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La guerra di Nolan
L’enfasi sul film di Chris Nolan, Odissea, sarà probabilmente studiata da sociologi della comunicazione oppure, più semplicemente, da chi voglia imparare a gestire efficacemente un ufficio stampa. La quantità di recensioni (a cui si aggiunge anche questa, che però ha un fine politico), di commenti, di scontri e contrapposizioni, infatti, appare del tutto ingiustificata dalla visione del film. Che è un bel film, con una regia capace, scenari e spazi geografici davvero belli, attori in gamba, una storia che non ha bisogno di presentazioni e uno sviluppo che tutto sommato non tradisce nulla del racconto di Omero, ma che in fondo si presenta come una bella rappresentazione cinematografica.  Eppure c’è stato bisogno di scomodare la cultura woke per la scelta dell’autore di rappresentare Elena attraverso un’attrice di origine africana o, udite udite, di offrire la parte al primo personaggio cui gli spettatori si imbattono a un attore transgender. La stessa Atena è impersonata da Zendaya, attrice afrodiscendente, ma va detto che queste scelte discusse nulla tolgono alla visione del film e alla credibilità della storia e dei personaggi. Lo stesso Nolan ha risposto a questo tipo di critiche affermando di non essere interessato che al film e al modo in cui è stato girato. La risposta più corretta quando si tratta di critiche sostanzialmente ideologiche. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO ODISSEA, UNA STRONCATURA Eileen Jones C’è poi stata una molto più argomentata e ampia osservazione, quella della traduttrice dell’Odissea, Elen Wilson, che ha rimproverato al film di non essere abbastanza fedele a Omero, di essere un po’ superficiale su alcuni aspetti della storia raccontata – la maga Circe, ad esempio, il talamo di legno con Penelope o la costruzione del cavallo di Troia – e soprattutto di non aver restituito la forza e le emozioni che pure Omero ha impresso nel racconto. Wilson torna anche su una polemica di tipo coloniale accusando Nolan di aver girato parte del film «nel territorio occupato del Sahara occidentale, normalizzando così la violenza tuttora in corso contro il popolo indigeno sahrawi». Il regista avrebbe utilizzato quella terra «semplicemente come sfondo visivamente suggestivo» ovviamente facendo un torto, evidente, alle ragioni di un popolo ormai quasi totalmente dimenticato e che pure resta all’interno di contese internazionali come dimostrerebbe una delle versioni che spiegano la ritorsione del Marocco contro la Spagna nella città di Ceuta. Nonostante tutto, però, Wilson, indicata come la critica più appuntita del film, termina il suo articolo definendo «l’uscita di The Odyssey un evento da festeggiare». Lei, traduttrice classica, spera infatti nella possibilità di uno sviluppo delle lettere classiche e del greco antico, scrivendo che forse il film «convincerà qualche amministratore universitario a non tagliare i dipartimenti di letteratura, lingue e storia». Nolan, conclude, «sta facendo del proprio meglio per riportare il grande pubblico alla lettura, e gliene sono grata».  Lo stesso successo del film, la quantità di giovani che fanno la fila per vederlo, la difficoltà a trovare i biglietti per le visioni in Imax resta un fenomeno che andrà capito meglio e che non sembra rientrare solo nelle prerogative di un ottimo ufficio stampa. Le capacità e l’aura ormai guadagnata da Nolan – ma su questa rivista abbiamo anche pubblicato una recensione sprezzante di chi non lo ama affatto – unita al racconto fondativo dell’epica moderna, e quindi il più adatto per celebrare un film di avventura in qualunque epoca questo sia girato – vedere l’efficacia della scena conclusiva – probabilmente hanno costituito un mix eccezionale che non aveva avuto in film analoghi precedenti. Come ad esempio lo scialbo e super-holliwodiano Troy. ISCRIVITI ALLA SCUOLA GIACOBINA Dal 18 al 20 settembre 2026 a Firenze In presenza Online La collezione delle critiche non si esaurirà a breve e al di là della fondatezza o meno, sembrano però aggirare il nodo centrale del film. Nolan, naturalmente, propone un «suo» Ulisse, anzi Odisseo, e lo fa con la libertà dell’autore che non gli può essere impedita. Lo stesso Dante, in fondo, presenta un eroe che ammonisce l’umanità di non essere fatta «per vivere come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza» giustificando la propria ambizione a esplorare sempre nuove strade. Il punto è che l’Ulisse che qui ci viene presentato è fortemente attuale e ruota attorno ai due punti nevralgici del mondo contemporaneo, il rapporto con i migranti e con la guerra. C’è una «legge» che ricorre costantemente in tutto il film, «la legge di Zeus» che richiede di trattare l’ospite, l’estraneo – xenos, in greco, traduce entrambi i sostantivi – come se fosse il massimo dio, Zeus, e quindi con il rispetto e l’accoglienza che questo merita. Il contrario della xenofobia. Odisseo crede profondamente in questa legge che invece nel tempo in cui sta vivendo e nelle stesse imprese in cui è coinvolto viene sgretolata e relativizzata in più forme: è avvolta da un’ipocrisia evidente in quel di Itaca dove Telemaco e Penelope esibiscono un’accoglienza necessitata di fronte all’arroganza dei Proci i quali, poi, di fronte al mendicante di turno – inconsapevoli che l’ultimo di loro sarà proprio Odisseo – quella legge la mettono sotto i piedi.  Ulisse si affida all’accoglienza dovuta quando incontra I Lestrigoni, pensa che vi obbedirà Polifemo o la maga Circe. Vive come se un patto costitutivo della sua civiltà sia ancora, e costantemente, vigente, un po’ come una Costituzione invisibile che regola i rapporti umani. E la difende anche quando gli si pone contro. Difficile sapere da Nolan, almeno finora, se questa insistenza, fondata comunque sulla cultura greca, sia stata accentuata per rispondere alle politiche trumpiane, e occidentali in generale, contro i migranti. Se esistesse la «legge di Zeus» non c’è dubbio che sia finita in fondo al Mediterraneo negli ultimi vent’anni o che in questi giorni sia sprofondata nelle acque davanti a Ceuta. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO IL MARTIRE OPPENHEIMER Eileen Jones Ma il punto di forza del film, quello per cui rimane un evento positivo che lascia una traccia emotiva, è la revisione della guerra. In molti hanno rimproverato a questo Odisseo nolaniano la riproposizione della figura dell’eroe «tormentato» – come Batman nel Cavaliere oscuro o il suo Oppheinemer –  che rimette in discussione sé stesso e i propri passi. Ma in questo film rimette in discussione la guerra nei suoi stessi fondamenti. La guerra non può essere più «la prosecuzione della politica con altri mezzi», ma viene presentata come la rottura della politica, degli usi e dei costumi. «Violammo tutto ciò che esiste di più sacro tra gli uomini» dice Odisseo-Matt Damon, «i nostri errori saranno dimenticati, un’altra volta».  Ulisse torna sul suo capolavoro di astuzia e strategia, il cavallo di Troia, per cogliere in quell’inganno, soprattutto nell’inganno nei confronti di Sinone, il tassello che ha rotto un patto di civiltà, che ha violato Troia mettendola a ferro e fuoco. Nelle immagini di distruzione vede la propria perdizione. E la trovata geniale di Nolan, forse l’unico picco della sceneggiatura, è la costante riproposizione, durante tutto il film, della minaccia che starebbe per incombere – Penelope ne è terrorizzata – proveniente dalle invasioni dei «popoli del mare», una minaccia contro «la nostra civiltà» e che quando sarà disvelata – proprio da Penelope, ma non racconteremo come – chiarisce elementarmente cosa sia in questo film la critica profonda alla guerra e all’occidente. E la tanto criticata armatura con cui Agamennone appare sempre velato e nascosto, non rappresenta altro che l’indicibilità, nella raffigurazione, della guerra in quanto tale, quasi che il «re dei re» che guida la spedizione greca a Troia ne sia in qualche modo il dio assoluto.  L’Odissea è quindi un film in cui l’eroe si guarda allo specchio e si scopre contro la guerra, questo è il suo valore. È probabile che rappresenti una versione eccessivamente arbitraria del racconto di Omero dove invece la guerra innerva le scelte degli eroi, ma siamo in una civiltà passata. Riproporre oggi quella storia pedissequamente non sarebbe stato un lavoro artisticamente efficace, mentre scegliere di riconsiderare criticamente la propria dedizione allo sterminio, ai massacri, agli inganni e ai trucchi per trucidare un popolo e «controllare le rotte commerciali», come Odisseo spiega a Penelope, offre anche un Ulisse empatico ed emotivo, protagonista di un finale sentimentale. Quello che consente un acuto a un film normale.  *Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. 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August 8, 2026
Jacobin Italia
Qualcosa è cambiato nell’elettorato democratico
Era già apparso chiaro con la schiacciante vittoria di Zohran Mamdani su Andrew Cuomo, a New York, seguita da una serie di ulteriori vittorie socialiste contro politici in carica sette mesi dopo. Ed era altrettanto chiaro dalle elezioni primarie nel Maine, dove gli elettori democratici hanno respinto il proprio governatore a favore di un incendiario populista di sinistra, perseguitato da scandali e senza alcuna esperienza politica alle spalle. Ma la vittoria di Abdul El-Sayed in Michigan contro la centrista Haley Stevens, sostenuta dalla lobby israeliana, potrebbe eclissare persino queste, rappresentando una vittoria sia per la sinistra in senso lato sia per chiunque abbia a cuore la democrazia. Nessun candidato ha mai subito una disparità in termini di finanziamenti esterni quanto El-Sayed, eppure ha vinto, seppur di stretta misura, nonostante il vantaggio di nove a uno di Stevens nei finanziamenti ricevuti che hanno alimentato un flusso ininterrotto di spot televisivi che vantavano un inesistente sostegno da parte dell’ex presidente Barack Obama e attaccavano in modo spudorato El-Sayed. L’ex parlamentare socialista Jamaal Bowman è stato sconfitto nel 2024 da una valanga di fondi, ed erano circa un quarto di quelli affrontati da El-Sayed. Oltre a essere un monito concreto sul fatto che il potere del popolo può trionfare sulla plutocrazia più sfrenata, il risultato dovrebbe anche contribuire, a seconda di cosa accadrà a novembre, a smentire l’ultimo argomento che i centristi del partito usavano contro i loro avversari progressisti: ovvero che i socialisti e gli altri candidati di sinistra abbiano appeal solo sulle coste o nelle aree urbane a forte orientamento democratico. Questo non è mai stato vero, come sapevamo da innumerevoli indicatori: la vittoria di Bernie Sanders alle primarie del 2016 in Michigan, ad esempio, o il fatto che due delle prime vittorie della Squad siano arrivate a Detroit con Rashida Tlaib e a Minneapolis con Ilhan Omar, insieme alla vittorie socialiste a livello locale e statale nel Midwest nell’ultimo decennio, compresi i blocchi socialisti nei consigli comunali di Chicago e Minneapolis. Ma data la natura statale della corsa al Senato e in uno stato che Trump ha vinto due volte, El-Sayed è ora in grado di mettere a tacere questo argomento agli occhi dell’elettore medio in un modo che nessuna di queste altre tappe elettorali avrebbe potuto fare. Eppure, è difficile scrollarsi di dosso il rifiuto della realtà. «I progressisti non hanno ottenuto la grande vittoria elettorale che desideravano», ha titolato Politico mercoledì mattina. Poi si è assistito a un frettoloso e collettivo spostamento dei paletti da parte dei commentatori avversi alla sinistra, per ridefinire la vittoria non come quella effettiva che avviene alle elezioni, come ha fatto El-Sayed, ma per il suo margine schiacciante o meno: uno standard che senza dubbio sarebbe stato applicato anche se fosse stato Stevens a ottenere la vittoria di misura. LEGGI ANCHE… POLITICA LA VARIABILE ISRAELIANA SULLE PRIMARIE IN MICHIGAN Elisabetta Raimondi In realtà, è difficile sostenere che il Michigan abbia inflitto una brutta sconfitta alla sinistra. Cinque dei sei candidati appoggiati da Bernie Sanders hanno vinto, tra cui Donavan McKinney, membro dei Democratic Socialists of America (Dsa), che quasi certamente diventerà il nono membro socialista della Camera dei Rappresentanti degli Stati uniti, proveniente dal seggio tradizionalmente democratico del Tredicesimo Distretto, ampliando così la Squad di sinistra. Da segnalare anche la vittoria di William Lawrence, cofondatore del Sunrise Movement, nella corsa a tre per il Settimo Distretto Congressuale, precedentemente occupato dalla senatrice democratica centrista Elissa Slotkin, il cui candidato si è classificato terzo. Tra i candidati sostenuti da Sanders, ha ottenuto la vittoria anche Abbas Alawieh, cofondatore dell’Uncommitted Movement e delegato non schierato alla Convention Nazionale Democratica dello scorso anno, che ha guidato un sit-in di protesta contro la posizione della campagna di Kamala Harris sul genocidio di Gaza e ha vinto le primarie per il Senato statale con un comodo margine di 18 punti. Nella lista figurano anche altri due membri dei Dsa: il commissario della contea Yousef Rabhi, che ha sconfitto agevolmente il sindaco uscente di Ann Arbor, al suo quarto mandato, e Chris Gilmer-Hill, che ha ricevuto l’appoggio sia di El-Sayed che della sezione di Detroit dei Dsa e ha vinto le primarie per rappresentare l’ottavo distretto del Michigan alla Camera dei rappresentanti statale. Se questa non è la serata che i progressisti desideravano, allora possiamo solo supporre che desiderassero perdere. DUE PICCIONI CON UNA FAVA Ma è la vittoria di El-Sayed che, a ragione, viene considerata la notizia più importante. Il risultato segna un’altra clamorosa bocciatura dell’élite democratica da parte dei suoi elettori, un tempo fedelissimi, un fatto che si potrebbe definire la storia del partito durante l’era Trump 2.0. I democratici dell’establishment si sono impegnati al massimo per favorire la vittoria di Stevens, con il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer che si è assicurato il sostegno dei donatori e la presidente del Comitato per la campagna elettorale senatoriale democratica, la senatrice Kristen Gillibrand – che l’anno scorso aveva falsamente accusato Mamdani di parlare di «jihad globale» – che avrebbe mentito ai donatori affermando che l’altro candidato centrista in lizza fosse un membro dei Dsa. Una serie di endorsement dell’ultimo minuto da parte di importanti nomi democratici, tra cui la sempre popolare governatrice del Michigan Gretchen Whitmer e sorprendentemente l’influente deputato Jim Clyburn, non sono bastati a