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Starmer, il mendace incapace
Il deflagrante fallimento della Premiership di Keir Starmer, conclusa il 22 giugno, segnala cambiamenti profondi e strutturali del sistema politico britannico che vanno oltre l’inadeguatezza di un personaggio mendace e incapace che ha dilapidato in brevissimo tempo un capitale politico enorme. Nella parabola politica di Starmer si intrecciano in effetti due storie: quella, tutta interna al partito, di un leader autoritario che ha completamente stravolto i principi del laburismo come mai nessun leader prima di lui; e quella del più debole leader della storia della democrazia britannica, algido amministratore delegato di un paese con un sistema politico in evidente crisi. L’ELEZIONE BUGIARDA DEL RESPONSABILE PER LA BREXIT Per capire la genesi della segreteria Starmer, iniziata in piena pandemia nell’Aprile 2020, bisogna ricordare due cose: da una parte il suo ruolo come ministro ombra per la Brexit del partito laburista guidato da Jeremy Corbyn, posizione dalla quale ha goduto di una malriposta simpatia di molti iscritti europeisti, malintesa perché della complessa strategia laburista sulla Brexit era come minimo corresponsabile. Dall’altra la sua ascesa alla leadership del partito avviene su una piattaforma di continuità con l’agenda neosocialista del suo predecessore. I suoi 10 impegni (pledges) che gli avevano permesso di conquistare la fiducia di una significativa quota di giovani iscrittisi al partito durante la segreteria Corbyn sono stati largamente rimangiati e traditi una volta diventato leader. Queste promesse tradite hanno contribuito ad allontanare dal partito e dalla politica molti iscritti: durante la leadership di Starmer, prima di andare al governo il partito aveva perso quasi duecentomila iscritti, arrivando a dimezzare dopo un anno e mezzo di governo la membership del 2018, all’apice dell’era Corbyn, quando il Labour era il partito politico più grande d’Europa con 564mila iscritti. L’ESPULSIONE DI CORBYN E L’USO DELL’ANTISEMITISMO La disaffezione degli attivisti è stata inoltre determinata da un’operazione sistematica di sospensione ed espulsione dei parlamentari e dei candidati della sinistra laburista, in aperta contraddizione all’impegno esplicito di Starmer di unire il partito e promuoverne il pluralismo. A partire dall’immediato licenziamento dal governo ombra della candidata della sinistra al congresso del 2020, Rebecca Long-Bailey, la deriva autoritaria esplose contro l’ex leader Jeremy Corbyn, sospeso nel 2020 e successivamente espulso a causa della sua controversa reazione a un report sulla condizione dell’antisemitismo nel partito.  Se è senz’altro criticabile ogni minimizzazione del problema reale dell’aumento dei casi di antisemitismo nella societa, nella stragrande maggioranza dei casi la politica di tolleranza zero di Starmer sull’antisemitismo ha semplicemente offerto una scusa per eliminare ogni opposizione interna, ottenendo espulsioni spesso arbitrarie anche soltanto per aver messo un like a un post considerato antisemita da qualche membro dello staff. A tal punto è arrivata la blindatura della linea filo-israeliana che nell’autunno 2023 il partito ha fatto circolare una direttiva che impediva a rappresentanti nazionali e locali di partecipare alle manifestazioni di solidarietà con la Palestina.  LEGGI ANCHE… GRAN BRETAGNA STARMER SE NE VA,  IL LABOUR CAMBIA (SOLO UN PO’) Salvatore Cannavò - Lorenzo Zamponi Una breve e non esaustiva lista di proscrizioni ha compreso principalmente parlamentari iscritti al Socialist Campaign Group, la corrente parlamentare di sinistra, a cui appartenevano Sam Tarry, ex ministro ombra dei trasporti locali, escluso dalla candidatura a seguito di una controversa procedura di riselezione, Beth Winter, parlamentare laburista gallese, deselezionata a seguito di procedure eccezionali, Lloyd Russell-Moyle, MP di Brighton non ricandidato a seguito di una segnalazione anonima su vicende personali avvenute otto anni prima, Faiza Shaheen, giovane accademica e studiosa di disuguaglianze economiche, votata dai membri locali come candidata e avanti nei sondaggi per diventare parlamentare, e deselezionata nottetempo dal comitato esecutivo nazionale del partito per alcuni like e post su Facebook pubblicati diversi anni prima, fino ad arrivare alla sospensione di Diane Abbott, prima donna di colore a essere stata eletta alla Camera dei Comuni. Diane Abbott è stata poi riammessa nel partito alla vigilia delle politiche del 2024, a seguito di una mobilitazione spontanea nazionale a suo sostegno.  La lista si potrebbe allungare a un’altra decina di nomi ma il senso politico rimane chiarissimo: Starmer ha marginalizzato ed espulso gran parte della sinistra del partito, molto spesso adducendo motivazioni platealmente pretestuose. LA DERIVA AUTORITARIA DEL PARTITO È importante rimarcare come questi eventi siano assolutamente inediti nella storia laburista, dove il partito era considerato una grande tenda e dove i casi di sospensione sono stati rarissimi in una storia centenaria. Basti considerare che né durante la leadership quadriennale di Corbyn, ritratto da diverse testate come un pericoloso stalinista, né durante quella di Tony Blair nessun parlamentare è mai stato sospeso, nonostante i dissensi, anche radicali, fossero frequenti. Allo stesso tempo, nonostante l’attività sistematica di espulsione e restrizione degli spazi democratici nel partito, il leader Starmer non ha subito stranamente alcuna campagna mediatica di critica sul tema. Sappiamo oggi come la cultura politica autoritaria della segreteria Starmer era in larga parte determinata dall’approccio fazioso del suo principale consigliere, quel Morgan McSweeney costretto a dimettersi lo scorso febbraio per la disastrosa nomina ad ambasciatore negli Stati uniti di Peter Mandelson, a sua volta costretto alle dimissioni lo scorso settembre per la sua amicizia con Jeffrey Epstein. McSweeney, noto per il lavoro di dossieraggio sugli avversari interni, che lo aveva portato addirittura a chiedere di spiare giornalisti che indagavano sulla fonte di consistenti e mai dichiarate donazioni al suo think tank, esprimeva un modus operandi opaco e machiavellico tipico di quella schiera di funzionari del partito, la cui slealtà durante la leadership di Corbyn era stata rivelata dal Forde report, un rapporto commissionato nel 2020 proprio da Starmer, che aveva evidenziato in maniera indipendente come parte dello staff dell’headquarter del partito avesse lavorato incessantemente per sabotare Corbyn.  Anche la conferenza annuale del partito, dove vengono ufficialmente decise le policies, ha visto un’involuzione sistematica dei diritti degli iscritti. Nel 2023 il comitato esecutivo nazionale, controllato dai sostenitori di Starmer, ha approvato un pacchetto di regole che rende più difficile per iscritti e sezioni locali presentare una mozione su una policy nella conferenza. Questa mossa era forse una risposta alla mozione approvata a larghissima maggioranza dalla conferenza del 2022, contro il volere del leader, per ottenere una riforma in senso proporzionale della legge elettorale. Inutile dire che Starmer non ha dato seguito alle indicazioni del suo stesso partito. Inoltre già nel 2021 era stato reso più difficile presentare candidature alternative alla leadership. Insomma un partito sempre più blindato, e ingessato, in cui i meccanismi di democrazia interna e partecipazione dal basso degli iscritti nelle decisioni di policy, e nella selezione dei candidati laburisti al parlamento, sono state letteralmente sabotate. Starmer ha quindi scientemente dilapidato un patrimonio di processi democratici prezioso e necessario per combattere la politica plebiscitaria e televisiva odierna; processi qualche anno fa ancora ritenuti un esempio da seguire anche in Italia. L’ELEZIONE DISFUNZIONALE Alla luce di questo quadro, forse troppo poco analizzato dalla stampa italiana e straniera, va fatta un’osservazione sulle elezioni del 2024, quelle che hanno portato Starmer a Downing Street con una maggioranza parlamentare strabordante, con 411 seggi su 650, la più ampia dai tempi del governo di unità nazionale del 1931, con i Tories che presero il minimo storico a 121. Tuttavia va osservato che non solo Starmer ha vinto le elezioni ottenendo in numero assoluto meno voti del Labour delle due precedenti tornate elettorali sotto la leadership di Corbyn ma che la sua vittoria è stata quella col più basso consenso popolare nella storia della democrazia britannica. Addirittura nel suo stesso seggio, Starmer perse la metà secca dei voti tra il 2019 e il 2024, ovvero gli anni della sua leadership laburista, a testimonzianza di un primo ministro estremamente impopolare, arrivato a governare soltanto per il crollo elettorale del partito conservatore. Ed è questo l’aspetto forse meno raccontato. Tutto quello che ha fatto Starmer da segretario del partito, dai tradimenti degli impegni con gli iscritti alla stretta autoritaria, gli si è ritorto contro sul piano elettorale e ha contribuito a indebolirlo di fronte sia all’elettorato che al suo stesso partito. COUNTRY FIRST, PARTY SECOND  Lo slogan dell’insediamento a Downing Street diceva subito tutto e nulla: tutto perché Country first, party second mostrava come Starmer si pensasse come il leader di un partito della nazione, più che del partito laburista, con tutto quello che ne consegue in termini di scelta degli interessi di classe da rappresentare. Nulla perché non avendo un’idea chiara di quale fosse la nazione ha fatto molta fatica a inquadrarne l’interesse, o meglio gli interessi di un’unione multinazionale con diverse sensibilità politiche.   Eppure le premesse per affrontare la riforma costituzionale la cui urgenza sia era manifestata al mondo negli anni della Brexit c’erano tutte: Starmer ha guidato un partito che, per la prima volta nella storia della democrazia britannica dall’introduzione del suffragio universale, aveva la maggioranza dei seggi sia in Inghilterra, che in Galles che in Scozia, in quest’ultima ereditando il fisiologico scontento per 15 anni ininterrotti di governo degli indipendentisti, e una consapevolezza diffusa che non reggesse più la democrazia di Westminster, sul governo del complesso sistema di elusioni e paradisi fiscali di quel poco che resta dell’impero, e sull’uninominale secco che marginalizza alternative ed elettori lontani dai centri di potere. Serviva insomma un piano di riforma della vetusta democrazia britannica, per redistribuire potere a nazioni e cittadini, e risolvere il sempre più evidente scollamento tra volontà popolare, selezione dei parlamentari e formazione dei governi. Nulla di tutto questo è arrivato dal country first di Starmer, che non è stato altro che un’incerta amministrazione dello status quo, compreso quello della Brexit, riconfermata nelle linee rosse che furono di Boris Johnson col triplo no a mercato unico, libera circolazione delle persone e unione doganale (sulla quale Corbyn aveva aperto, a dimostrazione di quanto fosse semplicistica l’analisi di un Corbyn euroscettico contro il resto del partito europeista). Peggio ancora sulla gestione dei confini e i diritti di chi li attraversa, dove Starmer ha fatto peggio dei Tories, con tagli draconiani a tutte le vie d’accesso legali, raddoppio degli anni per accedere a un passaporto britannico e retorica talmente dura da venire accostata a quella dell’estrema destra degli anni Settanta. Il tutto condito da un’insopportabile retorica di un nazionalismo anglo-britannico tutto patria, confini e bandiere, rigorosamente quelle dell’Union Jack che arrivano a sostituire la rosa perfino sulle tessere del Labour. Anche per tutto questo Starmer è diventato letteralmente criptonite sia in Galles, dove nel 2024 ha difeso a oltranza lo screditato primo ministro laburista costretto alle dimissioni per avere mentito davanti a una commissione d’inchiesta, che in Scozia, dove il rigetto delle politiche antiimmigrazione è piu forte e la richiesta di ritornare nell’Ue supera il 70% nei sondaggi. LEGGI ANCHE… GRAN BRETAGNA I TAGLI DI STARMER Matt Bruenig AGENDA ECONOMICA MODERATA E CONTRADDITTORIA Solo sul party second Starmer è stato fedele al suo slogan. A differenza di tutti i leader laburisti del passato, Starmer ha dimostrato uno spiccato disinteresse nel rispettare la discussione del suo gruppo parlamentare anche su temi oggettivamente opinabili e contendibili in un partito progressista.  Così si è sviluppata una gestione dilettantesca del rapporto tra governo e Parlamento che ha portato Starmer a gestire goffamente un tema che tocca il core business di un partito laburista: il welfare. Sul taglio del limite dei due figli per accedere ai sussidi statali, come sull’abolizione di un sussidio al riscadalmento per gli anziani o la proposta di riduzione di quelli per persone non autosufficienti, la dinamica politica che si è sviluppata è stata sempre la stessa. Il governo inizialmente si è schierato a favore delle esigenze di cassa, spesso prendendo durissime misure disciplinari per i deputati riottosi, sospendendoli o cacciandoli dal partito, salvo poi fare una confusa e bizzarra retromarcia, pressato dai crescenti livelli di impopolarità nel paese e dal conseguente crollo nei sondaggi, dove il Labour a tratti è arrivato a essere quarto partito, dietro Reform, Tories e Verdi. Ma è tutta l’agenda economica del governo a essere risultata moderata e incapace di riformare le storture del capitalismo britannico, a partire dalle diseguaglianze esacerbate da 14 anni di governi conservatori. Se la prima manovra ha cercato di dare un po’ di ossigeno al sistema sanitario nazionale e a quello scolastico, la politica economica del governo non ha mai avuto un obiettivo di redistribuzione, e anche la lotta alla povertà è stata sempre subordinata all’ossessione per la crescita, con un atteggiamento questuante nei confronti della city e dei grandi interessi privati. Messi subito in naftalina i piani di una transizione energetica ambiziosa, il governo ha puntato al contrario sull’espansione dell’aeroporto Heathrow e sull’aumento dell’estrazione di petrolio dal mare del nord. Nessuna discussione sulle politiche industriali necessarie a interrompere la crescita del deficit della bilancia commerciale, rinnegate le promesse di nazionalizzare di poste, energia ed acqua, nessun aumento della tassazione sulla ricchezza e i profitti della City. L’INEFFABILE SUDDITANZA VERSO TRUMP E NETANYAHU Se c’è una singola policy che può essere la cartina di tornasole delle (in)capacità politiche di Starmer, il rapporto con Trump offre un caso da manuale. Starmer ha offerto tanto a Trump ottenendo in cambio molti sberleffi e nessun vantaggio. Tra le responsabilità storiche più gravi, il Regno unito ha mantenuto un approccio cooperativo con gli Usa e Israele sul piano militare, offrendo le sue basi per alcuni bombardamenti dell’Iran. In cambio, il Regno unito ha ricevuto un aumento delle tariffe doganali verso gli Stati uniti comparabile, e a detta dei sostenitori della Brexit perfino peggiore, a quello dell’Unione europea, la sconfessione dell’accordo sulle isole Chagos e una sequela di insulti più o meno gratuiti. Di fatto, Starmer è l’unico leader progressista di un grande paese anglosassone a non aver beneficiato elettoralmente dell’elezione di Trump. Sia per i liberali in Canada che per i laburisti in Australia l’effetto Trump si è rivelato un portentoso toccasana, resuscitando politicamente leader che languivano nei sondaggi e portando a clamorose rimonte contro i locali alleati di Trump. Nel Regno unito la dinamica politica è invece esattamente l’opposta, con il Labour che perde in due anni la metà dei pochi voti conquistanti alle politiche del 2024 e il partito xenofobo di Nigel Farage, Reform, che da oltre un anno è in testa a quasi tutti i sondaggi. LE DIMISSIONI, L’EREDITÀ DELLO STARMERISMO, E BURNHAM Dopo le dimissioni di Starmer da leader del partito, e quindi da primo ministro, Andy Burnham è destinato a prendere il suo posto. Nel dibattito interno al partito e nelle recenti dichiarazioni di Burnham, non si ravvisa ancora alcuna riflessione profonda e chiara su cosa si sia sbagliato durante la leadership di Starmer. Nessuna riflessione sull’abbandono di un’identità politica progressista in favore di un partito della nazione cerchiobottista fondato sull’ondivago e confuso concetto di senso comune; nessuna riflessione sugli inediti metodi platealmente antidemocratici di gestione del partito, e sull’espulsione in massa di decine, se non centinaia di migliaia, di iscritti, consiglieri, candidati parlamentari, e parlamentari; nessuna riflessione sulle misure (non) adottate per tutelare materialmente la classe lavoratrice che vive del proprio salario, e non di rendite; infine, nessuna riflessione sulla modesta offerta politica nel ridefinire i rapporti con l’Unione europea, e nel rappresentare una leadership genuinamente progressista, alternativa e credibile rispetto all’ordine internazionale devastato dalle guerre di Trump, Putin e Netanyahu. Se la mancanza di queste riflessioni è la premessa della nuova leadership di Burnham, il rischio di ritrovare Nigel Farage primo ministro del Regno unito alle prossime elezioni non può essere del tutto accantonato. Giorgio Bologna – Emigrante italiano a Londra, ex militante del partito laburista Andrea Pisauro – in Gran Bretagna da quindici anni è ricercatore di neuroscienze all’Università di Plymouth, cofondatore del Manifesto di Londra e co-coordinatore della campagna Europe for Scotland DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Starmer, il mendace incapace proviene da Jacobin Italia.
