Il padre della patriaUmberto Bossi, morto a Varese all’età di 84 anni, era ormai ai margini della
politica dal 2012, da quando il cosiddetto «caso Belsito», sulla truffa
leghista allo Stato per intascare più rimborsi elettorali del dovuto e
sull’appropriazione indebita dei fondi della Lega da parte di Bossi e della sua
famiglia, l’aveva costretto alle dimissioni. Eppure è difficile negare quanto in
profondo Bossi e la sua creatura, la Lega, abbiano trasformato la politica
italiana, nelle forme (il leaderismo assoluto come principio organizzativo dei
partiti), nei temi (autonomie territoriali, ostilità alle tasse, welfare
esclusivo, immigrazione), nell’assetto (la nascita di un’alleanza di destra
liberista, conservatrice e nazionalista), nelle norme (dalla pessima legge
sull’immigrazione che porta la firma sua e di Gianfranco Fini al regionalismo
costituzionale del Titolo V, fatto dal centrosinistra per inseguire il consenso
leghista) e soprattutto nei linguaggi (lo sdoganamento della volgarità, del
turpiloquio, dell’aggressività violenta, della mascolinità più tossica come
elementi fondamentali della costruzione artificiale del leader popolare).
Umberto Bossi ambiva a essere un padre della patria, e in fondo lo è stato. Non
della patria da lui inventata, la Padania, ormai sepolta nei bauli
dell’aneddotica politica e fuori da ogni agenda, ma di quella che ha finto di
odiare e ha in realtà contribuito a governare per un ventennio: l’Italia. Visto
dall’esterno, del resto, ha rappresentato ogni stereotipo dell’italianità:
genio, sbruffoneria, sregolatezza, vanità, talento indisciplinato, incontinenza
verbale, provincialismo, tendenza all’imbroglio e al sotterfugio, incoerenza,
gusto del melodramma. Difficile evitare il paragone con un altro grande istrione
populista partorito dalla provincia padana qualche decennio prima di lui, ma
restiamo alla politica. In politica, Bossi è stato il creatore dell’unico
movimento politico capace di attraversare indenne la grande crisi dei primi anni
Novanta, la Lega Nord. A lungo, prima di essere liquidata dal suo successore
Matteo Salvini, la Lega è stata il più antico partito italiano vivente. Ora che
la sua vicenda politica è conclusa, è giusto rifletterci sopra, e trarne un
bilancio.
I BARBARI E LA VANDEA POSTFORDISTA
«Un personaggio a metà tra Lenin e Tex Willer». Così, qualche anno fa, Pierluigi
Bersani sintetizzava l’impressione che gli fece Umberto Bossi la prima volta che
lo vide, a un comizio nella campagna piacentina. È difficile, con gli occhi di
oggi, rendersi conto di cos’è stata, tra gli anni Ottanta e l’inizio dei
Novanta, l’apparizione di Umberto Bossi sulla scena politica italiana. In un
mondo di burocrati incravattati che comunicavano tra loro nel modo obliquamente
diplomatico che ha magistralmente ritratto Sorrentino nelle scene de Il Divo su
Andreotti e Forlani che si contendono il Quirinale a colpi di finte cortesie tra
«l’amico Arnaldo» e «l’amico Giulio», la sua fu l’irruzione di un Bart Simpson
in skateboard in mezzo al conclave. Camice a righe e a quadri stropicciate, rare
cravatte, più cardigan sdruciti che giacche. Niente più diplomazie, niente più
perifrasi, ma urla sguaiate e parolacce in libertà. Nell’Italia del
pentapartito, delle verifiche di maggioranza, delle «convergenze parallele» e
degli «equilibri più avanzati», Bossi entra sbattendo la portando e urlando che
il regime va abbattuto.
