Tag - articoli

Dovremmo lavorare quattro giorni a settimana
Trentacinque anni fa, l’economista del lavoro Juliet Schor, residente a Boston, pubblicò un libro di successo intitolato The Overworked American. In modo quanto mai opportuno, contribuì a confutare la nozione neoliberista allora prevalente secondo cui gli Stati uniti non erano competitivi nell’economia globale perché i lavoratori a ore non si impegnavano tanto quanto le centinaia di milioni di loro colleghi all’estero. Che ci crediate o no, un senatore statunitense multimilionario del Massachusetts di nome John Kerry era un promotore così fervente di questo mito da arrivare a fare prediche ai suoi elettori operai del Massachusetts sulla necessità di lavorare di più e in modo più intelligente. (I membri del nostro sindacato erano tra il pubblico che assisteva a una conferenza sindacale tenutasi in quel periodo). Contrariamente a quanto affermato da Kerry, Schor ha scoperto che la giornata lavorativa di otto ore e la settimana lavorativa di quaranta ore – conquistata negli Stati uniti negli anni Trenta dopo una lotta secolare per la riduzione degli orari di lavoro – nel 1992 fosse ormai un ricordo del passato. Quando fu scritto The Overworked American, gli statunitensi lavoravano in media circa 164 ore in più all’anno rispetto ai primi anni Settanta. Inoltre, trascorrevano più tempo al lavoro rispetto ai lavoratori e alle lavoratrici della maggior parte degli altri paesi industrializzati avanzati. Inoltre, lavoratori e lavoratrici statunitensi non godevano di garanzie federali in materia di permessi retribuiti per malattia, congedo parentale e ferie annuali, situazione che non è cambiata molto da allora (tranne che in alcuni stati a maggioranza democratica, grazie a interventi legislativi statali). Schor ha esortato i datori di lavoro e i responsabili politici statunitensi ad adottare un concetto diverso di produttività, misurato non in base al numero di ore lavorate, ma alla produttività con cui vengono svolte. IMPATTO SULLA PRODUTTIVITÀ Schor ha cercato di contrastare la saggezza convenzionale del mondo aziendale citando studi che dimostrano come orari di lavoro più brevi possano effettivamente aumentare la produttività sia nei lavori manuali che in quelli impiegatizi. Ha osservato che «storicamente, ogni volta che la giornata lavorativa è stata ridotta, prima a 10 ore e poi a 8, la produttività è aumentata» grazie a una minore fatica, un morale più alto e un conseguente ritmo di lavoro più rapido. Chiunque conosca la storia del lavoro negli Stati uniti sa che la riduzione dell’orario di lavoro non è stata il risultato di un’illuminazione o di una benevolenza da parte dei datori di lavoro. Come racconta Schor, quelle riforme sono state il frutto di un movimento operaio, incentrato sulla riduzione della settimana lavorativa e sull’ottenimento di un obbligo di legge che prevedesse il pagamento degli straordinari dopo le quaranta ore. Questo movimento culminò con l’approvazione del Fair Labor Standards Act (Flsa) durante la fase finale del New Deal. La retribuzione per gli straordinari prevista dalla Flsa era pari a una volta e mezza la paga oraria normale. Sfortunatamente, la Flsa non specificava quale fosse la retribuzione per i lavoratori che, su ordine dei datori di lavoro, fossero costretti a continuare a lavorare oltre le otto ore giornaliere, prima del termine della settimana lavorativa di quaranta ore. (In alcuni stati favorevoli ai sindacati, i lavoratori hanno diritto, per legge statale, a una maggiorazione salariale dopo aver lavorato otto ore in un solo giorno, indipendentemente dal totale delle ore lavorate nella settimana). La normativa federale che prevede una retribuzione aggiuntiva dopo le quaranta ore lavorative si applica a coloro che sono correttamente definiti come dipendenti a ore, non a supervisori o lavoratori autonomi. Storicamente, classificazioni come questa favorevoli da parte del Dipartimento del Lavoro statunitense dipendevano dalla presenza di un democratico alla Casa bianca; l’amministrazione Trump si è mossa nella direzione opposta. DECLINO DEL SINDACATO Nell’era postbellica, come osservato in The Overworked American, il costante declino del potere legislativo dei sindacati ha lasciato la maggior parte dei lavoratori e delle lavoratrici statunitensi con una scarsa «cultura di resistenza alle lunghe ore di lavoro o un movimento politico in grado di esercitare pressioni per ulteriori riforme governative». Chi aveva la fortuna di appartenere a sindacati industriali, conservando un certo potere contrattuale, continuavano a ottenere risultati positivi. Ma il campo di battaglia si è ristretto alle contrattazione tra lavoratori e direzione in merito a ferie retribuite, maggiorazioni per gli straordinari e limiti contrattuali sugli straordinari obbligatori. Uno di noi, in qualità di negoziatore sindacale per i Communications Workers of America, ha personalmente sostenuto in passato alcune iniziative di operai di fabbrica del New England per ottenere limiti legalmente vincolanti sugli straordinari obbligatori nel settore manifatturiero. Questa non è una rivendicazione popolare al tavolo delle trattative in quel settore, né in nessun altro che tuteli le «prerogative della direzione» in materia di orari di lavoro. Oggi, gran parte delle controversie tra lavoratori e datori di lavoro, sia nelle trattative contrattuali che nelle assemblee legislative statali, verte sulla tutela dei lavoratori con orari di lavoro «compressi». Nonostante gli orari di dodici ore al giorno che questi comportano, la direzione vuole avere la possibilità di richiedere ore di straordinario aggiuntive per coprire eventuali carenze di personale impreviste. Come hanno sottolineato i sindacati del settore sanitario, ciò comporta ulteriore esaurimento e stress per gli infermieri senza un adeguato riposo tra i turni, e mette a rischio la sicurezza dei pazienti. Nel Vermont, gli infermieri rappresentati dall’American Federation of Teachers hanno cercato all’inizio di quest’anno di convincere la legislatura statale, a maggioranza democratica, a introdurre limiti di legge agli straordinari obbligatori. Attualmente, altri diciotto stati vietano o limitano severamente gli straordinari obbligatori per gli infermieri professionali; nel vicino New Hampshire, la durata massima del turno è di dodici ore, con un minimo di otto ore di riposo tra un turno e l’altro. Anche con i limiti agli straordinari, i turni di dodici ore sono eccessivamente impegnativi, sia mentalmente che fisicamente, per gli infermieri professionali. Inoltre, aumentano il rischio di errori nell’assistenza, soprattutto nelle strutture con carenza di personale, prive dei rapporti minimi infermiere-paziente imposti dalla legge statale o dai contratti sindacali. SOLUZIONI CHE CAMBIANO LA VITA? Nel suo ultimo libro, Four Days a Week: The Life Changing Solution for Reducing Employee Stress, Improving Well-Being, and Working Smarter (HarperCollins, 2025), Schor sembra sorpresa e delusa dal fatto che, «nonostante l’opinione diffusa che gli statunitensi lavorassero troppo, la questione sia caduta nel dimenticatoio» dagli anni Novanta in poi, a causa dell’«ascesa dell’economia neoliberista». Ma tornando sull’argomento quarant’anni dopo, Schor è convinta che il tema del tempo di lavoro sia di nuovo all’ordine del giorno. Ciò è in parte dovuto alla nostra nuova «era dell’intelligenza artificiale in rapida ascesa», in cui milioni di persone iniziano a preoccuparsi della diffusa eliminazione di posti di lavoro, un processo già in atto nel settore tecnologico stesso. In risposta a questo sviluppo, due anni fa la Commissione del Senato per la Salute, l’Istruzione, il Lavoro e le Pensioni ha invitato Schor a testimoniare in merito a un disegno di legge presentato da Bernie Sanders «per ridurre la settimana lavorativa standard da quaranta a trentadue ore». È stata la prima volta che il Senato ha ripreso la questione in esame «dal 1955». Un altro testimone è Shawn Fain, nuovo presidente della United Auto Workers. Ha riferito che la settimana lavorativa di trentadue ore era tra le richieste del suo sindacato nei negoziati con l’industria automobilistica del 2023, che si sono necessariamente concentrati invece sull’annullamento delle concessioni contrattuali fatte in passato dai suoi predecessori corrotti. Realista riguardo ai progressi a Capitol Hill, Sanders ha osservato che, come al solito, stava piantando una bandiera, senza aspettarsi un’azione del Congresso a breve. Il socialista del Vermont ha sfruttato l’udienza per sottolineare il fatto che «i guadagni di produttività degli ultimi decenni sono andati a beneficio di chi si trova al vertice, mentre i salari sono rimasti stagnanti e le ore lavorative sono aumentate». Come riportato nel libro, gran parte delle nuove ricerche e delle recenti consulenze di Schor hanno coinvolto «lavoratori della conoscenza e colletti bianchi», le cui aziende di servizi professionali e tecnologiche non sindacalizzate sono sovrarappresentate tra le imprese che adottano la settimana lavorativa di quattro giorni. L’adesione volontaria di queste aziende a orari di lavoro settimanali più brevi non sempre risolve il problema del ritmo e dell’intensità del lavoro. ESPERIMENTI SUL POSTO DI LAVORO Schor sostiene che questi esperimenti di «riorganizzazione del lavoro» hanno «una forte attenzione… al mantenimento o al miglioramento della produttività». L’aspettativa del management nei confronti dei lavoratori coinvolti è che «riescano a svolgere il lavoro di cinque giorni in quattro», eliminando le «attività che fanno perdere tempo e che hanno scarso valore» (ovvero «lavorando in modo più intelligente»). Va riconosciuto all’autrice di «non essere una fan della giornata lavorativa di dieci ore»: I lavoratori e le lavoratrici hanno lottato a lungo e duramente per ottenere «otto ore di lavoro, otto ore di riposo e otto ore per fare ciò che si desidera». Stare in piedi per dieci ore, davanti a uno schermo o alla guida non è salutare. È vero che molte persone preferiscono una settimana lavorativa più corta perché magari hanno lunghi tragitti per andare al lavoro, responsabilità familiari o semplicemente desiderano un giorno in più per sé. Tuttavia, ciò non garantisce il significativo benessere di cui abbiamo bisogno. Ciononostante, Schor spera che la settimana lavorativa compressa diventi «un orario di transizione verso le trentadue ore, anche se probabilmente solo centinaia, non migliaia, di organizzazioni» adottano orari del genere negli Stati uniti. Tra gli esempi che cita c’è Inglenook, un’azienda vinicola nella Napa Valley californiana di proprietà di «un datore di lavoro umano e attento alla famiglia» di nome Francis Ford Coppola. Anche se al momento dobbiamo dipendere dalla benevolenza di pochi datori di lavoro per ottenere «soluzioni rivoluzionarie» ai problemi di stress e burnout lavorativo, questa è una buona notizia per chiunque, tra i loro dipendenti, veda migliorare il proprio equilibrio tra vita professionale e privata. Tuttavia, come risposta a un problema lavorativo ben più ampio, non ci porterà lontano verso soluzioni a livello sociale. Ciò sarà possibile solo quando e se i sindacati riacquisteranno la portata e l’influenza di un tempo. In assenza di obblighi di legge o di clausole contrattuali sindacali, gli esperimenti più bendisposti (o opportunistici) con orari di lavoro alternativi probabilmente rimarranno limitati a una piccola parte delle aziende e avranno vita breve. *Steve Early è membro dei Dsa da quarantadue anni, attivo nei Communications Workers of America da ancora più tempo. Ha scritto Refinery Town: Big Oil, Big Money, and the Making of an American City. Suzanne Gordon è autrice di numerosi rapporti e libri sull’assistenza sanitaria ai veterani, tra cui Wounds of War. È anche coautrice del libro di prossima pubblicazione per Duke University Press Our Veterans: Winners, Losers, Friends and Enemies on the New Terrain of Veterans Affairs. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Dovremmo lavorare quattro giorni a settimana proviene da Jacobin Italia.
