
L’Europa vista dal futuro
Jacobin Italia - Tuesday, February 24, 2026
Articolo di Chiara Martini, Giovanni Marenda«Percepisco il mio stato con sufficiente chiarezza e rifletto su chi è stato a inventare la prigione. Mi rendo conto che deve essere uno dei due: o un genio nell’arte della servitù, che ha scoperto qualcosa che potrebbe uccidere la libertà stessa, o un genio nell’arte del potere e della sua acquisizione, la cui fame di supremazia è tale che non può sopportare la vista di dissidenti seduti accanto a lui, come pari». (da un testo scritto da Abdulrahman Al-Khalidi, il 23 novembre 2024)
Abdulrahman al-Bakr (al-Khalidi) è un giornalista e attivista saudita per i diritti umani che, da oltre un decennio, documenta e denuncia la repressione politica attuata dal regime del principe Mohammed bin Salman in Arabia Saudita, con un’attenzione costante alla condizione dei prigionieri politici e alla persecuzione sistematica degli oppositori. A causa del suo attivismo durante gli anni dell’università, durante le rivolte arabe avvenute a partire dal 2011, fu costretto a lasciare il paese per rifugiarsi prima in Egitto, nel 2013, poi in Qatar e infine in Turchia. Dall’esilio, il suo coinvolgimento non si è mai interrotto, prendendo parte all’esperienza dell’«Electronic Bees Army», movimento online di contro-informazione nato per contrapporsi alla propaganda lealista e noto per essere stato sostenuto, tra gli altri, dal giornalista Jamal Khashoggi – che il 2 ottobre 2018 fu fatto a pezzi all’interno del consolato saudita di Istanbul, e il cui corpo non è mai stato ritrovato.
L’assassinio di Jamal Khashoggi ha rappresentato una dimostrazione inequivocabile del fatto che la vita di Abdulrahman non fosse al sicuro neppure in Turchia. Intanto, nel Regno saudita la repressione del dissenso, in particolare nei confronti dei giornalisti, si è progressivamente intensificata. Secondo Human Rights Watch, nel 2025 il paese ha registrato per il secondo anno consecutivo il numero più elevato di esecuzioni capitali della sua storia recente: 356 persone giustiziate, tra cui il giornalista Turki al-Jasser, noto blogger impegnato nella documentazione delle rivolte arabe del 2011, condannato a morte per «terrorismo» dopo sette anni di detenzione. In questo contesto, nell’ottobre 2021 Abdulrahman ha intrapreso un percorso migratorio verso l’Unione europea, attraversando a piedi il confine tra Turchia e Bulgaria con l’obiettivo di ottenere protezione internazionale. Da allora, quindi da oltre quattro anni, si trova in stato di detenzione amministrativa in territorio bulgaro. Si tratta di uno dei casi più prolungati di detenzione amministrativa registrati nell’Unione europea, un periodo segnato dalla costante minaccia della deportazione. Deportazione che significherebbe, con ogni probabilità, tortura e pena di morte.
Fino a pochi giorni fa Abdulrahman era detenuto nel centro di Busmantsi, a Sofia; dal 27 gennaio di quest’anno è stato trasferito nel centro di Lyubimets, nel sud del paese. Nel luogo in cui cercava libertà e sicurezza, Abdulrahman ha invece trovato un incubo detentivo senza fine. Come egli stesso ha dichiarato: «Sia la prigione saudita sia quella bulgara uccidono l’anima, ma nella prigione bulgara mi sento più tradito».
Il ruolo dell’Arabia Saudita e il doppio standard europeo sui diritti
Questa vicenda non può essere pienamente compresa senza considerare il ruolo politico del Regno saudita nello scacchiere internazionale e, in particolare, la rete di relazioni economiche, energetiche e militari che lo rendono un partner strategico per l’Europa e gli Stati uniti. Fin dall’inizio, l’ingerenza saudita nelle decisioni delle autorità bulgare sul caso al-Khalidi, tanto politiche quanto giudiziarie, è apparsa evidente. Ufficiali sauditi hanno affiancato la Dans, l’agenzia bulgara per la sicurezza nazionale, durante gli interrogatori condotti nel centro di Busmantsi nel febbraio 2022, mentre nel paese d’origine la famiglia di Abdulrahman è stata più volte interrogata e minacciata. In questo quadro si inserisce anche l’incontro del 6 novembre scorso a Riyadh tra il ministro dell’interno bulgaro Daniel Mitov e la sua controparte saudita, dedicato al rafforzamento della cooperazione in materia di sicurezza. Non a caso, la vicenda di al-Khalidi è stata citata in un recente studio della sottocommissione per i diritti umani del Parlamento europeo (Droi) come caso emblematico di repressione transnazionale, mostrando come per molti difensori dei diritti umani in fuga da regimi autoritari l’Europa sia uno spazio sempre meno sicuro.
