Tag - articoli

Una cella. Per due donne: Sadia è somala e…
… sta dentro una prigione mentre l’altra è in Italia dove comanda. di Alessandro Ghebreigziabiher (*)   C’era una volta una cella. Una cella africana. Anzi, no: italiana. Di nome e di fatto, ovvero fattura, costruita durante l’epopea colonialista nostrana nel Corno d’Africa prima di diventare “neo”, “post” o come altro si possa definire quel che accade oggi. Oggi, già.
La favola della destra moribonda
Perché la retorica della rinascita progressista nasconde la vera natura del potere di Mario Sommella (*). A seguire un link e una vignetta dell’illuminante (come sempre) Mauro Biani. Ci sono narrazioni che non descrivono il mondo: lo addomesticano. Ne attenuano gli spigoli, ne riducono la complessità a una formula consolatoria, e finiscono per produrre l’effetto opposto a quello che dicono
Diffida con richiesta di rettifica di ENI e chiarimenti di ReCommon in merito al post pubblicato su Instagram in data 28 Aprile 2026
In data 30 aprile 2026 presso la casella di posta certificata di ReCommon è pervenuta una “diffida per responsabilità civile da diffamazione continuata e incitamento all’odio” da parte dell’Avvocato Claudio Luca Migliorisi, in nome e per conto di ENI S.P.A., relativamente alla pubblicazione, in data 28 aprile 2026,  di un post in collaborazione con BDS Italia, Ultima Generazione, Extinction Rebellion Italia, Un Ponte Per sull’account Instagram di ReCommon, relativo alla sponsorizzazione di ENI (Plenitude) del concerto del Primo Maggio di Roma. Secondo ENI “tali affermazioni hanno causato e continuano a causare ingiusto danno alla reputazione della scrivente e, ancor più gravemente alimentano un clima di odio e ostilità verso ENI, e i suoi dipendenti, mettendo in serio pericolo l’incolumità dei lavoratori operanti in Italia e all’estero e delle loro famiglie”. Seguono i precisi contenuti della diffida di ENI e le risposte di ReCommon (cliccare sul + per leggere il testo integrale): Premesse 1. I PRECEDENTI: DIFFIDA DEL 13 GENNAIO 2026 E LA MEDIAZIONE FALLITA+ [ENI] In data 13 gennaio 2026, ENI ha inviato a ReCommon ETS e alla Signora Eva Pastorelli una prima diffida stragiudiziale per le dichiarazioni false e diffamatorie rese da quest’ultima durante la trasmissione “Report” del 14 dicembre 2025 e negli articoli pubblicati sul sito di ReCommon in data 18 dicembre 2025 e 5 febbraio 2026. La mancata risposta a tale diffida ha comportato l’avvio di un procedimento di mediazione che si è concluso con esito negativo, non essendo stato possibile raggiungere alcun accordo di conciliazione per il rifiuto di ReCommon di rettificare le sue dichiarazioni. ReCommon ETS, durante e dopo la mediazione, ha continuato a diffondere le medesime falsità attraverso i propri canali social, strumentalizzando il procedimento stesso e accusando pubblicamente ENI di volerla mettere a tacere con l’ennesima SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation), alimentando ulteriormente il clima di ostilità verso l’azienda. ReCommon ha sostenuto che ENI avrebbe chiesto un risarcimento di ottocentomila euro al fine di indurre artatamente in errore i suoi sostenitori. In realtà ENI ha chiesto la rimozione e/o la rettifica delle dichiarazioni non corrette, mentre l’indicazione di ottocentomila euro, riportata nella comunicazione di ReCommon, è relativa ad un valore che deve essere necessariamente indicato a fini procedurali, in merito all’ammontare di un possibile danno causato dalla comunicazione diffamatoria. La domanda di ENI a ReCommon era invece quella di astenersi dalla diffusione di ulteriori dichiarazioni diffamatorie e la rimozione dai suoi profili social di tali contenuti in merito al tema delle licenze per l’esplorazione di gas al largo delle coste israeliane. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon sulla diffida del 22 gennaio 2026 e la mediazione rifiutata Innanzitutto si precisa che la data di ricezione della prima diffida è il 22 gennaio 2026, e non il 13 gennaio 2026, come erroneamente riportato da ENI. Poi, non è corretto affermare che non ci sia stata una risposta alla diffida da parte di ReCommon, quando il testo integrale di questa e le risposte dell’Associazione sono state pubblicate nella sezione “Notizie” del sito di ReCommon, a questo link, dopo aver notiziato la stessa ENI. Piuttosto sarebbe più appropriato affermare che ENI, non soddisfatta della risposta, abbia proceduto a citare Eva Pastorelli e ReCommon a un procedimento di mediazione che si è concluso con esito negativo per il rifiuto di ReCommon di rettificare le sue dichiarazioni, perché le contestazioni dell’azienda non hanno fondamento e quella di ENI è l’ennesima azione legale strumentale nei confronti dell’associazione. In merito alla comunicazione durante e dopo il processo di mediazione, posto che in Italia vi è ancora la libertà di espressione e informazione e che non può essere certo ENI a definire quando ReCommon possa esercitare questo diritto costituzionale – nonostante l’azienda abbia deciso , a cadenza ormai quasi regolare, di diffidare l’Associazione ogniqualvolta la stessa esercita intenda esercitare questa facoltà, si respinge al mittente qualsiasi accusa di condotta lesiva o di strumentalizzazione del procedimento. In particolare, in merito alla comunicazione sulla lite temeraria si fa notare che ReCommon ha correttamente riportato che 800.000 euro era il “valore della controversia” stimato da ENI. È inoltre paradossale affermare che sia l’azienda che avvia una strategia di pressione legale nei nostri confronti a sentirsi attaccata e ad accusare un clima ostile; tra l’altro senza addurre alcuna evidenza di tale affermazione, questa sì con possibili margini diffamatori. -------------------------------------------------------------------------------- 2. LE NUOVE PUBBLICAZIONI DIFFAMATORIE DEL 28 APRILE 2026+ [ENI] In data 28 Aprile 2026, in occasione delle manifestazioni del Concerto del Primo Maggio, ReCommon ETS ha pubblicato sul proprio profilo Instagram ufficiale un post contenente nuove affermazioni false e gravemente diffamatorie nei confronti di ENI, con l’intento dichiarato di opporsi alla sponsorizzazione da parte di ENI Plenitude delle manifestazioni del Primo Maggio. Il post, visibile nella documentazione allegata, contiene le seguenti affermazioni: “IL CONCERTO DEL PRIMO MAGGIO SPONSORIZZATO DA PLENITUDE” “NO, NON CI STIAMO” “RITENIAMO INACCETTABILE ASSOCIARE QUESTO MOMENTO AD UN’AZIENDA COME ENI:” * “COINVOLTA, SECONDO DIVERSE DENUNCE, IN ATTIVITÀ CHE POTREBBERO ESSERE CONNESSE AL CONTESTO DI GUERRA E VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI” * “LEGATA A SOCIETÀ INSERITE NELLA LISTA ONU DELLE IMPRESE COMPLICI DEL REGIME ISRAELIANO DI OCCUPAZIONE, APARTHEID E GENOCIDIO” * “ANCORA FORTEMENTE BASATA SU UN MODELLO FOSSILE, INCOMPATIBILE CON UNA GIUSTA TRANSIZIONE CLIMATICA” rilevato che 1. Falsità e manipolazione strumentale delle notizie Le affermazioni contenute nel post pubblicato da ReCommon sul suo profilo Instagram sono palesemente false e prive di fondamento fattuale e prendono artatamente spunto dalla sponsorizzazione dell’evento del Concerto del primo maggio da parte della Società ENI Plenitude per reiterare la diffusione di notizie gravemente lesive della reputazione della Società ENI S.p.A. In particolare: a) presunto coinvolgimento in attività connesse al contesto di guerra e violazioni dei diritti umani L’affermazione secondo cui ENI sarebbe “coinvolta, secondo diverse denunce, in attività che potrebbero essere connesse al contesto di guerra e violazioni dei diritti umani” è falsa e fuorviante. L’utilizzo di formule dubitative (“secondo diverse denunce”, “potrebbero essere connesse“) non