June 22, 2026
Jacobin Italia
I Saw a Dark Cloud Rise
Cosa hanno in comune la comunicazione senza fili e il primo bombardamento aereo della storia? Il lungomare di Tripoli e la Biennale di Venezia? Il deserto, le nuvole e i vermi? Da sempre, Guglielmo Marconi aleggia nell’immaginario collettivo come una figura positiva di pioniere delle moderne tecnologie di comunicazione, ideale tutto italiano di genio, visionario e conquistatore di nuovi mondi. Ciò che resta tuttavia in ombra è la sua controversa partecipazione alla prima fase del colonialismo italiano in Africa. Oggetto di culto già in vita, e quasi santificato dal regime fascista, Marconi ricopre diversi incarichi governativi e inizia la sua carriera militare nella guerra italo-turca (1911-12), sperimentando la comunicazione senza fili: «Rivendico con onore di essere stato in radiotelegrafia il primo fascista, il primo a riconoscere l’utilità di riunire in fasci i raggi elettrici, come Mussolini ha riconosciuto per primo in campo politico la necessità di riunire in fascio le energie sane del paese per la maggiore grandezza d’Italia», dichiara nel 1926. Vengo a conoscenza di questa storia grazie al lavoro dell’artista Alessandra Ferrini che in I Saw a Dark Cloud Rise – un film saggio, un’installazione e, insieme, una mostra – ne individua gli indizi sintomatici, o meglio, quei «segni che hanno l’involontarietà dei sintomi» parafrasando Carlo Ginzburg e, con approccio forense, come nel tentativo di ricostruire una scena del crimine, collaziona le tracce visuali del colonialismo italiano o di quello che Alberto Toscano ha definito Late Fascism (Verso 2023), ovvero quell’intreccio strutturale di capitalismo e colonialismo su base razziale che persiste oltre il fascismo storico.  «Alcuni periodi storici vengono liquidati come transizioni tra eventi più imponenti, trascurati, ignorati o strategicamente dimenticati», afferma Ferrini che, con cura chirurgica, disseziona una storia sistematicamente obliterata e porta alla luce verità scomode anche a distanza di oltre un secolo. Lo fa approfondendo il nesso tra lo sviluppo della tecnologia wireless e il primo bombardamento della storia: non una semplice coincidenza, ma elementi strutturali e complementari di un regime di oppressione e sterminio. Così, la nuvola evocata nel titolo non è mero elemento atmosferico emblematico dell’immaginario moderno delle telecomunicazioni, ma un cumulonembo che richiama il vortice ascendente di cenere e polveri generato dalla detonazione di un ordigno bellico.  LEGGI ANCHE… STORIA IL MUSEO DELL’IMPERO Neelam Srivastava Ferrini compone un assemblage di immagini fisse e in movimento. Fotografie, manifesti, illustrazioni, francobolli e periodici illustrati di inizio Novecento sono montati su una tavola-atlante di warburghiana memoria che enfatizza l’idea di evidenza dell’immagine e il suo ruolo nella costruzione dell’immaginario. La composizione verbo-visiva fa emergere la fitta trama di connessioni tra estetica futurista e tecnologie delle telecomunicazioni, mettendo in luce come l’immaginario tecno-scientifico possa alimentare falsi miti di progresso e servire da pilastro all’ideologia fascista della patria e alla sua bulimia coloniale. Diversi articoli sul sostegno fascista agli «uomini di scienza» salutano Marconi come «primo imperatore dell’Aria» e «beneficatore dell’umanità». Numerose cartoline d’epoca celebrano senza soluzione di continuità l’aviazione italiana, il massacro degli arabi e l’eleganza degli interni futuristi. Fra queste, una in particolare ritrae una giovane donna vestita alla turca con la tipica mezzaluna sul capo (allegoria dell’Impero Ottomano) che porge la mano a una donna più matura, vestita all’antica con un peplo di velluto rosso e una corona di alloro (allegoria dell’Italia). La foggia degli abiti e le colonne romane, o quel che resta di esse, ricordano le «radici antiche» della presenza italica in Libia e, di conseguenza, la legittimità della «riconquista». Le rispettive posizioni e l’evidente differenza anagrafica, invece, suggeriscono l’idea di una minorità culturale della prima rispetto alla seconda, corroborata dalla presenza di un giovane ragazzo che sventola un ramoscello d’ulivo, allegoria della Libia e monito per le future generazioni di popoli africani da sottomettere all’Italia fascista.  Dettaglio della mostra I Saw a Dark Cloud Rise di Alessandra Ferrini, a cura di Bernardo Follini presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, 2025. Fotografia di Sebastiano Pellion di Persano.  Un’immagine in particolare, che riproduce in scala 30:1 una fotografia di gruppo, colpisce la mia attenzione. Bambini e adolescenti arabi posano immersi in un palmeto: un’immagine apparentemente amena se non fosse che la didascalia rivela il contesto di un bombardamento aereo. Accanto, un fotomontaggio mostra un altro gruppo di bambini, questa volta italiani, sulla nave Vittoria, in viaggio verso la conquista della Libia. L’artista non si limita ad accostare le due immagini mettendone in evidenza il doppio standard, ma interviene opacizzando il volto dei bambini arabi, così da frustrare quel desiderio dello sguardo che rischia di rinnovare nell’oggi le inaudite violenze del passato. Un gesto che ricorda i viraggi e le alterazioni ritmiche a cui Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sottopongono, rifotografandole, le pellicole di Luca Comerio – pioniere del cinema noto per aver partecipato come cineoperatore proprio alla guerra italo-turca – o, ancora, i ralenti di Paolo Rosa in RIMINILUX (1993) che alterano il tempo del film ed enfatizzano l’ottusa violenza delle marce e delle parate fasciste.  In maniera analoga, Ferrini rimarca, dell’immagine, quello che ne fa uno strumento di propaganda fascista, la traccia insidiosa di una violenza a lungo interiorizzata e operativa sin nel più banale dei gesti, quello del guardare. Allo stesso tempo, l’artista rifiuta di assecondare l’intrinseca pornografia di certe immagini, quel connubio perverso tra voyeurismo ed esotismo tipico della nostra cultura, prolungamento – per molti naturale, innocuo e persino legittimo – del dominio coloniale. Un implicito j’accuse, radicale e iconoclasta, contro un certo modo di produrre, guardare e far circolare le immagini che anestetizza lo sguardo e normalizza la sopraffazione.  Raccolto in anni di ricerche dentro e fuori gli archivi istituzionali, o su piattaforme di e-commerce, questo corpus di immagini e memorabilia costituisce la base materiale di un processo indiziario che interroga le immagini per contrastare una strana amnesia collettiva. Lo stesso è ripreso nel film saggio dove, attraverso un gioco di carrellate, zoom in e zoom out, il montaggio costruisce il senso affidandosi in buona parte al sound design di Valeria Merlini (aka JD Zazie). Un tappeto sonoro di ronzii e segnali metallici, eco dei primi dispositivi di telecomunicazione aerea, si alterna alle voci artificiali, che suonano come riprodotte da un vecchio registratore: di Marconi, del giovane aviatore Giulio Gavotti e di Filippo Tommaso Marinetti – che proprio a ridosso dell’esperienza in Libia come corrispondente, preso dal furore bellicista, adotta uno stile di scrittura rapido e asintattico, gonfio di ellissi e neologismi. Un invasamento analogo pervade Giulio Gavotti, che nel 1911, con un’azione mirata contro l’accampamento di Ain Zara vicino Tripoli, passa alla storia come il primo aviatore ad aver effettuato un bombardamento aereo, anch’esso salutato come segno di progresso civile e tecnologico.  Se il film mette in rilievo il nesso tra tecnologie della visione e tecniche belliche – «Per gli uomini in guerra, la funzione dell’arma è la funzione dell’occhio», afferma Ferrini citando Paul Virilio – è proprio per sovvertire questa dittatura dell’occhio che l’artista rinuncia a mostrare le immagini nella loro integrità e le trasforma in frammenti lacunosi. Così, mentre le sottrae alle aspettative compromettendone la leggibilità, con il commento in voice over ne interroga gli usi: da strumento di propaganda a prova da occultare, testimonianza di crimini troppo grandi e scomodi per l’Italia post-fascista del boom economico.  Veduta della mostra I Saw a Dark Cloud Rise di Alessandra Ferrini, a cura di Bernardo Follini presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, 2025. Fotografia di Sebastiano Pellion di Persano.  In un sistema di pensiero per cui vedere equivale a conoscere, Ferrini ci invita a riflettere su come le immagini siano capaci di strutturare le categorie fondamentali della mente, rendendo difficile anche solo ipotizzare mondi alternativi a quello esistente. Come sottrarsi a questo circolo vizioso e disarmare un intero arsenale di immagini tossiche? Può un gesto artistico essere allo stesso tempo (di)mostrativo e iconoclasta, nonché generativo di nuovi immaginari? È ponendosi queste domande che Ferrini non si accontenta di fare lo storytelling di un episodio poco noto della storia, ma lo destruttura, usando la propria voce per spezzare il cerchio magico tra immagine e immaginari, lacune storiche e granitiche idee di futuro. Interroga ma si lascia anche interrogare e mettere in crisi, esercita il dubbio metodico e accoglie tutta la complessità che emerge dall’incontro tra micro- e macro-narrazioni, dimensione pubblica e privata.  Così, ad esempio, nella video installazione e performance lecture Unsettling Genealogies (2024) Ferrini si concentra sulle origini fasciste e coloniali della più nota istituzione culturale italiana, la Biennale di Venezia, scovando inaspettate connessioni con la sua storia familiare. I nonni e la prozia dell’artista, infatti, avevano lavorato a servizio di Antonio Maraini, segretario generale della Biennale tra il 1928 e il 1942, più o meno negli stessi anni in cui Giuseppe Volpi rivestiva il ruolo di presidente (1930-43) e promuoveva la 1ª Esposizione Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Figura di spicco del Partito Nazionale Fascista, ministro delle finanze di Mussolini, nonché governatore della Tripolitania, a Volpi è ancora intitolata la coppa assegnata per la migliore interpretazione maschile e femminile, a riprova del fatto che la fondamentale ambiguità ideologica della Biennale non si è dissolta con la fine del fascismo storico. Disturbata da questa inquietante prossimità fra le cronache famigliari e quelle istituzionali, Ferrini entra così in un corpo a corpo con la storia, per fare i conti con la produzione visuale dell’identità culturale e dell’impresa coloniale italiana.  Alessandra Ferrini, Unsettling Genealogies, still, 2024.  Pur usando materiali sorprendentemente affascinanti e rari, dicevamo, Ferrini sfugge alla seduzione dell’immagine e al richiamo dell’esotico, intervenendo proprio là dove la rappresentazione si fa più accattivante e tanto più grande è il male che nasconde, per consegnarla a un regime discorsivo più riflessivo. Così la pubblicazione Like Swarming Maggots. Confronting the Archive of Coloniality across Italy and Libya (Archive books, 2024) raccoglie i contributi di diverse studiose, artiste e practitioners e prende il nome da un’espressione usata da Angelo del Boca in un articolo dal titolo Chi ha paura di Omar?, dove lo storico critica il divieto di distribuzione in Italia del film The Lion of the Desert (1981) di Moustapha Akkad. «Sono fatti accaduti 52 anni fa e che ancora oggi non trovano posto nei libri di scuola. Fatti che ora Akkad ci ripropone con la grande suggestione del technicolor, con l’efficacia del più grande mezzo di comunicazione. Dobbiamo per questo aver paura di un brandello della nostra storia? Dobbiamo tenerlo sepolto nel brulichio dei vermi insieme ad altri episodi della nostra storia coloniale, che è ancora una vicenda per iniziati o specialisti? O non potrebbe essere questa, invece, l’occasione per una chiara presa di coscienza collettiva di un fenomeno, come quello coloniale, che è ancora pieno di zone buie, di miti e di agiografiche visioni? Non potrebbe, questo modesto film di Akkad, fornire il pretesto per avviare quel dibattito storiografico che sinora è mancato?», scrive del Boca in un articolo del 1983 su Il Messaggero. Alessandra Ferrini, Like Swarming Maggots. Confronting the Archive of Coloniality across Italy and Libya, Archive Books 2024. Certo, poteva essere l’inizio di un dibattito e di un processo collettivo di accountability, ma la ricostruzione di The Lion of the Desert è troppo scomoda anche per l’Italia della fine della Prima Repubblica. Il film porta sullo schermo l’ultima fase della cosiddetta «pacificazione» della Libia (1922-1932), in cui l’Italia fascista reprime la resistenza dei Senussi in Cirenaica, ricorrendo ad armi chimiche di distruzione di massa e internando più di 100.000 civili in campi di concentramento che fungeranno da prototipo per quelli nazisti, come ricorda il poeta e scrittore libico-americano Khaled Mattawa. Un vero e proprio genocidio sistematicamente occultato dalle autorità e dai media italiani e strumentalmente riconosciuto solo in occasione della firma del Trattato di amicizia tra Italia e Libia nel 2008, che impegnava la Libia ad adottare misure per contrastare l’immigrazione clandestina e favorire gli investimenti delle aziende italiane, in cambio di 5 miliardi di dollari come compensazione per l’occupazione militare.  LEGGI ANCHE… POLITICA LA RIMOZIONE COLONIALE E IL GOVERNO MELONI Luca Manucci A questa storia Ferrini dedica un altro film saggio esposto nel 2024 alla 60ma Biennale d’Arte di Venezia: Gaddafi in Rome. Anatomy of a Friendship mette in luce come dopo la destituzione e la morte di Gheddafi, l’Italia non abbia rispettato l’accordo di risarcimento mentre il modello necropolitico di sfruttamento che vede nel nostro paese un ponte tra Europa e Africa sia ancora operativo nell’agenda dell’esecutivo Meloni e nella retorica «eurafricana» del Piano Mattei. Qui Ferrini dedica particolare attenzione all’episodio della visita di Gheddafi a Roma nel 2010 quando, scendendo dall’aereo, il dittatore mostra appuntata sul petto a mo’ di spilla una fotografia dell’arresto, nel 1931, del leader della resistenza libica ʿOmar al-Mukhtār, un esplicito gesto di sfida e strumentalizzazione della tragedia coloniale come moneta di scambio.  È proprio in questo scarto di storia coloniale, di cui Del Boca critica l’oblio, che l’artista decide di addentrarsi e fare come i vermi che, nutrendosi di salme e carogne, rendono il suolo di nuovo fertile e trasformano il paesaggio. È così che Ferrini continua a dissodare quel terreno, individuando di volta in volta figure emblematiche da analizzare e restituire all’immaginario con la profondità psicologica del ritratto, il respiro dell’affresco sociale e la cogenza del discorso politico.  Alessandra Ferrini,Gaddafi in Rome: Anatomy of a Friendship, still, 2024. *Annalisa Pellino è ricercatrice post-doc e docente di Cinema Espanso presso l’Università IULM di Milano. Ha pubblicato La voce in transizione. Cinema, arte contemporanea e cultura fonovisuale (Mimesis 2023). L'articolo I Saw a Dark Cloud Rise proviene da Jacobin Italia.