dare la spinta decisiva a Stevens. La sua collega centrista, la deputata Hillary Scholten, ha attaccato El-Sayed definendolo misogino e «antiamericano» e ha persino lasciato intendere che potrebbe non sostenerlo alle elezioni generali. (Scholten, che quest’anno si è candidata senza avversari, si trova ora in una posizione potenzialmente vulnerabile, dato che El-Sayed ha ottenuto il 58% dei voti in tre contee del Michigan occidentale, alcune delle quali comprese nel suo distretto). Ma probabilmente l’aspetto più significativo di questa competizione elettorale è l’enorme quantità di denaro proveniente dalla destra che El-Sayed ha dovuto superare per vincere e la schiacciante sconfitta inflitta alla lobby filo-israeliana che essa rappresenta. Solo pochi anni fa, le forze filo-israeliane dettavano di fatto l’esito delle primarie democratiche attraverso livelli di spesa esterna senza precedenti contro progressisti altrimenti benvoluti. La stessa Stevens è stata una delle beneficiarie di questa strategia. Nel 2022, ha ottenuto una netta vittoria sul figlio progressista di una delle famiglie politiche più famose del Michigan, l’ex deputato Andy Levin, grazie a un investimento di oltre 3 milioni di dollari da parte dell’United Democracy Project (Udp), il super Pac dell’American Israel Political Affairs Committee (Aipac). SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! Mentre l’Udp ha finanziato una massiccia campagna pubblicitaria contro Levin che non menzionava mai Israele, l’allora presidente dell’Aipac attaccò apertamente Levin – un fiero sionista ed ex presidente di sinagoga, la cui trasgressione era stata quella di voler subordinare gli aiuti statunitensi a Israele a condizioni che impedissero la distruzione della soluzione dei due Stati – definendolo «il membro del Congresso più dannoso per le relazioni tra Stati uniti e Israele». Stevens finì per vincere nel distretto, che comprende gran parte della sua contea di origine, Oakland, con quasi 20 punti di vantaggio. Considerata all’epoca un presagio inquietante per l’influenza del denaro in politica, quella cifra rappresentava solo una piccola frazione dei quasi 32 milioni di dollari che l’Udp, partito filo-israeliano, ha investito in Stevens questa volta, la somma più alta mai spesa per una corsa al Congresso. Insieme ad altri 30 milioni di dollari provenienti da gruppi finanziati da vari interessi aziendali, ha reso questa elezione la primaria non presidenziale più costosa nella storia dello stato e la terza primaria per il Senato più costosa di sempre. La questione di Israele è stata al centro dell’attenzione, non tanto negli spot pubblicitari dell’Udp, quanto nella profonda spaccatura politica tra i due candidati e nel metacommento che l’ha accompagnata. Proprio come aveva fatto Cuomo a New York, Stevens ha puntato tutto su un atteggiamento di totale apertura verso Israele in un momento in cui qul paese ha la reputazione peggiore che abbia mai avuto presso l’opinione pubblica statunitense, cercando di strumentalizzare le critiche di El-Sayed al trattamento riservato agli abitanti di Gaza e la sua associazione con altri critici di Israele come Hasan Piker, arrivando persino a definirlo quasi un antisemita. E proprio come Cuomo a New York, la strategia si è rivelata completamente errata, non tenendo conto delle esigenze dell’elettorato democratico dopo il 2024. Questa volta, la «deputata della contea di Oakland» ha vinto solo nella contea di Oakland – dove è nata, cresciuta e vive tuttora, e che rappresenta al Congresso – con un margine di soli 6 punti, ben al di sotto del suo margine di vittoria del 2022. Insieme alle vittorie di Alawieh e McKinney, che hanno prevalso su un senatore in carica che si era convertito al movimento Israel First, temporeggiando sul sostegno al cessate il fuoco e prendendo le distanze dai Dsa dopo il 7 ottobre, questa competizione elettorale rappresenta finora la conferma più eclatante del radicale cambiamento del panorama politico relativo alle relazioni tra Stati uniti e Israele, soprattutto sul fronte democratico. Anche con un elettorato democratico trasformato, è improbabile che El-Sayed e le forze che lo sostengono avrebbero potuto ottenere questo risultato senza un certo pragmatismo strategico. El-Sayed ha ottenuto il sostegno cruciale di molti membri dei Dsa sul territorio, nonostante avesse esplicitamente chiarito di non essere un socialista. I socialisti democratici del Michigan sembrano aver calcolato che i punti di convergenza, tra cui il pieno sostegno di El-Sayed al Medicare for All, alla tassazione dei ricchi e alla proprietà pubblica delle aziende di intelligenza artificiale, rendessero la sua campagna una causa meritevole di sostegno: un approccio inclusivo facilitato dal fatto che El-Sayed ha pubblicamente accolto il sostegno dei Dsa come parte della sua ampia coalizione. LEGGI ANCHE… MAMDANI ALLA PROVA DEL PRIMO BILANCIO Liza Featherstone El-Sayed, nel frattempo, ha saggiamente cambiato tono su alcuni punti, pur rimanendo fermo sulle posizioni politiche fondamentali che lo avevano messo nel mirino dei finanziatori di destra più facoltosi. Ha ritirato il suo sostegno, espresso per anni, allo slogan Defund the Police (definanziare la polizia), ottenendo l’ appoggio dell’Associazione degli sceriffi della contea di Wayne, proprio come aveva fatto Bernie Sanders per orchestrare la sua clamorosa ascesa politica. E ha condotto la campagna elettorale con uno stile positivo e patriottico, inquadrando le sue critiche a Israele in una versione di sinistra del motto America First, minando così gli inevitabili tentativi di dipingerlo come un estremista «straniero» violento o pericoloso. A tal proposito, la portata storica della candidatura di El-Sayed, in quanto fiero musulmano e arabo-americano che ha saputo valorizzare questi aspetti del suo vissuto, merita una breve menzione. Avere il primo senatore musulmano degli Stati uniti in un momento di islamofobia e razzismo anti-arabo virulenti e in costante aumento non è cosa da poco. Questa intolleranza sta assumendo una forma concreta non solo nelle osservazioni, negli atteggiamenti e negli episodi di violenza quotidiani, ma anche nelle politiche e nella retorica politica: il divieto di ingresso per i musulmani imposto da Trump, le sue varie guerre contro il mondo musulmano, la retorica sempre più apertamente razzista dei politici dell’establishment. E non si tratta solo di destra. El-Sayed ha superato una delle campagne elettorali più subdole e piene di messaggi in codice che si siano viste, una versione democratica della campagna sottilmente razzista che John McCain condusse contro il non-in realtà musulmano Obama diciotto anni fa, analogamente l’avversario di El-Sayed si è trovato faccia a faccia con la bruttezza che aveva scatenato. Questo genere di cose probabilmente non scomparirà presto, nemmeno con questo risultato. Ma la vittoria di El-Sayed, così come la sua possibilità di superare la versione più apertamente razzista di questo fenomeno, che i repubblicani sembrano determinati a riproporre alle elezioni generali, rappresenterà un’importante pietra miliare per la decenza di base e per un’America più tollerante. Mentre ci avviciniamo alle elezioni generali di MidTerm, possiamo affermare con certezza due cose: continueremo a sentir dire che la sinistra è destinata a una disfatta quasi certa; e l’Aipac e altri organismi che gestiscono ingenti capitali spenderanno somme sempre più folli per cercare di trasformare questa convinzione in realtà. Ma la vittoria di El-Sayed alle primarie ci ricorda che, a volte, con sufficiente impegno, è possibile superare uno tsunami di denaro e uscirne indenni. *Branko Marcetic lavora a JacobinMag ed è autore di Yesterday’s Man: The Case Against Joe Biden. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Qualcosa è cambiato nell’elettorato democratico proviene da Jacobin Italia.
August 7, 2026
Jacobin Italia
Il gigante Guccini e il suo album perfetto
A guardarlo da sotto il palco, rigorosamente seduti, Guccini sembrava un gigante, una di quelle divinità nordiche che sono buffe e invece dovrebbero far paura. A Bologna si era bevuto Fernet in suo onore, a chiudere il pranzo da Vito, dove lo avevamo visto mangiare un bollito con una ragazza giovane, e ci eravamo detti che era la figlia (solo pochi esperti conoscevano qualcosa della sua vita, al di fuori di quello che aveva raccontato negli album più privati degli anni Ottanta). All’attacco di Amerigo, lunghissima, bisognava respirare profondo; il racconto era preciso, e chi, come lui, aveva fatto le magistrali e l’università di Lettere (senza la tesi), capiva che la cosiddetta canzone «d’autore» era soprattutto uno strumento indispensabile di fotografia del presente, un concentrato di concetti orecchiati dalla cultura cosiddetta alta e di musica liberata dalle alchimie di mercato, semplificata fino a una chitarra solitaria e una voce piena e rauca di sigarette e di vino spunto fino all’aceto.  La Bologna busona dove Sartre pontificava si faceva calpestare, sul seminato alla veneziana dei portici-loggia, dal passo deciso di Umberto Eco che, con uno sguardo sornione e una barba presto striata, smontava pezzo a pezzo il lego di quella cultura alta, scrivendo di Rita Pavone e del Superuomo di massa.  Insomma, Eco recensiva le canzonette proprio come il Roland Barthes di Via Paolo Fabbri 43. Ma la cosa che ci impressionava di più era la somiglianza fisica tra i due: quel misto di erudizione e ironia, quei riferimenti buttati lì perché noi ascoltatori, smontato il vinile o il cd, ci mettessimo a leggere, un po’ come con le note alla fine dei libri di saggistica. Dentro l’alba e nel mondo, la storia diventa micro-storia proprio negli anni Ottanta, quando Carlo Ginzburg e Giorgio Levi dirigevano la mitica collana omonima per Einaudi (1981-1991), e Guccini tirava fuori Metropolis (1981), dove appunto troneggiava la storia di Stefania, venditrice di souvenir a Venezia morta di parto, come in un’allegoria della città che sprofonda – la canzone Venezia era una cover (1979), ma è l’esempio di un modo di guardare alla società capace di cogliere nelle vicende minime una chiave per capire il mondo.  Che c’è di meglio della storia di Pietro Rigosi, il fuochista della Rete Adriatica che, nel 1893, scagliò una delle carrozze del treno 3541 ad altissima velocità per protestare contro l’ingiustizia del mondo? Diciamo meglio: La locomotiva faceva sfociare in canto tutta la pulsione del lungo ’68 italiano, traducendo quella pulsione in una storia di lunga durata che attendeva un compimento. Senza rinunciare alla scrittura, però: Guccini non sa che viso avesse, ma gli eroi «son tutti giovani e belli». Il verso è una citazione dantesca, ricorda Manfredi, lo sfortunato e ribelle figlio di Federico II «biondo […] bello e di gentile aspetto». Una rivoluzione, con la Commedia citata a memoria dai contadini dell’Appennino sotto il braccio. La locomotiva era pubblicata nell’album Radici del 1972. Due anni prima era uscito La Buona Novella di Fabrizio De André. I due compagni di strada della contestazione avevano questa capacità di non lusingare il pubblico, ma di provocarlo e spingerlo dalla strada all’antropologia dell’uomo nuovo che ogni rivoluzione che si rispetti dovrebbe porsi l’obiettivo di costruire. Per De André quest’uomo si tesseva sulla carne viva di un Cristo umanizzato che rifiutava ogni giudizio e si apriva alla libertà più radicale. Per Guccini si trattava piuttosto di bilanciare lo slancio in avanti del gesto di Rigosi, il dubbio infantile della Bambina portoghese (contro ogni ortodossia delle sorti progressive) e la durezza di una storia familiare di provincia.  Sulla copertina seppiata troneggiavano i bisnonni di Francesco Guccini con dietro i quattro figli, due maschi e due femmine. I maschi sono al centro; i cappelli dei due hanno una posa differente, e sembrano giocare con quello del bisnonno, che ha una falda in posizione trasversale. Il nonno di Guccini ha un viso quasi sorpreso, e il cappello con la tesa rovesciata; il prozio ha la testa dritta, e uno sguardo di sfida. Tutti gli amatori di Guccini conoscono il fratello minore del nonno Pietro. Si chiamava Enrico, ma a Pàvana, dove Francesco si è spento oggi, tutti lo chiamavano Merigo o Amerigo. Il destino del nome si disegna con il lungo viaggio nell’America delle Miniere che è raccontato, appunto, nella canzone Amerigo che dà il nome all’album del 1978, che sembra quasi presentarsi come la realizzazione figurale di Radici: lo zio sulla foto che diventa protagonista in carne e ossa, e l’anarchico fuochista della Locomotiva si trasforma nell’ironica nostalgia sessantottarda di Eskimo. Amerigo diventa così l’album perfetto, che ha dentro tutto Guccini. La lunga storia di Merigo è sviluppata in un gioco di specchi che viene rivelato alla fine della lunga cavalcata. Francesco cerca di ritrovarsi nel volto dello zio, ma soprattutto sfida il sogno americano della sua generazione passandolo al vaglio della storia dell’emigrazione.  Enrico parte con la rabbia di chi conosce il suo destino solo quando ha vent’anni – un eroe anche lui, «senza rughe» ma forse non giovane e bello.  > Ma quel mattino aveva il viso dei vent’anni senza rughe > E rabbia ed avventura e ancora vaghe idee di socialismo > Parole dure al padre e dietro tradizione di fame e fughe > E per il suo lavoro, quello che schianta e uccide: il fatalismo. Mettere in rima socialismo e fatalismo è quanto di più gucciniano si possa immaginare, una bomba nell’immaginario del 1978, mentre Bologna, la sua Bologna delle osterie popolari fuori porta, era stata piegata e addormentata dai proiettili dei poliziotti di Cossiga. Merigo parte sbattendo la porta, passa per Le Havre e sente prima l’odore «di olio e mare» – il battello arrugginito al largo del Mare ferroso del Nord – e poi l’odore «della polvere della mina». Da qui il contrasto tra il dream dei «denti bianchi» sulle copertine di Life e degli eroi dei fumetti (con quel Fort Apache pronunciato in maniera infantile, ma corretta, «Fortapàce»…) e gli «anni da prigione, di birra e di puttane» non potrebbe essere più violento. Ma soprattutto più capace di uno svelamento feroce. La traccia 100, Pennsylvania Ave. è forse la canzone che, più delle altre, mostra come questo album sia un sofferto ripensamento degli anni di Radici. Guccini era partito negli Stati uniti nel 1970, con una ragazza statunitense conosciuta al Dickinson College di Bologna, dove Francesco, che pure aveva avuto i primi successi musicali, insegnava. L’indirizzo è forse inventato, anche se evoca subito la stazione ferroviaria di New York – ma anche il Pennsylvania, stato di miniere ed emigrazione e anche colonia dei Padri Pellegrini, sfuggiti alle persecuzioni religiose dell’Europa sotto la guida dei profeti protestanti più radicali. C’è l’amore alla Guccini, in 100 Pennsylvania Ave.: quella di Farewell e di Incontro (forse anche di Vedi cara), un amore non da canzonetta e da Sanremo, ma fugace, mai fermo, intensamente libero e poi oggetto di strazio e rimorso sottile (Canzone quasi d’amore, un inno straziante, finisce con la parola «grattarsi»). Ma il tema è serio, la canzone inizia dalla strada che va «sempre avanti ad occidente». La sua fidanzata americana si è tenuta fedele ai miti kennediani, e insegna agli indiani nel Maine in maniera quasi gratuita. Ma la «vita quasi pia» dei due figli dei fiori ha una rima di nuovo assai significativa, ed evoca e denuncia non solo l’imperialismo ma anche una forma di inconsapevole collaborazionismo dei buoni: «Fingendo o non sapendo proprio niente di quello che può ancora far la Cia / Santi dell’occidente, per gli Usa, e così sia».  