L’Europa, nonostante tutto

Jacobin Italia - Friday, May 8, 2026

Il capitalismo si è fatto autoritario, vive con insofferenza qualsiasi limitazione alla propria agibilità. Oggi l’economico sovraordina a tal punto la società che la politica è diventata quasi esclusivamente ancillare. Anzi molti rappresentanti, espressione del grande capitale, assumono direttamente anche il comando politico della cosa pubblica. Viene persino fatto un paragone con il vecchio modello feudale, dove il potere economico e politico coincidevano. Corpi intermedi, corpi indipendenti, equilibrio dei poteri sono oggi tutti potenziali elementi d’intralcio al dispiegamento del capitale. Questa supremazia non è, però, indice di potenza, ma di una crisi nella sua capacità di autovalorizzazione. I ritmi di crescita economica si riducono, fino a diventare tendenzialmente stazionari, persino nei paesi emergenti. Come se il modello di crescita economica andasse verso una saturazione.

La crisi del modello-capitale non implica, però, una crisi dei capitalisti. Le Big Tech spadroneggiano. Le disuguaglianze si ossificano, mediante rendita ed eredità, diventando sempre più incolmabili. Tramonta definitivamente il ruolo dello Stato inteso come mediazione di interessi per trasformarsi in agente dello scontro tra grandi potentati economici in una scala geopolitica. Usa e Cina, sebbene differenti, si scontrano con le medesime armi. Finanza, Big Tech, Stato, politica, alleanze e controllo di risorse. Questo è il capitalismo politico. La principale differenza tra questi due potentati risiede da un lato nel declino relativo di uno che ricorre alla forza militare per difendere quella economica, mentre l’altro, in ascesa, impiega l’economia per sottrarre terreno al concorrente sia sul piano dello sviluppo commerciale che su quello delle relazioni internazionali. Washington diventa protezionista e Pechino globalista. La crisi della globalizzazione e la sua insostenibilità sociale inducono gli Stati uniti a un ripiegamento protezionista, non certo per difendere la propria working class. La Cina d’altro canto è globalista non certo per istinto antimperialista, ma per difendere e rafforzare il proprio ruolo nazionale.

Avvento del capitalismo politico

La politica di potenza, dunque, polarizza sempre più il mondo. Gli Usa destrutturano il Medio oriente, rilanciando Israele come avamposto, in una logica geopolitica e militare che non può sfuggire. Il soft power a stelle e strisce, ammesso che sia mai esistito, ora viene sostituito da nuove e dirette mire di controllo, a partire dal cortile di casa latinoamericano. Attacchi in Venezuela, Iran, persino Africa, per sottrarre relazioni commerciali alla concorrente Cina. Quest’ultima cerca di consolidare rotte energetiche e commerciali senza ricorrere alla forza militare, di cui non dispone ancora a sufficienza, ma con una formula imperiale di sfruttamento di terre (rare come reali) e finanza, compreso l’uso del debito. Il modello di quella parte di mondo che viene definito Sud-globale appare in rotta di collisione sempre più marcata con la potenza statunitense, ma si caratterizza, oltre che per ampia eterogeneità, per un profilo tendenzialmente autoritario. Il multilateralismo che si prospetta al posto dell’unilateralismo a stelle e strisce è fatto di politica di potenza, dove il mercato scalza i più deboli, quelli privi di risorse naturali, senza uno Stato forte. Il welfare che resta è condizionato alla sottomissione, è funzionale al consenso di regime. Nessuno scontro capitale/lavoro è tollerato come modellatore delle relazioni socio-economiche. Nessuna autonomia sociale è considerata accettabile. Solo paternalismo dall’alto per consolidare un modello organicista spesso a trazione nazionalista. Al di là delle differenze che ci sono, questa è la grande convergenza che si afferma nel capitalismo politico a tutte le latitudini.

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Perché sembra tramontare il liberalismo?

In tale contesto l’opzione liberaldemocratica sembra stia tramontando. Elencherò una serie di indizi che stanno facendo propendere per questa ipotesi, pur nella consapevolezza che anche in altri periodi l’opzione liberale era finita all’angolo. Il passato potrebbe suggerire, dunque, il rischio di un giudizio precipitoso e analiticamente poco fondato. Ma ritengo vi siano alcune differenze sostanziali rispetto alla storia degli ultimi cento anni. 