Il «regime» democristiano è il suo avversario, fin dall’inizio. Un termine che
viene dalla sinistra extraparlamentare degli anni Settanta e che negli anni
Ottanta è diventato di uso comune: lo usano i comunisti, lo usano Scalfari e
Pansa su Repubblica, più di tutti lo usa il leader dei Radicali Marco Pannella,
così come «partitocrazia», altro topos del lessico bossiano delle origini.
L’autonomismo locale o regionale è solo uno stratagemma, per quanto decisivo: il
modo per inventare un «noi» più ampio e trasversale possibile, comunitario e
interclassista, da contrapporre al potere nel più classico degli schemi
populisti.
Umberto Bossi, ex studente di medicina eternamente fuoricorso ed ex cantante
candidato a Castrocaro, figlio di un operaio e di una portinaia di Cassano
Magnago, passa buona parte degli anni Ottanta a federare piccoli movimenti
autonomisti, spesso (come nel caso della Liga Veneta), più antichi e radicati
della sua Lega Lombarda, e già presenti in parlamento. Si impone in quel mondo
per leadership carismatica e abilità di manovra. Nell’87 sbarca in Senato con lo
0,42% dei voti, grazie al proporzionale puro senza sbarramento dell’epoca. Come
ha scritto Giuliano Santoro, diventa un personaggio televisivo, parte di quella
fauna, insieme ai Verdi, alla Rete di Leoluca Orlando, alla Lista Pannella, di
nuovi movimenti politici, sfidanti anti-partitocratici che esprimono, in modi
ovviamente radicalmente diversi tra loro, l’insofferenza diffusa verso
l’immobilità di un sistema politico che vede sostanzialmente lo stesso assetto
al governo, con poche variazioni, da quarant’anni, e che non crede al Partito
comunista come alternativa possibile.
L’autonomismo, che poi diventerà federalismo, poi secessione, poi devolution,
poi autonomia differenziata, è una declinazione della sfida del sistema. Quella
più politicamente neutra, trasversale, post-ideologica. Non è un caso che si
radichi, all’inizio, anche e soprattutto nei territori relativamente rossi, o
comunque meno bianchi, della provincia lombarda e veneta. Non tanto perché si
trattasse, come si è improvvidamente tentato di far passare, di «una costola del
movimento operaio», ma perché era una sfida aperta alla Dc. In una crisi di
sistema, si confrontano le diagnosi: quella leghista è che il sistema non va
perché è corrotto e pieno di sprechi, che questi sprechi sono particolarmente
concentrati nelle reti clientelari democristiane nel centro-sud, e che una
maggiore autonomia territoriale sarebbe una soluzione pratica ed efficiente,
permettendo di pagare meno tasse.
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Questo banale messaggio, costruito fiutando l’aria della provincia padana, di un
mondo che tiene insieme benessere e insoddisfazione, crescita economica e
risentimento politico, e la cui nuova forma produttiva, finita la grande
fabbrica, non si riflette più nella dialettica tra Dc, Psi e Pci, mette Bossi in
pole position per il crollo di sistema. Anzi, proprio il successo della Lega
alle elezioni politiche del 1992, quarto partito con l’8,7% nonostante si
presenti solo in poche regioni, dietro solo a Dc, Pds e Psi e davanti a
Rifondazione Comunista, Msi, e agli storici alleati repubblicani, liberali e
socialdemocratici dello scudo crociato, accelera la crisi del sistema.
«Roma ladrona, la Lega non perdona!» iniziano a urlare i piloni di ogni
cavalcavia padano. L’avevano detto per anni, del resto, che il problema
dell’Italia era il governo romano corrotto e sprecone. «Basta tasse, basta Roma,
vota Lega!» si legge sui muri, mentre le «via Roma» di ogni paese diventano «via
DA Roma» e sui cartelli dei centri abitati si scrive con lo stencil «Repubblica
del Nord». In questa fase anche alcuni intellettuali progressisti, come Giorgio
Bocca, si innamorano di quelli che chiamano i «barbari», identificati, come ai
tempi di Tacito, come i rozzi purificatori della metropoli corrotta. È un
deputato leghista, del resto, ad agitare un cappio dagli spalti del «parlamento
degli inquisiti», nel ’93. Verrà fuori che anche la Lega, ormai integrata nel
sistema di potere lombardo, aveva partecipato al grande banchetto della
maxitangente Enimont, ma ciò non ha alcun effetto. Perché? Perché la Lega è
diversa. Perché Bossi è diverso. Non basta una mazzetta a renderlo un politico
come gli altri.