L’ironia è uno strumento di difesa ed emerge ancora più forte in Eskimo; gli ideali del ’63, la pace e papa Giovanni, diventano «ideali alla cogliona». Però non è un autodafé, né un rinnegamento: Guccini sa che «non è uno scherzo sapere continuare» ma soprattutto non vuole dare soddisfazione a quella vecchia generazione che aveva scambiato la ribellione per una scaramuccia tra borghesi liberali:  > Non voglio far felice proprio adesso tua madre che odiò l’italiano istrione > Quando disse a tuo padre che era un fesso, lui e il liberal-progresso, e urlò > rivoluzione > Son cose spero che perdonerai com’io ti ho perdonato ormai a quest’ora > Come se fossi solo un piantaguai il «but i like him» che gli urlasti allora > Così ti canto ancora, in questa casa mia che sai e non sai. In Amerigo questa riflessione retrospettiva si chiude con una delle canzoni forse più belle e più complesse di Guccini, che è Mondo nuovo, una riscrittura di Huxley che segna anche l’unica collaborazione con il fratello Pietro, autore del brano. Il futuro tecnologico (questi computers con una s ormai vintage) arriva troppo veloce, e Guccini si rifugia nell’impossibilità di capirlo, cambiando un po’ l’idea di Pietro, che invece era più ottimistica. In una mitica notte all’Osteria delle Dame, Pietro fece conoscere al fratello Claudio Lolli. Da questa triangolazione nacque quel capolavoro di Ho visto anche degli zingari felici. Pietro e Claudio cavalcheranno il futuro con quella incoscienza ribelle del ’77, che Guccini forse capì poco ma che accompagnò con un senso di protezione che solo i fratelli maggiori sono capaci di dimostrare. A Dona, Aurora, e tutte le compagne con le quali ho cantato La Locomotiva. *Antonio Montefusco insegna letteratura medievale all’Université de Lorraine. L'articolo Il gigante Guccini e il suo album perfetto proviene da Jacobin Italia.
August 7, 2026
Jacobin Italia
Curare invece di competere
Per decenni l’Emilia-Romagna è stata considerata il laboratorio più avanzato della sanità pubblica italiana. Un sistema capace di tenere insieme universalismo, qualità delle prestazioni, integrazione sociosanitaria e forte radicamento territoriale. In un paese segnato da profonde disuguaglianze regionali, la sanità emiliano-romagnola ha rappresentato a lungo l’idea che un servizio pubblico efficiente e universalistico fosse possibile. Da tempo, però, anche questo modello mostra crepe evidenti. La crisi del Servizio sanitario nazionale è ormai sotto gli occhi di tutti: liste d’attesa crescenti per le visite specialistiche, aumento della spesa privata, progressivo ricorso a forme assicurative integrative, fuga del personale sanitario e milioni di persone che rinunciano alle cure. Nel 2024 il 9,9% della popolazione — circa 5,8 milioni di persone — ha dichiarato di aver rinunciato a una visita o a un accertamento di cui aveva bisogno, contro i 4,5 milioni (7,6%) del 2023: un peggioramento netto in un solo anno, certificato dall’Istat in audizione sulla manovra. È il risultato di almeno quindici anni di sottofinanziamento e di una progressiva ridefinizione della salute come terreno di mercato, anziché come diritto universale. Naturalmente è vero che servono più risorse per la sanità pubblica. Se si trovano decine di miliardi per aumentare la spesa militare, si devono prima trovare le risorse per garantire il diritto alla salute. Meno investimenti nella guerra e più investimenti nella cura. Anche il Partito democratico, attraverso la proposta di legge sul rifinanziamento del Servizio sanitario nazionale presentata nel 2024, ha preso atto che il progressivo definanziamento della sanità pubblica è diventato strutturale, indicando l’obiettivo di riportare la spesa sanitaria al 7,5% del Pil entro il 2028 (oggi attorno al 6%). Un passaggio significativo, perché certifica un dato difficilmente contestabile: senza un rifinanziamento stabile del sistema pubblico non esiste alcuna possibilità di invertire la tendenza alla privatizzazione e alla crescita delle disuguaglianze nell’accesso alle cure. Ma la crisi della sanità non può essere letta soltanto attraverso la lente del finanziamento. Il punto non è esclusivamente quanto spendiamo, ma quale modello di sanità pubblica decidiamo di sostenere con quelle risorse e a quali priorità scegliamo di destinarle. LEGGI ANCHE… LAVORO INVISIBILI IN CORSIA Michele Campanaro L’Emilia-Romagna si trova oggi davanti a un passaggio politico importante. La sanità è stata uno dei temi centrali dell’ultima campagna elettorale regionale e non è casuale che uno dei primi segnali della nuova amministrazione guidata da Michele de Pascale sia arrivato proprio su questo terreno. La decisione di revocare la delibera che prevedeva circa ottanta milioni di euro di ristori Covid per la sanità privata, in assenza di una piena e trasparente dimostrazione delle spese sostenute, ha rappresentato un primo elemento di discontinuità rispetto alla stagione precedente. Non una rottura compiuta con il modello costruito negli anni di Stefano Bonaccini, ma certamente il segnale che sulla sanità si vuole riaprire una discussione politica sul rapporto tra pubblico e privato, sul ruolo della programmazione regionale e sulla direzione che dovrà assumere il sistema nei prossimi anni. La discussione sul rapporto tra pubblico e privato, tuttavia, merita di essere sottratta tanto alle semplificazioni ideologiche quanto alla retorica efficientista che ha accompagnato larga parte delle riforme degli ultimi trent’anni. Un sistema pubblico può certamente avvalersi di soggetti convenzionati, ma non può essere costruito attorno alle logiche della concorrenza tra erogatori, dell’attrazione di domanda sanitaria e della remunerazione crescente delle prestazioni più redditizie. In Emilia-Romagna questa contraddizione emerge in modo sempre più evidente. È davvero equo consentire che professionisti che esercitano attività in intramoenia attraggano pazienti di bassa gravità da tutto il paese, occupando le strutture pubbliche, mentre il territorio circostante continua a sperimentare difficoltà di accesso, liste d’attesa crescenti e una medicina territoriale ancora fragile? È sostenibile un sistema che misura il proprio successo sulla capacità di attrarre mobilità sanitaria anziché sulla capacità di garantire prossimità, continuità assistenziale e riduzione delle disuguaglianze? Se il criterio di successo diventa la capacità di attrarre pazienti, aumentare i volumi di attività o competere sul mercato nazionale delle prestazioni, il rischio è che vengano progressivamente marginalizzate proprio quelle funzioni che costituiscono il nucleo della sanità pubblica: la prevenzione, la presa in carico continuativa, l’integrazione sociosanitaria e la capacità di intervenire sui determinanti della salute. Qui sta il nodo politico di fondo. Se il sistema premia chi produce più prestazioni, chi attrae più mobilità e chi occupa quote crescenti di mercato, allora ciò che non genera immediata redditività rischia di arretrare: la prevenzione, il lavoro territoriale, la presa in carico delle cronicità, l’integrazione con il sociale, la capacità di leggere i bisogni prima che diventino emergenze. Eppure è proprio lì che si misura la qualità di una sanità pubblica: non nella sua competitività, ma nella sua capacità di garantire diritti, prossimità e uguaglianza. LEGGI ANCHE… SALUTE SERVIZIO SANITARIO, I SUOI PRIMI 40 ANNI Lorenzo Paglione È in questo quadro che va letta la grande sfida aperta dall’attuazione del DM77 e dagli investimenti del Pnrr. Il DM77 del 2022 è probabilmente il grande incompiuto della stagione post-pandemica. Ha prodotto una poderosa operazione infrastrutturale finanziata dal Pnrr, ma non ha ancora chiarito se l’obiettivo sia costruire un nuovo welfare territoriale o semplicemente redistribuire attività e prestazioni all’interno di un sistema che continua a essere orientato dall’offerta sanitaria e non dalla riduzione delle disuguaglianze. Le Case della Comunità rappresentano probabilmente l’investimento più significativo sulla medicina territoriale degli ultimi decenni, ma il loro destino rimane aperto. Possono diventare strumenti capaci di ricostruire prossimità, integrare servizi sanitari e sociali, favorire la partecipazione delle comunità e intercettare precocemente i bisogni. Oppure rischiano di trasformarsi in semplici contenitori edilizi, privi del personale necessario, incapaci di incidere realmente sulle condizioni di vita delle persone e funzionali soltanto a mettere in circolo nuove risorse economiche in un sistema già orientato alla produzione di prestazioni. Ed è qui che si gioca la posta decisiva. Nessuna riforma organizzativa può reggere se non affronta la crisi di attrattività delle professioni sanitarie: il burnout, la fuga verso il privato e verso l’estero, il disagio professionale crescente. Senza personale adeguatamente formato, valorizzato e sostenuto, nessuna Casa della Comunità potrà funzionare davvero e nessuna integrazione sociosanitaria potrà diventare pratica quotidiana. Il personale non è un capitolo tra gli altri: è la precondizione di tutto il resto. Ma da solo non basta. Senza una ridefinizione del rapporto tra pubblico e privato e senza l’assunzione politica della prevenzione come asse strategico del sistema, le Case della Comunità rischiano di restare l’ennesima promessa mancata della sanità italiana. Troppo spesso la prevenzione viene considerata un livello aggiuntivo del sistema sanitario, un insieme di campagne informative o di programmi di screening. In realtà dovrebbe diventare il criterio attraverso cui ripensare l’intera organizzazione sanitaria. La salute non è distribuita in modo uniforme, ma segue un gradiente sociale molto preciso: le persone che vivono in condizioni di maggiore fragilità economica, abitativa e relazionale sono più esposte ai fattori di rischio, dispongono di minori risorse di protezione e incontrano maggiori ostacoli nell’accesso ai servizi. Assumere la prevenzione come asse strategico del Servizio sanitario regionale significa allora intervenire contemporaneamente sulla prevenzione primaria, secondaria e terziaria, ma anche sui determinanti ambientali, economici e sociali della salute. Significa investire nella qualità dell’abitare, contrastare l’isolamento sociale, affrontare la precarietà lavorativa, migliorare gli ambienti di vita, promuovere un’alimentazione sana, l’attività fisica, la mobilità sostenibile e ridurre gli effetti sanitari delle crisi ambientali e climatiche. La prevenzione non può essere ridotta a un capitolo specialistico della sanità pubblica. Deve diventare un criterio ordinatore delle politiche pubbliche. Investire in prevenzione significa infatti ridurre le disuguaglianze, migliorare l’efficacia complessiva del sistema e garantire una maggiore sostenibilità nel lungo periodo. Da questo punto di vista il territorio non può limitarsi a svolgere una funzione di filtro per alleggerire la pressione sugli ospedali. Deve diventare il luogo in cui si esercita concretamente il diritto alla salute.  Occorre affiancare alla riforma socio-sanitaria la costruzione di una rete diffusa di microaree della salute, strutture di prossimità integrate con i servizi sociali, presidiate da infermieri di comunità, assistenti sociali e professionisti sanitari, capaci di operare direttamente nei quartieri, nei piccoli centri, nelle aree marginali e nei contesti più fragili. L’esperienza delle microaree, nata a Trieste nel solco della deistituzionalizzazione di matrice basagliana, ha mostrato che una sanità capace di entrare nei luoghi di vita — nelle case popolari, nei quartieri, accanto alle persone — riduce le disuguaglianze e ricostruisce legami umani prima ancora che sanitari.Non semplici sportelli amministrativi, ma presìdi permanenti nei quali realizzare ascolto attivo, accompagnamento, presa in carico e lavoro di comunità. Luoghi nei quali sia possibile intercettare i bisogni prima che si trasformino in emergenze, intervenendo sui determinanti sociali della salute: la povertà, l’isolamento, la fragilità abitativa, le barriere linguistiche, la solitudine crescente che caratterizza soprattutto le persone anziane e le nuove forme di disagio giovanile. Questa prospettiva richiede anche una riflessione sul governo della sanità. Negli ultimi decenni si è progressivamente consolidato un modello fortemente aziendalizzato, nel quale i processi decisionali si sono concentrati nelle strutture manageriali, riducendo gli spazi di partecipazione democratica. La salute non è una prestazione da erogare, ma un bene collettivo da costruire insieme. Rafforzare il ruolo delle Conferenze territoriali socio-sanitarie, valorizzare i Comitati consultivi misti, aprire le Case della Comunità alla presenza attiva delle associazioni e dei cittadini significa restituire alle comunità una capacità di orientamento sulle politiche che incidono maggiormente sulla qualità della vita. La vera questione è quale idea di salute pubblica vogliamo difendere. Da una parte c’è una sanità che continua a misurarsi sulla competizione, sui volumi di attività, sull’attrazione di mobilità e sulla progressiva espansione del mercato. Dall’altra, una sanità che torna a investire su prossimità, prevenzione, partecipazione, integrazione sociosanitaria e contrasto alle disuguaglianze.  *Simona Larghetti è consigliera comunale per il Gruppo Coalizione civica per Bologna, coraggiosa, ecologista e solidale. Questo articolo nasce dal confronto con persone competenti e appassionate come Paolo Trande, Brunella Guida, Andrea Garofani, Rossana di Renzo, Antonia Franca Mariani, Paolo Brugnara. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Curare invece di competere proviene da Jacobin Italia.