Partiamo dagli anni Trenta. Dove i fascismi sembravano soppiantare qualsiasi altra opzione capitalistica. Come  ricorda Paola Cattani «in pochi tra le due guerre avrebbero scommesso su una rinascita liberaldemocratica a venire». Ma il New Deal roosveltiano e la sconfitta dei fascismi durante il conflitto mondiale consentirono il ritorno per trent’anni del liberalismo più forte e più progressista mai registrato.

Negli anni Trenta, al culmine di consenso per i regimi autoritari, il liberalismo sembrava irrimediabilmente perso, ma in quel tempo la crescente egemonia nazionalista era contesa con l’Unione sovietica e con le forze comuniste e socialiste. L’autoritarismo a destra non era l’unico attore sul palcoscenico geopolitico. Oltre al pericolo fascismo esisteva un’altra opzione di natura opposta che dalla Seconda guerra mondiale costituiva un competitor, ma anche un alleato per sconfiggere l’autoritarismo di destra. Una sorta di contrappeso. Il comunismo reale a est come a ovest ha condizionato la crisi del liberalismo, ma allo stesso tempo ha contribuito a risolverla. A dare fiato a uno sbocco liberaldemocratico al di qua della cortina di ferro.

In quel periodo di crisi del liberalismo, dunque, esistevano diverse opzioni in campo, sul piano politico ed economico. Oggi così non appare. Il liberalismo non solo è in ritirata nei consensi, ma nelle scelte politiche di fondo. Per non dire della svolta liberista dello stesso liberalismo a partire dai primi anni Ottanta. A ogni spallata della destra di governo non ha corrisposto un cambio significativo di passo nell’alternativa liberale che provvisoriamente è riuscita a contenerla. A ogni sconfitta di leader come Trump non ha corrisposto quasi mai un annullamento dei provvedimenti assunti dai loro governi. Come se una parte del lavoro sporco necessario ormai fosse stato portato a termine. Perché non approfittarne senza risultarne responsabili? È da lì, da quel combinato di liberal-liberismo e destra autoritaria, che si sedimenta il piano inclinato di cui non si vede la fine.

Sul versante economico, poi, va considerata la fatica a realizzare crescita. Il ritorno a un capitalismo in grado di creare benessere diffuso, la famosa marea che farebbe salire tutte le barche, è una teoria che tale è rimasta. Il trentennio glorioso del secondo dopoguerra appare per quel che è stato: una congiuntura storica eccezionale. Nei decenni successivi i tassi di crescita sono diminuiti, la redditività del capitale anche. Emiliano Brancaccio sottolinea come il saggio di profitto medio a livello mondiale nell’ultimo ventennio sia sceso del 13%. In Occidente i profitti reggono grazie alla crescente compressione dei salari e del mercato del lavoro oltre all’alleggerimento fiscale. Per superare la crisi successiva al trentennio glorioso, inoltre, c’è stato bisogno di drogare in maniera crescente l’economia attraverso la sua finanziarizzazione e l’indebitamento (privato e pubblico). Tale processo, coadiuvato da un portentoso fenomeno di innovazione tecnica, ha consentito di realizzare per un certo periodo tassi di crescita significativi, seppur non paragonabili al periodo antecedente. Ma al prezzo di aver costruito un sistema particolarmente delicato, sensibile a qualsiasi elemento che vada in direzione contraria. Non vengono tollerate incongruenze, dal panico finanziario fino alla pur minima conflittualità sociale. Un sistema basato sulla magia della finanza risulta in definitiva estremamente fragile e spesso non interamente controllabile. Come le periodiche crisi ci dimostrano a partire dagli anni Novanta. Crisi dove non esisteva più uno storico e strutturale avversario.

Altro aspetto da rilevare rispetto al passato, infatti, è la natura endogena della crisi del liberalismo. Una certa vulgata ha sempre in qualche modo giustificato l’affermazione dei fascismi come reazione al pericolo «rosso». Oggi tale pericolo non esiste a nessuna latitudine, seppur vi sia spesso agitazione per il suo spettro. Ma al netto delle strumentali e contraddittorie propagande, la crisi del liberalismo è frutto non certo di un nemico esterno. Dalla caduta del Muro di Berlino per il capitalismo liberale si era aperta una strada di cui non si sarebbe dovuta vedere la fine. Eppure la teleologia liberale è diventata vittima di sé stessa in maniera paragonabile a quella del comunismo reale. Nessun avversario esterno ne ha decretato la crisi. Dunque il ritorno di un capitalismo autoritario nasce e si afferma proprio nella pancia di quello liberale e dalla disattesa delle sue millenaristiche promesse.