Questo meccanismo colpisce in modo particolare attivisti e oppositori politici in fuga da regimi autoritari alleati o partner degli Stati occidentali. È in questi casi che l’ipocrisia e il doppio standard europei diventano più evidenti: le violazioni sistematiche della libertà e della sicurezza delle persone vengono ignorate quando il partner è ritenuto «strategico», mentre sanzioni, condanne pubbliche o interventi militari vengono giustificati selettivamente in nome della democrazia quando conviene. Se l’omicidio di Jamal Khashoggi aveva prodotto una serie di condanne ufficiali e un’apparente quanto temporanea crisi diplomatica, i rapporti europei con lo Stato saudita sono stati poi rapidamente normalizzati.
Una questione di «sicurezza nazionale»
La vicenda di Abdulrahman al-Khalidi si trova oggi al centro di un impasse giuridico ma soprattutto politico. La sua privazione della libertà è fondata esclusivamente su valutazioni di «sicurezza nazionale» elaborate dall’Agenzia statale per la sicurezza nazionale bulgara (Dans), valutazioni che si basano su informazioni classificate, sottratte al controllo della difesa, da cui l’imputato deve paradossalmente discolparsi senza poterne conoscere il contenuto.
Uno degli aspetti più rilevanti della detenzione di al-Khalidi non è solo la sua durata eccezionale – siamo oggi quasi a 52 mesi – ma il modo in cui essa è stata mantenuta nonostante due sentenze definitive e inappellabili del tribunale amministrativo di Sofia che ne ordinavano la liberazione immediata, il 18 gennaio 2024 e il 26 marzo 2025. In entrambi i casi, però, la Dans ha emesso delle cosiddette «contro-decisioni» amministrative, volte ad aggirare gli effetti delle sentenze. Parallelamente, al-Khalidi ha presentato ricorso contro il rigetto della sua domanda di asilo, vincendo tre volte davanti alla Corte amministrativa suprema. In una di queste decisioni, la Corte ha riconosciuto esplicitamente l’ingerenza indebita della Dans nel procedimento di asilo, censurando tanto il ruolo sproporzionato dell’apparato di sicurezza quanto le inesattezze nelle valutazioni della Dab, l’Agenzia statale per i rifugiati. I tribunali bulgari hanno quindi ripetutamente confermato l’esistenza di gravi violazioni procedurali e sostanziali, eppure la detenzione è proseguita.
Il meccanismo delle «contro-decisioni» amministrative storicamente non rappresenta una novità nel contesto bulgaro. La Dans è la diretta erede dei servizi segreti operativi durante il socialismo reale, attivi fino al 1990. Pur essendo cambiato lo sfondo ideologico, rimane l’utilizzo di categorie elastiche, non verificabili, per costruire e criminalizzare il nemico interno. In questo modo, i diritti fondamentali vengono sospesi senza bisogno di un’accusa penale o di un processo regolare.
La detenzione dei migranti in Bulgaria
Questa vicenda è solo la punta dell’iceberg di una governance delle migrazioni che in Bulgaria si fonda sempre di più sul dispositivo della detenzione amministrativa e sulla moltiplicazione degli spazi di privazione della libertà. Infatti, se fino a due anni fa il regime detentivo rappresentava un’eccezione a un sistema di ricezione basato sui cosiddetti «campi aperti», in breve tempo il panorama si è ribaltato, facendo della detenzione la norma. L’infrastruttura del trattenimento per persone straniere in Bulgaria si articola in due centri, ufficialmente (e ironicamente) denominati Special Home for Temporary Accommodation of Foreigners – quello di Busmantsi a Sofia e quello di Lyubiments nei pressi del triplice confine con Grecia e Turchia, più un terzo recentemente riaperto, nella cittadina di Svilengrad – e opera attraverso procedure di non facile interpretazione, per la loro natura opaca e arbitraria.