August 6, 2026
Jacobin Italia
Il polmone di Roma non ha tempo
A Spin Time è ormai soprattutto una questione di tempo. Il palazzo nei pressi di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, sgomberato per un principio di incendio, vede ormai da sette giorni i suoi occupanti, circa 400 persone, molti bambini e anziani, accampati sulla strada di fronte in attesa che la situazione di disagio e di pericolo sanitario venga risolta. Le trattative istituzionali tra gli abitanti, il Comune, la Prefettura, con la presenza discreta ma reale del Vaticano, vanno avanti abbastanza velocemente. Ma il problema centrale è poter rientrare nelle proprie case da cui gli abitanti dell’immobile sono stati cacciati, per motivi di sicurezza, costretti ad abbandonare le proprie cose. Tanto da provocare fatti come quello di una persona sotto cura psichiatrica che senza i propri farmaci ha avuto una crisi che avrebbe potuto provocare dei malintesi con le forze di polizia e che si è dovuta risolvere con un trattamento sanitario obbligatorio.  Martedì mattina si è svolta l’ennesima conferenza stampa in cui i rappresentanti di Spin Time hanno fatto “il punto” sul tavolo di trattativa che si è tenuto lunedì sera, 3 agosto, in prefettura, al quale hanno partecipato il prefetto, il sindaco, il vicario generale della Diocesi di Roma, il questore, l’assessore capitolino al patrimonio e i rappresentanti della proprietà dell’immobile. La situazione al momento è questa:  il Comune ha presentato una proposta concreta, basata sulla valutazione dell’Agenzia del demanio, per l’acquisizione dell’immobile. La proprietà ovviamente tratta sul prezzo, al momento non c’è un esito.  «Ma è un passo avanti che non avremmo ottenuto senza la determinazione di chi da giorni resiste in strada, grazie alla mobilitazione della comunità resistente che ha abbracciato Spin Time in questi giorni» spiegano gli abitanti che fanno trapelare ottimismo e soddisfazione per aver potuto rimettere al centro «la regolarizzazione di questo palazzo» in direzione di uno spazio privato che torna pubblico. E quindi, dicono, grazie a «tutta la rete di solidarietà che si è stretta attorno a noi in queste settimane: dai sindacati, ai centri sociali, alla Chiesa e a tutte le realtà che si sono mobilitate ogni giorno». Realtà, anche singole, che in effetti si sono attivate prontamente, nonostante il caldo e il mese agostano. Un punto su cui torneremo più avanti.  Solo che tutto questo, per quanto importante, è ancora «insufficiente». La vita in strada, per quanto resa decorosa dalla presenza massiccia della Protezione civile, di un presidio sanitario e di tanti volontari e volontarie, è comunque una vita che al momento si svolge sotto tendoni improvvisati mentre la notte si dorme nelle tende Igloo posizionate sull’asfalto. Ci sono bambini da custodire, adolescenti che oscillano tra l’allegria della propria età e lo sguardo un po’ perso, anziani costretti a stare sdraiati su letti improvvisati sul marciapiede. «Ci sono malati cronici, persone in chemioterapia, donne in gravidanza. Chiediamo che le loro condizioni di salute vengano prese sul serio, che gli animali rimasti dentro al palazzo vengano tutelati subito, e ricordiamo che ci sono ancora persone che non possono entrare a recuperare le proprie medicine» «Abbiamo fiducia nei confronti del percorso che è stato intrapreso – aggiungono gli abitanti – ma non abbiamo tempo». Nel tardo pomeriggio di martedì poi, a causa del caldo, un bambino è stato trasportato in codice rosso al Policlinico. L’intervento dei soccorsi è stato immediato e le condizioni del minore sono migliorate, ma lo stato di emergenza è più che evidente. LEGGI ANCHE… POLITICA I MOVIMENTI DEL VATICANO Salvatore Cannavò Ecco quindi che viene rilanciato l’appello a partecipare al presidio e alle sue attività culturali – l’altra sera è intervenuto Roberto Saviano, martedì sera il film Pinocchio ha visto la presenza di Matteo Garrone e Massimo Ceccherini: «Ora, più che mai, è fondamentale essere qui con i propri corpi. Invitiamo le realtà culturali, gli artisti e tutte le persone che ci hanno sostenuto in questi giorni a essere qui con noi e a partecipare».  Il carattere emergenziale della situazione non elimina però un altro fattore con cui leggere i fatti di questi giorni e che balza agli occhi mentre si attraversa il presidio in strada. Spin Time ha ricreato in pochissime ore una comunità ampia, una zona speciale nel cuore di Roma fatta di solidarietà, fiducia nella lotta collettiva, rispetto, cura delle persone e del territorio. Lo si vede nei singoli o singole che, la borsa a tracolla o nelle mani, portano quel che in questi giorni viene richiesto tramite i social: martedì sera erano «vestiti lunghi donna (leggeri), mutande donna, reggiseni, pantaloncini uomo/ragazzo, scarpe di tela, ciabatte, infradito, spazzole, cuscini, costumi mare uomo (eh sì, ci sono delle piscinette), canottiere uomo, ventilatori, ciabatte corrente, scale muratore, teli ombreggianti e spago, carrellino spesa, stendini». Di fatto, un trattato di biopolitica. Le questioni urgenti sono esattamente queste, elementi quotidiani con cui ognun@ di noi fa i conti nella propria riservatezza e privacy e che qui costituiscono invece un fatto pubblico, politico. Ma Spin Time in questi giorni è il cuore della Roma solidale. Non c’è rete cittadina, formale e informale, che non faccia rimbalzare gli appelli alla solidarietà; non c’è realtà che non si informi, non voglia capire cosa succede e cosa succederà. Non è la solita lotta per la casa, è qualcosa di più, è una forma di mutualismo conflittuale che attorno al tema dell’abitare, declina i vari elementi di una lotta più ampia che, ad esempio, riguarda i diritti migranti, la tutela delle persone, la cittadinanza, la vivibilità della città e del territorio. Una comunità costruita nel tempo e che oggi si espone, senza pudore, a tutta la città che può così vedere quali sono i frutti di una solidarietà sedimentata senza alzare troppo la voce e senza arroganza, ma nella quotidianità di una lotta serrata. Questo è oggi Spin Time sotto i teloni di quella strada accaldata, dove giovani ragazzi tirano di pugilato, i piccoli giocano con la palla e qualcun@ riesce a bagnarsi nelle piccole piscine. Una situazione di disagio effettiva, un’urgenza a cui dare risposte immediate, ma esibite con la dignità di corpi che stanno lottando insieme. LEGGI ANCHE… CITTÀ CITTÀ PUBBLICA E CITTÀ PRIVATA Redazione Jacobin Italia Per questo si tratta di un polmone che offre ossigeno alla città intera. E la offre anche a un’amministrazione che da troppo tempo è dedita soprattutto alla speculazione edilizia e al dissesto di alcuni territori come dimostra la vertenza degli ex Mercati generali di viale Ostiense o il cosiddetto Pratone di piazzale Clodio. Al momento il Comune di Roma sta facendo la sua parte e se il risultato verrà ottenuto – non solo l’acquisto dell’immobile, ma soprattutto il rientro immediato in casa degli abitanti – potrà vantare un risultato di eccellenza sul piano della solidarietà (a cui un contributo non indifferente sta dando il Vicariato). Però il Pd romano, il suo sindaco, continuano a voler puntare a rappresentare tutto, anche gli opposti: il polmone di solidarietà di Santa Croce in Gerusalemme e il portafogli finanziario degli ex Mercati generali. É una pretesa che il centrosinistra italiano ha da sempre, la possibilità di costruire alleanze ampie tenendo insieme sia chi lotta che chi specula. Alleanze impossibili, eppure riproposte da venti anni in qua. Sarà un tema di riflessione importante in vista delle amministrative, anche se oggi c’è un’emergenza da chiudere. Il polmone di Roma, per tornare a respirare, deve rientrare a casa. *Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023). SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! L'articolo Il polmone di Roma non ha tempo proviene da Jacobin Italia.
