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Morire di lavoro: la vergogna senza fine
Un articolo di Carlo Soricelli (*) e una poesia di Yuleisy Cruz Lezcano dopo la morte di Andrea Moretti. Strage senza fine: 5 morti in un solo giorno. Un ventiduenne «sbranato» a Roma e anziani traditi dalla fatica. E il bilancio continua a salire. Un’altra giornata drammatica, un bollettino di guerra sul lavoro che ieri ha toccato la quota intollerabile
September 24, 2026
La Bottega del Barbieri
Zack Polanski in cerca dell’ecosocialismo
Per decenni, i Verdi sono stati una forza relativamente marginale nella politica britannica, con un solo membro del Parlamento e un numero modesto ma crescente di consiglieri locali. Tuttavia, le loro prospettive sono cambiate nel settembre 2025, dopo l’elezione di Zack Polanski a leader del partito con una piattaforma ecopopulista. Questa nuova leadership si è definita in opposizione al Primo Ministro laburista Keir Starmer, rifiutando la sua giustificazione del genocidio israeliano a Gaza, così come la sua politica di austerità fiscale, le misure anti-immigrazione e l’autoritarismo anti-protesta. Nell’ultimo anno, il numero degli iscritti al Partito dei Verdi di Inghilterra e Galles (esiste un partito separato in Scozia) è aumentato vertiginosamente, passando da circa 66.000 a oltre 230.000. A febbraio, Hannah Spencer dei Verdi ha vinto le elezioni suppletive di Gorton e Denton, sconfiggendo sia i laburisti che Reform Uk di Nigel Farage, e a maggio i Verdi hanno ottenuto il loro miglior risultato di sempre alle elezioni locali. Ora Polanski si candida al Parlamento nelle elezioni suppletive di Holborn e St. Pancras. In questa competizione, il suo obiettivo non è solo quello di sostituire Starmer (che si è dimesso da parlamentare), ma anche di consolidare la posizione dei Verdi come opposizione permanente di sinistra al Partito laburista. Lo stesso Polanski è insolito per la rapidità con cui ha sviluppato la sua carriera politica. In un nuovo libro, Russell Warfield descrive come Polanski abbia iniziato la sua carriera politica unendosi ai Liberal Democratici nel 2015, durante la fase finale in cui il partito attuava politiche di austerità in coalizione con i Conservatori. Polanski è passato ai Verdi nel 2017 dopo non essere stato selezionato come candidato dei Liberal Democratici alle elezioni suppletive, opponendosi nel frattempo alla leadership di Jeremy Corbyn nel Partito laburista da una posizione di destra. Eletto membro dell’Assemblea di Londra e vice leader dei Verdi, Polanski si è poi spostato a sinistra e ha sconfitto i leader uscenti più centristi alle elezioni per la leadership dello scorso anno. In questo contesto, il libro di Warfield rappresenta un contributo tempestivo alla comprensione del Partito Verde, impegnato a ritagliarsi un nuovo ruolo nella politica britannica. Warfield è trasparente riguardo ai propri orientamenti politici. Membro di lunga data dell’ala sinistra del Partito Verde, ha partecipato come volontario alla campagna per la leadership di Polanski e vede il partito come uno strumento per l’ecosocialismo. The Green Socialist è quindi particolarmente utile per comprendere come i sostenitori più colti di Polanski percepiscono se stessi, il loro progetto e l’uomo che attualmente ne è al centro. L’ottimismo permea l’analisi di Warfield, ma il libro rappresenta anche un valido punto di partenza per riflettere sulle sfide che il Partito dei Verdi si trova ad affrontare nell’attuale contesto politico. Se da un lato l’incoerenza della politica di Polanski può rappresentare un autentico percorso personale, dall’altro mette in luce latenti incoerenze all’interno del progetto legato alla sua leadership Finora Polanski ha suscitato speranza perché riesce a riproporre efficacemente ai suoi sostenitori i principi politici e morali che già condividono. Questo apparente tentativo di rilanciare la leadership laburista di Corbyn ha raccolto il sostegno sia di figure di spicco e attivisti di