L’ecosistema estrattivo della finanza globale

Comune-info - Thursday, October 29, 2026

Monopoli, asimmetrie fiscali, erosione democratica. Considerazioni a partire dal libro di Alessandro Volpi, La finanza è colpevole. Storia e cronache dall’abisso (Einaudi)

Foto di Chris Liverani su Unsplash

Negli ultimi tre decenni l’economia mondiale ha subito una metamorfosi profonda, scivolando silenziosamente dall’era del capitalismo produttivo industriale a quella di un’egemonia finanziaria totalizzante. Il baricentro del sistema si è spostato in modo lineare e aggressivo dalla produzione di beni tangibili e dall’economia reale verso una pervasiva finanziarizzazione dei mercati. In questo nuovo assetto, la generazione di valore non è più legata alla creazione di posti di lavoro, all’innovazione tecnologica o alla fornitura di servizi essenziali alla collettività, bensì all’estrazione sistematica e parassitaria di rendite finanziarie. Ci troviamo di fronte a una transizione in cui la finanza si è impossessata del risparmio del nostro Paese e ne ha fatto lo strumento per innumerevoli speculazioni. Questa mutazione antropologica ed economica ha trasformato delle grandi corporazioni in veicoli liquidi finalizzati alla massimizzazione dei dividendi e all’implementazione di pratiche puramente speculative, quali i buyback azionari, subordinando ogni strategia al principio del valore per gli azionisti a brevissimo termine. Il capitale ha cessato di essere un volano per il benessere collettivo e la crescita sociale per tramutarsi in un dispositivo estrattivo globale che drena metodicamente liquidità dai settori produttivi locali per riversarla nei circuiti delle borse internazionali, lasciando dietro di sé territori impoveriti e società frammentate.

La più significativa e inquietante innovazione strutturale di questo scenario risiede nella straordinaria concentrazione di capitale monopolistico nelle mani di pochissimi colossi privati transnazionali. I cosiddetti “Big Three” — BlackRock, Vanguard e State Street — non agiscono più come semplici intermediari del risparmio o gestori passivi di fondi comuni, ma detengono un controllo proprietario e decisionale trasversale senza precedenti nella storia dell’umanità. Attraverso una fitta e impenetrabile rete di partecipazioni incrociate, questi mega-fondi gestiscono quote azionarie di blocco e di controllo nelle principali imprese concorrenti all’interno dello stesso settore. Questa configurazione altera radicalmente, fino ad annullarle, le tradizionali dinamiche competitive descritte dai manuali di economia, esautorando i meccanismi del libero mercato a favore di un cartello globale. I consigli di amministrazione delle multinazionali, delle aziende energetiche e delle catene di servizi rispondono ormai a un unico e medesimo padrone, il cui solo obiettivo è la remunerazione del capitale investito.

L’evidenza empirica e drammatica di questo fenomeno emerge con assoluta chiarezza dall’analisi della mappa azionaria e della governance di Piazza Affari in Italia. Secondo i dati ufficiali e le rilevazioni delle comunicazioni Consob sulle partecipazioni rilevanti, BlackRock ha consolidato una presenza pervasiva, silente ed egemonica nei settori più delicati e strategici dell’economia italiana, controllando quote di voto che influenzano direttamente le nomine, i piani industriali e i destini occupazionali dei principali istituti di credito e dei colossi industriali e infrastrutturali nazionali. Nel specifico comparto bancario e creditizio, la presenza del colosso statunitense guidato da Larry Fink è ormai dominante: in UniCredit controlla una quota complessiva dell’8,92%, in Intesa Sanpaolo detiene una partecipazione strategica pari al 7,30%, in Banco BPM la quota si attesta al 5,03%, in BPER Banca controlla il 5,00% e in Monte dei Paschi di Siena (MPS) presidia l’istituto con il 3,51% delle quote azionarie. Al di fuori del settore strettamente bancario, la diversificazione di BlackRock si estende come una piovra sulle infrastrutture di rete, sui colossi energetici pubblici e sull’industria della difesa, configurando un quadro di controllo trasversale: detiene il 6,96% di Enel, il 5,78% di Prysmian, presidia le reti strategiche di Terna, Snam e Telecom Italia con partecipazioni stabili superiori al 5,00%, possiede il 3,70% di Italgas, il 5,16% di Rai Way, il 10,00% di EI Towers e ha rilevato una quota superiore al 3,00% in Leonardo, una presenza che solleva enormi interrogativi geopolitici pur essendo stata parzialmente arginata e vigilata dalle autorizzazioni governative tramite l’esercizio dei poteri speciali di Golden Power.