In sintesi, esiste una detenzione di breve durata (due/tre settimane) usata per identificare le persone intercettate lungo il confine, concretizzando il cosiddetto «screening» alla frontiera previsto dal Nuovo patto europeo. Si tratta di una detenzione preventiva sistematica, applicata automaticamente a uomini, minori e famiglie, dalla quale dipende l’eventuale possibilità di avanzare domanda di protezione. Inoltre, in queste (almeno) due settimane di detenzione le persone ricevono fortissime pressioni per accettare il rimpatrio «volontario»: una violenza psicologica che si somma alle condizioni igieniche pessime, al cibo scarso e di scarsa qualità, alla mancanza di assistenza medica.
Esiste poi una detenzione di lungo periodo, che può arrivare fino a 18 mesi e colpisce chi riceve il diniego della richiesta d’asilo (a oggi la maggior parte dei richiedenti), chi tenta di lasciare il paese, e chi viene arbitrariamente etichettato come «migrante irregolare». Poiché la Bulgaria fatica a organizzare le deportazioni, molte persone vengono trattenute fino a 18 mesi o spinte ad accettare il rimpatrio «volontario», spesso con il supporto di Frontex, verso paesi come la Siria o il Marocco. Inoltre, un numero consistente di reclusi sono i cosiddetti «dublinati», deportati in Bulgaria da altri stati membri dell’Ue con una «procedura Dublino» e frequentemente rinchiusi in detenzione prolungata invece di essere reinseriti in un campo aperto per un’ordinaria procedura di asilo.
A questo si affianca, infine, la sezione per i richiedenti asilo che secondo la Dans minacciano «la sicurezza nazionale», dedicata in particolare alle persone con un passato di attivismo politico o arbitrariamente accusate di aver organizzato il viaggio attraverso il confine. Questo tipo di detenzione può prolungarsi, come abbiamo visto, indefinitamente. Qui al-Khalidi è rimasto detenuto fino al 25 marzo 2025, prima di essere trasferito nella sezione pre-deportazione per «migranti irregolari». Ma non è un caso isolato, altri come lui hanno affrontato analoghe reclusioni: ad esempio Nidal Hassan, cittadino gazawi, padre di quattro figli, già detenuto a Gaza per la sua omosessualità, recluso per oltre un anno a Busmantsi nonostante un ordine di liberazione del tribunale, prima di essere deportato.
La Bulgaria nel contesto del nuovo Patto europeo per la migrazione e l’asilo
Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, in vigore dal giugno 2026 e destinato a segnare una svolta restrittiva nel diritto europeo, appare già applicato in pratica in Bulgaria e in altri territori di frontiera, trasformati negli ultimi anni in veri e propri laboratori delle politiche repressive contro le persone in movimento. Ciò che emerge è un sistema basato sullo strapotere della polizia, che sembra solo in grado di rinchiudere, punire, torturare oppure di abbandonare e lasciar morire. In questo senso, il nuovo Patto, più che un brusco cambio di paradigma, appare come una formalizzazione di tendenze – in primis la detenzione e il respingimento – già consolidate da anni alle frontiere d’Europa.
La procedura di ingresso della Bulgaria nell’area Schengen, formalmente conclusa il 1° gennaio 2025 dopo un negoziato lungo e accidentato, è stata in realtà un esteso processo di accreditamento politico del paese. Sofia ha dovuto convincere la Commissione europea e governi chiave come quelli di Germania e Austria della propria capacità di «garantire la sicurezza» del confine meridionale dell’Unione: una formula che, nei fatti, ha significato assumersi il compito di contenere e bloccare i cosiddetti movimenti secondari, ovvero gli spostamenti dei migranti dalla frontiera esterna verso il centro e il nord Europa. A tal fine, la Bulgaria ha beneficiato di ingenti finanziamenti provenienti da Bruxelles, utilizzati per ampliare e modernizzare l’apparato di sorveglianza dei confini. Se proviamo a guardare il confine dall’altra parte, parafrasando Shahram Khosravi, la «Schengenizzazione» della Bulgaria appare dunque non come un processo di allargamento dei diritti e delle libertà, ma come l’applicazione di un regime di frontiera sempre più violento, selettivo e, in definitiva, razzista.