Sopravvivenza del capitalismo

Concentrazione in alto, competizione in basso. La competizione come principio regolatore generale si è mangiata sé stessa. Il libero mercato ha prodotto la potenza dei più forti. Senza più freni. A tramontare è l’opzione socialdemocratica assieme a quella liberal-democratica. Restano solo balbettii che provano a esser da freno del nuovo capitalismo in maniera sporadica, segmentata, senza una prospettiva d’insieme. Un flebile freno alla sua totale libertà. I rituali appelli di mega-imprenditori a pagar più tasse o a riequilibrare i processi diseguali in corso restano nel migliore dei casi solo buone intenzioni. La semplice elezione di un sindaco socialista a New York ha come effetto la fuga di 125 mila cittadini con reddito alto e altissimo in altri Stati dove si pagano solo tasse federali, senza altre aliquote locali. Queste ultime non costituiscono certo la socializzazione della ricchezza di quel famigerato 1%, ma tant’è non esistono spazi di mediazione. I ricchi vogliono essere sempre più ricchi. Mettendo a valore un sistema ormai diffusissimo di concorrenza al ribasso sui sistemi fiscali. Il capitale si sottrae alla benché minima responsabilità sociale.

Parallelamente la sconfitta politica del lavoro ha prodotto la disgregazione degli argini sociali, la destrutturazione di significativi elementi di resistenza al capitale. Rendendo complicato invertire la rotta su una scala sufficientemente ampia. Alla forza cooperante del capitale, dunque, corrisponde l’assenza di una forza altrettanto cooperante del lavoro.

Analizzare il profilo delle economie emergenti, e in particolare la Cina, è interessante. Un paese che non costituisce più un’alternativa di modello, anche se rappresenta un modello contraddittorio e probabilmente in fieri. A ritmi serrati, Pechino non solo ha ridotto drasticamente la povertà interna (scelta in senso socialista), ma ha fondato il proprio successo su assi similari a quelli occidentali (scelta in senso capitalista). Dalla promozione dell’indebitamento privato, in particolare immobiliare, a quello pubblico. Per non dire dei tassi di crescita della concentrazione economica, superiori a quelli statunitensi. I colossi imprenditoriali affermatisi sembrano il corrispettivo di quelli a stelle e strisce, a partire dal settore digitale. Il modello cinese è molto più simile a quello occidentale di quanto i due principali contendenti globali siano disposti a riconoscere. Lo scontro è tra mercantilismo cinese e protezionismo statunitense. Tra partito comunista cinese e bipolarismo demo-repubblicano statunitense. Ferma restando la necessità di un comando politico funzionale e/o consustanziale a quello economico, la distinzione di queste due sfere diventa progressivamente impercettibile sia a ovest sia a est. Lo stesso pacifismo cinese appare una scelta contingente piuttosto che identitaria. Le due potenze accumulano energia dove possono, attrezzandosi per una sempre maggiore conflittualità.

Oggi, dunque, il capitalismo per sopravvivere ha bisogno di concentrazione. In passato la democrazia si è affermata, sebbene con estrema difficoltà, perché era funzionale allo sviluppo di nuove energie economiche e sociali. La contesa, in ultima istanza, generava sviluppo e il conflitto sociale riusciva a redistribuirlo, almeno in parte. Oggi lo sviluppo, al netto degli espedienti economico-finanziari, è tendenzialmente stagnante. I grandi operatori magari sono anche in competizione tra loro, ma altrettanto coesi sui principi di fondo che giudicano vitali. Libertà d’azione del grande capitale, concorrenza fiscale tra Stati, bassi salari, welfare minimo. Tale fenomeno indica instabilità e incertezza. Da qui la necessità di un estremo controllo socio-politico del capitale stesso. Da qui l’esaurirsi di un’opzione concretamente e non solo formalmente liberal-democratica.

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Un’alternativa europea 

In un panorama così desolante da qualche parte si deve pur ripartire. Va individuata una politica economica che poggi su soggetti in carne e ossa e su luoghi dove rivendicarla. Occorre una dimensione spaziale dove credibilmente proporla.