June 24, 2026
Jacobin Italia
Amal Khalil: due decenni di giornalismo militante
Di Fatima Fouad el-Samman A cura di Sintia Issa The Public Source, 14 gennaio 2026   L’anno scorso abbiamo fatto visita alla giornalista libanese Amal Khalil nella sua casa di famiglia a Baysariyyeh, una cittadina vicino alla costa nel distretto di Saida, nel sud del Libano. Erano trascorse un paio d’ore da quando l’entità sionista aveva colpito il distretto di Nabatieh con diversi attacchi aerei e imposto una fascia di sicurezza sulle colline di Dabsha e Ali al-Taher, sostenendo di aver preso di mira un’importante struttura della resistenza. L’aria era ancora pervasa dal disagio causato dal bombardamento mattutino, ma Amal ci ha accolti con calma nel piccolo giardino che circonda la sua casa. Alberi di limoni, arance, mele e avocado ombreggiavano il cortile; li aveva piantati insieme a suo padre. I gatti si muovevano liberamente tra i rami e i vasi di fiori: lei salva e accoglie i gatti randagi. La sua famiglia dice che più un gatto è debole o malato, più è probabile che diventi il suo preferito. «Se Amal non fosse una giornalista», ha scherzato un vicino mentre veniva versato il caffè, «dedicherebbe la sua vita a salvare gli animali». Sono trascorse quattro ore nel giardino, tra il fruscio delle foglie e le interruzioni delle ultime notizie. Amal si interrompeva a metà frase per controllare il telefono, verificare un resoconto dal campo o richiamare qualcuno, prima di tornare alla nostra conversazione: sulla sua infanzia sotto l’occupazione, i primi anni di Al-Akhbar e il lungo percorso che l’ha resa una delle poche giornaliste a documentare la guerra ciclica nel Sud e le vite che vi sono intrecciate. Questa intervista, registrata in un contesto di guerra e sfollamento, ripercorre i suoi due decenni di giornalismo militante, una pratica di profondo impegno a favore della causa della liberazione. Per Amal, il giornalismo non è una professione, ma resistenza con altri mezzi — dove il reportage è un atto di testimonianza e la scrittura diventa una linea di difesa vitale. Il lavoro di una vita è una cronaca della lotta quotidiana del suo popolo contro il sionismo. Quello che segue è un resoconto della sua esperienza, arricchito da riflessioni sull’etica, il lavoro e la politica del giornalismo dal punto di vista di una giornalista rimasta sul fronte più vicino a casa sua. I seguenti estratti sono stati tradotti dall’arabo e modificati per maggiore chiarezza. --------------------------------------------------------------------------------     Sei nata e cresciuta nel sud del Libano durante l'occupazione. Come ricordi quegli anni della tua vita? Sono nata nel 1984, a Baysariyyeh, poco prima della liberazione della nostra città. Dal tetto di casa nostra, [da bambina] vedevo i villaggi occupati in lontananza, oltre la montagna di fronte a Iqlim al-Tuffah — quella zona [la fascia di confine occupata] era ancora sotto occupazione all’epoca. Sono cresciuta ascoltando storie di vicini che compivano operazioni contro il nemico sionista sulla strada costiera. Ricordo la storia di un giovane che si era appena sposato. Gli israeliani lo rapirono e lo imprigionarono nel famigerato campo di detenzione di Ansar. In seguito fecero saltare in aria la sua casa perché si era unito alla resistenza attraverso il Movimento Amal. A volte vedevo gli scontri proprio lì, davanti a me, come quando andavamo a trovare mia zia a Kfar Rumman. Giovani combattenti lanciavano un’operazione contro l’avamposto militare israeliano a Dabsha, e noi osservavamo tutto ciò che accadeva davanti ai nostri occhi: la resistenza che sparava, gli israeliani che rispondevano, colpi che esplodevano, pallottole che volavano. Ti sembrava di trovarti in mezzo a un campo di battaglia, di assistere alla guerra da vicino. Ricordo ancora le ombre dei combattenti — come si muovevano nell’oscurità. Non vedevamo mai gli israeliani; erano sempre nascosti nella loro roccaforte, da cui sparavano. Queste scene mi sono rimaste impresse. Per la mia generazione, persone che ora hanno tra i quaranta e i cinquanta anni, non abbiamo vissuto ai tempi della Resistenza palestinese o del Fronte di Resistenza Nazionale [libanese]; siamo cresciuti con la Resistenza Islamica di Hezbollah. I video su al-Manar, gli inni e l’atmosfera di lotta collettiva hanno plasmato il nostro senso di appartenenza e di ribellione. Anche se nessuno nella mia famiglia era un combattente o un ex prigioniero, ciò che ho visto e sentito da bambina mi ha segnato profondamente. Ha plasmato il mio modo di vedere il mondo. Il tuo lavoro è animato da una sensibilità profondamente umana e intrinsecamente politica. Da dove deriva? La mia educazione — tutto ciò che ho visto, letto e vissuto — ha plasmato il mio modo di comprendere le cause e le lotte delle persone.  Da quando avevo 12 anni, leggevo “Assafir” ogni giorno. Mio padre lo portava a casa e divenne la mia finestra sul mondo dal nostro tranquillo villaggio. Attraverso quel giornale di sinistra, ho imparato a conoscere i tassisti, i contadini e i poveri; persone come il prigioniero liberato e martire Samir al-Kantar; i rapiti e i dispersi. È stato grazie ad Assafir che ho imparato a conoscere la guerra civile. Il giornale pubblicava anche un supplemento intitolato «Kitab fi Jarida» (Un libro in un giornale), e mio padre collezionava ogni numero per me, insieme alla serie «‘Aalam al- Ma'‘rifa» (Il mondo della conoscenza) e alla rivista al-Arabi. Leggerli ha gettato le basi della mia consapevolezza politica e culturale. A 10 anni indossavo l’hijab per tradizione, anche se non mi è mai piaciuto davvero. Da adolescente, sentivo sempre il bisogno di fare qualcosa di diverso; di diventare una scrittrice come quelle che leggevo. Per questo, dovevo continuare a leggere e imparare. A scuola scrivevo molto bene, e mio padre, che amava la poesia, mi incoraggiava. Mi fece conoscere poeti libanesi come Joseph Harb, Mustafa Sbeiti, Mohammad Ali Shamseddine e Sayyed Mohammad Hasan al-Amine. La poesia di Amal Dunqul “La Tusaleh” (Non riconciliarti) mi ha segnato profondamente. La poesia mi ha reso più sensibile; ha affinato la mia percezione del mondo e il mio modo di scrivere. Poi, al liceo, ho incontrato dei compagni comunisti e ho avuto la sensazione che i rivoluzionari di cui leggevo su *Assafir* fossero improvvisamente lì davanti a me. Mio padre non mi permise di studiare giornalismo all’Università Libanese di Beirut, così mi iscrissi invece a Letteratura araba a Saida. All’epoca la frequenza non era obbligatoria, il che mi dava la libertà di andare a Beirut all’insaputa della mia famiglia. Mi sono unita a diversi collettivi e ho partecipato alle manifestazioni organizzate dal Partito Comunista Libanese. Un giorno, su *Assafir* è apparsa una mia foto scattata durante una manifestazione in piazza Riad al-Solh, quando ancora indossavo l’ hijab. Potresti raccontarci dei tuoi esordi nel giornalismo e di come si è evoluto il tuo lavoro ad *Al-Akhbar* nel corso di due decenni? Ho iniziato alla rivista al-Hasna’, dove ho scritto diversi articoli all’inizio. Un articolo che ricordo in particolare era per il numero speciale di San Valentino, su come le persone queer celebrassero l’amore in una società conservatrice. All’epoca, seguivo scrittori come Nasri Sayegh e Jihad Bazzi, il cui stile e la cui sensibilità mi commuovevano. Poi sono entrata a far parte di Shabab Assafir, sotto la guida di Bazzi. Lui ha lasciato il giornale nel 2006, più o meno nel periodo in cui è stato fondato Al-Akhbar. Il nuovo giornale era alla ricerca di giornalisti giovani e appassionati, così ho presentato la mia candidatura. May Makarem e Joseph Samaha, che riposino in pace, hanno avuto l’idea di creare la rubrica quotidiana “Pagina delle donne”. Durante il colloquio, Samaha mi disse: «Sei la persona giusta per questa rubrica; è di carattere sociale ma allo stesso tempo seria». Sono entrata a far parte della redazione nell’aprile 2006, pochi mesi prima che il primo numero andasse in stampa. Il piano era di lavorare da Beirut, occupandomi di tematiche sociali. Il mio lavoro dipendeva dallo stare in mezzo alla gente, e mi sono subito affezionata a questo tipo di giornalismo. Stavamo lavorando ai numeri pilota e io scrivevo i miei articoli. Ogni giorno facevo la spola da Baysariyyeh a Beirut e ritorno, prendendo il minibus visto che non avevo l’auto. Poi è scoppiata la guerra del luglio 2006 — una svolta nella mia vita professionale. Inizialmente il giornale avrebbe dovuto uscire il 15 luglio in un formato molto diverso, con inserti dedicati all’ambiente, al femminismo, all’archeologia e altro ancora. Ma il 12 luglio, quando la resistenza catturò i due soldati israeliani, tutto cambiò. Ero in ufficio quando Samaha entrò e disse: «Ascoltate tutti: sembra che questa situazione durerà un po’ e ognuno dovrebbe decidere ora cosa fare». Senza nemmeno pensarci, preparai le mie cose e dissi: «Vado al sud!» Ho preso il furgone e sono arrivata a casa verso le 16:30. Nel giro di un’ ora, gli israeliani hanno iniziato a bombardare strade e ponti. Ricordo chiaramente quando hanno colpito il ponte di Zahrani. Sono rimasta con la mia famiglia nel villaggio, che era rimasto intatto da quando era stato liberato nel 1985. Insieme ad alcuni amici mi sono offerta volontaria per un’iniziativa di base chiamata Samidoun, aiutando le famiglie sfollate che arrivavano dai villaggi più a sud. Il gruppo è rimasto attivo a Beirut e a Saida. All’inizio della guerra potevamo ancora raggiungere Sour (Tiro) — finché tutte le strade non furono bombardate: l’autostrada, la vecchia strada e la strada costiera. Sour e l’area circostante rimasero isolate, così concentrammo i nostri sforzi su Saida. Durante tutto questo, la giornalista che è in me è rimasta vigile. Ho incontrato famiglie provenienti da villaggi di confine come Srifa, Houla e Shaqra, e ho iniziato a scrivere le loro storie. Le ho inviate ad Al-Akhbar, che ha iniziato a pubblicare i loro racconti nei suoi numeri di prova. Quando il cessate il fuoco è entrato in vigore il 14 agosto 2006, alle 8 del mattino, ho accompagnato gli sfollati nei loro villaggi. L’edizione cartacea del giornale è stata lanciata quel giorno e il mio primo articolo è apparso la mattina seguente, il 15 agosto, intitolato «Oh, le otto del mattino, riportami nella mia terra». Mi sono unita agli sfollati all’alba: stavano aspettando l’ora di tornare a casa. All’inizio di settembre, Samaha mi disse: «Abbiamo bisogno di un giornalista a Sour. Hai acquisito esperienza e ti vogliamo lì». Ma io non conoscevo la città: ci andavo raramente con la mia famiglia, non conoscevo i suoi quartieri e non avevo ancora un’auto. Ci è voluto del tempo per creare una rete di contatti e conoscere il posto. Tutto mi sembrava nuovo. I giornalisti locali spesso non avevano una formazione giornalistica, e io volevo fare qualcosa di diverso, non le solite notizie del tipo «tal dei tali ha ricevuto tal dei tali» che non avevano spazio su Al-Akhbar. Abbiamo cercato di praticare un giornalismo serio, dando voce alle preoccupazioni e alle difficoltà quotidiane della gente. Quando ho iniziato a lavorare nella roccaforte del Movimento Amal, senza alcun legame con le reti di potere locali, ero giovane, idealista, desiderosa di cambiare il mondo, animata da una cultura dei diritti e dell’interesse pubblico. Indagare sui casi di corruzione e sulle questioni sociali della zona, senza risparmiare nessuno — nemmeno la mia famiglia — ha portato a numerosi scontri. La mia «penna avvelenata» mi ha fatto guadagnare fama, ma non senza un prezzo. Sono stata minacciata, aggredita e intimidita. La pressione per farmi cedere era incessante, ma io non ho ceduto. I miei articoli hanno fatto arrabbiare molti, che chiamavano il giornale per lamentarsi o per esigere il diritto di replica. Sono stata sottoposta a ogni tipo di tattica volta a zittirmi, ma senza successo. Ciò che mi ha aiutato a resistere è stato il fatto che l’organizzazione stessa non imponesse limiti. Ricordo che Samaha una volta ci disse: «L’unica linea rossa è l’arsenale della resistenza». Ricordo quando Sayyed Hassan [Nasrallah] rimproverò il giornale per aver pubblicato i documenti di WikiLeaks su Nabih Berri intorno al 2011, anche se ci aveva chiesto di non farlo, ma Al-Akhbar non si tirò indietro. Questo mi diede la libertà di confrontarmi apertamente con le autorità locali nel distretto di Sour. Un tempo utilizzata per conservare 380 colpi di munizioni a nastro da 5,56 mm, questa cassa di munizioni dell’esercito israeliano è stata riutilizzata da Amal come fioriera. La cassa è stata recuperata dagli abitanti di un villaggio di confine mentre tornavano alle loro case dopo la fine della guerra e dell’incursione terrestre. Baysariyyeh, Libano. 8 maggio,  (Fatima Fouad el-Samman/The Public Source). Hai lavorato in modo autonomo nel Sud, spesso con poche risorse e senza supervisione. Puoi descrivere il tuo percorso, i metodi di lavoro sul campo e gli argomenti che hai scelto di trattare, mentre ti assumevi i rischi e le responsabilità del giornalismo in prima linea? Quando mi sono stabilita a Sour, ho lavorato in modo autonomo senza alcun supporto organizzativo. Nessun giornalista della sede centrale mi ha mai accompagnata, a differenza di altri corrispondenti locali. Il mio lavoro parlava da sé. Mi sono assicurata che il giornale non rilevasse mai alcuna lacuna nel mio operato. Durante le elezioni parlamentari, ad esempio, i miei articoli combinavano l’analisi politica con la cronaca sul campo tra la gente. Questo mi faceva sentire come se Sour fosse il mio piccolo regno. Il giornale non mi assegnava articoli o dossier su cui lavorare. [Il caporedattore di Al Akhar] Ibrahim al-Amin una volta mi disse: «Il tuo lavoro si è imposto da solo. Sei una giornalista per istinto e ci fidiamo di te: sei i nostri occhi e le nostre orecchie a Sour». Ma questo divenne anche un peso, perché capii che se volevo distinguermi, dovevo lavorare ancora più duramente, e lo stipendio era molto modesto: circa 400 dollari. Col passare del tempo, il mio lavoro a Sour ha spinto il giornale a farmi occupare anche di Bint Jbeil e Nabatieh. Nel 2011, mi occupavo di tutto il Libano meridionale. C’erano altri corrispondenti, ma alcuni erano stati licenziati. Anche Assaf Abou Rahhal, responsabile di Hasbaya e Marjayoun, è stato martirizzato nel 2010, quando l’esercito di occupazione israeliano venne a sradicare l’albero di Odaisseh dal suolo libanese. Israele rivendicò il territorio sostendo che si trovasse all’interno del proprio confine, nella Palestina occupata, così l’esercito libanese affrontò coraggiosamente il nemico e riuscì a uccidere un ufficiale israeliano di alto rango. Le forze israeliane risposero al fuoco, lanciando due granate che uccisero Assaf, vicino all’albero. Assaf Abou Rahhal era giunto da Kfayr, nel distretto di Hasbaya, per seguire l’incidente. Era un uomo anziano. Il giorno dopo, il fotografo Hassan Bahsoun e io ci siamo recati sul posto per scrivere un articolo commemorativo su richiesta del giornale. Eravamo in piedi vicino all’ albero quando un soldato libanese si è avvicinato e ci ha chiesto se fossimo di Al-Akhbar. Poi ci ha consegnato una carta d’identità macchiata di sangue: era tutto ciò che restava di Assaf. Non dimenticherò mai quel giorno. Oltre al Sud, ho seguito diverse storie in tutto il paese, su Dar al-Fatwa, gli attacchi ad Arsal, il Movimento del Futuro a Tripoli, Anfeh e Batroun. Ma il Sud era sempre dentro di me; non l’ho mai abbandonato. La guerra del 2006 mi ha plasmato come giornalista, e l’occupazione e l’UNIFIL sono diventati il mio ambito di competenza. Col passare del tempo, sono diventata un punto di riferimento per quanto riguarda l’UNIFIL, i campi palestinesi, la resistenza, Hezbollah e l’esercito libanese. In seguito, quando ho avuto un’auto, ho acquisito maggiore libertà di movimento e ho potuto raggiungere ogni angolo del Sud. Mi ha aiutato il fatto che per Al-Akhbar, la mia causa fosse la loro causa: il comunismo e la resistenza. Ogni anno coprivamo il Primo Maggio, il 25 maggio e la Guerra di luglio. Poiché avevo stretti legami con i militanti del Fronte di Resistenza Nazionale [libanese], cercavo di scrivere articoli che facessero rivivere questa gloriosa storia ogni volta che ne avevo l’occasione. A livello personale, la resistenza significa tutto per me. Amo la resistenza, che la sua ideologia sia comunista o islamista. Attraverso il mio lavoro, ho cercato di essere solidale con queste persone — la gente di questa terra. Ho cercato di documentare le ricorrenti aggressioni israeliane, al di là delle guerre e dei bombardamenti del 2006 e del 2023. Ogni volta che i sionisti cercavano di appropriarsi di terra qua e là, ero sempre all’erta. La gente forse non ne era a conoscenza perché non apparivo in televisione. Ma ora le persone stanno cominciando a riconoscere me e il mio lavoro perché mi faccio vedere di più. In questa guerra, ho fatto affidamento sui contatti che ho impiegato 17 anni a costruire nel Sud. Conosco qualcuno in ogni villaggio; sono diventati le mie fonti, le mie chiavi. Il giornale non mi ha mai detto se andare o meno, e non ci ho mai pensato due volte. Mi sembrava ovvio che dovessi seguire il fronte. Quando si trattava di notizie dell’ultima ora, potevo verificare le informazioni attraverso la mia rete sul campo. Anche se mi trovavo a Shebaa, potevo seguire ciò che stava accadendo a Naqoura. Ciò che mi ha aiutato a fornire una copertura affidabile è stata anche la videocamera. In passato, il mio nome diceva qualcosa solo agli israeliani, all’UNIFIL e a chi era direttamente coinvolto nel dare forma alla situazione. Il pubblico ha iniziato a conoscermi solo grazie ai video che ho iniziato a pubblicare. Realizzo video dal 2020, in effetti — intervistando persone nel Giorno della Liberazione, per esempio, o in occasione dell’anniversario della vittoria del 2006 — ma non sono mai apparsa in quei video. Per me era semplice: sono qui per raccontare le storie delle persone, non per diventare io stessa la storia. Col tempo, quella scelta si è rivelata quella giusta. In questa guerra, ho filmato tutto con il mio telefono e ho chiesto ad altri di aiutarmi con il montaggio. Alla fine, ho imparato a montare i video da sola. Detto questo, non mi considero