June 20, 2026
Jacobin Italia
Ci voleva un filmone di Spielberg
Bisogna riconoscere che chi ha l’età per ricordare l’emozione di andare a vedere un grande film di Steven Spielberg a giugno prova un pizzico di nostalgia nel vedere Disclosure Day. Si può affermare che, con l’enorme e rivoluzionario successo de Lo squalo, uscito cinquantun anni fa proprio questo mese, Spielberg sia diventato il regista maggiormente responsabile del fenomeno del blockbuster estivo. Dopo il successo strepitoso che ha segnato la sua carriera, Spielberg realizzò un altro film di grande successo, l’epopea fantascientifica Incontri ravvicinati del terzo tipo, nel 1977. Sebbene abbia poi diretto diversi film con alieni che arrivano sulla Terra, come E.T. l’extra-terrestre (1982) e La guerra dei mondi (2005), è Incontri ravvicinati del terzo tipo il precursore evidente di Disclosure Day. Entrambi i film ruotano attorno a comuni cittadini statunitensi che vivono terrificanti incontri con alieni, esperienze che cambiano radicalmente le loro vite, isolandoli dalle famiglie e dalle comunità. Tuttavia, alla fine vengono ricompensati da un contatto spiritualmente trascendente con esseri provenienti dallo spazio. Tra l’altro, questi esseri sono incredibilmente evoluti e, a quanto pare, anche molto gentili una volta che li si conosce. In Disclosure Day, lo specialista di sicurezza informatica e genio della matematica Daniel Kellner (Josh O’Connor) ha rubato un archivio di filmati segreti ai suoi capi della sinistra Wardex Corporation, che ha oscuri legami con il governo degli Stati uniti. È guidata dallo spietato Ceo Noah Scanlon (Colin Firth), che fa accusare Kellner di essere una spia straniera in un momento in cui gli Stati uniti e la Corea del Nord sono sull’orlo della terza guerra mondiale. Kellner progetta di diventare un informatore, rilasciando simultaneamente al mondo intero la documentazione militare statunitense sui contatti tra umani e alieni risalente al famigerato incidente di Roswell del 1947. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO IL MARTIRE OPPENHEIMER Eileen Jones Ma prima deve sfuggire agli «uomini in nero» armati di Scanlon, che gli danno la caccia, e raggiungere il rifugio degli altri informatori della Wardex, guidati da Hugo Wakefield (Colman Domingo). Un fattore complicante è che gli scagnozzi di Scanlon hanno preso in ostaggio la fidanzata di Daniel, Jane (Eve Hewson), e la stanno usando come leva per costringere Kellner a consegnare loro il suo zaino. Il quale contiene gli archivi digitali di filmati di fondamentale importanza, oltre a un misterioso e potente oggetto alieno, il bottino ancora più ambito. C’è una scena iniziale davvero efficace in un’arena durante un incontro di arti marziali miste, che inizia con un’inquadratura soggettiva di un grosso piede che calpesta, presumibilmente, il volto del combattente sconfitto. Qual era la descrizione del fascismo fatta da George Orwell nel suo romanzo 1984? «Se volete un’immagine del futuro, immaginate uno stivale che calpesta un volto umano, per sempre». È senz’altro una notevole coincidenza che l’incontro di Ultimate Fighting Championship organizzato su invito di Donald Trump si sia svolto sul prato della Casa bianca nello stesso fine settimana dell’apertura del Disclosure Day. Lo stadio è gremito di tifosi urlanti che si alzano regolarmente in piedi per incitare l’azione frenetica, e l’unico punto fermo tra il pubblico è Daniel Kellner, con una felpa anonima e uno zaino, che cerca di passare inosservato stando in silenzio, ma che ironicamente finisce per attirare l’attenzione proprio per questo. Questo è un riferimento a una scena allo stesso tempo emozionante e divertente di L’altro uomo (1951) di Alfred Hitchcock, in cui una persona sugli spalti di una partita di tennis diventa un punto focale impossibile da non notare perché la sua testa non si gira ritmicamente avanti e indietro seguendo la palla come il resto della folla. Disclosure Day è pieno di riferimenti cinematografici, spesso rimanda ai primi lavori dello stesso Spielberg. Ad esempio, ripropone una scena del suo grande debutto, Duel (1971), in cui il camion guidato da un sinistro camionista che prende di mira un automobilista alla guida di una berlina rossa (Dennis Weaver) inizia a spingere la sua auto contro un treno in corsa. In Disclosure Day, Spielberg «porta quella scena alla sua piena realizzazione», come la descrive lui stesso, facendo spingere un’auto rossa fino in fondo al treno in corsa. La carrozzeria contorta si incastra sul fianco del treno e viene trascinata lungo i binari, spargendo pezzi di acciaio mentre l’auto si disintegra con Daniel e un altro passeggero che urla mentre si trova ancora all’interno. È la scena più da brivido di Disclosure Day. Non farò spoil sul modo col quale Daniel riesce a sfuggire agli scagnozzi della Wardex durante l’incontro di Mma, ma è solo la prima di una serie di fughe rocambolesche. Disclosure Day, per gran parte dei suoi 145 minuti di durata, è un lungo film d’inseguimento. E a me piacciono molto i film d’inseguimento, quindi mi sono goduto gran parte della pellicola, anche se verso la fine perde un po’ di mordente: quante volte si può assistere a venti sinistri veicoli scuri che sfrecciano verso una nuova location e scaricano scagnozzi aziendali pronti a ostacolare i nostri eroi? Spielberg inventa fughe così inverosimili che è difficile non ridere, come quando Daniel corre lungo una bassa recinzione a doghe aperte dietro una zona brulicante di assassini professionisti altamente addestrati, senza altra copertura se non qualche ramoscello, quindi è completamente visibile, se solo un agente si girasse a guardare. Ma la ventesima scena d’azione è comunque migliore del finale lento, verboso e pieno di spiegazioni, in cui si ha la sensazione che tutta l’aria venga lentamente tolta dal film, lasciandoci con una gomma a terra alla fine. La compagna di Daniel per gran parte del lungo inseguimento è Jane, un’ex suora che «ha perso la sua vocazione ma non la sua fede». Inizialmente, almeno, è fermamente contraria al suo piano di rivelare al mondo la verità sugli alieni. Quali saranno le conseguenze di una simile rivelazione sull’umanità, già sconvolta dall’imminente guerra mondiale? E il panico che scatenerà tra la grande maggioranza della popolazione mondiale, che crede in una gerarchia religiosa tradizionale con Dio al vertice come unico essere supremo? E come può Daniel fidarsi completamente di questa donna, una volta che lei rivela di opporsi in modo fondamentale alla sua missione? Fa un po’ storcere il naso il modo in cui Jane, il mero espediente narrativo, sembra essere stata inserita a forza per catalizzare questo dibattito e fungere da potenziale antagonista. La sceneggiatura presenta alcune grosse debolezze, la più evidente delle quali è il finale deludente. Lo sceneggiatore David Koepp, autore de La guerra dei mondi di Spielberg e di diverse sceneggiature per le saghe di Jurassic Park e Indiana Jones, è tornato a lavorare per Spielberg dopo anni di collaborazione con l’altro famoso regista Steven Soderbergh, in una serie di film di genere a basso budget e generalmente ben accolti (Kimi, Presence, Black Bag). Koepp ha un nome importante, ma è uno sceneggiatore fallibile e discontinuo. Qualcuno ha detto Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo? L’altro personaggio principale di Disclosure Day è Margaret Fairchild (Emily Blunt), un’aspirante giornalista che lavora come «meteorologa» in una stazione televisiva di Kansas City, Missouri. Ha grandi ambizioni: vuole andare oltre l’indossare abiti attillati mentre illustra i fenomeni meteorologici e si esibisce in una simpatica «danza della grandine» per celebrare la sua forma di precipitazione preferita. Vorrebbe diventare una vera reporter televisiva, o almeno, nei suoi continui spostamenti da un posto all’altro, desidera realizzare qualcosa di importante che non le è ancora chiaro. Il suo fidanzato musicista, Jackson (Wyatt Russell, figlio di Goldie Hawn e Kurt Russell), sembra sorridente e solidale, ma trova innumerevoli modi per ostacolare i suoi obiettivi. E questo accade prima che Margaret inizi a sviluppare delle capacità davvero strane. Improvvisamente riesce a parlare fluentemente russo e coreano, e da lì passa a inquietanti doti psichiche, capaci di leggere le espressioni del viso delle persone e di sapere tutto di loro in incontri improvvisati ovunque vada. E poi, durante un servizio meteo in diretta, inizia a parlare in lingue sconosciute, o almeno in una lingua completamente sconosciuta che, con i suoi clic gutturali e gorgoglii, suona decisamente aliena. È solo questione di tempo prima che anche lei si ritrovi in fuga, inseguita da uomini in nero, con un solo nome che le risuona nella mente e che deve assolutamente trovare: Daniel Kellner. In questo film, Emily Blunt interpreta un ruolo molto appariscente, pensato appositamente per esaltarne le doti recitative. È britannica e deve passare da un accento statunitense del Midwest a un russo e un coreano fluenti, da una credibile presentatrice meteo ad un’aspirante e non ridicola conduttrice di telegiornale, fino a diventare una supereroina con poteri psichici. E se la cava egregiamente – non in modo brillante, ma bene – e ci si ritrova a fare il tifo per lei. Davvero affascinante, Emily Blunt. Ma la performance più notevole è quella pacata, delicata e sensibile di Josh O’Connor, nei panni di un giovane piuttosto smarrito che scopre insospettate risorse interiori mentre rischia la vita per opporsi ad alcuni dei peggiori criminali al potere negli Stati uniti. Non so come faccia: O’Connor passa da un film all’altro con discrezione, regalando una grande interpretazione naturalistica dopo l’altra. Qui deve cimentarsi in lunghe e imbarazzanti inquadrature di stupore che Spielberg ha reso un marchio di fabbrica in tutti i suoi film successivi a E.T. Odio quelle dannate inquadrature. Ad alcuni piace vedere la bocca spalancata mentre la colonna sonora di John Williams alza il volume con una musica celestiale e assordante, ma per me queste scene sono sempre state emblematiche di quella parte dell’eredità di Spielberg che è più difficile da sopportare. E il povero Colman Domingo, un attore sempre eccellente, è costretto a snocciolare dialoghi esplicativi per far funzionare il tutto. Questo cast lavora sodo ed è molto abile, quindi può permettersi parecchio. Ma in realtà è un film di Spielberg piacevolmente corposo, ricco di azione e perfetto per l’inizio dell’estate, e ne abbiamo proprio bisogno in questo momento. Spielberg ha quasi ottant’anni e non è più il regista di punta di un tempo. Ma d’altronde, non lo è stato per gran parte della sua carriera. Ha raggiunto l’apice all’inizio, alla fine degli anni Settanta, e non l’ha più eguagliato. Ha realizzato film buoni e solidi dopo Duel, Lo squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo, ma allineandosi alle sensibilità sempre più discutibili degli anni Ottanta in poi, ha perso il suo smalto degli anni Settanta. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO DISTOPIE E UTOPIE DI PLURIBUS  Giuliano Santoro Un buon esempio di questa perdita è un’osservazione fatta da Spielberg in un’intervista che ripercorre la sua carriera. Dice che se avesse girato Incontri ravvicinati del terzo tipo più tardi nella vita, dopo essersi sistemato con moglie e figli, non avrebbe mai fatto abbandonare la famiglia al personaggio interpretato da Richard Dreyfuss, il lavoratore dell’Indiana Roy Neary, per andare alla fine con degli esseri extraterrestri, per quanto superiori fossero. Il che mi fa ringraziare il cielo che sia stato il giovane Steven a realizzare Incontri ravvicinati del terzo tipo. È l’essenza di quel film: il modo in cui Roy non riesce a superare il sublime incontro iniziale con gli alieni per riprendere una vita ordinaria nel Midwest statunitense, e il modo in cui la sua famiglia e la sua comunità, convenzionali e chiuse di mente, lo emarginano. Roy, in realtà, non abbandona la sua famiglia. Guidati dalla moglie Ronnie, sempre più insofferente – interpretata da Teri Garr in una delle sue grandi e intense performance – lo abbandonano , sfrecciando via dal vialetto di casa con la station wagon di famiglia, sollevando una nuvola di polvere e detriti. Ma ciò dimostra perfettamente quello che è accaduto a Spielberg nel corso degli anni. Il giovane regista più determinato degli anni Settanta, incoraggiato dal turbolento contesto sociopolitico della sua epoca e dall’alto livello di film intensi, crudi e realistici per adulti che venivano prodotti intorno a lui, è diventato progressivamente più levigato, sdolcinato e meno audace. Eppure, Spielberg possedeva fin dall’inizio una tale abilità registica che gran parte di essa è sopravvissuta al suo cambiamento di sensibilità, che lo ha portato ad andare alla deriva attraverso le svolte e i declini sempre più degradanti della cultura. Ecco perché scene tecnicamente sensazionali, interpretazioni memorabili, una gestione inventiva della messa in scena, meraviglie di azione avvincente esaltate da un montaggio superbo e da un sonoro ispirato, sono parte integrante dei film di Spielberg tanto quanto il sentimentalismo più puro, gli atteggiamenti infantili e la superficiale filosofia pop. Ormai sono tutti elementi inscindibili. Ma che importa? Spielberg è pur sempre Spielberg, un’influenza enorme sulla vita cinematografica negli Stati uniti, nel bene e nel male. Non vivrà per sempre, quindi tanto vale andare a vedere Disclosure Day finché è ancora nelle sale. *Eileen Jones è critica cinematografica per JacobinMag, dove è uscito questo articolo, conduce il podcast Filmsuck e ha scritto Filmsuck, Usa. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Ci voleva un filmone di Spielberg proviene da Jacobin Italia.
June 19, 2026
Jacobin Italia
Decontribuzione? No grazie!