quel periodo, così come di una nuova generazione non formata da quell’esperienza. Affinché questo progetto abbia successo, ora è necessario che si confrontino collettivamente con l’attuale incoerenza della strategia elettorale, dell’offerta politica e dell’organizzazione del partito dei Verdi. LEGGI ANCHE… GRAN BRETAGNA STARMER SE NE VA,  IL LABOUR CAMBIA (SOLO UN PO’) Salvatore Cannavò - Lorenzo Zamponi OTTIMISMO Mentre Warfield rilancia gli appelli di alcuni membri dei Verdi per una nuova attenzione all'”organizzazione comunitaria” (un’ambizione vaga che ha al contempo preoccupato e eluso gran parte della sinistra britannica per diversi anni), la leadership di Polanski continua a definire il successo in termini di vittorie elettorali. La sua strategia distintiva è stata quella di massimizzare il potenziale del partito con un’offerta politica ecopopulista e una comunicazione più sofisticata. Warfield accetta il compito necessariamente difficile di analizzare un progetto elettorale di questo tipo mentre non solo è in corso, ma è ancora nelle sue fasi iniziali. Il libro è stato pubblicato prima delle elezioni suppletive di Makerfield, che hanno portato al ritorno di Andy Burnham alla Camera dei Comuni come deputato laburista e alla sua vittoria contro Starmer come Primo ministro. Ciò significa che questo contesto, di fondamentale importanza, è ora escluso dall’analisi. Senza dubbio, la candidatura di Polanski al Parlamento nelle prossime elezioni suppletive di Holborn e St Pancras costituirà un capitolo decisivo di questa storia. Procedendo a ritroso, colloca il progetto Polanski in una linea di progressi elettorali e di spostamenti a sinistra nel recente passato dei Verdi. Ciò include in particolare i periodi di leadership di Natalie Bennett e Caroline Lucas, nonché una tradizione ecosocialista all’interno del partito che risale alla metà degli anni 2000. Tuttavia, questa storia ottimistica dell’avanzata inizialmente lenta e costante dei Verdi, ora in rapida accelerazione, è complicata dai recenti eventi. L’arrivo di Burnham come Primo ministro rende più difficile il compito di Polanski, che deve differenziarsi da un leader laburista apparentemente autentico e relativamente popolare, disposto a criticare il neoliberismo. Questa sfida è stata sottolineata dalle elezioni suppletive per la carica di sindaco della Greater Manchester del 30 luglio, vinte nettamente dai laburisti nonostante le presuntuose affermazioni dei Verdi di essere gli unici in grado di sconfiggere l’ala più radicale del partito Reform. Una sconfitta di Polanski a Holborn e St Pancras non segnerebbe la fine del suo progetto. Tuttavia, rallentando ulteriormente l’avanzata dei Verdi, solleverebbe interrogativi sulla capacità del partito di adattarsi al nuovo contesto sotto la sua guida. OBIETTIVO D’altro canto, una vittoria di Polanski a Holborn e St Pancras rinnoverebbe probabilmente la fiducia del partito nella possibilità di vincere ovunque, soprattutto per danneggiare il governo laburista da sinistra. Tuttavia, anche un simile risultato non dovrebbe oscurare la profonda incoerenza che sottende l’attuale strategia elettorale dei Verdi. Nell’analisi di Warfield, possiamo individuare tre distinti obiettivi elettorali espressi dal partito: soppiantare i laburisti; fermare Reform UK; e rappresentare un blocco sociale progressista. Nel libro, Polanski viene citato mentre afferma di puntare a sostituire il Partito laburista come principale partito di sinistra. In questa visione, i Verdi si vedono pronti a capitalizzare su un più ampio riallineamento della politica britannica, con i vecchi partiti in declino irreversibile. Tuttavia, questa tendenza è oggi meno evidente di quanto apparisse un anno fa. Così come Reform Uk di Farage ha faticato a soppiantare completamente i Conservatori, il Partito laburista ha consolidato la propria posizione sostituendo il profondamente inadeguato Starmer con il populismo centrista di Burnham. Questa strategia mobilita l’identità nord-inglese