una “corrispondente di guerra”, perché non ho mai ricevuto una formazione formale nel campo del giornalismo di guerra; se dovessi seguire un fronte diverso da questo, potrei trascurare molti dettagli. Il mio perfezionismo e il mio rigore mi impediscono di accettare un titolo del genere. Mi considero una corrispondente sul campo, nient’altro. Non posso nemmeno consigliare a nessuno di fare ciò che faccio io; è una responsabilità che non posso assumermi. Chiunque scelga di seguire adeguate misure di sicurezza ha tutto il diritto di farlo. Molti colleghi sono andati nel Sud e hanno scritto i loro articoli dopo il cessate il fuoco, mentre durante la guerra solo pochi si recavano sul posto senza il permesso ufficiale delle loro testate giornalistiche. Il tuo approccio è unico in quanto combina la copertura della resistenza con la cronaca delle realtà vissute dalla gente comune nel Sud. Puoi parlarci di questo? Sebbene la mia istituzione sostenga la resistenza, mi sforzo di distinguere i miei servizi da quelli dei colleghi dei media alleati, specialmente per quanto riguarda gli affari interni. Questi ultimi adottano spesso uno stile provocatorio nel trattare gli eventi nel Sud, concentrandosi principalmente sulla produzione di una contropropaganda che è, in molti casi, superficiale e banale. Esagerano i successi e le vittorie della resistenza per sminuire le azioni di Israele, e alla fine questo si ritorce contro di loro. Se rileggete i miei articoli, vedrete che ho sempre cercato di informare i lettori sugli sviluppi sul campo nel nostro confronto con Israele. All’inizio della guerra, ad esempio, il 18 dicembre 2023, ho scritto della proposta franco-israeliana di istituire una zona cuscinetto nel Libano meridionale. Abbiamo la responsabilità, il dovere, di trasmettere la realtà e contribuire a costruirne la narrazione — una responsabilità che è stata trascurata negli ultimi 17 anni, causando shock e delusione tra i sostenitori della resistenza. Il mio obiettivo non è mai stato quello di scoraggiare le persone. Al contrario, nei miei articoli su questa aggressione in corso, metto sempre in evidenza la tenacia della gente comune nei villaggi di confine, come gli agricoltori che hanno continuato a coltivare la loro terra mentre gli insediamenti israeliani di fronte a loro, nella Palestina settentrionale, erano deserti. Smentisco la narrazione del nemico secondo cui prenderebbe di mira solo obiettivi militari, mostrando le prove dei bombardamenti su case, fattorie e dell’uccisione di bambini. Dopo il cessate il fuoco, ho anche iniziato a documentare come la distruzione che ne è seguita fosse di gran lunga superiore a quella verificatasi durante la guerra stessa. Ho messo a confronto entrambe le fasi, la guerra e il cessate il fuoco a partire dal 18 febbraio 2025, quando il cessate il fuoco è diventato ufficiale. La cosa più importante che voglio documentare nei miei scritti e attraverso l’obiettivo è che l’occupazione israeliana va oltre i cinque punti. In realtà, l’intera striscia lungo il confine è stata occupata, con un’avanzata di due o tre chilometri all’interno del territorio libanese. L’area è di fatto una zona cuscinetto, poiché le persone non possono più tornare nelle loro case lì. In altre parole, è, sotto ogni punto di vista pratico, un’area occupata. Questo è l’approccio che adotto nella mia cronaca, che non è qualcosa che ho studiato perché non mi sono mai specializzata in giornalismo. Neanche i nostri più grandi mentori hanno studiato giornalismo, perché il giornalismo, nella sua essenza, dipende dall’istinto. La conoscenza e la cultura si possono acquisire col tempo, ma il senso giornalistico non si può insegnare. Chiunque decida di fare giornalismo deve porsi la domanda esistenziale: perché sono entrata in questo campo, in primo luogo? Fare reportage sulla guerra nel Sud richiede un’enorme forza d’animo e determinazione. Come si fa a mantenere la concentrazione e la calma e a decidere in tempo reale quali informazioni sensibili pubblicare o non divulgare? La paura è sempre presente, ed è naturale. In passato ero convinta che gli israeliani fossero dissuasi. Ma dopo il cessate il fuoco, quella deterrenza è svanita e tutto è cambiato. Ho delle foto dei miei incontri con il nemico in diverse fasi, dal 2006 ad oggi: a Labbouneh, proprio sopra Naqoura, senza barriere tra noi; dopo l’incidente del cipresso di Odaisseh-Kfarkila nel 2010 e la costruzione del muro di Kfarkila nel 2012 da parte del nemico israeliano; e dopo il martirio di alcuni giovani durante le Marce del Ritorno nel Giorno della Liberazione del 2010. Il punto più vicino a noi [giornalisti] è stato a Khiam il 27 novembre 2024, dove ci siamo trovati faccia a faccia con un bulldozer ostile, i cui soldati sparavano raffiche per respingerci mentre ci avvicinavamo — non ho potuto fare a meno di ridere di loro — e di nuovo il 18 febbraio 2025 a Markaba; quella volta, la paura era reale perché la situazione era cambiata completamente. Pratico spesso l’autocensura. Mi sono detta molte volte, soprattutto dal 23 settembre 2024, che certe storie non devono essere pubblicate. Personalmente, preferisco non riferire delle minacce di evacuazione da parte di Israele perché così facendo si diffonde solo paura tra la gente, che è esattamente ciò che Israele vuole. Altre volte, faccio il contrario. Quando gli israeliani sono entrati a Shama, ho ricevuto un video da qualcuno dell’unità italiana dell’UNIFIL. Mi ha chiesto di non rivelare la sua identità. L’ho pubblicato quel venerdì con il logo di Al-Akhbar, e si è scatenato il finimondo. Il nemico è riuscito a rintracciare la fonte del video e ha bombardato il cortile dell’ unità italiana nel tentativo di intimidirci. Ho avuto persone sul campo che mi hanno aiutato con le informazioni, dalle squadre di ambulanze all’esercito e all’UNIFIL. Fin dall’ inizio dell’aggressione, abbiamo preso le nostre precauzioni. Quando la resistenza ha lanciato razzi verso la Palestina, non ho mai filmato i loro siti di lancio. Ho fatto finta di non aver visto né sentito nulla, aspettando che la resistenza rilasciasse una dichiarazione ufficiale, soprattutto perché nello scontro erano coinvolte diverse fazioni. Un tubo di stoccaggio militare, utilizzato dalle forze israeliane e originariamente destinato al trasporto di proiettili di artiglieria o di mortaio, si trova all’interno della casa di Amal a Baysariyyeh. Detriti militari sono stati rinvenuti nei villaggi di confine al ritorno dei residenti dopo la fine della guerra. Il tubo è stato donato ad Amal dai combattenti della resistenza mentre lei documentava il ritorno dei residenti alle loro case, a Baysariyyeh, in Libano. 8 maggio 2025. (Fatima Fouad el-Samman/The Public Source). La resistenza è stata un tema ricorrente nel corso di questa conversazione. Potrebbe riflettere un’ultima volta su cosa significhi per lei ? Dico sempre nei miei articoli, nelle interviste e nelle conversazioni che la resistenza è il nostro destino. Finché vivremo accanto all’entità israeliana, questa lotta continuerà.  La resistenza è un atto istintivo tra gli abitanti del sud contro l’aggressore. Cerco di ripercorrere la storia di questa lotta a partire dagli anni ’30, quando Maarouf Saad andò a combattere i sionisti a Tulkarem. Gli abitanti di Kfarshouba contano 16 martiri della famiglia Yahya che combatterono a fianco della resistenza in Palestina contro le bande sioniste. Un ricordo più recente e vivido che ho è quello del martire Abdullah Fakih di Rab el-Thalathin. Aveva 24 anni. L’ho intervistato nel giugno del 2024, mentre si preparava a sostenere gli esami ufficiali a Tebnine. Una volta superato l’esame, mi ha contattato su Instagram per darmi la notizia. Ha iniziato a cercare uno stage a Beirut e alla fine ne ha trovato uno all’ospedale al-Rassoul al-A‘zam. In seguito, decise di tornare al suo villaggio. Non faceva parte di alcun gruppo organizzato, ma era tra i giovani che difendevano il territorio durante l’incursione terrestre. Ce ne sono molti come lui, che non sono necessariamente membri di Hezbollah né ideologicamente legati ad esso. Il nonno di Abdullah era stato ucciso da bande sioniste nel 1948 mentre difendeva il suo villaggio di Hounine. Suo nipote è caduto martire nel 2024. Dico sempre che è stata la resistenza a creare un effetto deterrente dal 2006 al 2023. Per la prima volta nella storia del Libano, e del Medio Oriente in generale, il Sud è diventato la regione più sicura. È un fatto che gli stessi comandanti dell’UNIFIL hanno riconosciuto — anche se, ovviamente, non è stato grazie a loro, ma alla resistenza. Questa realtà si è tradotta in investimenti milionari da parte della popolazione per ricostruire le proprie case e ville lungo il confine. Da allora, però, quella realtà è cambiata. La resistenza rimane il nostro tetto, il nostro rifugio, la nostra sicurezza e la nostra rassicurazione — e la nostra esperienza lo dimostra. Per la prima volta nella nostra storia, la zona di Zahrani è stata bombardata [nel 2024]. È stata un’esperienza inquietante. Anche quando i primi attacchi israeliani sono caduti nelle vicinanze, non ci è mai venuto in mente di fuggire. Ma quando la situazione è peggiorata — lunedì 23 settembre — la casa di mia zia è stata bombardata, ma loro sono sopravvissuti.  Mezz’ora dopo, la casa dell’altro mio cugino è stata colpita, e sua moglie e suo figlio sono stati uccisi. Il massacro non aveva precedenti nel nostro villaggio, e la nostra famiglia era sotto shock. Non ti immagini mai in una situazione del genere, perché a Baysariyyeh siamo sempre stati noi ad accogliere gli sfollati, non a diventare noi stessi sfollati. Persino durante la violenta aggressione del 1993 — il cosiddetto «assalto dei sette giorni» — non fummo colpiti come non lo fummo nel 1996, e nemmeno nel 2006. La zona di Zahrani è sempre stata un luogo di rifugio per le famiglie sfollate dai villaggi di confine, già a partire dal 1947-48. Baysariyyeh ha ospitato molte famiglie provenienti dalla zona del sud occupata, alcune sfollate nel 1973, altre nel 1977-78. Abbiamo persino un quartiere chiamato Yarin al-Jadida (“La Nuova Yarin”), che prende il nome dal villaggio di confine di Yarin, i cui abitanti furono sfollati il 2 luglio 1977, in seguito al massacro avvenuto in quel luogo. Molti di loro sono ancora qui. Il giorno dopo, a mezzogiorno, un amico mi ha chiamato e mi ha detto: «Porta la tua famiglia e vieni». Io e mio fratello abbiamo accompagnato la famiglia in due auto, ci siamo assicurati che fossero al sicuro, poi siamo tornati al villaggio. Abbiamo deciso di non andarcene. A quel punto, siamo stati costretti ad abbandonare la nostra casa solo perché il nemico mi aveva minacciato direttamente — pensavamo che potessero mettere in atto la loro minaccia. Così, abbiamo iniziato a dormire a casa di mia sorella, nel centro del villaggio, e abbiamo trascorso le giornate a casa di mia zia durante il periodo di lutto. Non c’era bisogno di seguire le notizie: era tutto sopra le nostre teste. Dal tetto si potevano vedere il nostro villaggio, Iqlim al-Tuffah, Nabatieh e Ansar. Era la prima volta che mi capitava di dormire sul pavimento in una casa sovraffollata di famiglie sfollate, indossando vestiti presi in prestito, dopo aver lasciato casa con solo ciò che indossavo. Stavo vivendo la stessa esperienza delle persone che ero solita intervistare. I miei spostamenti si limitarono a Saida e ai suoi dintorni, poiché era troppo difficile andare oltre. Quando fu annunciato il cessate il fuoco, la mia famiglia tornò a casa, ma non mi passò mai per la mente di tornare con loro. Come avevio fatto in passato, misi in moto la mia auto e mi diressi più a sud, verso Khiam. La sera prima, mentre la mia famiglia stava ancora valutando se tornare, io stavo già pianificando il mio servizio, individuando quali zone di confine avrei potuto raggiungere. La mattina dopo il cessate il fuoco, mi sono chiesta: dove dovrei trovarmi, a Shama‘ o a Khiam?   —Questa intervista è stata realizzata con l’aiuto di Layla Yammine.   Fatima Fouad el-Samman è ricercatrice e traduttrice presso The Public Source. Sintia Issa è redattrice speciale presso The Public Source.   Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze
Starmer se ne va,  il Labour cambia (solo un po’)
La fine ingloriosa di Keir Starmer, che lunedì 22 giugno ha annunciato le sue dimissioni dopo un tracollo di consensi senza precedenti nella storia politica britannica, dovrebbe insegnare molto alla sinistra europea e internazionale. Perché Starmer non è un Blair né un Renzi. Non è un esponente della destra laburista, l’ultraliberista che prende la socialdemocrazia tradizionale e la vuole trasformare in qualcosa di completamente diverso. Starmer era un esponente della cosiddetta «soft left», la sinistra moderata del Labour. Fu eletto nel 2020 alla leadership del partito e nel 2024 al governo del paese con una linea che prometteva di mantenere l’ancoraggio a sinistra e gli assi politici principali dell’era di Jeremy Corbyn, correggendone gli eccessi e rendendoli più digeribili all’elettorato e all’establishment. Se volessimo fare un paragone italiano, si parva licet, potremmo dire che è stato il Nicola Zingaretti inglese, colui cioè che dopo la gestione di Matteo Renzi e dopo la dannosa segreteria di Enrico Letta, ha leggermente spostato a sinistra il Pd finendo travolto dalla sua scarsa audacia. Rispetto al corbynismo, Starmer prometteva di andare «adelante, con juicio», di cercare una «Quarta Via» (titolo del libro con cui i parlamentari post-renziani del Pd Filippo Sensi e Lia Quartapelle ne celebrarono la vittoria), a metà tra la socialdemocrazia radicale di Corbyn e il liberismo blariano. Non è andata per nulla così, com’era ampiamente prevedibile e previsto. Il governo Starmer si è comodamente adagiato sul blairismo fuori tempo, superandolo a destra su temi come sicurezza, immigrazione, repressione, e non mostrando sostanzialmente nulla degli avanzamenti sul piano del welfare e delle opportunità economiche che i governi Blair, pur nell’impostazione generalmente liberista, avevano portato. Il punto è che quello blairiano era un patto sociale neoliberista: competere per arricchirsi. Ora che non esiste alcuna promessa di crescita nella competizione interna ed esterna, ora che il neoliberismo non ha più alcun dividendo da distribuire, ne è rimasta solo la faccia peggiore. L’idea che fosse necessaria una correzione di rotta e non un ripensamento di fondo. LEGGI ANCHE… GRAN BRETAGNA I TAGLI DI STARMER Matt Bruenig IL PESO DELLA BREXIT Questa osservazione viene declinata sempre più frequentemente con il peso della Brexit sulla politica britannica. E questo è un dato di cui tenere conto perché molti rapporti, sondaggi e analisi concordano sul fatto che l’economia del Regno Unito sia rimasta ferma a seguito dell’abbandono dell’Europa. Tra i punti maggiormente sottolineati il fatto che il Pil britannico nel 2025 sia del 6-8% inferiore a quanto stimato se fosse rimasta dentro l’Ue (Nicolas Bloom, 2025): il crollo delle micro-esportazioni in Europa non compensato da guadagni adeguati nelle esportazioni nel resto del mondo mentre invece l’Ue assorbe ancora il 41% delle esportazioni britanniche. Di fatto, il progetto della Global Britain non si è affermato, nemmeno sul fronte finanziario dove la City non è stata svuotata, ma ha mantenuto il suo peso specializzandosi, ad esempio, sui derivati. Sul piano finanziario complessivo, però, la Brexit ha aiutato al rafforzamento degli Stati uniti che hanno potuto maggiormente competere con l’Ue nonostante la loro già rilevante forza.  Tutto questo non significa però che la causa della crisi a sinistra sia stata la Brexit, per quanto dall’anno della sua deliberazione mediante referendum la Gran Bretagna abbia visto succedersi sette premier in dieci anni. E questo nonostante il tanto osannato sistema elettorale più stabile al mondo: l’uninominale maggioritario in cui il primo che arriva nel collegio elettorale viene eletto. Ma i problemi erano presenti anche prima: deindustrializzazione, riduzione delle esportazioni di servizi, costo della vita, temi che avevano messo in difficoltà l’alleanza tra i Conservatori di David Cameron e i liberali con cui aveva dato vita al primo governo di coalizione britannico. Proprio per ovviare alla sua incapacità di affrontare i problemi di fondo, Cameron aveva deciso, da ostile alla Brexit, a dare il via al referendum che ne ha poi decretato la scomparsa politica.  Il punto risale quindi alle politiche di fondo, e da questo punto di vista sembra chiaro che il capitalismo britannico fatica a trovare un suo equilibrio nello scontro globale in corso – abbandonare l’Ue per non accasarsi con gli Usa, per dirla schematicamente – e i partiti politici vengono sollecitati dall’establishment finanziario a farsi carico di questo problema perseguendo politiche pro-imprese e insensibili alle condizioni di vita più disagiate. Un chiaro esempio di questo scontro è visibile nella polemica ingaggiata dal Financial Times contro le pur blande innovazioni promesse dal probabile futuro leader del Labour Andy Burhnam, che nella stessa giornata delle dimissioni di Starmer ha giurato come parlamentare dopo essere stato eletto il 18 giugno alle elezioni suppletive del collegio di Makerfield.  LEGGI ANCHE… GRAN BRETAGNA NON BASTA CHE STARMER SE NE VADA Jeremy Corbyn IL FUTURO CON BURNHAM A essere preso di mira di Burnham è un articolo apparso a maggio sul Times in cui l’ex sindaco della Grande Manchester, scorrendo una serie di osservazioni sulla campagna elettorale di Makerfield da parte dell’ex premier, sostiene che si sarebbe aspettato «che emergesse il tema principale delle conversazioni porta a porta a Makerfield. Il calo del tenore di vita di milioni di persone e la realtà che la vita si è fatta più difficile per la maggior parte di loro di anno in anno dal crollo finanziario del 2008, è, a mio avviso, la grave lacuna nella sua analisi». Aggiungendo poi che «questo è stato il principale fattore scatenante della turbolenza politica che descrive e del crollo del sostegno ai partiti tradizionali di destra e di sinistra, qui e nel resto del mondo». Un inquadramento molto lucido, e si potrebbe dire scontato, dell’impennata costante che hanno avuto le forze dell’estrema destra, siano esse il Reform di Nigel Farage o le squadre anti-sistema e para-fasciste organizzate da Tommy Robinson.  