L’identificazione con Bossi dell’elettorato leghista è antropologica. Pierre
Ostiguy, nei suoi studi sul populismo, segnala la politicizzazione delle
differenze socio-culturali, di modo di essere e di comportarsi, tra un «basso»
caratterizzato da linguaggio schietto e volgare, disinibizione, autorità
personale, e un «alto» caratterizzato da buone maniere, freddo distacco,
istruzione, autorità formale. Non pare di vedere, in filigrana, in questo
modello, la sagoma della canottiera bianca con cui Bossi intervenne in diretta
televisiva nel 1994? I suoi strilli, le sue camicie sbottonate, il suo accento
marcato, le sue battute grevi lo facevano apparire completamente diverso dal
politico colto e incravattato della Prima Repubblica e perfettamente simile a
uno dei tanti frequentatori quotidiani dei bar della provincia padana. Nasce in
questo momento, almeno nella politica italiana, il leader politico come «uno di
noi» e non come «uno migliore di noi». Uno che parla chiaro, che sa battere il
pugno sul tavolo e saprà farsi valere, a Roma.
Non è un caso che ciò avvenga proprio negli anni Ottanta della neotelevisione,
della spettacolarizzazione della vita quotidiana e dell’uomo qualunque. Bossi in
politica, esattamente come Maurizio Costanzo in tv, prende in mano uno specchio,
mostra a una parte degli italiani sé stessi, li perdona per essere come sono, li
rende orgogliosi di essere come sono. Bossi è stato il primo a dire a
determinate fasce della popolazione italiana: non solo io sono come voi, ma voi
potete essere così, avete ragione a essere così, è giusto e legittimo essere
così. Si può essere rabbiosi, ignoranti e strafottenti, anche in tv, anche in
parlamento: anzi, sono tratti con una dignità estetica e politica. Se Bossi può
definire «bonazza» la ministra socialista Margherita Boniver, allora non solo è
come noi che passiamo le giornate a fare commenti pesanti alle cameriere al bar,
ma parla a nostro nome, non le manda a dire, non guarda in faccia nessuno, ci
porterà lontano. L’intuizione di costruire forza politica sull’orgoglio della
diversità degli abitanti della provincia padana, del loro status sociale e
culturale, delle loro pulsioni e dei loro linguaggi sarà una delle chiavi del
successo della Lega.
Non a caso, questo successo ci metterà anni a sfondare nei centri urbani, e
sempre con grande fatica. Con l’eccezione dell’effimera parentesi dell’elezione
di Marco Formentini a Milano, nessun leghista è mai stato sindaco di una città
capoluogo di regione, in questi quarant’anni. È nelle province profonde di
Varese, Bergamo, Treviso, Vicenza che la Lega si radica, proprio come movimento
di rivolta della provincia. Una Vandea, come ogni rivolta della provincia?
L’esito politico sarà quello, ma non è quella la realtà sociale: a rivoltarsi è
una parte di paese forse politicamente arretrata, ma economicamente
all’avanguardia.
CAPO, POPOLO E PRODUTTORI
La centralità della provincia padana, tradotta nel «basta tasse, basta Roma»,
consegue, lo si è detto, alla fine della grande fabbrica e all’emersione del
modello dei distretti. Non basta più il non governo democristiano, serve una
garanzia di deregulation e defiscalizzazione, per reggere la competizione
globale. La Lega promette questo: non servirà più mandare i soldi a Roma.