e l’anima operaia di Burnham contro il sistema di Westminster, offrendo al contempo soluzioni parziali alla crisi del costo della vita. Polanski, per ora, ha perso il suo monopolio della speranza nella politica britannica, il che significa che non può più semplicemente riempire lo spazio lasciato libero dal Partito laburista. Raggiungere un bacino di sostenitori più ampio, al di là della sua base elettorale naturale, per costruire una coalizione sociale eterogenea motivata a sostenere la sua insurrezione ecopopulista, è un compito ben più arduo. Questo clima politico turbolento complica ulteriormente il secondo obiettivo della missione elettorale dei Verdi: fermare Farage e il suo partito Reform Uk. Mentre le elezioni suppletive di Gorton e Denton hanno dimostrato la capacità dei Verdi di svolgere questo ruolo, anche altri partiti hanno dimostrato di poterlo fare. Oltre alla riconferma del sindaco di Greater Manchester da parte del Partito laburista, Plaid Cymru (partito gallese di centrosinistra, ndt) ha consolidato il blocco anti-Reform nelle elezioni suppletive di Caerphilly dello scorso anno. Inoltre, al di là delle singole elezioni suppletive, il Partito laburista ha le maggiori pretese a livello nazionale di rappresentare la fazione anti-Reform, essendo l’unico partito in grado di integrare plausibilmente sia gli elettori dei Verdi che quelli di Reform nella propria coalizione. Infatti, sebbene sia i Verdi che Reform siano animati da un’energia anti-establishment, entrambi mancano di un impulso genuinamente maggioritario; ciascuno si rivolge a basi sociali distinte, che difficilmente voteranno in massa per l’altro. Questo pone un limite di consenso relativamente basso per entrambi i partiti. Il terzo obiettivo elettorale dei Verdi, il meno esplicitamente discusso da Warfield, sembra quindi essere il più realizzabile. Il Partito laburista potrebbe rappresentare il baluardo elettorale più solido contro l’estrema destra, ma i Verdi possono affermare con sicurezza di essere la principale opposizione politica. Mentre Burnham continua a seguire Reform con politiche migratorie regressive e passi indietro sull’azione climatica, i Verdi di Polanski possono distinguersi come portabandiera dei diritti dei migranti, della giustizia climatica e della solidarietà antifascista e palestinese. Offrendo costantemente un’alternativa di principio a Reform nel dibattito pubblico, i Verdi potrebbero assicurarsi un posto permanente nella sinistra politica britannica senza dover scendere ai compromessi necessari per una vittoria elettorale netta. Chi ha paura della Gen Z Acquista l’ultimo numero della rivista ECOSOCIALISMO Dal resoconto di Warfield emerge chiaramente che alcune frange dei sostenitori di Polanski non si accontentano di un partito che si limita a riproporre le posizioni progressiste a una minoranza di elettori. Warfield, come la fazione del partito Greens Organise (composta principalmente da attivisti non formati al corbynismo), è impegnato in una politica ecosocialista. Sebbene Warfield attribuisca questa etichetta a Polanski (anche nel titolo del libro), quest’ultimo preferisce definirsi un ecopopulista. In realtà, non ho trovato alcuna traccia pubblica di un utilizzo proattivo del termine ecosocialista da parte di Polanski. Ciò mette in luce una contraddizione non solo all’interno del Partito dei Verdi, ma anche all’interno dello stesso progetto di Polanski. Questa distinzione tra ecopopulismo ed ecosocialismo non è solo semantica. Rappresenta infatti anche una tensione latente tra Polanski, la figura che ha catalizzato l’ascesa dei Verdi, e gli elementi politicamente più ambiziosi della sua base. Se l’ecosocialismo è una politica ideologica (socialismo entro limiti ecologici, secondo Warfield), l’ecopopulismo è una strategia comunicativa (la costruzione di un popolo mobilitato contro un nemico socio-ecologico, come nell’appello a sostenere il 99% contro l’1% ultra-élite). Sebbene possano essere complementari, l’uno non implica