August 5, 2026
Jacobin Italia
Il confine blindato di Ceuta
Le autorità dell’Unione europea stanno scegliendo le immagini da stampare sulle nuove banconote. Un’opzione valida per rappresentare l’Europa di oggi potrebbe essere quella dei corpi in acqua. Nell’exclave spagnola di Ceuta, la scorsa settimana si sono aggiunti altri settanta morti al bilancio complessivo di 1.570 persone uccise quest’anno nel Mediterraneo centrale, e di decine di migliaia in quella che è diventata la fossa comune delle coste e dei fiumi europei. Le morti a Ceuta si sono verificate quando un massa senza precedenti di cinquantamila persone ha tentato di raggiungere l’exclave (insieme alla vicina Melilla, uno dei due territori spagnoli e dell’Ue rimasti in territorio nordafricano), molte delle quali a nuoto. La maggior parte sembrava essere composta da marocchini in fuga dalla povertà, ma erano presenti anche persone provenienti dall’Africa subsahariana (spesso su questa rotta si trovano rifugiati dalla guerra in Sudan). PASSAGGIO PER L’EUROPA «È stato un disastro», afferma Francesca Fusaro dell’Ong  umanitaria No Name Kitchen, i cui sei volontari hanno esaurito cibo e provviste quasi immediatamente. Avevano già risposto a circa tremila tentativi di attraversamento nel corso del 2026. Ora gli scaffali dei supermercati si stavano svuotando, senza alcuna speranza di un rifornimento adeguato per giorni. Le immagini di una piccola comunità sopraffatta sono state trasmesse in tutto il mondo e sfruttate per sostenere la necessità di controlli alle frontiere più severi. Ma il caos a Ceuta è stato il risultato dei controlli, non della loro assenza. Il confine di Ceuta è stato recintato trent’anni fa, quando l’Europa ha interrotto i tradizionali flussi migratori circolari che permettevano ai nordafricani di attraversarlo liberamente e regolarmente. Ciò ha immediatamente provocato un’impennata dei flussi migratori di coloro che temevano di perdere definitivamente l’accesso all’Europa. Nell’ondata di militarizzazione di massa successiva all’11 settembre, la sorveglianza e il controllo delle frontiere si sono ulteriormente inaspriti. L’Ue ha assunto nuovi poteri, con la sua nuova agenzia di frontiera Frontex, dispiegatasi con le forze spagnole al largo delle coste del Nord Africa nel 2006. Nemmeno lo sgombero violento dei campi profughi vicino alle exclave da parte delle autorità marocchine nel 2015 ha impedito ulteriori attraversamenti; né lo ha fatto il massacro di Melilla del 2022, in cui decine di persone sono state uccise dalle forze spagnole e marocchine al confine. Trent’anni di criminalizzazione della migrazione hanno creato un contesto in cui rifugiati e migranti dipendono dai trafficanti e da occasionali e caotici attraversamenti di massa. In questo caso, nonostante si parlasse di un possibile sovraccarico dell’Ue, il giorno dopo le forze spagnole a Ceuta hanno monitorato rimpatri su larga scala. Ma dovremmo anche chiederci: a quale prezzo? Quante persone non hanno potuto esercitare il loro diritto di presentare domanda di asilo prima di essere costrette a tornare indietro? Come sono stati identificati i presunti attraversamenti illegali, visto che i residenti di Ceuta di origine marocchina si nascondevano nelle loro case per timore di essere discriminati su base razziale? Si sarebbe potuto fare di più per prevenire le morti? LEGGI ANCHE… MIGRANTI DOVE CI PORTA IL MODELLO ALBANIA Federico Alagna - Vanessa Guidi Si tratta di domande profonde, ma purtroppo è improbabile che vengano poste. Le morti al confine sono ormai normalizzate e, quando la questione trova spazio nel dibattito pubblico (con la notevole eccezione dell’appello di Papa Leone a una maggiore umanità nel dibattito migratorio durante una recente visita a Lampedusa), di solito è per peggiorare ulteriormente la situazione. Il mese scorso, l’Ue ha approvato nuove leggi intransigenti in materia di espulsione , inaugurate al grido di «rimandateli indietro»  da parte di parlamentari di estrema destra. Ceuta rappresenta una prova non solo per la moralità dell’Europa, ma anche per le sue capacità organizzative. Il nuovo e severo Patto sulla migrazione, ampiamente criticato dai difensori dei diritti umani, avrebbe dovuto forgiare l’unità europea in situazioni simili. Invece, la risposta a Ceuta è stata caotica , destabilizzando ulteriormente il blocco. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha definito la reazione di alcuni leader europei «egoistica e illegale».Allargando lo sguardo da Ceuta, possiamo scorgere un quadro più ampio sul controllo delle migrazioni e sul suo legame con il caos geopolitico. ARMI E MURA In Spagna, molti hanno accusato il Marocco di «strumentalizzare» la migrazione, sostenendo che stia deliberatamente agevolando gli attraversamenti come parte di un più ampio gioco di potere, diretto contro il governo di centrosinistra di Sánchez. I servizi di sicurezza spagnoli hanno affermato, sia nel 2021 che ora, che agenti dei servizi segreti marocchini si sarebbero infiltrati tra coloro che attraversano il confine. Contrariamente alla convinzione che la globalizzazione avrebbe risolto i conflitti unendo gli interessi delle parti rivali, l’utilizzo dell’interdipendenza come arma è oggi più comune, con gli Stati che sfruttano il proprio ruolo in complesse reti globali per vincere i conflitti (la chiusura dello Stretto di Hormuz ne è l’esempio più lampante al giorno d’oggi). In tutta Europa, l’accusa di «migrazione strumentalizzata» è frequente. La Turchia è stata accusata di aver intenzionalmente facilitato gli attraversamenti verso la Grecia nel 2020, il Marocco verso la Spagna e la Bielorussia verso la Polonia nel 2021, la Russia verso la Finlandia nel 2023 e la Libia orientale verso la Grecia nel 2025. Esistono prove di una simile strategia in atto in tutti questi casi; ma prima di tutto vale la pena chiedersi cosa venga strumentalizzato. L’accusa in sé ha profonde implicazioni per le persone migranti. Considerarle semplici strumenti nelle mani degli Stati o dei trafficanti impedisce di confrontarsi con la loro vera identità e con le ragioni che le hanno spinte a emigrare. Peggio ancora, trattarle come pedine contribuisce a giustificare la violenza nei loro confronti. Le azioni di Turchia, Grecia e Bielorussia sono state utilizzate per difendere le forze dell’Ue che sparavano sui rifugiati, li imprigionavano, si rifiutavano di aiutarli e sospendevano il diritto internazionale, il tutto in nome della risposta a un attacco da parte di Stati ostili. Si tratta di uno strumento narrativo di disumanizzazione. Il picco degli attraversamenti irregolari delle frontiere nel periodo 2015-’16 ha rappresentato meno dell’1% della popolazione europea (la più grande popolazione sfollata del continente è quella ucraina, la cui protezione internazionale è stata formalizzata e agevolata). L’Europa è circondata da nazioni molto più povere che ospitano un numero di rifugiati di gran lunga superiore, il che isola l’Ue dalle pressioni delle crisi globali, comprese quelle per le quali gli europei hanno una grande responsabilità, come le guerre in Medio oriente e i cambiamenti climatici.  L’Ue e gli Stati europei, a loro volta, corrompono o costringono i paesi vicini ad adottare politiche migratorie più severe, esportando catene di abusi in tutto il mondo. I finanziamenti e la copertura diplomatica europei sostengono le deportazioni illegali in Turchia, la violenza delle forze di frontiera dalla Croazia all’Arabia Saudita, un regime di schiavitù e tortura per i migranti in Libia e gli sbarchi di massa nei deserti del Marocco e della Tunisia, dove per lo più persone di colore vengono rastrellate e lasciate morire . Il denaro pubblico dell’Ue ora finanzia persino le motovedette che sparano contro le navi di soccorso europee. La «norma» nella cooperazione di frontiera tra Marocco e Spagna è la violenza, culminata nel già citato massacro di Melilla del 2022. Gli Stati europei hanno segnalato al mondo, in primo luogo, che le crisi politiche interne all’Ue impediscono qualsiasi capacità di agire razionalmente sulle questioni migratorie e, in secondo luogo, che l’Europa dipende da Stati ed entità esterne, compresi governi autoritari e milizie, per svolgere il lavoro sporco. Non sorprende affatto che gli Stati che si trovano in posizione subordinata in una squallida relazione di scambio non sempre puntino l’arma dove viene loro ordinato. LEGGI ANCHE… ESTREMA DESTRA L’ONDA NERA ARRIVA IN SPAGNA Miguel Urbán MADRID SOTTO ATTACCO Una di queste opzioni, ovviamente, implica ignorare il modo in cui gli Stati manipolano le rotte migratorie. La posizione della Spagna sull’occupazione del Sahara Occidentale da parte del Marocco sembra aver motivato l’autorizzazione concessa dal Marocco all’ultimo attraversamento di massa del fiume Ceuta nel 2021 e sembra essere un fattore determinante anche in questo caso. Il Marocco non solo criminalizza il dissenso interno, ma è anche un partner chiave per il controllo delle frontiere , la tecnologia di sorveglianza e la difesa militare delle forze europee e della Nato, nonché un potenziale fornitore chiave di materie prime critiche . I suoi legami con Israele e gli Stati uniti – tra cui, a quanto pare, la recente intitolazione di un’autostrada a Donald Trump – hanno indotto alcuni commentatori spagnoli a ipotizzare un coinvolgimento statunitense e/o israeliano nell’incidente di Ceuta. Le prove presentate finora sono, nella migliore delle ipotesi, circostanziali. Indubbiamente, l’asse Usa-Israele ha sfruttato l’incidente per attaccare incessantemente la Spagna in risposta alla sua sfida; il rappresentante di Israele alle Nazioni unite ha accusato la Spagna di colonialismo di insediamento , altri hanno chiesto la cessione di Ceuta e Melilla al Marocco e la Casa bianca ha ribadito il proprio sostegno all’occupazione illegale marocchina del Sahara Occidentale. L’asse Usa-Israele è profondamente coinvolto anche nell’economia politica della violenza migratoria nell’Ue. Un’azienda statunitense di sorveglianza militare che effettua missioni di spionaggio su Gaza lavora anche per Frontex, supportando le forze libiche nell’intercettazione dei migranti in fuga. (Frontex utilizza anche droni di sorveglianza Heron di fabbricazione israeliana). Gli Stati Uniti stanno cercando accordi di deportazione con la Libia e con un paio di altri paesi in cui anche l’Europa mira a creare un arcipelago di campi di detenzione offshore nella cosiddetta «zona grigia». A causa della sua politica estera moderatamente eterodossa, la Spagna è diventata una spina nel fianco per i tentativi degli Stati Uniti di estendere la propria egemonia in Europa, bloccando le sue aziende tecnologiche, rifiutandosi di consentire l’utilizzo delle sue basi aeree per estendere la guerra statunitense contro l’Iran e opponendosi fermamente al genocidio in Palestina. La sua posizione potrebbe anche aver incoraggiato altri Paesi, come la Francia . In Spagna si avvicinano le elezioni generali e l’estrema destra cercherà di sfruttare la polarizzazione sul tema dell’immigrazione per destabilizzare il governo. Il premier spagnolo Sánchez ha intrapreso un lungo percorso sin dall’intervento del suo governo alla Nato nel 2022, che ha portato il blocco a includere per la prima volta l’immigrazione irregolare nella lista delle minacce . L’esercito e la Guardia Civil a Ceuta potrebbero aver difeso con vigore la Fortezza Europa, ma la questione più ampia riguarda la recente e massiccia regolarizzazione della popolazione spagnola priva di documenti, che consente loro l’accesso al lavoro, ai diritti e ai percorsi verso la cittadinanza. Questa politica rappresenta una rara eccezione ai controlli migratori più severi che si stanno diffondendo in tutto l’Occidente e ha suscitato forti reazioni. La destra spagnola, sostenuta dal complesso industriale degli influencer conservatori statunitensi, sostiene che la politica di Sánchez abbia incoraggiato gli attraversamenti di Ceuta. Sembra che la disinformazione abbia effettivamente giocato un ruolo: alle persone che attraversavano il confine veniva detto che non potevano essere rimpatriate o che la frontiera era aperta. Tuttavia, se ci fosse davvero un forte legame tra gli attraversamenti e le politiche migratorie dei governi, l’Italia di Giorgia Meloni non rimarrebbe una delle principali destinazioni per coloro che attraversano il Mediterraneo centrale. A Ceuta, molti abitanti del luogo si sono dimostrati accoglienti e hanno fatto del loro meglio per aiutare; una manifestazione a sostegno dei rifugiati ha radunato centinaia di persone. Tuttavia, secondo alcune fonti, una minoranza ha tentato di formare gruppi di persone per impedire l’attraversamento del confine. Nelle exclave dove un tempo le forze di Francisco Franco si radunavano e si preparavano ad assaltare la Repubblica spagnola, i loro discendenti continentali stanno ora incoraggiando gli attivisti a «difendere il confine». Questo episodio non può essere separato da una spinta coordinata su più fronti – principalmente un bombardamento di notizie false, generate dall’intelligenza artificiale, sulle invasioni musulmane della Spagna – per destabilizzare l’ultima potenza europea di medio peso con un governo socialdemocratico. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! CAPITALISMO DI SPOSTAMENTO Cinque anni fa, scrissi di un precedente attraversamento del confine a Ceuta, sostenendo che un rapido aumento della militarizzazione delle frontiere sarebbe diventato la «soluzione» inadeguata degli Stati a un mondo colpito dai cambiamenti climatici. In Marocco, anni di siccità devastanti, uniti alla cattiva gestione statale e agli effetti a lungo termine di una crisi del debito e di un aggiustamento strutturale imposto dalle istituzioni finanziarie internazionali, hanno generato una crisi di disoccupazione giovanile così grave da spingere decine di migliaia di giovani a tentare una pericolosa fuga verso l’ignoto. La Spagna sta installando una gigantesca barriera galleggiante sulla costa di Ceuta; barriere simili, costruite dall’amministrazione Trump in Messico e installate all’inizio di quest’anno, sono state strappate dai loro ormeggi dalle acque alluvionali e trascinate a zig-zag lungo la valle del Rio Grande, costringendo alla chiusura delle principali arterie stradali. Oggi, intorno a Ceuta, gli incendi imperversano in tutto il Nord Africa. Sul versante europeo, le città spagnole e francesi sono avvolte dal fumo, e persino le zone temperate della Gran Bretagna sono in fiamme. Circa 270.000 europei sono stati costretti ad abbandonare le proprie case: un monito che ricorda come lo sfollamento sia un fenomeno sempre più diffuso nella vita di tutti, non solo di chi vive nei paesi a basso reddito. Mentre le crisi reali si intensificano, con guerre, degrado ambientale, polarizzazione politica, stagnazione economica e disuguaglianza, e con l’esplosione di tecnologie pericolose nelle mani di pochi, il discorso dominante continua a ossessionarsi con la migrazione mentre noi bruciamo. Questa strategia di ricerca di capri espiatori non fa che peggiorare. Ceuta ha anche messo in luce in modo lampante quanto possa essere frammentata la politica su tali questioni. È stato abbastanza strano vedere esponenti della destra attaccare la Spagna definendola una potenza coloniale in Nord Africa, mentre alcuni esponenti della sinistra invocano controlli alle frontiere più severi. Eppure, queste contraddizioni non sono destinate a scomparire. Ci saranno altre Ceuta: più persone in cerca di sicurezza e di una via di fuga da crisi sempre più numerose, più regimi di frontiera che renderanno i loro viaggi più pericolosi e più attori che cercheranno di strumentalizzare le emergenze umanitarie per vari fini politici. È urgente una politica socialista in grado di comprendere e rispondere a queste complessità sia a livello operativo che politico. La migrazione è molte cose: un’emergenza umanitaria, un’opportunità sociale ed economica, un riflesso delle disuguaglianze e dei conflitti locali e globali, e un veicolo di sfruttamento su larga scala. La maggior parte dei governi responsabili della violenza alle frontiere non vuole tanto fermarla quanto garantire che avvenga in condizioni che rendano i migranti vulnerabili e sfruttabili, rendendo al contempo più certe le ingiustizie a sfondo razziale. Confrontarsi con queste molteplici realtà è un prerequisito per affrontarle. Concentrarsi sulle frontiere, sia sull’apertura che sulla chiusura, non può sostituire una politica di trasformazione più ampia. Questa implica percorsi migratori sicuri e pianificati. Ma implica anche uscire da un interminabile «dibattito sulla migrazione» incentrato su costi e benefici e passare a una richiesta a livello nazionale di tutele per i lavoratori e servizi pubblici di alta qualità per tutti, e a un appello internazionale per porre fine alle disuguaglianze, alle economie estrattive, alle guerre e al degrado ambientale. Episodi come quelli di Ceuta richiedono una politica in grado di gestire sia le mosse contrapposte di stati e imperi che il movimento di un adolescente, con le braccia che si agitano nell’acqua calda in una giornata torrida, alla ricerca di una sponda migliore. *Nathan Akehurst è uno scrittore e attivista, si occupa di comunicazione politica e campagne per i diritti. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Il confine blindato di Ceuta proviene da Jacobin Italia.