esclude la natura diffamatoria delle affermazioni, quando esse siano insinuanti e suggestive, idonee a ingenerare nel lettore il convincimento dell’effettiva rispondenza a verità del fatto adombrato. Come ha chiarito la giurisprudenza, “le espressioni dubitative o interrogative possono integrare il reato di diffamazione quando, pur formulate in termini ipotetici, risultino insinuanti e suggestive, idonee a ingenerare nel lettore il convincimento dell’effettiva rispondenza a verità del fatto adombrato” (Cassazione penale Sez. V sentenza n. 26136 del 3 Luglio 2024). -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon sulla presunta falsità e manipolazione strumentale delle notizie ENI risulta destinataria, sulla base di denunce formali presentate da organismi internazionali, organizzazioni non governative accreditate e autorità giudiziarie di diversi Stati, di contestazioni relative al proprio operato in contesti caratterizzati da conflitti armati e da accertate violazioni dei diritti umani fondamentali. Tali contestazioni — alcune delle quali hanno dato origine a procedimenti giudiziari conclusisi con esiti diversi, altre oggetto di rapporti ufficiali di organi delle Nazioni Unite, altre ancora in fase di documentazione da parte di soggetti terzi qualificati — riguarderebbero, in particolare, la conduzione di attività estrattive in zone di conflitto armato attivo, l’intrattenimento di rapporti commerciali con soggetti successivamente identificati come responsabili di gravi abusi, e la realizzazione di operazioni in contesti in cui le autorità locali sono state ritenute, da organismi internazionali competenti, responsabili di sistematiche violazioni dei diritti umani. Si precisa che le suddette contestazioni non implicano, di per sé, l’accertamento di responsabilità penali o civili in capo alla società, salvo quanto già definitivamente statuito nelle sedi giudiziarie competenti. Ciononostante è assolutamente lecito che il pubblico possa dubitare dell’eticità di tali comportamenti tenuti dall’azienda, seppure in rispetto della legge. A titolo esemplificativo e non esaustivo: – Mozambico: forti preoccupazioni espresse dagli esperti delle Nazioni Unite in merito al finanziamento di 150 milioni di dollari della Banca africana di sviluppo (AfDB) a sostegno del progetto di ENI Coral North Floating Liquefied Natural Gas (FLNG), nel nord del Mozambico. «Il progetto Coral North rischia di aggravare le violazioni dei diritti umani, di contribuire al cambiamento climatico e di sottrarre i già scarsi fondi pubblici agli investimenti urgenti nelle energie rinnovabili», hanno affermato gli esperti, che si sono detti anche convinti che Coral North possa esacerbare le tensioni causate dal settore del gas nella provincia di Cabo Delgado. E ancora, «Le istituzioni finanziarie e le imprese hanno la responsabilità, ai sensi dei Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, di identificare, prevenire, mitigare e porre rimedio agli impatti sui diritti umani legati alle loro attività e relazioni commerciali» hanno dichiarato gli esperti. – Egitto: ENI intrattiene rapporti commerciali strategici con il governo di al-Sisi che, come documentato negli anni da Human Rights Watch, Amnesty International, lo U.S Department of State, EuroMed Rights, pratica una repressione sistematica e istituzionalizzata dei diritti fondamentali. Le autorità ricorrono abitualmente a detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, tortura e isolamento dei prigionieri, con totale impunità per i responsabili. I prigionieri politici sono i più numerosi dell’intera regione mediorientale: giornalisti, avvocati, attivisti e oppositori vengono arrestati con accuse generiche di terrorismo o “diffusione di notizie false”. – Israele: comunicazione ufficiale ONU (rif. AL OTH 149/2025), firmata da Francesca Albanese (Relatrice Speciale per i territori palestinesi occupati) e da Pichamon Yeophantong (Presidente del Gruppo di Lavoro ONU su imprese e diritti umani), e indirizzata personalmente all’amministratore delegato di ENI Claudio Descalzi. Nella lettera sono esplicitati i rischi per ENI di violare il diritto internazionale attraverso licenze esplorative in acque palestinesi occupate, la fornitura di greggio all’esercito israeliano e i legami con il gruppo Delek (presente nel database OHCHR per attività legate agli insediamenti illegali nei territori occupati). – Libia. ENI opera attraverso la joint venture Mellitah Oil & Gas (50% ENI, 50% NOC), in un contesto dove le milizie controllano le infrastrutture energetiche e il traffico di esseri umani. Nel 2018 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha sanzionato sei presunti trafficanti di esseri umani e contrabbandieri operanti in Libia: tra questi risulta Ahmad Oumar al-Dabbashi, detto “Al Ammu”, comandante della brigata “Anas al-Dabbashi”. Lui e i suoi uomini si sarebbero occupati della sicurezza del compound di Mellitah — la joint venture ENI-NOC — traendo profitti consistenti da quell’attività. -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] b) presunta “complicità” con il “regime israeliano di occupazione, apartheid e genocidio” L’affermazione secondo cui ENI sarebbe “legata a società inserite nella lista ONU delle imprese complici del regime israeliano di occupazione, apartheid e genocidio” costituisce un’incontrollata aggressione alla reputazione dell’azienda. Come già chiarito nella diffida del 13 gennaio 2026: non esiste alcun “legame” tra ENI e il c.d. “regime israeliano“. Non sussiste alcun legame diretto tra le attività, prodotti o servizi di Ithaca (società quotata, operante in UK nel Mare del Nord, di cui ENI detiene una partecipazione azionaria) ed eventuali impatti negativi sui diritti umani nei territori Palestinesi occupati. Si ribadisce che il database Onu nel quale è iscritta la società Delek, socia di maggioranza di Ithaca, non rileva illeciti a carico dei soggetti elencati, non è alla base di un impianto sanzionatorio, né prova un’automatica violazione di diritti umani. ReCommon utilizza la grave situazione umanitaria in Palestina, ingannando anche su questo punto i suoi sostenitori, per proseguire la sua azione diffamatoria verso ENI. Le affermazioni di ReCommon violano palesemente i principi consolidati dalla giurisprudenza di legittimità in materia di diritto di cronaca e critica. Come stabilito dalla Cassazione, “il requisito della verità della notizia, necessario per l’esimente dell’esercizio del diritto di cronaca e critica, non si limita alla corrispondenza al vero dei singoli fatti narrati, ma si estende al significato complessivo della notizia diffusa. Non sussiste tale requisito quando, pur essendo veri i singoli fatti riferiti, siano dolosamente o colposamente taciuti altri fatti strettamente ricollegati ai primi e idonei a mutarne completamente il significato” (Cassazione Civile Sez. I, ordinanza n. 21651 del 20 Luglio 2023). Nel caso di ReCommon: (i) i fatti non sono veri, (ii) il significato complessivo è dolosamente manipolato e (iii) vengono taciuti fatti idonei a mutarne completamente il senso. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta  di ReCommon sul legame con società inserite nella lista ONU delle imprese complici del regime israeliano di occupazione, apartheid e genocidio In merito alla relazione di ENI con Delek Group, ReCommon ha già ribadito che la lista stilata dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani comprende la stessa Delek Group ed evidenzia come le attività della società israeliana abbiano “sollevato particolari preoccupazioni in materia di diritti umani”. Ricordiamo che la società Delek Group, azionista di maggioranza di Ithaca Energy, società di cui ENI UK detiene il 36,06% e di cui può nominare il CEO, figura in questa lista perché coinvolta nelle seguenti attività: * (e) La fornitura di beni e servizi che sostengono la manutenzione e l’esistenza degli insediamenti, compresi i trasporti (The provision of services and utilities supporting the maintenance and existence of settlements, including transport); * (g) L’uso delle risorse naturali, in particolare dell’acqua e della terra, per scopi commerciali (The use of natural resources, in particular water and land, for business purposes). Sulla presunta inesistenza di legame diretto tra le attività, prodotti o servizi di Ithaca ed eventuali impatti negativi sui diritti umani nei territori Palestinesi occupati: a Delek, in quanto azionista, spetta il diritto alla partecipazione agli utili attraverso i dividendi, i quali costituiscono “vantaggi economici”. Secondo il quotidiano finanziario israeliano Globes, il gruppo Delek ha registrato un fatturato di 4,3 miliardi di NIS nel terzo trimestre, il 64% in più rispetto ai 2,6 miliardi di NIS registrati nel trimestre corrispondente, in parte grazie alla fusione tra Ithaca Energy ed ENI UK, che ha incrementato il fatturato di Ithaca Energy. Nel 2025 Ithaca Energy ha già versato centinaia di milioni di sterline sotto forma di dividendi al Gruppo Delek grazie alle sue vaste attività nel Mare del Nord. Il Gruppo Delek fornisce carburante, tramite una sua controllata, all’esercito israeliano. In proposito, restano ancora prive di risposta le domande pubblicamente rivolte ad ENI sull’avvenuto svolgimento o meno del processo di due diligence sui diritti umani prima di concludere l’accordo di aggregazione con Ithaca Energy, e sulle risultanze di questa valutazione. Per quanto riguarda la presunta inesistenza di un legame tra ENI e il c.d. “regime israeliano“, si ritiene che questo legame sia sostanziato dalla presentazione da parte di ENI di un’offerta vincolante nell’ambito del 4° Offshore Bid Round per l’assegnazione di blocchi esplorativi nell’offshore di Israele, approvata dal Consiglio di Amministrazione di ENI il 22 giugno 2023. Le regole di gara prevedevano un bonus di firma minimo pari a $400.000; secondo i dati reperibili  nella “Relazione sui pagamenti ai governi 2023”, l’azienda avrebbe versato € 7.283.000 al Ministero dell’energia e delle infrastrutture di Israele “a seguito dell’aggiudicazione avvenuta a ottobre 2023 nell’ambito del 4° offshore Bid Round internazionale”. ReCommon ritiene quindi eticamente molto grave che la più influente multinazionale italiana, partecipata dallo Stato italiano, neghi alle cittadine e ai cittadini italiani qualcosa di cui invece ha informato i propri investitori. È lecito chiedersi, quindi, perché ENI teme di informare il pubblico italiano di questo pagamento a favore del governo israeliano. -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] c) presunta incompatibilità del modello di business di ENI con la “giusta transizione climatica” L’affermazione per cui ENI sarebbe “ancora fortemente basata su un modello fossile, incompatibile con una giusta transizione climatica” è del tutto infondata. Al riguardo, ENI ha definito un piano di decarbonizzazione finalizzato al raggiungimento della Neutralità Carbonica al 2050 che si articola in una serie di obiettivi, con tappe intermedie e leve, ampiamente descritto nel reporting di sostenibilità pubblicamente accessibile. Come detto in tale sede, pur nei limiti del confronto tra contesto aziendale e scenari globali, la strategia di decarbonizzazione di Eni, in termini di leve e obiettivi di riduzione delle emissioni, risulta sostanzialmente compatibile con gi scenari Net Zero presi a riferimento. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon sulla incompatibilità del modello di business di ENI con la giusta transizione climatica ReCommon respinge l’accusa di infondatezza dell’affermazione e rimanda, per un approfondimento, alle memorie presentate nell’ambito del procedimento civile in corso presso il Tribunale di Roma “La Giusta Causa”. Come ricordato nell’atto di citazione, infatti, ENI si è dotata di un piano di decarbonizzazione al 2050 che, però, non prevede che l’azienda abbandoni completamente i combustibili fossili, e inoltre lascia la riduzione di circa il 65% delle emissioni della compagnia a dopo il 2030, in contrasto con le indicazioni della comunità scientifica rispetto all’urgenza di ridurre gran parte delle emissioni nel decennio in corso. Questo punto è fondamentale rispetto alla ipotetica decarbonizzazione di ENI, che prevede di diminuire di appena il 35% le proprie emissioni entro il 2030, e rimanda interventi più importanti a partire dal prossimo decennio. La riduzione delle emissioni, secondo il piano, sarà ottenuta combinando almeno 5 diverse strategie:  1) aumento della quota di gas in una produzione di upstream in diminuzione (dopo il 2030) e diminuzione del gas flaring;  2) focalizzazione sul gas di propria produzione, sul bio-metano e sulle rinnovabili (con una capacità installata di rinnovabili di 60 GW al 2050);  3) conversione delle raffinerie europee in bio-raffinerie;  4) conservazione delle foreste (progetti REDD+);  5) CCS (Carbon Capture Storage – cattura e stoccaggio del carbonio). Il piano resta abbastanza vago in diversi passaggi ed ENI fornisce come motivazione il fatto che il piano di sviluppo strategico “ha una grande flessibilità per adattarsi ai cambiamenti dei mercati” nei prossimi trent’anni. Se questo può avere senso in una prospettiva di lungo periodo, sarebbe però opportuno che ENI fornisse agli investitori e a tutti i cittadini interessati almeno 3-4 scenari di sviluppo diversi, basati su un diverso andamento atteso dei mercati. ENI sottolinea inoltre che, entro il 2030, arriverà ad azzerare le emissioni nette Scope 1 e 2 (upstream). Tale obiettivo, non particolarmente ambizioso considerando che, come detto, più dell’80% delle emissioni dell’azienda è di tipo Scope 3, sarebbe raggiunto attraverso una serie di strategie che includono anche progetti di dubbia efficacia come la cattura e lo stoccaggio della CO₂ (CCS) e i crediti di emissioni derivanti da progetti di preservazione delle foreste (REDD+) che hanno riscontrato in passato diversi problemi, sia in termini di conteggio dei crediti di emissione che di impatto sulle comunità locali che abitano le diverse foreste.  Se il piano è vago nel medio e lungo periodo, è invece chiaro che nel breve periodo ENI intende aumentare – anziché diminuire – la propria produzione di idrocarburi (petrolio e gas). Nel periodo 2026-2030 se ne prevede infatti una crescita media annua del 3-4% all’anno fino al picco di produzione del 2030 con l’obiettivo di raggiungere la soglia di 2 milioni di barili di petrolio equivalente estratti al giorno. Ciò significa di fatto rimandare il taglio delle emissioni e non decarbonizzare il proprio mix energetico, puntando solamente su strumenti di compensazione come quelli sopra citati. […] In sostanza, a fronte di un’emergenza climatica già oggi gravissima, ENI decide di rimandare l’adozione di incisive misure di riduzione delle emissioni di gas serra a dopo il 2030 e di continuare ad aumentare la sua produzione di petrolio e gas, mentre la comunità scientifica concorda nell’individuare nel decennio 2020-2030 la finestra di opportunità decisiva per l’azione climatica: se non verranno messe in campo tutte le azioni possibili per abbattere le emissioni nel decennio in corso, la situazione futura potrebbe non essere più recuperabile (Grasso e Vergine, 2020). Insomma, un’adeguata decarbonizzazione non può prevedere solamente lo spostamento – peraltro lento – della produzione dal petrolio al gas, ma deve invece programmare un abbandono, graduale ma