necessariamente l’altro. L’uso che Polanski fa dell’ecopopulismo è relativamente semplice, impiegato per segnalare un ambientalismo implicito mentre parla principalmente di disuguaglianza. L’ecosocialismo, tuttavia, è carico di un significato più profondo. Warfield lo descrive come un progetto per costruire un’economia entro i limiti ecologici, abbandonando sia il movente del profitto sia la ricerca della crescita perpetua. Ciò implica una politica essenzialmente rivoluzionaria di rottura con le logiche fondamentali del capitalismo, anche se gli ecosocialisti verdi non la esprimono necessariamente in questi termini. Questo non significa che gli ecosocialisti debbano adottare lo stile dei rivoluzionari irriducibili. È però necessario chiarire politicamente le contraddizioni tra transizione socio-ecologica e capitalismo, soprattutto considerando l’urgenza della crisi climatica. L’ecosocialismo implica simultaneamente sia la convinzione di ciò che si deve fare, sia l’incertezza su come realizzarlo, in un contesto di crisi strutturali senza precedenti. Significa offrire un’alternativa programmatica a una strategia di crescita basata sulla combinazione di rimilitarizzazione, intelligenza artificiale e produzione di combustibili fossili – una strategia socio-ecologicamente distruttiva alla quale il Partito laburista di Burnham aderisce ancora. Se l’attuale approccio politico dei Verdi è un elenco di politiche di sinistra più o meno accettabili (e talvolta contraddittorie), l’ecosocialismo implica un passaggio verso un programma di pianificazione ecologica democratica e di sperimentazione in transizione. ORGANIZZAZIONE Per gli ecosocialisti verdi che prendono sul serio questa politica, la questione chiave è se la struttura organizzativa del partito sia attualmente in grado di sviluppare e promuovere questa alternativa. La risposta, in modo piuttosto evidente, è no. Warfield sostiene che il principale motivo di ottimismo non risiede in Polanski stesso, bensì nella composizione del partito e nelle sue strutture democratiche. Sebbene questa affermazione rappresenti un utile correttivo alla tendenza a investire eccessivamente in leader inevitabilmente inadeguati, sottovaluta i limiti della democrazia e della cultura del partito. Attualmente, i Verdi hanno una struttura che permette a qualsiasi membro di partecipare alle conferenze di partito e di votare sulle mozioni programmatiche. Sebbene questo possa apparire partecipativo, in realtà si limita ad aggregare le preferenze individuali anziché coltivare una democrazia collettiva. Chi si auto-seleziona per determinare le politiche del Partito Verde non è soggetto ad alcuna responsabilità democratica, e chi non può partecipare alle conferenze non ha l’opportunità di plasmare la propria composizione politica. Questa non è la deliberazione di massa necessaria per sviluppare un’analisi condivisa e un programma ecosocialista coerente che porti avanti il progetto. Inoltre, la mancanza di un vincolo di disciplina democratico per consiglieri o parlamentari significa che sono liberi di ignorare gli iscritti al partito o di dare priorità alle preoccupazioni locali rispetto alla promozione di obiettivi collettivi. La composizione di Greens Organise dimostra che non ha imparato la lezione più importante dal Labour di Corbyn. Come altri progetti falliti a sinistra, la fazione ha declassato le questioni organizzative anziché comprendere che risolverle in modo soddisfacente è una condizione preliminare per un successo duraturo a livello internazionale. Ma gli ecosocialisti verdi devono essere pronti ad affrontare i limiti del partito. Le sue strutture democratiche non sono qualcosa da celebrare, ma da rimodellare completamente al servizio di una vita di partito collettiva. *Chris Saltmarsh è uno scrittore ecosocialista e si occupa di ricerca sul movimento ambientalista in Gran Bretagna. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Zack Polanski in cerca dell’ecosocialismo proviene da Jacobin Italia.