Nel panorama dei numerosi sgravi fiscali e contributivi, concessi alle aziende da un governo dopo l’altro, troviamo Decontribuzione Sud, misura inizialmente concessa a partire dal 2021 ma, come spesso succede in Italia, poi prorogata all’infinito. Non è stato semplice perché c’era anche da convincere l’Unione europea che la misura rispettasse la normativa sugli aiuti di Stato, ma l’Ue ha detto che va tutto bene. Si tratta di un incentivo destinato ai datori di lavoro privati operanti nelle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, circa un terzo della popolazione italiana), con l’obiettivo di contenere gli effetti della pandemia e tutelare i livelli occupazionali in aree con situazioni di disagio socioeconomico. Alle aziende è riconosciuta un’agevolazione che partiva dal 30% della contribuzione previdenziale a suo carico e si riduceva negli anni a seguire. Questo per le imprese con meno di 250 dipendenti, per le altre è previsto un diverso esonero contributivo. Secondo la relazione tecnica che accompagnava il provvedimento, la misura avrebbe riguardato circa tre milioni di lavoratori.  Decontribuzione Sud è solo l’ultima di una serie di provvedimenti del genere, da quelli all’assunzione a tempo indeterminato di under 35 (la Legge 205/2017) al Bonus Sud (la decontribuzione totale introdotta con la Legge di Bilancio 2019 per l’assunzione di disoccupati nelle regioni meridionali), ma si possono trovare sgravi contributivi per il Sud già dagli anni Settanta. È importante osservare che tutti i governi ne hanno fatto uso. La misura di cui stiamo parlando la introdusse il governo Conte, ma è stata prorogata da Draghi e da Meloni. Non solo i governi, ma anche i sindacati sono spesso favorevoli. In particolare la Cisl ha spinto perché Decontribuzione Sud rimanesse in pista con la motivazione che cancellare la misura avrebbe rappresentato un duro colpo per le aree del Sud. Questo, anche se era già emerso che buona parte dei nuovi di contratti di lavoro riguardava rapporti già attivati prima dell’introduzione dell’incentivo e che la misura è stata applicata a pioggia: quasi il 40% dei posti di lavoro nel Mezzogiorno ne ha beneficiato. Il tutto con costi elevati e impatto nullo sull’occupazione . Di recente, economisti della Banca d’Italia hanno pubblicato una ricerca  che analizza l’effetto della misura e che evidenzia come la riduzione del costo del lavoro abbia incrementato le vendite e i profitti delle imprese, ma senza effetti sull’occupazione o sui salari; inoltre, l’aumento dei profitti si è tradotto nella crescita della liquidità delle aziende piuttosto che in maggiori investimenti. Queste conclusioni, che confermano le analisi svolte in precedenza, non dovrebbero sorprendere. Infatti, gli sgravi fiscali e contributivi non aumentano i salari complessivi e dunque la domanda aggregata, semplicemente riducono le risorse a disposizione del fisco e dell’Inps. Secondo i loro proponenti servirebbero ad aumentare l’occupazione, ma non aumentando il mercato interno, perché le aziende dovrebbero assumere nuovi lavoratori? L’idea è che tenendo bassi i salari e quindi i costi aziendali, si esporterà di più. Questo però funzionerebbe solo se il costo del lavoro fosse una componente cospicua dei costi di produzione, tanto da recuperare i minori investimenti delle aziende italiane, e se il commercio mondiale stesse aumentando rapidamente, cosa che non succede più. Nell’epoca delle guerre commerciali il modello di sviluppo basato sulle esportazioni è particolarmente sbagliato.  I propugnatori della misura fanno però osservare che l’occupazione è aumentata. Ora, sicuramente negli ultimi anni c’è stato un aumento complessivo dell’occupazione. Se usiamo i dati Inps, vediamo che se nel 2014 i lavoratori che pagavano i contributi erano 24,7 milioni, nel 2024 erano diventati 27 milioni. Tuttavia, questo dipende principalmente dal fatto che i lavoratori non vanno più in pensione. Infatti, prendendo i dati disaggregati per fascia di età, osserviamo quanto segue: Variazione 2014-2024 (dati in migliaia)fino a 34 anni783da 35 a 54 anni-1.119da 55 a 64 anni2.08565 e oltre580 Fonte: Inps, Rapporto annuale 2025  Come si vede, l’aumento dipende dall’allungamento dell’età lavorativa. In particolare, gli over 65 che lavorano sono raddoppiati. Questi dati sono un’ulteriore conferma dell’inutilità della defiscalizzazione, che dovrebbe servire per i giovani. Insomma, come da ultimo confermato dallo studio della Banca d’Italia, la decontribuzione serve solo a sostituire lavoratori a cui si pagano contributi con lavoratori a cui se ne pagano meno o non si pagano affatto.  L’effetto complessivo sui conti dell’Inps è rilevante. Nel 2024 gli sgravi hanno raggiunto i 33,65 miliardi, con un aumento del 34% rispetto all’anno precedente. A essi vanno aggiunte le «sottocontribuzioni» (cioè le riduzioni delle aliquote contributive per alcune particolari categorie di lavoratori o territori) che nel 2024 superano i 7 miliardi.  Fonte: Inps, Rapporto annuale 2025  Se consideriamo che l’ammontare dei contributi sociali per il 2024 raggiunge circa 263 miliardi di euro, si tratta di un fenomeno decisamente rilevante. Aggiungiamo che i contributi ristagnano anche perché i posti di lavoro ben pagati calano, mentre aumentano nei settori ricettività-turismo-intrattenimento o cura personale che hanno salari alquanto miseri. Infine, ristagnano anche perché i salari reali sono calati. Sempre usando i dati Inps, vediamo che dal 2019 al 2024, l’aumento dei prezzi è stato del 17,4%, quello dei salari dell’8,3%. La stessa Inps commenta così: «Per le retribuzioni contrattuali si evidenzia dunque un vistoso disallineamento con l’inflazione che si approfondisce soprattutto nel 2022, quando l’inflazione sale di oltre 8 punti mentre le retribuzioni contrattuali di poco più di 1 punto» (Inps). LEGGI ANCHE… ECONOMIA IL BLUFF DELLA TASSA SUGLI EXTRAPROFITTI Marco Bertorello QUALE ALTERNATIVA? Da anni i sindacati e il centrosinistra concepiscono la defiscalizzazione/decontribuzione come unica soluzione ai bassi salari e all’alta disoccupazione. «Riduciamo il cuneo fiscale!» è il mantra. Si tratta di una strada sbagliata come certificato da più fonti. La decontribuzione non aumenta gli occupati e schiaccia le entrate dello Stato e dell’Inps, riducendo dunque le risorse per pagare pensioni e servizi pubblici, in cambio di qualche soldo in più a carico della fiscalità generale. In pratica, sono soldi che i lavoratori prestano a sé stessi. Non sono veri aumenti salariali, dato che produrranno una minore pensione e meno servizi in futuro. Non è questa la strada. Bisogna aumentare i salari realmente, ossia prendendo i soldi dai profitti delle imprese. In base ai dati forniti dall’Inps, solo per tornare ai salari reali di prima del Covid, bisognerebbe aumentarli del 10%. Per risalire alla quota che i salari avevano sul reddito nazionale prima degli anni Novanta bisognerebbe aumentarli di almeno un altro 10%. I profitti record degli ultimi anni hanno ingrassato i conti in banca e i portafogli finanziari dei super-ricchi ma non hanno prodotto investimenti e innovazione. Lavoro povero chiama lavoro povero e l’Italia si avvita verso un modello di economia arretrata in cui si compete pagando sempre meno la forza lavoro. Considerare una misura «di sinistra» far dipendere la crescita dei salari e dell’occupazione dalla decontribuzione è lo specchio dello stato desolante della sinistra italiana di oggi. *Luca Lombardi ha un dottorato di ricerca in economia. Lavora da oltre 25 anni nel settore bancario ed è un esperto di stabilità finanziaria ed economia internazionale. L'articolo Decontribuzione? No grazie! proviene da Jacobin Italia.
June 18, 2026
Jacobin Italia
Il blocco boliviano
La Bolivia è al limite. Da oltre quaranta giorni, le città di La Paz e El Alto, insieme alle regioni di Oruro, Potosí e Cochabamba, sono strangolate da blocchi stradali che impediscono il passaggio di cibo, merci e persone. I manifestanti chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz. I blocchi stradali rappresentano una colossale dimostrazione di forza da parte dei lavoratori e delle popolazioni indigene contro un governo di destra impopolare. Tuttavia, le mobilitazioni sono tutt’altro che unitarie e questi attriti rischiano di creare un preoccupante vuoto di potere e di esacerbare un clima politico ed economico già pericolosamente instabile. Nel frattempo, il governo sta ricorrendo a tattiche sempre più repressive nel tentativo di contenere un conflitto che sta rapidamente sfuggendo al suo controllo. Novanta persone sono state arrestate e molte altre ferite negli scontri. Secondo alcune fonti, i leader sindacali sarebbero stati rapiti per strada e alcuni di loro imprigionati. In una dichiarazione pubblica, la confederazione sindacale Central Obrera Boliviana (Cob) ha denunciato il governo per aver avviato una «caccia all’uomo» contro i suoi vertici. In tutto il paese si sono verificati arresti arbitrari di leader sindacali, in particolare di coloro che sono legati all’evismo (dall’ex presidente Evo Morales). Ad esempio, Yesenia Vargas, ex leader della Federazione Carrasco nella regione tropicale di Cochabamba, è stata incarcerata questa settimana. Vargas faceva parte della delegazione che si è recata a El Alto per chiedere le dimissioni del presidente Paz. Poco più di una settimana fa, nelle prime ore di domenica, il parlamento boliviano, dominato dalla destra, ha approvato una legge che consentirebbe al presidente Rodrigo Paz di dichiarare lo stato di emergenza. È fondamentale sottolineare che Paz gode anche del fermo sostegno del governo statunitense, con il Segretario di Stato Marco Rubio che ha promesso assistenza al presidente in difficoltà. La scorsa settimana, la cittadina di San Julián, nella provincia di Santa Cruz, sede di gruppi contadini noti come Interculturales, è stata teatro di una violenta «liberazione» in cui il gruppo paramilitare di estrema destra Unione Giovanile di Santa Cruz, in collaborazione con la polizia, ha fatto irruzione in città e, secondo quanto riferito, ha usato munizioni vere contro i manifestanti. Ciononostante, i movimenti sociali hanno dichiarato che non faranno marcia indietro né negozieranno con il governo. DIETRO I BLOCCHI I settori che coordinano la maggior parte dei blocchi stradali sugli altipiani contro Paz sono quelli che lo hanno votato alle elezioni dello scorso anno. Il popolo aymara era in passato un pilastro essenziale della base del Movimento per il Socialismo, che Paz ha corteggiato con promesse pragmatiche di un «capitalismo per tutti», rivolgendosi a una classe di aymara benestanti del settore commerciale: una logica nota come qamirismo, che deriva dalla parola aymara qamiri, usata per descrivere una persona ricca. Una volta insediatosi, Paz ha abbandonato le promesse di proseguire i programmi sociali del Mas, e la sua principale base di sostegno si è spostata verso gli interessi economici revanscisti di Santa Cruz, un settore che non ha nemmeno votato per lui, bensì per l’estremista di destra Jorge Tuto Quiroga. Roberto Pacosillo Hilari, veterano della politica aymara e figura chiave dei blocchi stradali, ha dichiarato a Jacobin che Paz è l’ultimo di una lunga serie di politici boliviani che estorcono ricchezze al popolo senza dare nulla in cambio. «Non ci si può fidare di quest’uomo. È un bugiardo. In aymara diremmo ‘sallqa’ , che significa persona che mente, un ciarlatano. Per questo vogliamo che si dimetta». La capitolazione di Paz agli interessi economici e delle élite di destra è vista dai manifestanti come un ritorno a un passato in cui i popoli indigeni venivano sistematicamente esclusi dal potere e i loro voti sfruttati per servire gli interessi delle élite che detengono il potere. Con l’intensificarsi del conflitto con lo Stato, i boliviani sono tornati a fluire sulle barricate per esercitare pressione. «Il blocco – ha dichiarato a Jacobin l’antropologo boliviano Pedro Pachaguaya – è una tecnologia politica ancestrale che trasforma il controllo territoriale in potere negoziale». LEGGI ANCHE… AMERICA LATINA BOLIVIA TRA GOLPISMO E DEMOCRAZIA Alfredo Serrano Mancilla - Nicola Tanno Questi blocchi sono il risultato di processi sociali collettivi. «Chi blocca non è il contadino arretrato che assedia la città moderna, bensì un cittadino complesso che attiva il proprio senso di appartenenza alla comunità quando l’assemblea lo decide», aggiunge Pachaguaya. Un altro elemento chiave della protesta riguarda la crisi strutturale dell’economia e il problema di lunga data della benzina di scarsa qualità. Il gasolio di bassa qualità sta danneggiando gravemente i motori dei minibus del trasporto pubblico e il risarcimento promesso agli autisti per i costi sostenuti non è ancora arrivato. Di conseguenza, il settore dei trasporti è in sciopero a intermittenza da mesi. Gli autisti hanno fatto la fila per cinque giorni con i loro veicoli per fare rifornimento a El Alto e La Paz. Paz non è riuscito a garantire un approvvigionamento affidabile di carburante, un problema iniziato nel 2023 sotto il governo del Mas di Luis Arce. In assenza di riserve valutarie a causa del crollo delle esportazioni di idrocarburi, la Bolivia non può importare carburante in quantità sufficienti. Nonostante i prestiti e gli aiuti finanziari ottenuti dalle istituzioni internazionali, l’economia è in caduta libera e i più poveri ne stanno pagando il prezzo più alto. IL VOLTO CONSERVATORE All’inizio di quest’anno, ad aprile, avvolto in un tradizionale poncho rosso, Paz ha tenuto un discorso appassionato ad Achacachi, il cuore storico dei movimenti contadini aymara che lo avevano votato in massa alle elezioni dell’anno precedente. Inizialmente attratti dalla sua promessa di «capitalismo per tutti» e dall’immagine di uomo del popolo del suo vicepresidente, Edman Lara, gli abitanti di Achacachi e altre comunità contadine e indigene di tutta la Bolivia sono ora profondamente insoddisfatti della capitolazione immediata di Paz agli interessi della destra, delle imprese e della vecchia élite. Il malcontento è iniziato con il tentativo di Paz di emanare il Decreto 5503 nel gennaio di quest’anno, prima che massicce proteste lo costringessero bruscamente a cambiare rotta. Poi, a maggio, ha cercato di far approvare la Legge 1720, che avrebbe accentuato la mercificazione dei piccoli appezzamenti di terreno, a vantaggio dell’agroindustria a scapito dei piccoli agricoltori. Movimenti contadini e indigeni delle regioni amazzoniche di Pando e Beni hanno marciato a piedi per un mese fino a La Paz per chiedere l’abrogazione della legge. Alla fine hanno avuto successo, poiché il parlamento ha votato per abbandonare il decreto. Ma era troppo tardi; i movimenti degli altipiani, così come i settori dei coltivatori di coca del Chapare, si sono mobilitati formando blocchi stradali e chiedendo niente meno che le dimissioni di Paz. LEGGI ANCHE… AMERICA LATINA COSA È SUCCESSO NELLA BOLIVIA DI MORALES Enrico Padoan Nel tentativo di screditare la mobilitazione, molti media filogovernativi hanno dipinto i manifestanti come burattini dell’ex presidente Evo Morales, diffondendo la narrazione secondo cui Evo starebbe orchestrando i blocchi con l’obiettivo di impadronirsi del potere. In realtà, le proteste sono solo un elemento di una vasta e articolata mobilitazione multisettoriale, e non vi sono molte indicazioni che Evo goda di un ampio sostegno al di fuori della sua base elettorale. Il leader della Cob, Mario Argollo, ad esempio, si è affrettato a prendere le distanze da Morales. «Non c’è alcun finanziamento esterno nelle nostre mobilitazioni – ha affermato in un’intervista – Chiediamo a Evo Morales di non approfittare della nostra lotta». Argollo ha affermato che le mobilitazioni sono guidate dalla base. «La gente non crede più nel governo; c’è molta sfiducia – ha detto – Non si può avere un dialogo in questa situazione. Ma la decisione spetterà alla base. Finora chiediamo solo le dimissioni, ma ci incontriamo costantemente e la situazione verrà valutata». È anche vero, però, che i blocchi non godono di un sostegno universale all’interno delle comunità e che profonde divisioni permeano i movimenti. Non tutti coloro che partecipano ai blocchi condividono gli stessi principi ideologici o interessi di classe. Ad esempio, alcuni settori della confederazione sindacale contadina, la Csutcb, avrebbero condannato i blocchi. Scontri sono scoppiati per le strade di El Alto tra i manifestanti e i loro oppositori. Si tratta di divisioni parallele, per cui i movimenti si dividono in molteplici fazioni sovrapposte, compromettendo, sin dagli ultimi anni di governo del Mas, l’unità dei movimenti indigeni e operai. Naturalmente, è innegabile il doloroso impatto dei prolungati blocchi. Gli ospedali hanno avvertito di non poter eseguire interventi chirurgici urgenti per mancanza di ossigeno. Alcune fonti riportano decessi dovuti all’impossibilità di accedere alle cure mediche di emergenza. Benzina e carne sono praticamente introvabili a La Paz. Un piccolo broccolo viene venduto nei supermercati della capitale a 6 dollari e, in assenza di pollo o manzo, vengono importati in aereo contenitori refrigerati di pollo dalle città vicine. Gli aeroporti restano aperti, ma a El Alto molti sono stati costretti a camminare per chilometri con le valigie al seguito per aggirare i blocchi. I governi di destra di Perù e Cile hanno inviato rifornimenti a sostegno del governo per alleviare la pressione dei blocchi. L’economista Javier Gómez sottolinea che i blocchi corrispondono a «una nuova cartografia del potere» che riflette i profondi cambiamenti territoriali ed economici degli ultimi due decenni, tra cui l’espansione delle economie informali, l’ascesa dell’estrattivismo e la crescente penetrazione del capitale illecito nella società boliviana. Questa settimana a La Paz si è tenuto un grande cabildo (assemblea pubblica) da parte di ceti medi e urbani scontenti che chiedono un maggiore ricorso alla forza da parte dello Stato per sbloccare le strade. Tuttavia, Paz sarà cauto nell’utilizzare la forza militare per reprimere i blocchi, consapevole del rischio di un’escalation del conflitto e di violazioni dei diritti umani. Con pochi alleati, la sua presa sul potere è debole. Poiché i blocchi non accennano a diminuire, si profilano interrogativi spinosi. I movimenti chiedono le dimissioni di Paz e Lara, ma non c’è una figura evidente che possa sostituire Paz né un’entità elettorale chiara attorno alla quale mobilitarsi, sebbene gli evistas stiano cercando un’opportunità per riportare Morales alle elezioni. Alle elezioni dello scorso anno, il Mas è stato annientato come forza politica e non c’è praticamente alcuna presenza progressista o di sinistra in parlamento. Si profila un pericoloso vuoto politico. La mobilitazione odierna testimonia il rifiuto dei lavoratori e delle masse indigene boliviane di essere trattati come pedine politiche, strumentalizzati durante le elezioni e poi ignorati. Ma la fragilità dell’ecosistema politico boliviano è preoccupante, soprattutto nell’era post-Mas, in cui i movimenti sociali chiedono che lo Stato rappresenti i loro interessi, ma si sono dimostrati incapaci di riaffermare una presa tangibile sul potere statale. In questa mobilitazione ci sono pochi vincitori e la Bolivia si trova ad affrontare un futuro cupo e incerto. *Olivia Arigho-Stiles è una ricercatrice post-dottorato specializzata in movimenti indigeni boliviani e politiche ambientali presso l’Università di Manchester, nel Regno Unito. Vive e lavora a La Paz, in Bolivia. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Il blocco boliviano proviene da Jacobin Italia.