L’impatto di questa architettura oligopolistica sui tessuti socio-economici locali trova un solido e rigoroso riscontro nelle formulazioni teoriche dei maiores economisti critici e pensatori sociali internazionali, che da anni denunciano la deriva del neoliberismo deregolamentato. L’analisi della polarizzazione della ricchezza rispecchia in modo millimetrico la storica divergenza espressa dall’equazione fondamentale del capitale formulata da Thomas Piketty: quando il tasso di rendimento del capitale (\(r\)) supera costantemente e strutturalmente il tasso di crescita economica e dei salari (\(g\)), la ricchezza tende a concentrarsi in modo esponenziale e automatico nelle mani dei detentori di asset finanziari, a scapito di chi vive esclusivamente di redditi da lavoro. I mercati finanziarizzati hanno istituzionalizzato e legalizzato il sorpasso della rendita sul salario, esternalizzando il risparmio accumulato dalle famiglie italiane verso portafogli globali ad alto rendimento speculativo, impoverendo l’economia reale e gli investimenti pubblici sul territorio.

A questa lettura quantitativa si aggiunge lo sguardo etico ed economico del Premio Nobel Amartya Sen, il cui approccio basato sulle capacità (capability approach) offre una chiave di lettura fondamentale per comprendere i danni umani della finanziarizzazione. Per Sen, lo sviluppo economico di una nazione non si misura attraverso la mera crescita del PIL o l’efficienza astratta degli indici di borsa, bensì attraverso la reale espansione delle libertà sostanziali delle persone, ovvero la loro capacità di condurre la vita che hanno ragione di scegliere. La finanza agisce come il principale fattore di distruzione delle “capacità” individuali e collettive. Quando i grandi fondi d’investimento impongono criteri di redditività astratti, privano le persone dell’accesso a un lavoro dignitoso, alla stabilità esistenziale e alla sicurezza sociale, riducendo gli esseri umani a semplici variabili d’adeguamento di un algoritmo finanziario e limitando la loro libertà d’azione e di realizzazione.

Se la dottrina neoliberista ortodossa continua a postulare l’efficienza intrinseca e l’autoregolazione dei mercati deregolamentati, un altro Premio Nobel, Joseph Stiglitz, ne scardina definitivamente le fondamenta logiche dimostrando l’inevitabilità dei fallimenti sistemici in presenza di asimmetrie informative e di radicali disparità di potere. Stiglitz definisce la deriva contemporanea come un’economia malata, basata sulla pura ricerca della rendita (rent-seeking). La speculazione finanziaria internazionale non crea nuova ricchezza diffusa, ma opera catturando le istituzioni politiche e regolatorie per erigere barriere monopolistiche a protezione dei propri privilegi, strutturando un mercato profondamente ingiusto in cui il rischio sistemico viene puntualmente socializzato attraverso drammatici salvataggi pubblici a carico dei contribuenti, mentre i profitti eccezionali vengono interamente e privatamente incamerati a vantaggio dell’oligarchia finanziaria.