September 24, 2026
Jacobin Italia
Leonardo acquisisce la costola militare di Iveco
di Emiliano Gentili e Federico Giusti – Centro Studi Politico-Sindacale (*) Il 4 Settembre scorso si è svolto a Bolzano un incontro fra le dirigenze di Iveco Defence Vehicles, Astra, Leonardo e le organizzazioni sindacali confederali. Iveco, difatti, ha completato la cessione della propria costola militare – che include i marchi IDV e Astra – a Leonardo, per un valore
September 24, 2026
La Bottega del Barbieri
Identidad, il docufilm che racconta come Nieto 133 si è ritrovato
L’incrollabile battaglia delle abuelas di Plaza de Mayo e l’ultimo capitolo di una famiglia di rivoluzionari argentini Non deve essere semplice, sopratutto se hai delle idee “progressiste”, crescere in una famiglia reazionaria, venire a sapere che quello che credi essere tuo padre è stato un poliziotto compromesso con la dittatura e, dopo quasi cinquant’anni, scoprire d’essere invece parte d’una delle
September 24, 2026
La Bottega del Barbieri
Africa e calcio: «La lunga marcia della tartaruga»
Nel libro di Luigi Guelpa la storia di un minuscolo Stato africano dal nome di fantasia, il Kinjanga, che si batte per guadagnarsi la qualificazione alla massima competizione calcistica mondiale ed è guidato da due italiani in un contesto politico caratterizzato da colpi di scena e … di Stato di David Lifodi (*) Alzi la mano chi non ha tifato
September 23, 2026
La Bottega del Barbieri
Loro si addestreranno all’olocausto nucleare: e noi?
L’esercitazione nucleare NATO Steadfast Noon, prevista per ottobre, sta mobilitando i pacifisti tedeschi. Occorre creare una rete europea che colleghi tutte le iniziative in corso e future di redazione Peacelink (*) Non dobbiamo rimanere silenziosi: i cieli europei si preparano a ospitare la prossima esercitazione nucleare. Si tratta dell’esercitazione Steadfast Noon della NATO, prevista per il mese di ottobre. La
September 23, 2026
La Bottega del Barbieri
Un ricordo del «Puma», operaio generoso
di Matteo Mariani Troppo spesso nella società di oggi siamo portati ad avere una visione negativa, provocata dai tanti fatti brutti che accadono e dai tanti esempi negativi che ci vengono messi ogni giorno davanti agli occhi. Di conseguenza siamo di frequente portati a pensare e ad affermare che imperversano l’egoismo e l’individualismo, che nessuno fa niente per niente, che
September 23, 2026
La Bottega del Barbieri
La protesta contro Eni arriva al festival di Mantova, autrici e autori contestano la multinazionale petrolifera italiana
Una prima volta assoluta: mai durante il Festivaletteratura di Mantova un gruppo di autrici e autori internazionali aveva preso posizione pubblicamente contro la sponsorizzazione di Eni e chiesto ai vertici del festival di non rinnovare la partnership in atto. È successo durante l’ultima edizione della kermesse tenutasi nella città lombarda dal 9 al 13 settembre scorsi. Eyal Weizman, Isabella Hammad, Lina Attalah e altri ospiti internazionali hanno aderito alla lettera promossa da BDS Italia, che sollecita, inoltre, la manifestazione a dotarsi di criteri etici e trasparenti nella scelta dei finanziatori. “Eni ha un debito da saldare, non dovrebbe essere un sostenitore della letteratura”, ha dichiarato Eyal Weizman, fondatore dell’agenzia di ricerca Forensic Architecture. “Dovremmo invece sostenere e prendere esempio dalle azioni del BDS, uno dei modi più efficaci sul versante della resistenza e della solidarietà con i palestinesi”. La scrittrice britannico-palestinese Isabella Hammad, durante l’incontro con Veronica Fernandes, ha indicato la contraddizione alla base della protesta: “Eni non è interessata alla cultura, né sul palco né fuori dal palco”. Nel mirino ci sono soprattutto