E così viene fuori la critica principale: «Il governo laburista [di Tony Blair, ndt] di cui sono stato orgoglioso di far parte, ha compiuto molte cose positive. Tuttavia, non ci ha allontanato dalla direzione tracciata da Thatcher». Il punto, continua Burnham, è che «La teoria economica del “trickle-down” (gocciolamento) alla fine non ha avuto un grande effetto» mentre la lezione che egli trae dalla sua esperienza decennale alla guida della Grande Manchester «è che non ci si può semplicemente affidare al mercato, come sembra suggerire il saggio di Tony. Se si desidera una crescita maggiore in aree che ne sono carenti, è necessario un forte controllo e una chiara direzione da parte del settore pubblico sia sulla strategia di investimento sia sui fattori abilitanti di un’economia più produttiva, come i trasporti, l’energia, l’acqua, l’istruzione e gli alloggi» Qui c’è il succo del pensiero del nuovo, probabile, leader laburista che secondo un articolo di Le Monde di qualche giorno fa, sostanzia il suo socialismo «manchesteriano» con l’idea di un «intervento pubblico che sposa le preoccupazioni pro-crescita e quelle a favore della creazione di posti di lavoro». Il termine «manchesteriano» deriva dai mentori di Burnham, Richard Leese, leader laburista del consiglio comunale di Manchester tra il 1996 e il 2021, e Howard Bernstein, capo dell’amministrazione cittadina, «che ha lavorato al suo fianco per trent’anni» e da cui è partito un progetto di «rigenerazione» della città basato sullo «sviluppo della cultura, della musica, del calcio, della scena gastronomica, per riportare la gente nel centro città». La scelta della famiglia reale di Abu Dhabi di acquistare il Manchester City ha dato una forte spinta a questo sviluppo e a questa dinamica, non esente da contraddizioni.  Assalto ai fornelli Acquista l’ultimo numero della rivista Ecco da dove viene la rivendicazione di Burnham nel rispondere a Blair: «Siamo orgogliosi di essere al primo posto al mondo ad aver ribaltato una delle più grandi eredità di Thatcher: la deregolamentazione del trasporto pubblico su autobus». Sempre in dialogo con Blair ribadisce anche che «Tony ha ragione a dire che abbiamo bisogno di una riforma del welfare e che il numero di giovani che percepiscono sussidi è troppo elevato, ma come si può risolvere questo problema se le persone non possono permettersi di raggiungere corsi di formazione, posti di lavoro e opportunità?». Ancora: «Abbiamo bisogno di un massiccio trasferimento di potere, risorse e personale alle autorità locali e di quelle regionali per creare maggiore autonomia a livello locale, potenziare il settore comunitario e del volontariato e rendere la crescita sostenibile una realtà ovunque». Infine: «Abbiamo costruito un approccio favorevole alle imprese e una nuova cultura politica che potrebbe far parte del piano per il futuro del paese, una politica più collaborativa a Westminster che crei una piattaforma stabile per alcuni dei cambiamenti strutturali a lungo termine di cui il paese ha bisogno. In altre parole, una nuova politica per costruire una nuova economia». Come si vede si tratta di un programma di compromesso, neanche del tutto socialdemocratico visto l’ampio spazio occupato dalle politiche per le imprese. Ma questo basta a far lanciare l’allarme al Financial Times con il suo editorialista di punta, Martin Wolf, che, scorrendo la risposta a Tony Blair, così conclude: «Eppure, se Burnham vuole avere successo dove il suo predecessore ha fallito, dovrà costringere sia il suo partito che se stesso ad affrontare scelte difficili. Il Partito Laburista non crede che gli incentivi contino davvero. Invece contano. Il Partito Laburista non crede che una maggiore spesa pubblica comporti tasse più alte. Invece sì. Lo stesso Burnham sembra pensare che l’intervento statale accelererà facilmente la crescita. Non è così. Burnham sembra anche credere che governare Manchester sia come governare la Gran Bretagna. Non lo è. Starmer ha dimostrato che cedere agli istinti del “Vecchio Partito Laburista” non funziona. Burnham oserebbe davvero essere più coraggioso?». Laddove Wolf rimprovera a Starmer di aver ceduto al «vecchio Labour», qui si sostiene l’opposto: proprio per non aver seguito con decisione una strada di rottura, e aver invece ceduto alle politiche «pro-businness» per sostenere un’economia claudicante, Starmer non ha offerto quel cambiamento che chi ha perduto potere economico e agibilità dalla globalizzazione, dalla crisi economica del 2007-2008 e poi dalla Brexit, richiede ormai da oltre dieci anni. E lo stesso Burnham, nel momento in cui auspica un primo parziale cambiamento, viene richiamato all’ordine.  Del resto è quel che abbiamo visto accadere già in Italia, non solo con Zingaretti ma anche con Pierluigi Bersani quando da segretario del Pd fece nascere il governo iper-liberista di Mario Monti. Non basta pensare che il problema sia l’anomalia – i Blair, i Veltroni, i Renzi – e non invece la mutazione profonda della socialdemocrazia europea, che ha abbracciato il neoliberismo quasi all’unanimità. Il punto è che non basta dire «abbiamo esagerato, non lo faremo più». Il tema non è morale. Il tema è politico e sociale: qual è la lettura della realtà di oggi che la sinistra fa. Qual è il bilancio dei decenni della globalizzazione neoliberista e di quello della crisi economica. Il punto è che, come ha spesso detto Bernie Sanders, nella fase presente «there is no middle ground». Non si può dire oggi «agenda Monti con un po’ di equità» – per citare appunto il Bersani d’antan – oppure «agenda Draghi» come fece scelleratamente Enrico Letta nelle elezioni del 2022. Oggi serve scegliere. Se non stai, con un minimo di coraggio, da una parte, stai dall’altra.  *Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra(Piemme, 2023). Lorenzo Zamponi è docente di sociologia alla Scuola Normale Superiore ed editor di Jacobin Italia. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino, 2019). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Starmer se ne va,  il Labour cambia (solo un po’) proviene da Jacobin Italia.
June 23, 2026
Jacobin Italia
Dovremmo lavorare quattro giorni a settimana
Trentacinque anni fa, l’economista del lavoro Juliet Schor, residente a Boston, pubblicò un libro di successo intitolato The Overworked American. In modo quanto mai opportuno, contribuì a confutare la nozione neoliberista allora prevalente secondo cui gli Stati uniti non erano competitivi nell’economia globale perché i lavoratori a ore non si impegnavano tanto quanto le centinaia di milioni di loro colleghi all’estero. Che ci crediate o no, un senatore statunitense multimilionario del Massachusetts di nome John Kerry era un promotore così fervente di questo mito da arrivare a fare prediche ai suoi elettori operai del Massachusetts sulla necessità di lavorare di più e in modo più intelligente. (I membri del nostro sindacato erano tra il pubblico che assisteva a una conferenza sindacale tenutasi in quel periodo). Contrariamente a quanto affermato da Kerry, Schor ha scoperto che la giornata lavorativa di otto ore e la settimana lavorativa di quaranta ore – conquistata negli Stati uniti negli anni Trenta dopo una lotta secolare per la riduzione degli orari di lavoro – nel 1992 fosse ormai un ricordo del passato. Quando fu scritto The Overworked American, gli statunitensi lavoravano in media circa 164 ore in più all’anno rispetto ai primi anni Settanta. Inoltre, trascorrevano più tempo al lavoro rispetto ai lavoratori e alle lavoratrici della maggior parte degli altri paesi industrializzati avanzati. Inoltre, lavoratori e lavoratrici statunitensi non godevano di garanzie federali in materia di permessi retribuiti per malattia, congedo parentale e ferie annuali, situazione che non è cambiata molto da allora (tranne che in alcuni stati a maggioranza democratica, grazie a interventi legislativi statali). Schor ha esortato i datori di lavoro e i responsabili politici statunitensi ad adottare un concetto diverso di produttività, misurato non in base al numero di ore lavorate, ma alla produttività con cui vengono svolte. IMPATTO SULLA PRODUTTIVITÀ Schor ha cercato di contrastare la saggezza convenzionale del mondo aziendale citando studi che dimostrano come orari di lavoro più brevi possano effettivamente aumentare la produttività sia nei lavori manuali che in quelli impiegatizi. Ha osservato che «storicamente, ogni volta che la giornata lavorativa è stata ridotta, prima a 10 ore e poi a 8, la produttività è aumentata» grazie a una minore fatica, un morale più alto e un conseguente ritmo di lavoro più rapido. Chiunque conosca la storia del lavoro negli Stati uniti sa che la riduzione dell’orario di lavoro non è stata il risultato di un’illuminazione o di una benevolenza da parte dei datori di lavoro. Come racconta Schor, quelle riforme sono state il frutto di un movimento operaio, incentrato sulla riduzione della settimana lavorativa e sull’ottenimento di un obbligo di legge che prevedesse il pagamento degli straordinari dopo le quaranta ore. Questo movimento culminò con l’approvazione del Fair Labor Standards Act (Flsa) durante la fase finale del New Deal. La retribuzione per gli straordinari prevista dalla Flsa era pari a una volta e mezza la paga oraria normale. Sfortunatamente, la Flsa non specificava quale fosse la retribuzione per i lavoratori che, su ordine dei datori di lavoro, fossero costretti a continuare a lavorare oltre le otto ore giornaliere, prima del termine della settimana lavorativa di quaranta ore. (In alcuni stati favorevoli ai sindacati, i lavoratori hanno diritto, per legge statale, a una maggiorazione salariale dopo aver lavorato otto ore in un solo giorno, indipendentemente dal totale delle ore lavorate nella settimana). La normativa federale che prevede una retribuzione aggiuntiva dopo le quaranta ore lavorative si applica a coloro che sono correttamente definiti come dipendenti a ore, non a supervisori o lavoratori autonomi. Storicamente, classificazioni come questa favorevoli da parte del Dipartimento del Lavoro statunitense dipendevano dalla presenza di un democratico alla Casa bianca; l’amministrazione Trump si è mossa nella direzione opposta. DECLINO DEL SINDACATO Nell’era postbellica, come osservato in The Overworked American, il costante declino del potere legislativo dei sindacati ha lasciato la maggior parte dei lavoratori e delle lavoratrici statunitensi con una scarsa «cultura di resistenza alle lunghe ore di lavoro o un movimento politico in grado di esercitare pressioni per ulteriori riforme governative». Chi aveva la fortuna di appartenere a sindacati industriali, conservando un certo potere contrattuale, continuavano a ottenere risultati positivi. Ma il campo di battaglia si è ristretto alle contrattazione tra lavoratori e direzione in merito a ferie retribuite, maggiorazioni per gli straordinari e limiti contrattuali sugli straordinari obbligatori. Uno di noi, in qualità di negoziatore sindacale per i Communications Workers of America, ha personalmente sostenuto in passato alcune iniziative di operai di fabbrica del New England per ottenere limiti legalmente vincolanti sugli straordinari obbligatori nel settore manifatturiero. Questa non è una rivendicazione popolare al tavolo delle trattative in quel settore, né in nessun altro che tuteli le «prerogative della direzione» in materia di orari di lavoro. Oggi, gran parte delle controversie tra lavoratori e datori di lavoro, sia nelle trattative contrattuali che nelle assemblee legislative statali, verte sulla tutela dei lavoratori con orari di lavoro «compressi». Nonostante gli orari di dodici ore al giorno che questi comportano, la direzione vuole avere la possibilità di richiedere ore di straordinario aggiuntive per coprire eventuali carenze di personale impreviste. Come hanno sottolineato i sindacati del settore sanitario, ciò comporta ulteriore esaurimento e stress per gli infermieri senza un adeguato riposo tra i turni, e mette a rischio la sicurezza dei pazienti. Nel Vermont, gli infermieri rappresentati dall’American Federation of Teachers hanno cercato all’inizio di quest’anno di convincere la legislatura statale, a maggioranza democratica, a introdurre limiti di legge agli straordinari obbligatori. Attualmente, altri diciotto stati vietano o limitano severamente gli straordinari obbligatori per gli infermieri professionali; nel vicino New Hampshire, la durata massima del turno è di dodici ore, con un minimo di otto ore di riposo tra un turno e l’altro. Anche con i limiti agli straordinari, i turni di dodici ore sono eccessivamente impegnativi, sia mentalmente che fisicamente, per gli infermieri professionali. Inoltre, aumentano il rischio di errori nell’assistenza, soprattutto nelle strutture con carenza di personale, prive dei rapporti minimi infermiere-paziente imposti dalla legge statale o dai contratti sindacali. SOLUZIONI CHE CAMBIANO LA VITA? Nel suo ultimo libro, Four Days a Week: The Life Changing Solution for Reducing Employee Stress, Improving Well-Being, and Working Smarter (HarperCollins, 2025), Schor sembra sorpresa e delusa dal fatto che, «nonostante l’opinione diffusa che gli statunitensi lavorassero troppo, la questione sia caduta nel dimenticatoio» dagli anni Novanta in poi, a causa dell’«ascesa dell’economia neoliberista». Ma tornando sull’argomento quarant’anni dopo, Schor è convinta che il tema del tempo di lavoro sia di nuovo all’ordine del giorno. Ciò è in parte dovuto alla nostra nuova «era dell’intelligenza artificiale in rapida ascesa», in cui milioni di persone iniziano a preoccuparsi della diffusa eliminazione di posti di lavoro, un processo già in atto nel settore tecnologico stesso. In risposta a questo sviluppo, due anni fa la Commissione del Senato per la Salute, l’Istruzione, il Lavoro e le Pensioni ha invitato Schor a testimoniare in merito a un disegno di legge presentato da Bernie Sanders «per ridurre la settimana lavorativa standard da quaranta a trentadue ore». È stata la prima volta che il Senato ha ripreso la questione in esame «dal 1955». Un altro testimone è Shawn Fain, nuovo presidente della United Auto Workers. Ha riferito che la settimana lavorativa di trentadue ore era tra le richieste del suo sindacato nei negoziati con l’industria automobilistica del 2023, che si sono necessariamente concentrati invece sull’annullamento delle concessioni contrattuali fatte in passato dai suoi predecessori corrotti. Realista riguardo ai progressi a Capitol Hill, Sanders ha osservato che, come al solito, stava piantando una bandiera, senza aspettarsi un’azione del Congresso a breve. Il socialista del Vermont ha sfruttato l’udienza per sottolineare il fatto che «i guadagni di produttività degli ultimi decenni sono andati a beneficio di chi si trova al vertice, mentre i salari sono rimasti stagnanti e le ore lavorative sono aumentate». Come riportato nel libro, gran parte delle nuove ricerche e delle recenti consulenze di Schor hanno coinvolto «lavoratori della conoscenza e colletti bianchi», le cui aziende di servizi professionali e tecnologiche non sindacalizzate sono sovrarappresentate tra le imprese che adottano la settimana lavorativa di quattro giorni. L’adesione volontaria di queste aziende a orari di lavoro settimanali più brevi non sempre risolve il problema del ritmo e dell’intensità del lavoro. ESPERIMENTI SUL POSTO DI LAVORO Schor sostiene che questi esperimenti di «riorganizzazione del lavoro» hanno «una forte attenzione… al mantenimento o al miglioramento della produttività». L’aspettativa del management nei confronti dei lavoratori coinvolti è che «riescano a svolgere il lavoro di cinque giorni in quattro», eliminando le «attività che fanno perdere tempo e che hanno scarso valore» (ovvero «lavorando in modo più intelligente»). Va riconosciuto all’autrice di «non essere una fan della giornata lavorativa di dieci ore»: I lavoratori e le lavoratrici hanno lottato a lungo e duramente per ottenere «otto ore di lavoro, otto ore di riposo e otto ore per fare ciò che si desidera». Stare in piedi per dieci ore, davanti a uno schermo o alla guida non è salutare. È vero che molte persone preferiscono una settimana lavorativa più corta perché magari hanno lunghi tragitti per andare al lavoro, responsabilità familiari o semplicemente desiderano un giorno in più per sé. Tuttavia, ciò non garantisce il significativo benessere di cui abbiamo bisogno. Ciononostante, Schor spera che la settimana lavorativa compressa diventi «un orario di transizione verso le trentadue ore, anche se probabilmente solo centinaia, non migliaia, di organizzazioni» adottano orari del genere negli Stati uniti. Tra gli esempi che cita c’è Inglenook, un’azienda vinicola nella Napa Valley californiana di proprietà di «un datore di lavoro umano e attento alla famiglia» di nome Francis Ford Coppola. Anche se al momento dobbiamo dipendere dalla benevolenza di pochi datori di lavoro per ottenere «soluzioni rivoluzionarie» ai problemi di stress e burnout lavorativo, questa è una buona notizia per chiunque, tra i loro dipendenti, veda migliorare il proprio equilibrio tra vita professionale e privata. Tuttavia, come risposta a un problema lavorativo ben più ampio, non ci porterà lontano verso soluzioni a livello sociale. Ciò sarà possibile solo quando e se i sindacati riacquisteranno la portata e l’influenza di un tempo. In assenza di obblighi di legge o di clausole contrattuali sindacali, gli esperimenti più bendisposti (o opportunistici) con orari di lavoro alternativi probabilmente rimarranno limitati a una piccola parte delle aziende e avranno vita breve. *Steve Early è membro dei Dsa da quarantadue anni, attivo nei Communications Workers of America da ancora più tempo. Ha scritto Refinery Town: Big Oil, Big Money, and the Making of an American City. Suzanne Gordon è autrice di numerosi rapporti e libri sull’assistenza sanitaria ai veterani, tra cui Wounds of War. È anche coautrice del libro di prossima pubblicazione per Duke University Press Our Veterans: Winners, Losers, Friends and Enemies on the New Terrain of Veterans Affairs. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Dovremmo lavorare quattro giorni a settimana proviene da Jacobin Italia.