June 18, 2026
Jacobin Italia
Tara, la zona di sacrificio insorge
Ne abbiamo davvero bisogno? Sorge spontanea la domanda sulla costruzione del più grande dissalatore civile d’Italia. Acquedotto Pugliese, presentando al pubblico il progetto, lo definisce portatore di una «visione strategica», un’opera ultratecnologica necessaria per affrontare la siccità che sta colpendo la Puglia e il Meridione d’Italia.  La Puglia è ufficialmente in emergenza climatica, così si evince dal Piano di emergenza emanato dalla Giunta regionale. La siccità non è però una novità. Fin dagli albori delle ricerche sul collasso climatico, il deficit idrico è uno dei primi segnali di un pianeta sempre più sofferente. Mi riferisco già al First Assessment Report dell’Ipcc nel 1990, così come in Italia ai Bollettini sulla siccità pubblicati annualmente dall’Ispra dal 1989. I trend con riguardo sia all’aumento dei fenomeni di siccità in Italia, sia alla spaccatura della penisola su questo, sono noti ormai da tempo. Sicilia, Sardegna, Puglia, Calabria, Basilicata e Campania erano definite e sono tuttora le aree di maggior rischio.  La macchina amministrativa, si sa, ha tempi biblici per operare e con lei anche tutta la politica. Trentacinque anni però sono abbastanza lunghi per parlare di intenzionalità in ciò che il Sud Italia sta affrontando oggi. Che la parte più in basso dello stivale sia la più povera è risaputo, un po’ meno il come lo sia diventata, basti vedere la connessione con la distribuzione ineguale dei fondi tra le diverse regioni, basata sul sistema della spesa storica che ha privilegiato le regioni più ricche accrescendone il patrimonio, ampliando in modo esponenziale il divario tra Nord e Sud. Non avendo avuto, perciò, la possibilità di agire per prevenzione, causa le mancanze economiche appena citate, si interviene per emergenze, a danno fatto, spesso senza il tempo necessario per progettare risoluzioni adeguate. La crisi dell’acqua in Puglia è allarmante. Gli invasi sono vuoti e il fabbisogno idrico aumenta anche a causa della turistificazione estiva. I primi a risentirne sono stati gli agricoltori, diminuendo i livelli di approvvigionamento per le colture; poi sono arrivate le case e Acquedotto Pugliese ha fatto una campagna di sensibilizzazione per inserire le autoclavi nelle abitazioni private, poiché nei piani più alti la pressione era talmente bassa da non arrivare. Oggi, la campagna di sensibilizzazione si è evoluta verso l’inserimento di serbatoi di riserva in modo da garantire l’acqua anche nei cali di pressione delle condotte.  Con l’acqua non si scherza: l’acqua è vita e senza di essa c’è morte. L’ultimo dato disponibile sulla perdita idrica di distribuzione è del 2020 e risulta del 43,6%, più alta della media nazionale. Da allora la Puglia si è data da fare, tra sostituzioni di tubature rotte e ammodernamenti dei sistemi. Tutto questo però non basta e le prospettive future sono di cercare nuove fonti, tra queste addirittura c’è l’idea di costruire una condotta sottomarina per la fornitura idrica che parte dall’Albania per arrivare in Puglia. Nonché di utilizzare il fiume più storico di Taranto, quello dal quale la stessa città prende il suo nome: il fiume Tara.  LEGGI ANCHE… I SUD SI ORGANIZZANO Paolo Perri - Simone Guglielmelli Questa scelta è critica per svariati motivi. Il più importante è sicuramente la zona di sacrificio dichiarata nel 2022 da un considerevole report delle Nazioni unite che comprende l’intera città di Taranto e i Comuni limitrofi colpiti dall’impatto industriale del siderurgico. In aggiunta, c’è il portato storico-socio-culturale di quel luogo: Taras, figlio di Poseidone, approda sulle sponde del fiume, fondando così l’antica e gloriosa città della Magna Grecia. Questo stesso fiume, oggi, è luogo di venerazione cristiana oltre a essere popolare e frequentato dalle famiglie dei quartieri periferici nelle belle giornate. Qui, immergersi nelle acque del Tara diventa un rito settimanale irrinunciabile: il luogo più prossimo e accessibile liberamente per staccare dalla vita di tutti i giorni. Inoltre, l’ecosistema del Tara è molto fragile e le acque sono già prelevate per uso agricolo e industriale. Aggiungere un altro prelievo, anche minimo, metterebbe a rischio tutto il microclima del territorio, aggravando la crisi idrica e ambientale. Per non parlare delle condotte che attraverseranno le campagne limitrofe per chilometri, una volta abbattuti agrumeti e espiantati ulivi secolari; interventi, purtroppo, già in corso. Prima la più grande acciaieria d’Europa, poi il più grande dissalatore civile d’Italia. E Taranto rimane una città svuotata, depauperata e sfruttata, ricordata solo quando serve a far crescere il Pil nazionale attraverso il ricatto occupazionale e, oggi, per calmierare la crisi idrica attraverso un nuovo ricatto, quello dell’acqua. LA LOTTA CONTRO IL DISSALATORE È LOTTA DI CLASSE  Già in precedenza su questa stessa rivista si è parlato della questione idrica nel Meridione come una malagestione delle amministrazioni delle risorse, e di come l’utilizzo delle tecnologie più all’avanguardia sia inefficace e controproducente se non accompagnato da un mutamento della società attuale. La stessa che mette gli uni contro gli altri attraverso il conflitto tra lavoro, salute e ambiente, mettendo le persone spalle al muro. Approfittarsi di territori periferici e popolazioni povere, già sature dalle loro precedenti lotte, è un comportamento non solo scorretto, ma complice. Complice di quel meccanismo che continua a perpetrare profitti sul sangue e le vite delle persone. Mentre la propaganda istituzionale punta sulla grandiosità tecnologica dell’opera, tace sul reale impatto occupazionale, sociale e ambientale. A fronte di 129 milioni di euro investiti, il più grande dissalatore d’Italia promette solo cantieri temporanei e una gestione futura quasi interamente automatizzata. Per Taranto, già ferita dalle promesse mancate della grande industria a cui si aggiungono quelle della raffineria Eni, del parco eolico e della discarica, il dissalatore non è fonte di lavoro, ma solo l’ennesima infrastruttura estrattiva che drena acqua e fondi pubblici senza restituire stabilità sociale e ambientale.  LEGGI ANCHE… AMBIENTE QUELLO SULL’EX ILVA È UN «ACCORDO DI CONDANNA» Alessandro Esposito - Michael Tortorella - Virginia Rondinelli Questo è quanto denunciato dalla Rete di difesa del fiume Tara, il movimento tarantino che sta contrastando la costruzione del mega impianto attraverso sensibilizzazione pubblica e gli strumenti giuridici. In particolare la Regione Puglia prosegue nel progetto anche in contrasto con pareri negativi da parte di Ministero della Cultura e Soprintendenza, emersi nella conferenza dei servizi conclusa il 10 gennaio 2025. Questi due organi hanno detto che il fiume Tara è parte del paesaggio e l’opera è incompatibile con esso e l’ambiente della zona, così come ribadito dall’Agenzia Regionale per la Prevenzione e la Protezione dell’ambiente, dall’Azienda Sanitaria Locale di Taranto, da Wwf e Legambiente. La Regione Puglia ha invece deciso di continuare indisturbata la realizzazione di quest’infrastruttura controversa, non solo in deroga ma ancor più senza ascoltare il parere delle persone abitanti del luogo. È, infatti, questa una delle più importanti rivendicazioni della Rete di difesa del fiume: la partecipazione alle decisioni che riguardano il proprio territorio.  In più, il Tar di Bari, chiamato a decidere dopo l’impugnazione del Provvedimento Autorizzativo Unico Regionale che dà avvio ai lavori, il 14 maggio ha emesso un’ordinanza nella quale ha respinto le richieste di misure cautelari- Dunque, i lavori, iniziati persino prima che venisse pubblicato lo stesso Paur, continueranno in attesa della sentenza di merito. Le motivazioni, vertendo sulla necessità di acqua per la stagione estiva, sono fallaci in quanto è prevista la fine dei lavori entro febbraio 2027, ma Acquedotto Pugliese è già reduce da importanti rinvii. Ci chiediamo se allora la risposta futura alla crisi idrica e più in generale alla crisi climatica sia un green estractivism che di verde ha solo la facciata, perpetrando quella slow violence nei luoghi più marginalizzati di cui Rob Nixon parla con molta enfasi. È troppo tardi per essere pessimisti, come da titolo del libro di Daniel Tanuro, è forse l’imperativo più urgente che mai. Ciò che realmente servirebbe nell’immediato è un cambio di paradigma che metta al centro le persone e l’ambiente in un rapporto simbiotico, abbattendo il sistema attuale fondato su sfruttamento di risorse ambientali e umane. Il sistema capitalista non è infatti semplicemente un sistema economico: è una macchina che richiede crescita infinita e dunque un consumo crescente di risorse. Finché questa logica rimane intatta, le risorse non basteranno mai. Se la prospettiva non è quella di cercare altri mondi abitabili nel largo della galassia, allora forse è necessaria un’attenzione diversa per la nostra Terra. *Tina Esposito è attivista ecologista e meridionalista in Fridays For Future Bari, Movimento per la Decrescita Felice e spazi locali, studia Giurisprudenza a Bari, svolge diversi lavori non specializzati, precari e spesso mal retribuiti. L'articolo Tara, la zona di sacrificio insorge proviene da Jacobin Italia.