costante, degli idrocarburi nel loro complesso senza basarsi sulla cattura e lo stoccaggio del carbonio o la rimozione del carbonio dall’atmosfera. Questo elemento è del tutto assente nei piani dell’azienda che, solo nel primo quadrimestre del 2026 ha annunciato scoperte di idrocarburi per 1 miliardi di barili equivalenti di petrolio in nuove riserve, un ammontare già superiore rispetto a quanto scoperto nel 2025. Ogni barile di petrolio e gas estratto sarà inevitabilmente usato e bruciato. -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] 2. Incitamento all’odio e pericolo concreto per l’incolumità dei lavoratori Le modalità con cui ReCommon ETS si è espressa nel citato post del 28 Aprile 2026 hanno alimentato un clima di odio e ostilità che ha già prodotto e continua a produrre conseguenze concrete e pericolose: a) manifestazioni di protesta presso le sedi aziendali A titolo esemplificativo e non esaustivo si rappresenta che in data 27 novembre 2025, presso la sede ENI di San Donato Milanese si sono già verificate manifestazioni di movimenti Pro Palestina. La campagna diffamatoria e menzognera di cui le dichiarazioni di ReCommon ETS sono parte peggiorerà il clima e alimenterà nuove proteste. b) pericolo concreto per l’incolumità dei dipendenti Le false accuse diffuse da ReCommon, in particolare l’accostamento di ENI ai termini “genocidio”, “apartheid”, “complicità”, alimentano sentimenti di odio che mettono in serio pericolo la sicurezza dei lavoratori ENI operanti sia in Italia che all’estero, nonché delle loro famiglie. Come evidenziato dalla giurisprudenza, la responsabilità per diffamazione si aggrava quando le condotte poste in essere sono idonee a creare un clima di ostilità e pericolo per le persone coinvolte. 3. Danno all’immagine e alla sicurezza Le false affermazioni diffuse da ReCommon ETS hanno causato e continuano a causare: a) grave danno all’immagine e alla reputazione di ENI, società quotata sui mercati nazionali ed internazionali la cui credibilità costituisce asset fondamentale; b) danno alla sicurezza dei lavoratori: le manifestazioni di protesta già verificatesi dimostrano il concreto pericolo per l’incolumità del personale in Italia come all’estero; c) danno alle relazioni commerciali e istituzionali: il clima di ostilità alimentato compromette i rapporti con partner e istituzioni; d) danno alle famiglie dei dipendenti: l’odio generato, fomentato e alimentato verso ENI attraverso l’accostamento ai termini “genocidio”, “apartheid”, “complicità” si riflette inevitabilmente sui familiari dei lavoratori anche in paesi dove la situazione di sicurezza è già compromessa. -------------------------------------------------------------------------------- RISPOSTA DI RECOMMON SUL PRESUNTO INCITAMENTO ALL’ODIO E PERICOLO CONCRETO PER L’INCOLUMITÀ DEI LAVORATORI E SUGLI ULTERIORI PROFILI DI PRESUNTA RESPONSABILITÀ Le affermazioni di ReCommon non sono in alcun momento scomposte ovvero incitanti all’odio nei confronti dell’azienda e tantomeno dei suoi dipendenti. In particolare, si respinge con fermezza l’accusa di contribuire ad alimentare un clima di odio ed ostilità che avrebbe già prodotto una serie di “conseguenze concrete e pericolose” per l’incolumità dei dipendenti e per la violazione degli obblighi di sicurezza sul lavoro, la cui infondatezza risulta talmente evidente da non richiedere ulteriori precisazioni, poiché ReCommon non ritiene di dover commentare sulla campagna pubblica di odio e di discredito portata avanti dal 2021 dal senior management dell’azienda nei confronti dell’associazione e dei suoi associati. Invitiamo fermamente ENI a moderare il suo linguaggio altamente diffamatorio e calunniatorio e lesivo della reputazione di ReCommon e dei suoi associati. Quanto poi al preteso “supporto” ad una manifestazione di protesta di movimenti Pro Palestina presso la sede aziendale di San Donato Milanese (punto a della diffida), a cui  ReCommon è totalmente estranea, si consideri se non altro l’oggettivo dato cronologico: la segnalata manifestazione si è svolta il 27 novembre 2025 e, dunque, prima del post del 28 aprile, non può certo aver “prodotto” questa “conseguenza pericolosa”, come si sostiene invece nella diffida. Nessun illecito civile, tantomeno da responsabilità aggravata può essere dunque imputato all’associazione, né in termini di danno all’immagine, che alla reputazione e alla sicurezza dei lavoratori (paragrafi 2 e 3 della diffida). Al contrario riteniamo che le ripetute molestie legali mosse nei confronti di ReCommon danneggino l’immagine e la credibilità della società ed in particolare del suo senior management, a scapito proprio dei lavoratori dell’azienda. -------------------------------------------------------------------------------- DIFFIDA+ l’Associazione ReCommon ETS a: 1. cessare immediatamente ogni ulteriore diffusione delle affermazioni diffamatorie contenute nel post pubblicato su Instagram in data 28 Aprile 2026 e di qualsiasi altro contenuto basato sulle medesime falsità; 2. rimuovere immediatamente il post pubblicato su Instagram in data 28 Aprile 2026 e ogni altro contenuto diffamatorio pubblicato sui canali social di ReCommon (Facebook, Instagram, X/Twitter, sito web, newsletter) che contenga le affermazioni sopra contestate; 3. pubblicare una rettifica integrale delle false affermazioni diffuse, su tutti i canali social di ReCommon e sul sito web dell’Associazione, chiarendo pubblicamente: 1. che ENI non è coinvolta in attività connesse al contesto di guerra o violazioni dei diritti umani; 2. che ENI non è “(…) legata a società complici del regime israeliano di occupazione, apartheid e genocidio“,; 3. che tutte le affermazioni contenute nel post del 28 Aprile 2026 sono false, fuorvianti e lesive della reputazione di ENI; 4. Astenersi in futuro dal diffondere contenuti che possano alimentare odio, ostilità o sentimenti di vendetta verso ENI, i suoi dipendenti e le loro famiglie, nel rispetto dei principi deontologici del giornalismo e della responsabilità civile. avvertendo che in caso di mancato riscontro alla presente diffida entro 10 giorni dal ricevimento, ovvero di riscontro non satisfattivo, ENI si riserva ogni azione per ottenere la cessazione delle descritte condotte lesive e le necessarie rettifiche. Milano – Roma, 30 Aprile 2026 ———————————————————————————————- -------------------------------------------------------------------------------- ReCommon esprime preoccupazione per il ricorso alla diffida come strumento volto a scoraggiare la pubblicazione di informazioni di pubblico interesse. Tale pratica, nota a livello internazionale come SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation), è oggetto di specifica attenzione da parte delle istituzioni europee, che con la Direttiva (UE) 2024/1069 hanno introdotto misure di protezione per i soggetti — giornalisti, ricercatori, organizzazioni della società civile — esposti ad azioni legali abusive finalizzate a silenziarne l’attività. ReCommon si riserva di avvalersi di tutti gli strumenti di tutela previsti dalla normativa vigente, inclusi quelli introdotti dalla suddetta Direttiva, qualora la società dovesse proseguire con azioni giudiziarie prive di fondamento. In ogni caso ReCommon considera l’atteggiamento tenuto dall’azienda negli ultimi due anni come altamente diffamatorio e lesivo della reputazione di ReCommon e si riserva il diritto di agire nelle sedi competenti per porre fine a questa reiterata molestia legale. Per tutti i motivi sopra esposti si respingono le accuse formulate e, nel contempo, ci si rende disponibili a pubblicare l’eventuale documentazione che ENI riterrà di trasmettere sul tema, allo scopo di fornire la più ampia informazione ai propri lettori.
