La guerra di Nolan
L’enfasi sul film di Chris Nolan, Odissea, sarà probabilmente studiata da
sociologi della comunicazione oppure, più semplicemente, da chi voglia imparare
a gestire efficacemente un ufficio stampa. La quantità di recensioni (a cui si
aggiunge anche questa, che però ha un fine politico), di commenti, di scontri e
contrapposizioni, infatti, appare del tutto ingiustificata dalla visione del
film. Che è un bel film, con una regia capace, scenari e spazi geografici
davvero belli, attori in gamba, una storia che non ha bisogno di presentazioni e
uno sviluppo che tutto sommato non tradisce nulla del racconto di Omero, ma che
in fondo si presenta come una bella rappresentazione cinematografica.
Eppure c’è stato bisogno di scomodare la cultura woke per la scelta dell’autore
di rappresentare Elena attraverso un’attrice di origine africana o, udite udite,
di offrire la parte al primo personaggio cui gli spettatori si imbattono a un
attore transgender. La stessa Atena è impersonata da Zendaya, attrice
afrodiscendente, ma va detto che queste scelte discusse nulla tolgono alla
visione del film e alla credibilità della storia e dei personaggi. Lo stesso
Nolan ha risposto a questo tipo di critiche affermando di non essere interessato
che al film e al modo in cui è stato girato. La risposta più corretta quando si
tratta di critiche sostanzialmente ideologiche.
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ODISSEA, UNA STRONCATURA
Eileen Jones
C’è poi stata una molto più argomentata e ampia osservazione, quella della
traduttrice dell’Odissea, Elen Wilson, che ha rimproverato al film di non essere
abbastanza fedele a Omero, di essere un po’ superficiale su alcuni aspetti della
storia raccontata – la maga Circe, ad esempio, il talamo di legno con Penelope o
la costruzione del cavallo di Troia – e soprattutto di non aver restituito la
forza e le emozioni che pure Omero ha impresso nel racconto. Wilson torna anche
su una polemica di tipo coloniale accusando Nolan di aver girato parte del film
«nel territorio occupato del Sahara occidentale, normalizzando così la violenza
tuttora in corso contro il popolo indigeno sahrawi». Il regista avrebbe
utilizzato quella terra «semplicemente come sfondo visivamente suggestivo»
ovviamente facendo un torto, evidente, alle ragioni di un popolo ormai quasi
totalmente dimenticato e che pure resta all’interno di contese internazionali
come dimostrerebbe una delle versioni che spiegano la ritorsione del Marocco
contro la Spagna nella città di Ceuta.
Nonostante tutto, però, Wilson, indicata come la critica più appuntita del film,
termina il suo articolo definendo «l’uscita di The Odyssey un evento da
festeggiare». Lei, traduttrice classica, spera infatti nella possibilità di uno
sviluppo delle lettere classiche e del greco antico, scrivendo che forse il film
«convincerà qualche amministratore universitario a non tagliare i dipartimenti
di letteratura, lingue e storia». Nolan, conclude, «sta facendo del proprio
meglio per riportare il grande pubblico alla lettura, e gliene sono grata».
Lo stesso successo del film, la quantità di giovani che fanno la fila per
vederlo, la difficoltà a trovare i biglietti per le visioni in Imax resta un
fenomeno che andrà capito meglio e che non sembra rientrare solo nelle
prerogative di un ottimo ufficio stampa. Le capacità e l’aura ormai guadagnata
da Nolan – ma su questa rivista abbiamo anche pubblicato una recensione
sprezzante di chi non lo ama affatto – unita al racconto fondativo dell’epica
moderna, e quindi il più adatto per celebrare un film di avventura in qualunque
epoca questo sia girato – vedere l’efficacia della scena conclusiva –
probabilmente hanno costituito un mix eccezionale che non aveva avuto in film
analoghi precedenti. Come ad esempio lo scialbo e super-holliwodiano Troy.
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La collezione delle critiche non si esaurirà a breve e al di là della fondatezza
o meno, sembrano però aggirare il nodo centrale del film. Nolan, naturalmente,
propone un «suo» Ulisse, anzi Odisseo, e lo fa con la libertà dell’autore che
non gli può essere impedita. Lo stesso Dante, in fondo, presenta un eroe che
ammonisce l’umanità di non essere fatta «per vivere come bruti, ma per seguir
virtute e conoscenza» giustificando la propria ambizione a esplorare sempre
nuove strade. Il punto è che l’Ulisse che qui ci viene presentato è fortemente
attuale e ruota attorno ai due punti nevralgici del mondo contemporaneo, il
rapporto con i migranti e con la guerra.