August 4, 2026
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La variabile israeliana sulle primarie in Michigan
Negli Usa continua a crescere la trepidazione per le primarie democratiche del 4 agosto in Michigan, dove la deputata centrista e pro-Israele Haley Stevens e il medico progressita Abdul El-Sayed si sfideranno per un seggio al Senato. Ormai divenuto  l’emblema nazionale della guerra tra sinistra ed establishment – e definito da Cenk Uygur come un «referendum tra Usa e Israele» per i finanziamenti senza precedenti che Haley Stevens ha ricevuto dall’Aipac (American Israel Public Affairs Committee) e dai suoi vari affiliati – lo scontro riflette, come vedremo, i temi principali che caratterizzano le campagne elettorali dei due schieramenti. Mentre El Sayed è focalizzato  su istanze sociali e politiche – prime fra tutte quel Medicare for All e l’abolizione del big money dalla politica, già bandiere di Bernie Sanders fin dal 2015  – Stevens si affida, coni toni costantemente sopra le righe e piuttosto clowneschi, alle solite «platitudes» (luoghi comuni) «alla Hillary e Kamala» e a un’autocelebrazione narrativa fondata sull’idea di essere l’unica in grado di sconfiggere il repubblicano Mike Rogers. Il 4 agosto anche il Missouri vedrà una sfida cruciale, che riproduce gli stessi schemi, tra l’ex deputata progressista Cori Bush e  Wesley Bell che la sconfisse nel 2024. Quest’anno le prospettive sembrano essere più rosee per Bush, grazie a tre elementi che negli ultimi anni hanno profondamente modificato il contesto politico: il consenso costruito dal basso attraverso un lavoro capillare sui territori, l’impatto sugli elettori della guerra di Gaza e del genocidio palestinese, e la sempre maggiore consapevolezza dell’influenza del denaro delle corporation e sopratto delle lobby pro-Israele nelle primarie democratiche e nella politica più in generale.  IL RADICAMENTO DEI MOVIMENTI DAL BASSO Dopo anni di crescita sotto la guida di Bernie Sanders e la vittoria di Zohran Mamdani a New York nel 2025, le 11 vittorie di candidati sandersiani ottenute finora per la Camera hanno mostrato come il radicamento territoriale, il rafforzamento dei Dsa e di organizzazioni come Justice Democrats e Our Revolution, insieme alla crescita di ampi movimenti anti-Trump vicini all’ala sinistra del Partito democratico, abbiano aperto una nuova stagione di sfide all’establishment. L’ondata progressista – che ha registrato le vittorie di Analilia Mejía e Adam Hamway (New Jersey), Sam Forstag (Montana), Randy Villegas (California), Brian Poindexter (Ohio), Bob Brooks (Pennsylvania) e Adelita Grijalva (Arizona)  – ha trovato la sua massima espressione a fine giugno a New York con il triplete di Claire Valdez, Brad Lander e Darializa Avila Chevalier, sostenuti da Sanders e da Mamdani. In particolare le vittorie delle due giovani donne formatesi nei Dsa di New York, vittorie quasi inaspettate per la presunta imbattibilità dei rispettivi candidati, hanno anticipato l’exploit in Colorado di un’altra giovane Dsa Melat Kiros contro una candidata che deteneva il seggio da decenni.  A tali successi andrebbe aggiunto quello ottenuto per il Senato, con il 72% dei voti, dall’outsider Graham Platner nelle primarie del Maine. Nonostante il successivo ritiro del candidato per le accuse di stupro avanzate da una ex compagna, la forza del movimento è stata confermata dalla vittoria di Troy Jackson, figura storica del progressismo del Maine di cui è stato presidente del Senato. Sostenuto da Bernie Sanders, per il quale aveva lavorato nelle campagne presidenziali del 2016 e del 2020, Jackson ha dimostrato come il consenso emerso dalle primarie non fosse legato soltanto al carisma di Platner, ma a un preciso orientamento politico della base elettorale. Il risultato è particolarmente significativo in quanto Jackson è stato scelto non replicando le primarie regolari, bensì attraverso una procedura ibrida e ristretta adottata dal Partito democratico del Maine, conclusasi con la convention del 25 luglio. I primi sondaggi per le elezioni di novembre lo collocano già con un lieve vantaggio rispetto alla senatrice repubblicana Susan Collins, in carica dal 1997 e considerata fino a pochi mesi fa una delle favorite per la riconferma. LEGGI ANCHE… POLITICA CORPORATION E  CONSULENTI DOMINANO I DEMOCRATICI USA Angelo Greco - Elisabetta Raimondi LA NUOVA CONSAPEVOLEZZA DELL’ELETTORATO Se il radicamento costruito sul territorio ha contribuito a modificare il contesto politico, ancora più determinanti sono stati la guerra di Gaza e il genocidio palestinese, condotti con l’incondizionato sostegno statunitense da parte delle amministrazioni Biden e Trump. Le remore morali, unite alla crescente irritazione per il fatto che i miliardi di dollari continuamente approvati dal Congresso vadano a un paese i cui cittadini godono di un sistema di welfare negato agli americani, hanno inciso non solo sugli elettori democratici ma, in parte, anche su quelli repubblicani. Soprattutto dopo che figure influenti della destra come Tucker Carlson, Candace Owens, Megyn Kelly e perfino Alex Jones hanno preso posizioni contro la linea di Trump sulla politica mediorientale, delegittimato Benjamin Netanyahu e contestato il sostegno militare statunitense a Israele. Come emerge da una recente conversazione tra Ryan Grim e Cori Bush anche la maggiore conoscenza dell’Aipac e la crescente consapevolezza del ruolo delle lobby pro-Israele nel condizionare la politica ha avuto il suo peso sulla popolazione americana. Se fino al 2024 il funzionamento di queste reti era pressoché sconosciuto alla maggioranza dei cittadini, oggi è più difficile per l’establishment emarginare i candidati progressisti sulle questioni riguardanti Israele e Palestina, anche grazie a una sempre maggiore attenzione dell’elettorato giovanile alle informazioni indipendenti. Peraltro quest’anno l’Aipac e i gruppi collegati sono intervenuti per la prima volta anche anche in una primaria repubblicana, precisamente nel Kentucky dove il deputato Thomas Massie non era più gradito a Trump a causa della sua alleanza con il progressista Ro Khanna su mozioni relative agli Epstein Files, all’opposizione al sostegno militare a Israele e alle operazioni militari più in generale a cominciare dall’intervento in Iran. I milioni di dollari destinati al suo sconosciuto sfidante Ed Gallrein hanno finanziato una campagna basata soprattutto su spot denigratori che presentavano Massie come ormai vicino ad Alexandria Ocasio-Cortez e Ilhan Omar e distante dai valori conservatori. L’ESCALATION DEI FINANZIAMENTI DI AIPAC Lo schema applicato a Massie è riconducibile a quello usato per la prima volta nel 2021 in Ohio, quando una candidata di basso profilo come Shontel Brown divenne il punto di convergenza di ingenti risorse, in particolare da parte del Dmfi (Democratic Majority for Israel), diretta emanazione dell’Aipac, che investì oltre due milioni di dollari contro Nina Turner, stretta collaboratrice di Bernie Sanders nel 2016 e nel 2020, nonchè amatissima ex senatrice nel congresso statale dell’Ohio. Indetta per sostituire la deputata afroamericana Marcia Fudge nominata nell’amministrazione Biden, quell’elezione segnò l’inizio di una traiettoria destinata a intensificarsi negli anni successivi. A partire già dalle primarie per le elezioni di medio termine dell’anno successivo, quando le lobby israeliane contro Turner, ricandidatasi contro Brown, raddoppiarono gli investimenti arrivando a circa 4,5 milioni di dollari per una campagna di spot denigratori ancora più pesanti diffusi a tappeto. Quella tattica, riproposta negli anni successivi, non affronta mai temi riguardanti Israele, ma consiste nel decontestualizzare dichiarazioni politiche o aspetti personali per attribuire loro significati diversi, se non opposti, rispetto a quelli originari, trasformandoli così in armi letali. LEGGI ANCHE… POLITICA A SINISTRA DEI DEMOCRATICI Cenk Uygur - Elisabetta Raimondi Il 2022 fu anche l’anno della svolta strategica di Aipac, che, dopo aver annunciato l’ingresso diretto nel finanziamento elettorale, creò il Super Pac United Democracy Project. Oltre a quella contro Nina Turner, le altre due campagne nelle quali il nuovo strumento dispiegò tutta la propria forza furono quella nel Maryland contro  Donna Edwards con 7,2 milioni di dollari a beneficio del rivale Glenn Ivey e, cosa di particolare interesse in questo contesto, quella nel Michigan contro il deputato Andy Levin, ebreo pro-palestinese, nonché una  delle voci più critiche verso l’establishment democratico. Beneficiaria di investimenti Aipac pari a 5,4 milioni di dollari fu proprio Haley Stevens. Da allora la spesa nelle primarie democratiche crebbe rapidamente, trasformando alcune competizioni locali in battaglie da decine di milioni di dollari. Nel 2024 accadde  appunto con Cori Bush a Saint Louis e poco dopo con Jamaal Bowman a New York, quando i rispettivi sfidanti Wesley Bell e George Latimer – che accettarono candidature rifiutate da altri per incompatibilità con i propri principi morali e politici – beneficiarono di investimenti esterni pari a circa 18 e 20 milioni di dollari, la maggior parte dei quali arrivati appunto da Aipac e affini.  I MILIONI PER HALEY STEVENS Se nel 2022 la lobby israeliana «si limitò» a 5,4 milioni di dollari per eliminare Andy Levin – Stevens era stata aiutata  anche da un redistricting a lei favorevole e penalizzante per Levin – oggi quella cifra appare quasi un modesto investimento iniziale. Per consentirle di battere Abdul El-Sayed, la somma mobilitata dalle lobby pro-Israele è salita a circa 46 milioni di dollari, secondo quanto denunciato ufficialmente nell’ultimo dibattito del 27 luglio. Resta ora da vedere se questa enorme disparità di risorse, che contando anche quelle investite dalle big corporation arriva a circa 60 milioni, aggiunta a endorsement di politici di peso dell’establishment tra cui la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer – contro la quale Abdul El Sayed aveva corso nel 2018 per quella carica – sarà ancora sufficiente a determinare il risultato. A proposito di establishment, va detto che Barack Obama non si è pronunciato, nonostante Stevens lo abbia fatto credere, utilizzandolo nei suoi spot pubblicitari. Gli ultimi sondaggi mostrano una corsa molto più aperta di quanto gli investimenti milionari  lasciassero prevedere. Dopo un andamento altalenante, che ultimamente avevano visto prevalere Stevens, in coincidenza con nuovi finanziamenti dell’Aipac e l’amplificazione della propaganda negativa costruita su El Sayed, accusato prevalentemente di sessismo, la situazione attuale dà al medico progressista un vantaggio di 15 punti. A contribuire al cambiamento di clima è stato anche il dibattito del 27 luglio, nel quale lo scontro sui finanziamenti esterni e sul ruolo di Aipac è diventato uno dei temi centrali della sfida. Sul terreno della comunicazione politica si è consumato anche un singolare contrappasso dantesco. La campagna di El-Sayed ha infatti utilizzato una dichiarazione originaria di Stevens sul suo rapporto con Israele, dai toni così enfatici da farla apparire quasi invasata, e l’ha trasformata in uno spot, ripagando la sua avversaria con la  stessa moneta usata per anni contro i candidati progressisti. *Elisabetta Raimondi è stata docente di inglese nella scuola media secondaria pubblica per oltre 40 anni. Attiva in ambito artistico e teatrale, ha cominciato a seguire la Political Revolution di Bernie Sanders nel 2016 per la rivista Vorrei.org. Collabora con Fata Morgana Web e con Libertà e Giustizia. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! 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August 3, 2026
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Odissea, una stroncatura