In questo contesto, il nuovo Patto può essere letto come un potente moltiplicatore della svolta securitaria nella gestione delle frontiere esterne dell’Unione. A partire dal regolamento sugli accertamenti preliminari, che rende obbligatorio uno screening generalizzato delle persone in movimento alle frontiere, estendendo le segnalazioni di sicurezza nel sistema Eurodac. Una «flag» permetterà alle autorità di indicare in modo arbitrario una persona come potenziale rischio per la sicurezza. Quest’informazione sarà condivisa a livello europeo, rafforzando una logica di sospetto e di profilazione, creando le condizioni per un ricorso normalizzato alla detenzione amministrativa come strumento di gestione e controllo. La vicenda di Abdulrahman al-Khalidi mostra inoltre con chiarezza come la detenzione amministrativa stia assumendo sempre più i tratti di uno strumento di repressione politica indiretta. Il dissenso non viene formalmente sanzionato, ma neutralizzato attraverso l’immobilizzazione burocratica, il diritto d’asilo non viene apertamente negato, bensì svuotato di significato. Il parallelo con altri contesti è difficilmente eludibile. Il regime di occupazione israeliano è stato precursore nell’utilizzo della detenzione amministrativa come dispositivo centrale di repressione contro il popolo palestinese. Ma anche in Italia i Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) svolgono una funzione analoga: luoghi in cui persone senza alcuna imputazione penale vengono trattenute per mesi. Come dimostra il caso di Mohamed Shahin, il trattenimento in questi centri colpisce spesso soggetti considerati indisciplinati o politicamente esposti, mascherando dietro procedure burocratiche quella che è, di fatto, repressione politica.
Oltre le mura, per una lotta collettiva
Di fronte a una deriva autoritaria sempre più marcata ed esplicita, negli ultimi anni attorno al caso di Abdulrahman al-Khalidi si sono sviluppate numerose esperienze di solidarietà e lotta capaci di trasformare una vicenda individuale in un terreno di mobilitazione collettiva. Nonostante la detenzione, Abdulrahman ha continuato a scrivere, comunicare e organizzarsi quotidianamente, rifiutando la condizione di silenziamento. È soprattutto grazie ai suoi sforzi che si è costruita una mobilitazione in grado di oltrepassare i confini della Bulgaria, articolando una rivendicazione che va oltre la sua liberazione, per investire più in generale il sistema della detenzione amministrativa e l’ingiusta reclusione delle persone migranti nel paese.
In questi anni le azioni e pratiche collettive attorno ad Abdulrahman hanno assunto forme diverse, costruendo una rete di solidarietà che va dalla battaglia legale al supporto quotidiano. Organizzazioni bulgare e internazionali per i diritti umani seguono da vicino la sua vicenda, monitorando le continue violazioni giuridiche che caratterizzano il caso. Allo stesso tempo, reti di attivisti e attiviste organizzano presidi, manifestazioni e iniziative pubbliche per chiedere la liberazione di Abdulrahman e di tutte le persone detenute. Accanto alle forme più visibili di protesta, hanno preso forma anche pratiche concrete di solidarietà. Tra queste, un numero telefonico di supporto psicologico, gestito da reti solidali, che attraversa le mura dei centri di detenzione e diventa una preziosa linea di contatto con l’esterno. È da qui che le voci delle persone recluse riescono a uscire, raccontando ciò che accade dentro e rompendo, almeno in parte, l’isolamento imposto dal sistema detentivo. Non sono mancate iniziative sul piano istituzionale, tra cui due interrogazioni alla Commissione europea, che però hanno ricevuto risposte sterili ed evasive.
Intorno al caso e alla persona di Abdulrahman al-Khalidi si è così attivata una dinamica generativa, capace di coinvolgere soggetti diversi e di produrre alleanze trasversali, dimostrando come, anche in un contesto in cui pratiche sempre più violente, razziste e detentive vengono normalizzate e sistematizzate, sia possibile costruire forme concrete di resistenza e di contro-narrazione, a partire dalla solidarietà reale e dall’azione collettiva.
*Chiara Martini è attivista e ricercatrice, impegnata in iniziative lungo le rotte balcaniche, tra Grecia, Bulgaria e Bosnia-Herzegovina. Si occupa di confini e solidarietà dal basso in supporto alle persone in movimento. Attualmente sta completando un dottorato in sociologia e metodologia della ricerca sociale presso l’Università degli Studi di Milano. Giovanni Marenda è un attivista e dottorando in scienze sociali presso l’Università di Genova. Dal 2020 si occupa di mobilità migranti e dispositivi di confinamento lungo la cosiddetta “rotta balcanica”, in particolare in Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Bulgaria e Grecia.
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