i rapporti economici che legano Eni al sistema energetico israeliano. Nel dicembre 2025 la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina, Francesca Albanese, e il Gruppo di lavoro dell’Onu su imprese e diritti umani hanno inviato due comunicazioni al governo italiano e all’azienda, rese pubbliche nel febbraio successivo. Gli esperti hanno contestato tanto le forniture di greggio quanto la partecipazione al bando israeliano per l’esplorazione delle acque palestinesi, denunciando il rischio che possano contribuire al mantenimento dell’occupazione e alle operazioni militari israeliane. La protesta contro Eni non è del tutto nuova per il Festival di Mantova. Nel 2023 l’attivista di Fridays for Future Sofia Pasotto, invitata alla manifestazione, e il giornalista Ferdinando Cotugno furono identificati dalla Digos durante un evento organizzato dall’azienda. Agli attivisti vennero sottratti anche alcuni cartelli. Dal 2025 anche la rivista culturale La Balena Bianca, che seguiva Festivaletteratura dal 2012, ha deciso di non raccontare più la manifestazione proprio a causa della presenza di Eni. Una scelta confermata quest’anno, mentre BDS Italia annuncia che continuerà a raccogliere adesioni tra scrittori e scrittrici.
September 23, 2026
ReCommon
Segregazione di classe
Il tema della segregazione scolastica si affaccia finalmente sul dibattito pubblico. Sarebbe una buona notizia, se non fosse che lo fa nel modo peggiore: attraverso letture falsate e soluzioni che, anziché contrastare i meccanismi di esclusione, li aggravano.  Giorgia Meloni ha annunciato alla festa di Gioventù Nazionale che il governo si sta occupando della re-immigrazione anche in loco, cioè a partire dalle scuole. Come? Varando a breve un provvedimento che vieta burqa e niqab a scuola, obbligando i genitori stranieri di alcuni alunni definiti problematici a imparare l’italiano e facendo rispettare convintamente il limite del 30% (già presente nella legge Gelmini del 2010) di studenti stranieri nelle scuole. Questo dovrebbe essere un piccolo passo per il governo, ma un grande passo per i bambini italiani, minacciati di essere minoranza a casa propria. Se guardiamo alla fattibilità di tutte e tre queste soluzioni ci sarebbe da ridere. Se guardiamo alla strumentalizzazione di una questione così importante come l’integrazione c’è invece da piangere lacrime amare. Sì perché il tema della segregazione scolastica in Italia esiste e non ha a che fare (solo) con la presenza di stranieri ma più in generale con le disuguaglianze socio-economiche delle famiglie e dei territori. La strada tracciata dalla premier può essere una soluzione? La risposta breve è no, ma proviamo ad approfondire. Cos’è davvero la segregazione scolastica, perché accade e cosa sarebbe invece necessario fare per contrastarla.  LEGGI ANCHE… SCUOLA DALL’ULTIMO BANCO Redazione Jacobin Italia LA LENTE DELLA MIGRAZIONE La segregazione scolastica è quel fenomeno per cui in alcune scuole la concentrazione di studenti con un determinato profilo – spesso di fragilità – è più alta di quella del territorio di riferimento. Per esempio, se a Milano la percentuale di stranieri residenti è del 20%, saranno segregate – sotto il profilo del paese di origine – quelle scuole che avranno una percentuale di iscritti superiore a questo dato. Ma le scuole possono essere segregate anche da un punto di vista socio-economico e vedere un’alta concentrazione, per esempio, di alunni provenienti da famiglie mediamente più povere o meno istruite. Come ben sappiamo le forme di svantaggio – o per meglio dire le condizioni di svantaggio in sistemi capitalisti – tendono a sommarsi ed è dunque molto probabile che una scuola segregata lo sia sotto un profilo socio-economico e anche etnico. Purtroppo – e questo è l’elefante nella stanza della scuola pubblica – sappiamo che il contesto familiare è spesso predittivo del rendimento scolastico, perciò le scuole più segregate tendono a essere anche quelle i cui alunni hanno risultati scolastici peggiori. Dunque, parlare di segregazione adottando la sola lente della migrazione non è solo parziale ma scorretto.  