June 22, 2026
Jacobin Italia
I Saw a Dark Cloud Rise
Cosa hanno in comune la comunicazione senza fili e il primo bombardamento aereo della storia? Il lungomare di Tripoli e la Biennale di Venezia? Il deserto, le nuvole e i vermi? Da sempre, Guglielmo Marconi aleggia nell’immaginario collettivo come una figura positiva di pioniere delle moderne tecnologie di comunicazione, ideale tutto italiano di genio, visionario e conquistatore di nuovi mondi. Ciò che resta tuttavia in ombra è la sua controversa partecipazione alla prima fase del colonialismo italiano in Africa. Oggetto di culto già in vita, e quasi santificato dal regime fascista, Marconi ricopre diversi incarichi governativi e inizia la sua carriera militare nella guerra italo-turca (1911-12), sperimentando la comunicazione senza fili: «Rivendico con onore di essere stato in radiotelegrafia il primo fascista, il primo a riconoscere l’utilità di riunire in fasci i raggi elettrici, come Mussolini ha riconosciuto per primo in campo politico la necessità di riunire in fascio le energie sane del paese per la maggiore grandezza d’Italia», dichiara nel 1926. Vengo a conoscenza di questa storia grazie al lavoro dell’artista Alessandra Ferrini che in I Saw a Dark Cloud Rise – un film saggio, un’installazione e, insieme, una mostra – ne individua gli indizi sintomatici, o meglio, quei «segni che hanno l’involontarietà dei sintomi» parafrasando Carlo Ginzburg e, con approccio forense, come nel tentativo di ricostruire una scena del crimine, collaziona le tracce visuali del colonialismo italiano o di quello che Alberto Toscano ha definito Late Fascism (Verso 2023), ovvero quell’intreccio strutturale di capitalismo e colonialismo su base razziale che persiste oltre il fascismo storico.  «Alcuni periodi storici vengono liquidati come transizioni tra eventi più imponenti, trascurati, ignorati o strategicamente dimenticati», afferma Ferrini che, con cura chirurgica, disseziona una storia sistematicamente obliterata e porta alla luce verità scomode anche a distanza di oltre un secolo. Lo fa approfondendo il nesso tra lo sviluppo della tecnologia wireless e il primo bombardamento della storia: non una semplice coincidenza, ma elementi strutturali e complementari di un regime di oppressione e sterminio. Così, la nuvola evocata nel titolo non è mero elemento atmosferico emblematico dell’immaginario moderno delle telecomunicazioni, ma un cumulonembo che richiama il vortice ascendente di cenere e polveri generato dalla detonazione di un ordigno bellico.  LEGGI ANCHE… STORIA IL MUSEO DELL’IMPERO Neelam Srivastava Ferrini compone un assemblage di immagini fisse e in movimento. Fotografie, manifesti, illustrazioni, francobolli e periodici illustrati di inizio Novecento sono montati su una tavola-atlante di warburghiana memoria che enfatizza l’idea di evidenza dell’immagine e il suo ruolo nella costruzione dell’immaginario. La composizione verbo-visiva fa emergere la fitta trama di connessioni tra estetica futurista e tecnologie delle telecomunicazioni, mettendo in luce come l’immaginario tecno-scientifico possa alimentare falsi miti di progresso e servire da pilastro all’ideologia fascista della patria e alla sua bulimia coloniale. Diversi articoli sul sostegno fascista agli «uomini di scienza» salutano Marconi come «primo imperatore dell’Aria» e «beneficatore dell’umanità». Numerose cartoline d’epoca celebrano senza soluzione di continuità l’aviazione italiana, il massacro degli arabi e l’eleganza degli interni futuristi. Fra queste, una in particolare ritrae una giovane donna vestita alla turca con la tipica mezzaluna sul capo (allegoria dell’Impero Ottomano) che porge la mano a una donna più matura, vestita all’antica con un peplo di velluto rosso e una corona di alloro (allegoria dell’Italia). La foggia degli abiti e le colonne romane, o quel che resta di esse, ricordano le «radici antiche» della presenza italica in Libia e, di conseguenza, la legittimità della «riconquista». Le rispettive posizioni e l’evidente differenza anagrafica, invece, suggeriscono l’idea di una minorità culturale della prima rispetto alla seconda, corroborata dalla presenza di un giovane ragazzo che sventola un ramoscello d’ulivo, allegoria della Libia e monito per le future generazioni di popoli africani da sottomettere all’Italia fascista.  Dettaglio della mostra I Saw a Dark Cloud Rise di Alessandra Ferrini, a cura di Bernardo Follini presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, 2025. Fotografia di Sebastiano Pellion di Persano.  Un’immagine in particolare, che riproduce in scala 30:1 una fotografia di gruppo, colpisce la mia attenzione. Bambini e adolescenti arabi posano immersi in un palmeto: un’immagine apparentemente amena se non fosse che la didascalia rivela il contesto di un bombardamento aereo. Accanto, un fotomontaggio mostra un altro gruppo di bambini, questa volta italiani, sulla nave Vittoria, in viaggio verso la conquista della Libia. L’artista non si limita ad accostare le due immagini mettendone in evidenza il doppio standard, ma interviene opacizzando il volto dei bambini arabi, così da frustrare quel desiderio dello sguardo che rischia di rinnovare nell’oggi le inaudite violenze del passato. Un gesto che ricorda i viraggi e le alterazioni ritmiche a cui Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sottopongono, rifotografandole, le pellicole di Luca Comerio – pioniere del cinema noto per aver partecipato come cineoperatore proprio alla guerra italo-turca – o, ancora, i ralenti di Paolo Rosa in RIMINILUX (1993) che alterano il tempo del film ed enfatizzano l’ottusa violenza delle marce e delle parate fasciste.  In maniera analoga, Ferrini rimarca, dell’immagine, quello che ne fa uno strumento di propaganda fascista, la traccia insidiosa di una violenza a lungo interiorizzata e operativa sin nel più banale dei gesti, quello del guardare. Allo stesso tempo, l’artista rifiuta di assecondare l’intrinseca pornografia di certe immagini, quel connubio perverso tra voyeurismo ed esotismo tipico della nostra cultura, prolungamento – per molti naturale, innocuo e persino legittimo – del dominio coloniale. Un implicito j’accuse, radicale e iconoclasta, contro un certo modo di produrre, guardare e far circolare le immagini che anestetizza lo sguardo e normalizza la sopraffazione.  Raccolto in anni di ricerche dentro e fuori gli archivi istituzionali, o su piattaforme di e-commerce, questo corpus di immagini e memorabilia costituisce la base materiale di un processo indiziario che interroga le immagini per contrastare una strana amnesia collettiva. Lo stesso è ripreso nel film saggio dove, attraverso un gioco di carrellate, zoom in e zoom out, il montaggio costruisce il senso affidandosi in buona parte al sound design di Valeria Merlini (aka JD Zazie). Un tappeto sonoro di ronzii e segnali metallici, eco dei primi dispositivi di telecomunicazione aerea, si alterna alle voci artificiali, che suonano come riprodotte da un vecchio registratore: di Marconi, del giovane aviatore Giulio Gavotti e di Filippo Tommaso Marinetti – che proprio a ridosso dell’esperienza in Libia come corrispondente, preso dal furore bellicista, adotta uno stile di scrittura rapido e asintattico, gonfio di ellissi e neologismi. Un invasamento analogo pervade Giulio Gavotti, che nel 1911, con un’azione mirata contro l’accampamento di Ain Zara vicino Tripoli, passa alla storia come il primo aviatore ad aver effettuato un bombardamento aereo, anch’esso salutato come segno di progresso civile e tecnologico.  Se il film mette in rilievo il nesso tra tecnologie della visione e tecniche belliche – «Per gli uomini in guerra, la funzione dell’arma è la funzione dell’occhio», afferma Ferrini citando Paul Virilio – è proprio per sovvertire questa dittatura dell’occhio che l’artista rinuncia a mostrare le immagini nella loro integrità e le trasforma in frammenti lacunosi. Così, mentre le sottrae alle aspettative compromettendone la leggibilità, con il commento in voice over ne interroga gli usi: da strumento di propaganda a prova da occultare, testimonianza di crimini troppo grandi e scomodi per l’Italia post-fascista del boom economico.  Veduta della mostra I Saw a Dark Cloud Rise di Alessandra Ferrini, a cura di Bernardo Follini presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, 2025. Fotografia di Sebastiano Pellion di Persano.  In un sistema di pensiero per cui vedere equivale a conoscere, Ferrini ci invita a riflettere su come le immagini siano capaci di strutturare le categorie fondamentali della mente, rendendo difficile anche solo ipotizzare mondi alternativi a quello esistente. Come sottrarsi a questo circolo vizioso e disarmare un intero arsenale di immagini tossiche? Può un gesto artistico essere allo stesso tempo (di)mostrativo e iconoclasta, nonché generativo di nuovi immaginari? È ponendosi queste domande che Ferrini non si accontenta di fare lo storytelling di un episodio poco noto della storia, ma lo destruttura, usando la propria voce per spezzare il cerchio magico tra immagine e immaginari, lacune storiche e granitiche idee di futuro. Interroga ma si lascia anche interrogare e mettere in crisi, esercita il dubbio metodico e accoglie tutta la complessità che emerge dall’incontro tra micro- e macro-narrazioni, dimensione pubblica e privata.  Così, ad esempio, nella video installazione e performance lecture Unsettling Genealogies (2024) Ferrini si concentra sulle origini fasciste e coloniali della più nota istituzione culturale italiana, la Biennale di Venezia, scovando inaspettate connessioni con la sua storia familiare. I nonni e la prozia dell’artista, infatti, avevano lavorato a servizio di Antonio Maraini, segretario generale della Biennale tra il 1928 e il 1942, più o meno negli stessi anni in cui Giuseppe Volpi rivestiva il ruolo di presidente (1930-43) e promuoveva la 1ª Esposizione Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Figura di spicco del Partito Nazionale Fascista, ministro delle finanze di Mussolini, nonché governatore della Tripolitania, a Volpi è ancora intitolata la coppa assegnata per la migliore interpretazione maschile e femminile, a riprova del fatto che la fondamentale ambiguità ideologica della Biennale non si è dissolta con la fine del fascismo storico. Disturbata da questa inquietante prossimità fra le cronache famigliari e quelle istituzionali, Ferrini entra così in un corpo a corpo con la storia, per fare i conti con la produzione visuale dell’identità culturale e dell’impresa coloniale italiana.  Alessandra Ferrini, Unsettling Genealogies, still, 2024.  Pur usando materiali sorprendentemente affascinanti e rari, dicevamo, Ferrini sfugge alla seduzione dell’immagine e al richiamo dell’esotico, intervenendo proprio là dove la rappresentazione si fa più accattivante e tanto più grande è il male che nasconde, per consegnarla a un regime discorsivo più riflessivo. Così la pubblicazione Like Swarming Maggots. Confronting the Archive of Coloniality across Italy and Libya (Archive books, 2024) raccoglie i contributi di diverse studiose, artiste e practitioners e prende il nome da un’espressione usata da Angelo del Boca in un articolo dal titolo Chi ha paura di Omar?, dove lo storico critica il divieto di distribuzione in Italia del film The Lion of the Desert (1981) di Moustapha Akkad. «Sono fatti accaduti 52 anni fa e che ancora oggi non trovano posto nei libri di scuola. Fatti che ora Akkad ci ripropone con la grande suggestione del technicolor, con l’efficacia del più grande mezzo di comunicazione. Dobbiamo per questo aver paura di un brandello della nostra storia? Dobbiamo tenerlo sepolto nel brulichio dei vermi insieme ad altri episodi della nostra storia coloniale, che è ancora una vicenda per iniziati o specialisti? O non potrebbe essere questa, invece, l’occasione per una chiara presa di coscienza collettiva di un fenomeno, come quello coloniale, che è ancora pieno di zone buie, di miti e di agiografiche visioni? Non potrebbe, questo modesto film di Akkad, fornire il pretesto per avviare quel dibattito storiografico che sinora è mancato?», scrive del Boca in un articolo del 1983 su Il Messaggero. Alessandra Ferrini, Like Swarming Maggots. Confronting the Archive of Coloniality across Italy and Libya, Archive Books 2024. Certo, poteva essere l’inizio di un dibattito e di un processo collettivo di accountability, ma la ricostruzione di The Lion of the Desert è troppo scomoda anche per l’Italia della fine della Prima Repubblica. Il film porta sullo schermo l’ultima fase della cosiddetta «pacificazione» della Libia (1922-1932), in cui l’Italia fascista reprime la resistenza dei Senussi in Cirenaica, ricorrendo ad armi chimiche di distruzione di massa e internando più di 100.000 civili in campi di concentramento che fungeranno da prototipo per quelli nazisti, come ricorda il poeta e scrittore libico-americano Khaled Mattawa. Un vero e proprio genocidio sistematicamente occultato dalle autorità e dai media italiani e strumentalmente riconosciuto solo in occasione della firma del Trattato di amicizia tra Italia e Libia nel 2008, che impegnava la Libia ad adottare misure per contrastare l’immigrazione clandestina e favorire gli investimenti delle aziende italiane, in cambio di 5 miliardi di dollari come compensazione per l’occupazione militare.  LEGGI ANCHE… POLITICA LA RIMOZIONE COLONIALE E IL GOVERNO MELONI Luca Manucci A questa storia Ferrini dedica un altro film saggio esposto nel 2024 alla 60ma Biennale d’Arte di Venezia: Gaddafi in Rome. Anatomy of a Friendship mette in luce come dopo la destituzione e la morte di Gheddafi, l’Italia non abbia rispettato l’accordo di risarcimento mentre il modello necropolitico di sfruttamento che vede nel nostro paese un ponte tra Europa e Africa sia ancora operativo nell’agenda dell’esecutivo Meloni e nella retorica «eurafricana» del Piano Mattei. Qui Ferrini dedica particolare attenzione all’episodio della visita di Gheddafi a Roma nel 2010 quando, scendendo dall’aereo, il dittatore mostra appuntata sul petto a mo’ di spilla una fotografia dell’arresto, nel 1931, del leader della resistenza libica ʿOmar al-Mukhtār, un esplicito gesto di sfida e strumentalizzazione della tragedia coloniale come moneta di scambio.  È proprio in questo scarto di storia coloniale, di cui Del Boca critica l’oblio, che l’artista decide di addentrarsi e fare come i vermi che, nutrendosi di salme e carogne, rendono il suolo di nuovo fertile e trasformano il paesaggio. È così che Ferrini continua a dissodare quel terreno, individuando di volta in volta figure emblematiche da analizzare e restituire all’immaginario con la profondità psicologica del ritratto, il respiro dell’affresco sociale e la cogenza del discorso politico.  Alessandra Ferrini,Gaddafi in Rome: Anatomy of a Friendship, still, 2024. *Annalisa Pellino è ricercatrice post-doc e docente di Cinema Espanso presso l’Università IULM di Milano. Ha pubblicato La voce in transizione. Cinema, arte contemporanea e cultura fonovisuale (Mimesis 2023). L'articolo I Saw a Dark Cloud Rise proviene da Jacobin Italia.