May 8, 2026
ReCommon
ARM: Il chip di cui non sapevamo di avere bisogno
di jolek78 Ci sono architetture che si vedono e architetture che non si vedono. ARM è il caso più estremo della seconda categoria: gira nel telefono che abbiamo in tasca, nel router di casa, nella scheda da ottanta euro che fa da server casalingo a milioni di smanettoni, nei datacenter di Amazon e Google. È ovunque, e quasi nessuno sa
L’Europa, nonostante tutto
Il capitalismo si è fatto autoritario, vive con insofferenza qualsiasi limitazione alla propria agibilità. Oggi l’economico sovraordina a tal punto la società che la politica è diventata quasi esclusivamente ancillare. Anzi molti rappresentanti, espressione del grande capitale, assumono direttamente anche il comando politico della cosa pubblica. Viene persino fatto un paragone con il vecchio modello feudale, dove il potere economico e politico coincidevano. Corpi intermedi, corpi indipendenti, equilibrio dei poteri sono oggi tutti potenziali elementi d’intralcio al dispiegamento del capitale. Questa supremazia non è, però, indice di potenza, ma di una crisi nella sua capacità di autovalorizzazione. I ritmi di crescita economica si riducono, fino a diventare tendenzialmente stazionari, persino nei paesi emergenti. Come se il modello di crescita economica andasse verso una saturazione. La crisi del modello-capitale non implica, però, una crisi dei capitalisti. Le Big Tech spadroneggiano. Le disuguaglianze si ossificano, mediante rendita ed eredità, diventando sempre più incolmabili. Tramonta definitivamente il ruolo dello Stato inteso come mediazione di interessi per trasformarsi in agente dello scontro tra grandi potentati economici in una scala geopolitica. Usa e Cina, sebbene differenti, si scontrano con le medesime armi. Finanza, Big Tech, Stato, politica, alleanze e controllo di risorse. Questo è il capitalismo politico. La principale differenza tra questi due potentati risiede da un lato nel declino relativo di uno che ricorre alla forza militare per difendere quella economica, mentre l’altro, in ascesa, impiega l’economia per sottrarre terreno al concorrente sia sul piano dello sviluppo commerciale che su quello delle relazioni internazionali. Washington diventa protezionista e Pechino globalista. La crisi della globalizzazione e la sua insostenibilità sociale inducono gli Stati uniti a un ripiegamento protezionista, non certo per difendere la propria working class. La Cina d’altro canto è globalista non certo per istinto antimperialista, ma per difendere e rafforzare il proprio ruolo nazionale. AVVENTO DEL CAPITALISMO POLITICO La politica di potenza, dunque, polarizza sempre più il mondo. Gli Usa destrutturano il Medio oriente, rilanciando Israele come avamposto, in una logica geopolitica e militare che non può sfuggire. Il soft power a stelle e strisce, ammesso che sia mai esistito, ora viene sostituito da nuove e dirette mire di controllo, a partire dal cortile di casa latinoamericano. Attacchi in Venezuela, Iran, persino Africa, per sottrarre relazioni commerciali alla concorrente Cina. Quest’ultima cerca di consolidare rotte energetiche e commerciali senza ricorrere alla forza militare, di cui non dispone ancora a sufficienza, ma con una formula imperiale di sfruttamento di terre (rare come reali) e finanza, compreso l’uso del debito. Il modello di quella parte di mondo che viene definito Sud-globale appare in rotta di collisione sempre più marcata con la potenza statunitense, ma si caratterizza, oltre che per ampia eterogeneità, per un profilo tendenzialmente autoritario. Il multilateralismo che si prospetta al posto dell’unilateralismo a stelle e strisce è fatto di politica di potenza, dove il mercato scalza i più deboli, quelli privi di risorse naturali, senza uno Stato forte. Il welfare che resta è condizionato alla sottomissione, è funzionale al consenso di regime. Nessuno scontro capitale/lavoro è tollerato come modellatore delle relazioni socio-economiche. Nessuna autonomia sociale è considerata accettabile. Solo paternalismo dall’alto per consolidare un modello organicista spesso a trazione nazionalista. Al di là delle differenze che ci sono, questa è la grande convergenza che si afferma nel capitalismo politico a tutte le latitudini. LEGGI ANCHE… ECONOMIA L’EUROPA INSISTE CON L’AUSTERITÀ Marco Bertorello - Danilo Corradi PERCHÉ SEMBRA TRAMONTARE IL LIBERALISMO? In tale contesto l’opzione liberaldemocratica sembra stia tramontando. Elencherò una serie di indizi che stanno facendo propendere per questa ipotesi, pur nella consapevolezza che anche in altri periodi l’opzione liberale era finita all’angolo. Il passato potrebbe suggerire, dunque, il rischio di un giudizio precipitoso e analiticamente poco fondato. Ma ritengo vi siano alcune differenze sostanziali rispetto alla storia degli ultimi cento anni.  Partiamo dagli anni Trenta. Dove i fascismi sembravano soppiantare qualsiasi altra opzione capitalistica. Come  ricorda Paola Cattani «in pochi tra le due guerre avrebbero scommesso su una rinascita liberaldemocratica a venire». Ma il New Deal roosveltiano e la sconfitta dei fascismi durante il conflitto mondiale consentirono il ritorno per trent’anni del liberalismo più forte e più progressista mai registrato. Negli anni Trenta, al culmine di consenso per i regimi autoritari, il liberalismo sembrava irrimediabilmente perso, ma in quel tempo la crescente egemonia nazionalista era contesa con l’Unione sovietica e con le forze comuniste e socialiste. L’autoritarismo a destra non era l’unico attore sul palcoscenico geopolitico. Oltre al pericolo fascismo esisteva un’altra opzione di natura opposta che dalla Seconda guerra mondiale costituiva un competitor, ma anche un alleato per sconfiggere l’autoritarismo di destra. Una sorta di contrappeso. Il comunismo reale a est come a ovest ha condizionato la crisi del liberalismo, ma allo stesso tempo ha contribuito a risolverla. A dare fiato a uno sbocco liberaldemocratico al di qua della cortina di ferro. In quel periodo di crisi del liberalismo, dunque, esistevano diverse opzioni in campo, sul piano politico ed economico. Oggi così non appare. Il liberalismo non solo è in ritirata nei consensi, ma nelle scelte politiche di fondo. Per non dire della svolta liberista dello stesso liberalismo a partire dai primi anni Ottanta. A ogni spallata della destra di governo non ha corrisposto un cambio significativo di passo nell’alternativa liberale che provvisoriamente è riuscita a contenerla. A ogni sconfitta di leader come Trump non ha corrisposto quasi mai un annullamento dei provvedimenti assunti dai loro governi. Come se una parte del lavoro sporco necessario ormai fosse stato portato a termine. Perché non approfittarne senza risultarne responsabili? È da lì, da quel combinato di liberal-liberismo e destra autoritaria, che si sedimenta il piano inclinato di cui non si vede la fine. Sul versante economico, poi, va considerata la fatica a realizzare crescita. Il ritorno a un capitalismo in grado di creare benessere diffuso, la famosa marea che farebbe salire tutte le barche, è una teoria che tale è rimasta. Il trentennio glorioso del secondo dopoguerra appare per quel che è stato: una congiuntura storica eccezionale. Nei decenni successivi i tassi di crescita sono diminuiti, la