June 17, 2026
Jacobin Italia
L’Albania non è in vendita
Forse non è un caso che i murales di Chico Mendes si trovino proprio lì, sulle pareti dell’ex fabbrica di Soda tra Valona e il paesino di Zvërnec, vicino alla laguna di Narta. Mendes, sindacalista e ambientalista brasiliano assassinato nel 1988 dagli interessi economici che stavano divorando l’Amazzonia, sosteneva che «l’ambientalismo senza lotta di classe è soltanto giardinaggio». A pochi metri da quel murale si trova anche il volto di Lekë Gjiknuri, autore del primo articolo sulla tutela dell’ambiente nella Costituzione albanese. Nemmeno questo è un caso. Perché ciò che sta accadendo oggi tra Narta, Zvërnec e Valona non riguarda soltanto una laguna, una foresta costiera o una colonia di fenicotteri. Riguarda il potere, il territorio e il modello di sviluppo che ha dominato l’Albania negli ultimi quindici anni. I media vicini al governo hanno cercato inizialmente di minimizzare la mobilitazione, riducendola a una protesta locale o a una questione ambientalista. In realtà, i fenicotteri sono soltanto il simbolo più visibile di un malcontento molto più profondo. La vera domanda che emerge dalle piazze è semplice: chi decide il futuro dell’Albania e nell’interesse di chi? VALONA NON È UNA CITTÀ QUALSIASI PER L’ALBANIA Che questa protesta sia nata proprio a Valona non sorprende. Valona è il luogo in cui venne proclamata l’indipendenza dell’Albania nel 1912, nel 1920 guidò l’insurrezione contro l’occupazione italiana e nel 1997 divenne l’epicentro della rivolta popolare che seguì il collasso degli schemi finanziari piramidali. Nella storia albanese, Valona compare spesso quando l’ordine esistente entra in crisi.  L’insurrezione del 1920 conserva ancora oggi un valore simbolico straordinario. A quella lotta parteciparono contadini, lavoratori, patrioti e volontari provenienti da tutto il paese. Ma quella vicenda ebbe anche una dimensione internazionalista spesso dimenticata. Il 25 e 26 giugno 1920, ad Ancona, bersaglieri, ferrovieri, anarchici e lavoratori si ribellarono contro l’invio di truppe italiane in Albania. Al grido di «Via da Valona!» costruirono barricate e bloccarono i convogli militari destinati a sostenere l’occupazione coloniale italiana. Come raccontano Marco Rossi e Luigi Balsamini nel volume I ribelli dell’Adriatico, quella straordinaria solidarietà tra lavoratori italiani e insorti albanesi contribuì direttamente alla fine della guerra e al ritiro delle truppe italiane. A Valona la difesa del territorio fa parte della memoria collettiva. Oggi quella memoria riemerge in forme nuove. LEGGI ANCHE… ALBANIA LA RIVOLTA DEI FENICOTTERI Richard Braude - Valentina Bonizzi IL MODELLO RAMA Per comprendere la protesta bisogna guardare oltre Valona e la sua laguna di Narta e Zvërnec. Negli ultimi anni l’Albania è stata presentata come una storia di successo. Crescita economica, boom turistico, digitalizzazione, investimenti stranieri, nuovi aeroporti, torri, resort e grattacieli. Dietro questa narrazione esiste però una realtà più complessa. L’economia albanese continua a dipendere in misura crescente dall’edilizia, dalla rendita immobiliare e dal turismo. Intere porzioni della costa vengono trasformate in destinazioni esclusive. Gli spazi pubblici si restringono. Le comunità locali vengono progressivamente marginalizzate. Le giovani generazioni continuano a emigrare. L’Albania perde ogni anno decine di migliaia di persone, mentre il governo continua a presentare il turismo come la principale risposta alle fragilità strutturali del paese. Nel frattempo Tirana è diventata una delle città più inaccessibili d’Europa per l’acquisto di una casa in rapporto ai redditi. La capitale albanese figura infatti tra le città europee in cui acquistare un appartamento è più difficile per un residente medio. Economisti, giornalisti investigativi e organizzazioni internazionali segnalano la presenza di enormi flussi finanziari opachi nel settore edilizio albanese. Il riciclaggio di capitali provenienti dall’economia criminale viene indicato come uno dei fattori che contribuiscono a gonfiare il mercato immobiliare e a scollegarlo completamente dalla capacità economica reale della popolazione. La cornice macroeconomica è ormai basata su questo ingranaggio, e se questo si ferma, l’economia del paese si fossilizza. Così l’Albania cresce, ma la maggioranza degli albanesi non è invitata a beneficiarne.  DA TIRANA A GAZA: LA GEOGRAFIA DEL POTERE La protesta albanese nasce in un momento in cui il governo Rama appare sempre più inserito nelle grandi reti del potere economico e geopolitico contemporaneo. Spesso l’Albania viene presentata come una sorta di frontiera vergine del capitalismo europeo: una terra ancora relativamente poco costosa, con una legislazione flessibile, senza sindacati e con istituzioni deboli, un patrimonio naturale straordinario e una popolazione sempre meno numerosa a causa dell’emigrazione. Una combinazione ideale per attrarre grandi capitali alla ricerca di nuove aree di valorizzazione. In questo contesto si inserisce la figura di Jared Kushner e i progetti che coinvolgono l’isola di Sazan e la costa meridionale albanese, espressione di una precisa idea del territorio: non più spazio vissuto da comunità, ma asset finanziario da inserire nei circuiti globali della rendita. Dietro l’operazione troviamo una struttura nebulosa composta da società registrate all’estero, veicoli finanziari con sede nei Paesi Bassi e una rete di interessi che collega capitali provenienti da paesi arabi, investitori israeliani e soggetti economici che operano lontano dagli occhi dell’opinione pubblica albanese. Le decisioni vengono prese altrove, le comunità locali scoprono il proprio destino a giochi fatti. Narta e Zvërnec diventano così il punto d’incontro tra la periferia balcanica e i grandi flussi del capitale globale a seguito della decisione di Kushner di ritirarsi da un altro mega progetto a Belgrado. La mobilitazione per i fenicotteri mette di fronte due visioni opposte del territorio e dello sviluppo. Da un lato residenti, pescatori, giovani costretti a emigrare e cittadini che rivendicano la tutela della natura quale bene comune da preservare e tramandare. Dall’altro fondi d’investimento, oligarchi regionali e globali, intermediari finanziari, società offshore e grandi gruppi immobiliari che guardano alla costa albanese come a una delle ultime frontiere del Mediterraneo, misurandone il valore in ettari edificabili, opportunità speculative e rendimenti futuri. In questo passaggio la questione ambientale assume inevitabilmente una dimensione politica. Ma il quadro va oltre il real estate. Negli ultimi anni Tirana ha intensificato in modo significativo la cooperazione con Israele nei settori della tecnologia, della sicurezza e della difesa, trasformandosi progressivamente in uno dei partner più affidabili dello Stato ebraico nei Balcani. Il caso più emblematico (quasi un derivato degli accordi di Abramo) è probabilmente quello di Smart Albania, mastodontico progetto di sorveglianza digitale che vede coinvolta l’emiratina Presigh AI nata nel 2021 da una joint venture tra la società israeliana Rafael Advanced Defense Systems controllata dallo Stato israeliano, e il gruppo tecnologico emiratino Group 42.  Ma non si tratta di un caso isolato. Dopo il memorandum d’intesa firmato nel 2023, la cooperazione tra Albania e Israele ha conosciuto una crescita senza precedenti attraverso gli accordi con Elbit Systems per l’acquisto di dispositivi militari, la realizzazione di un impianto per l’assemblaggio di droni e sistemi d’artiglieria Made in Albania, la riapertura dell’Academia dell’aviazione a Valona, l’apertura di un data centre sino al primo Albania-Israeli Cyber Summit tenutosi a maggio 2026 a Tirana che ha visto la partecipazione di circa quaranta aziende israeliane operanti nei settori della sicurezza informatica, protezione delle infrastrutture critiche e sorveglianza digitale. Un evento passato quasi inosservato, ma che fotografa con chiarezza la direzione strategica intrapresa dal governo Rama orientata a rafforzare i propri rapporti politici, economici e militari con Israele mentre Gaza viene rasa al suolo sotto gli occhi del mondo.  Questa è una scelta di campo che riflette un preciso posizionamento politico dell’attuale classe dirigente albanese: stare accanto ai centri del potere globale, indipendentemente dal costo umano, sociale o morale. Lo stesso schema emerge nel rapporto privilegiato costruito con il governo Meloni attraverso l’accordo sui migranti. L’accordo, oltre a trasformare il territorio albanese in uno strumento di esternalizzazione delle frontiere europee, dimostra la cultura politica di una parte delle élite albanesi contemporanee secondo le quali il riconoscimento internazionale passa attraverso la subordinazione ai centri di potere occidentali. In questo senso, la relazione privilegiata costruita da Rama con Meloni evoca pagine storiche che l’Albania non ha mai realmente elaborato fino in fondo: quelle dei governi collaborazionisti insediati pre e durante l’occupazione fascista italiana. Colpisce pertanto l’attitudine a promuovere una narrazione dei rapporti italo-albanesi che enfatizza la vicinanza, la modernizzazione e l’integrazione, rimuovendo completamente il carattere coloniale dell’occupazione italiana e trasformando una storia di dominazione e resistenza in una rassicurante storia di amicizia e complementarità. LEGGI ANCHE… POLITICA PER UN COSMOPOLITISMO DI SINISTRA Meagan Day - Lea Ypi UN SISTEMA SENZA CREDIBILITÀ La forza della mobilitazione deriva anche dalla crisi dell’intero sistema politico. L’opposizione guidata da Sali Berisha non rappresenta un’alternativa credibile. Per gran parte della società albanese, il problema non è semplicemente chi governa, ma l’intera architettura politica costruita durante la transizione post-comunista. Dopo oltre trent’anni, molti dei protagonisti sono ancora gli stessi. Cambiano le alleanze, cambiano le sigle, ma i nomi continuano a ripresentarsi ciclicamente sulla scena pubblica. La crisi di credibilità dell’opposizione è altrettanto profonda. Sali Berisha continua a guidare il Partito Democratico (destra) nonostante le vicende giudiziarie che lo coinvolgono e nonostante una stagione di governo segnata da scandali, privatizzazioni controverse e rapporti con gruppi economici che hanno contribuito alla formazione dell’oligarchia albanese contemporanea. Ancora più emblematica è la parabola di Ilir Meta (attualmente detenuto), ex alleato e poi avversario tanto di Berisha quanto di Rama, il cui spettacolare arricchimento personale e familiare rappresenta il simbolo stesso del trasformismo politico della transizione.  A completare il quadro vi sono le indagini che hanno coinvolto il sindaco di Tirana, Erion Veliaj, attualmente detenuto in attesa di giudizio. Una vicenda che ha ulteriormente alimentato la percezione di una sostanziale continuità tra governo e opposizione all’interno di un sistema di potere fondato sull’intreccio tra politica, oligarchie economiche e reti clientelari, oggi giudicato illegittimo dai giovani albanesi. I FENICOTTERI PARLANO DI MOLTO ALTRO Alla luce di tutto questo, ridurre la mobilitazione a una questione ambientalista significa non comprenderne la natura. Si tratta certamente di una mobilitazione ecologista. Ma è anche una mobilitazione sociale, democratica, antielitaria e profondamente politica. Perché il modello che oggi minaccia Narta e la comunita di Zvërnec è lo stesso che produce gentrificazione a Tirana, spopolamento nelle periferie, precarietà per i giovani e concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. Per questo la protesta parla una lingua che va oltre l’Albania. Parla alle comunità che si oppongono alla privatizzazione dei territori. Parla ai movimenti che contestano la subordinazione della politica agli interessi economici. Parla a chi rifiuta l’idea che la natura, la cultura e la vita collettiva possano essere ridotte a semplici opportunità di profitto. Non è un caso che la diaspora albanese si sia mobilitata rapidamente a Bruxelles, Londra, Parigi, New York, Barcellona e in numerose città italiane. Perché molti emigrati riconoscono nelle ragioni della protesta le cause profonde che li hanno spinti a partire: salari bassi, assenza di prospettive, concentrazione della ricchezza, distruzione degli spazi comuni e progressiva trasformazione del paese in un luogo sempre meno abitabile per chi vive del proprio lavoro. Il movimento resta fragile. È eterogeneo, contraddittorio e ancora privo di una struttura consolidata, ma rappresenta senza dubbio qualcosa di nuovo. Dopo anni di rassegnazione, una parte della società albanese ha ricominciato a occupare lo spazio pubblico e a mettere in discussione il racconto dominante.  I fenicotteri sono soltanto il simbolo. La vera battaglia riguarda il diritto di decidere quale Albania verrà costruita nei prossimi decenni: un paese trasformato in una piattaforma per il turismo di lusso, la speculazione immobiliare, l’industria della sorveglianza e gli interessi delle élite globali, oppure una società capace di difendere i propri territori, le proprie comunità e il proprio futuro. Per questo la protesta albanese non parla soltanto albanese. Parla la lingua delle mobilitazioni che negli Stati uniti hanno contestato la concentrazione del potere economico e politico dietro lo slogan «No Kings». Parla la lingua degli studenti e degli insegnanti di Valencia che si sono opposti ai tagli e alla progressiva mercificazione dell’istruzione pubblica. Parla la lingua dei giovani di Bruxelles che rifiutano città sempre più costose, privatizzate e inaccessibili. Parla la lingua delle comunità indigene della Bolivia che difendono le proprie terre dall’estrattivismo, delle popolazioni africane che vedono le proprie risorse trasformate in profitti per altri, delle mobilitazioni che da Gaza a Manila, da Nairobi a Buenos Aires, denunciano un ordine economico e geopolitico che concentra ricchezza, potere e tecnologia nelle mani di pochi. Naturalmente ogni contesto ha la propria storia ma il meccanismo è simile: territori trasformati in merci, città consegnate alla rendita, natura sacrificata al profitto, comunità espulse, giovani costretti a partire e una ristretta élite che continua ad accumulare ricchezza e influenza. È per questo che la mobilitazione dei fenicotteri va ben oltre i confini dell’Albania.  È questo il messaggio che oggi arriva da Valona: in un sistema mondiale che continua a trasferire sulle periferie i costi sociali, ambientali e democratici della propria espansione, non sorprende che siano proprio le periferie a dare vita alle prime forme di resistenza. * Boiken Sinaj è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Pisa. Attivo per anni nelle organizzazioni della diaspora albanese in Italia, ha lavorato tra ricerca, formazione universitaria e cooperazione allo sviluppo nei Balcani occidentali, con particolare attenzione alle questioni ambientali e territoriali incluso nell’area di Vjosa-Narta (Valona). Attualmente vive a Bruxelles, dove si occupa di progetti di cooperazione accademica tra l’Unione Europea e i Balcani occidentali. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo L’Albania non è in vendita proviene da Jacobin Italia.
June 17, 2026
Jacobin Italia
Suicidio o assassinio di stato e dell’odio sociale?