June 20, 2026
Jacobin Italia
Ci voleva un filmone di Spielberg
Bisogna riconoscere che chi ha l’età per ricordare l’emozione di andare a vedere un grande film di Steven Spielberg a giugno prova un pizzico di nostalgia nel vedere Disclosure Day. Si può affermare che, con l’enorme e rivoluzionario successo de Lo squalo, uscito cinquantun anni fa proprio questo mese, Spielberg sia diventato il regista maggiormente responsabile del fenomeno del blockbuster estivo. Dopo il successo strepitoso che ha segnato la sua carriera, Spielberg realizzò un altro film di grande successo, l’epopea fantascientifica Incontri ravvicinati del terzo tipo, nel 1977. Sebbene abbia poi diretto diversi film con alieni che arrivano sulla Terra, come E.T. l’extra-terrestre (1982) e La guerra dei mondi (2005), è Incontri ravvicinati del terzo tipo il precursore evidente di Disclosure Day. Entrambi i film ruotano attorno a comuni cittadini statunitensi che vivono terrificanti incontri con alieni, esperienze che cambiano radicalmente le loro vite, isolandoli dalle famiglie e dalle comunità. Tuttavia, alla fine vengono ricompensati da un contatto spiritualmente trascendente con esseri provenienti dallo spazio. Tra l’altro, questi esseri sono incredibilmente evoluti e, a quanto pare, anche molto gentili una volta che li si conosce. In Disclosure Day, lo specialista di sicurezza informatica e genio della matematica Daniel Kellner (Josh O’Connor) ha rubato un archivio di filmati segreti ai suoi capi della sinistra Wardex Corporation, che ha oscuri legami con il governo degli Stati uniti. È guidata dallo spietato Ceo Noah Scanlon (Colin Firth), che fa accusare Kellner di essere una spia straniera in un momento in cui gli Stati uniti e la Corea del Nord sono sull’orlo della terza guerra mondiale. Kellner progetta di diventare un informatore, rilasciando simultaneamente al mondo intero la documentazione militare statunitense sui contatti tra umani e alieni risalente al famigerato incidente di Roswell del 1947. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO IL MARTIRE OPPENHEIMER Eileen Jones Ma prima deve sfuggire agli «uomini in nero» armati di Scanlon, che gli danno la caccia, e raggiungere il rifugio degli altri informatori della Wardex, guidati da Hugo Wakefield (Colman Domingo). Un fattore complicante è che gli scagnozzi di Scanlon hanno preso in ostaggio la fidanzata di Daniel, Jane (Eve Hewson), e la stanno usando come leva per costringere Kellner a consegnare loro il suo zaino. Il quale contiene gli archivi digitali di filmati di fondamentale importanza, oltre a un misterioso e potente oggetto alieno, il bottino ancora più ambito. C’è una scena iniziale davvero efficace in un’arena durante un incontro di arti marziali miste, che inizia con un’inquadratura soggettiva di un grosso piede che calpesta, presumibilmente, il volto del combattente sconfitto. Qual era la descrizione del fascismo fatta da George Orwell nel suo romanzo 1984? «Se volete un’immagine del futuro, immaginate uno stivale che calpesta un volto umano, per sempre». È senz’altro una notevole coincidenza che l’incontro di Ultimate Fighting Championship organizzato su invito di Donald Trump si sia svolto sul prato della Casa bianca nello stesso fine settimana dell’apertura del Disclosure Day. Lo stadio è gremito di tifosi urlanti che si alzano regolarmente in piedi per incitare l’azione frenetica, e l’unico punto fermo tra il pubblico è Daniel Kellner, con una felpa anonima e uno zaino, che cerca di passare inosservato stando in silenzio, ma che ironicamente finisce per attirare l’attenzione proprio per questo. Questo è un riferimento a una scena allo stesso tempo emozionante e divertente di L’altro uomo (1951) di Alfred Hitchcock, in cui una persona sugli spalti di una partita di tennis diventa un punto focale impossibile da non notare perché la sua testa non si gira ritmicamente avanti e indietro seguendo la palla come il resto della folla. Disclosure Day è pieno di riferimenti cinematografici, spesso rimanda ai primi lavori dello stesso Spielberg. Ad esempio, ripropone una scena del suo grande debutto, Duel (1971), in cui il camion guidato da un sinistro camionista che prende di mira un automobilista alla guida di una berlina rossa (Dennis Weaver) inizia a spingere la sua auto contro un treno in corsa. In Disclosure Day, Spielberg «porta quella scena alla sua piena realizzazione», come la descrive lui stesso, facendo spingere un’auto rossa fino in fondo al treno in corsa. La carrozzeria contorta si incastra sul fianco del treno e viene trascinata lungo i binari, spargendo pezzi di acciaio mentre l’auto si disintegra con Daniel e un altro passeggero che urla mentre si trova ancora all’interno. È la scena più da brivido di Disclosure Day. Non farò spoil sul modo col quale Daniel riesce a sfuggire agli scagnozzi della Wardex durante l’incontro di Mma, ma è solo la prima di una serie di fughe rocambolesche. Disclosure Day, per gran parte dei suoi 145 minuti di durata, è un lungo film d’inseguimento. E a me piacciono molto i film d’inseguimento, quindi mi sono goduto gran parte della pellicola, anche se verso la fine perde un po’ di mordente: quante volte si può assistere a venti sinistri veicoli scuri che sfrecciano verso una nuova location e scaricano scagnozzi aziendali pronti a ostacolare i nostri eroi? Spielberg inventa fughe così inverosimili che è difficile non ridere, come quando Daniel corre lungo una bassa recinzione a doghe aperte dietro una zona brulicante di assassini professionisti altamente addestrati, senza altra copertura se non qualche ramoscello, quindi è completamente visibile, se solo un agente si girasse a guardare. Ma la ventesima scena d’azione è comunque migliore del finale lento, verboso e pieno di spiegazioni, in cui si ha la sensazione che tutta l’aria venga lentamente tolta dal film, lasciandoci con una gomma a terra alla fine. La compagna di Daniel per gran parte del lungo inseguimento è Jane, un’ex suora che «ha perso la sua vocazione ma non la sua fede». Inizialmente, almeno, è fermamente contraria al suo piano di rivelare al mondo la verità sugli alieni. Quali saranno le conseguenze di una simile rivelazione sull’umanità, già sconvolta dall’imminente guerra mondiale? E il panico che scatenerà tra la grande maggioranza della popolazione mondiale, che crede in una gerarchia religiosa tradizionale con Dio al vertice come unico essere supremo? E come può Daniel fidarsi completamente di questa donna, una volta che lei rivela di opporsi in modo fondamentale alla sua missione? Fa un po’ storcere il naso il modo in cui Jane, il mero espediente narrativo, sembra essere stata inserita a forza per catalizzare questo dibattito e fungere da potenziale antagonista. La sceneggiatura presenta alcune grosse debolezze, la più evidente delle quali è il finale deludente. Lo sceneggiatore David Koepp, autore de La guerra dei mondi di Spielberg e di diverse sceneggiature per le saghe di Jurassic Park e Indiana Jones, è tornato a lavorare per Spielberg dopo anni di collaborazione con l’altro famoso regista Steven Soderbergh, in una serie di film di genere a basso budget e generalmente ben accolti (Kimi, Presence, Black Bag). Koepp ha un nome importante, ma è uno sceneggiatore fallibile e discontinuo. Qualcuno ha detto Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo? L’altro personaggio principale di Disclosure Day è Margaret Fairchild (Emily Blunt), un’aspirante giornalista che lavora come «meteorologa» in una stazione televisiva di Kansas City, Missouri. Ha grandi ambizioni: vuole andare oltre l’indossare abiti attillati mentre illustra i fenomeni meteorologici e si esibisce in una simpatica «danza della grandine» per celebrare la sua forma di precipitazione preferita. Vorrebbe diventare una vera reporter televisiva, o almeno, nei suoi continui spostamenti da un posto all’altro, desidera realizzare qualcosa di importante che non le è ancora chiaro. Il suo fidanzato musicista, Jackson (Wyatt Russell, figlio di Goldie Hawn e Kurt Russell), sembra sorridente e solidale, ma trova innumerevoli modi per ostacolare i suoi obiettivi. E questo accade prima che Margaret inizi a sviluppare delle capacità davvero strane. Improvvisamente riesce a parlare fluentemente russo e coreano, e da lì passa a inquietanti doti psichiche, capaci di leggere le espressioni del viso delle persone e di sapere tutto di loro in incontri improvvisati ovunque vada. E poi, durante un servizio meteo in diretta, inizia a parlare in lingue sconosciute, o almeno in una lingua completamente sconosciuta che, con i suoi clic gutturali e gorgoglii, suona decisamente aliena. È solo questione di tempo prima che anche lei si ritrovi in fuga, inseguita da uomini in nero, con un solo nome che le risuona nella mente e che deve assolutamente trovare: Daniel Kellner. In questo film, Emily Blunt interpreta un ruolo molto appariscente, pensato appositamente per esaltarne le doti recitative. È britannica e deve passare da un accento statunitense del Midwest a un russo e un coreano fluenti, da una credibile presentatrice meteo ad un’aspirante e non ridicola conduttrice di telegiornale, fino a diventare una supereroina con poteri psichici. E se la cava egregiamente – non in modo brillante, ma bene – e ci si ritrova a fare il tifo per lei. Davvero affascinante, Emily Blunt. Ma la performance più notevole è quella pacata, delicata e sensibile di Josh O’Connor, nei panni di un giovane piuttosto smarrito che scopre insospettate risorse interiori mentre rischia la vita per opporsi ad alcuni dei peggiori criminali al potere negli Stati uniti. Non so come faccia: O’Connor passa da un film all’altro con discrezione, regalando una grande interpretazione naturalistica dopo l’altra. Qui deve cimentarsi in lunghe e imbarazzanti inquadrature di stupore che Spielberg ha reso un marchio di fabbrica in tutti i suoi film successivi a E.T. Odio quelle dannate inquadrature. Ad alcuni piace vedere la bocca spalancata mentre la colonna sonora di John Williams alza il volume con una musica celestiale e assordante, ma per me queste scene sono sempre state emblematiche di quella parte dell’eredità di Spielberg che è più difficile da sopportare. E il povero Colman Domingo, un attore sempre eccellente, è costretto a snocciolare dialoghi esplicativi per far funzionare il tutto. Questo cast lavora sodo ed è molto abile, quindi può permettersi parecchio. Ma in realtà è un film di Spielberg piacevolmente corposo, ricco di azione e perfetto per l’inizio dell’estate, e ne abbiamo proprio bisogno in questo momento. Spielberg ha quasi ottant’anni e non è più il regista di punta di un tempo. Ma d’altronde, non lo è stato per gran parte della sua carriera. Ha raggiunto l’apice all’inizio, alla fine degli anni Settanta, e non l’ha più eguagliato. Ha realizzato film buoni e solidi dopo Duel, Lo squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo, ma allineandosi alle sensibilità sempre più discutibili degli anni Ottanta in poi, ha perso il suo smalto degli anni Settanta. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO DISTOPIE E UTOPIE DI PLURIBUS  Giuliano Santoro Un buon esempio di questa perdita è un’osservazione fatta da Spielberg in un’intervista che ripercorre la sua carriera. Dice che se avesse girato Incontri ravvicinati del terzo tipo più tardi nella vita, dopo essersi sistemato con moglie e figli, non avrebbe mai fatto abbandonare la famiglia al personaggio interpretato da Richard Dreyfuss, il lavoratore dell’Indiana Roy Neary, per andare alla fine con degli esseri extraterrestri, per quanto superiori fossero. Il che mi fa ringraziare il cielo che sia stato il giovane Steven a realizzare Incontri ravvicinati del terzo tipo. È l’essenza di quel film: il modo in cui Roy non riesce a superare il sublime incontro iniziale con gli alieni per riprendere una vita ordinaria nel Midwest statunitense, e il modo in cui la sua famiglia e la sua comunità, convenzionali e chiuse di mente, lo emarginano. Roy, in realtà, non abbandona la sua famiglia. Guidati dalla moglie Ronnie, sempre più insofferente – interpretata da Teri Garr in una delle sue grandi e intense performance – lo abbandonano , sfrecciando via dal vialetto di casa con la station wagon di famiglia, sollevando una nuvola di polvere e detriti. Ma ciò dimostra perfettamente quello che è accaduto a Spielberg nel corso degli anni. Il giovane regista più determinato degli anni Settanta, incoraggiato dal turbolento contesto sociopolitico della sua epoca e dall’alto livello di film intensi, crudi e realistici per adulti che venivano prodotti intorno a lui, è diventato progressivamente più levigato, sdolcinato e meno audace. Eppure, Spielberg possedeva fin dall’inizio una tale abilità registica che gran parte di essa è sopravvissuta al suo cambiamento di sensibilità, che lo ha portato ad andare alla deriva attraverso le svolte e i declini sempre più degradanti della cultura. Ecco perché scene tecnicamente sensazionali, interpretazioni memorabili, una gestione inventiva della messa in scena, meraviglie di azione avvincente esaltate da un montaggio superbo e da un sonoro ispirato, sono parte integrante dei film di Spielberg tanto quanto il sentimentalismo più puro, gli atteggiamenti infantili e la superficiale filosofia pop. Ormai sono tutti elementi inscindibili. Ma che importa? Spielberg è pur sempre Spielberg, un’influenza enorme sulla vita cinematografica negli Stati uniti, nel bene e nel male. Non vivrà per sempre, quindi tanto vale andare a vedere Disclosure Day finché è ancora nelle sale. *Eileen Jones è critica cinematografica per JacobinMag, dove è uscito questo articolo, conduce il podcast Filmsuck e ha scritto Filmsuck, Usa. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Ci voleva un filmone di Spielberg proviene da Jacobin Italia.
June 19, 2026
Jacobin Italia
Decontribuzione? No grazie!
Nel panorama dei numerosi sgravi fiscali e contributivi, concessi alle aziende da un governo dopo l’altro, troviamo Decontribuzione Sud, misura inizialmente concessa a partire dal 2021 ma, come spesso succede in Italia, poi prorogata all’infinito. Non è stato semplice perché c’era anche da convincere l’Unione europea che la misura rispettasse la normativa sugli aiuti di Stato, ma l’Ue ha detto che va tutto bene. Si tratta di un incentivo destinato ai datori di lavoro privati operanti nelle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, circa un terzo della popolazione italiana), con l’obiettivo di contenere gli effetti della pandemia e tutelare i livelli occupazionali in aree con situazioni di disagio socioeconomico. Alle aziende è riconosciuta un’agevolazione che partiva dal 30% della contribuzione previdenziale a suo carico e si riduceva negli anni a seguire. Questo per le imprese con meno di 250 dipendenti, per le altre è previsto un diverso esonero contributivo. Secondo la relazione tecnica che accompagnava il provvedimento, la misura avrebbe riguardato circa tre milioni di lavoratori.  Decontribuzione Sud è solo l’ultima di una serie di provvedimenti del genere, da quelli all’assunzione a tempo indeterminato di under 35 (la Legge 205/2017) al Bonus Sud (la decontribuzione totale introdotta con la Legge di Bilancio 2019 per l’assunzione di disoccupati nelle regioni meridionali), ma si possono trovare sgravi contributivi per il Sud già dagli anni Settanta. È importante osservare che tutti i governi ne hanno fatto uso. La misura di cui stiamo parlando la introdusse il governo Conte, ma è stata prorogata da Draghi e da Meloni. Non solo i governi, ma anche i sindacati sono spesso favorevoli. In particolare la Cisl ha spinto perché Decontribuzione Sud rimanesse in pista con la motivazione che cancellare la misura avrebbe rappresentato un duro colpo per le aree del Sud. Questo, anche se era già emerso che buona parte dei nuovi di contratti di lavoro riguardava rapporti già attivati prima dell’introduzione dell’incentivo e che la misura è stata applicata a pioggia: quasi il 40% dei posti di lavoro nel Mezzogiorno ne ha beneficiato. Il tutto con costi elevati e impatto nullo sull’occupazione . Di recente, economisti della Banca d’Italia hanno pubblicato una ricerca  che analizza l’effetto della misura e che evidenzia come la riduzione del costo del lavoro abbia incrementato le vendite e i profitti delle imprese, ma senza effetti sull’occupazione o sui salari; inoltre, l’aumento dei profitti si è tradotto nella crescita della liquidità delle aziende piuttosto che in maggiori investimenti. Queste conclusioni, che confermano le analisi svolte in precedenza, non dovrebbero sorprendere. Infatti, gli sgravi fiscali e contributivi non aumentano i salari complessivi e dunque la domanda aggregata, semplicemente riducono le risorse a disposizione del fisco e dell’Inps. Secondo i loro proponenti servirebbero ad aumentare l’occupazione, ma non aumentando il mercato interno, perché le aziende dovrebbero assumere nuovi lavoratori? L’idea è che tenendo bassi i salari e quindi i costi aziendali, si esporterà di più. Questo però funzionerebbe solo se il costo del lavoro fosse una componente cospicua dei costi di produzione, tanto da recuperare i minori investimenti delle aziende italiane, e se il commercio mondiale stesse aumentando rapidamente, cosa che non succede più. Nell’epoca delle guerre commerciali il modello di sviluppo basato sulle esportazioni è particolarmente sbagliato.  I propugnatori della misura fanno però osservare che l’occupazione è aumentata. Ora, sicuramente negli ultimi anni c’è stato un aumento complessivo dell’occupazione. Se usiamo i dati Inps, vediamo che se nel 2014 i lavoratori che pagavano i contributi erano 24,7 milioni, nel 2024 erano diventati 27 milioni. Tuttavia, questo dipende principalmente dal fatto che i lavoratori non vanno più in pensione. Infatti, prendendo i dati disaggregati per fascia di età, osserviamo quanto segue: Variazione 2014-2024 (dati in migliaia)fino a 34 anni783da 35 a 54 anni-1.119da 55 a 64 anni2.08565 e oltre580 Fonte: Inps, Rapporto annuale 2025  Come si vede, l’aumento dipende dall’allungamento dell’età lavorativa. In particolare, gli over 65 che lavorano sono raddoppiati. Questi dati sono un’ulteriore conferma dell’inutilità della defiscalizzazione, che dovrebbe servire per i giovani. Insomma, come da ultimo confermato dallo studio della Banca d’Italia, la decontribuzione serve solo a sostituire lavoratori a cui si pagano contributi con lavoratori a cui se ne pagano meno o non si pagano affatto.  L’effetto complessivo sui conti dell’Inps è rilevante. Nel 2024 gli sgravi hanno raggiunto i 33,65 miliardi, con un aumento del 34% rispetto all’anno precedente. A essi vanno aggiunte le «sottocontribuzioni» (cioè le riduzioni delle aliquote contributive per alcune particolari categorie di lavoratori o territori) che nel 2024 superano i 7 miliardi.  Fonte: Inps, Rapporto annuale 2025  Se consideriamo che l’ammontare dei contributi sociali per il 2024 raggiunge circa 263 miliardi di euro, si tratta di un fenomeno decisamente rilevante. Aggiungiamo che i contributi ristagnano anche perché i posti di lavoro ben pagati calano, mentre aumentano nei settori ricettività-turismo-intrattenimento o cura personale che hanno salari alquanto miseri. Infine, ristagnano anche perché i salari reali sono calati. Sempre usando i dati Inps, vediamo che dal 2019 al 2024, l’aumento dei prezzi è stato del 17,4%, quello dei salari dell’8,3%. La stessa Inps commenta così: «Per le retribuzioni contrattuali si evidenzia dunque un vistoso disallineamento con l’inflazione che si approfondisce soprattutto nel 2022, quando l’inflazione sale di oltre 8 punti mentre le retribuzioni contrattuali di poco più di 1 punto» (Inps). LEGGI ANCHE… ECONOMIA IL BLUFF DELLA TASSA SUGLI EXTRAPROFITTI Marco Bertorello QUALE ALTERNATIVA? Da anni i sindacati e il centrosinistra concepiscono la defiscalizzazione/decontribuzione come unica soluzione ai bassi salari e all’alta disoccupazione. «Riduciamo il cuneo fiscale!» è il mantra. Si tratta di una strada sbagliata come certificato da più fonti. La decontribuzione non aumenta gli occupati e schiaccia le entrate dello Stato e dell’Inps, riducendo dunque le risorse per pagare pensioni e servizi pubblici, in cambio di qualche soldo in più a carico della fiscalità generale. In pratica, sono soldi che i lavoratori prestano a sé stessi. Non sono veri aumenti salariali, dato che produrranno una minore pensione e meno servizi in futuro. Non è questa la strada. Bisogna aumentare i salari realmente, ossia prendendo i soldi dai profitti delle imprese. In base ai dati forniti dall’Inps, solo per tornare ai salari reali di prima del Covid, bisognerebbe aumentarli del 10%. Per risalire alla quota che i salari avevano sul reddito nazionale prima degli anni Novanta bisognerebbe aumentarli di almeno un altro 10%. I profitti record degli ultimi anni hanno ingrassato i conti in banca e i portafogli finanziari dei super-ricchi ma non hanno prodotto investimenti e innovazione. Lavoro povero chiama lavoro povero e l’Italia si avvita verso un modello di economia arretrata in cui si compete pagando sempre meno la forza lavoro. Considerare una misura «di sinistra» far dipendere la crescita dei salari e dell’occupazione dalla decontribuzione è lo specchio dello stato desolante della sinistra italiana di oggi. *Luca Lombardi ha un dottorato di ricerca in economia. Lavora da oltre 25 anni nel settore bancario ed è un esperto di stabilità finanziaria ed economia internazionale. L'articolo Decontribuzione? No grazie! proviene da Jacobin Italia.