Dovrei iniziare dicendo quanto odio i film di Christopher Nolan in generale, o quanto odio in particolare Odissea di Christopher Nolan ? Sono consapevole della mia avversione per i film di Christopher Nolan al punto di aver cercato sinceramente di sospenderla per poter guardare Odissea. In parte perché le anticipazioni erano talmente piene di elogi, persino da parte di alcuni studiosi di Grecia antica che ne attestavano la grandezza, che ho pensato che forse Nolan avesse finalmente trovato il materiale giusto per lui. In realtà, ho cercato di mettere da parte l’odio per il mio bene: non voglio rischiare un ictus per la rabbia, dopotutto, perché so che tutto ciò che fa Nolan genera cifre folli e vince premi, e tutto ciò che dico su di lui si perde nell’ondata d’amore per il suo maledetto cinema. Ho dovuto reprimere questi pensieri per riuscire a rimanere seduta per tre ore ad assistere alla proiezione della sua ultima opera. Naturalmente, è stato tutto inutile. Come al solito, Nolan ha deciso di adattare l’epopea fondante di Omero – quella storia selvaggia e travagliata del sensazionale viaggio decennale dell’astuto guerriero Ulisse di ritorno dalla guerra di Troia, densa di sesso, violenza, dei e dee, tracotanza e orrore – nella noiosa e deprimente traversata di un uomo qualunque e sfortunato (Matt Damon) che vaga in un paesaggio quasi completamente privo di divinità, e per di più noioso. L’unica divinità rappresentata è Atena, protettrice di Ulisse, interpretata da Zendaya con tutta la scialba normalità di una bella ragazza vestita in modo bizzarro seduta ad aspettare l’autobus. Niente Zeus, niente Poseidone, niente Ade. Solo qualche battuta di Atena su come gli dei si manifestino negli elementi come il fuoco, il sangue, le tempeste. Potrebbe funzionare, se Nolan avesse la capacità di catturare l’inquietante espressività e la potenza atavica di questi elementi. Ma non ce l’ha. Mostrate a Nolan un oceano in tempesta e non riuscirà a riprenderne un’immagine decentemente drammatica, così come non riuscirebbe a volare sulla luna. La regola del cinema di Nolan è il cupo realismo. La cromofobia di Nolan è ormai nota, e il mondo ricco e colorato degli antichi greci è ritratto con desolanti tonalità di blu e marrone. Circa un quarto di Odissea sembra girato sulla piatta, ventosa e sbiancata dal sole spiaggia di Santa Monica, con una pallida Charlize Theron nei panni di Calipso avvolta negli ultimi modelli di abbigliamento da vacanza per donne di una certa età. In realtà, quelle scene sono state girate a White Dune, spiaggia vicino a Dakhla, nel Sahara Occidentale. Forse saprete che questa terra è stata brutalmente colonizzata dal Marocco negli ultimi cinquant’anni e che, di conseguenza, la sovranità del Marocco su di essa non è riconosciuta dalle Nazioni unite né dalla maggior parte degli altri governi. È stata riconosciuta dal governo statunitense solo nel 2020, quando Donald Trump ha deciso di subordinare tale riconoscimento alla «normalizzazione dei rapporti tra il Marocco e Israele». Odissea di Nolan è la prima produzione hollywoodiana ad essere girata lì, una scelta che ha suscitato proteste in una lettera aperta firmata da personalità di spicco dell’industria cinematografica come Javier Bardem e Pedro Almodóvar. «Questa forza occupante sta perpetrando un genocidio culturale contro il popolo saharawi, una pulizia etnica – afferma María Carrión , direttrice esecutiva del Western Sahara International Film Festival . Rimanendo in silenzio per un anno e poi utilizzando quelle scene, Nolan è diventato di fatto complice dell’occupazione marocchina del Sahara Occidentale». LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO IL MARTIRE OPPENHEIMER Eileen Jones Prima di addentrarmi negli altri dettagli sconcertanti della visione di Odissea, una domanda: se siete di sinistra, cinefili e fan di Christopher Nolan, come molti dei miei colleghi di Jacobin, perché? Non è che sia un genio del cinema – un Andrei Tarkovsky, per esempio, o Akira Kurosawa, o David Lynch, o Bong Joon Ho – al punto da rendere davvero doloroso avere una cattiva opinione di lui o del suo lavoro. Nolan è un regista mediocre di film commerciali ad alto budget, che si illude di avere grandi idee. Qualunque sia la sua visione politica personale, queste idee si rivelano generalmente in linea con un punto di vista tipico dei conservatori di destra. Se non la pensate così, forse dovreste rivedere The Dark Knight Rises (2012), Interstellar (2014) o Oppenheimer (2023) con la coscienza politica in funzione. Se ancora non riuscite a scorgere il conservatore che si cela nel britannico Christopher Nolan, che si è adattato fin troppo bene al peggio della cultura statunitense e sa come fingere di assumere atteggiamenti woke per poi ricadere quasi sempre nella sua compiacenza reazionaria, vi rimando alle mie recensioni. Per quanto riguarda Odissea, una delle grandi idee di Nolan è che la guerra è un inferno, e Ulisse l’ha sempre pensato. Ecco perché sembra trascinarsi sotto un peso di terrore e senso di colpa prima ancora di partire per combattere. Persino un occasionale studioso e traduttore di greco, come Daniel Mendelsohn , è rimasto un po’ sconcertato da un Ulisse così radicalmente modificato: > «Questo Ulisse tormentato e pieno di sensi di colpa, spogliato di umorismo e > arguzia, seduzione e intelligenza, è un fratello dell’angosciato amnesico di > Memento, di Batman, di Oppenheimer, uomini tormentati da un passato con cui > lottano in modi diversi», ha scritto Mendelsohn, la cui traduzione > dell’Odissea è uscita nel 2025. «Nolan ha semplicemente rifatto l’eroe di > Omero a sua immagine e somiglianza». Non mi importerebbe così tanto dell’accuratezza della rappresentazione – non ho intenzione di unirmi alle schiere online di eruditi classicisti per commentare questo film – se non lo rendesse una pellicola così priva di vita e deprimente. Questo Ulisse ha un solo momento di gioia e di euforia da guerriero, quando scaglia la freccia attraverso la fila di asce. Per il resto, è così privo di slancio, acutezza mentale e carisma che è del tutto prevedibile che i suoi uomini, sempre più ridotti di numero, inizino a ribellarsi. Anzi, sembra incredibile che lo abbiano seguito così a lungo. Vale la pena ripercorrere gli aspetti generali dell’Odissea di Omero , anche solo per cercare di capire, confrontandosi con le strane scelte interpretative di Nolan, cosa diavolo stia pensando di fare. Nolan insiste sul concetto di xenia, ad esempio, l’antico concetto greco di ospitalità e amicizia che riveste un ruolo fondamentale nell’Odissea. Esso impone di accogliere gli stranieri con lo stesso calore con cui si accoglierebbero divinità sotto mentite spoglie, il che potrebbe anche essere vero. Questo è il tema che Nolan utilizza per dare al film una prospettiva attuale. Ovviamente, le attuali politiche sull’immigrazione negli Stati uniti sono tutt’altro che accoglienti, e il razzismo e la xenofobia ottusi e letali dell’amministrazione Trump sono una vergogna nazionale. Nel caso in cui non si colgano le allusioni all’attualità, la scena finale di Nolan mostra Ulisse e la sua devota moglie Penelope (Anne Hathaway) che guardano l’orizzonte e si scambiano parole malinconiche, predicendo che «la civiltà risorgerà» anche dopo la fine dell’Età del Bronzo, annientata dalle violazioni della xenia! Eppure, le persone del futuro commetteranno gli stessi errori, con la progressiva scomparsa dell’alfabetizzazione! Nolan espande il concetto di xenia al punto che inizia a sovrapporsi all’idea che la guerra sia un inferno, cosicché la guerra diventa un’ulteriore violazione della legge di Zeus. E non c’è bisogno di essere uno studioso per rendersi conto che, sicuramente, un antico greco non avrebbe mai potuto pensare una cosa del genere. Persino i ricordi scolastici dell’Iliade e dell’Odissea come letture obbligatorie – ai vecchi tempi, quando le letture impegnative venivano assegnate di routine e nessuno ci trovava niente di strano – oltre ai numerosi riferimenti all’Odissea nella cultura pop, sono carichi di emozioni, e tra queste emozioni c’è la vittoria in sanguinose battaglie grazie a una brillante astuzia. Lo stratagemma del cavallo di Troia di Ulisse ne è l’esempio più famoso. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO FALLA FINITA, QUENTIN Eileen Jones Ma Nolan passa direttamente dalle terribili condizioni all’interno del Cavallo di Troia – che per qualche ragione è mezzo sepolto nella sabbia e tra le onde, con gli uomini di Ulisse nei livelli inferiori che annegano al suo interno, un altro esempio di leadership non proprio astuta – al saccheggio di Troia. In tutto ciò, Ulisse è ancora più triste di quanto non lo sia stato per tutto il film, clinicamente depresso a questo punto, si trascina per Troia con una messa a fuoco sfocata mentre il caos infuria tutt’intorno a lui. Un caos molto attenuato, tra l’altro. Chiunque abbia visto immagini o letto qualcosa sulla peggiore carneficina di guerra potrebbe immaginare immagini più brutali, raccapriccianti e strazianti di queste, ma Nolan si è impegnato in un’estetica contenuta che non deve mai, in nessun caso, diventare troppo eccitante o raccapricciante. Tuttavia in Odissea ci sono un paio di scene riuscite. La sequenza del Ciclope, che è forse quella che tutti conoscono almeno vagamente, inizia in modo eccellente. Bastano degli uomini intrappolati in una grande caverna buia, la luce tremolante del fuoco sulle pareti e quella gigantesca e terrificante creatura con un solo occhio che incombe su di loro. Il design della creatura e l’interpretazione di Bill Irwin sono davvero fantasiosi. Ma anche quella sequenza è rovinata in vari modi, come la scena della fuga montata in modo confusionario, in cui gli uomini escono a metà, poi rientrano in modo confuso, per poi riprovarci in un modo che annulla completamente la suspense. Inoltre c’è quel momento esilarante e al tempo stesso distraente in cui il Ciclope, alias Polifemo, figlio di Poseidone, si sdraia per dormire, incrociando commoventemente le mani sotto la testa come un bambino, quando il silenzio è di fondamentale importanza, e Ulisse annuncia ai suoi uomini a voce alta, quasi sussurrando: «Credo che si sia addormentato!». In realtà, ci sono molti momenti involontariamente divertenti. Ad esempio, Nolan era chiaramente preoccupato che il pubblico non capisse cosa stesse succedendo nella terra dei Lotofagi, a ragione, visto che non c’è alcun indizio che Calipso, che Nolan inserisce in questo episodio sebbene ne occupi uno a parte nel romanzo originale, abbia deliberatamente drogato Ulisse per anni per tenerlo lì. Né che sia drogato in questo momento; ha la stessa espressione stordita e malinconica che sfoggia per gran parte del film. Lei deve finalmente dire a lui e a noi cosa sta succedendo. Nolan fa dire a Calipso severamente a Ulisse: «Smettila di mangiare fiori di loto!». E Ulisse, a metà del suo boccone, miagola con il tono lamentoso di Homer Simpson che sta per essere privato della sua ciambella: «Ma la adoro!». SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! La sequenza di Circe è efficace dall’inizio alla fine perché Samantha Morton la interpreta con una rabbia meravigliosamente cruda, e perché, improvvisamente, Nolan decide di rappresentare in modo viscerale gli uomini trasformati in maiali per mano di Circe, che con crudeltà modella la loro carne in forme suine. All’improvviso intravediamo l’epopea sensazionale che avrebbe potuto essere. Se non proviamo l’emozione delle avventure iniziali, manca il contrasto toccante con i dolori e le fitte emotive di perdita e desolazione che seguono quando Ulisse torna finalmente a casa, travestito da vecchio mendicante, dopo che la sua amata dimora è stata devastata da pretendenti festaioli accampati lì, che tengono prigioniera la sua famiglia. Un buon esempio dell’effetto deludente del ritorno di Ulisse nell’adattamento di Nolan è la scena, vero anticlimax, del suo breve ricongiungimento con il cane Argo. Dopo un’intensa preparazione per Argo durante tutto il film, Nolan rovina tutto con la sua strana tendenza a noiose inquadrature a media distanza, angolazioni sbagliate e una fredda distanza emotiva. C’è l’anziano Argo, disteso lì, che ha vissuto anni oltre la sua naturale aspettativa di vita solo per incontrare ancora una volta il suo amato umano sulla Terra. C’è Ulisse, incappucciato e travestito, irriconoscibile a tutti gli altri, ma immediatamente riconosciuto dal suo affettuoso cane. Come può non essere la scena più commovente mai girata? A quanto pare Nolan non ha mai incontrato un cane. Quindi non è in grado di rappresentare l’estasi di un cane per un ricongiungimento così tanto desiderato, che si manifesterebbe ovunque sul muso e sul corpo del cane, persino in un cane vecchio e morente. Come avrebbe lottato Argos per alzare la testa, come avrebbe tremato il suo corpo mentre cercava di alzarsi! Niente di tutto ciò accade, e Argos non sembra nemmeno un cane vero, il che fa pensare che questa sia una delle poche sequenze in Cgi in un film pubblicizzato per i suoi effetti speciali pratici. Nolan passa immediatamente alla schiena inerte del cane per mostrarci il tiepido scodinzolio di Argos. Ecco fatto. Questa è tutta la scena. Ma davvero, che senso ha continuare a parlarne? Mentre io sono paralizzata dalla grandiosa noia di Nolan, un pubblico enorme si entusiasma per quanto siano avvincenti i suoi film. Dove io vedo scelte di adattamento sconcertanti, tanti esempi di inettitudine nella regia, un’assoluta incapacità di immedesimarsi e trasmettere emozioni o effetti viscerali, altri lodano il suo genio in ogni cosa. Per me, Nolan è una sorta di Cecil B. DeMille dei nostri tempi. Venerato ai suoi tempi per i suoi grandi spettacoli, sempre popolari e vincitori di Oscar, DeMille è ora generalmente considerato un famigerato esponente della destra e un regista di serie A di Hollywood. E quell’Oscar per il miglior film che vinse nel 1953 per il suo stupido e lugubre film sul circo, Il più grande spettacolo del mondo, è spesso ricordato come uno dei premi più vergognosi mai assegnati dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences. Bisogna però riconoscergli il merito: DeMille era almeno uno showman abbastanza modesto da essere consapevole di trovarsi nel mondo dello spettacolo. Se l’umanità sopravviverà ancora per qualche decennio, è molto probabile che in futuro le persone guarderanno con stupore alla duratura popolarità e agli eccessivi elogi della critica riservati ai numerosi film lunghi, pesanti, estenuanti e, in definitiva, irritanti di Christopher Nolan. *Eileen Jones è critica cinematografica per JacobinMag, dove è uscito questo articolo. Conduce il podcast Filmsuck e ha scritto Filmsuck, Usa. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Odissea, una stroncatura proviene da Jacobin Italia.
