Obiettiamo, disertiamo

Comune-info - Tuesday, November 3, 2026
Roma, 30 ottobre 2026. Foto di Nilde Guiducci

4 novembre: è la data dell’armistizio sul fronte italiano, nel 1918. Il giorno in cui la guerra finì, e insieme a essa anche tante vite, tante speranze. Ma lo chiamarono “Festa della Vittoria”. Poi il fascismo ne fece una vetrina di gloria, bandiere e retorica. E da allora, attorno a questa data, si fatica a riflettere sul suo vero significato. Negli ultimi anni il 4 novembre è stato persino ripristinato come “Giornata dell’unità nazionale”, quasi a volerne intensificare la portata patriottica.

Dietro questa esaltazione si cela qualcosa di più inquietante: una propaganda bellica che torna a scorrere nelle scuole, nei discorsi ufficiali, nelle celebrazioni istituzionali. Una propaganda tanto più insopportabile oggi, mentre nel mondo infuriano guerre sanguinose – e due, in Ucraina e in Palestina, bussano alle porte dell’Europa. Molte di queste guerre si alimentano anche con armi prodotte in Italia, nel silenzio complice delle fabbriche e dei bilanci pubblici. E mentre il rumore delle armi cresce, si tace sui conflitti interni: l’impoverimento generale, l’aumento delle spese militari, la repressione militarizzata delle città, i decreti sicurezza che restringono le libertà, la persecuzione del dissenso. Tutto questo avviene nel nome della “sicurezza”, ma somiglia piuttosto alla paura che diventa legge.

Purtroppo oggi soffia un nuovo vento di guerra. Giornali e televisioni rispolverano parole d’ordine che pensavamo sepolte: riarmo, difesa, leva obbligatoria. Dalla Croazia alla Norvegia, dalla Svezia alla Francia, dai Paesi Bassi alla Germania, l’Europa torna a parlare di addestramento, reclutamento, servizio militare. E anche in Italia il dibattito è aperto: si parla di “forza di riserva”, di “modello europeo di difesa autonoma”, di “leva per tutti”. Ma dietro questi termini burocratici si nasconde la stessa, antica follia: prepararsi alla guerra invece che disarmarla. È gravissimo.

Perché questa prospettiva di una “guerra perpetua” – convenzionale o nucleare – non è una strategia: è un suicidio collettivo. È la rinuncia a immaginare un futuro diverso, dove la cittadinanza europea si costruisca non con le armi ma con la solidarietà, non con gli eserciti ma con la giustizia.

Quindi il 4 novembre sia un’occasione di riflessione e opposizione. Non una festa, ma lutto! Un grido che invita a dire no alla guerra, no al riarmo, no alla leva obbligatoria. A sostenere chi obietta, chi diserta, chi sceglie la pace invece della divisa.

Come don Milani non chiediamo di obbedire, ma di pensare. Pensare che mondo vogliamo costruire: uno dove ogni 4 novembre si festeggia la guerra, o uno dove si impara, finalmente, a non farne più. Quindi obiezione alla guerra, per dire con chiarezza: non vogliamo imparare a uccidere, vogliamo imparare a vivere insieme.

Il 4 novembre non è una festa. È un lutto, una lezione, un appello. E ogni anno, l’Italia dovrebbe fermarsi e chiedersi: abbiamo davvero imparato qualcosa dalla guerra, o stiamo soltanto aspettando la prossima?

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