Il fondamento filosofico della redistribuzione della ricchezza trova la sua massima espressione in John Rawls e nel suo fondamentale principio di differenza espresso in Una teoria della giustizia. Rawls dimostra che le disuguaglianze sociali ed economiche sono legittime solo se producono il maggior beneficio possibile per i membri meno avvantaggiati della società. L’architettura finanziaria odierna, che sottrae il risparmio diffuso per concentrarlo nelle mani dei gestori di fondi americani, rappresenta l’esatto opposto della giustizia redistributiva rawlsiana. Dietro il “velo d’ignoranza” di Rawls, nessuna società razionale sceglierebbe un sistema fiscale che tassa il lavoro dipendente e i pensionati con aliquote marginali fino al 43%, lasciando la speculazione finanziaria parassitaria a un’aliquota piatta del 26%. La tassazione progressiva e la redistribuzione non sono atti di carità, ma imperativi di giustizia strutturale necessari per garantire l’equa uguaglianza delle opportunità e impedire che la concentrazione monopolistica del capitale distrugga la base cooperativa della società.

Questo squilibrio strutturale mina alla radice la sfera pubblica e i processi democratici, come evidenziato dalle analisi filosofiche di Jürgen Habermas. La finanziarizzazione e la sottomissione della politica ai mercati finanziari rappresentano una forma violenta di “colonizzazione del mondo della vita” da parte degli imperativi sistemici del capitale. Habermas denuncia come le decisioni tecnocratiche imposte dai mercati e dai consigli di amministrazione dei grandi fondi sottraggono i temi decisivi — come la tassazione, il welfare e la gestione dei beni comuni — al dibattito pubblico e al consenso democratico basato sull’agire comunicativo. I governi, imbrigliati dai vincoli dei mercati finanziari e dal ricatto dello spread, cessano di rispondere alla volontà dei cittadini per rispondere ai criteri di rating dei fondi speculativi. La democrazia viene svuotata della sua sostanza discorsiva e deliberativa, riducendosi a un simulacro istituzionale dove il suffragio universale non ha più il potere di modificare le scelte macroeconomiche fondamentali.

La tesi della redistribuzione trova storicamente manforte anche nel pensiero di economisti e sociologi del calibro di Anthony Atkinson e James Meade. Atkinson, tra i massimi studiosi delle disuguaglianze, ha dimostrato come la concentrazione del capitale non sia un destino economico ineluttabile, ma il risultato di scelte politiche reversibili, proponendo una tassazione fortemente proggressiva sulle eredità e sui redditi da capitale. Prima di lui, il Premio Nobel James Meade aveva teorizzato la necessità di una “democrazia proprietaria”, in cui la proprietà del capitale deve essere radicalmente diffusa tra i cittadini per impedire che l’automazione e l’oligopolio concentrino tutto il potere nelle mani di una ristretta élite finanziaria, azzerando i diritti sociali e i salari.

Il progressivo e violento trasferimento del potere decisionale dalle istituzioni democratiche e dai parlamenti eletti verso i consigli di amministrazione blindati dei colossi finanziari transnazionali rappresenta una minaccia esistenziale e imminente per la tenuta dei sistemi democratici. Questa deriva oligarchica è l’asse portante della durissima critica politica e sociale promossa da Bernie Sanders. egli denuncia come la concentrazione ipertrofica della ricchezza permetta a un ristretto e autoreferenziale nucleo di miliardari e gestori di fondi speculativi di esercitare un diritto di veto di fatto sulle riforme strutturali degli Stati sovrani, condizionando pesantemente le campagne elettorali, il dibattito pubblico e l’andamento della legislazione fiscale attraverso lobbismo di pressione. La finanziarizzazione svuota il suffragio universale del suo potere sostanziale e della sua dignità: i cittadini votano, ma l’azione dei governi resta perennemente imbrigliata e ridotta a una mera gestione tecnica e notarile delle compatibilità macroeconomiche e delle riforme lacrime e sangue imposte dai mercati, dai grandi fondi e dalle agenzie di rating.

