Il mutuo aiuto scolastico

Jacobin Italia - Thursday, May 7, 2026

Mía siede intorno a un’isola di banchi in un’aula colorata da graffiti e lavagne a gesso, ha 11 anni ed è appena arrivata dal Perù, sta imparando l’italiano giocando a Memory. Jalen ha difficoltà a restare fermo sulla sedia, ride di gusto elencando i nomi della frutta in cinese. Moussa, Mbaye e Fatou sono tre fratelli nati in Italia da genitori senegalesi. Moussa sostiene di non avere compiti. «Si ce l’ha, ha solo nascosto il libro nello zaino!» ridacchia Fatou aggiustandosi le spalle. 

Siamo nella Scuola Popolare Carla Verbano, all’interno del Lab!Puzzle, un bene comune polifunzionale nella periferia nord-est di Roma. Qui il martedì e il giovedì dalle ore 16 alle 18 un gruppo di peer educator – mediatore del sapere – si mette al servizio dei ragazzi della zona offrendo sostegno extrascolastico per i compiti a casa. «Sono arrivata dal Venezuela un anno fa con le mie figlie. Purtroppo, ancora non posso aiutarle con i compiti e non posso permettermi le ripetizioni private» racconta in spagnolo la mamma di alcune bambine. 

In Italia solo il 15% delle classi secondarie di primo grado offre il tempo pieno, negando il sostegno allo studio e penalizzando, in primo luogo, i ragazzi stranieri che stanno imparando l’italiano. L’apertura delle aule studio in orario pomeridiano è fondamentale per consentire a studenti che provengono da situazioni complesse di mettersi al pari con gli altri. In questo contesto le scuole popolari giocano un ruolo fondamentale per consentire l’accesso democratico all’istruzione. L’idea di educazione dal basso nasce intorno agli anni Settanta nel pieno dei movimenti riformisti e di autodeterminazione italiani. Prende forma nelle grandi zone urbane periferiche del paese abitate dalla classe operaia. L’obiettivo era quello di radicalizzare la conoscenza dei diritti all’istruzione nei bambini. 

«La scuola popolare è popolare per due ragioni: perché è per il popolo per superare le disuguaglianze di classe, e perché si basa su una pedagogia orizzontale volta a promuovere l’amore per il sapere più che la competizione», afferma Fiorenzo Parziale, professore di Sociologia dei processi culturali all’Università di Roma la Sapienza, ed educatore alla scuola popolare Carla Verbano. «Esiste una forte disuguaglianza scolastica tra classi sociali: a parità di voto e di genere, la probabilità del figlio di un operaio di iscriversi all’Università è tre volte inferiore rispetto a quella del figlio di un dirigente. La scuola popolare vuole cambiare il codice culturale senza, però, far assimilare a una persona un modello culturale che non è suo. La Divina Commedia è importante, ma un ragazzo musulmano non la capisce perché non corrisponde alla sua cultura», conclude Parziale. 

L’obiettivo di queste scuole è quello di disegnare un modello di apprendimento lontano dal giudizio fatalista, riportando al centro della scena il desiderio di apprendere per apprendere. Sono centri di resistenza che hanno saputo sfruttare e riqualificare immobili inutilizzati. Esprimono la riappropriazione del territorio e, attraverso iniziative culturali, artistiche e sociali, combattono il disagio infrastrutturale. Città come Roma, Napoli e Milano sono laboratori di spazi autogestiti. La Rete Scuole Senza Permesso nel milanese unisce la scuola popolare e la scuola per migranti con l’obiettivo di promuovere l’accoglienza. L’impegno per contrastare l’abbandono scolastico si legge anche in iniziative come Non uno di meno, un programma volto ad assistere i ragazzi all’interno degli istituti. 

L’esperienza Làbas nel quartiere Santo Stefano a Bologna, nata dall’occupazione dell’ex caserma Masini, compensa l’interruzione delle lezioni attraverso il centro estivo. A Napoli l’associazione Chi rom e chi no, nata a Scampia da alcuni giovani gagè – persone non rom –  promuove attività di aiuto compiti insieme agli abitanti del quartiere. A Palermo il progetto scuola Spasmo di educazione popolare e di arteducazione, accompagna i ragazzi del quartiere Sant’Erasmo a uscire dallo stigma del ghetto. Nella capitale ci sono 12 scuole popolari sparse in diverse periferie, tra queste la Scuola A Testa Alta nel quartiere di San Basilio, Mammut a Rebibbia, MateMù nell’Esquilino e la Scuola Popolare Tor Bella Monaca. 

La Scuola Carla Verbano, nel quartiere Tufello di Roma, nasce nel 2011 da un percorso di occupazione e autogestione. Porta il nome della mamma di Valerio Verbano, ucciso per ragioni politiche il 22 febbraio 1980 da tre uomini introdottisi nell’appartamento dove abitava con i genitori. Le indagini furono insabbiate e ancora oggi non si conosce l’identità dei responsabili. «Carla non ha mai smesso di cercare verità e giustizia per suo figlio; è morta nel 2012 senza una risposta», racconta Mitch, referente della scuola. «Dopo l’omicidio di Valerio si è dedicata a promuovere l’antifascismo nelle scuole del quartiere. È per questo che la scuola porta il suo nome. Sono stati i residenti della zona a chiederci di organizzare dei dopo scuola», conclude. 