redditività del capitale anche. Emiliano Brancaccio sottolinea come il saggio di profitto medio a livello mondiale nell’ultimo ventennio sia sceso del 13%. In Occidente i profitti reggono grazie alla crescente compressione dei salari e del mercato del lavoro oltre all’alleggerimento fiscale. Per superare la crisi successiva al trentennio glorioso, inoltre, c’è stato bisogno di drogare in maniera crescente l’economia attraverso la sua finanziarizzazione e l’indebitamento (privato e pubblico). Tale processo, coadiuvato da un portentoso fenomeno di innovazione tecnica, ha consentito di realizzare per un certo periodo tassi di crescita significativi, seppur non paragonabili al periodo antecedente. Ma al prezzo di aver costruito un sistema particolarmente delicato, sensibile a qualsiasi elemento che vada in direzione contraria. Non vengono tollerate incongruenze, dal panico finanziario fino alla pur minima conflittualità sociale. Un sistema basato sulla magia della finanza risulta in definitiva estremamente fragile e spesso non interamente controllabile. Come le periodiche crisi ci dimostrano a partire dagli anni Novanta. Crisi dove non esisteva più uno storico e strutturale avversario. Altro aspetto da rilevare rispetto al passato, infatti, è la natura endogena della crisi del liberalismo. Una certa vulgata ha sempre in qualche modo giustificato l’affermazione dei fascismi come reazione al pericolo «rosso». Oggi tale pericolo non esiste a nessuna latitudine, seppur vi sia spesso agitazione per il suo spettro. Ma al netto delle strumentali e contraddittorie propagande, la crisi del liberalismo è frutto non certo di un nemico esterno. Dalla caduta del Muro di Berlino per il capitalismo liberale si era aperta una strada di cui non si sarebbe dovuta vedere la fine. Eppure la teleologia liberale è diventata vittima di sé stessa in maniera paragonabile a quella del comunismo reale. Nessun avversario esterno ne ha decretato la crisi. Dunque il ritorno di un capitalismo autoritario nasce e si afferma proprio nella pancia di quello liberale e dalla disattesa delle sue millenaristiche promesse. SOPRAVVIVENZA DEL CAPITALISMO Concentrazione in alto, competizione in basso. La competizione come principio regolatore generale si è mangiata sé stessa. Il libero mercato ha prodotto la potenza dei più forti. Senza più freni. A tramontare è l’opzione socialdemocratica assieme a quella liberal-democratica. Restano solo balbettii che provano a esser da freno del nuovo capitalismo in maniera sporadica, segmentata, senza una prospettiva d’insieme. Un flebile freno alla sua totale libertà. I rituali appelli di mega-imprenditori a pagar più tasse o a riequilibrare i processi diseguali in corso restano nel migliore dei casi solo buone intenzioni. La semplice elezione di un sindaco socialista a New York ha come effetto la fuga di 125 mila cittadini con reddito alto e altissimo in altri Stati dove si pagano solo tasse federali, senza altre aliquote locali. Queste ultime non costituiscono certo la socializzazione della ricchezza di quel famigerato 1%, ma tant’è non esistono spazi di mediazione. I ricchi vogliono essere sempre più ricchi. Mettendo a valore un sistema ormai diffusissimo di concorrenza al ribasso sui sistemi fiscali. Il capitale si sottrae alla benché minima responsabilità sociale. Parallelamente la sconfitta politica del lavoro ha prodotto la disgregazione degli argini sociali, la destrutturazione di significativi elementi di resistenza al capitale. Rendendo complicato invertire la rotta su una scala sufficientemente ampia. Alla forza cooperante del capitale, dunque, corrisponde l’assenza di una forza altrettanto cooperante del lavoro. Analizzare il profilo delle economie emergenti, e in particolare la Cina, è interessante. Un paese che non costituisce più un’alternativa di modello, anche se rappresenta un modello contraddittorio e probabilmente in fieri. A ritmi serrati, Pechino non solo ha ridotto drasticamente la povertà interna (scelta in senso socialista), ma ha fondato il proprio successo su assi similari a quelli occidentali (scelta in senso capitalista). Dalla promozione dell’indebitamento privato, in particolare immobiliare, a quello pubblico. Per non dire dei tassi di crescita della concentrazione economica, superiori a quelli statunitensi. I colossi imprenditoriali affermatisi sembrano il corrispettivo di quelli a stelle e strisce, a partire dal settore digitale. Il modello cinese è molto più simile a quello occidentale di quanto i due principali contendenti globali siano disposti a riconoscere. Lo scontro è tra mercantilismo cinese e protezionismo statunitense. Tra partito comunista cinese e bipolarismo demo-repubblicano statunitense. Ferma restando la necessità di un comando politico funzionale e/o consustanziale a quello economico, la distinzione di queste due sfere diventa progressivamente impercettibile sia a ovest sia a est. Lo stesso pacifismo cinese appare una scelta contingente piuttosto che identitaria. Le due potenze accumulano energia dove possono, attrezzandosi per una sempre maggiore conflittualità. Oggi, dunque, il capitalismo per sopravvivere ha bisogno di concentrazione. In passato la democrazia si è affermata, sebbene con estrema difficoltà, perché era funzionale allo sviluppo di nuove energie economiche e sociali. La contesa, in ultima istanza, generava sviluppo e il conflitto sociale riusciva a redistribuirlo, almeno in parte. Oggi lo sviluppo, al netto degli espedienti economico-finanziari, è tendenzialmente stagnante. I grandi operatori magari sono anche in competizione tra loro, ma altrettanto coesi sui principi di fondo che giudicano vitali. Libertà d’azione del grande capitale, concorrenza fiscale tra Stati, bassi salari, welfare minimo. Tale fenomeno indica instabilità e incertezza. Da qui la necessità di un estremo controllo socio-politico del capitale stesso. Da qui l’esaurirsi di un’opzione concretamente e non solo formalmente liberal-democratica. LEGGI ANCHE… ECONOMIA L’EUROPA TRA DAZI E MISSILI Luca Lombardi UN’ALTERNATIVA EUROPEA  In un panorama così desolante da qualche parte si deve pur ripartire. Va individuata una politica economica che poggi su soggetti in carne e ossa e su luoghi dove rivendicarla. Occorre una dimensione spaziale dove credibilmente proporla. Si tratta, dunque, preliminarmente di lanciare una prospettiva che intenda imbrigliare il mercato. Che lo fermi, che lo metta al suo giusto posto. Una prospettiva che reinventi un ruolo della sfera pubblica fondato su gestione e controllo dell’economia. Pianificazione per gestire il disastro ecologico e contrastare le diseguaglianze. Costruire, dunque, una nuova impalcatura economica, fondata su attori pubblici e collettivi, che circoscriva il raggio d’azione del mercato. Anzi che indirettamente riesca persino a condizionarlo positivamente. Collaborazione invece di competizione. Protagonismo e controllo sociale. Formule che devono vedere la convergenza di politiche dall’alto e di protagonismo dal basso. Pianificazione e collaborazione non solo devono essere antitetici all’autoritarismo, ma devono essere promossi in un regime di libertà. Solo così possono generare una nuova efficienza economica. Intesa nel senso di sviluppo materiale e immateriale coniugato a tutela ambientale e giustizia sociale. Risulta evidente che tali necessità trovano un primo limite nell’attuale dimensione sovranazionale. Ecologia e uguaglianza possono essere perseguite solo dentro uno spazio sufficiente. Largo abbastanza da potersi sottrarre al cappio della finanza, dell’economia liberista, della delocalizzazione produttiva e di consumo. Allo scontro, bipolare o multilaterale che sia, dovremmo sottrarci perseguendo ben altre logiche. In questa prospettiva il respiro protezionista e meramente localista non aiuta. Non può essere ripiegando di scala che si risulta credibili. Nello scontro tra potenze bisogna individuare lo spazio sufficiente dove resistere per cambiare. Un‘area minima di alleanze politiche, economiche e sociali per sperimentare percorsi alternativi e in grado di reggere l’urto delle pressioni esterne.  