Si tratta, dunque, preliminarmente di lanciare una prospettiva che intenda imbrigliare il mercato. Che lo fermi, che lo metta al suo giusto posto. Una prospettiva che reinventi un ruolo della sfera pubblica fondato su gestione e controllo dell’economia. Pianificazione per gestire il disastro ecologico e contrastare le diseguaglianze. Costruire, dunque, una nuova impalcatura economica, fondata su attori pubblici e collettivi, che circoscriva il raggio d’azione del mercato. Anzi che indirettamente riesca persino a condizionarlo positivamente. Collaborazione invece di competizione. Protagonismo e controllo sociale. Formule che devono vedere la convergenza di politiche dall’alto e di protagonismo dal basso. Pianificazione e collaborazione non solo devono essere antitetici all’autoritarismo, ma devono essere promossi in un regime di libertà. Solo così possono generare una nuova efficienza economica. Intesa nel senso di sviluppo materiale e immateriale coniugato a tutela ambientale e giustizia sociale.

Risulta evidente che tali necessità trovano un primo limite nell’attuale dimensione sovranazionale. Ecologia e uguaglianza possono essere perseguite solo dentro uno spazio sufficiente. Largo abbastanza da potersi sottrarre al cappio della finanza, dell’economia liberista, della delocalizzazione produttiva e di consumo. Allo scontro, bipolare o multilaterale che sia, dovremmo sottrarci perseguendo ben altre logiche. In questa prospettiva il respiro protezionista e meramente localista non aiuta. Non può essere ripiegando di scala che si risulta credibili. Nello scontro tra potenze bisogna individuare lo spazio sufficiente dove resistere per cambiare. Un‘area minima di alleanze politiche, economiche e sociali per sperimentare percorsi alternativi e in grado di reggere l’urto delle pressioni esterne. 

Lo spazio è l’Europa. Non per ottimismo sulle attuali forze in campo ma perché, al netto di tutte le contraddizioni che si sono sedimentate in un pluridecennale processo di unificazione esclusivamente tecnocratico ed economico, fondato su un astratto liberismo, esiste un contesto potenzialmente utile nel Vecchio continente. L’Europa è stretta tra potenze storiche ed emergenti. Mantiene un ruolo neocoloniale residuale che non le consente di ritornare in gioco alle regole delle principali potenze. Se l’Unione europea è stata il tentativo di rilanciare la politica di potenza del capitale su scala continentale, allora oggi appare sempre più chiaro il fallimento del progetto. L’Europa come potenza globale sta perdendo la contesa globale, le sue multinazionali mantengono un ruolo marginale e di vassallaggio. La crisi appare evidente e percepita come irreversibile. Al contempo il Vecchio continente mantiene forme di welfare e potenzialmente di modello alternativo a quello di stampo anglosassone che consentono di poter sottrarsi allo scontro globale. L’Europa, pensata come terreno di contesa, dove provare a ricostruire forze politiche e sociali, può ancora diventare uno spazio dove si coltivano formule economiche non ipermercantiliste (che, anzi, dove esistono stanno andando in crisi), con esperienze pilota di collaborazione. Può diventare lo spazio dove il numero di ore lavorate rimane più basso che nelle grandi potenze emergenti, consentendo di sperimentare un modello in cui la produttività va anche a vantaggio del tempo libero e non solo della produzione. Il bene comune nella cultura popolare è ancora percepito. L’Europa può essere potenza di pace, di relazioni economiche internazionali non fondate sulla logica militare. Non è un’idea estemporanea e neppure la riproposizione di uno slogan. Oggi, differentemente da ieri, esiste uno spazio politico per un’Europa diversa. È in corso una dinamica che crea le condizioni perché quello spazio sia materialmente possibile. Insomma si può lavorare per un’Europa pacifista, democratica e socialista, capace di affrontare le sfide del presente con la sufficiente scala geopolitica, culturale ed economica non per posizionarsi nell’attuale scontro globale, ma per sottrarvisi. 

Christian Marazzi ci ricorda che accettando la definizione dominante l’Europa è indietro su tutti i fronti, a partire da quello tecnologico. E che solo smantellando lo Stato sociale è perseguibile la «loro» crescita, quella dei più forti. E conclude: «Meglio scegliere la marginalizzazione che il gioco al massacro del primeggiare, ci sono cose troppo importanti dal punto di vista sociale, umano, filosofico, culturale da sacrificare inseguendo la corsa delle superpotenze. Restiamo nella marginalità per riscoprire un’alterità».

*Marco Bertorello lavora nel porto di Genova, collabora con il manifesto ed è autore di saggi su economia, moneta e debito fra cui Non c’è euro che tenga (Alegre, 2014) e, con Danilo Corradi, Capitalismo tossico (Alegre, 2011) e Lo strano caso del debito italiano (Alegre, 2023). 

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