La pervasività totalizzante dei grandi fondi d’investimento determina inoltre una profonda e dolorosa mutazione nell’erogazione dei servizi e nella tutela dei diritti sociali fondamentali, che cessano di essere pilastri di cittadinanza per diventare merci. L’ingresso dei grandi fondi speculativi e dei gestori patrimoniali nella proprietà e nel controllo di infrastrutture critiche, catene sanitarie private, mercati immobiliari residenziali e multinazionali farmaceutiche impone a questi comparti vitali una rigida e spietata logica di massimizzazione del profitto nel breve periodo. I diritti costituzionali all’assistenza sanitaria, all’abitare, all’istruzione e all’accesso ai beni comuni vengono cinicamente ridefiniti come asset class finanziarie standardizzate da scambiare sui mercati dei derivati. Le conseguenze microeconomiche dirette si traducono in politiche aziendali aggressive di riduzione dei costi operativi, compressione selvaggia dei salari reali dei dipendenti, esternalizzazione a catena e precarizzazione dei rapporti di lavoro per ottimizzare le relazioni trimestrali di bilancio. A questo si aggiunge l’incremento speculativo e intollerabile delle tariffe dei servizi primari e dei costi degli affitti residenziali nelle grandi città, un fenomeno del tutto disconnesso dalle reali capacità d’acquisto e dalle retribuzioni della popolazione locale, che si trova spinta verso nuove forme di povertà e marginalità.

Per comprendere appieno la gravità del quadro descritto e la natura delle riforme urgenti, è necessario ripercorrere l’evoluzione storica del pilastro della giustizia fiscale in Italia: l’Articolo 53 della Costituzione. Approvato dall’Assemblea Costituente sotto la spinta di visioni redistributive cristiane, socialiste e comuniste, l’articolo stabilisce due principi indissolubili: l’obbligo di concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva e l’imperativo che il sistema tributario sia interamente informato a criteri di progressività. Durante il dibattito costituente, figure come Salvatore Scoca chiarirono che la progressività fiscale non serviva semplicemente a finanziare lo Stato, ma rappresentava lo strumento cardine per compensare e correggere l’impatto regressivo delle imposte indirette e dei consumi che gravavano sproporzionatamente sulle classi meno abbienti. Nei primi decenni della Repubblica, questo dettato costituzionale trovò la sua massima espressione con la grande riforma tributaria degli anni Settanta e l’introduzione dell’IRPEF, concepita originariamente con ben 32 scaglioni di reddito e un’aliquota marginale massima che toccava il 72% per i redditi più elevati. La tassazione era intesa come un patto di solidarietà sociale (collegato agli articoli 2 e 3 della Carta) per finanziare la nascita della scuola pubblica, delle infrastrutture e del Servizio Sanitario Nazionale. Tuttavia, gli ultimi tre decenni di deregolamentazione hanno inferto un colpo mortale a questo disegno. Sotto la spinta di dottrine neoliberiste e di quello che viene definito il “fisco amico” dei miliardari, la progressività è stata progressivamente smantellata. Gli scaglioni IRPEF sono stati ridotti drasticamente nel tempo fino ad appena tre scaglioni effettivi, appiattendo il prelievo sui redditi medio-alti. Ma il vero e proprio tradimento dell’Articolo 53 risiede nell’erosione sistematica e strutturale della base imponibile: quote crescenti di ricchezza sono state sottratte alla progressività ordinaria per essere recintate in regimi speciali di flat tax e cedolari sostitutive. Oggi il sistema italiano ha assunto un carattere clamorosamente regressivo al vertice della piramide sociale: analisi macroeconomiche sull’aliquota effettiva totale svelano che lo 0,1% più ricco della popolazione versa allo Stato un’aliquota reale complessiva inferiore (circa il 34%) rispetto a un lavoratore dipendente con un reddito medio di 35 mila euro (che sconta una pressione reale superiore). La finanza e la rendita immobiliare e societaria si muovono in un paradiso di esenzioni legalizzate, mentre il peso del welfare grava quasi interamente sulla base del lavoro.