Ripubblichiamo questo articolo dal blog dell’Osservatorio di di NUDM **Allerta** I contenuti e le parole di questo articolo sono estremamente sensibili (suicidio, morte, femminicidio,…) La decisione di pubblicare questa riflessione è mossa dal desiderio di prevenire le condizioni che portano una persona anche molto giovane ad essere indotta a non vedere altro sbocco se non […]
June 17, 2026
Corpi e Terra
Un solo colpo, alla tempia
114 bambini, stima per difetto. Un solo proiettile alla testa o al petto. Quasi tutti morti. L'inchiesta di "De Volkskrant" del settembre 2025 di Lavinia Marchetti, laviniamarchetti.Substack.com Riportiamo il commento di Lavinia Marchetti basato sull'inchiesta di "De Volkskrant"  (terzo quotidiano olandese per diffusione) dal titolo "Cosa ci dicono le lesioni", di Maud Effting e Willem Feenstra. L'inchiesta è stata recentemente premiata con il prestigioso "Distinguished Reporting Award" dell' European Press Award. La versione integrale dell'inchiesta è disponibile in lingua inglese o olandese sul sito di De Volkskrant. Attenzione: immagini e testi espliciti e disturbanti [ndr] In questi giorni ho rimesso a posto il mio materiale su Gaza, tanto, troppo, vorrei non averne e invece sono migliaia di articoli, notizie, libri, cose che non si potrebbero leggere in una vita intera. Mi sono soffermata, vuoi per deformazione professionale, vuoi per “vergogna”, su quel che dicono i “corpi” dei bambini di Gaza che, da noi, non si è occupato con serietà quasi nessuno. Esiste un insieme di prove cliniche e forensi, una mole davvero enorme di evidenze, che basterebbe da sola a chiudere la bocca ai “difensori di parole”, e in Italia giace pressoché intatto, mentre la discussione resta avvitata sul vocabolario. Sbattere in faccia a chi nega le parole dei medici che si sono avvicendati in questi anni a Gaza, le foto, metterli davanti a cosa (e chi) stanno proteggendo, di cosa (e con chi) sono complici. Questo articolo può sembrare rabbioso, ma non lo è. A ciascuno di loro, a chi nega, a chi protegge a chi è complice, risponde la stessa prova, la lastra di un medico tornato da Gaza, con il proiettile conficcato nel cranio di un bambino di due anni. Questo mio articolo, possibile grazie al coraggio di chi a Gaza c’è stato e ha provato ad aiutare un popolo schiacciato da un genocidio, nasce per posare quella lastra sul tavolo, e per chiedere conto a chi, potendo guardare, ha preferito discutere di lessico. Per quasi due anni i medici stranieri passati dagli ospedali di Gaza hanno annotato la stessa cosa, bambini di pochi anni colpiti da un singolo proiettile alla testa o al petto, il corpo per il resto intatto. Il quotidiano olandese De Volkskrant ne ha radunati centoquattordici, secondo il conteggio più prudente, e la maggioranza è morta. Mentre in Italia il dibattito si logora sulla liceità di pronunciare la parola genocidio, le sale operatorie di Gaza hanno prodotto la documentazione clinica che a quella parola dà sostanza.  Questa bambina è stata colpita da schegge, probabilmente da un'arma a frammentazione. Il metallo è entrato dal naso, attraversandole la testa. Non è sopravvissuta. Mark Perlmutter QUEL CHE DICONO LE LESIONI Marzo 2024, European Hospital di Gaza. Fa un caldo soffocante. Feroze Sidhwa, chirurgo dei traumi e rianimatore di quarantatré anni arrivato dalla California, segue un’infermiera palestinese nel suo primo giro di reparto. Fuori l’aria sa di liquami e di residui di esplosivo. Dentro sa di marcio, e di corpi. Lo sguardo gli cade su due bambini fermi nei letti, la testa fasciata, attaccati al ventilatore. Otto, forse dieci anni. Il resto del corpo illeso. Chiede cosa sia successo. L’infermiera mastica poche parole d’inglese, indica le teste e ne ripete una sola. «Shot.» Sparati. Lista dei pazienti Sulle prime pensa a un equivoco. Possibile che stiano sparando ai bambini? Pochi minuti dopo, davanti alle lastre, vede che l’infermiera aveva ragione. Nella stanza accanto trova altri due maschietti nelle stesse condizioni. Quattro bambini con un colpo d’arma da fuoco alla testa, ricoverati nell’arco di quarantotto ore, in un ospedale piccolo. La sera annota tutto nel diario del telefono. «Pensavo: ma che diavolo succede», racconta al De Volkskrant, la voce profonda e calma. Nei tredici giorni seguenti ne vede altri nove, bambini con un solo colpo alla testa o al petto, con tutta probabilità presi di mira di proposito. «Ho cominciato a domandarmi se il mio ospedale fosse vicino a un cecchino impazzito», dice. «O a una squadra di droni che ammazzava bambini per divertirsi». Tornato in patria, a un congresso medico, incontra un collega americano che a Gaza aveva lavorato poco prima di lui, Thaer Ahmad. Quando gli accenna ai bambini, l’altro annuisce. «Sì, l’ho visto anch’io. Quasi tutti i giorni». Da lì la decisione. Capire cosa stava davvero accadendo. Quel che Sidhwa ha cominciato a documentare nella primavera del 2024 è il centro di un’inchiesta del quotidiano olandese De Volkskrant, firmata da Maud Effting e Willem Feenstra e uscita il 13 settembre 2025 con un titolo che dice tutto, Wat de wonden vertellen, quel che dicono le lesioni. Un articolo che sarebbe dovuto finire nelle prime pagine di tutti i giornali del mondo. Su alcuni c’è finito, in Italia è rimasto un racconto per attivisti. Mentre la discussione pubblica italiana si consuma sulla liceità del termine genocidio, e una parte degli intellettuali si arrocca a difesa del vocabolario, sostenendo che la parola andrebbe maneggiata con cautela giuridica, le sale operatorie di Gaza hanno prodotto la documentazione che a quel vocabolo dà fatalmente corpo. Da noi, questo filo, lo ha seguito davvero nessuno. Eppure basterebbe da solo a chiudere la questione. Per parlare di genocidio occorre dimostrare il dolo specifico, la volontà di distruggere in tutto o in parte un gruppo umano come tale. Lì si annidano i difensori delle parole. L’intenzione, dicono, resta indimostrabile. Concedono i morti, talvolta perfino le cifre, e a quel passaggio si fermano. Un colpo solo, calibrato, alla testa di un bambino di sei anni il cui corpo è per il resto illeso, è la scrittura più leggibile dell’intenzione che si conosca. > «In cinque settimane a Gaza, davanti a me ho avuto soltanto civili, mai un > combattente» > > Feroze Sidhwa, al Consiglio di sicurezza dell’ONU   GLI ULTIMI TESTIMONI Questi medici contano due volte, per quello che hanno curato e per quello che possono raccontare. Israele tiene i giornalisti stranieri fuori da Gaza, e così i chirurghi e gli infermieri arrivati con le organizzazioni umanitarie sono rimasti tra gli ultimi testimoni internazionali di ciò che accade dentro quegli ospedali. Hanno imparato a tenere in braccio bambini morenti che soffocavano nel proprio sangue perché il ventilatore mancava. Sanno affondare il bisturi nel petto di un adolescente senza anestesia, perché non c’era tempo e un altro paziente aspettava già. Parlare li espone. Quasi tutti vogliono tornare, pur sapendo che la franchezza aumenta il rischio che Israele neghi loro il rientro. Secondo le Nazioni Unite, dal marzo 2025 più di cento operatori sanitari stranieri sono stati respinti al valico, spesso senza spiegazione. Molti hanno deciso di parlare lo stesso. Tacere, dicono, sarebbe la scelta più difficile da reggere.   Il De Volkskrant ha raccolto per mesi le voci di diciassette medici e di un infermiere, arrivati a Gaza dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dall’Australia, dal Canada e dai Paesi Bassi. Dall’ottobre 2023 hanno lavorato in sei ospedali e quattro cliniche, spesso rientrando una seconda volta. Molti avevano alle spalle i peggiori teatri degli ultimi trent’anni, dal Sudan all’Ucraina, e sapevano cosa fosse una guerra. Al giornale hanno consegnato centinaia di fotografie e di video dei pazienti. Hanno aggiunto le radiografie e gli appunti di corsia, e perfino le pagine dei loro diari. Hanno parlato per ore, e si sono trovati davanti alla stessa domanda. Cosa dicono le lesioni, sulla natura di questa guerra. DENTRO GLI OSPEDALI La realtà degli ospedali, molti dei quali ridotti a macerie, era peggiore di quanto chiunque avesse immaginato. «Ho dovuto amputare la gamba di una donna con le forbici», racconta l’urgentista Mimi Syed. «Senza antidolorifici. Altra scelta non c’era.» Salih el Saddy, medico di Rotterdam, ricorda i lamenti continui dei pazienti. «Avevamo gli anestetici, gli antidolorifici no. La gente si svegliava dopo l’amputazione con un dolore atroce, e per loro non potevamo fare nulla». Accanto al letto di un bambino che aveva subìto la doppia amputazione, le sue gambe stavano in una scatola. Questo bambino ha subito una doppia amputazione. Le sue gambe sono state lasciate nella scatola vicino al suo letto. Dott. Salih el Saddy Nizam Mamode, chirurgo dei trapianti britannico, sessantatré anni, vede un collega in terapia intensiva estrarre dalla gola di un bambino il tubo di un ventilatore che non funzionava. Era otturato. Pieno di vermi, dice Mamode, vermi che venivano dalla gola del piccolo. Le apparecchiature per la diagnostica e per la dialisi erano crivellate di proiettili. I cavi degli ecografi penzolavano tagliati, e certe sale operatorie erano state date alle fiamme. Mamode era entrato a Gaza in un convoglio dell’Onu, dentro blindati con le portiere bloccate e un’istruzione, se l’esercito israeliano spara e ordina di scendere, restare dentro. «Cerca di non farti ammazzare», gli aveva detto il capo convoglio. Due settimane più tardi gli stessi mezzi furono presi a fucilate. Per dormire, Mamode cercava la scala di pietra accanto al reparto, sperando che lì i droni non arrivassero. Il mese scorso la parte alta di quella scala è stata centrata da un attacco israeliano, lo stesso ripreso in un video che ha fatto il giro del mondo, con operatori umanitari e giornalisti uccisi. Capita, senza preavviso, che un senso di incredulità si faccia largo nel lavoro. A Mamode succede mentre opera una bambina di otto anni che si stava dissanguando. Chiede una garza per assorbire il sangue e trovare la lesione. Garza non ce n’è. «Ho pensato all’ironia della cosa. La parola inglese gauze, garza, verrebbe da Gaza, perché i gazawi erano famosi per il loro lino. Ero nella patria della garza, e non potevo averne. Ho dovuto raccogliere il sangue dal suo corpo con le mani». CENTOQUATTORDICI BAMBINI Di tutti i pazienti, un gruppo turba i medici più di chiunque altro, i bambini con un colpo d’arma da fuoco alla testa o al petto e il corpo per il resto intatto. Un proiettile solo in quelle aree indica con forza che il bambino è stato preso di mira di proposito, e configura un crimine di guerra. In altri scenari di guerra, racconta chi ne ha visti molti, casi simili quasi non si incontrano. Il giornale ha posto a tutti la stessa domanda, ovvero quanti bambini di quindici anni o meno avessero visto con un singolo colpo alla testa o al petto. Il limite d’età è stato scelto perché a quell’età un bambino resta riconoscibile come tale senza incertezza. Quindici medici su diciassette hanno risposto di sì. Messi insieme, i loro conti danno centoquattordici bambini, molti dei quali non sono sopravvissuti. Le stime sono volutamente al ribasso. I casi dubbi sono stati esclusi, così come i bambini colpiti in più parti del corpo, perché una pluralità di colpi lascia meno certezza sul bersaglio intenzionale. I medici stessi ritengono che il numero reale sia molte volte superiore, dato che i bambini morti sul colpo spesso non arrivavano nemmeno nei reparti, e che loro stavano in pochi ospedali e per poche settimane. Due medici legali hanno esaminato per il giornale decine di immagini e di radiografie, e hanno confermato che a produrre quelle lesioni erano stati proiettili, non schegge. «Con tutta probabilità si tratta di colpi sparati da lontano, mirati alla testa o al collo, con munizioni di tipo militare», dice Wim Van de Voorde, professore emerito a Lovanio. Il collega Frank van de Goot aggiunge una nota raccapricciante: «Nelle radiografie vedo teste di bambini con proiettili conficcati dentro. Il proiettile deve avere perso molta energia lungo il tragitto, perché i bambini hanno il cranio più sottile degli adulti, altrimenti lo avrebbe attraversato. Sono stati colpiti da una distanza considerevole». Mart de Kruif, già comandante dell’esercito olandese, è netto. Con oltre cento casi descritti, la probabilità che si tratti di colpi accidentali resta prossima allo zero. La testa è piccola rispetto al resto del corpo. Tanti colpi al capo e al torace significano una cosa sola, il bersaglio è stato scelto. Il danno collaterale è altro.   QUINDI CHE COSA DICONO LE LESIONI? Mimi Syed, urgentista americana e madre, ha fatto due turni di quattro settimane tra il Nasser di Khan Younis e l’Al Aqsa di Deir al Balah. Seguiva la guerra dal telefono, in diretta, finché non ha retto più. Il 14 agosto 2024 il suo diario registra una bambina di sette anni colpita al petto, morta all’arrivo durante un afflusso di massa. Era a terra, perché le brande mancavano, e il sangue rischiava di farla scivolare. Syed annota che da due giorni il cibo non le va giù. Poi una domanda. «Tornerò mai normale?» La stessa Syed racconta Mira, quattro anni, portata al Nasser dai genitori. Dicono che un quadricottero, un drone armato, le ha sparato mentre camminava nella zona dichiarata umanitaria da Israele. I colleghi le consigliano di lasciarla morire, il quadro è compromesso. La bambina si muove ancora un poco. «C’era qualcosa nel suo viso che mi ha fermata. Ho rischiato». La intuba con il laringoscopio che si è portata di nascosto oltre il confine, poi guarda la lastra del cranio e ci vede un proiettile. Insieme ai colleghi riesce a tenerla in vita. Mira più tardi si sveglia e ricomincia a parlare, un piccolo miracolo, e un altro medico le toglierà il proiettile dalla testa. Syed decide di fotografarli, i bambini con un proiettile in corpo, e in condizioni di stress estremo ne immortala diciotto, tutti con un colpo unico. «Ho pensato: devo documentarlo. Erano crimini di guerra». Un bambino di 7 o 8 anni, colpito mentre giocava all'aperto Una ragazza di 14 anni colpita alla testa e parzialmente paralizzata Mira (4 anni), colpita alla testa Mark Perlmutter, sessantanove anni, ortopedico, quaranta missioni umanitarie alle spalle, vicepresidente dell’International College of Surgeons, ricorda due maschietti durante un afflusso di massa. «Rivoltavo i bambini a terra cercando chi potessi ancora salvare. Poi ho visto quei due. Morti. Colpiti tutti e due, al petto e alla testa. Sei o sette anni». Ha chiesto all’assistente di fotografarli. Ricorda l’uomo che ne aveva portato uno, il pianto e l’incapacità di capire perché il tiratore avesse centrato il bambino e risparmiato lui, l’adulto. Lo rivede seduto a terra mentre il piccolo viene portato all’obitorio, e scatta una foto con il telefono. Un’altra notte, all’Al Aqsa, vede un ragazzino disteso al suolo, coperto di polvere grigia da capo a piedi, in una pozza del proprio sangue, senza una gamba. Prova a passargli accanto. Il bambino allunga la mano e gli afferra l’orlo dei pantaloni, senza voce, e lo guarda. La pozza si allarga. Perlmutter deve liberare la gamba dalla sua presa per correre da