Lo spazio è l’Europa. Non per ottimismo sulle attuali forze in campo ma perché, al netto di tutte le contraddizioni che si sono sedimentate in un pluridecennale processo di unificazione esclusivamente tecnocratico ed economico, fondato su un astratto liberismo, esiste un contesto potenzialmente utile nel Vecchio continente. L’Europa è stretta tra potenze storiche ed emergenti. Mantiene un ruolo neocoloniale residuale che non le consente di ritornare in gioco alle regole delle principali potenze. Se l’Unione europea è stata il tentativo di rilanciare la politica di potenza del capitale su scala continentale, allora oggi appare sempre più chiaro il fallimento del progetto. L’Europa come potenza globale sta perdendo la contesa globale, le sue multinazionali mantengono un ruolo marginale e di vassallaggio. La crisi appare evidente e percepita come irreversibile. Al contempo il Vecchio continente mantiene forme di welfare e potenzialmente di modello alternativo a quello di stampo anglosassone che consentono di poter sottrarsi allo scontro globale. L’Europa, pensata come terreno di contesa, dove provare a ricostruire forze politiche e sociali, può ancora diventare uno spazio dove si coltivano formule economiche non ipermercantiliste (che, anzi, dove esistono stanno andando in crisi), con esperienze pilota di collaborazione. Può diventare lo spazio dove il numero di ore lavorate rimane più basso che nelle grandi potenze emergenti, consentendo di sperimentare un modello in cui la produttività va anche a vantaggio del tempo libero e non solo della produzione. Il bene comune nella cultura popolare è ancora percepito. L’Europa può essere potenza di pace, di relazioni economiche internazionali non fondate sulla logica militare. Non è un’idea estemporanea e neppure la riproposizione di uno slogan. Oggi, differentemente da ieri, esiste uno spazio politico per un’Europa diversa. È in corso una dinamica che crea le condizioni perché quello spazio sia materialmente possibile. Insomma si può lavorare per un’Europa pacifista, democratica e socialista, capace di affrontare le sfide del presente con la sufficiente scala geopolitica, culturale ed economica non per posizionarsi nell’attuale scontro globale, ma per sottrarvisi.  Christian Marazzi ci ricorda che accettando la definizione dominante l’Europa è indietro su tutti i fronti, a partire da quello tecnologico. E che solo smantellando lo Stato sociale è perseguibile la «loro» crescita, quella dei più forti. E conclude: «Meglio scegliere la marginalizzazione che il gioco al massacro del primeggiare, ci sono cose troppo importanti dal punto di vista sociale, umano, filosofico, culturale da sacrificare inseguendo la corsa delle superpotenze. Restiamo nella marginalità per riscoprire un’alterità». *Marco Bertorello lavora nel porto di Genova, collabora con il manifesto ed è autore di saggi su economia, moneta e debito fra cui Non c’è euro che tenga (Alegre, 2014) e, con Danilo Corradi, Capitalismo tossico (Alegre, 2011) e Lo strano caso del debito italiano (Alegre, 2023).  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo L’Europa, nonostante tutto proviene da Jacobin Italia.
May 8, 2026
Jacobin Italia
Busto Arsizio: sindacalizzarsi paga
Primo contratto integrativo alla Eolo di Gian Marco Martignoni e Stefano Rizzi (*) Era da tempo che la Filcams Cgil della provincia di Varese si era posta l’obiettivo di sindacalizzare l’azienda Eolo, che, con 600 dipendenti, dalla sede di Busto Arsizio opera su tutto il territorio nazionale. Laddove per il mercato e il profitto determinate aree interne del paese sono scarsamente redditizie, Eolo fornisce la connettività con rete
17 parole, due virgole e un punto
Più firma. E la firma (illustre) conta o forse no. Comunque la troverete. Viviamo in un’epoca in cui la gente, così occupata a produrre, si è dimenticata di diventare intelligente. Sembra scritta stamattina, invece è di Oscar Wilde. Ci piace tanto – in “bottega” – il geniale Oscar che lo citiamo spesso; in particolare Mauro Antonio Miglieruolo gli ha dedicato
Lavoro: i morti che governo e sistema nascondono
di Carlo Soricelli (*) Veneto e Lombardia le regioni governate dalla Lega di Salvini,  con più morti sui luoghi di lavoro REPORT CRITICO: L’EMERGENZA MORTI SUL LAVORO E IL “PARADOSSO INAIL” Data di aggiornamento: 7 maggio 2026   1. Il bilancio delle vittime: oltre la soglia dei 500, di queste 349 sui luoghi di lavoro Nonostante le rassicurazioni istituzionali, la realtà
Il mutuo aiuto scolastico
Mía siede intorno a un’isola di banchi in un’aula colorata da graffiti e lavagne a gesso, ha 11 anni ed è appena arrivata dal Perù, sta imparando l’italiano giocando a Memory. Jalen ha difficoltà a restare fermo sulla sedia, ride di gusto elencando i nomi della frutta in cinese. Moussa, Mbaye e Fatou sono tre fratelli nati in Italia da genitori senegalesi. Moussa sostiene di non avere compiti. «Si ce l’ha, ha solo nascosto il libro nello zaino!» ridacchia Fatou aggiustandosi le spalle.  Siamo nella Scuola Popolare Carla Verbano, all’interno del Lab!Puzzle, un bene comune polifunzionale nella periferia nord-est di Roma. Qui il martedì e il giovedì dalle ore 16 alle 18 un gruppo di peer educator – mediatore del sapere – si mette al servizio dei ragazzi della zona offrendo sostegno extrascolastico per i compiti a casa. «Sono arrivata dal Venezuela un anno fa con le mie figlie. Purtroppo, ancora non posso aiutarle con i compiti e non posso permettermi le ripetizioni private» racconta in spagnolo la mamma di alcune bambine.  In Italia solo il 15% delle classi secondarie di primo grado offre il tempo pieno, negando il sostegno allo studio e penalizzando, in primo luogo, i ragazzi stranieri che stanno imparando l’italiano. L’apertura delle aule studio in orario pomeridiano è fondamentale per consentire a studenti che provengono da situazioni complesse di mettersi al pari con gli altri. In questo contesto le scuole popolari giocano un ruolo fondamentale per consentire l’accesso democratico all’istruzione. L’idea di educazione dal basso nasce intorno agli anni Settanta nel pieno dei movimenti riformisti e di autodeterminazione italiani. Prende forma nelle grandi zone urbane periferiche del paese abitate dalla classe operaia. L’obiettivo era quello di radicalizzare la conoscenza dei diritti all’istruzione nei bambini.  «La scuola popolare è popolare per due ragioni: perché è per il popolo per superare le disuguaglianze di classe, e perché si basa su una pedagogia orizzontale volta a promuovere l’amore per il sapere più che la competizione», afferma Fiorenzo Parziale, professore di Sociologia dei processi culturali all’Università di Roma la Sapienza, ed educatore alla scuola popolare Carla Verbano. «Esiste una forte disuguaglianza scolastica tra classi sociali: a parità di voto e di genere, la probabilità del figlio di un operaio di iscriversi all’Università è tre volte inferiore rispetto a quella del figlio di un dirigente. La scuola popolare vuole cambiare il codice culturale senza, però, far assimilare a una persona un modello culturale che non è suo. La Divina Commedia è importante, ma un ragazzo musulmano non la capisce perché non corrisponde alla sua cultura», conclude Parziale.  L’obiettivo di queste scuole è quello di disegnare un modello di apprendimento lontano dal giudizio fatalista, riportando al centro della scena il desiderio di apprendere per apprendere. Sono centri di resistenza che hanno saputo sfruttare e riqualificare immobili inutilizzati. Esprimono la riappropriazione del territorio e, attraverso iniziative culturali, artistiche e sociali, combattono il disagio infrastrutturale. Città come Roma, Napoli e Milano sono laboratori di spazi autogestiti. La Rete Scuole Senza Permesso nel milanese unisce la scuola popolare e la scuola per migranti con l’obiettivo di promuovere l’accoglienza. L’impegno per contrastare l’abbandono scolastico si legge anche in iniziative come Non uno di meno, un programma volto ad assistere i ragazzi all’interno degli istituti.  L’esperienza Làbas nel quartiere Santo Stefano a Bologna, nata dall’occupazione dell’ex caserma Masini, compensa l’interruzione delle lezioni attraverso il centro estivo. A Napoli l’associazione Chi rom e chi no, nata a Scampia da alcuni giovani gagè – persone non rom –  promuove attività di aiuto compiti insieme agli abitanti del quartiere. A Palermo il progetto scuola Spasmo di educazione popolare e di arteducazione, accompagna i ragazzi del quartiere Sant’Erasmo a uscire dallo stigma del ghetto. Nella capitale ci sono 12 scuole popolari sparse in diverse periferie, tra queste la Scuola A Testa Alta nel quartiere di San Basilio, Mammut a Rebibbia, MateMù nell’Esquilino e la Scuola Popolare Tor Bella Monaca.  La Scuola Carla Verbano, nel quartiere Tufello di Roma, nasce nel 2011 da un percorso di occupazione e autogestione. Porta il nome della mamma di Valerio Verbano, ucciso per ragioni politiche il 22 febbraio 1980 da tre uomini introdottisi nell’appartamento dove abitava con i genitori. Le indagini furono insabbiate e ancora oggi non si conosce l’identità dei responsabili. «Carla non ha mai smesso di cercare verità e giustizia per suo figlio; è morta nel 2012 senza una risposta», racconta Mitch, referente della scuola. «Dopo l’omicidio di Valerio si è dedicata a promuovere l’antifascismo nelle scuole del quartiere. È per questo che la scuola porta il suo nome. Sono stati i residenti della zona a chiederci di organizzare dei dopo scuola», conclude.  «Qui da noi vengono ragazzi delle elementari, delle medie e delle superiori, qualcuno, anche più piccolo. C’è una buona comunità bengalese, c’è un gruppo di ragazzi senegalesi, qualcuno dell’est Europa, altri del Sud America. Un tempo c’era qualche ragazzo italiano ma da un paio di anni sono tutti immigrati» racconta Parziale.  LEGGI ANCHE… SCUOLA DALL’ULTIMO BANCO Redazione Jacobin Italia La piccola realtà di questa struttura rispecchia i dati nazionali: in Italia il numero degli alunni con cittadinanza non italiana si avvicina ai 915.000, circa l’11% del totale della popolazione scolastica, ed è preoccupante che tra questi il tasso di dispersione sia di oltre il 34% per i ragazzi nati in Italia e oltre il 44% per quelli nati all’estero. Secondo il ministero dell’Istruzione, nel 2025, più del 26% degli studenti stranieri ha lasciato la scuola, a fronte dell’8% di quelli italiani. Inoltre, un alunno con background migratorio su due è iscritto a una classe inferiore rispetto alla sua età anagrafica, quasi il 27% sceglie il liceo professionale e appena l’1,6% sceglie il liceo classico. «È fondamentale la dimensione economica, perché studiare ha costi diretti e indiretti. Tanti figli di migranti scelgono il tecnico professionale perché si domandano ‘ma io posso rischiare?’ In questo modo si riproducono le sequenze di classe», spiega Parziale. Secondo i dati Istat aggiornati al 2025, il 37% dei giovani tra i 3 e i 19 anni non ha libri in casa; il 35% non ha svolto alcuna attività sportiva; e il 27% non ha partecipato a spettacoli o eventi come cinema, teatro o musei. Non solo. Più del 42% degli studenti non è iscritto a tempo pieno alla scuola primaria. In questo contesto, è evidente come il tempo pieno e le attività extrascolastiche possano contribuire positivamente a ridurre i gap scolastici e a stimolare competenze socio-emotive.  Tuttavia, la risposta istituzionale appare ancora insufficiente. Molte scuole non hanno strutture adeguate, ad esempio mense o spazi di accoglienza, e le amministrazioni comunali, spesso, non dispongono di risorse sufficienti per garantire l’orario prolungato. Inoltre, in alcuni casi le famiglie non lo scelgono per motivi economici o organizzativi. Questo si verifica in larga misura nelle zone settentrionali e nei quartieri periferici delle grandi città.  A livello nazionale, l’Italia è uno dei paesi dell’Unione europea che spende meno in istruzione in rapporto al proprio Pil. Con appena il 4,1%, si colloca infatti al di sotto della media Ue (4,7%), superata solo da Bulgaria (3,9%), Grecia (3,8%), Romania (3,2%) e Irlanda (2,7%), decisamente lontana dalla media francese (5,5%) e del Regno unito (4,7%). Inoltre, nella legge di bilancio 2025 non è stato rinnovato il fondo per il contrasto alla povertàeducativa minorile che, dalla sua istituzione nel 2016, ha raccolto circa 800 milioni di euro e realizzato più di 800 iniziative per rimuovere gli ostacoli alla fruizione dei processi educativi.  «Questo governo sta facendo un’operazione chirurgica di smantellamento dell’idea di scuola pubblica ad accesso universale», spiega Andrea Morniroli, amministratore della cooperativa sociale Dedalus di Napoli e coordinatore del Forum diseguaglianze e diversità. «Stiamo andando verso una scuola che, da una parte, è piegata al mercato e, dall’altra, è sempre più contenitiva dato che, come dice il Ministro Valditara, deve addestrare più che educare. Gli istituti tecnici sono passati da 5 a 4 anni, perché non importa che i ragazzi imparino la geografia o la storia, quelli devono essere funzionali al lavoro» conclude. Gli episodi di boicottaggio della prova orale della maturità, da parte di alcuni studenti, hanno messo in luce l’importanza di rivedere un sistema scolastico più attento al benessere emotivo e meno dominato  dalla logica competitiva. *Francesca Vidal è giornalista freelance e PhD student in Scienze politiche e sociali alla Sapienza. Ha lavorato e studiato a Barranquilla in Colombia, a Bruxelles e a Barcellona. Lo scorso anno ho frequentato la Scuola Lelio Basso di Roma. Collabora con Confronti e l’Espresso. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Il mutuo aiuto scolastico proviene da Jacobin Italia.
May 7, 2026
Jacobin Italia