August 1, 2026
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Il rap marocchino in arresto
Mahdi Lyoubi, noto anche come Mehdi Black Wind, regista e rapper marocchino, è attualmente detenuto in custodia cautelare nel carcere di Oukacha a Casablanca, con l’accusa di diffamazione del re. Il suo arresto ha suscitato indignazione internazionale, con numerose lettere aperte firmate da artisti, registi e rapper, una campagna virale sui social media e manifestazioni in dodici città che ne chiedono l’immediata liberazione. Si ritiene che Mehdi, una star della scena underground marocchina, sia stato preso di mira per i contenuti della sua musica e per il suo sostegno al movimento GenZ 212, le proteste antigovernative guidate dai giovani che sono scoppiate in Marocco alla fine di settembre 2025. Il suo arresto si inserisce in una nuova ondata di repressione nel paese nordafricano. Il regista e rapper, che vive in Francia dal 2017, era volato in Marocco a fine giugno per far visita alla famiglia e cercare location in vista del suo nuovo documentario. Ma quando ha tentato di rientrare dall’aeroporto di Rabat-Salé il 10 luglio, la polizia gli ha comunicato che gli era ufficialmente vietato lasciare il Marocco. Non è stata fornita alcuna spiegazione. Ma dopo essere stato sottoposto a un interrogatorio di polizia durato un’intera giornata il 13 luglio, la sua famiglia è stata informata del suo arresto. Lyoubi non ha avuto accesso a un avvocato, a causa dello sciopero generale, ormai in corso da oltre un mese, indetto dall’Ordine degli avvocati marocchini per protestare contro una legge governativa. Dopo la prima udienza, senza rappresentanza legale, è stato immediatamente trasferito nel famigerato carcere di Oukacha a Casablanca. Comparso davanti al pubblico ministero il 22 luglio, mentre gli avvocati erano ancora in sciopero, Lyoubi ha rifiutato un processo immediato e la sua richiesta di rilascio su cauzione è stata respinta. La prossima udienza è fissata per il 31 luglio. Lyoubi è accusato in base al controverso articolo 179, una parte del codice penale che molti considerano incostituzionale e in contrasto con le convenzioni internazionali sui diritti umani ratificate dal Marocco. Riguardante la diffamazione del re – capo dello Stato marocchino – e della famiglia reale – la dinastia alawita che governa il paese dal XVII secolo – l’articolo è uno strumento per sopprimere la libertà di parola. Il monarca marocchino detiene la suprema autorità esecutiva, militare e religiosa, e non solo un ruolo cerimoniale. «Nel caso di Lyoubi, tutto lascia intendere che sia stato arrestato per le opinioni espresse attraverso la sua arte, come è successo ad altri rapper perseguitati», ha dichiarato a Jacobin Khadija Ryadi, ex presidente dell’Associazione marocchina per la difesa dei diritti umani (Amdh) e vincitrice del Premio delle Nazioni unite per i diritti umani . «Il contesto attuale è caratterizzato da repressione, divieti e restrizioni, che prendono di mira le voci critiche: quelle di artisti e giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani». La stessa associazione ha chiesto l’immediata liberazione di Lyoubi. Considera il caso emblematico, anche per le implicazioni che avrà per altri prigionieri per reati di opinione e per le violazioni dei diritti umani. Le condizioni di detenzione e l’interrogatorio dell’artista rappresentano già una violazione della «presunzione di innocenza», fondamento di un giusto processo e dell’articolo 23 della Costituzione. Ryadi aggiunge che, sebbene la repressione sia dilagante, questa specifica disposizione è stata raramente utilizzata negli ultimi tempi: > Negli ultimi anni, i casi che abbiamo seguito hanno regolarmente utilizzato > altri articoli, come quello di offesa o danno a un pubblico ufficiale > nell’esercizio delle sue funzioni, o diffamazione di personalità diverse dal > re. Pochissimi di coloro che sono attualmente detenuti in Marocco come > prigionieri d’opinione sono stati processati con questo particolare articolo. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO IL RAP SPIEGATO DA UNA FEMMINISTA Wissal Houbabi BLACK WIND Il rapper  Lyoubi – Black Wind – si è fatto un nome all’inizio degli anni 2010 con il suo rap pungente e colto, influenzato dalla scena newyorkese. Figura discreta e venerata della scena hip-hop underground, canzoni come Nashid, Nashid II, L’Koul fer3oun kin Moussa e N’biyech sono diventate subito dei classici, ma hanno anche attirato l’attenzione delle autorità. Secondo quanto riferito dal suo comitato di supporto, intervistato da Jacobin, Lyoubi viaggia spesso tra la Francia e il Marocco. Tuttavia, l’artista trentatreenne aveva notato negli ultimi anni di essere, come molti altri vessati dalle autorità marocchine, oggetto di attenzioni particolari durante i controlli aeroportuali. La polizia telefonava anche agli hotel in cui alloggiava durante le vacanze per accertarsi della sua presenza. Per chi conosce il rap marocchino, Black Wind è considerato uno dei «veri», come dimostra il sostegno espresso da altri rapper. Secondo diversi artisti marocchini intervistati da Jacobin , Black Wind ha anche scelto di non partecipare al «gioco» dell’hip-hop: non si lascia coinvolgere in scontri online né segue le tendenze pop. La critica sociale è al centro della sua musica. Si muove tra diversi registri, mescolando nei suoi testi darija e francese, passando dalle rime audaci tra «Karl Marx» e «Air Max» (in Chavez, del 2022) a critiche feroci e profonde della deprivazione sociale in termini materialistici, il tutto nello spazio di un beat. Senza l’intermediazione di un avvocato, si sa ben poco riguardo alle accuse mosse contro Black Wind. Alcuni hanno ipotizzato che il testo di Nashid II, che fa riferimento a figure autoritarie, possa essere collegato all’articolo 179, ma ciò non è confermato. > Il nostro paese è rimasto indietro / Persino i vecchi materassi sono a pezzi / > Seppelliamo bambini per una semplice moto T-Max / Andate a vedere i loro > funerali / Un’anima è preziosa agli occhi di Dio / Ma io non credo / Negli > sceicchi / O nei re / O in niente di simile. La critica contenuta in Nashid II è molto chiara, ma non si sofferma su persone specifiche: la parola «re» è al plurale e compare in un elenco; potrebbe essere letta in senso figurato o metaforico, come una critica al potere autoritario. Il suo processo sembra dipendere da quanto attentamente le autorità marocchine lo ascoltino e se ritengano che il rapper abbia tentato di “scontrarsi” con il re. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! IL RAP E IL MOVIMENTO Organizzate sui social media dai collettivi giovanili anonimi GenZ 212 e Moroccan Youth Voice, le proteste sono iniziate lo scorso autunno quando circa 250.000 persone si sono unite al server Discord di GenZ dopo la morte di otto donne incinte a seguito di parti cesarei in un ospedale pubblico di Agadir. Le proteste di piazza, le più grandi dal 2011-’12, chiedevano miglioramenti per l’istruzione e la sanità e criticavano la corruzione e la spesa eccessiva del governo, ad esempio per grandi eventi sportivi come la Coppa del Mondo 2030 e la Coppa d’Africa 2025. I giovani hanno collegato la corruzione interna e le politiche neoliberiste alla causa palestinese, chiedendo attivamente la fine dell’accordo di normalizzazione tra Marocco e Israele del 2020. Il movimento ha incontrato una repressione molto più violenta rispetto alle proteste contro la normalizzazione di due anni prima e ha portato all’arresto di oltre mille persone. Alcuni hanno ricevuto condanne fino a quindici anni di carcere per «ostruzione del traffico su strade pubbliche mediante l’erezione di barricate». Tre persone sono state uccise ad Agadir lo scorso ottobre quando gli agenti hanno aperto il fuoco su una folla di manifestanti. Dopo le proteste del movimento GenZ 212, il rap è stato preso di mira in modo particolare. El Mahdi Lyoubi è infatti il quarto rapper a essere processato quest’anno. Tra gli altri rapper arrestati figurano Hamza Raid, figura di spicco del movimento, arrestato nel primo fine settimana di proteste lo scorso settembre. Pause Flow è stato arrestato a novembre per i testi di oltre dieci canzoni rap, con l’accusa di aver insultato funzionari pubblici. Souhaib Qabli (L7assal), che aveva criticato, come il movimento, la normalizzazione dei rapporti tra il governo e Israele e la corruzione in generale, è stato condannato a otto mesi di carcere. Ci sono stati anche altri arresti. La notte prima dell’arresto di Lyoubi, Ali Lmrabet, un giornalista sessantaseienne critico del regime, è stato fermato all’aeroporto Ibn Battouta di Tangeri, di ritorno dalla Spagna, dove risiede. Rilasciato mercoledì scorso in seguito alle pressioni internazionali, le indagini a suo carico sono ancora in corso. Zineb Kharroubi, una distributrice cinematografica marocchina residente in Francia, è stata condannata a giugno per «incitamento a commettere reati» tramite post sui social media che «invitavano a un raduno» davanti all’ambasciata marocchina a sostegno delle proteste GenZ 212. Il fatto che i rapper in particolare siano oggetto di attacchi è una novità. Già durante gli Anni di Piombo (il periodo che va all’incirca dagli anni Sessanta agli anni Ottanta sotto il regno di Hassan II, caratterizzato da violenza e repressione statale), diverse riviste letterarie furono messe al bando e molti scrittori finirono in prigione. Il rap è una forma musicale che si fonda sulla critica sociale e, in Marocco, i testi sono scritti nella lingua parlata quotidianamente dalla gente: il darija. La critica del rap raggiunge un pubblico più ampio rispetto all’arabo standard (per il quale il tasso di alfabetizzazione ufficiale è del 75%); pur essendo ricco di metafore, il suo messaggio critico è più crudo e diretto rispetto ad altre forme di espressione. Negli anni 2000, la rivista Nichane fu notoriamente chiusa per aver pubblicato delle barzellette in darija nell’ambito di uno studio sull’umorismo. I commenti dell’epoca sottolinearono come le barzellette, essendo in darija, mancassero di quella distanza che l’arabo standard permetteva e, come tali, fossero intollerabili per le autorità. RISPOSTA INTERNAZIONALE I sostenitori sperano di aumentare la pressione internazionale sulle autorità marocchine. Una petizione è stata firmata da centinaia di operatori culturali, tra cui alcuni dei nomi più importanti dell’hip-hop marocchino. Lettere aperte, indirizzate alle autorità marocchine, sono state pubblicate sui siti di notizie francesi Libération e Mediapart chiedendo l’immediato rilascio del rapper. I rapper marocchini hanno registrato messaggi di solidarietà sottolineando il carattere arbitrario dell’arresto. Come ha espresso su Instagram Khtek, rapper e collaboratore di Black Wind con un ampio seguito, c’è il timore che altri testi possano presto diventare un problema. Manifestazioni si sono svolte a Rabat, Casablanca, Marsiglia, Ginevra, Parigi, Amsterdam e nella piccola città costiera di Douarnenez, in Bretagna. Gli hashtag #FreeElMahdi, #FreeMehdi e #FreeKoulchi sono diventati virali. In un misto di inglese e darija, #FreeKoulchi significa «Liberate tutti» o «Liberate tutto», uno slogan dei movimenti GenZ 212 e del 20 febbraio, che chiedevano la liberazione di prigionieri politici, giornalisti e attivisti detenuti come prigionieri di opinione. Per ora, il processo sembra destinato a stabilire se i suoi testi costituiscano lesa maestà . Se le autorità giungeranno a questa conclusione autoritaria, sarà l’ennesimo esempio della loro incomprensione della musica di Black Wind, del rap marocchino e del malcontento giovanile espresso nelle recenti proteste. *Rona Lorimer è una scrittrice e traduttrice, vive a Parigi. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Il rap marocchino in arresto proviene da Jacobin Italia.
July 31, 2026
Jacobin Italia
Le crisi internazionali fanno volare i conti di ENI, che registra profitti record
Il 29 luglio ENI ha comunicato i risultati dell’ultimo trimestre, confermando le voci degli ultimi giorni che parlavano di incrementi significativi negli utili del colosso fossile italiano. La fredda contabilità, al solito infarcita di termini tecnici, riporta che nel periodo aprile-giugno 2026 il cosiddetto ebit (Earnings Before Interest and Taxes) proforma adjusted è salito a 5,38 miliardi di euro, quasi raddoppiando rispetto allo stesso periodo del 2025 e segnando un progresso del 52% sul trimestre precedente. L’utile netto adjusted si è attestato a 2,3 miliardi, più che raddoppiato su base annua. Nel periodo in esame la produzione di idrocarburi è salita dell’8%, attestandosi a 1,79 milioni di barili al giorno. I prezzi del greggio alle stelle, determinati dalla situazione di profonda instabilità del contesto internazionale, e la grande e continua corsa del cane a sei zampe alla scoperta e allo sfruttamento di nuovi giacimenti di gas e petrolio sono una combinazione perfetta per il successo finanziario della società, a netto discapito del Pianeta e di chi lo abita, profondamente colpiti dagli effetti sempre più forti della crisi climatica dovuta all’uso dei combustibili fossili. Già si prospetta un possibile dividendo straordinario per gli azionisti e gli investitori come il ricchissimo fondo statunitense Blackrock, su cui il management dell’azienda prenderà una decisione il prossimo autunno. Dal momento che all’orizzonte non si intravedono spiragli positivi per la soluzione dei vari conflitti in atto, i quali si intrecciano in maniera molto netta con il tema della “sicurezza energetica” (ergo, con il perpetuare il modello estrattivista fossile), non rimane che ribadire quella che ormai è un’esigenza imprescindibile: bisogna tassare gli extra-profitti delle multinazionali fossili come ENI. Per questo ReCommon ha lanciato una petizione che chiede al governo italiano di introdurre subito una vera tassa sugli extra-profitti fossili legata a una serie di passi concreti per instradare una transizione  energetica in linea con gli obiettivi internazionali di lotta ai  cambiamenti climatici e per aiutare le classi sociali più in difficoltà ad affrontarla. Il governo italiano, che ha molte limitazioni di finanza pubblica per poter intervenire nella crisi sociale in corso legata a quella energetica, dovrebbe coscienziosamente introdurre subito una tassa sugli extraprofitti fossili, senza lasciare la gran parte di questi ai grandi investitori internazionali. Altrimenti le prossime relazioni trimestrali di ENI continueranno a macinare record.
July 30, 2026
ReCommon