un altro bambino. «Ho dovuto scavalcarlo», dice al telefono, e si mette a piangere. Quel bambino non gli è più uscito dalla testa. Ahlia Kattan, anestesista e rianimatrice, racconta una bambina di nemmeno due anni portata dalla madre. Pallidissima, all’apparenza perfetta. «Pensavo a un’emorragia interna. Era morta. La madre faceva lamenti che spezzavano il cuore, aveva tentato per anni di avere un figlio. Abbiamo iniziato il massaggio cardiaco, l’ho intubata, volevo mostrarle che avevamo fatto tutto il possibile. Mentre lavoravo, qualcuno mi ha passato la lastra. Un proiettile in testa. Un colpo perfetto alla tempia.» Kattan ha scattato una foto dai piedi del letto. «È una delle pochissime che ho fatto a Gaza. Ero troppo sconvolta. Pensavo: altrimenti nessuno mi crederà». Adil Husain, urgentista americano, prima di partire ha registrato un messaggio video per la figlia piccola, nel caso non fosse tornato. Racconta Ahmed, dieci anni, rientrato da un punto di distribuzione del cibo con i sacchetti vuoti e il corpo passato da parte a parte, dalla testa all’addome. Gli ha dato della ketamina negli ultimi istanti, per addolcirgli il trapasso. «L’ho tenuto stretto. Gli ho sussurrato all’orecchio: scusami». Jack Latour, infermiere di Medici Senza Frontiere, premette di sapere sgradita la cosa che dice. «Ho visto parecchi bambini con la materia cerebrale che fuoriusciva. Mi dispiace, lo so che nessuno vuole sentirlo. È quello che succede lì». Goher Rahbour, chirurgo britannico, al suo primo afflusso di massa vede una bambina di cinque anni senza un piede, e accanto un’altra senza una gamba dal ginocchio in giù. «Mi sono bloccato. Ho pensato: è l’inferno». I bambini rimasti senza più nessuno dei loro hanno perfino una sigla clinica ufficiale, WCNSF, Wounded Child, No Surviving Family, bambino colpito senza familiari superstiti. La lingua dei reparti nella sua cinica sintesi diventa la norma inevitabile. IL GIOCO Un secondo schema affiora dai racconti. Nick Maynard, chirurgo dell’esofago e dello stomaco a Oxford, ha operato in rapida successione quattro persone colpite all’addome, e ha cominciato a interrogare i colleghi. «Tutti, al Nasser, lo riconoscevano. Un giorno si vedevano soprattutto colpi alla testa e al collo. L’indomani al petto. Poi toccava agli arti, quindi all’addome, talvolta ai testicoli. Un urologo mi ha detto di aver avuto in un solo giorno quattro ragazzini colpiti all’inguine». Goher Rahbour, in una giornata, ha visto cinque o sei pazienti colpiti a entrambe le braccia e a entrambe le gambe. «Era un gioco? I soldati si divertivano?» La parte del corpo cambiava di giorno in giorno, come se qualcuno coordinasse il lavoro. Questa idea del gioco non nasce adesso. Nel 2020, sul quotidiano israeliano Haaretz, alcuni cecchini avevano raccontato in forma anonima di gareggiare a chi colpiva più ginocchia in una giornata, durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno. Uno disse di aver battuto il record, quarantadue colpi a segno in un giorno solo. Dalla fine di maggio 2025, quando Israele ha aperto quattro discussi punti di distribuzione del cibo gestiti dalla cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation, gli ospedali hanno ricominciato a riempirsi di civili colpiti, per lo più ragazzi e giovani uomini, portati a gruppi sui carretti trainati dagli asini, qualcuno ancora con il sacco vuoto in mano. Sempre su Haaretz, nel giugno 2025, alcuni soldati hanno ammesso di aver sparato su ordine contro folle disarmate che non rappresentavano una minaccia. «È un campo di sterminio», ha detto uno. «La nostra forma di comunicazione sono le fucilate». Tra loro, hanno raccontato, chiamavano la cosa con il nome di un gioco da bambini, “un, due, tre, stella”. Prima ancora dei punti di distribuzione c’era stata la fame, organizzata a tavolino. Da inizio marzo 2025 Israele aveva bloccato del tutto gli aiuti, e nel giro di due mesi le scorte si erano esaurite. I medici, che portano con sé il minimo indispensabile, si sono visti sequestrare al confine perfino il latte in polvere per neonati. Sarmad Tamimi, chirurgo plastico britannico, avvertito dai colleghi, ha tolto gli integratori dalle scatole e ha nascosto nel bagaglio solo le bustine. Victoria Rose, anche lei chirurga plastica, dice di non capire perché si sottragga il latte ai medici e perché la metà di loro venga respinta al valico. Mimi Syed ha fatto passare due laringoscopi sotto i vestiti, strumenti che di norma si gettano dopo un uso solo e che lì ha riutilizzato su almeno cinquanta pazienti, pulendoli tra l’uno e l’altro. Tra i corpi devastati dalle esplosioni arrivavano poi pazienti con lesioni minime e condizioni gravissime, colpiti da cubetti o cilindretti di metallo di pochi millimetri, talmente piccoli che a volte mancava perfino il foro d’ingresso. Dentro il corpo facevano disastri, perforavano gli organi e provocavano emorragie interne mortali, quando non costringevano all’amputazione. Perlmutter dice di averne operati almeno dieci, e di aver portato due di quei pezzi fuori da Gaza nel bagaglio, per consegnarli alla Corte penale internazionale. Sono di tungsteno, un metallo molto denso, quasi il doppio dell’acciaio, pensato per massimizzare le perdite e cieco alla differenza tra un combattente e un bambino. Amnesty International accusa da tempo Israele di servirsene. L’esercito israeliano nega in blocco. La storia del latte sequestrato sarebbe del tutto falsa, e dal 19 maggio 2025 sarebbero entrate nella Striscia circa cinquemila tonnellate di latte per neonati. Le armi a scaglie metalliche sarebbero una menzogna priva di fondamento. E i civili, assicura il comando, non vengono mai presi di mira di proposito. LA CONTA CHE MANCA L’inchiesta olandese non arrivò isolata. Già il 9 ottobre 2024 il New York Times aveva pubblicato la testimonianza di sessantacinque tra medici, infermieri e paramedici americani passati da Gaza, raccolta dallo stesso Sidhwa. Più di quaranta di loro dichiaravano di aver visto bambini di dodici anni o meno colpiti alla testa o al petto. Venticinque avevano visto neonati sani tornare in ospedale e morire di stenti o di infezione. Cinquantadue avevano incontrato bambini piccoli che dicevano di voler morire. Nell’agosto 2025 il servizio mondiale della BBC ha ricostruito oltre centosessanta casi di bambini colpiti dal fuoco israeliano. In novantacinque il proiettile aveva preso la testa o il petto. Dei cinquantanove casi con testimoni oculari, cinquantasette attribuivano il colpo all’esercito israeliano, due al fuoco palestinese. Le cifre stesse, su cui i difensori delle parole amano esercitarsi, dicono più di quanto vorrebbero. Le autorità sanitarie di Gaza parlavano, nel settembre 2025, di oltre sessantaquattromila morti, quasi ventimila bambini. Israele contesta quei dati attribuendoli a un ministero controllato da Hamas. Uno studio pubblicato su The Lancet all’inizio del 2025, condotto dalla London School of Hygiene and Tropical Medicine con un metodo statistico di cattura e ricattura, ha stimato per i soli morti da trauma, tra l’ottobre 2023 e il giugno 2024, una cifra superiore del quarantuno per cento a quella ufficiale, sessantaquattromila contro trentottomila, e quasi sei vittime su dieci erano donne e minori, oppure anziani. La conta vera supera quella ufficiale, e di molto. A giugno 2026, mentre scrivo, il totale ha passato i settantaduemila, con oltre centosettantamila persone colpite, e continua a salire anche dopo la tregua annunciata nell’ottobre 2025, ovviamente questi sono i dati e sappiamo bene tutti che tra corpi sotto le macerie, corpi seppelliti senza passare dagli ospedali (che una volta morti non servono più) e morti indirette la conta fra qualche anno si farà in termini di centinaia di migliaia. LA LINGUA DEI NEGAZIONISTI Le cifre si prestano alla lite infinita. Il nodo sta altrove, nel modo in cui una società guarda l’atrocità mentre accade e sceglie di chiamarla in un altro modo. Il sociologo Stanley Cohen, che ne fece un oggetto di studio, descriveva un negare capace di cambiare maschera. A volte sostiene che il fatto è inventato. Altrove lo concede e lo ribattezza, operazione difensiva oppure errore isolato. Nella forma più sottile riconosce tutto e si chiama fuori, la colpa è di altri, oppure la cosa in fondo si spiega. I difensori delle parole stanno nella maniera di mezzo. Concedono i morti, ammettono a volte anche i bambini, e si trincerano dietro la definizione, come se nominare con esattezza fosse un favore da centellinare al carnefice e mai alla vittima. Primo Levi, che del testimone conosceva il prezzo e l’inganno, scrisse che il sopravvissuto porta con sé una vergogna, e che la verità del campo rischiava di apparire incredibile a chi non l’aveva attraversata. Ahlia Kattan fotografa la bambina con il colpo alla tempia per una ragione che Levi avrebbe riconosciuto subito. Altrimenti nessuno le crederà. I medici di Gaza ripetono il gesto del testimone novecentesco, raccolgono prove contro l’incredulità futura, e portano addosso la stessa colpa di chi è potuto andarsene mentre gli altri restavano. Questa pallottola ha attraversato la gamba di un bambino, che ha dovuto essere amputata. LA PAROLA E IL DIRITTO Intanto le istituzioni si muovono, con la consueta lentezza. Nel gennaio 2024 la Corte internazionale di giustizia, investita del caso aperto dal Sudafrica, ha ritenuto plausibile il rischio di atti vietati dalla Convenzione sul genocidio, e ha ordinato a Israele misure cautelari per prevenirli. Il merito è ancora aperto. Il 16 settembre 2025 la commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha concluso che Israele commette genocidio nella Striscia, riscontrando quattro dei cinque atti elencati dalla Convenzione e ravvisando l’intento genocidario nelle dichiarazioni dei vertici politici e militari. Pochi giorni prima, il 31 agosto, l’International Association of Genocide Scholars, la maggiore associazione mondiale di studiosi del tema, aveva approvato con l’ottantasei per cento dei votanti una risoluzione che al caso di Gaza dà il nome di genocidio. Amnesty International era giunta alla stessa conclusione già nel dicembre 2024. La posizione dei difensori delle parole si fa, mese dopo mese, più solitaria. E torna il punto dell’intenzione, il loro ultimo fortino. Provare il dolo specifico è arduo per definizione, perché chiede di leggere dentro la testa di chi ordina e di chi esegue. La medicina offre una via laterale a quella lettura. Un proiettile solo, di calibro militare, sparato da centinaia di metri, conficcato nel cranio sottile di un bambino il cui corpo resta intatto, racconta una scelta deliberata. La scelta di mirare. Ripetuta centoquattordici volte nei conti prudenti di diciassette medici, e moltiplicata per i bambini morti sul colpo che in ospedale non sono mai arrivati, quella scelta può essere profilata come un metodo, l’esatto contrario del caso. Le testimonianze dei soldati lo confermano dall’interno. L’organizzazione israeliana di veterani Breaking the Silence, nel suo rapporto sulla fascia di sicurezza, riporta l’ordine impartito a chi presidiava il perimetro. «Maschio adulto, uccidere». LA COLPA DEI VIVI Il 28 maggio 2025 Feroze Sidhwa ha parlato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Giacca grigia e cravatta verde, con l’indice che seguiva il testo sul foglio. «Parlo da medico, e testimonio la distruzione deliberata di un sistema sanitario e la cancellazione di un popolo». In cinque settimane a Gaza, ha detto, davanti a sé aveva avuto soltanto civili, mai un combattente. Ha raccontato dei suoi pazienti di sei anni con le schegge nel cuore e i proiettili nel cervello, e delle donne incinte con il bacino dilaniato. Più tardi avrebbe confidato al De Volkskrant che il discorso, in origine, era più severo, e che un amico fidato lo aveva convinto ad ammorbidirlo per restare dentro le convenzioni diplomatiche. Lo stesso peso lo aveva sentito Nizam Mamode nell’autunno 2024, davanti a una commissione del Parlamento britannico, mentre raccontava di bambini lasciati a terra dopo un bombardamento e poi colpiti dai droni armati, giorno dopo giorno. A un certo punto si interrompe. Chiude gli occhi. Il labbro gli cede. La presidente riempie il silenzio. «Lo so, perché ciò che si è visto non si può cancellare». Iscritto ai laburisti da quasi trent’anni, Mamode ha stracciato la tessera. «Mi vergogno del nostro governo. Ha un obbligo morale di agire, e non dà segno di volerlo fare. Un giorno sarà giudicato severamente». Quando Israele ruppe la tregua, all’alba del 18 marzo 2025, i corridoi del Nasser si riempirono in poche ore di morti e di colpiti. Sidhwa cominciò il turno dichiarando deceduti dei bambini piccoli. «Il peggio è che la maggior parte non lo era ancora. Il cuore batteva. Ma li prendevamo e li consegnavamo a un familiare». Una sola parola araba aveva imparato, khalas, basta. Significava che il bambino andava portato in un’altra parte dell’ospedale, a morire, perché i medici potessero curare gli altri. Quella stessa notte ricorda la prima bambina che riuscì a salvare, cinque anni, si chiamava Sham. Le sedeva accanto sul pavimento e provava ad aiutarla a respirare, con una scheggia che le aveva attraversato il cervello e un filo di sangue che ne usciva. In mezzo al caos, ai lamenti dei bambini intorno, gli venne in mente una cosa sola. «Quella scheggia l’ho pagata io? È stato il mio vicino di casa? A quale americano posso scrivere per dirgli che la sua granata è stata ritrovata?» Resta la domanda da cui sono partita, perché di tutto questo, da noi, si sia parlato così poco e così male. Le prove ci sono da tempo. Le radiografie mostrano il proiettile dentro il cranio. I medici legali sanno distinguerlo dalla scheggia. Si sono espresse redazioni che tra loro non si parlano, il New York Times e la BBC accanto al De Volkskrant. E perfino i soldati hanno confessato, sulla stampa del loro stesso paese. Mancava la volontà di guardare. I difensori delle parole hanno avuto buon gioco a disquisire di lessico finché il lessico restava astratto. Un colpo solo, alla tempia di un bambino di nemmeno due anni, sparato da lontano da chi sa bene di mirare a una testa piccola, alla discussione toglie la sua astrazione. La parola giusta esiste già. Resta il coraggio di pronunciarla, e di reggere lo sguardo dei medici che sono tornati per dircelo. Le testimonianze e le immagini provengono dall’inchiesta di Maud Effting e Willem Feenstra, «Wat de wonden vertellen», De Volkskrant, 13 settembre 2025. I riscontri incrociati derivano dalle inchieste del New York Times (ottobre 2024), del servizio mondiale della BBC (agosto 2025), dallo studio della London School of Hygiene and Tropical Medicine pubblicato su The Lancet, dalle inchieste di Haaretz e dai rapporti di Breaking the Silence, Commissione d’inchiesta dell’Onu e di Amnesty International.
Alimentare il futuro
di Clelia Farris Nel mio primo romanzo pubblicato compariva un polpo. Un polpo di nome Stanislaw, una chimera genetica che parlava come un essere umano e viveva in una società del futuro in cui la separazione tra umano e animale era data dal registro in cui ti iscrivevi. Non c’era una percentuale limite; ognuno poteva scegliere liberamente dove collocarsi. Lui