ha evidenziato come l’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e l’art. 7 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea riconoscano il diritto al rispetto della vita privata e familiare quale principio fondamentale, che non può essere compresso da letture meramente formali della norma. Il Tribunale ha quindi ritenuto il ricorso fondato, riconoscendo il diritto del richiedente al ricongiungimento familiare con la propria coniuge e condannando l’Amministrazione resistente al pagamento delle spese processuali. Tribunale di Catanzaro, sentenza del 9 settembre 2025 Si ringrazia l’Avv. Francesco Durso per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni favorevoli a tutela del diritto all’unità familiare
Radio Africa: Guinea-Bissau, Senegal, Sudafrica, RDCongo
Guinea Bissau: tre giorni dopo le elezioni presidenziali, il capo dello Stato è stato arrestato e uomini in uniforme hanno annunciato la sospensione del processo elettorale e la chiusura delle frontiere. Sono stati arrestati anche i rappresentanti dell'opposizione Domingos Simões Pereira e Fernando Dias. Prima che la Commissione elettorale pubblicasse i risultati ritenuti ufficiali, entrambi i candidati alle elezioni avevano rivendicato la vittoria.  Senegal: di fronte a una situazione economica difficile e a tensioni all'interno della maggioranza, il presidente senegalese Bassirou Diomaye Faye e il suo primo ministro Ousmane Sonko sembrano vicini ad una rottura, mentre il paese attende che le promesse fatte da entrambi prima di salire al potere si concretizzino. Tuttavia, la situazione economica e l'entità senza precedenti del debito, ora stimato al 132% del PIL, stanno riducendo il margine di manovra del governo . Sudafrica: la società civile sudafricana, in particolare le donne, si è mobilitata con lo “sciopero” G20 Women’s Shutdown; l’organizzazione "Women for Change" ha esortato donne, ragazze e persone della comunità LGBTQ+ ad astenersi da tutto il lavoro, retribuito e non retribuito, per  l'intera giornata di venerdì 21 novembre, alla vigilia della due giorni del Forum. L’obiettivo era farsi sentire economicamente, socialmente e simbolicamente. Questa azione si è iscritta nell’ondata di mobilitazioni che sta attraversando il Sudafrica a causa del diffondersi di violenza di genere e femminicidi. RDCongo: nella Repubblica Democratica del Congo, 89 civili sono stati uccisi in una settimana durante gli attacchi dei ribelli delle Forze Democratiche Alleate (ADF) nell'est del paese. La RDC orientale è afflitta da violenze da trent'anni. con una moltitudine di gruppi armati e milizie. Tra gennaio e febbraio, il gruppo antigovernativo M23, sostenuto dal Ruanda, ha conquistato vaste aree di territorio nel Nord e nel Sud Kivu.
November 26, 2025
Radio Onda Rossa
I pastori che fanno rifiorire la terra in Senegal
In Senegal un gruppo di pastori sta sperimentando il “mob grazing”, un’innovativa tecnica pensata per rigenerare pascoli degradati, aumentare la biodiversità e migliorare l’assorbimento dell’acqua in ambienti semi-aridi. Nello specifico si tratta di pascolare gli animali in spazi ristretti invece che in un terreno dispersivo, per brevi periodi, spostandoli poi su nuovi terreni. Un modo per fare respirare il suolo e favorirne la rinascita. Lo riporta il Guardian. L’intervento pilota del “mob grazing” è stato guidato negli ultimi mesi da Ibrahima Ka, capo del villaggio di Thignol. L’obiettivo è quello di rigenerare le praterie degradate dal sovrapascolo e dalla siccità dovuta ai cambiamenti climatici, migliorando la biodiversità e la capacità del suolo di trattenere acqua. Quello dei terreni degradati e aridi è un problema irrisolto nel Paese. Secondo il dottor Tamsir Mbaye, direttore del Pastoralism and Dryland Centre un terzo dei pascoli del Senegal è degradato, con poca erba e rari alberi. Le cause principali sono il sovrapascolo e le piogge irregolari provocate dal cambiamento climatico. Dopo soli 18 mesi, i primi risultati sono incoraggianti: grazie al mob grazing sono tornate specie di erbe e insetti scomparse da decenni. Nonostante questi primi buoni risultati, gli scienziati sono ancora scettici nel considerare questo metodo la soluzione definitiva per rigenerare i pascoli. Si tratta ancora di una sperimentazione e, secondo il Guardian, occorre trovare un equilibrio per evitare di danneggiare il suolo. Se applicato nel modo giusto può diventare un espediente efficace per affrontare la crisi climatica, anche in zone più aride del continente.   Africa Rivista
November 20, 2025
Pressenza