La quantità di paccottiglia folkloristica con cui viene ricoperto questo
messaggio (Alberto da Giussano, il giuramento di Pontida, il Carroccio della
Lega Lombarda, e poi nel tempo l’invenzione della Padania, l’ampolla del
Monviso, il «dio Po», e così via) è necessaria proprio alla sua natura
post-ideologica, per abbozzare i tratti di un’identità collettiva. Ma sarà
sempre folklore: l’identificazione sarà sempre prima di tutto personale. La
Lega, almeno fino allo scandalo del 2012, era Bossi, e Bossi era la Lega. Non
c’è elezione locale, in un qualsiasi comune del Nord, in cui un numero
consistente di preferenze (nell’ordine almeno delle decine) non venisse
annullato perché gli elettori, accanto al simbolo della Lega, anche per il
consiglio comunale, avevano scritto «Bossi». Alle elezioni europee del 2004, a
due mesi dall’ictus che l’aveva colpito l’11 marzo di quell’anno, quando le sue
condizioni erano del tutto ignote e non si era ancora mai fatto vedere in
pubblico dopo l’incidente, 183 mila elettori del Nord-Ovest scrissero «Bossi»
sulla scheda elettorale, eleggendolo senza un minuto di campagna elettorale.
L’identificazione del partito con «il Capo», come veniva normalmente chiamato
all’interno dell’autodefinito «movimento» leghista, era totale. Se c’era una
disputa interna sul candidato sindaco di un qualsiasi paesino della pianura
padana, il cronista che intervistava i dirigenti leghisti locali si sentiva
ripetere sempre la stessa, immodificabile risposta: «Deciderà Bossi». Ovviamente
è impensabile che Bossi decidesse davvero su tutte le più minuscole questioni
della politica locale, ma quello era l’unico modo per far digerire ai militanti
qualsiasi soluzione. Immancabilmente, Bossi arrivava in paese, si riuniva con i
dirigenti locali e poi parlava in pubblico, in uno dei suoi interminabili
comizi, strillando forte il nome del prescelto e dandogli in questo modo una
legittimazione che nessuno avrebbe potuto scalfire. Del resto nessun partito,
fino all’arrivo del Movimento 5 Stelle, aveva usato tanto lo strumento
dell’espulsione, falcidiano interi gruppi dirigenti (soprattutto in Veneto)
purché nessuno facesse ombra al Capo. Il leader come principio regolatore, anche
solo apparente, di un partito pienamente post-ideologico.
Da questo punto di vista, l’autonomismo, il federalismo, la secessione padana
sono orizzonti interscambiabili. Il federalismo è la proposta politica
necessaria a dare alla Lega una patina di serietà e credibilità a inizio anni
Novanta, quando si siede al tavolo della politica nazionale. La secessione, il
modo di tenere insieme il movimento, radicalizzandolo, nel momento della rottura
con Berlusconi. La «Dichiarazione di indipendenza e sovranità della Padania»
arriva nel 1996, nel momento di massima distanza con la coalizione di destra.
Sono gli stessi mesi della resistenza alla perquisizione della polizia alla sede
di via Bellerio e dell’assalto al campanile di San Marco da parte di un gruppo
di venetisti, definiti da Bossi «martiri padani». Ma le chiacchiere sul costo
dei proiettili e sui centomila bergamaschi pronti a prendere le armi rimarranno
sempre tali. La Lega, del resto, era già un partito di governo in mezza Italia,
e nel 2001 sarebbe tornata a esserlo, di nuovo insieme a Berlusconi, con la
secessione che si trasforma in «devolution».
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BOSSI, UN PERDENTE DI SUCCESSO
Giuliano Santoro
L’attrazione di Bossi per la destra è irresistibile, e dettata principalmente
dall’opportunità: caduto il «regime» democristiano, quello è lo spazio da
conquistare, insieme a un Silvio Berlusconi che del resto condivide buona parte
della retorica leghista: centralità dell’imprenditore come produttore,
antagonismo rispetto al regime partitocratico, rifiuto di qualsiasi lettura di
classe. C’è, proprio su questo punto, un elemento identitario che porta la Lega
a destra anche al di là delle opportunità tattiche: la Lega è un partito di
popolo, ma mai di classe. Il discorso di Bossi è sempre interclassista.