Un quadro che peggiora ulteriormente se si analizzano le architetture societarie transnazionali utilizzate dai colossi economici controllati da questi fondi. I paradisi fiscali non sono più esotiche isole tropicali, ma risiedono stabilmente nel cuore del continente europeo, legalizzati da trattati comunitari strutturati a favore delle grandi corporazioni. Paesi come il Lussemburgo e l’Olanda agiscono come giganteschi aspiratori di base imponibile. Attraverso meccanismi normativi permissivi come le holding di partecipazione, le esenzioni sui dividendi (participation exemption) e i decreti fiscali preventivi riservati (tax rulings), le multinazionali partecipate dai grandi fondi americani riescono a spostare artificialmente i profitti generati in Italia verso queste giurisdizioni a tassazione quasi azzerata. Società operative di Piazza Affari pagano royalties miliardarie o interessi passivi fittizi a scatole vuote legalmente registrate ad Amsterdam o a Lussemburgo Città, azzerando l’utile tassabile nel nostro Paese. Questo drenaggio non solo impoverisce le casse dello Stato italiano, privandolo delle risorse necessarie per finanziare la sanità e la scuola pubblica, ma produce una concorrenza sleale e distruttiva nei confronti delle piccole e medie imprese locali, che non dispongono delle risorse legali per accedere a tali sofisticate strategie di elusione e subiscono l’intero peso del carico fiscale domestico.

Se le leggi degli Stati proteggono fiscalmente i capitali speculativi e ne agevolano il trasferimento transfrontaliero, l’ingegneria informatica fornisce ai grandi fondi le armi tecnologiche per depredare istantaneamente il risparmio diffuso. L’estrazione parassitaria di valore non avviene più tramite la tradizionale compravendita di titoli basata sulle prospettive industriali a lungo termine di un’azienda, ma attraverso l’High-Frequency Trading (HFT), una modalità operativa totalmente automatizzata e guidata da algoritmi matematici e sistemi di intelligenza artificiale di enorme potenza computazionale. I supercomputer dei grandi asset manager, posizionati fisicamente a ridosso dei server delle principali borse valori per ridurre i tempi di latenza, eseguono milioni di transazioni finanziarie al secondo, sfruttando minuscole asimmetrie temporali o micro-variazioni di prezzo del tutto invisibili e inaccessibili per un operatore umano. Questi algoritmi agiscono secondo logiche prettamente predatorie ed estrattive. Attraverso il front-running algoritmico, essi rilevano l’ordine d’acquisto immesso da un fondo pensione territoriale o da un piccolo istituto di risparmio italiano e, muovendosi in frazioni di millisecondo, acquistano quel medesimo titolo un istante prima per poi rivenderlo istantaneamente al risparmiatore a un prezzo gonfiato. Inoltre, generano ordini fantasma che vengono immessi e cancellati in nanosecondi al solo scopo di testare la profondità del mercato e manipolare la liquidità, provocando sbalzi di prezzo repentini e artificiali che intaccano la stabilità dei titoli di Stato italiani (BTP) o delle aziende quotate a Piazza Affari. Questo arbitraggio predatorio sul risparmio nazionale significa che i flussi di liquidità che i cittadini italiani affidano alle banche o ai canali postali vengono intercettati da queste macchine ad alta frequenza, che estraggono frazioni di centesimo su scala globale per miliardi di volte al giorno. Come rilevato nelle indagini di Alessandro Volpi sull’instabilità dei mercati, queste immense masse di capitali speculativi agiscono in modo cinico, lucrando sia sul rialzo sia sul drammatico ribasso dei titoli aziendali o speculando direttamente sul costo dell’energia e delle materie prime tramite i mercati dei derivati. L’High-Frequency Trading rappresenta la definitiva e violenta separazione tra la finanza e l’economia reale: una tecnologia totalizzante che consuma il risparmio degli individui senza produrre un solo grammo di benessere sociale o innovazione, accelerando le crisi sistemiche e l’instabilità delle economie nazionali a vantaggio esclusivo dell’oligarchia computazionale di Wall Street.