June 18, 2026
Jacobin Italia
Il blocco boliviano
La Bolivia è al limite. Da oltre quaranta giorni, le città di La Paz e El Alto, insieme alle regioni di Oruro, Potosí e Cochabamba, sono strangolate da blocchi stradali che impediscono il passaggio di cibo, merci e persone. I manifestanti chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz. I blocchi stradali rappresentano una colossale dimostrazione di forza da parte dei lavoratori e delle popolazioni indigene contro un governo di destra impopolare. Tuttavia, le mobilitazioni sono tutt’altro che unitarie e questi attriti rischiano di creare un preoccupante vuoto di potere e di esacerbare un clima politico ed economico già pericolosamente instabile. Nel frattempo, il governo sta ricorrendo a tattiche sempre più repressive nel tentativo di contenere un conflitto che sta rapidamente sfuggendo al suo controllo. Novanta persone sono state arrestate e molte altre ferite negli scontri. Secondo alcune fonti, i leader sindacali sarebbero stati rapiti per strada e alcuni di loro imprigionati. In una dichiarazione pubblica, la confederazione sindacale Central Obrera Boliviana (Cob) ha denunciato il governo per aver avviato una «caccia all’uomo» contro i suoi vertici. In tutto il paese si sono verificati arresti arbitrari di leader sindacali, in particolare di coloro che sono legati all’evismo (dall’ex presidente Evo Morales). Ad esempio, Yesenia Vargas, ex leader della Federazione Carrasco nella regione tropicale di Cochabamba, è stata incarcerata questa settimana. Vargas faceva parte della delegazione che si è recata a El Alto per chiedere le dimissioni del presidente Paz. Poco più di una settimana fa, nelle prime ore di domenica, il parlamento boliviano, dominato dalla destra, ha approvato una legge che consentirebbe al presidente Rodrigo Paz di dichiarare lo stato di emergenza. È fondamentale sottolineare che Paz gode anche del fermo sostegno del governo statunitense, con il Segretario di Stato Marco Rubio che ha promesso assistenza al presidente in difficoltà. La scorsa settimana, la cittadina di San Julián, nella provincia di Santa Cruz, sede di gruppi contadini noti come Interculturales, è stata teatro di una violenta «liberazione» in cui il gruppo paramilitare di estrema destra Unione Giovanile di Santa Cruz, in collaborazione con la polizia, ha fatto irruzione in città e, secondo quanto riferito, ha usato munizioni vere contro i manifestanti. Ciononostante, i movimenti sociali hanno dichiarato che non faranno marcia indietro né negozieranno con il governo. DIETRO I BLOCCHI I settori che coordinano la maggior parte dei blocchi stradali sugli altipiani contro Paz sono quelli che lo hanno votato alle elezioni dello scorso anno. Il popolo aymara era in passato un pilastro essenziale della base del Movimento per il Socialismo, che Paz ha corteggiato con promesse pragmatiche di un «capitalismo per tutti», rivolgendosi a una classe di aymara benestanti del settore commerciale: una logica nota come qamirismo, che deriva dalla parola aymara qamiri, usata per descrivere una persona ricca. Una volta insediatosi, Paz ha abbandonato le promesse di proseguire i programmi sociali del Mas, e la sua principale base di sostegno si è spostata verso gli interessi economici revanscisti di Santa Cruz, un settore che non ha nemmeno votato per lui, bensì per l’estremista di destra Jorge Tuto Quiroga. Roberto Pacosillo Hilari, veterano della politica aymara e figura chiave dei blocchi stradali, ha dichiarato a Jacobin che Paz è l’ultimo di una lunga serie di politici boliviani che estorcono ricchezze al popolo senza dare nulla in cambio. «Non ci si può fidare di quest’uomo. È un bugiardo. In aymara diremmo ‘sallqa’ , che significa persona che mente, un ciarlatano. Per questo vogliamo che si dimetta». La capitolazione di Paz agli interessi economici e delle élite di destra è vista dai manifestanti come un ritorno a un passato in cui i popoli indigeni venivano sistematicamente esclusi dal potere e i loro voti sfruttati per servire gli interessi delle élite che detengono il potere. Con l’intensificarsi del conflitto con lo Stato, i boliviani sono tornati a fluire sulle barricate per esercitare pressione. «Il blocco – ha dichiarato a Jacobin l’antropologo boliviano Pedro Pachaguaya – è una tecnologia politica ancestrale che trasforma il controllo territoriale in potere negoziale». LEGGI ANCHE… AMERICA LATINA BOLIVIA TRA GOLPISMO E DEMOCRAZIA Alfredo Serrano Mancilla - Nicola Tanno Questi blocchi sono il risultato di processi sociali collettivi. «Chi blocca non è il contadino arretrato che assedia la città moderna, bensì un cittadino complesso che attiva il proprio senso di appartenenza alla comunità quando l’assemblea lo decide», aggiunge Pachaguaya. Un altro elemento chiave della protesta riguarda la crisi strutturale dell’economia e il problema di lunga data della benzina di scarsa qualità. Il gasolio di bassa qualità sta danneggiando gravemente i motori dei minibus del trasporto pubblico e il risarcimento promesso agli autisti per i costi sostenuti non è ancora arrivato. Di conseguenza, il settore dei trasporti è in sciopero a intermittenza da mesi. Gli autisti hanno fatto la fila per cinque giorni con i loro veicoli per fare rifornimento a El Alto e La Paz. Paz non è riuscito a garantire un approvvigionamento affidabile di carburante, un problema iniziato nel 2023 sotto il governo del Mas di Luis Arce. In assenza di riserve valutarie a causa del crollo delle esportazioni di idrocarburi, la Bolivia non può importare carburante in quantità sufficienti. Nonostante i prestiti e gli aiuti finanziari ottenuti dalle istituzioni internazionali, l’economia è in caduta libera e i più poveri ne stanno pagando il prezzo più alto. IL VOLTO CONSERVATORE All’inizio di quest’anno, ad aprile, avvolto in un tradizionale poncho rosso, Paz ha tenuto un discorso appassionato ad Achacachi, il cuore storico dei movimenti contadini aymara che lo avevano votato in massa alle elezioni dell’anno precedente. Inizialmente attratti dalla sua promessa di «capitalismo per tutti» e dall’immagine di uomo del popolo del suo vicepresidente, Edman Lara, gli abitanti di Achacachi e altre comunità contadine e indigene di tutta la Bolivia sono ora profondamente insoddisfatti della capitolazione immediata di Paz agli interessi della destra, delle imprese e della vecchia élite. Il malcontento è iniziato con il tentativo di Paz di emanare il Decreto 5503 nel gennaio di quest’anno, prima che massicce proteste lo costringessero bruscamente a cambiare rotta. Poi, a maggio, ha cercato di far approvare la Legge 1720, che avrebbe accentuato la mercificazione dei piccoli appezzamenti di terreno, a vantaggio dell’agroindustria a scapito dei piccoli agricoltori. Movimenti contadini e indigeni delle regioni amazzoniche di Pando e Beni hanno marciato a piedi per un mese fino a La Paz per chiedere l’abrogazione della legge. Alla fine hanno avuto successo, poiché il parlamento ha votato per abbandonare il decreto. Ma era troppo tardi; i movimenti degli altipiani, così come i settori dei coltivatori di coca del Chapare, si sono mobilitati formando blocchi stradali e chiedendo niente meno che le dimissioni di Paz. LEGGI ANCHE… AMERICA LATINA COSA È SUCCESSO NELLA BOLIVIA DI MORALES Enrico Padoan Nel tentativo di screditare la mobilitazione, molti media filogovernativi hanno dipinto i manifestanti come burattini dell’ex presidente Evo Morales, diffondendo la narrazione secondo cui Evo starebbe orchestrando i blocchi con l’obiettivo di impadronirsi del potere. In realtà, le proteste sono solo un elemento di una vasta e articolata mobilitazione multisettoriale, e non vi sono molte indicazioni che Evo goda di un ampio sostegno al di fuori della sua base elettorale. Il leader della Cob, Mario Argollo, ad esempio, si è affrettato a prendere le distanze da Morales. «Non c’è alcun finanziamento esterno nelle nostre mobilitazioni – ha affermato in un’intervista – Chiediamo a Evo Morales di non approfittare della nostra lotta». Argollo ha affermato che le mobilitazioni sono guidate dalla base. «La gente non crede più nel governo; c’è molta sfiducia – ha detto – Non si può avere un dialogo in questa situazione. Ma la decisione spetterà alla base. Finora chiediamo solo le dimissioni, ma ci incontriamo costantemente e la situazione verrà valutata». È anche vero, però, che i blocchi non godono di un sostegno universale all’interno delle comunità e che profonde divisioni permeano i movimenti. Non tutti coloro che partecipano ai blocchi condividono gli stessi principi ideologici o interessi di classe. Ad esempio, alcuni settori della confederazione sindacale contadina, la Csutcb, avrebbero condannato i blocchi. Scontri sono scoppiati per le strade di El Alto tra i manifestanti e i loro oppositori. Si tratta di divisioni parallele, per cui i movimenti si dividono in molteplici fazioni sovrapposte, compromettendo, sin dagli ultimi anni di governo del Mas, l’unità dei movimenti indigeni e operai. Naturalmente, è innegabile il doloroso impatto dei prolungati blocchi. Gli ospedali hanno avvertito di non poter eseguire interventi chirurgici urgenti per mancanza di ossigeno. Alcune fonti riportano decessi dovuti all’impossibilità di accedere alle cure mediche di emergenza. Benzina e carne sono praticamente introvabili a La Paz. Un piccolo broccolo viene venduto nei supermercati della capitale a 6 dollari e, in assenza di pollo o manzo, vengono importati in aereo contenitori refrigerati di pollo dalle città vicine. Gli aeroporti restano aperti, ma a El Alto molti sono stati costretti a camminare per chilometri con le valigie al seguito per aggirare i blocchi. I governi di destra di Perù e Cile hanno inviato rifornimenti a sostegno del governo per alleviare la pressione dei blocchi. L’economista Javier Gómez sottolinea che i blocchi corrispondono a «una nuova cartografia del potere» che riflette i profondi cambiamenti territoriali ed economici degli ultimi due decenni, tra cui l’espansione delle economie informali, l’ascesa dell’estrattivismo e la crescente penetrazione del capitale illecito nella società boliviana. Questa settimana a La Paz si è tenuto un grande cabildo (assemblea pubblica) da parte di ceti medi e urbani scontenti che chiedono un maggiore ricorso alla forza da parte dello Stato per sbloccare le strade. Tuttavia, Paz sarà cauto nell’utilizzare la forza militare per reprimere i blocchi, consapevole del rischio di un’escalation del conflitto e di violazioni dei diritti umani. Con pochi alleati, la sua presa sul potere è debole. Poiché i blocchi non accennano a diminuire, si profilano interrogativi spinosi. I movimenti chiedono le dimissioni di Paz e Lara, ma non c’è una figura evidente che possa sostituire Paz né un’entità elettorale chiara attorno alla quale mobilitarsi, sebbene gli evistas stiano cercando un’opportunità per riportare Morales alle elezioni. Alle elezioni dello scorso anno, il Mas è stato annientato come forza politica e non c’è praticamente alcuna presenza progressista o di sinistra in parlamento. Si profila un pericoloso vuoto politico. La mobilitazione odierna testimonia il rifiuto dei lavoratori e delle masse indigene boliviane di essere trattati come pedine politiche, strumentalizzati durante le elezioni e poi ignorati. Ma la fragilità dell’ecosistema politico boliviano è preoccupante, soprattutto nell’era post-Mas, in cui i movimenti sociali chiedono che lo Stato rappresenti i loro interessi, ma si sono dimostrati incapaci di riaffermare una presa tangibile sul potere statale. In questa mobilitazione ci sono pochi vincitori e la Bolivia si trova ad affrontare un futuro cupo e incerto. *Olivia Arigho-Stiles è una ricercatrice post-dottorato specializzata in movimenti indigeni boliviani e politiche ambientali presso l’Università di Manchester, nel Regno Unito. Vive e lavora a La Paz, in Bolivia. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Il blocco boliviano proviene da Jacobin Italia.
June 18, 2026
Jacobin Italia
Tara, la zona di sacrificio insorge
Ne abbiamo davvero bisogno? Sorge spontanea la domanda sulla costruzione del più grande dissalatore civile d’Italia. Acquedotto Pugliese, presentando al pubblico il progetto, lo definisce portatore di una «visione strategica», un’opera ultratecnologica necessaria per affrontare la siccità che sta colpendo la Puglia e il Meridione d’Italia.  La Puglia è ufficialmente in emergenza climatica, così si evince dal Piano di emergenza emanato dalla Giunta regionale. La siccità non è però una novità. Fin dagli albori delle ricerche sul collasso climatico, il deficit idrico è uno dei primi segnali di un pianeta sempre più sofferente. Mi riferisco già al First Assessment Report dell’Ipcc nel 1990, così come in Italia ai Bollettini sulla siccità pubblicati annualmente dall’Ispra dal 1989. I trend con riguardo sia all’aumento dei fenomeni di siccità in Italia, sia alla spaccatura della penisola su questo, sono noti ormai da tempo. Sicilia, Sardegna, Puglia, Calabria, Basilicata e Campania erano definite e sono tuttora le aree di maggior rischio.  La macchina amministrativa, si sa, ha tempi biblici per operare e con lei anche tutta la politica. Trentacinque anni però sono abbastanza lunghi per parlare di intenzionalità in ciò che il Sud Italia sta affrontando oggi. Che la parte più in basso dello stivale sia la più povera è risaputo, un po’ meno il come lo sia diventata, basti vedere la connessione con la distribuzione ineguale dei fondi tra le diverse regioni, basata sul sistema della spesa storica che ha privilegiato le regioni più ricche accrescendone il patrimonio, ampliando in modo esponenziale il divario tra Nord e Sud. Non avendo avuto, perciò, la possibilità di agire per prevenzione, causa le mancanze economiche appena citate, si interviene per emergenze, a danno fatto, spesso senza il tempo necessario per progettare risoluzioni adeguate. La crisi dell’acqua in Puglia è allarmante. Gli invasi sono vuoti e il fabbisogno idrico aumenta anche a causa della turistificazione estiva. I primi a risentirne sono stati gli agricoltori, diminuendo i livelli di approvvigionamento per le colture; poi sono arrivate le case e Acquedotto Pugliese ha fatto una campagna di sensibilizzazione per inserire le autoclavi nelle abitazioni private, poiché nei piani più alti la pressione era talmente bassa da non arrivare. Oggi, la campagna di sensibilizzazione si è evoluta verso l’inserimento di serbatoi di riserva in modo da garantire l’acqua anche nei cali di pressione delle condotte.  Con l’acqua non si scherza: l’acqua è vita e senza di essa c’è morte. L’ultimo dato disponibile sulla perdita idrica di distribuzione è del 2020 e risulta del 43,6%, più alta della media nazionale. Da allora la Puglia si è data da fare, tra sostituzioni di tubature rotte e ammodernamenti dei sistemi. Tutto questo però non basta e le prospettive future sono di cercare nuove fonti, tra queste addirittura c’è l’idea di costruire una condotta sottomarina per la fornitura idrica che parte dall’Albania per arrivare in Puglia. Nonché di utilizzare il fiume più storico di Taranto, quello dal quale la stessa città prende il suo nome: il fiume Tara.  LEGGI ANCHE… I SUD SI ORGANIZZANO Paolo Perri - Simone Guglielmelli Questa scelta è critica per svariati motivi. Il più importante è sicuramente la zona di sacrificio dichiarata nel 2022 da un considerevole report delle Nazioni unite che comprende l’intera città di Taranto e i Comuni limitrofi colpiti dall’impatto industriale del siderurgico. In aggiunta, c’è il portato storico-socio-culturale di quel luogo: Taras, figlio di Poseidone, approda sulle sponde del fiume, fondando così l’antica e gloriosa città della Magna Grecia. Questo stesso fiume, oggi, è luogo di venerazione cristiana oltre a essere popolare e frequentato dalle famiglie dei quartieri periferici nelle belle giornate. Qui, immergersi nelle acque del Tara diventa un rito settimanale irrinunciabile: il luogo più prossimo e accessibile liberamente per staccare dalla vita di tutti i giorni. Inoltre, l’ecosistema del Tara è molto fragile e le acque sono già prelevate per uso agricolo e industriale. Aggiungere un altro prelievo, anche minimo, metterebbe a rischio tutto il microclima del territorio, aggravando la crisi idrica e ambientale. Per non parlare delle condotte che attraverseranno le campagne limitrofe per chilometri, una volta abbattuti agrumeti e espiantati ulivi secolari; interventi, purtroppo, già in corso. Prima la più grande acciaieria d’Europa, poi il più grande dissalatore civile d’Italia. E Taranto rimane una città svuotata, depauperata e sfruttata, ricordata solo quando serve a far crescere il Pil nazionale attraverso il ricatto occupazionale e, oggi, per calmierare la crisi idrica attraverso un nuovo ricatto, quello dell’acqua. LA LOTTA CONTRO IL DISSALATORE È LOTTA DI CLASSE  Già in precedenza su questa stessa rivista si è parlato della questione idrica nel Meridione come una malagestione delle amministrazioni delle risorse, e di come l’utilizzo delle tecnologie più all’avanguardia sia inefficace e controproducente se non accompagnato da un mutamento della società attuale. La stessa che mette gli uni contro gli altri attraverso il conflitto tra lavoro, salute e ambiente, mettendo le persone spalle al muro. Approfittarsi di territori periferici e popolazioni povere, già sature dalle loro precedenti lotte, è un comportamento non solo scorretto, ma complice. Complice di quel meccanismo che continua a perpetrare profitti sul sangue e le vite delle persone. Mentre la propaganda istituzionale punta sulla grandiosità tecnologica dell’opera, tace sul reale impatto occupazionale, sociale e ambientale. A fronte di 129 milioni di euro investiti, il più grande dissalatore d’Italia promette solo cantieri temporanei e una gestione futura quasi interamente automatizzata. Per Taranto, già ferita dalle promesse mancate della grande industria a cui si aggiungono quelle della raffineria Eni, del parco eolico e della discarica, il dissalatore non è fonte di lavoro, ma solo l’ennesima infrastruttura estrattiva che drena acqua e fondi pubblici senza restituire stabilità sociale e ambientale.  