Ma la segregazione scolastica non è da contrastare soltanto per evitare che alcune scuole diventino sacche di disagio: disagio che inevitabilmente si scarica su personale docente e sul territorio nel quale quella scuola sorge. Ma anche perché interviene negativamente sulla traiettoria di vita dei singoli. Sono corroborati gli studi che ci dicono che i contesti eterogenei sono quelli più favorevoli all’apprendimento e più in generale all’inserimento nella società. Quindi sì, scuole o classi ghetto in cui una determinata caratteristica socio-economica e culturale sia preponderante sono, dalla prospettiva di una scuola pubblica e di massa, da evitare. E la scuola pubblica tende a evitarle, dal tempo dell’abolizione delle classi differenziali.  Secondo linee guida ministeriali le classi si devono formare in modo tale da garantire quanto più possibile la variazione anche in termini di genere, data di nascita, provenienza. Non a caso, se guardiamo alle prime generazioni, sono relativamente poche in Italia le scuole dove gli alunni stranieri superano il 30%. Diverso se consideriamo più generalmente il background migratorio: in questo caso sappiamo che poco meno del 13% delle classi in Italia supera il 30% con una distribuzione molto diseguale in tutta la penisola e una concentrazione maggiore nei capoluoghi di provincia. Per esempio, allargando tale nozione come fa Giorgia Meloni, in una città come Milano quasi la metà delle scuole primarie ha più del 30% di alunni di prima o seconda generazione stranieri. Sappiamo altrettanto bene però che gli alunni di seconda generazione parlano spesso l’italiano in modo fluente e la differenza, fra bambini da scolarizzare, fra italiani e stranieri non è rilevante da un punto di vista dell’alfabetizzazione. Gli studi, che forse il governo ignora, ci dicono che non è il dato quantitativo – i «troppi» migranti presenti in Italia – a determinare segregazione. Sono invece intrecci più complessi di scelte individuali e la patologica assenza di politiche urbane che prendano in considerazione il fenomeno in modo strutturale.   LEGGI ANCHE… POVERTÀ LE TANTE FACCE DELLA POVERTÀ Redazione Jacobin Italia IL RUOLO DELLA CLASSE MEDIA CREATIVA NELLA SEGREGAZIONE  Tagliando (molto) con l’accetta possiamo dire che la segregazione scolastica segue due percorsi. Il primo è quello territoriale. Le scuole hanno un’alta concentrazione di studenti stranieri perché in quel territorio ve ne risiedono di più che in altre parti della città. In questo caso la segregazione scolastica rispecchia quella dell’area urbana. Il mercato immobiliare e l’assenza di politiche abitative rendono sempre più spesso parti di città quasi totalmente inaccessibili a certe fasce di popolazione.  Sebbene ciò sia vero in generale e l’esclusività di molte zone stia diventando sempre più evidente, nelle città italiane i quartieri ghetto sono ancora un’eccezione. Il nostro paese è cioè molto diseguale, ma questa disuguaglianza è geograficamente diffusa. Ma la segregazione scolastica avviene anche attraverso un altro meccanismo, il così detto white flight, ovvero la fuoriuscita di alunni bianchi verso scuole diverse da quelle di prossimità. Come pubblicato recentemente da Il Fatto quotidiano, i flussi sono significativi: ben 56% dei bambini italiani delle elementari e il 57% delle medie frequenta una scuola diversa da quella del proprio bacino di residenza. In Italia, e soprattutto nei grandi centri urbani, troviamo spesso dunque scuole segregate ma all’interno di quartieri misti. Significa, in soldoni, che i responsabili della segregazione non sono tanto gli stranieri quanto gli italiani che se ne vanno in altre scuole.  