Per disinnescare l’efficacia predatoria di questa architettura globale e contrastare l’evasione e l’elusione sistematica legalizzata, la vasta produzione scientifica di Alessandro Volpi — che spazia da La globalizzazione dalla culla alla crisi (2014) a Storia del debito pubblico in Italia (2021), passando per il lucido saggio Prezzi alle stelle. Non è inflazione, è speculazione (2023) fino a I padroni del mondo (2024) — delinea una dottrina organica, coerente e coraggiosa di riforma fiscale. Questa visione si pone in netta controtendenza rispetto al trentennio di smantellamento progressivo dell’imposizione tributaria sui grandi patrimoni. Il punto di partenza poggia su un dato empirico e strutturale inopponibile analizzato dettagliatamente nel testo La mutazione italiana (2023): nel panorama complessivo delle entrate tributarie dello Stato italiano, ben 227 miliardi di euro sono interamente coperti dall’IRPEF, e di questa immensa cifra quasi il 90% è interamente e ingiustamente a carico dei soli lavoratori dipendenti e dei pensionati. Al contrario, il grande capitale, le rendite finanziarie e i patrimoni dei super-ricchi risultano sostanzialmente de-tassati o protetti da una fitta coltre di privilegi legali e scappatoie normative. C’è un atto d’accusa durissimo contro la straordinaria responsabilità della finanza e «l’indispensabile sostegno di politiche conniventi, a partire dal tema decisivo della tassazione», evidenziando come la politica abbia deliberatamente abdicato alla sua funzione costituzionale di redistribuzione della ricchezza.

Le proposte di riforma sistemiche avanzate nei testi dell’autore si articolano su tre pilastri cardine, concepiti per ripristinare il patto sociale e restituire centralità alla giustizia distributiva e all’economia reale. In primo luogo, viene esposta la necessità della totale integrazione dei redditi finanziari nell’IRPEF progressiva: c’è una denuncia netta dell’ingiustizia macroeconomica ed etica per cui le plusvalenze, i dividendi e i guadagni in borsa subiscono oggi un’imposta sostitutiva fissa ad appena il 26%. Un meccanismo che permette a chi vive di pura rendita finanziaria di pagare un’aliquota enormemente inferiore rispetto a un lavoratore o a un pensionato soggetto agli scaglioni IRPEF ordinari che superano il 40%. La proposta prevede l’abolizione immediata di ogni regime cedolare sostitutivo per i redditi da capitale, riconducendoli integralmente al cumulo fiscale e alla tassazione progressiva legata ai criteri dell’Articolo 53 della Costituzione italiana. Per frenare l’estrazione selvaggia attuata dall’algoritmo computazionale, a questa misura si affianca la proposta di applicare una Tobin Tax profondamente rivista e applicata in modo rigido e punitivo su tutte le transazioni di High-Frequency Trading. Una micro-tassazione anche solo dello 0,5% applicata a livello informatico su ogni singolo ordine immesso e cancellato in nanosecondi non intaccherebbe minimamente gli investitori tradizionali a lungo termine, ma renderebbe economicamente insostenibili e inefficienti le strategie di arbitraggio predatorio delle macchine di Wall Street, generando al contempo un gettito miliardario immediato da destinare alla spesa sociale. In secondo luogo, si rende necessaria l’introduzione di un’imposta patrimoniale progressiva sui grandi patrimoni: preso atto che l’1% più ricco della popolazione italiana detiene ormai oltre il 25% della ricchezza nazionale complessiva, viene teorizzata l’istituzione di un contributo di solidarietà annuale, fortemente progressivo, mirato specificamente ai patrimoni netti superiori ai 50 milioni di euro. Questa misura non intacca in alcun modo il risparmio medio delle famiglie, la media proprietà o la prima casa, ma punta all’erosione controllata delle grandi sacche di accumulazione improduttiva e parassitaria delle grandi fortune. Infine, emerge la necessità di un’istituzione di una Exit Tax strutturale sui capitali in fuga: per prevenire il sistematico ricatto occupazionale, le minacce di delocalizzazione finanziaria e lo svuotamento degli asset industriali messi in atto dai grandi gestori di fondi speculativi come i Big Three, si propone un meccanismo rigido di tassazione di sbarramento. Qualora i grandi gruppi o i fondi d’investimento decidano di abbandonare i confini nazionali, chiudere stabilimenti produttivi o trasferire gli asset e le sedi legali in regimi di neutralità fiscale e veri e propri paradisi societari all’interno o all’esterno dell’Unione Europea, lo Stato deve applicare una tassa proporzionale al valore economico estratto dal Paese fino a quel momento, proteggendo il lavoro, l’occupazione e il patrimonio industriale nazionale.