Quando parla di popolo cita sempre «operai, artigiani, imprenditori». L’identità
territoriale è la chiave di volta del populismo all’italiana. Come abbiamo già
scritto, da una parte c’è un’interpretazione della politica in cui il cuore di
tutto è la comunità locale, le cui contraddizioni interne sono quasi sempre
celate, e che esprime in maniera organicistica i suoi interessi. Dall’altra, il
cosiddetto producerismo, ideologia che fonde gli interessi di lavoro e capitale
nel comune obiettivo di produrre più ricchezza possibile, e vede quindi chi
lavora e produce, in maniera assolutamente interclassista, contrapposto a un
vasto gruppo sociale di «parassiti», incarnato di volta in volta da meridionali,
migranti, politici, dipendenti pubblici. Il popolo di Bossi sono i produttori,
mai la classe lavoratrice.
E l’identità territoriale, anche agli inizi, è sempre escludente. Il razzismo,
prima verso i meridionali e poi verso i migranti, è conseguenza diretta. Un
particolarismo comunitario che è l’esatto contrario dell’universalismo
socialista: un territorio in competizione costante con gli altri, invece di una
classe che ambisce a liberare tutti. Poteva non finire a destra?
Le chiacchiere sull’antifascismo di Bossi, protagonista assoluto, insieme a
Berlusconi, dello sdoganamento degli eredi del fascismo nella costruzione di una
nuova destra liberista, conservatrice e nazionalista, reggono poco.
Personalmente, si sentiva probabilmente antifascista. Ma del resto, l’altro
istrione padano con cui non lo vogliamo paragonare, non si è probabilmente
sentito in cuor suo socialista fino all’ultimo giorno? La realtà della storia
dice altro, e dice che Umberto Bossi è stato uno dei principali responsabili
dell’emersione dell’attuale destra reazionaria. I Matteo Salvini non crescono
per caso, negli studi di Radio Padania. E dietro alle chiacchiere sull’autonomia
territoriale, il consenso leghista cresce intorno al sindaco di Treviso
Giancarlo Gentilini che suggerisce di travestire i migranti da leprotti «per far
allenare i nostri cacciatori», alla delegazione leghista che porta a pascolare
dei maiali sul terreno destinato alla realizzazione di una moschea, a Roberto
Calderoli che mostra in tv una maglietta offensiva nei confronti di Maometto.
Così diversa dalla Lega di ora? La differenza era l’incredibile capacità
bossiana di tenere tutto insieme, destra radicale e amministrazione
responsabile, pseudosecessionismo e governo nazionale. Inevitabile che,
azzoppato lui dallo scandalo del 2012, alcune di queste contraddizioni andassero
risolte.
Ciò che resta di Umberto Bossi, in ogni caso, non è la Padania. Del resto, cosa
teneva veramente insieme i territori settentrionali da lui raccolti sotto questo
fantasioso appellativo? La comune e secolare internità alla storia italiana, e
una qualche comune vocazione produttiva. La Padania di Bossi in questo senso è
semplicemente l’Italia industriale, in particolare nelle sue declinazioni più
provinciali ed extraurbane. È l’Italia del 2026 la patria di cui Umberto Bossi è
finito per essere il padre: quella della destra reazionaria e razzista, della
politica-spettacolo leaderista e urlata, del particolarismo territoriale e
corporativo che prende il posto degli universalismi, quello socialista come
quello cattolico. Non una grande eredità.
*Lorenzo Zamponi è docente di sociologia alla Scuola Normale Superiore ed editor
di Jacobin Italia. È coautore di Resistere alla crisi(Il Mulino, 2019).
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