C’è una «legge» che ricorre costantemente in tutto il film, «la legge di Zeus»
che richiede di trattare l’ospite, l’estraneo – xenos, in greco, traduce
entrambi i sostantivi – come se fosse il massimo dio, Zeus, e quindi con il
rispetto e l’accoglienza che questo merita. Il contrario della xenofobia.
Odisseo crede profondamente in questa legge che invece nel tempo in cui sta
vivendo e nelle stesse imprese in cui è coinvolto viene sgretolata e
relativizzata in più forme: è avvolta da un’ipocrisia evidente in quel di Itaca
dove Telemaco e Penelope esibiscono un’accoglienza necessitata di fronte
all’arroganza dei Proci i quali, poi, di fronte al mendicante di turno –
inconsapevoli che l’ultimo di loro sarà proprio Odisseo – quella legge la
mettono sotto i piedi.
Ulisse si affida all’accoglienza dovuta quando incontra I Lestrigoni, pensa che
vi obbedirà Polifemo o la maga Circe. Vive come se un patto costitutivo della
sua civiltà sia ancora, e costantemente, vigente, un po’ come una Costituzione
invisibile che regola i rapporti umani. E la difende anche quando gli si pone
contro. Difficile sapere da Nolan, almeno finora, se questa insistenza, fondata
comunque sulla cultura greca, sia stata accentuata per rispondere alle politiche
trumpiane, e occidentali in generale, contro i migranti. Se esistesse la «legge
di Zeus» non c’è dubbio che sia finita in fondo al Mediterraneo negli ultimi
vent’anni o che in questi giorni sia sprofondata nelle acque davanti a Ceuta.
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IL MARTIRE OPPENHEIMER
Eileen Jones
Ma il punto di forza del film, quello per cui rimane un evento positivo che
lascia una traccia emotiva, è la revisione della guerra. In molti hanno
rimproverato a questo Odisseo nolaniano la riproposizione della figura dell’eroe
«tormentato» – come Batman nel Cavaliere oscuro o il suo Oppheinemer – che
rimette in discussione sé stesso e i propri passi. Ma in questo film rimette in
discussione la guerra nei suoi stessi fondamenti. La guerra non può essere più
«la prosecuzione della politica con altri mezzi», ma viene presentata come la
rottura della politica, degli usi e dei costumi. «Violammo tutto ciò che esiste
di più sacro tra gli uomini» dice Odisseo-Matt Damon, «i nostri errori saranno
dimenticati, un’altra volta».
Ulisse torna sul suo capolavoro di astuzia e strategia, il cavallo di Troia, per
cogliere in quell’inganno, soprattutto nell’inganno nei confronti di Sinone, il
tassello che ha rotto un patto di civiltà, che ha violato Troia mettendola a
ferro e fuoco. Nelle immagini di distruzione vede la propria perdizione. E la
trovata geniale di Nolan, forse l’unico picco della sceneggiatura, è la costante
riproposizione, durante tutto il film, della minaccia che starebbe per incombere
– Penelope ne è terrorizzata – proveniente dalle invasioni dei «popoli del
mare», una minaccia contro «la nostra civiltà» e che quando sarà disvelata –
proprio da Penelope, ma non racconteremo come – chiarisce elementarmente cosa
sia in questo film la critica profonda alla guerra e all’occidente. E la tanto
criticata armatura con cui Agamennone appare sempre velato e nascosto, non
rappresenta altro che l’indicibilità, nella raffigurazione, della guerra in
quanto tale, quasi che il «re dei re» che guida la spedizione greca a Troia ne
sia in qualche modo il dio assoluto.
L’Odissea è quindi un film in cui l’eroe si guarda allo specchio e si scopre
contro la guerra, questo è il suo valore. È probabile che rappresenti una
versione eccessivamente arbitraria del racconto di Omero dove invece la guerra
innerva le scelte degli eroi, ma siamo in una civiltà passata. Riproporre oggi
quella storia pedissequamente non sarebbe stato un lavoro artisticamente
efficace, mentre scegliere di riconsiderare criticamente la propria dedizione
allo sterminio, ai massacri, agli inganni e ai trucchi per trucidare un popolo e
«controllare le rotte commerciali», come Odisseo spiega a Penelope, offre anche
un Ulisse empatico ed emotivo, protagonista di un finale sentimentale. Quello
che consente un acuto a un film normale.
*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore
editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al
futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme,
2023).
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