La risoluzione strutturale di queste asimmetrie generate dai paradisi societari interni richiede un superamento radicale dell’attuale principio dell’unanimità in materia tributaria in sede europea, che di fatto concede un diritto di veto ai paesi beneficiari di questi flussi elusivi. Una prima soluzione, parzialmente avviata ma ampiamente depotenziata nei suoi parametri applicativi, è l’armonizzazione della base imponibile attraverso la direttiva sulla tassazione minima globale (Pillar 2 dell’OCSE/UE), che impone un’aliquota minima d’imposta sulle società del 15% per i gruppi multinazionali. Tuttavia, per azzerare l’elusione, l’Unione Europea deve implementare in modo vincolante il progetto BEFIT (Business in Europe: Framework for Income Taxation), che mira a introdurre un unico set di regole per calcolare la base imponibile delle imprese nell’UE, ripartendo poi i profitti tra gli Stati membri sulla base di indicatori reali e tangibili — quali il numero di dipendenti, la localizzazione degli impianti produttivi e le vendite effettive sul territorio — anziché sulla fittizia allocazione di asset intangibili o holding cartolari. A questa misura deve affiancarsi una riforma stringente dei regimi di withholding tax (ritenute alla fonte) sui flussi in uscita di dividendi, interessi e royalties diretti verso giurisdizioni a fiscalità privilegiata, eliminando le scappatoie permesse dalla Direttiva Madre-Figlia e dalla Direttiva Interessi e Royalties quando utilizzate per scopi puramente elusivi. Inoltre, il contrasto alle “società fantasma” (shell companies) necessita dell’approvazione e dell’inasprimento della direttiva Unshell (Atad 3), la quale stabilisce requisiti minimi di sostanza economica — come la presenza fisica di uffici, direttori residenti e conti bancari locali reali — per poter accedere ai benefici dei trattati contro le doppie imposizioni. Solo attraverso la transizione verso il voto a maggioranza qualificata in sede di Consiglio UE sui temi fiscali, l’introduzione di una vera formula di ripartizione dei profitti basata sull’economia reale e il monitoraggio centralizzato dei flussi di capitale transfrontalieri sarà possibile disinnescare la concorrenza sleale interna, restituendo agli Stati membri la capacità fiscale necessaria per finanziare i diritti sociali e arginare il potere estrattivo dei grandi fondi speculativi.

La fuoriuscita da questa simile, asfissiante condizione imposta dal capitalismo estrattivo e oligarchico non è un’utopia, ma una necessità storica impellente che richiede l’esatto capovolgimento dei rapporti di forza odierni. È giunto il momento di denunciare le straordinarie responsabilità della finanza e di attuare una limitazione drastica del potere di cartello dei colossi come BlackRock tramite sanzioni antitrust severe, divieti assoluti di partecipazioni incrociate nello stesso settore e l’approvazione immediata di piani di giustizia fiscale progressiva. Solo riaffermando con forza e coraggio il primato della democrazia rappresentativa, della sovranità politica e della fiscalità equa sulla speculazione d’assalto, algoritmica ed elusiva sarà possibile tutelare il risparmio nazionale, rimettere al centro la dignità umana e la giustizia distributiva teorizzata da Rawls e Sen, e restituire stabilità, tutele e futuro ai diritti sociali fondamentali dei cittadini.

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