«Qui da noi vengono ragazzi delle elementari, delle medie e delle superiori, qualcuno, anche più piccolo. C’è una buona comunità bengalese, c’è un gruppo di ragazzi senegalesi, qualcuno dell’est Europa, altri del Sud America. Un tempo c’era qualche ragazzo italiano ma da un paio di anni sono tutti immigrati» racconta Parziale. 

Leggi anche…

SCUOLA

Dall’ultimo banco

Redazione Jacobin Italia

La piccola realtà di questa struttura rispecchia i dati nazionali: in Italia il numero degli alunni con cittadinanza non italiana si avvicina ai 915.000, circa l’11% del totale della popolazione scolastica, ed è preoccupante che tra questi il tasso di dispersione sia di oltre il 34% per i ragazzi nati in Italia e oltre il 44% per quelli nati all’estero. Secondo il ministero dell’Istruzione, nel 2025, più del 26% degli studenti stranieri ha lasciato la scuola, a fronte dell’8% di quelli italiani. Inoltre, un alunno con background migratorio su due è iscritto a una classe inferiore rispetto alla sua età anagrafica, quasi il 27% sceglie il liceo professionale e appena l’1,6% sceglie il liceo classico. «È fondamentale la dimensione economica, perché studiare ha costi diretti e indiretti. Tanti figli di migranti scelgono il tecnico professionale perché si domandano ‘ma io posso rischiare?’ In questo modo si riproducono le sequenze di classe», spiega Parziale. Secondo i dati Istat aggiornati al 2025, il 37% dei giovani tra i 3 e i 19 anni non ha libri in casa; il 35% non ha svolto alcuna attività sportiva; e il 27% non ha partecipato a spettacoli o eventi come cinema, teatro o musei. Non solo. Più del 42% degli studenti non è iscritto a tempo pieno alla scuola primaria. In questo contesto, è evidente come il tempo pieno e le attività extrascolastiche possano contribuire positivamente a ridurre i gap scolastici e a stimolare competenze socio-emotive. 

Tuttavia, la risposta istituzionale appare ancora insufficiente. Molte scuole non hanno strutture adeguate, ad esempio mense o spazi di accoglienza, e le amministrazioni comunali, spesso, non dispongono di risorse sufficienti per garantire l’orario prolungato. Inoltre, in alcuni casi le famiglie non lo scelgono per motivi economici o organizzativi. Questo si verifica in larga misura nelle zone settentrionali e nei quartieri periferici delle grandi città. 

A livello nazionale, l’Italia è uno dei paesi dell’Unione europea che spende meno in istruzione in rapporto al proprio Pil. Con appena il 4,1%, si colloca infatti al di sotto della media Ue (4,7%), superata solo da Bulgaria (3,9%), Grecia (3,8%), Romania (3,2%) e Irlanda (2,7%), decisamente lontana dalla media francese (5,5%) e del Regno unito (4,7%). Inoltre, nella legge di bilancio 2025 non è stato rinnovato il fondo per il contrasto alla povertàeducativa minorile che, dalla sua istituzione nel 2016, ha raccolto circa 800 milioni di euro e realizzato più di 800 iniziative per rimuovere gli ostacoli alla fruizione dei processi educativi. 

«Questo governo sta facendo un’operazione chirurgica di smantellamento dell’idea di scuola pubblica ad accesso universale», spiega Andrea Morniroli, amministratore della cooperativa sociale Dedalus di Napoli e coordinatore del Forum diseguaglianze e diversità. «Stiamo andando verso una scuola che, da una parte, è piegata al mercato e, dall’altra, è sempre più contenitiva dato che, come dice il Ministro Valditara, deve addestrare più che educare. Gli istituti tecnici sono passati da 5 a 4 anni, perché non importa che i ragazzi imparino la geografia o la storia, quelli devono essere funzionali al lavoro» conclude. Gli episodi di boicottaggio della prova orale della maturità, da parte di alcuni studenti, hanno messo in luce l’importanza di rivedere un sistema scolastico più attento al benessere emotivo e meno dominato  dalla logica competitiva.

*Francesca Vidal è giornalista freelance e PhD student in Scienze politiche e sociali alla Sapienza. Ha lavorato e studiato a Barranquilla in Colombia, a Bruxelles e a Barcellona. Lo scorso anno ho frequentato la Scuola Lelio Basso di Roma. Collabora con Confronti e l’Espresso.

Diamoci un taglio

La rivoluzione non si fa a parole.
Serve la partecipazione collettiva.
Anche la tua. Abbonati
a Jacobin Italia

L'articolo Il mutuo aiuto scolastico proviene da Jacobin Italia.