Ciò è possibile perché anche la scelta scolastica segue logiche di quasi libero mercato: le famiglie possono iscrivere i figli e le figlie dove vogliono e le scuole in autonomia decideranno quali criteri adottare per dare precedenze. Ma chi è esattamente che fuori-esce? E verso dove va? Sebbene sia difficile clusterizzare quelle che sono scelte individuali e quindi particolareggiate e molte volte anche legittime, dei trend ci sono e sono corroborati. A scegliere di fuoriuscire dalle scuole del proprio territorio sono principalmente le classi medie e medio-alte. Verso dove vanno però dipende da molti fattori: i più ricchi tendono a scegliere le scuole private mentre le classi medie, per disponibilità economica e per appartenenza culturale, scelgono altre scuole pubbliche, quelle che hanno sì una quota di studenti stranieri – magari anche perché il cosmopolitismo è un valore distintivo – ma comunque frequentate dalle famose people like us, cioè le persone simili a noi, con i nostri valori di riferimento. Valori fra cui spesso c’è, appunto, l’inclusione.  Chi ha paura della Gen Z Acquista l’ultimo numero della rivista COME SI CONTRASTA LA SEGREGAZIONE?  La segregazione scolastica dunque esiste ed è un problema. Dire, come molti stanno facendo in queste ore, che la scuola italiana ha ben altri problemi è profondamente sbagliato. La segregazione amplia le disuguaglianze di partenza in modi ancora più complessi di quanto la scuola non rischia già di fare.  È un processo attraverso il quale la scuola rischia di tornare a essere esplicitamente classista. Per contrastarla però ci vuole in primo luogo una conoscenza approfondita di questo fenomeno che è estremamente complesso e una serie di politiche dentro e fuori dalla scuola.  Guardare alle disuguaglianze sociali insieme a quelle educative è un cambio di prospettiva necessario. Ammettere che non basta invocare che la scuola sia pubblica affinché sia equa e rappresenti un’opportunità per tutte e tutti è altrettanto necessario. All’interno di questo cambio di prospettiva ci stanno poi politiche abitative capaci di ridisegnare i flussi nelle città e un mercato del lavoro dinamico, nel quale i genitori degli alunni stranieri non siano costretti, senza mezzi, a imparare una lingua ma siano parte attiva delle città, abbiano modo di parlare la lingua sui luoghi di lavoro e negli spazi di prossimità.  E poi c’è bisogno di investire in politiche di compensazione, in formazione del personale docente e anche in un cambio culturale e ammettere anche che, forse, la libertà di scelta individuale non è sempre da perseguire a tutti i costi.  *Carlotta Caciagli è ricercatrice al Politecnico di Milano. Si occupa di movimenti urbani nel tardo capitalismo. Ha scritto Movimenti urbani (Mondadori, 2021). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Segregazione di classe proviene da Jacobin Italia.
September 23, 2026
Jacobin Italia
Soldati statunitensi armati in Messico
Il Senato messicano autorizza l’ingresso di 139 uomini della 101ª Divisione aviotrasportata per esercitazioni in Chihuahua: è il quarto contingente statunitense ammesso quest’anno e di gran lunga il più numeroso. Sheinbaum parla di cooperazione “senza subordinazione”, mentre Washington militarizza la guerra al narcotraffico in America Latina. di redazione Pagine Esteri (*) Centotrentanove soldati statunitensi entreranno armati in Messico il 20
September 23, 2026
La Bottega del Barbieri