LEGGI ANCHE… AMBIENTE QUELLO SULL’EX ILVA È UN «ACCORDO DI CONDANNA» Alessandro Esposito - Michael Tortorella - Virginia Rondinelli Questo è quanto denunciato dalla Rete di difesa del fiume Tara, il movimento tarantino che sta contrastando la costruzione del mega impianto attraverso sensibilizzazione pubblica e gli strumenti giuridici. In particolare la Regione Puglia prosegue nel progetto anche in contrasto con pareri negativi da parte di Ministero della Cultura e Soprintendenza, emersi nella conferenza dei servizi conclusa il 10 gennaio 2025. Questi due organi hanno detto che il fiume Tara è parte del paesaggio e l’opera è incompatibile con esso e l’ambiente della zona, così come ribadito dall’Agenzia Regionale per la Prevenzione e la Protezione dell’ambiente, dall’Azienda Sanitaria Locale di Taranto, da Wwf e Legambiente. La Regione Puglia ha invece deciso di continuare indisturbata la realizzazione di quest’infrastruttura controversa, non solo in deroga ma ancor più senza ascoltare il parere delle persone abitanti del luogo. È, infatti, questa una delle più importanti rivendicazioni della Rete di difesa del fiume: la partecipazione alle decisioni che riguardano il proprio territorio.  In più, il Tar di Bari, chiamato a decidere dopo l’impugnazione del Provvedimento Autorizzativo Unico Regionale che dà avvio ai lavori, il 14 maggio ha emesso un’ordinanza nella quale ha respinto le richieste di misure cautelari- Dunque, i lavori, iniziati persino prima che venisse pubblicato lo stesso Paur, continueranno in attesa della sentenza di merito. Le motivazioni, vertendo sulla necessità di acqua per la stagione estiva, sono fallaci in quanto è prevista la fine dei lavori entro febbraio 2027, ma Acquedotto Pugliese è già reduce da importanti rinvii. Ci chiediamo se allora la risposta futura alla crisi idrica e più in generale alla crisi climatica sia un green estractivism che di verde ha solo la facciata, perpetrando quella slow violence nei luoghi più marginalizzati di cui Rob Nixon parla con molta enfasi. È troppo tardi per essere pessimisti, come da titolo del libro di Daniel Tanuro, è forse l’imperativo più urgente che mai. Ciò che realmente servirebbe nell’immediato è un cambio di paradigma che metta al centro le persone e l’ambiente in un rapporto simbiotico, abbattendo il sistema attuale fondato su sfruttamento di risorse ambientali e umane. Il sistema capitalista non è infatti semplicemente un sistema economico: è una macchina che richiede crescita infinita e dunque un consumo crescente di risorse. Finché questa logica rimane intatta, le risorse non basteranno mai. Se la prospettiva non è quella di cercare altri mondi abitabili nel largo della galassia, allora forse è necessaria un’attenzione diversa per la nostra Terra. *Tina Esposito è attivista ecologista e meridionalista in Fridays For Future Bari, Movimento per la Decrescita Felice e spazi locali, studia Giurisprudenza a Bari, svolge diversi lavori non specializzati, precari e spesso mal retribuiti. 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June 17, 2026
Jacobin Italia
L’Albania non è in vendita
Forse non è un caso che i murales di Chico Mendes si trovino proprio lì, sulle pareti dell’ex fabbrica di Soda tra Valona e il paesino di Zvërnec, vicino alla laguna di Narta. Mendes, sindacalista e ambientalista brasiliano assassinato nel 1988 dagli interessi economici che stavano divorando l’Amazzonia, sosteneva che «l’ambientalismo senza lotta di classe è soltanto giardinaggio». A pochi metri da quel murale si trova anche il volto di Lekë Gjiknuri, autore del primo articolo sulla tutela dell’ambiente nella Costituzione albanese. Nemmeno questo è un caso. Perché ciò che sta accadendo oggi tra Narta, Zvërnec e Valona non riguarda soltanto una laguna, una foresta costiera o una colonia di fenicotteri. Riguarda il potere, il territorio e il modello di sviluppo che ha dominato l’Albania negli ultimi quindici anni. I media vicini al governo hanno cercato inizialmente di minimizzare la mobilitazione, riducendola a una protesta locale o a una questione ambientalista. In realtà, i fenicotteri sono soltanto il simbolo più visibile di un malcontento molto più profondo. La vera domanda che emerge dalle piazze è semplice: chi decide il futuro dell’Albania e nell’interesse di chi? VALONA NON È UNA CITTÀ QUALSIASI PER L’ALBANIA Che questa protesta sia nata proprio a Valona non sorprende. Valona è il luogo in cui venne proclamata l’indipendenza dell’Albania nel 1912, nel 1920 guidò l’insurrezione contro l’occupazione italiana e nel 1997 divenne l’epicentro della rivolta popolare che seguì il collasso degli schemi finanziari piramidali. Nella storia albanese, Valona compare spesso quando l’ordine esistente entra in crisi.  L’insurrezione del 1920 conserva ancora oggi un valore simbolico straordinario. A quella lotta parteciparono contadini, lavoratori, patrioti e volontari provenienti da tutto il paese. Ma quella vicenda ebbe anche una dimensione internazionalista spesso dimenticata. Il 25 e 26 giugno 1920, ad Ancona, bersaglieri, ferrovieri, anarchici e lavoratori si ribellarono contro l’invio di truppe italiane in Albania. Al grido di «Via da Valona!» costruirono barricate e bloccarono i convogli militari destinati a sostenere l’occupazione coloniale italiana. Come raccontano Marco Rossi e Luigi Balsamini nel volume I ribelli dell’Adriatico, quella straordinaria solidarietà tra lavoratori italiani e insorti albanesi contribuì direttamente alla fine della guerra e al ritiro delle truppe italiane. A Valona la difesa del territorio fa parte della memoria collettiva. Oggi quella memoria riemerge in forme nuove. LEGGI ANCHE… ALBANIA LA RIVOLTA DEI FENICOTTERI Richard Braude - Valentina Bonizzi IL MODELLO RAMA Per comprendere la protesta bisogna guardare oltre Valona e la sua laguna di Narta e Zvërnec. Negli ultimi anni l’Albania è stata presentata come una storia di successo. Crescita economica, boom turistico, digitalizzazione, investimenti stranieri, nuovi aeroporti, torri, resort e grattacieli. Dietro questa narrazione esiste però una realtà più complessa. L’economia albanese continua a dipendere in misura crescente dall’edilizia, dalla rendita immobiliare e dal turismo. Intere porzioni della costa vengono trasformate in destinazioni esclusive. Gli spazi pubblici si restringono. Le comunità locali vengono progressivamente marginalizzate. Le giovani generazioni continuano a emigrare. L’Albania perde ogni anno decine di migliaia di persone, mentre il governo continua a presentare il turismo come la principale risposta alle fragilità strutturali del paese. Nel frattempo Tirana è diventata una delle città più inaccessibili d’Europa per l’acquisto di una casa in rapporto ai redditi. La capitale albanese figura infatti tra le città europee in cui acquistare un appartamento è più difficile per un residente medio. Economisti, giornalisti investigativi e organizzazioni internazionali segnalano la presenza di enormi flussi finanziari opachi nel settore edilizio albanese. Il riciclaggio di capitali provenienti dall’economia criminale viene indicato come uno dei fattori che contribuiscono a gonfiare il mercato immobiliare e a scollegarlo completamente dalla capacità economica reale della popolazione. La cornice macroeconomica è ormai basata su questo ingranaggio, e se questo si ferma, l’economia del paese si fossilizza. Così l’Albania cresce, ma la maggioranza degli albanesi non è invitata a beneficiarne.  DA TIRANA A GAZA: LA GEOGRAFIA DEL POTERE La protesta albanese nasce in un momento in cui il governo Rama appare sempre più inserito nelle grandi reti del potere economico e geopolitico contemporaneo. Spesso l’Albania viene presentata come una sorta di frontiera vergine del capitalismo europeo: una terra ancora relativamente poco costosa, con una legislazione flessibile, senza sindacati e con istituzioni deboli, un patrimonio naturale straordinario e una popolazione sempre meno numerosa a causa dell’emigrazione. Una combinazione ideale per attrarre grandi capitali alla ricerca di nuove aree di valorizzazione. In questo contesto si inserisce la figura di Jared Kushner e i progetti che coinvolgono l’isola di Sazan e la costa meridionale albanese, espressione di una precisa idea del territorio: non più spazio vissuto da comunità, ma asset finanziario da inserire nei circuiti globali della rendita. Dietro l’operazione troviamo una struttura nebulosa composta da società registrate all’estero, veicoli finanziari con sede nei Paesi Bassi e una rete di interessi che collega capitali provenienti da paesi arabi, investitori israeliani e soggetti economici che operano lontano dagli occhi dell’opinione pubblica albanese. Le decisioni vengono prese altrove, le comunità locali scoprono il proprio destino a giochi fatti. Narta e Zvërnec diventano così il punto d’incontro tra la periferia balcanica e i grandi flussi del capitale globale a seguito della decisione di Kushner di ritirarsi da un altro mega progetto a Belgrado. La mobilitazione per i fenicotteri mette di fronte due visioni opposte del territorio e dello sviluppo. Da un lato residenti, pescatori, giovani costretti a emigrare e cittadini che rivendicano la tutela della natura quale bene comune da preservare e tramandare. Dall’altro fondi d’investimento, oligarchi regionali e globali, intermediari finanziari, società offshore e grandi gruppi immobiliari che guardano alla costa albanese come a una delle ultime frontiere del Mediterraneo, misurandone il valore in ettari edificabili, opportunità speculative e rendimenti futuri. In questo passaggio la questione ambientale assume inevitabilmente una dimensione politica. Ma il quadro va oltre il real estate. Negli ultimi anni Tirana ha intensificato in modo significativo la cooperazione con Israele nei settori della tecnologia, della sicurezza e della difesa, trasformandosi progressivamente in uno dei partner più affidabili dello Stato ebraico nei Balcani. Il caso più emblematico (quasi un derivato degli accordi di Abramo) è probabilmente quello di Smart Albania, mastodontico progetto di sorveglianza digitale che vede coinvolta l’emiratina Presigh AI nata nel 2021 da una joint venture tra la società israeliana Rafael Advanced Defense Systems controllata dallo Stato israeliano, e il gruppo tecnologico emiratino Group 42.  Ma non si tratta di un caso isolato. Dopo il memorandum d’intesa firmato nel 2023, la cooperazione tra Albania e Israele ha conosciuto una crescita senza precedenti attraverso gli accordi con Elbit Systems per l’acquisto di dispositivi militari, la realizzazione di un impianto per l’assemblaggio di droni e sistemi d’artiglieria Made in Albania, la riapertura dell’Academia dell’aviazione a Valona, l’apertura di un data centre sino al primo Albania-Israeli Cyber Summit tenutosi a maggio 2026 a Tirana che ha visto la partecipazione di circa quaranta aziende israeliane operanti nei settori della sicurezza informatica, protezione delle infrastrutture critiche e sorveglianza digitale. Un evento passato quasi inosservato, ma che fotografa con chiarezza la direzione strategica intrapresa dal governo Rama orientata a rafforzare i propri rapporti politici, economici e militari con Israele mentre Gaza viene rasa al suolo sotto gli occhi del mondo.  Questa è una scelta di campo che riflette un preciso posizionamento politico dell’attuale classe dirigente albanese: stare accanto ai centri del potere globale, indipendentemente dal costo umano, sociale o morale. Lo stesso schema emerge nel rapporto privilegiato costruito con il governo Meloni attraverso l’accordo sui migranti. L’accordo, oltre a trasformare il territorio albanese in uno strumento di esternalizzazione delle frontiere europee, dimostra la cultura politica di una parte delle élite albanesi contemporanee secondo le quali il riconoscimento internazionale passa attraverso la subordinazione ai centri di potere occidentali. In questo senso, la relazione privilegiata costruita da Rama con Meloni evoca pagine storiche che l’Albania non ha mai realmente elaborato fino in fondo: quelle dei governi collaborazionisti insediati pre e durante l’occupazione fascista italiana. Colpisce pertanto l’attitudine a promuovere una narrazione dei rapporti italo-albanesi che enfatizza la vicinanza, la modernizzazione e l’integrazione, rimuovendo completamente il carattere coloniale dell’occupazione italiana e trasformando una storia di dominazione e resistenza in una rassicurante storia di amicizia e complementarità. LEGGI ANCHE… POLITICA PER UN COSMOPOLITISMO DI SINISTRA Meagan Day - Lea Ypi UN SISTEMA SENZA CREDIBILITÀ La forza della mobilitazione deriva anche dalla crisi dell’intero sistema politico. L’opposizione guidata da Sali Berisha non rappresenta un’alternativa credibile. Per gran parte della società albanese, il problema non è semplicemente chi governa, ma l’intera architettura politica costruita durante la transizione post-comunista. Dopo oltre trent’anni, molti dei protagonisti sono ancora gli stessi. Cambiano le alleanze, cambiano le sigle, ma i nomi continuano a ripresentarsi ciclicamente sulla scena pubblica. La crisi di credibilità dell’opposizione è altrettanto profonda. Sali Berisha continua a guidare il Partito Democratico (destra) nonostante le vicende giudiziarie che lo coinvolgono e nonostante una stagione di governo segnata da scandali, privatizzazioni controverse e rapporti con gruppi economici che hanno contribuito alla formazione dell’oligarchia albanese contemporanea. Ancora più emblematica è la parabola di Ilir Meta (attualmente detenuto), ex alleato e poi avversario tanto di Berisha quanto di Rama, il cui spettacolare arricchimento personale e familiare rappresenta il simbolo stesso del trasformismo politico della transizione.  A completare il quadro vi sono le indagini che hanno coinvolto il sindaco di Tirana, Erion Veliaj, attualmente detenuto in attesa di giudizio. Una vicenda che ha ulteriormente alimentato la percezione di una sostanziale continuità tra governo e opposizione all’interno di un sistema di potere fondato sull’intreccio tra politica, oligarchie economiche e reti clientelari, oggi giudicato illegittimo dai giovani albanesi. I FENICOTTERI PARLANO DI MOLTO ALTRO Alla luce di tutto questo, ridurre la mobilitazione a una questione ambientalista significa non comprenderne la natura. Si tratta certamente di una mobilitazione ecologista. Ma è anche una mobilitazione sociale, democratica, antielitaria e profondamente politica. Perché il modello che oggi minaccia Narta e la comunita di Zvërnec è lo stesso che produce gentrificazione a Tirana, spopolamento nelle periferie, precarietà per i giovani e concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. Per questo la protesta parla una lingua che va oltre l’Albania. Parla alle comunità che si oppongono alla privatizzazione dei territori. Parla ai movimenti che contestano la subordinazione della politica agli interessi economici. Parla a chi rifiuta l’idea che la natura, la cultura e la vita collettiva possano essere ridotte a semplici opportunità di profitto. Non è un caso che la diaspora albanese si sia mobilitata rapidamente a Bruxelles, Londra, Parigi, New York, Barcellona e in numerose città italiane. Perché molti emigrati riconoscono nelle ragioni della protesta le cause profonde che li hanno spinti a partire: salari bassi, assenza di prospettive, concentrazione della ricchezza, distruzione degli spazi comuni e progressiva trasformazione del paese in un luogo sempre meno abitabile per chi vive del proprio lavoro. Il movimento resta fragile. È eterogeneo, contraddittorio e ancora privo di una struttura consolidata, ma rappresenta senza dubbio qualcosa di nuovo. Dopo anni di rassegnazione, una parte della società albanese ha ricominciato a occupare lo spazio pubblico e a mettere in discussione il racconto dominante.  I fenicotteri sono soltanto il simbolo. La vera battaglia riguarda il diritto di decidere quale Albania verrà costruita nei prossimi decenni: un paese trasformato in una piattaforma per il turismo di lusso, la speculazione immobiliare, l’industria della sorveglianza e gli interessi delle élite globali, oppure una società capace di difendere i propri territori, le proprie comunità e il proprio futuro. Per questo la protesta albanese non parla soltanto albanese. Parla la lingua delle mobilitazioni che negli Stati uniti hanno contestato la concentrazione del potere economico e politico dietro lo slogan «No Kings». Parla la lingua degli studenti e degli insegnanti di Valencia che si sono opposti ai tagli e alla progressiva mercificazione dell’istruzione pubblica. Parla la lingua dei giovani di Bruxelles che rifiutano città sempre più costose, privatizzate e inaccessibili. Parla la lingua delle comunità indigene della Bolivia che difendono le proprie terre dall’estrattivismo, delle popolazioni africane che vedono le proprie risorse trasformate in profitti per altri, delle mobilitazioni che da Gaza a Manila, da Nairobi a Buenos Aires, denunciano un ordine economico e geopolitico che concentra ricchezza, potere e tecnologia nelle mani di pochi. Naturalmente ogni contesto ha la propria storia ma il meccanismo è simile: territori trasformati in merci, città consegnate alla rendita, natura sacrificata al profitto, comunità espulse, giovani costretti a partire e una ristretta élite che continua ad accumulare ricchezza e influenza. È per questo che la mobilitazione dei fenicotteri va ben oltre i confini dell’Albania.  È questo il messaggio che oggi arriva da Valona: in un sistema mondiale che continua a trasferire sulle periferie i costi sociali, ambientali e democratici della propria espansione, non sorprende che siano proprio le periferie a dare vita alle prime forme di resistenza. * Boiken Sinaj è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Pisa. Attivo per anni nelle organizzazioni della diaspora albanese in Italia, ha lavorato tra ricerca, formazione universitaria e cooperazione allo sviluppo nei Balcani occidentali, con particolare attenzione alle questioni ambientali e territoriali incluso nell’area di Vjosa-Narta (Valona). Attualmente vive a Bruxelles, dove si occupa di progetti di cooperazione accademica tra l’Unione Europea e i Balcani occidentali. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. 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